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Il processo alla donna è una prassi costante. La vera imputata è la donna, perché solo se la donna viene trasformata in un'imputata si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale

Tina Lagostena Bassi
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Anno Giudiziario 2010 - Distretto di Ancona - Relazione di Fabio Roia membro del CSM
Di Loredana Morandi (del 01/02/2010 @ 06:04:14, in Magistratura, linkato 2517 volte)
ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Ancona


Relazione dr. Fabio Roia, Consiglio Superiore della Magistratura

Ancona 30 gennaio 2010



1) Il ruolo del Consiglio nel quadro istituzionale.
Nel salutare il Presidente della assemblea, i Rappresentanti istituzionali, tutte le Autorità presenti, consentitemi di ricordare, in un breve viaggio nella storia, come alla città di Ancona venne conferita la medaglia d’oro al valore civile il 9 ottobre 1960 quale riconoscimento per il comportamento della popolazione durante l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati. Un coraggio civico che deve sempre ravvivare le coscienze in un periodo di grande dispersione dei valori.
Sono onorato anche, e mi perdonerete per questo cedimento al pensiero personale, di ricordare la figura di mio zio prof. Avv. Remo Roia che ha avuto il privilegio di svolgere le funzioni di sindaco di questa città negli anni 1944-1945. Era un avvocato, orientato a ideali antifascisti,  prestato alla amministrazione che credeva nella sacralità della giurisdizione. Indossare la toga significava svolgere una alta funzione in un processo scritto per interessi generali dove, con il massimo rispetto dei ruoli e delle parti, si doveva cercare la riaffermazione di un diritto aggredito. Quanto tempo è passato. Oggi il processo sembra uno scampolo dell’ordinamento.
Nella relazione al Parlamento sull’amministrazione della giustizia, il Ministro guardasigilli ha preannunciato che il 2010 sarà l’anno della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura il quale dovrà essere ripensato nella sua struttura, nella composizione  e nella funzione per restituirgli “la sua funzione di organo di garanzia superando ogni equivoco su una malintesa sua funzione rappresentativa …che si è insinuata spesso nella prassi consiliare”.
L’esperienza di questa consiliatura –che sta esaurendo la sua durata- mi induce a ritenere che l’obiettivo riformatore, al di là di interventi di architettura istituzionale sui quali si potrà anche convenire (penso ad una sezione disciplinare formata con l’attuale proporzione dei componenti ma autonoma rispetto alla funzione di amministrazione del Consiglio), sia quello di tratteggiare un organo di autogoverno  depotenziato, modellato verso una sorta di consiglio di amministrazione aziendale senza alcuna soggettività costituzionale e, se possibile, affetto da narcosi ideale e quindi burocratico.   
Ad una larga parte della politica non piace la competenza del Consiglio in materia di pareri sui provvedimenti legislativi pertinenti alla funzione ed all’attività giudiziaria, come previsto dall’art. 10 della legge n. 195 del 1958, e di pratiche a tutela dell’ordine giudiziario, istituto che discende direttamente dall’art. 104 della Costituzione. Quando si è intervenuti in questi settori, si è avviato il motore di ricerca della scontata logorrea censoria e polemica: “terza-camera”, “invasione di campo”, “organo corporativo”, “pregiudizio politico”. Ma l’osservanza dei propri compiti ordinamentali non può mai rappresentare un’aggressione agli altri poteri del patto democratico i quali,  nell’ambito di prerogative che nessuno vuole intaccare, potranno o meno acquisire le indicazioni e le affermazioni approvate dalla assemblea consiliare. Indicazioni  orientate, per il mio pensiero,  alla ricerca di una nuova etica del rapporto istituzionale basato sul senso della leale collaborazione, del reciproco rispetto e dell’abbandono del pregiudizio nella altrui proposta.

Con riferimento ai pareri formulati sulle recenti iniziative legislative, troppo spesso caratterizzate da interessi particolari, da interventi disomogenei  a spot  e da volontà di compressione dell’autonomia dell’ordine giudiziario- come se l’autorevolezza della istituzione politica potesse derivare dall’arretramento dell’intervento della magistratura nel controllo di legalità e non già da una nuova stagione dell’etica del comportamento e della proposta riformatrice organica e alta- sarebbe stato davvero impensabile che una comunità di giuristi – quale è quella consiliare- non si esprimesse in termini negativi valutando, per esempio,  il DDL 1415 del 2008 (risoluzione del 17 febbraio 2009) in tema di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali laddove si vuole trasformare, attraverso la soggettivizzazione dei presupposti (indizi di colpevolezza piuttosto che indizi di reato), uno strumento indispensabile di ricerca della prova in un semplice elemento di completamento di un quadro probatorio già formato a carico di soggetti individuati.   
O che non si sottolineasse – a proposito del parere reso nella seduta del 23 luglio 2009 sul DDL n. 1440/S in materia di disposizioni relative al procedimento penale- i pericoli, anche costituzionali (artt. 109 e 112 Cost.), derivanti dalla ridefinizione del rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, in primo luogo eliminando ogni possibilità di acquisizione diretta della notizia di reato da parte del P.M. ed altresì escludendo che le funzioni di polizia giudiziaria siano svolte alla dipendenza dell’autorità giudiziaria.
Ancora. Nella delibera del 14 dicembre 2009 sul disegno di legge n. 1880/S relativo al c.d. processo breve non si poteva non rilevare, per semplice onestà scientifica, come la prescrizione processuale, senza interventi di razionalizzazione normativa, significa solo determinare di fatto le condizioni per rendere impossibile l’accertamento processuale per intere categorie di gravi reati, sia con riferimento ai processi pendenti che a quelli futuri. E’ stato sottolineato che quello definibile come “tsunami giudiziario” altro non sarebbe stato che una inedita amnistia processuale.
Il ragionamento consiliare, tecnico e di studio di impatto sistematico, non rileva un pregiudizio politico perché in altre occasioni –cito per tutte la delibera del 2 aprile 2009 allorchè fu reso il parere sul D.L. 23 febbraio 2009 n. 11 relativo a misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale- il Consiglio espresse considerazioni positive sull’attività legislativa in esame –soprattutto  per l’introduzione del nuovo reato di “stalking”- senza, in quella attività, ricevere critiche. 
Si consolida allora il sospetto, pericoloso se corrispondente alla realtà, che in tanto l’attività sia ritenuta legittima in quanto gradita all’aspettativa di maggioranza. E’ una deriva rischiosa per la tenuta complessiva del sistema che sta travolgendo anche il lavoro del giudice: la sentenza viene giudicata giusta quando corrisponde ad una precisa consolidata, e a volte orientata, volontà popolare. A volte, secondo il pendolo del sentimento o della convenienza, il rigore, a volte l’indulgenza. In alcuni casi si vorrebbe addirittura il non liquet.

In relazione alla c.d. pratiche a tutela, occorre ricordare che la nostra Costituzione ha previsto per la magistratura un sistema di governo autonomo incentrato sul C.S.M. proprio al fine di garantire, tutelare e promuovere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e quindi l’indipendente ed imparziale esercizio delle funzioni giudiziarie da parte dei singoli magistrati, quale garanzia fondamentale dei diritti e delle libertà dei cittadini ed in particolare quale garanzia appunto del “diritto allo stato di diritto”. E’ in questo senso che il C.S.M. ha più volte affermato che l’indipendenza è un diritto dei cittadini e non un privilegio dei magistrati; ed è proprio a garanzia di questo diritto dei cittadini che la Costituzione ha posto il Consiglio Superiore della Magistratura.
In coerenza con tale impostazione si pongono le delibere consiliari sulle c.d. “pratiche a tutela” dei magistrati, che costituiscono ormai (purtroppo) una costante delle attività del C.S.M., riconosciuta dal Capo dello Stato.
Tali delibere intendono garantire l’indipendenza ed autonomia della magistratura, e del singolo magistrato, dagli attacchi provenienti anche da altri poteri dello Stato. Il principio del reciproco rispetto fra le istituzioni dello Stato, in conformità alla generale regola della separazione dei poteri, va sempre nella forma e nella sostanza praticato da coloro che rivestono cariche istituzionali. Pertanto, si pone in contrasto con il principio sopra indicato la rappresentazione dell’esercizio delle funzioni costituzionalmente assegnate alla magistratura in termini oggettivamente denigratori e tali da minare la fiducia dei cittadini in una delle istituzioni della Repubblica.
E’ stato altresì più volte richiamato il monito del Presidente della Repubblica il quale, nella seduta del Consiglio Superiore della Magistratura del 14 febbraio 2008, ha dichiarato che “chi svolge attività politica non solo ha il diritto di difendersi e di esigere garanzie quando sia chiamato personalmente in causa, ma non può rinunciare alla sua libertà di giudizio nei confronti di indirizzi e provvedimenti giudiziari. Ha però il dovere di non abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata dell'operato della magistratura; e deve liberarsi dalla tendenza a considerare la politica in quanto tale, o la politica di una parte, bersaglio di un complotto da parte della magistratura”.
In tale cornice si inseriscono le delibere del 10 settembre 2009 e del 21 ottobre 2009, approvate su proposta della Prima Commissione, alla luce di quanto previsto dal nuovo art. 21 bis del Regolamento interno del C.S.M. introdotto con il D.P.R. del 15 luglio 2009.
Con tale intervento normativo regolamentare, adottato su proposta della Seconda Commissione, il Consiglio - seguendo le indicazioni del Presidente della Repubblica - ha inteso disciplinare l’intera procedura relativa alle cosiddette “pratiche a tutela” riconoscendone la legittimità e fissando, nel contempo, precisi limiti entro i quali tale attività deve svolgersi.
In questa ottica si è previsto un meccanismo di valutazione preventiva, che operi come filtro, affidato alla stessa Prima Commissione che, in seduta non pubblica, consenta alla maggioranza dei componenti di esprimersi per l’apertura della “pratica a tutela” quando ne sussistano i presupposti, cioè quando si sia di fronte a comportamenti potenzialmente lesivi del prestigio e dell’indipendente esercizio della giurisdizione tali da determinare un turbamento al regolare svolgimento o alla credibilità della funzione giudiziaria.
In seguito a tale innovazione regolamentare il C.S.M. ha dovuto ribadire che “gli atti dei magistrati possono essere discussi e criticati, le soluzioni giuridiche possono essere contestate, le ipotesi accusatorie possono risultare infondate, ma non possono essere adoperate espressioni denigratorie verso il singolo magistrato o l’attività giudiziaria in quanto ciò determina lesione al prestigio dell’ordine giudiziario”.
Purtroppo il ricorso a questa funzione del Consiglio, che dovrebbe essere eccezionale in una situazione di fisiologico rispetto istituzionale, rischia di diventare troppo frequente a causa di sistematiche affermazioni generalizzate che colpiscono la magistratura e, per proprietà transitiva, la funzione giurisdizionale,  lo Stato e il suo prestigio.

2) La nuova classe dirigente
Nell’anno 2009 è continuata la rilevante attività svolta dal Consiglio nel settore relativo al conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi. Sono stati deliberati, infatti, n. 89 trasferimenti in uffici direttivi e n. 278 in uffici semidirettivi. Nei suoi tre anni di attività il Consiglio ha nominato circa 350 dirigenti di uffici e oltre 400 semidirettivi, rinnovando il 60% dei primi e il 50% dei secondi con un incontestato salto di qualità non solo generazionale. A volte le decisioni assunte, basate sostanzialmente su giudizi prognostici ancorati agli indicatori attitudinali alla dirigenza, non si sono rivelate, già nell’immediatezza, adeguate ma ciò è dipeso da un meccanismo di acquisizione delle fonti di conoscenza che deve essere ancora perfezionato soprattutto in relazione alla concreta analisi della professionalità ed alla omogeneità dei pareri resi dai Consigli Giudiziari nella fase istruttoria.
La recente approvazione in sede di Commissione a larga maggioranza (con imminente discussione in sede plenaria) della nuova circolare che disciplina il conferimento degli incarichi semidirettivi –con l’abolizione definitiva dei punteggi ma con il mantenimento di una fascia di valutazione ancorata alla durata di un profilo di professionalità alto- tende appunto a questi obiettivi per consentire di operare, in una discrezionalità ampia e quindi maggiormente responsabile, scelte orientate e leggibili.
La magistratura italiana ha sostanzialmente, oggi, una nuova classe dirigente che dovrà governare la sfida della modernità nella gestione dei beni relazionali e delle risorse. Su questo terreno, quello del c.d. aziendalismo giudiziario, occorre però procedere con una certa cautela. Non si tratta di alimentare resistenze conservatrici di comodo ma di accettare lo spirito riformatore riflettendo sul ruolo del processo e dei suoi attori. Rispetto al parametro della produttività, l’esigibilità della prestazione professionale –in relazione alla quantificazione della quale il Consiglio sta lavorando nel settore della individuazione degli standard medi nazionali distinti per funzione- non può prescindere dalla considerazione che le vicende giudiziarie riguardano diritti negati e quindi persone e che, in nome della quantità, non si può abdicare alla riflessione ed alla qualità nella decisione. Il giudice non potrà mai essere l’omino della nevrosi industriale rappresentato da Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”. Sarebbe una prospettiva che porterebbe al rischio di aumento dell’errore giudiziario, all’usura professionale, al conformismo decisionale. Ed allora le preannunciate riforme non potranno non tenere conto che è indispensabile, per il nostro come per qualunque sistema, studiare meccanismi che regolamentino l’accesso alla giurisdizione per deflazionarlo da questioni secondarie. 
Invero la temporaneità dell’incarico dirigenziale, l’aumentata discrezionalità nella scelta del nuovo dirigente da parte del Consiglio nell’ambito della procedura concorsuale che valorizza esclusivamente i parametri delle attitudini e del merito hanno provocato fibrillazioni interne a certi settori della magistratura che non hanno ancora metabolizzato una riforma che tende a premiare esclusivamente la cifra di professionalità. Una riforma, quella dell’essere magistrati distinti solo per funzioni  privi di approdi di carriera irreversibili, che è stata peraltro oggetto di antiche richieste da parte di tutte le articolazioni dell’associazionismo giudiziario.
Lo spirito conservatore ancora presente in parte della magistratura ha quindi alimentato diffidenza verso le decisioni operate dal Consiglio portando conseguentemente alle accuse di scelte determinate da logiche spartitorie di tipo correntizio, accuse fatte proprie da una parte della politica per proporre riforme di sistema anche di rilievo costituzionale. Aumentando tuttavia il peso della componente laica nel Consiglio Superiore si rischia di passare da un sistema di governo autonomo fondato sulla rappresentanza culturale-giudiziaria (la corrente) ad un sistema di eterogoverno di controllo e di vicinanza partitica. 

3) La mobilità
Uno studio sulla mobilità interna consente di affermare che la distinzione fra funzione giudicante e funzione requirente corrisponde già, di fatto, ad una separazione di carriere. Non è infatti lontano dall’ 1% dei posti messi normalmente messi a concorso il numero dei magistrati che decide di lasciare la funzione giudicante per quella requirente, mentre risulta di poco superiore, sempre in termini percentuali, il flusso inverso. Siamo altresì in presenza, per un impianto normativo primario e secondario che impone valutazioni attitudinali basate anche sul settore di specializzazione professionale, ad un nuovo fenomeno di creazione di diverse magistrature all’interno di un unico ordine che rimane formalmente unito ma rischia una polverizzazione culturale. Si pensi, oltre alla distinzione  funzionale giudicante/requirente, alla sostanziale separatezza di area specialistica civile/penale/lavoro, alla sub-specializzazione imposta dal limite di permanenza ultradecennale in posizione tabellare, ai circuiti di esperienze dei magistrati minorili e di sorveglianza che rappresentano, anche nella prospettiva di nomina dirigenziale, dei piccoli cosmi giudiziari. Vi è quindi una tendenza moderna all’affinamento attitudinale che appare incompatibile con la figura del magistrato generalista che viveva la sua professione come una sommatoria di diverse esperienze molto eterogenee fra loro ma decisamente arricchenti.
La grave scopertura negli uffici requirenti – ad oggi le vacanze sono pari a 275 spalmate in quasi tutte le Procure d’Italia ma con una netta prevalenza nelle regioni del sud (al 25/1/2010 mancano in pianta organica 1.128 su 9.579 magistrati pari al 12%) - trova, come fenomeno, una precisa eziologia in diversi fattori normativi e culturali. Il divieto di assegnazione dei magistrati di prima nomina, le rigide incompatibilità territoriali, i richiesti termini maggiori di legittimazione per i tramutamenti da una funzione all’altra, la definizione di un numero massimo di passaggi funzionali sono tutte cause che hanno determinato l’evento. Esiste tuttavia una crisi vocazionale alla funzione inquirente che deriva da una forte sovraesposizione anche in termini di responsabilità, dalla progressiva incertezza sui tratti dello statuto del pubblico ministero secondo i continui preannunci di riforma, del processo penale e dell’ordinamento, non ancora sufficientemente tratteggiati. La rappresentazione di un modello di un avvocato dell’accusa, separato dall’ordine giudiziario, a rischio di indipendenza esterna e interna, messo in concorrenza investigativa con la polizia giudiziaria, è certamente un possibile approdo che tende alla disincentivazione professionale a causa di una mutazione genetica di questo attore del processo che oggi rappresenta un organo di giustizia. Nessuno vuole scommettere con l’ignoto.
Con la “Risoluzione relativa alle scoperture degli organici negli uffici requirenti di primo grado”, deliberata dall’assemblea plenaria il 26 maggio 2009,  è stato invitato il Ministro della Giustizia, in un’ottica di collaborazione istituzionale, a valutare le iniziative legislative più opportune per fronteggiare la situazione di emergenza creatasi negli uffici requirenti di primo grado a seguito dell’entrata in vigore delle riforme in materia di ordinamento giudiziario.
Nella risoluzione il C.S.M. ha segnalato possibili linee di intervento legislativo, suggerendo di: a) rivedere la normativa vigente in tema di applicazione, nel senso di consentire che le applicazioni disposte d’ufficio possano comportare anche il mutamento di funzioni del magistrato applicato; b) rimeditare il divieto di destinare i magistrati di prima nomina agli uffici requirenti, anche alla luce del nuovo contesto ordinamentale ed in particolare dell’introdotta organizzazione gerarchica degli uffici di Procura quale risultante dal D.Lgs. 106/2006; c) rimodulare i limiti attualmente fissati per il mutamento delle funzioni dai commi 3 e 4 dell’art. 13 D.Lgs. 160/2006; d) rivedere l’attuale normativa in tema di tirocinio dei nuovi magistrati e di assegnazione della prima sede; e) provvedere alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie.
Come è noto la materia è stata di recente disciplinata dal Decreto legge n. 193 del 29 dicembre 2009 in corso di conversione, in ordine al quale il C.S.M. in data 11 gennaio 2010 ha già espresso il suo parere contenente numerosi rilievi critici, di natura tecnica, resi evidenti nell’analisi del provvedimento normativo adottato. Molti di questi rilievi sono stati accolti nell’ambito dello sviluppo della discussione parlamentare.

4) Le altre attività del Consiglio. La dimensione internazionale. 
Il Consiglio ha anche realizzato numerose attività di natura propositiva per migliorare la funzionalità di tutto il circuito dell’autogoverno ed in genere la risposta giudiziaria.
Di assoluto rilievo è la risoluzione di indirizzo adottata con delibera del 18 marzo 2009, con cui è stata data soluzione ad alcune problematiche comuni relative al funzionamento dei Consigli Giudiziari, così come regolati dalle nuove disposizioni del D.Lgs. n. 25 del 27 gennaio 2006, peraltro istitutivo del Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione. Si tratta di un intervento quadro per tentare di armonizzare gli interventi dei diversi Consigli Giudiziari nelle numerose competenze istruttorie loro attribuite dalla riforma ordinamentale.
Alla stregua della intervenuta riformulazione, infatti, il Consiglio ritiene che i Consigli Giudiziari siano oggi in grado di fornire, nell’ambito della compartecipazione nell’esercizio della amministrazione della giurisdizione, un sempre più analitico e conferente contributo di conoscenza sulle diverse realtà giudiziarie locali.
Conseguentemente, al fine di verificare quale sia l’attuale posizione degli organi collegiali decentrati nel sistema di governo autonomo, sono stati analizzati gli specifici compiti che l’ordinamento assegna ai Consigli Giudiziari (ed al Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione), osservando come tali ultimi svolgano un ruolo consultivo rispetto alle competenze deliberative riservate al C.S.M., in particolare rendendo pareri sulle tabelle organizzative degli uffici, sulla valutazione di professionalità dei magistrati e sulle materie attinenti alle diverse competenze attribuite ai medesimi organi collegiali. I Consigli Giudiziari, inoltre, sono titolari del potere di vigilanza sull’andamento degli uffici giudiziari del distretto, segnalando direttamente al Ministero della Giustizia il rilevamento di eventuali disfunzioni.
Anche alla stregua della recente riforma ordinamentale, quindi, il C.S.M. svolge la propria azione di amministrazione dei magistrati in collegamento funzionale con i Consigli Giudiziari (e con il Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione), in quanto organi che cooperano, con diversità di ruoli, nell’esercizio della funzione valutativa della professionalità dei magistrati e nelle diverse attività di amministrazione della giurisdizione. I Consigli Giudiziari, in particolare, realizzano una forma di compartecipazione nell’esercizio della funzione valutativa rimessa al C.S.M. e la relazione che intercorre tra Consigli Giudiziari ed Organo di autogoverno rientra nello schema giuridico della funzione ausiliaria, non essendo configurabile un rapporto di sovraordinazione gerarchica, ma solo funzionale.

Tra le pratiche trattate merita di essere segnalata quella che ha condotto alla delibera dell’8 luglio 2009, con cui è stato propugnato un intervento del C.S.M. per l’adozione di adeguate iniziative finalizzate a migliorare la risposta di giustizia nell’ambito della violenza familiare. Ciò ha determinato la raccolta di un importante studio effettuato dall’Associazione “Donne in Rete contro la violenza ONLUS” il quale, attraverso i dati e le esperienze acquisite dalla Rete di avvocati presenti in diverse realtà che operano nel settore della violenza domestica, ha evidenziato una serie di problematiche, dettagliatamente rappresentate in delibera, attinenti all’organizzazione del lavoro giudiziario, che rischiano di vanificarne l’intervento sia sotto il profilo dell’accertamento dei fatti che della protezione della vittima della violenza. In relazione a ciò si è svolto in data 20 marzo 2009 l’importante “Incontro sulla violenza domestica”, cui hanno preso parte i Procuratori della Repubblica e i Presidenti dei Tribunali – o magistrati delegati, che specificamente si occupano della materia della violenza familiare - degli uffici oggetto della ricerca, i quali hanno formulato osservazioni sulle criticità evidenziate dall’indicato studio, al contempo producendo dati statistici di accompagnamento, con indicazione dei moduli organizzativi adottati per affrontare la trattazione degli affari giudiziari relativi alla violenza familiare.
Nella delibera di indirizzo il Consiglio ha invitato i Presidenti dei Tribunali e i Procuratori della Repubblica, attraverso l’adozione di moduli di formazione, di sensibilizzazione e quindi di organizzazione, ad investire risorse per attrezzare una risposta giudiziaria specializzata in un settore, quello appunto dei reati connessi a tutte le forme di violenza intrafamiliare, che non può tollerare interventi improvvisati, occasionali e non strutturati proprio per la delicatezza dei temi trattati e per la particolare debolezza delle vittime. Si tratta di una importante decisione di indirizzo da parte del vertice organizzativo della magistratura.
Con riguardo al settore internazionale va segnalato che nel periodo in esame la Sesta Commissione, con l’ausilio dell’Ufficio per le relazioni internazionali, struttura amministrativa che assolve il compito specifico di supportare tutte le attività di natura internazionale del Consiglio, ha fatto fronte ai crescenti impegni assunti dal C.S.M. in ambito europeo.  Va sottolineato con orgoglio che il sistema di autogoverno della magistratura italiano viene studiato come un modello virtuoso –sotto il profilo delle garanzie offerte ai riconosciuti valori dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura- soprattutto dai Paesi dell’Est europeo che stanno intervenendo sulla loro architettura ordinamentale per completare i processi di modernizzazione delle istituzioni in corso. Per questo il C.S.M. italiano partecipa stabilmente alla Conferenza Internazionale degli organi giudiziari di autogoverno dell’area balcanica (svoltasi in Montenegro dal 28 al 30 settembre 2009), stipula accordi bilaterali con organismi similari –come quello realizzato con la Turchia nell’ambito di una visita tenutasi ad Ankara dal 18 al 21 maggio 2009- svolge un ruolo attivo sia nella rete dei Consigli di Giustizia europei che in quella della formazione internazionale promuovendo stages formativi bilaterali fra magistrati di diversi Paesi. Si tratta di importanti riconoscimenti di natura internazionale che non trovano nessun riscontro nel dibattito culturale e politico italiano dove prevale il giudizio critico, mi si consenta, un po’ provinciale.
  
Certamente si può e si deve fare di più. L’assemblea plenaria ha recentemente approvato  (in data 20/01/2010) un codice deontologico per i componenti del Consiglio nel quale, fra le altre regole di comportamento, si ricorda l’autonomia decisionale rispetto alla rappresentatività maturata sulla base del consenso elettorale consolidato attraverso il dibattito culturale organizzato nell’ambito del confronto fra le correnti della magistratura. In tal senso occorre effettivamente creare una maggiore trasversalità contenutistica, di modelli valutativi, di giudizi che prescindano dall’appartenenza fondata sull’idealità giudiziaria. E’ in gioco la credibilità di una istituzione che deve sapere applicare sempre le regole che essa stessa si è data.
La fiducia dei cittadini verso l’operato della magistratura –che sembra fortunatamente in crescita secondo i recenti dati dell’Eurispes e ciò malgrado le oggettive disfunzioni del sistema e la troppo frequente campagna di delegittimazione- deve fondarsi su una risposta di giustizia fondata su una professionalità affinata ed alta, riflessiva, terza, che comporti anche autocritica e continenza nel comportamento. Dobbiamo contribuire a rifondare un’etica del rispetto istituzionale che si basi sulla ricerca di obiettivi generali comuni da perseguire nella divisione dei compiti assegnati ai diversi poteri del patto democratico dalla Costituzione. Senza rancore e con rispetto. 
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