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 ... beauty... di Loredana Morandi
 
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L’ingiustizia in un luogo qualunque è una minaccia per la giustizia ovunque.

Martin Luther King
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 07/02/2011 @ 14:36:27, in Osservatorio Famiglia, linkato 1829 volte)
Per esperienza personale posso dire che, se da un lato ci sono stati alcuni importanti miglioramenti, dall'altro i "maschi di genere" hanno iniziato ad associarsi.

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Prova ne siano gli ormai circa 300 gruppi su facebook gestiti da una società commerciale di Firenze, in nome e per conto di 12 associazioni consociate che proclamano la P.A.S. e l'opera del pedofilo americano Richard Gardner. L.M.

07/02/2011 - LEGGE ANTI-MOLESTIE


Come funziona l'antistalking?


A CURA DI FLAVIA AMABILE - ROMA

A Bologna ieri l’ennesima tragedia familiare: a due anni dal via libera alla legge antistalking cosa è cambiato?
Innanzitutto le pene, molto più severe per chi molesta e minaccia ripetutamente una persona. Oltre ai violentatori si è allargata la sfera d’azione del provvedimento anche ai maniaci, coloro che molestano e minacciano ripetutamente gli altri anche senza fare violenza fisica, ma scatenando nella vittima un senso di ansia e paura.

La pena che varia da sei mesi a quattro anni ma se il molestatore è l’ex partner o marito la pena aumenta.

Chi è oggetto di stalking può querelare il molestatore entro sei mesi dall’accaduto.


Inoltre, prima della querela, può richiedere al questore di «ammonire» il molestatore.

E dal punto di vista dei risultati?
Non è facile valutare il fenomeno dello stalking perché la stragrande maggioranza dei casi ancora oggi rimangono sommersi. I dati degli ultimi due anni però confermano che la nuova legge sta incoraggiando le vittime a non lasciar passare le violenze sotto silenzio. Soprattutto nei centri antiviolenza o presso gli sportelli di aiuti costituiti proprio dopo il via libera alle norme anti-stalking.

Di quanto sono aumentate le denunce?
Fra pochi giorni verranno resi noti i dati sul secondo anno di attività. Le cifre dello scorso febbraio diffuse dal Ministero della Giustizia parlavano di 5200 denunce e di 1000 arresti compiuti per stalking dall’introduzione della legge. Notevoli anche le cifre dei centri specializzati. Telefono Rosa ha annunciato lo scorso ottobre che in dieci mesi si erano rivolte 1534 donne soltanto a Roma e provincia per denunciare violenze di varia natura, di queste 100 erano per stalking. I sette sportelli anti-stalking del Codici (Centro per i Diritti del Cittadino) presenti in tutt’Italia, invece, in due anni di attività hanno ricevuto una media di 28 telefonate al mese.

Chi sono le vittime?
Soprattutto donne. Negli ultimi due anni a telefonare al Codici, per raccontare minacce e molestie ricevute, in quasi tre casi su dieci erano uomini che denunciavano problemi con ignoti o con ex-amanti. Il 72% delle vittime invece sono donne. Più o meno identiche le cifre fornite dal ministero della Giustizia un anno fa: le donne rappresentano l’80% delle vittime, e il 66% ha un’età compresa tra i 16 e i 70 anni.

E chi sono i molestatori?
Otto su dieci sono uomini, due su dieci sono donne. In un caso su due si tratta del partner (55%), nel 25% dei casi si tratta di condomini, nel 15% di colleghi di lavoro, nel 5% di parenti.

Quanti stalker diventano fisicamente pericolosi?
L’Adoc, associazione dei consumatori, ha aperto nel febbraio 2009 il primo sportello antistalking a Perugia e ha realizzato un’analisi del fenomeno in cui sostiene che il 10% degli omicidi avvenuti in Italia dal 2002 al 2008 sono stati preceduti da atti di persecuzione molesta.

Le vittime denunciano anche danni psicologici?
Sempre secondo l’Adoc nel 70% dei casi lo stalking ha prodotto nelle vittime gravi danni come l’ansia, la perdita del sonno ma anche il tentativo di suicidio. Quasi la totalità delle vittime (il 94% dei casi) denuncia di aver dovuto stravolgere il modo di vivere, il 70% un calo delle attività sociali, il 53% di aver dovuto cambiare o addirittura rinunciare del tutto al lavoro, il 39% di essere stata costretta a trasferire la residenza.

Che cosa deve fare chi subisce una molestia?
Il primo passo è rivolgersi direttamente al questore che invia un ammonimento a chi perseguita. Se però la violenza è già stata subita, ci sono altri tipi di sostegni per le vittime. A livello nazionale è attivo il numero 1522 Antiviolenza Donna dedicato al supporto, alla protezione e all’assistenza delle persone che hanno subito maltrattamenti e violenze. Il servizio è gestito esclusivamente da donne, funziona 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Ed è anche multilingue, risponde in italiano, inglese, francese, spagnolo, russo; è gratuito e anonimo per chi chiama dall’Italia.

Episodi come quello di ieri a Bologna dimostrano che la legge da sola non basta.
Il ministero per le Pari Opportunità ha firmato a gennaio due convenzioni per aumentare le sinergie tra forze di Polizia e servizi di assistenza alle vittime. Costerà 20 milioni e, secondo il ministro Mara Carfagna, «in questo modo istituzioni, associazioni e tutti i soggetti coinvolti lavoreranno ad un’azione congiunta per prevenire e contrastare la violenza sulle donne».
Il piano servirà anche a mettere in rete tutti i centri antiviolenza e a potenziarli laddove ce ne fosse bisogno.

Sarà anche istituita una Banca Dati per analizzare le violenze sessuali e di genere presso la Direzione Centrale di Polizia Criminale.

http://www3.lastampa.it/domande-risposte/articolo/lstp/387841/

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Di Loredana Morandi (del 07/02/2011 @ 09:22:17, in Politica, linkato 1487 volte)
Ghedini: il ricorso alla Consulta seguirà la pronuncia del gip sul giudizio immediato

E la Camera si prepara a votare
il conflitto di attribuzione con i pm

Pronta la mossa dei legali del premier. L'Aula deciderà a scrutinio segreto

ROMA - Il primo atto parlamentare in materia di giustizia, dopo il voto dell'Aula di Montecitorio giovedì scorso sul Rubygate, riguarderà ancora l'inchiesta della Procura di Milano che vede indagato il premier. Non il processo breve (che in ogni caso non verrebbe riproposto con la norma transitoria che avrebbe mandato al macero migliaia di processi). Né la legge sulle intercettazioni. «La road map dei provvedimenti su cui si concentrerà il governo non è ancora stata messa a punto», spiegano al ministero di via Arenula. Mentre mercoledì prossimo il Consiglio dei ministri si concentrerà sul pacchetto-economia.
Ecco invece la novità: la Camera potrebbe sollevare, su richiesta dei legali del premier, il conflitto d'attribuzioni contro la Procura davanti alla Corte Costituzionale. Con una Relazione messa a punto prima dalla Giunta per le autorizzazioni e poi dall'Aula, che in un caso del genere vota a maggioranza assoluta (cioè con almeno 316 voti a favore) ma, a differenza della settimana scorsa, a scrutinio segreto.

Ufficiosamente e chiarendo che parla dal punto di vista procedurale, Niccolò Ghedini sostiene che per imboccare questa strada «bisognerà attendere fino a quando il gip del capoluogo lombardo si sarà pronunciato sulla richiesta della Procura di sottoporre a giudizio immediato Berlusconi». La Procura ha fatto slittare questa sua iniziativa, già annunciata per venerdì scorso in forza di una «prova evidente» del reato, ai primi giorni di questa settimana poiché deve sciogliere i residui dubbi giuridici sulla possibilità di perseguire il giudizio immediato solo per la concussione o anche per la prostituzione minorile di Ruby. Ma soprattutto Ilda Boccassini e i suoi colleghi devono valutare come comportarsi dopo il verdetto della Camera. Dal momento che la valutazione dell'organo parlamentare non è sindacabile da parte della autorità giudiziaria né sotto il profilo formale, né sotto il profilo sostanziale, per esplicita previsione dell'articolo 9, comma 3, della legge costituzionale numero 1 del 1989.

Potrebbe essere anche la Procura a sollevare conflitto di attribuzioni nei confronti della Camera, non appena le verrà notificata la decisione di Montecitorio.
Ma se la Procura dovesse continuare a tenere presso di sé il processo, senza passare la mano al Tribunale dei ministri, compiendo altre indagini e magari chiedendo il giudizio immediato al gip (che ha cinque giorni per decidere), così come è stato ribadito dai pm subito dopo il voto della Camera, allora, la maggioranza è pronta a prendere l'iniziativa del conflitto, per via parlamentare, su richiesta dei legali del premier. «Ciò potrebbe avvenire nel giro di un paio di settimane - afferma il vice capogruppo Pdl al Senato Gaetano Quagliariello - seguendo passo passo il precedente che ha riguardato il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli».

M. Antonietta Calabrò
Corriere della Sera - 07 febbraio 2011
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Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
Corte di Appello di Reggio Calabria
Intervento del dott. Francesco Vigorito
Consiglio Superiore della Magistratura



Rivolgo a Lei, signor Presidente, al signor Procuratore Generale, ai magistrati della Corte e della Procura Generale, ai signori Avvocati, alle Autorità, ai Colleghi e a tutti i presenti il saluto del C.S.M. che ho l’onore di rappresentare.

La cerimonia di apertura dell’anno giudiziario  è  un momento di pubblico dibattito sulla situazione della amministrazione della Giustizia, un momento di  confronto fra magistrati, avvocati ed esponenti delle istituzioni sui complessi temi della Giustizia. E' un momento di confronto al quale il  C.S.M. vuole offrire il proprio contributo di riflessione in un momento così importante per la vita degli uffici giudiziari.

L’anno giudiziario appena concluso è stato caratterizzato, ancora una volta, dallo sforzo di rendere il sistema giudiziario italiano più efficiente e capace di dare una risposta di giustizia in tempi ragionevoli.

Qualche risultato positivo è stato conseguito in termini di riduzione delle pendenze, il Ministro della Giustizia, ieri, nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione ha parlato di una riduzione del 4% delle pendenze nel settore civile, anche se la eterogeneità dei dati rende difficile una valutazione oggettiva sul punto;  il tema della durata dei nostri processi resta, tuttavia, centrale perché la lentezza della giustizia lede i diritti di tutti i cittadini e incide sull’economia del nostro Paese.

E’ un tema che non investe, quindi, solo la magistratura, l’avvocatura, il personale giudiziario (gli “addetti ai lavori” insomma) ma che riguarda l’intera collettività nazionale. Incide sul modo di essere della società, sui rapporti tra le istituzioni, sulla effettività di regole e principi condivisi, sulla efficienza del sistema economico.

Il miglioramento del servizio giustizia richiede  che si rispettino i tempi di durata dei procedimenti prefissati dalla legge e, in linea generale, il principio costituzionale ed internazionale di durata ragionevole del processo.

Ridare efficienza e credibilità al servizio giustizia è l’auspicio che viene dalla stessa magistratura.

Le stesse attribuzioni del Consiglio Superiore della Magistratura per un esercizio autonomo ed indipendente della giurisdizione possono risultare vane se non portano ad una tempestiva risposta alla domanda di giustizia.

La responsabilità del buon funzionamento della giustizia, nel nostro assetto costituzionale, è affidata, in primo luogo, al binomio CSM - Ministro della Giustizia.

Per questo vi deve essere una reale assunzione di responsabilità, di fronte al Paese, da parte del Consiglio ma, è una assunzione di responsabilità che si chiede anche al Ministro della giustizia, nostro interlocutore diretto, e suo tramite al Governo e al Parlamento.

La richiesta di ulteriori incrementi di produttività degli uffici giudiziari e dei magistrati italiani appare sempre più ingiustificata in considerazione dei dati nazionali sulla “produttività” dei magistrati e della comparazione con i dati degli altri Paesi  che attestano il buon rendimento dei singoli magistrati italiani.

La capacità di mantenere inalterato o ridurre l’arretrato in presenza di un numero di processi sopravvenuti che, percentualmente, non ha pari in Europa è un risultato ottenuto soprattutto grazie al lavoro dei magistrati mentre gli interventi operati sul piano normativo sono risultati, al di là delle enunciazioni, inefficaci (forse solo l'aumento del costo del processo ha prodotto qualche effetto ma si tratta di un effetto che rischia di incidere in maniera indiscriminata sui cittadini che rivendicano i propri diritti) né sotto il profilo organizzativo e delle risorse (che sono state ridotte).

Il Consiglio Superiore della Magistrara ha provato ad intervenire sulla qualità e della quantità del lavoro giudiziario  non solo in sede disciplinare ma anche in sede di valutazione dell’organizzazione e del lavoro del giudice.

In sede disciplinare le pronunce della sezione hanno puntato a delimitare  la responsabilità disciplinare a coloro che pongono in essere attività illecite o tengono comportamenti ambigui, oscuri, deontologicamente riprovevoli o a coloro che non forniscono, per propria colpa, una risposta di giustizia in termini ragionevoli, senza preoccuparsi dei gravi effetti provocati  mentre si è  esclusa per i magistrati che si sono trovati per motivi contingenti – molto spesso legati a problemi organizzativi o a carenze di organico - in una situazione di temporanea difficoltà che non è indice di scarsa laboriosità ma di materiale impossibilità a far fronte ai carichi di lavoro e non può né deve avere rilevanza disciplinare.

Rispetto agli standard di rendimento il Consiglio Superiore della Magistratura ha affrontato il tema della quantità e qualità del lavoro giudiziario grazie all’opera di una commissione che ha individuato standard di rendimento attendibili per una parte significativa degli uffici giudiziari. Nella prospettiva del Consiglio questi standard, una volta definiti (con un sistema che ne consente l’aggiornamento costante) costituiranno, insieme all’apprezzamento qualitativo dei provvedimenti, il parametro di valutazione del lavoro giudiziario dei magistrati ai fini delle progressioni in carriera e della attribuzione degli incarichi direttivi e saranno uno strumento per la predisposizione e valutazione dei progetti organizzativi e delle reali esigenze di organico degli uffici.

Ma il superamento della crisi non dipende unicamente dal lavoro dei magistrati e nemmeno dall’operato dell’autogoverno. Occorre, infatti, affrontare alcuni snodi fondamentali uscendo dalla logica degli interventi urgenti ed emergenziali per ricercare soluzioni strutturali, organiche e definitive in un’ottica di razionalizzazione del sistema.

Un primo problema è quello della geografia giudiziaria italiana.

E’ noto a tutti gli operatori della giustizia che la distribuzione degli uffici giudiziari sul territorio italiano è storicamente superata non solo perché risalente all’impostazione dello stato sabaudo, ma essenzialmente perché, sul piano metodologico, la rideterminazione delle circoscrizioni giudiziarie va realizzata secondo modelli e criteri nuovi e più aderenti alle realtà delle diverse zone del Paese.

La mera revisione delle piante organiche dei singoli uffici, nella componente magistratuale e del personale delle cancellerie, è largamente insufficiente per la sua episodicità. La distribuzione delle risorse umane non può essere condizionata da una pregiudiziale ed aprioristica affermazione di accettabilità o, addirittura, di sovradimensionamento delle odierne piante organiche, bensì deve costituire il risultato dell’applicazione di moderne tecniche di scienza dell’organizzazione e dell’amministrazione in un’ottica di sapiente sinergia con l’informatizzazione dei servizi giudiziari.

Il Consiglio, quindi, ripropone con forza la richiesta di affrontare con determinazione il tema della revisione delle circoscrizioni giudiziarie, la cui ponderata soluzione può offrire un contributo rilevante sulla funzionalità complessiva del sistema giustizia.

Un secondo tema è quello dell’effettivo completamento del processo di informatizzazione del sistema giudiziario. E’ un terreno, nel quale, al di là delle enunciazioni, la strada da percorrere è ancora molto lunga.

Se, per un verso, è ormai acquisita l’idea che la riorganizzazione e l’informatizzazione costituiscono uno straordinario strumento di crescita dell’intero sistema, lo hanno ribadito molti degli intervenuti nel corso della cerimonia di apertura dell'anno giudiziario in Cassazione, per altro verso è necessario che si operi una accelerazione reale di questi progetti anche attraverso una equilibrata e corretta collaborazione istituzionale. 

In generale non corrisponde al vero che i ritardi del servizio giustizia e/o della sua informatizzazione siano addebitabili alla magistratura.

Al contrario l’impegno personale di molti magistrati  ha consentito in alcune realtà di sviluppare l’informatica contribuendo alla sperimentazione ed alla attivazione dei progetti ministeriali ma realizzando anche forme di autoprogettazione a livello locale. L’obiettivo da perseguire è lo sviluppo dei sistemi informatici su tutto il territorio nazionale senza che questo obiettivo, che richiede un salto di qualità da parte del Ministero e risorse adeguate, impedisca lo sviluppo di progetti locali o l’emersione di nuove forme di organizzazione ed innovazione che coinvolgono sempre più ampi settori della magistratura e degli uffici giudiziari.

In questi giorni si è appreso, in un intervento sul quotidiano “Il sole 24 ore” che il 72% degli uffici del contenzioso civile e la totalità degli uffici delle esecuzioni immobiliari e mobiliari sono in grado di attivare servizi telematici; se questo dato si riferisce a qualcosa di più che la semplice tenuta dei registri non corrisponde a quello che si riscontra negli uffici ed in particolare negli uffici del meridione d’Italia.

Sotto profilo dei modi della organizzazione uno stimolo importante viene anche da forme nuove di aggregazione e di confronto degli operatori della Giustizia, come gli Osservatori sulla Giustizia civile (che qui a Reggio Calabria costituiscono una realtà da oltre un decennio ed un modello per il resto d’Italia) che dimostrano come la collaborazione tra magistrati, avvocati, personale di cancelleria può essere una “formula virtuosa”.

In questo quadro il ruolo che il Consiglio rivendica con forza e chiarezza, in questo inizio di anno giudiziario, è la funzione di interprete dei bisogni e delle esigenze della magistratura – sui temi di organizzazione e di innovazione –sottolineando i risultati di grande importanza raggiunti in molti uffici anche grazie alla intelligenza di molti magistrati ed operatori amministrativi oltre al contributo dell’avvocatura e delle amministrazioni locali.

Vanno però poste in risalto alcune criticità evidenti: il necessitato ruolo di volontarismo che ha retto l’iniziativa operosa in molti uffici (ed il rischio che coloro che sono impegnati in prima linea in questo settore trovino difficoltà a far fronte contemporaneamente al lavoro giudiziario ordinario) e la penuria di risorse finanziarie, di cui evidente testimonianza è il rischio di paralisi dell’assistenza informatica, per ora sventato, per il 2011.

 E' necessaria in questo campo una costante interlocuzione del Consiglio con il Ministro della Giustizia per una specifica valutazione di quanto è stato fatto, di quanto è in programma e delle risorse, finanziarie ed umane, con le quali si intende affrontare il grande tema in oggetto.

Strettamente legato al tema della efficienza è quello della organizzazione degli uffici giudiziari e della nomina dei dirigenti.

Questa questione è sempre stata una delle più dibattute tra i magistrati e nell'opinione pubblica. Essa costituisce un momento importante della credibilità del Consiglio Superiore.

La scelta del Consiglio è stata quella di puntare sul merito e la professionalità abbandonando il criterio, ormai obsoleto, della anzianità senza demerito ma numerose decisioni del Consiglio Superiore in materia sono state impugnate dai magistrati interessati soccombenti nella procedura concorsuale di nomina.

La ricorribilità dei provvedimenti del CSM davanti al Giudice Amministrativo costituisce garanzia indefettibile nei confronti di ciascun magistrato e della sua indipendenza e il Consiglio Superiore ha il dovere di rispettarne la decisione, sempre che l'intervento del giudice amministrativo non esorbiti dai limiti del doveroso controllo di legittimità configurando improprie sostituzioni nelle scelte di merito.

Occorre, in particolare, evitare che vi sia un superamento  dei limiti propri della funzione giurisdizionale e un'invasione del campo della scelta nel merito riservata al CSM in forza di una specifica norma costituzionale, l'art. 105, in tema di provvedimenti riguardanti i magistrati e tra essi la nomina dei Dirigenti. Proprio la natura costituzionale della norma che attribuisce al CSM il potere di nomina dei dirigenti configura in modo peculiare la delicata questione dei limiti della giurisdizione amministrativa rispetto al modo con cui si pone in generale rispetto ad atti e provvedimenti di altri organi della pubblica amministrazione, risolvendosi l'eventuale indebita invasione nella scelta di merito in un pregiudizio alla posizione di rilievo costituzionale del CSM.

Al di là di questa specifica questione il Consiglio si ritiene impegnato in tutti i suoi componenti a migliorare tutti gli aspetti del procedimento che porta alla nomina di un Dirigente giudiziario, a partire dalla ridefinizione in termini più chiari e certi degli elementi da prendere in considerazione secondo i parametri e gli indicatori fissati dalla legge per la valutazione della professionalità sino alla definizione di adeguate modalità di redazione dei provvedimenti consiliari che diano conto in modo esauriente delle ragioni della specifica decisione.

Dopo il gran numero di nomine di nuovi dirigenti e di magistrati ai quali è stato attribuito un incarico semi-direttivo, operato dal precedente Consiglio, a seguito dell’entrata in vigore della riforma che ha reso effettivo il principio della temporaneità degli uffici direttivi, il nuovo C.S.M. è chiamato ad una attenta valutazione dell’attività dei dirigenti nominati e ad un oculato utilizzo del potere di conferma. E’ un banco di prova al quale questo Consiglio non vuole e non può sottrarsi. Solo i dirigenti che hanno mostrato in pratica le loro capacità potranno essere confermati.

E' però necessario l'apporto degli organi periferici del governo autonomo, Consigli giudiziari e Dirigenti degli uffici poiché le decisioni del Consiglio   si fondano sui pareri dei Consigli giudiziari e sui rapporti dei Dirigenti. E' dunque l'intero circuito del governo autonomo che è chiamato in causa.  Dai Dirigenti e dai Consigli Giudiziari si pretendono rapporti e pareri che riferiscano fatti verificati a sostegno delle valutazioni esposte e non affermazioni più o meno aggettivate sulle qualità.

I componenti del Consiglio, in primo luogo gli eletti dai magistrati, assumono, d'altro canto, l'impegno di rifiutare come criterio non detto delle decisioni in materia quello dell'appartenenza ad uno piuttosto che ad un altro dei gruppi associativi e altresì quello di rifiutare qualsiasi sollecitazione proveniente dall'esterno del Consiglio, nella consapevolezza che su questo punto si gioca la credibilità dell'istituzione agli occhi dei cittadini e dei magistrati.

In questi primi mesi, per riferirsi al lavoro del nuovo consiglio, abbiamo cercato di operare in questo modo, effettuando scelte a favore  di quei magistrati che per le loro qualità ed il loro percorso professionale  erano più idonei a ricoprire gli incarichi oggetto di valutazione. Le decisioni adottate, per i giovani magistrati nominati in Cassazione, per gli incarichi direttivi e semidirettivi, possono essere discussi nel merito ma non hanno risposto ad alcuna logica di appartenenza.

Ma compito del Consiglio è anche quello di dare, nei limiti delle possibilità offerte dalle enormi carenze di organico (con gli ultimi pensionamenti si arriverà a circa il 13% di scoperture), una risposta agli uffici giudiziari che, come quelli di Reggio Calabria, vivono la realtà della criminalità organizzata, delle minacce, finanche degli attentati.

La Settima Commissione del Consiglio è venuta in visita presso gli Uffici di Reggio Calabria il 22 gennaio 2010, immediatamente dopo i fatti di cronaca che hanno riportato gli Uffici di Procura e Procura Generale di Reggio all’attenzione nazionale per la gravità delle intimidazioni, nei confronti della Procura Generale di Reggio Calabria e del Procuratore dott. Di Landro ed ha poi effettuato le audizioni dello stesso Procuratore Generale, del Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, del Procuratore della Repubblica di Catanzaro, del Presidente della Corte d’Appello Dott. Gueli.  Il Consiglio già all’inizio del 2010 aveva sollecitato l’aumento di organico presso gli Uffici Giudiziari del Distretto poi operato dal Ministro della Giustizia. La richiesta di aumento di organico presentata dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria, trasmessa dal Consiglio al Ministero, non ha, invece, avuto seguito.

Nel corso delle audizioni è emerso come il profilo delle scelte organizzative ed operative di molti uffici del Distretto è stato centrale e che queste scelte hanno consentito un vero e proprio salto di qualità nella efficienza del sistema giudiziario reggino. Resta il problema della necessità di effettuare interventi organizzativi in tutti gli uffici, di una significativa scopertura degli organici ma soprattutto della inadeguatezza delle piante organiche di uffici che, in alcuni settori (si pensi alle misure di prevenzione patrimoniale o all’alto numero di processi  del tribunale in composizione collegiale) hanno sopravvenienze tra le più alte in Italia. 

In questa situazione il Consiglio ha deliberato di procedere con criteri di priorità all’esame ed alla trattazione di tutte le pratiche consiliari relative ai due distretti della Calabria, si è impegnato ad una revisione dell’attuale normativa secondaria sulla magistratura onoraria, in modo da consentirne una utilizzazione più razionale.

Il principale strumento a disposizione del  Consiglio è stato quello delle applicazioni extradistrettuali ripetutamente disposte per gli uffici del Distretto (le ultime sono state deliberate nei giorni scorsi).  Per consentire una più ampia utilizzazione di questo istituto si è proceduto recentemente all’abrogazione della disposizione di circolare che prevedeva una percentuale di scopertura minima per gli uffici requirenti ed un differenziale di scopertura tra l’ufficio richiedente e l’ufficio da cui proveniva il magistrato che aveva offerto la propria disponibilità. E’, poi, in corso di elaborazione la revisione completa della disciplina tabellare per le procedure di applicazione extradistrettuale d’ufficio.

Più in generale,  il Consiglio sta  verificando la possibilità di modificare i punteggi attribuiti per le applicazioni extradistrettuali.

In sede di pubblicazione dei posti vacanti si è cercato di contemperare le esigenze di copertura degli uffici disagiati con l’esigenza di consentire il rientro nelle sedi più ambite dei colleghi che lavorano fuori sede da molti anni e di evitare che si creino gravi scoperture nelle sedi meno ambite con il conseguente rischio di dover attivare la procedura per i trasferimenti d’ufficio.

Nella seduta del plenum di mercoledì 26 gennaio il Consiglio ha approvato la relazione sulla situazione degli Uffici Giudiziari di Reggio Calabria.

Questi sono gli interventi, probabilmente inadeguati, che la normativa consente al C.S.M.; forse dal confronto odierno emergeranno nuove proposte, altre richieste, verranno indicate nostre carenze, possibili scelte alternative  ma a quello che farà il Consiglio, a quello che credo dovrà fare il Ministero è opportuno che si accompagnino, sul versante della direzione di tutti gli uffici e non solo di alcuni, atti che si muovano sulla strada della efficienza, atti che il Consiglio ha indicato come  scelte virtuose: decisioni chiare e condivise sulla organizzazione degli uffici, una seria programmazione del lavoro, una attenzione reale ai profili della ripartizione dei carichi di lavoro e delle risorse, l’adozione di criteri di assegnazione automatica degli affari.

Infine credo sia opportuno ribadire ancora una volta, anche in questa sede, che il Consiglio Superiore ha anche il compito di tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, di affermare questo principio sacrosanto, sancito dalla carta costituzionale; ha il compito di difendere l’istituzione giudiziaria, il suo ruolo, la sua credibilità di fronte non al diritto di critica delle decisioni giudiziarie che può e deve essere esercitato ma a reazioni intimidatorie, alla denigrazione del singolo magistrato e della istituzione. E’ un compito indicato dalla Costituzione, che si articola nella possibilità di “interventi a tutela dell’indipendenza e del prestigio dei magistrati e della funzione giudiziaria”, previsti dall’art. 21 bis del regolamento del Consiglio, le c.d. “pratiche a tutela” è un compito che risponde ad una esigenza che non è solo dei singoli magistrati né della magistratura ma dell’intera collettività, è un compito indispensabile di fronte agli attacchi, alle forme più varie di delegittimazione alle quali abbiamo assistito anche in questi giorni; è un compito che anche recentemente questo Consiglio ha rivendicato e al quale non abbiamo alcuna intenzione di rinunciare.

Il senso dell’autogoverno della magistratura è sì quello di amministrare la giurisdizione  ma è anche quella di tutelare il prestigio e la credibilità della istituzione giudiziaria, di assicurare la fiducia dei cittadini nella sua imparzialità, perché questi valori sono una garanzia assoluta ed indispensabile della vita democratica. Per l'affermazione di questi valori è impegnato non solo il Consiglio Superiore ma l'intera magistratura italiana. 
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Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
Intervento del dott. Pier Luigi Di Bari
Presidente Giunta ANM Emilia Romagna



RINGRAZIO il Presidente della Corte e SALUTO le Autorità e tutti i convenuti.

 “SONO CONTRO LA GIUSTIZIA gli insulti, le offese, le campagne di denigrazione di singoli giudici, le minacce di punizione, gli annunci di “riforme” dichiaratamente concepite come strumenti di ritorsione verso una magistratura ritenuta colpevole solo perché si ostina ad adempiere al proprio dovere di accertare la commissione dei reati e di applicare la legge imparzialmente e in maniera uguale nei confronti di tutti i cittadini.

SONO CONTRO LA GIUSTIZIA le strumentalizzazioni delle inchieste e delle decisioni giudiziarie e l’assurda interpretazione come complotto politico della semplice applicazione delle regole, dell’attuazione del principio di obbligatorietà dell’azione penale e del fisiologico funzionamento degli istituti di garanzia propri dei moderni Stati costituzionali di diritto.

SONO CONTRO LA GIUSTIZIA gli attacchi alla Costituzione e ai principi di autonomia e indipendenza della magistratura.

SONO CONTRO LA GIUSTIZIA le iniziative legislative dirette esclusivamente a risolvere singole vicende giudiziarie e che hanno snaturato il processo penale.

SONO CONTRO LA GIUSTIZIA i continui tagli alle risorse, la riduzione degli organici del personale amministrativo, la mancanza di investimenti e di progetti per la modernizzazione del sistema giudiziario, la mortificazione della dignità professionale dei magistrati.

SONO CONTRO LA GIUSTIZIA l’inerzia e  l’assenza di iniziativa dei responsabili politici di fronte alle proposte concrete e costruttive avanzate dagli operatori del diritto per far fronte alla drammatica crisi di funzionamento della giustizia.

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è la sede più appropriata per ribadire con forza che i magistrati continueranno a svolgere il compito loro affidato, senza lasciarsi intimidire e avendo come unico riferimento i principi di LEGALITA’ e di EGUAGLIANZA  sanciti dalla COSTITUZIONE ITALIANA.” (comunicato dell’ANM che viene letto contestualmente in tutti i distretti italiani).

La dignità (professionale e personale) e l’indipendenza sono valori irrinunciabili per i magistrati:

indipendente è “un giudice" (penale nel caso) "capace (…) di assolvere un cittadino in mancanza di prove della sua colpevolezza, anche quando il sovrano o la pubblica opinione ne chiedono la condanna, e di condannarlo in presenza di prove anche quando i medesimi poteri ne vorrebbero l'assoluzione",

citazione non nostra, ma del Primo Presidente della Cassazione Ernesto Lupo a conclusione della sua relazione di ieri alla cerimonia nazionale di Roma per l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

L’ANM non si nasconde i problemi della durata dei processi e non si limita a chiedere più risorse (finanziarie, materiali, umane), che peraltro sono indispensabili se si vuole una giustizia più moderna ed efficace.

I bilanci Statali per la Giustizia nel triennio 2006/2008 sono cresciuti in Europa (+27%) e sono diminuiti in Italia (- 7%) (dove pure abbiamo le più grandi organizzazioni criminali e un contenzioso civile ai massimi livelli in Europa).

Le risorse che mancano e che continueremo a chiedere (esigendo che almeno ci vengano assegnate quelle che produciamo con l’epletamento del nostro servizio)

ce le siamo andate a cercare in questo distretto per il finanziamento di specifici progetti innovativi (in particolare per il progetto di digitalizzazione e demateriazzazione del processo penale che, sta mirabilmente portando avanti, d’intesa con le strutture tecniche Ministeriali, il Tribunale di Modena, ora in collegamento anche con questa Corte d’Appello, ovvero di informatizzazione del processo civile).

Cogliamo l’occasione per ringraziare gli sponsor pubblici (la Regione, altri enti locali), istituzionali (Consigli dell’Ordine Forensi) e privati (fondazioni bancarie e di altro tipo) per il loro supporto a questi progetti che sosteniamo e vogliamo aiutare a diffondere.

Allo stesso modo abbiamo attivato sul territorio tutti i rimedi possibili alla sempre più grave carenza di personale amministrativo, che viene tagliato verticalmente, non viene più assunto da troppi anni, invecchia e non viene sostituito (con il blocco del turn over confermato anche nell’ultimo intervento di manovra economica di cui alla l. n. 122.2010).

Come già ricordato nella relazione odierna del Presidente Lucentini, siamo ricorsi tra l’altro:

all’utilizzo dei lavoratori in mobilità come da convenzione con Enti provinciali (che ad esempio ha dato buoni frutti a Ferrara e ha contribuito a tamponare la situazione a Forlì-Cesena),

agli stages degli studenti e dei neolaureati universitari,

ad altre forme di comando di personale da altre Amministrazioni.

abbiamo formulato analisi e proposte nei convegni tenuti a Bologna (il 22 gennaio socrso) e a Parma (l’8 ottobre) nell’ambito delle iniziative per il “Patto per la Giustizia e per i cittadini” promesse congiuntamente dall’ANM con l’Organizzazione Unitaria dell’Avvocatura e con le organizzazioni sindacali del personale amministrativo.

L’ANM vuole comunicare la serietà e l’urgenza della situazione e chiede per l’immediato l’adozione di provvedimenti non dilazionabili di razionalizzazione delle risorse disponibili, come ad esempio la chiusura degli Uffici dei Giudici di Pace eccessivamente sottodimensionati (circa un terzo) e la destinazione del personale ad altri Uffici Giudiziari che ne hanno impellente necessità (in adesione alle proposte dell’Associazione dei dirigenti della Giustizia nel documento diffuso ieri per questa occasione).

Ferma la nostra attenzione per l’importante settore della magistratura onoraria rispetto al quale si naviga a vista nelle politiche di Governo e si continua, di proroga in proroga, in un precariato inaccettabile.

L’ANM fa dunque PROPOSTE CONCRETE, come potrete leggere nel documento distribuito oggi all’entrata unitamente al rapporto CEPEJ, che sfata molti falsi miti sui magistrati italiani, in comparazione ai colleghi europei (dalla produttività, che è ai primi posti sia nel settore civile che nel settore penale; alla retribuzione e ad altro).

Sulla SITUAZIONE LOCALE: ancora poche battute nel breve tempo rimasto non senza sottolineare l’impegno crescente (nonostante la diminuzione delle risorse) dei magistrati nel loro attestato dai dati ricordati sempre nella relazione del Presidente Lucentini ed esemplificati, quanto alla mole di lavoro svolto specificamente dalle Procure della Repubblica, dalle “graduatorie” sulle perfomances quantitative stilate dal Ministero della Giustizia nei mesi scorsi, che vedono diversi Uffici di Procura di questa Regione ai primi posti nazionali (si rimanda per il dettaglio alla tabella pubblicata su “Il sole 24 ore” del 18.10.2010).

Non abbiamo voluto far sentire, soprattutto agli ospiti che ci onorano della loro presenza, le solite lamentele.

Nell’avviarci a concludere è necessario però segnalare la situazione che al momento ci appare più critica:

quella del sovraffollamento carcerario , che raggiunge a Bologna (198%) e in Regione punte molto elevate (poco incise dal recente provvedimento annunciato come “svuotacarceri” di cui alla legge n. 199/2010) e che mette a rischio innanzitutto l’esercizio dei diritti umani dei detenuti (come di nuovo ci ha autorevolemente ricordato ieri il Presidente Lupo citando sentenze di condanne della CEDU per situazioni non episodiche), le condizioni di sicurezza (anche per il personale della polizia penitenziaria) e pone in gravi difficoltà i giudici, a cominciare dai colleghi della magistratura di sorveglianza, oltre che il Foro.

In attesa di ripensamenti normativi che incidano sulle CAUSE del sovraffollamento, tra le quali CITIAMO quelle costituite da un uso improprio del diritto penale e carcerario per ovviare (senza reali prospettive di risultato) ad inefficienze amministrative (come nel caso della mancata esecuzione dei provvedimenti amministrativi di espulsione dei cittadini non comunitari) o a problemi sociali (come la tossicodipendenza)

CHIEDIAMO:

al CSM e  al Ministero di fare quanto di loro rispettiva competenza per il completamento urgente dell’organico dei magistrati addetti e per la copertura delle gravi carenze di organico del personale amministrativo del Tribunale di sorveglianza;

agli Enti locali di offrire ogni collaborazione per l’assegnazione temporanea di personale amministrativo;

ai Parlamentari eletti in Regione un impegno straordinario di attenzione alla tematica.

CITIAMO:

come esempio di collaborazione istituzionale che può alleviare la crisi segnalata il recente Protocollo d’intesa tra la Regione Emilia Romagna e il Tribunale di Sorveglianza di Bologna in merito alle procedure di collaborazione nell’esecuzione penale nei confronti di tossicodipendenti e alcoldipendenti.

In CONCLUSIONE alla Giustizia non servono MANAGER ESTERNI (magari superpagati) per risolvere le criticità organizzative.

Basterebbe dimostrare la volontà di lasciarci fare (in condizioni accettabili) il nostro delicato lavoro e di non vivere più (paradossalmente) la magistratura come una minaccia per questo paese e meno che mai per questa Regione.

Bologna, 29.1.2011
Per La Giunta ANM – Emilia Romagna

il presidente Pier Luigi di Bari
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Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
Intervento del dott. Nino Di Matteo
Presidente ANM di Palermo

 
 
Prendo la parola nella mia veste di presidente della giunta distrettuale dell'associazione nazionale magistrati, e porgo il mio più cordiale saluto a tutti gli intervenuti.

I Magistrati del distretto di Palermo hanno chiara consapevolezza di esercitare una funzione rivolta al cittadino, per il quale alla sofferenza per un diritto negato o atteso si aggiunge insopportabilmente l'ulteriore disagio dovuto ai ritardi di un sistema del cui malfunzionamento abbiamo piena coscienza. I problemi sono evidenti e sono stati ben palesati dagli interventi che abbiamo ascoltato stamattina: lentezza dei processi, drammatica penuria di risorse umane e materiali, organizzazione troppo vetusta e mancata informatizzazione sono piaghe con le quali siamo quotidianamente chiamati a confrontarci. Ciò a fronte di un continuo, inesorabile aumento della domanda di giustizia che contribuisce a fare del magistrato l'anello debole della catena. L'anello sul quale finiscono per concentrarsi inevitabilmente, ma ingiustamente, le insoddisfazioni della collettività.

In questi anni si è parlato in maniera del tutto impropria di una contrapposizione reciproca tra politica e magistratura. In verità, l'associazione nazionale dei magistrati si è sempre riconosciuta nel teorico principio di leale collaborazione e nell'obiettivo di un reciproco rispetto tra le istituzioni. Il terreno di scontro nel quale altri vogliono trascinarci non appartiene alla nostra cultura istituzionale. È vero invece che in questi anni non c'è stata una guerra tra la magistratura e la politica, non una contrapposizione reciproca, piuttosto abbiamo vissuto e viviamo una guerra unilaterale, un'offensiva violenta, senza precedenti, di una parte consistente della politica nei confronti della magistratura il cui controllo di legalità è stato visto come un ostacolo da rimuovere nella pretesa dell'esercizio di un potere senza limiti e contrappesi.

Abbiamo dovuto registrare un clima pesante di aggressione nei confronti della magistratura in particolare quando indagini e processi hanno toccato il potere.

A fronte di legittime e doverose iniziative giudiziarie abbiamo assistito al consolidarsi di una prassi, avallata da autorevoli rappresentanti politici e, primo tra essi il Presidente del Consiglio dei Ministri, che ha reso pratica quotidiana l'insulto e il dileggio nei confronti di un'indefettibile istituzione dell'stato. Abbiamo vissuto una assurda campagna di denigrazione tesa a minare la credibilità della magistratura davanti agli occhi dei cittadini facendo vigliaccamente leva, con un gioco fin troppo facile, sulla generale delusione per le mancate risposte alla legittima ansia di giustizia.

Ci ha ulteriormente colpito il silenzio di tanti, troppi, alti esponenti istituzionali dai quali ci saremmo aspettati un comportamento diverso, una presa di distanze rispetto ai continui attacchi ed alle violente offese. Ci saremmo aspettati una distinzione di posizioni e di opinioni quantomeno in ossequio ad una minima cultura istituzionale che speravamo avrebbe prevalso, e invece è arretrata, di fronte alla manifesta esigenza di adeguarsi sempre e comunque alla volontà del sovrano. E invece niente, nessuna reazione, neppure di fronte alla delegittimazioni più pericolose e destabilizzanti. Nessuna reazione neppure da quel ministro della giustizia che con il suo assordante silenzio ha oggettivamente contribuito a diffondere nella magistratura un sempre crescente clima di disagio e di disorientamento.

L'associazione nazionale magistrati e i magistrati in genere hanno reagito con dignità e risolutezza, senza timore, soprattutto quando si è messo in discussione non il merito dei provvedimenti ma l'indipendenza e l'imparzialità dei giudici.

Si rassegni chi vuole un giudice burocrate e fedele esecutore della volontà dei politici e dei potenti. Il bagaglio culturale e professionale di ogni magistrato italiano impone un rapporto diretto con la costituzione e quindi l'interpretazione costituzionalmente orientata delle norme. Si rassegni quindi chi auspica un modello di giudice omogeneo alle maggioranze contingenti, interprete della volontà di chi governa, disancorato dalla costituzione.

Noi vogliamo richiamare ed impersonare un modello di magistrato nel quale tutti ci vogliamo riconoscere, moderno, responsabile, professionalmente attrezzato, guidato dal rispetto del principio costituzionale dell'eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Il clima politico di questi anni, l'idea della cittadella assediata, ha certamente reso impopolare al nostro interno il tema della auto correzione. Siamo però convinti che, oggi più che mai, la difesa della autonomia ed indipendenza della magistratura passa anche attraverso il coraggio di cambiare.

Un cambiamento è necessario per evitare che l'esercizio del potere giudiziario possa apparire all'esterno come arbitrario, sganciato da regole, incomprensibile.

Il tema dell'autoriforma della magistratura coinvolge diverse e complesse problematiche. Tra queste assumono importanza fondamentale la scelta della dirigenza, ed il corretto funzionamento del sistema disciplinare. Quanto al primo tema la recente riforma dell'ordinamento giudiziario ha segnato il definitivo superamento del criterio della mera anzianità. Oggi sia per gli incarichi direttivi sia per la progressione in carriera occorre privilegiare le attitudini, il merito e la professionalità, il che ha determinato un radicale mutamento culturale al nostro interno. È però questa una sfida epocale che dobbiamo affrontare e vincere ricorrendo a criteri di vera trasparenza e oggettività nell'applicazione dei parametri di valutazione. Quello della scelta dei magistrati che devono coprire incarichi direttivi è un terreno su quale si gioca la nostra credibilità.

È imprescindibile e necessario in questo nuovo contesto ridimensionare drasticamente il peso tuttora eccessivo delle correnti, abbandonare definitivamente le odiose prassi (mutuate dalla peggiore politica) degli accordi spartitori, delle trattative, degli scambi di favore tra i vari gruppi correntizi. È necessario affermare la centralità del codice etico approvato nel novembre scorso e pretendere l'effettivo rispetto di quelle disposizioni, sancite dagli articoli 8 e 10, che impegnano tutti coloro i quali esercitano funzioni elettive in organi di autogoverno ad operare senza vincolo di mandato rispetto all'elettorato e rispetto ai gruppi associativi e prevedono che ogni magistrato che aspiri a promozioni, a trasferimenti, ad assegnazioni di sede ed ad incarichi di ogni natura non si adoperi al fine di influire impropriamente sulla relativa decisione, né accetta che altri lo faccia in suo favore. La vera autoriforma in funzione della necessità di preservare la nostra autonomia ed indipendenza non può che passare dalla rigorosa osservanza delle regole deontologiche.

Quanto al sistema disciplinare ribadiamo la chiara scelta di fondo dell'associazione nazionale magistrati di non ispirarsi alla logica di protezione dell'associato e di non configurare la magistratura come una corporazione che si autoassolve al suo interno, soprattutto se entrano in gioco la questione morale e più in generale le cadute deontologiche. Dobbiamo però denunciare il pericolo che si affermi un sistema disciplinare che si muova prevalentemente alla ricerca di capri espiatori, consegnandoci un modello di magistrato burocrate, pavido, attento ai numeri e agli aspetti formali del proprio lavoro invece che alle esigenze di rendere giustizia. Ci sembra che sempre più spesso le iniziative disciplinari si rivolgano a sanzionare violazioni di carattere esclusivamente formale. Troppo frequentemente l'arma della minaccia dell'azione disciplinare, mediante la richiesta di accertamenti o l'invio di ispettori, viene scompostamente agitata nei confronti di magistrati che esprimono opinioni non gradite o adottano provvedimenti non conformi agli auspici del governo.

L'Associazione nazionale magistrati vuole e deve avere anche un ruolo propositivo.

Le numerose e gravi patologie che affliggono la giustizia in Italia impongono di fissare delle priorità. In questo senso l'A.N.M. continua a ribadire le sue proposte: il taglio dei tribunali inutili, delle cause e delle spese inutili, l'informatizzazione di tutti gli uffici giudiziari, la predisposizione di adeguate risorse umane e materiali.

Il soddisfacimento di quest'ultima esigenza costituisce un presupposto imprescindibile per iniziare un discorso coerente e logico sul funzionamento della macchina giustizia.

In questo contesto di gravissima scopertura degli organici stride la manifesta eccessività del numero dei magistrati che vengono collocati fuori ruolo. Questo limite è stato fissato in un massimo di 200 unità. Riteniamo che sia necessaria una ulteriore restrizione limitando il collocamento fuori ruolo esclusivamente a quegli incarichi per i quali la legge o un trattato internazionale prevedano espressamente la necessità dell'attribuzione ad un magistrato. Riteniamo imprescindibile inoltre circoscrivere ulteriormente nel tempo la possibilità della permanenza fuori ruolo ed ancora la previsione di criteri di maggiore trasparenza nella scelta dei designati.

Ciò risponderebbe alle esigenze di ampliare la platea dei magistrati che potranno godere di esperienze diversificate e soprattutto a quella di arginare il problematico e criticabile fenomeno delle carriere parallele.

Il collocamento fuori ruolo deve cessare di essere il trampolino di lancio per la successiva assunzione di incarichi politici o, dopo il rientro in ruolo, per brillanti e repentine progressioni di carriera, magari con l'assunzione di ruoli direttivi a scapito di chi ha invece speso tutto il suo impegno nella quotidiana e faticosa attività giurisdizionale.

Il miglioramento del funzionamento del servizio giustizia passa inevitabilmente dalle riforme legislative necessarie.

Per quanto riguarda il processo civile non possiamo non sottolineare come esso rappresenti per il cittadino lo strumento fondamentale di tutela dei diritti lesi nell'agire quotidiano. Importanza sempre più fondamentale assumono il ruolo del Giudice e della giustizia civile sui grandi temi etici rispetto ai diritti fondamentali delle persone e dei più deboli in particolare.

L'A.N.M. riconosce che con l'approvazione definitiva della 69 del 2009 si è avviato un percorso utile nel tentativo della semplificazione e velocizzazione del processo civile. Il testo approvato è un primo segnale positivo per restituire un minimo di funzionalità al processo civile. Ma il vero problema che non trova ancora soluzione è quello dello smaltimento dell'arretrato.

Appare necessaria la previsione per legge dell'istituzione di un vero e proprio ufficio del giudice, quale stabile struttura di supporto al magistrato cui resta affidato il compito istituzionale della decisione della causa. In questo ambito sarebbe recuperabile e valorizzata la professionalità dei giudici onorari in funzione di stretta collaborazione con il magistrato togato per la gestione di singole fasi processuali e di collaborazione alla stesura di sentenze.

Nel settore penale le criticità appaiono ugualmente evidenti ed è triste constatare come l'attenzione dell'attuale maggioranza di governo si sia soffermata su una serie di iniziative legislative tutte in verità estranee alla necessità di migliorare il servizio giustizia e di accelerare i tempi del processo. L'A.N.M. ha espresso in maniera chiara veementi riserve critiche per l'impatto disastroso che tali iniziative avrebbero avuto su un elevato numero di processi ed indagini anche di particolare rilievo. Mi riferisco, soltanto a titolo di esempio, alle iniziative riguardanti la legge c.d. blocca processi, quella sulle intercettazioni, il disegno di legge 1440 sulla riforma del processo penale, che contiene una nuova regolamentazione dei rapporti tra P.M. e polizia giudiziaria, a nostro avviso assai pericolosa nell'ottica del rispetto del principio di obbligatorietà dell'azione penale e di incisività delle indagini nei confronti dei potenti; mi riferisco ancora allo sciagurato disegno di legge sul c.d. processo breve. Si è discusso inoltre di immunità, lodo Alfano, legittimo impedimento.

Sono invece totalmente mancate iniziative legislative effettivamente volte all'introduzione di elementi di accelerazione e razionalizzazione dei vigenti istituti processuali.

Continua ancora ad essere colpevolmente trascurato il fenomeno del dilagare, anche nel nostro distretto, di fenomeni corruttivi. Un fenomeno, rilevato anche da approfonditi rapporti di organismi internazionali, che incide pesantemente sulla nostra economia e che è favorito dalla specificità di un sistema sanzionatorio penale del tutto inadeguato, anche in considerazione degli effetti disastrosi della legge Cirielli che rende pressoché inevitabile il verificarsi della prescrizione dei reati contro la P.A.

Eppure non solo non si fa nulla per evitare tali conseguenze ma addirittura ci si orienta (con il disegno di legge governativo che vieta al giudice di non ammettere le prove irrilevanti e superflue chieste dalle parti) nel senso di un ulteriore incoraggiamento all'utilizzo, già oggi eccessivo, di strategie difensive meramente dilatorie.

Sarebbe necessario un salto di qualità nell'efficacia della repressione nei reati contro la pubblica amministrazione che tra l'altro costituiscono in maniera sempre più evidente il grimaldello attraverso il quale le organizzazioni mafiose riescono a penetrare il tessuto imprenditoriale, economico e politico del paese. In questo contesto appare grave la mancata ratifica delle indicazioni ricavabili dalla convenzione di Strasburgo del 1999 in tema di trasparenza nella pubblica amministrazione e di lotta alla corruzione. Ciò con particolare riguardo alla mancata previsione di apposita sanzione penale per il c.d. traffico di influenze.

Per quanto riguarda il contrasto processuale alla criminalità organizzata è intanto doveroso ricordare che, al di là dei meriti che talvolta con troppa disinvoltura vengono rivendicati dall'esecutivo, le più importanti operazioni antimafia sono frutto della professionalità e del sacrificio di magistrati e forze dell'ordine che continuano con passione ad operare in condizioni sempre più difficili.

Nell'ottica di colpire il punto nevralgico delle organizzazioni criminali - la loro forza economica - desta preoccupazione l'eventuale introduzione di disposizioni che contemplino la possibilità di vendere all'asta i beni confiscati.

Sarebbe invece auspicabile la previsione nel nostro sistema normativo penale del c.d. reato di auto riciclaggio, che consentirebbe di punire più efficacemente quegli associati mafiosi che, all'interno della consorteria criminale, rivestono lo specifico incarico di reinvestire i capitali sporchi in circuiti apparentemente legali.

Molte e tutte degne di approfondimento sarebbero le tematiche che vorrei rappresentare. Ciò non è possibile in considerazione dei limiti di tempo imposti dall'occasione. Voglio chiudere il mio intervento con una promessa e con una esortazione. Siamo ben consapevoli della peculiarità del lavoro di chi opera in questo territorio. I magistrati del distretto di Palermo sono quelli che, in tutta Europa, hanno pagato in termini più alti, anche con il sangue dei tanti colleghi uccisi, la volontà di affermare la legalità e il diritto. Ciò ci riempie di orgoglio ma ci grava di responsabilità ulteriori. La prima di queste responsabilità consiste nell'obbligo della chiarezza e del coraggio.

È un momento particolarmente delicato per la tenuta della nostra democrazia. Non è certo il momento della prudenza, del quieto vivere, del silenzio, del compromesso, è il momento del coraggio, della verità, della chiarezza. È il momento di rinnovare, ed anzi intensificare, nonostante tutto, il nostro impegno quotidiano nell'esercizio della giurisdizione, nell'esclusivo interesse del popolo e guidati da un unico insostituibile riferimento: quello segnato dai valori della nostra carta costituzionale.
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Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
Intervento della d.ssa Manuela Massenz
Presidente ANM Sez. Distrettuale di Milano



La cerimonia di apertura dell’anno giudiziario non è la sfilata delle autorità; è il momento di verifica pubblica dello stato di salute della giustizia italiana.
 
E allora bisogna spiegare ai cittadini che la macchina giudiziaria è lo strumento che l’ordinamento pone a tutela dei loro diritti. Bisogna spiegare che nessuno si è occupato, in questi anni, della crescente scopertura degli uffici di Procura, alcuni dei quali ora retti da un solo magistrato, della mancata assunzione di nuovo personale amministrativo in sostituzione di quello nel frattempo pensionato, della mancata tempestiva fornitura dell’assistenza informatica, che all’inizio di quest’anno ha rischiato di paralizzare le più essenziali attività degli uffici giudiziari, della mancata revisione delle circoscrizioni  giudiziarie, che avrebbe consentito recupero di risorse e maggiore razionalità nel loro utilizzo. E, ancora, di semplificazione dei processi, di depenalizzazione, di riforma organica della magistratura onoraria.
 
Bisogna spiegare ai cittadini che chi ha l’obbligo costituzionale di occuparsi del funzionamento della giustizia, in questi anni si è occupato di lodi per garantire l’impunità ad alcune cariche dello Stato, di legittimo impedimento per la partecipazione ai processi delle stesse cariche, di processo breve (che non lo avrebbe abbreviato effettivamente, ma avrebbe solo impedito ad esso di proseguire), di limitazione delle intercettazione per impedire ai magistrati di svolgere le indagini per fatti di rilevante gravità e alla stampa di tenere informati i cittadini.

E in questi giorni sentiamo parlare di leggi che puniscano i magistrati.
 
Bisogna spiegare ai cittadini che i processi si celebrano nelle aule di giustizia, non altrove, che i magistrati si esprimono solo con gli atti attraverso i quali si attua la funzione cui sono preposti e che è loro fatto divieto di rispondere di persona ad aggressioni verbali che oltrepassano i limiti della legittima critica ai provvedimenti giudiziari o di spiegare pubblicamente il contenuto dei loro provvedimenti, pena l’assoggettamento a sanzioni disciplinari.

Questo divieto è controbilanciato dall’esistenza di un organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura, cui è demandato, tra l’altro, il compito di intervenire a tutela, non solo del singolo, ma anche dell’istituzione che lo stesso rappresenta. Impedire all’organo di autogoverno di funzionare ed attuare le prerogative che la Costituzione gli attribuisce costituisce un fatto gravissimo e un attacco all’istituzione giudiziaria nella sua complessità che certamente i padri costituenti mai avrebbero potuto immaginare.
 
Bisogna, infine, spiegare ai cittadini che noi magistrati abbiamo un peccato originale, che è scritto nella Costituzione, ed è la nostra indipendenza da ogni altro potere.
 
Oggi è il 29 gennaio, è il 32° anniversario della morte di Emilio Alessandrini, un magistrato ucciso per la sua indipendenza e per il prestigio che con il suo lavoro ha saputo dare all’istituzione giudiziaria.
E’ uno dei nostri maestri, ne abbiamo tanti altri.
Ci guidano con il loro esempio. Ci aiutano a resistere nei momenti più difficili.
 
Manuela Massenz
Presidente della sezione del distretto di Milano dell’A.N.M.

fonte: sito ANM
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Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
Intervento del dott. Daniele Cappuccio
designato dalla ANM Giunta Sezionale di Reggio Calabria



Intervengo in rappresentanza della magistratura associata di questo distretto, delegato dalla giunta sezionale dell’Associazione Nazionale Magistrati, che ringrazio per avermi dato l’onore di adempiere a questo incarico.
L’inaugurazione dell’anno giudiziario è momento di bilanci, riflessioni e proposte che muovono dagli accadimenti, specie quelli più recenti, ed abbracciano l’ottica prospettica del futuro.

Il 2010 è stato, per la giustizia di Reggio Calabria e del Distretto, un anno senza dubbio a tinte forti, segnato da una sequela di gravissimi atti intimidatori come mai se ne erano visti a queste latitudini, che hanno inteso colpire, per fortuna senza conseguenze tragiche, il cuore dell’istituzione giudiziaria ed alcuni degli uomini, primo tra tutti il Procuratore Generale, che in quella istituzione spendono intelligenza, passione ed energia.

Lo Stato ha reagito, in termini di immediata e convinta solidarietà, e, fattivamente, attraverso talune scelte normative - quale l’individuazione in Reggio Calabria della sede dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la Destinazione dei Beni sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata - che esprimono, anche simbolicamente, la ferma volontà di rispondere colpo su colpo all’iniziativa della criminalità e di mantenere alto il livello del contrasto ad ogni forma di illecito.

Dal punto di vista operativo, gli interventi hanno interessato soprattutto le dotazioni organiche delle forze investigative e, da ultimo, l’invio in ausilio dell’esercito a presidio dei cc.dd. obiettivi sensibili: al contempo, sono stati aumentati gli organici di alcuni uffici requirenti e si è cercato di renderne più efficace l’azione attraverso incremento di fondi e dotazioni strumentali.

Segnali positivi, dunque, così come è da salutare con soddisfazione il raggiungimento, sul terreno dell’azione giurisdizionale, di importanti risultati sul piano sia quantitativo che qualitativo, espressi dall’avvio di numerosi, importanti procedimenti e, tra gli altri, dalla conduzione ad uno stadio avanzato, in tempi assai celeri, delle indagini relative agli attentati che hanno costellato il 2010 e cui ho testé fatto cenno.

Con uguale favore segnaliamo come, nell’occasione, l’azione della magistratura e delle istituzioni tutte sia stata accompagnata dal vigoroso e sincero sostegno della cittadinanza, che si è posta da subito e spontaneamente a fianco di chi è stato bersaglio delle aggressioni, anche attraverso l’azione di movimenti ed associazioni, taluni dei quali nati proprio a seguito degli eventi più recenti, ed ha fatto sentire, a più riprese, il proprio supporto.

La fattiva presenza della società civile non è certo una novità a Reggio Calabria e nella sua provincia, e se ne è avuto riscontro nei momenti più delicati della vita del Distretto, non ultimo quello seguito all’uccisione dell’on.le Francesco Fortugno: in questa occasione, tuttavia, sembrano cogliersi i barlumi di un risveglio delle coscienze ancora più deciso e consapevole, che fa ben sperare e, soprattutto, contribuisce ad un clima favorevole ad un salto di qualità, in chiave di risultati, nel contrasto al crimine, oltre che al consolidamento di una cultura della legalità che costituisce il miglior antidoto contro il virus della violenza e della prevaricazione.
Sul punto, è bene essere chiari: la magistratura non può e non deve operare sotto l’effetto della pressione della piazza, dell’opinione pubblica, neanche se ciò fosse funzionale al conseguimento del più nobile ed alto degli obiettivi; la magistratura interpreta ed applica le norme e valuta fatti e comportamenti, assolve e condanna, dà torto o ragione anche se, all’esterno dei palazzi di giustizia, ci si attende un esito affatto diverso.

Per contro, la consapevolezza che lo Stato non interviene in campo ostile ma svolge un’opera che la popolazione percepisce come positiva e meritoria può costituire la premessa per fare di più e meglio: le cronache giudiziarie di questi mesi danno, ad esempio, conto dell’avvio di nuove ed importanti collaborazioni in seno alla criminalità organizzata, segnali di un’inversione di tendenza che, ferma restando l’ovvia necessità di acquisire e vagliare i relativi apporti con scrupolo e prudenza, trova fertile humus in un clima di rinnovata fiducia e condivisione.

Fin qui, a nostro avviso, i segnali di conforto e speranza, cui si contrappongono quelli di preoccupazione e timore, costituiti, in primo luogo, dalla persistenza di intollerabili livelli di illegalità e malaffare, dalla pervicace presenza di opprimenti, ricche e potentissime organizzazioni ‘ndranghetistiche, radicate nella profondità del tessuto sociale di taluni paesi, villaggi e quartieri, ove godono, talora, di diffusa solidarietà, come qualche spiacevole episodio di cronaca ci rammenta, e, al contempo, capaci di incunearsi persino nei meandri più reconditi e riservati degli apparati statali.

Sotto altro aspetto, la possibilità di fornire ai cittadini una risposta giurisdizionale realmente effettiva, in quanto tempestiva ed efficace, risente in negativo della miserrima condizione in cui si trovano tanti uffici giudiziari in termini di scopertura degli organici, dei magistrati come del personale amministrativo, di continua ed inesorabile emorragia di risorse umane, tecniche, finanziarie (penso all’improvvisa e per fortuna temporanea interruzione, risalente all’inizio del corrente anno, di alcuni servizi di assistenza informatica), di rinunzia alla adeguata valorizzazione delle tante professionalità, che a volte raggiungono l’eccellenza e che operano nel settore amministrativo, di inaccettabile, progressivo allargamento - a nostro discapito, s’intende - del divario nel livello di aggiornamento tecnologico con altre, pure importanti, amministrazioni dello Stato e della sfera pubblica.

A valle di tutto ciò sta la dilatazione dei tempi di definizione di processi e controversie, l’ingolfamento complessivo della macchina giudiziaria, la compressione della fondamentale aspirazione, propria di uno stato democratico, a giungere in tempi ragionevoli all’accertamento della fondatezza di un’accusa o di una pretesa, la caduta verticale del livello di fiducia dei cittadini nella giustizia e la conseguente interruzione del circolo virtuoso di cui, con fatica ed impegno, si cerca, allo stesso tempo, di porre le premesse.

È una questione che, lo sappiamo bene, non ha portata esclusivamente locale e riguarda, anche se in proporzioni diverse, l’intero territorio nazionale, ma i cui effetti nefasti sono più perniciosi ove, come purtroppo accade dalle nostre parti, le entità criminali fanno leva sull’assenza, per i cittadini, di sicuri presidi di legalità e finiscono per offrire, in tanti settori della vita civile, una strada alternativa in concreto percorribile.

Per questa ragione, in noi, alla soddisfazione per la cattura di pericolosi latitanti o per essere state finalmente sgominate bande di malfattori dediti a gravissimi crimini fa da contraltare il senso di impotenza che si lega all’essere costretti, direi nostro malgrado (ma non voglio certo autoassolvere a priori la magistratura), a certificare quella sconfitta della giustizia che è plasticamente rappresentata dal differimento al 2018 di una causa civile di appello.

È opinione condivisa che per porre rimedio ad un simile stato di cose occorrerebbe dare il la ad una stagione riformatrice estesa ai vari piani in cui si articola il mondo della giurisdizione, dall’organizzazione ai meccanismi strettamente processuali.

L’Associazione Nazionale Magistrati ha elaborato e sottoposto al governo ed alle forze politiche le proprie proposte in argomento, alcune delle quali realizzabili, in tempi di penuria di risorse finanziarie, senza aggravio di spesa.

I tempi sono ormai maturi, innanzitutto, per rivedere le circoscrizioni giudiziarie e procedere alla soppressione ed all’accorpamento di uffici giudiziari la cui presenza sul territorio risale ad epoche in cui la struttura sociale e le comunicazioni erano completamente differenti.

Nel distretto di Reggio Calabria, ad esempio, meriterebbe, a nostro avviso, attenzione il numero e la dislocazione delle Sezione Distaccate di Tribunale e degli Uffici del Giudice di Pace.
Di una robusta revisione avrebbe, senza dubbio, bisogno la legislazione nella materia processuale, sia civile (ambito nel quale, ad onor del vero, alcune sostanziali, ma non del tutto appaganti, innovazioni sono state di recente introdotte) che penale; in quest’ultimo settore, improcrastinabile appare una selezione dei beni meritevoli di tutela e delle fattispecie incriminatrici poste a loro presidio.

Eppure, non è di ciò che si alimentano i quotidiani dibattiti sulla giustizia, originati da singole iniziative giudiziarie e costantemente dedicati, in misura largamente preponderante se non, addirittura, quasi esclusiva, al rapporto tra la giurisdizione e gli altri poteri dello Stato, dibattiti nei quali ci si confronta con l’annuncio di una riforma della giustizia, spesso accompagnata dall’uso di aggettivi roboanti ed iperbolici, che, però, sembra incentrata, per quel poco che ne è dato capire, in assenza di un testo sul quale confrontarsi, su interventi sull’assetto ordinamentale dei magistrati piuttosto che sulla normativa sostanziale e processuale e su misure di carattere organizzativo e gestionale.

Sul punto, la voce dell’Associazione Nazionale Magistrati si è levata con fermezza e nitore.
I magistrati, giudici e pubblici ministeri, non intendono assolvere ad impropri compiti di supplenza nei confronti delle altre istituzioni né indulgere in indebite invasioni di campo. Intendono, piuttosto, esercitare il controllo di legalità in scrupoloso ossequio del ruolo loro assegnato dalla Costituzione, ispirando il loro agire ad equilibrio e lungimiranza e nel rispetto del principio, consacrato nell’art. 3 della Costituzione, per cui “tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge”.

La magistratura, peraltro, sta cambiando, perché è stata profondamente modificata, alcuni anni orsono, la legge sull’ordinamento giudiziario, e perché, più in generale, la naturale evoluzione di costumi e comportamenti riverbera i propri effetti su ogni manifestazione della vita sociale.

Ha affrontato quella piccola rivoluzione copernicana che è derivata dalla generalizzazione del principio di temporaneità di tutti gli incarichi, specie di quelli direttivi e semidirettivi, e, quanto a questi ultimi, alla marcata valorizzazione, nella procedura di conferimento e conferma, di criteri attitudinali e meritocratici.

Accettando la sfida della modernità, ha accentuato l’attenzione ai temi della professionalità e della individuazione e misurazione dei carichi di lavoro, della produttività e degli standards di rendimento.
Ha metabolizzato le profonde innovazioni che hanno interessato la struttura degli uffici di procura e la ripartizione di poteri e responsabilità, al loro interno, tra dirigenti e sostituti.

Ha assunto, quando è stato necessario, un atteggiamento autocritico con riferimento ai profili di distorsione che, in più circostanze, sono venuti in rilievo all’interno della categoria, e si è sforzata di enucleare, fuori da un approccio corporativo che appartiene ad un tempo ormai superato, le manifestazioni di quella che, con linguaggio giornalistico, è stata definita quale “questione morale”.

I magistrati stanno contribuendo al risanamento finanziario del paese, lo stanno facendo con senso di responsabilità e consapevoli che i sacrifici vengono chiesti a tutti i lavoratori del comparto pubblico ed interessano altri servizi essenziali, come l’istruzione, la ricerca e la sanità.

Sanno anche che le politiche restrittive di bilancio connesse ad una crisi duratura, che si fa fatica a definire congiunturale, stanno attingendo, con effetti forse ancora più radicali, altre categorie di lavoratori della giustizia, quale quella del personale amministrativo, la cui opera è, ripetiamo, fondamentale e nei cui confronti cui vanno manifestate stima, gratitudine e solidarietà.

Osservano, tuttavia, che la riduzione delle risorse ha raggiunto livelli tali da avere intaccato la dignità della funzione, che le condizioni di lavoro, intese in senso ampio, conoscono un progressivo deterioramento, che il loro trattamento retributivo, specie quello dei più giovani, non corrisponde alla quantità ed alla qualità del lavoro che migliaia di magistrati profondono con passione, impegno e dedizione inesauribili.

Nel contesto che abbiamo delineato, in cui lampi di luce si aprono su uno sfondo che resta desolatamente fosco, l’associazionismo giudiziario, forte di una storia ormai ultracentenaria, continua a rappresentare il luogo ove la quasi totalità dei magistrati pratica il confronto, il dialogo e l’elaborazione culturale e delle idee, ed esprime la tensione verso il definitivo superamento di un modello burocratico ed individualista.

Nella sua articolazione locale, l’Associazione Nazionale Magistrati, ispirandosi a tali principi, promuove il dibattito tra i magistrati e, ancora più, tra i magistrati e gli altri soggetti che popolano il mondo della giustizia.
Intensa e vivace è la collaborazione, che l’ANM ha stimolato ed assecondato, con la classe forense che, a partire da una risalente e meritoria iniziativa dei professionisti che operano nel settore civile, si è via via consolidata, perfezionata ed estesa sino ad interessare anche quello penale attraverso la diffusione di protocolli, accordi, prassi virtuose, e la nascita di osservatori sulla giustizia, prima civile e poi anche penale, sino a fare dell’esperienza reggina, quantomeno in taluni ambiti, un modello ammirato e riprodotto in differenti contesti territoriali.

L’ANM, a Reggio Calabria come altrove, riconosce il ruolo primario della magistratura onoraria ed auspica che anche in questo campo gli interventi disorganici e di corto respiro che sono stati adottati negli anni a noi più vicini cedano il passo ad una complessiva ridefinizione di status e compiti di GOT, VPO e Giudici di Pace, con il giusto riconoscimento delle professionalità ivi acquisite.

Partecipa, inoltre, alla periodica organizzazione di assemblee aperte alla cittadinanza, spesso in sinergia con gli altri sottoscrittori del “Patto per la Giustizia”, ovvero l’Organismo Unitario dell’Avvocatura, i più importanti sindacati del comparto e la rappresentanza dei dirigenti amministrativi.

Coltiva, infine, nei limiti delle proprie possibilità, il rapporto con la società civile partecipando in partenariato a progetti formativi e ad azioni divulgative sul tema della legalità, in primo luogo attraverso occasioni di incontro con le giovani generazioni.

In questa direzione l’ANM di Reggio Calabria si propone di muoversi nell’anno giudiziario del quale oggi, simbolicamente, si celebra l’inaugurazione.

Reggio Calabria, 29 gennaio 2011

fonte: sito Anm
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Giustizia: Mancinetti (Anm),
mai esorbitato da nostri compiti



Roma, 29 gen. - (Adnkronos) - Intervenendo nella discussione successiva allo svolgimento della relazione sull'andamento della giustizia nel distretto, il presidente della locale sezione dell'Anm, Marco Mancinetti, ha ribadito che i magistrati "non hanno mai attaccato nessuno ne' esorbitato dai loro compiti, ma hanno svolto quanto e' loro attribuito dalla Costituzione".
Mancinetti, dopo aver detto di essere dispiaciuto perche' il ministro Alfano aveva gia' lasciato l'aula, ha aggiunto: "voglio dire che i magistrati hanno da sempre cercato il dialogo, non esiste uno scontro tra politica e magistratura, ne' noi abbiamo mai fatto resistenza corporativa. Da anni settori della politica attaccano magistrati, potere neutrale che si limita ad applicare la legge, quella di attaccarci e' una strada pericolosa perche' cosi' si scredita la categoria. Noi siamo per un dialogo costruttivo, ma dall'altra parte registriamo l'assenza di una politica di lungo termine che non e' riuscita ad individuare alcun rimedio nel settore giustizia''.
''Le tanto sbandierate riforme, sempre declamate e annunciate, non hanno mai prodotto gli effetti sperati, non abbiamo mai visto niente. E la separazione delle carriere ridurrebbe di un giorno solo la durata dei processi. Quel poco che si e' fatto -ha concluso- nasce su iniziativa dei singoli magistrati sulla buona volonta' di ciascuno di noi e sulla collaborazione con l'avvocatura e il personale amministrativo".



Anno giudiziario, Anm,
ci attaccano per screditarici



"I magistrati hanno da sempre cercato il dialogo, non esiste uno scontro tra politica e magistratura, né noi abbiamo mai fatto resistenza corporativa. Da anni settori della politica attaccano i magistrati, potere neutrale che si limita ad applicare la legge". E' quanto affermato il presidente dell'Anm Roma-Lazio, Marco Mancinetti nel corso del suo intervento all'inaugurazione dell'anno giudiziario.
"Noi non abbiamo mai attaccato nessuno - ha proseguito - né esorbitato dai nostri compiti ma abbiamo svolto quanto ci è attribuito dalla costituzione". Per Mancinetti "quella di attaccarci è una strada pericolosa perché così si scredita la categoria. Noi siamo per un dialogo costruttivo, ma dall'altra parte registriamo l'assenza di una politica di lungo termine che sappia individuare rimedi nel settore giustizia". Per il responsabile locale dell'Associazione magistrati, inoltre, le "tanto sbandierate riforme, sempre declamate e annunciate, non hanno mai prodotto gli effetti sperati, non abbiamo mai visto niente. E la separazione delle carriere non ridurrebbe di un solo giorno la durata dei processi. Quel poco che si è fatto nasce su iniziativa dei singoli magistrati, sulla buona volontà di ciascuno di noi e sulla collaborazione con l'avvocatura e con il personale amministrativo".



Giustizia/ Anm Roma:
Separare carriere toghe non serve a nulla


"Magistrati hanno proposto e fatto innovazioni, non il governo"


"Le tanto sbandierate riforme, sempre declamate e annunciate, non hanno mai prodotto gli effetti sperati, non abbiamo mai visto niente. E la separazione delle carriere non ridurrebbe di un solo giorno la durata dei processi. Quel poco che si è fatto nasce su iniziativa dei singoli magistrati, sulla buona volontà di ciascuno di noi e sulla collaborazione con l'avvocatura e con il personale amministrativo". Ha detto così il giudice Marco Mancinetti, presidente dell'Anm di Roma e del Lazio, nel corso del suo intervento all'inaugurazine dell'anno giudiziario nel distretto capitolino.
"Il ministro Alfano ha detto oggi che è decollata la posta certificata. Ma quando mai? In quale ufficio c'e' questa posta? A Roma, ad esempio, siamo stati noi a proporre il Tiap (trattamento informatizzato atti processuali) al ministero, non il ministero a noi. Non si capisce perché ogni colpa deve ricadere su di noi. Ci hanno anche definito corporazione di fannulloni superpagati. Una costante opera di disinformazione ha contribuito alla sfiducia dei cittadini nei confronti della magistratura".
"La domanda di giustizia aumenta in Italia più che in Europa a fronte di un clima di ostilità della politica e della scarsezza del personale. In tutta Italia noi magistrati abbiamo un vuoto di organico pari a 1500 unità. Espressione di questo clima ostile è l'ispezione del ministero dopo le scarcerazioni legate agli incidenti del 14 dicembre scorso, tutto questo annunciato con enfasi e a processi appena iniziati di fronte a collegi giudicanti diversi. La presunzione di non colpevolezza deve valere per tutti i cittadini e non solo per alcuni. I magistrati, comunque, vogliono dire ai cittadini che restano sereni e che continueranno a fare il loro dovere nel rispetto della legge". (fonte TM News)
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Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
Corte di Appello di Perugia
Intervento del dott. Aniello Nappi
Consiglio Superiore Magistratura



Sono onorato di essere chiamato a rappresentare una istituzione della nostra Repubblica democratica, il cui ordinamento è considerato un modello da imitare in tutto il mondo civile, coma ha ricordato ieri il Primo presidente della Corte di cassazione.

Avverto tuttavia la difficoltà di un serio discorso sulla giustizia in un paese nel quale questi discorsi sono troppo spesso occasione per le requisitorie di una corporazione contro l'altra, ciascuna impegnata a denunciare le inadempienze altrui, ma restia a riconoscere le proprie responsabilità.

Occorre sgombrare innanzitutto il campo da una mistificazione.

La crisi del sistema giudiziario italiano non nasce nel rapporto tra la giustizia e il trono della politica. La tensione tra magistratura e politica è un segno di inadeguatezza della politica, non della magistratura.

La crisi conclamata del nostro sistema giudiziario nasce nel rapporto con i cittadini. E si manifesta icasticamente nell'insostenibile paradosso dei giudizi di responsabilità per durata irragionevole degli stessi giudizi promossi allo scopo di ottenere appunto l'indennità da durata irragionevole del processo.

Non mancano dunque le garanzie, ma la capacità di renderle effettive. Come ha recentemente affermato il ministro Brunetta in un incontro al C.S.M., i problemi della giustizia in Italia sono all'ottanta per cento problemi di organizzazione; e in quanto tali esigono un'assunzione collettiva di responsabilità.

Piuttosto che recriminare sulle inadempienze altrui, è indispensabile che ciascuno si interroghi su ciò che può fare per le istituzioni.

Nel catalogo delle cause riconosciute di inefficienza del sistema vi è certamente l'obsoleta mappa delle circoscrizioni giudiziarie. Si tratta di questione sulla quale certamente il C.S.M. non ha poteri di decisione. E tuttavia, in attesa che la revisione delle circoscrizioni sia finalmente avviata, si sta lavorando in Consiglio nella prospettiva di una modifica della disciplina secondaria delle applicazioni extradistrettuali, per farne uno strumento più elastico e adattabile alle variabili esigenze poste da situazioni di emergenza. L'obbiettivo da tutti condiviso è quello di affrancarne i presupposti da una riferimento esclusivo alle piante organiche, la cui inadeguatezza è indiscussa. Ma occorre che l'interesse dell'istituzione giudiziaria possa prevalere, quando necessario, sull'interesse individuale dei singoli magistrati, pur senza violare la garanzia dell'inamovibilità.

Nel suo discorso per l'inaugurazione dell'anno giudiziario in Corte di cassazione, il Ministro della giustizia ha ieri giustificato la riduzione degli stanziamenti per l'informatizzazione giudiziaria, ricordando che gli oltre due miliardi di euro spesi tra il 1996 e il 2007 hanno prodotto risultati inferiori a quelli consentiti da un recupero di efficienza nel triennio in corso. Ci sarebbe molto da obiettare. Tuttavia occorre farsi carico di un maggiore impegno del Consiglio per un'effettiva diffusione di una cultura informatica. Il ruolo di referente per l'informatica va riconosciuto anche ai fini della successiva assunzione di funzioni direttive, e non solo per un esonero parziale dal lavoro; ma occorre pretendere dai referenti un'effettiva competenza nella progettazione del software. Inoltre è inaccettabile che il software Microsoft Office in dotazione ai magistrati venga utilizzato in misura irrisoria rispetto alle sue effettive potenzialità. Sarebbe opportuno che il C.S.M. promuovesse corsi specifici, per la formazione dei magistrati alla programmazione almeno di Word (che, com'è noto, è a sua volta programmabile in V.B.A.). Una prospettiva ottimale sarebbe quella di una rete di competenze informatiche diffuse, sul modello di quello che Jeremy Rifkin propone per la produzione diffusa di energia rinnovabile.

L'atteso superamento dell'anzianità quale criterio di selezione professionale ha mutato il rapporto tra i magistrati e il Consiglio superiore della magistratura. S'è rotto il tradizionale equilibrio tra la garanzia delle aspettative individuali e la pratica clientelare del sistema delle correnti. E l'accresciuta discrezionalità del Consiglio, soprattutto nella nomina dei capi degli uffici, ha determinato un aumento dei ricorsi giurisdizionali dei magistrati esclusi. Questa garanzia individuale non va certo limitata. Ma va altresì riconosciuto che il Consiglio è un organo elettivo appunto perché deve compiere scelte discrezionali, funzionali all'efficienza dell'istituzione giudiziaria. E in questa prospettiva il C.S.M. si appresta a contestare quella giurisprudenza amministrativa che pretende di imporgli di decidere, ora per allora, se un magistrato ormai collocato a riposo avrebbe avuto maggior diritto a ricoprire un incarico che comunque non potrà essergli più assegnato. Il C.S.M. non può e non deve occuparsi delle pretese patrimoniali degli ex magistrati, che possono essere riconosciute in sede giurisdizionale. Il C.S.M. ha il dovere di organizzare al meglio il funzionamento dell'istituzione giudiziaria.

E in realtà sul piano dell'organizzazione molto può e deve essere fatto.

Propongo solo due esempi.

L'attuale disciplina dell'impiego dei magistrati onorari è del tutto irrazionale, perché prevede limiti aggiuntivi rispetto a quelli individuati dalla legge. Occorre rimuovere questi limiti e promuovere la diffusione di modelli organizzativi virtuosi, come quelli già sperimentati presso i tribunali di Teramo e di Reggio Calabria, dove un magistrato togato gestisce un apposito ruolo per l'impiego dei magistrati onorari.

L'art. 591 c.p.p. prevede un rito camerale per la dichiarazione di inammissibilità delle impugnazioni. Attualmente solo le corti d'appello di Venezia e L'Aquila utilizzano questo strumento deflativo, che andrebbe valorizzato. Sarebbe opportuno che si diffondesse il modello organizzativo già sperimentato, responsabilizzando i presidenti di sezione per la selezione degli appelli inammissibili. Più in generale va promosso un ruolo organizzativo attivo dei presidenti di sezione anche nel settore civile e in tribunale. E in tal senso si sta operando per la modifica della circolare sulle tabelle per il prossimo triennio.

Insomma il C.S.M. deve andare oltre la pur necessaria tutela delle garanzie dei magistrati e della giurisdizione, per assumere, come avviene nei paesi del Nord Europa, anche un ruolo di promozione dell’efficienza nell’organizzazione del lavoro giudiziario.

Più che il singolo magistrato deve essere l'istituzione giudiziaria il punto di riferimento dell'attività consiliare. E in questa prospettiva il pluralismo culturale del Consiglio può fornire una maggiore ricchezza di idee, rappresentando un vantaggio piuttosto che un limite. Posso testimoniare che in questi mesi sulle questioni importanti la stragrande maggioranza dei componenti del Consiglio non s'è determinata per posizioni precostituite, ma sulla base degli argomenti esibiti nel confronto.

E' falsa dunque, oltre che eversiva, l'idea che le istituzioni si orientino solo in base all'appartenenza degli uomini cui sono affidate. Bisogna sottrarsi alla logica faziosa di chi evoca presunte nefandezze altrui per giustificare le nefandezze proprie.

Le istituzioni democratiche vanno tutelate anche nella loro immagine sociale, perché finiscono inevitabilmente per essere ciò che la società si attende che siano.

Aniello Nappi
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Inaugurazione Anno Giudiziario 2011
ANM Giunta Sez. di Genova
Intervento del Presidente Francesco Pinto

 

Chi ha l’opportunità di andare a Siena – una delle più belle città d’Italia – non può esimersi dal visitare il Palazzo Pubblico ed ammirare gli affreschi di Ambrogio Lorenzetti che rappresentano il Buon Governo ed il Cattivo Governo con i relativi effetti.

Potrà allora notare che nel Buon Governo la Giustizia è impersonata da una figura assisa accanto al Buon Governo, rappresentato da un saggio. Dalla bilancia della Giustizia pendono due corde , tenute in mano da un’altra figura più sotto : è la Concordia ,conseguenza della Giustizia, che lascia il filo a ventiquattro cittadini: questi portano il filo al saggio che rappresenta il Buon Governo. Le iscrizioni in volgare dell’affresco sono un invito ai reggitori a rispettare la Giustizia, unica garante di libertà, equità e benessere.

Nel Cattivo Governo invece, la Giustizia è legata e sottoposta alla tirannide, cioè ad un governo che non guarda al bene comune ma solo agli interessi di pochi.

Avendo ancora negli occhi la suggestione di quegli splendidi affreschi, noi contemporanei – cittadini di questa Repubblica – necessariamente siamo oggi indotti ad interrogarci con profonda inquietudine se gli attuali reggitori della cosa pubblica abbiano ancora di mira il bene comune e nutrano rispetto per la Giustizia come sopra intesa.

Purtroppo, per entrambe le domande, le risposte sono – a nostro parere – decisamente negative.

Se, infatti, in un moderno stato democratico di diritto, il parametro per misurare l’effettivo perseguimento del bene comune non può che essere la concreta realizzazione ,attraverso idonee misure normative, dei valori scolpiti nel patto costituzionale, deve amaramente constatarsi che anche quest’anno si è ulteriormente consolidato un progetto culturale – prima ancora che politico – fondato proprio sullo screditamento del modello costituzionale repubblicano, individuato come ostacolo al cambiamento sociale, non solo per quanto attiene ai procedimenti decisionali, al sistema di bilanciamento dei poteri, alle garanzie complessive, ma – ben più in profondità – per quanto concerne i valori egualitari e solidaristici espressi dalla nostra Carta costituzionale.

Preoccupa, inoltre, il progressivo esautoramento del Parlamento dalla funzione legislativa – denunciato in più occasioni anche dal Presidente della Camera-che impedisce un effettivo e partecipato dibattito in settori di rilevante interesse nazionale e determina uno sbilanciamento a tutto vantaggio del potere esecutivo.In questo contesto si colloca anche la mancata emanazione di un provvedimento normativo nazionale attuativo dell’importante Direttiva Europea 115 del 2008 che ha fissato i principi validi per gli Stati Membri in ordine al procedimento amministrativo per l’allontanamento degli extracomunitari clandestini;omissione questa che ha creato e crea dal 25 dicembre scorso enormi problemi di attuazione della normativa europea in Italia su una materia,quella della sicurezza,sempre indicata dall’attuale maggioranza,come di primaria importanza.

E’ in questo  quadro che va esaminata la questione della Giustizia :anche durante l’anno appena trascorso quest’ultima ha continuato ad occupare una posizione centrale nel dibattito politico istituzionale, ma purtroppo sempre più evidente è apparsa la natura strumentale dell’interesse ad essa riservato dalla politica.

In linea generale, non è difficile constatare  che  accanto  a   proposte di legge sul processo penale presentate dalla maggioranza di governo rivolte di fatto a depotenziare l’intervento della magistratura nei confronti  di reati ad accertamento più complesso,come,ad esempio quelle in tema di cd “processo breve”,si accentua   , viceversa , la repressione dei reati commessi da soggetti marginali, in particolare gli imputati extracomunitari. L’impatto di tale politica sul sistema carcerario risulta devastante,tanto che a soli pochi anni dall’ultimo provvedimento di indulto apprendiamo dalle statistiche penitenziarie che circa il 90% delle case di reclusione e delle case circondariali ospitano un numero di detenuti superiore alla capienza regolamentare e constatiamo che la fervida fantasia ministeriale ha introdotto nelle tabelle esplicative  la curiosa distinzione tra capienza regolamentare e capienza tollerabile,come se il superamento della regola possa essere tollerato da un’amministrazione dello Stato!Un contesto del genere vanifica palesemente il precetto dell’art.27co.3 della Costituzione perché mortifica la dignità personale dei detenuti , rende impraticabili seri progetti di reinserimento sociale ed è stato duramente stigmatizzato da una recente pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che ha condannato l’Italia per violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti sancito dall’art 3 della Convenzione.A fronte di tutto ciò appare un debole palliativo la recente legge 26/11/2010 n.199,recante disposizioni relative all’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno,dal momento che si tratta di una normativa temporanea che non rimuove le cause strutturali del sovraffollamento,determinato da  un insieme di provvedimenti legislativi ispirati dal principio della c.d. tolleranza zero.

Ritornano poi, sul piano del diritto processuale, con ciclica periodicità alla ribalta  disegni di riforma delle intercettazioni telefoniche che costituiscono pesante ostacolo alla possibilità di raccolta di prove di gravi fatti reato.L’ultimo disegno di legge presentato in  materia da un nutrito numero di parlamentari della maggioranza ha addirittura  un chiaro intento intimidatorio nei confronti dei magistrati che ancora osino avvalersi di tale strumento!

E’ appena  il caso infine di accennare ai reiterati progetti legislativi ritagliati sulle contingenti esigenze difensive del Presidente del Consiglio.

Sta comunque il fatto che nel settore penale abbiamo assistito all’approvazione di provvedimenti legislativi che prima o poi sono caduti sotto le inevitabili pronunce di illegittimità delle Corte Costituzionale, per l’evidente contrasto con norme fondamentali della nostra Costituzione(si pensi alla previsione della circostanza aggravante legata alla mera condizione di clandestinità ed alla disciplina del legittimo impedimento del Presidente del Consiglio).

Tutto questo desolante panorama si accompagna a fuorvianti campagne mediatiche nelle quali si accredita l’idea di uno scontro in atto tra politica e magistratura, determinato non già da  sempre più frequenti comportamenti illeciti di esponenti del ceto politico e dal loro doveroso perseguimento ,conseguente al principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale, ma da presunti eccessi che sarebbero posti in essere da entrambe le parti a cui occorrerebbe porre rimedio con riforme miranti a realizzare un non meglio precisato riequilibrio attraverso la definizione di nuovi modelli costituzionali in grado di  ridefinire l’ambito dei poteri e i limiti di rispettiva interferenza. Su questo punto è bene ribadire che la posizione dell’Associazione Nazionale Magistrati è  inequivoca. Siamo dalla parte della Costituzione Repubblicana sulla quale abbiamo prestato il nostro giuramento di fedeltà. E’ l’unico “padrone”  cui riteniamo di essere sottomessi ; non desideriamo alcun trono sotto il quale soggiacere, sia pure in posizione di privilegio e denunciamo con forza alla pubblica opinione il carattere eversivo delle pesanti intimidazioni cui sono sottoposti anche in questi giorni valorosi magistrati che fanno solo il loro dovere.

Anche in altri settori processuali si registrano situazioni di non lieve criticità: è noto il travaglio che ha accompagnato la riforma del processo del lavoro, tanto che il  Presidente della Repubblica ha rifiutato la firma al testo originariamente approvato con il messaggio di invio alle Camere del 31 marzo 2010. Pure nella nuova formulazione appare peraltro evidente l’intenzione del legislatore di circoscrivere la portata delle tutele fornite dalla normativa inderogabile posta a tutela del lavoratore con nuovi limiti alla potestà di intervento del giudice nel regolare il conflitto sottoposto alla sua valutazione.Ciò proprio in un momento in cui è prevedibile un incremento del contenzioso del lavoro ,in considerazione del complessivo e delicato contesto di relazioni industriali in cui si stanno sperimentando, con i recenti accordi di Pomigliano e di Mirafiori promossi dalla maggiore azienda italiana, progetti di riscrittura dei modelli di contrattazione collettiva. 

Neppure può ritenersi soddisfacente lo stato della giustizia civile relativamente alla quale è proseguita una politica di interventi parziali “a costo zero”,che non consente la creazione del tanto auspicato ufficio del giudice,indispensabile per una più ordinata e celere trattazione dei procedimenti e per un aumento della produttività. Al di là di demagogiche enunciazioni, le risorse destinate al processo civile telematico e più in generale all’informatica, sono andate progressivamente riducendosi. Riguardo a quest’ultima questione, desta allarme la crisi dell’assistenza applicativa cui si è posto rimedio all’inizio dell’anno con una soluzione provvisoria e non soddisfacente poiché a breve,in assenza di soluzioni strutturali, risorgeranno analoghi problemi. Sul punto assistiamo all’affastellamento di voci e annunci, in larga parte riconducibili allo stesso Ministero,che alimentano solo la confusione. In una materia così delicata, che rappresenta il futuro dell’organizzazione giudiziaria ,sono necessarie trasparenza, concretezza e una politica basata sugli obiettivi raggiunti e non sugli annunci, spesso fondati  sulla scarsa consapevolezza della situazione esistente.  Più che in ogni altro settore, in questo campo sarebbe anche necessaria  una politica seria di formazione e reclutamento del personale, essendo evidente che una materia così complessa non può rimanere patrimonio esclusivo di pochi esperti per lo più estranei all’Amministrazione Giudiziaria.Si prosegue,invece,con una miope politica di tagli indiscriminati che mortifica il personale amministrativo rendendone precaria la collaborazione con i magistrati.Anche il nostro Distretto è stato pesantemente colpito da queste scelte e oggi ci sentiamo di esprimere tutta la nostra solidarietà alle rivendicazioni delle rappresentanze     sindacali del personale.

Una  disamina dei problemi che oggi riguardano la giurisdizione non sarebbe però né seria né completa se  eludesse il tema centrale della questione morale.Certamente la stessa non è un fatto che riguarda solo la giurisdizione,perché con tale espressione di sintesi si fa riferimento in generale ad un sistema di rapporti privati fondati sull’interesse personale anziché su quello pubblico,non sempre rilevanti in sede penale, ma in grado comunque di condizionare negativamente i meccanismi di funzionamento delle istituzioni.Purtroppo, recenti vicende giudiziarie hanno fatto venire alla luce in modo univoco una questione morale direttamente riguardante la magistratura:è emersa,infatti,l’esistenza di una rete di rapporti,fatta di piccoli e grandi favori,inviti a convegni e iniziative,promesse per la soluzione di problemi personali,lusinghe nella prospettazione di prestigiosi incarichi anche dopo il pensionamento,tesa a condizionare scelte,decisioni,attribuzione di incarichi.Si tratta-per usare l’espressione adoperata da Gustavo Zagrebelsky-di un “sistema di giri” in cui sono risultati coinvolti in posizione non secondaria capi di uffici giudiziari,dirigenti della stessa Associazione magistrati,membri del CSM eletti dai magistrati e designati dalla politica:è un brusco ritorno a modelli di un passato che a torto si riteneva superato;anzi a quel che è dato leggere dagli atti processuali noti,oggi le aggregazioni appaiono più ampie e trasversali,si alimentano di ruoli strategici in ambito ministeriale e di frequentazioni di “salotti buoni”.Il tutto determina un’evidente permeabilità del sistema giudiziario rispetto a logiche affaristiche e di potere.Il pericolo è grave:la vera lesione della indipendenza e quindi della credibilità della giurisdizione non sta infatti,come molti vorrebbero far credere, nelle idee dei magistrati e nella loro pubblica espressione,ma nel coinvolgimento in centri di potere,soprattutto se occulti.L’associazionismo dei magistrati non è immune da colpe,avendo in passato sottovalutato fenomeni degenerativi di tal specie,ma ha dato di recente importanti segnali di reazione.L’esito di un’assemblea tenutasi a Milano e massicciamente partecipata dai colleghi ha indotto alle dimissioni il presidente della Corte di quel Distretto,sulla cui designazione pesava l’ombra di trame oscure di potere;al tempo stesso sono state apportate importanti modifiche al codice etico dei magistrati,  al fine di maggiormente tutelarne l’indipendenza e la credibilità.Proprio su tale terreno riteniamo di dover concentrare l’impegno della Giunta locale nei prossimi mesi:è già stato programmato per il 5 di marzo a Chiavari per stimolare un’approfondita riflessione su tali modifiche, un convegno  in cui si confronteranno autorevoli colleghi,avvocati,docenti universitari e rappresentanti politici:lo dedicheremo alla memoria di Margherita Ravera,per anni pubblico ministero in quella città e prematuramente scomparsa lo scorso ottobre.Il ricordo del rigore,dell’umanità e della sobrietà del suo essere magistrato ci potrà essere buon viatico in questi tempi difficili in cui tanti ,purtroppo,cominciano a pensare che vivere onestamente nella legalità non sia più cosa utile.

Francesco Pinto
Presidente Sez.ligure ANM
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