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 ,, riflessi in un arcobaleno ..... di Lunadicarta
 
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La giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell'amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana.

Rosario Livatino
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Associazione Nazionale Magistrati

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/anm_100_anni.jpg

Sulla proposta di nomina di magistrati alla
Procura Generale della Cassazione

 
Con la legge n. 44 del 2002 è stato introdotto l’obbligo per i componenti uscenti del CSM di rientrare nell’ufficio di provenienza e il divieto di concorrere per uffici direttivi e semidirettivi nei due anni successivi alla cessazione del mandato.

Scopo della norma è quello di garantire l’immagine di imparzialità dell’organo di autogoverno ed in particolare di evitare anche l’ombra di un sospetto di atteggiamenti di favore nei confronti dei componenti uscenti.

Inoltre non va dimenticato che all’interno della magistratura è da tempo in corso un dibattito sul ruolo delle correnti e sul rischio che l’impegno nell’attività associativa e negli organi di autogoverno possa divenire
veicolo di percorsi professionali privilegiati.

La recente decisione della III Commissione del CSM di proporre per l’incarico di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione su nove posti disponibili ben quattro componenti uscenti dell’ultimo CSM appare oggettivamente in contrasto con lo spirito della disciplina sopra ricordata e per questo rischia di appannare l’immagine di imparzialità dell’organo di autogoverno.

E’ evidente, infatti, che al di là di ogni valutazione sul merito della proposta della Commissione, sulla quale l’ANM non può e non vuole ovviamente esprimere giudizi, la decisione, per i margini di discrezionalità che queste nomine consentono e soprattutto per la singolare coincidenza dell’elevato numero di consiglieri uscenti proposti, si presta ad essere interpretata come un atteggiamento di favore nei confronti degli ex consiglieri.

Roma, 15 giugno 2011

La  Giunta esecutiva centrale
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Di Loredana Morandi (del 17/06/2011 @ 09:36:15, in Magistratura, linkato 1563 volte)
Associazione Nazionale Magistrati

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/anm_100_anni.jpg

Sulla situazione del Tribunale di Vibo Valentia

 
L’ANM ha da tempo denunciato la drammatica situazione degli uffici giudiziari e i rischi derivanti dai continui tagli alle risorse, dal blocco delle assunzioni del personale amministrativo, dalla mancanza di investimenti sull’innovazione tecnologica.

A soffrire in particolare sono gli uffici giudiziari del meridione d’Italia, già fortemente esposti a causa delle infiltrazioni della criminalità organizzata in ampi settori della pubblica amministrazione e della società.

Le ultime allarmanti notizie giungono oggi dal Tribunale di Vibo Valentia, presso il quale non possono essere celebrati i processi  a carico dei detenuti, a causa della mancanza di fondi per l’acquisto di carburante per i veicoli addetti alla traduzione dei detenuti. Episodio che si innesta nella drammatica situazione di quel Tribunale, già ben oltre i limiti di sostenibilità: carenze di organico nel personale di magistratura, nel personale amministrativo e anche nel personale delle forze dell’ordine in misura ben superiori a quella fisiologica; risorse del tutto inadeguate e mezzi obsoleti.

Oggi la giustizia in Italia rischia letteralmente di bloccarsi a causa di una amministrazione miope e indifferente alle esigenze relative anche al funzionamento minimo dei servizi essenziali. Il rischio di implosione degli uffici giudiziari è ormai dietro l’angolo. Oggi tocca a Vibo Valentia, domani ad un altro ufficio, dopodomani a tutti.

Chiediamo al Ministro della Giustizia, cui la Costituzione assegna il compito di garantire il funzionamento degli uffici, di adottare con urgenza tutti i provvedimenti necessari ad impedire la paralisi dell’attività
giudiziaria.

Roma, 15 giugno 2011

La Giunta esecutiva centrale
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Di Loredana Morandi (del 17/06/2011 @ 07:45:55, in Politica, linkato 1520 volte)

I fatti: leggendo la denuncia si evince che il 90% di quanto narrato è in terza persona. Lo status di "terzo" non consente di denuciare fatti accaduti ad altri, se non come persona informata sui fatti. Tutto questo però accade a Bari, dove la precedente giunta Vendola e l'ex assessore Tedesco hanno creato il caso "escort e sanità". Così, tutto è possibile, mentre altro e "i servizi segreti" investigativi" è cosa di pura fantasia. Sembra che Pedica avesse già denunciato l'uomo. Io però continuo a serbare alcuni dubbi sul politico per certi suoi rapporti con le organizzazioni dei falsi abusologi, ovvero una organizzazione nata solo per dichiarare "è falso" l'abuso di un minore o la violenza contro le donne.  Non conosco il denunciante, neppure via facebook, ma il fatto che tiri dentro per i capelli una "madre coraggio" che conosco per le sue vendette politiche francamente mi disgusta. L.M.

Italia dei Valori, sexy-gate a Bari
Sesso in cambio del posto fisso


Domani L'Espresso pubblicherà alcune foto in esclusiva che mostrano il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in compagnia di alcune ragazze a Villa Certosa il 12 giugno, giorno del voto. Insieme agli ennesimi scatti del premier latin-lover, realizzati da Antonello Zappadu, un'inchiesta che balza agli occhi: «Prestazioni sessuali in cambio di una promessa di lavoro in Parlamento», recita l'incipit dell'articolo. Ma il sexy-gate si riferisce all'IdV di Antonio Di Pietro.

I fatti: alla procura di Bari una donna di 31 anni, C.M., ha parlato apertamente di ricatti, ovviamente tutti da dimostrare, e ha denunciato il senatore Stefano Pedica e l'onorevole Pierfelice Zazzera, entrambi dell'Italia dei Valori. La donna avrebbe confidato di essere stata vittima di insistenti avances e ricatti da parte di Zazzera, 43 anni, all'epoca dei fatti parlamentare Idv e coordinatore regionale del partito in Puglia., e Pedica, 53 anni, ex Dc, Udr di Cossiga e poi cristiano-democratico, quindi IdV.

La donna avrebbe riferito di aver accondisceso agli incontri con Zazzera, essendo in stato di necessità. Gli incontri si svolgevano all'hotel A. di Massafra (Taranto) dal maggio 2009 all'ottobre 2009. Zazzera avrebbe promesso più volte un'occupazione. Il deputato l'avrebbe poi attirata a Roma e le avrebbe detto che se voleva davvero un posto di lavoro fisso avrebbe dovuto sottostare anche alle avances del senatore Pedica.

M. accettò ed ebbe, nel dicembre 2009, sempre stando al racconto di C.M, un rapporto sessuale con il senatore, preludio di un ulteriore appuntamento, sempre a fini sessuali, nel gennaio 2010. Finché, constatando che nulla si muoveva sul fronte del lavoro, C.M. interruppe i rapporti anche telefonici con i due. Ma si ritrovò candidata a sua insaputa con l'Idv alle regionali del 2010. Ora, naturalmente, la procura dovrà verificare la veridicità delle dichiarazioni della donna.

16 giugno 2011
http://www.unita.it/italia/italia-dei-valori-sexy-gate-a-bari-br-sesso-in-cambio-del-posto-fisso-1.304782
 
 
 
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Di Loredana Morandi (del 15/06/2011 @ 21:06:46, in Osservatorio Famiglia, linkato 1387 volte)
Il killer è uno: si tratta di un uomo bianco

Caso Yara, individuato dna dell'assassino.

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/giustizia_x_yara.jpg

Prima ha tentato di violentare la ragazzina

 
Milano - (Adnkronos) - Trovato sulla mutandina della 13enne uccisa il 26 novembre scorso a Brembate di Sopra, il profilo genetico di un maschio, bianco. Dei quattro Dna rinvenuti sugli abiti della giovane è considerato dagli investigatori "altamente indiziario". Sugli slip la firma dell'assassino: ''Dna maschile. Il movente è sessuale''

Milano, 15 giu. (Adnkronos) - Un uomo bianco, nessun branco. Chi ha infierito sul corpo di Yara Gambirasio ha agito da solo e prima ha tentato di violentarla. E' questo l'identikit dell'assassino della 13enne bergamasca.

Dopo mesi di indagini, di mezze verità e smentite, il cerchio si restringe. Gli investigatori hanno il profilo genetico di chi ha sequestrato e ammazzato la giovane promessa della ginnastica ritmica. Una traccia inequivocabile, il liquido seminale del killer è stato trovato sulla mutandina della 13enne, che è anche un chiaro movente sessuale. Un tentativo di stupro, fallito, che avrebbe armato la mano dell'assassino. Il profilo genetico è definito dagli esperti "altamente indiziario" e "non suscettibile di contaminazione casuale", perché trovato su un indumento intimo quindi non derivante dal semplice contatto, come potrebbe essere per gli altri tre profili trovati su un guanto (uno maschile e uno femminile) e sul giubbotto della 13enne.

Una svolta, ma solo parziale. Finora i 2.500 confronti con altri profili genetici si sono rivelati un buco nell'acqua. L'ipotesi di un solo assassino era quella privilegiata, fin dalle prime battute d'indagine. Solo l'altro ieri il pm Letizia Ruggeri titolare dell'inchiesta aveva definito "demenziale, una cavolata giornalistica" l'idea che ad uccidere fosse stato un branco. Parole che oggi trovano conferme anche scientifiche e che danno nuovo impulso alle indagini.

"I confronti su Dna sono quotidiani" dice un investigatore, centinaia quelli realizzati negli ultimi mesi. "Non solo a Bergamo o Piacenza, stiamo indagando anche su persone di altre province", aggiunge. Tra gli ultimi ad essere stati sottoposti all'analisi del tampone salivare due autotrasportatori residenti a Piacenza e una coppia originaria della bergamasca. 'Sospettati' perché il loro cellulare 'ha agganciato' la cella della zona di ritrovamento del corpo di Yara in un orario compatibile con l'omicidio.

Non solo. Dopo le centinaia di audizioni, si continua ad analizzare gli elementi trovati sul luogo del delitto e gli oggetti trovati accanto al corpo della 13enne. Inizialmente le indagini si sono concentrate sui due profili genetici trovati dalla polizia su un guanto nero che la giovane aveva nella tasca del suo giubbotto. "Non si sa a chi appartengono e potrebbero non avere nulla a che fare con l'assassino", ricordava solo due giorni fa il pm Ruggeri. Due profili che, proprio perché su un oggetto di uso quotidiano potrebbero non aver nulla a che fare con chi ha ucciso Yara. Sicuramente 'innocente' è il quarto profilo genetico trovato sul giubbotto che Yara indossava la sera della scomparsa. "Questo profilo è stato scartato, perché sicuramente estraneo", assicura un inquirente. Il profilo, secondo indiscrezioni, appartiene a un'insegnate di ginnastica ritmica che conosceva la 13enne.

L'idea che continua a farsi largo tra chi lavora all'inchiesta dal 26 novembre scorso (giorno della scomparsa) è che Yara conosceva il suo assassino. Un uomo che l'ha avvicinata quando dal centro sportivo si è diretta verso casa. Un tragitto di soli 700 metri in un paese di non più di 9mila anime. Quello che è certo, secondo quanto ricostruito dalle indagini informatiche, è che il cellulare della 13enne pochi minuti dopo la scomparsa ha agganciato la cella di Mapello, non lontano da quel campo di Chignolo d'Isola dove il corpo della giovane promessa della ginnastica è stato trovato il 26 febbraio scorso. Tre mesi di silenzio, poi il corpo in avanzato stato di decomposizione è stato trovato e consegnato all'equipe di esperti guidato dall'anatomopatologa Cristina Cattaneo. La relazione conclusiva deve essere consegnata entro fine mese, dopo la concessione di una proroga di un mese, ma i primi elementi sottolineano che Yara ha tentato di difendersi, poi è stata accoltellata più volte. Chi ha ucciso la giovane promessa della ginnastica ritmica ha prima tentato di violentarla, un gesto che spiega un delitto così brutale ma che potrebbe segnare anche il passo falso per l'assassino. Gli investigatori hanno il suo profilo genetico e ora l'ottimismo comincia a farsi largo.

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Di Loredana Morandi (del 15/06/2011 @ 21:03:39, in Magistratura, linkato 1287 volte)

Forleo, il Consiglio di Stato:

''Non è incompatibile con Milano''

 
ultimo aggiornamento: 15 giugno, ore 19:57
Milano, 15 giu. (Adnkronos) - Confermata l'illegittimità del suo trasferimento d'ufficio. Il Gip potrebbe tornare nel capoluogo lombardo

Milano, 15 giu. (Adnkronos) - Possibile ritorno a Milano per il Gip Clementina Forleo. Il Consiglio di Stato, con una sentenza depositata oggi, ha infatti confermato l'illegittimità del suo trasferimento d'ufficio da Milano. Ne dà notizia lo studio legale Leone-Torrani in una nota.

"Il Consiglio di Stato - si legge - ha confermato la sentenza del Tar del Lazio del 2009, che aveva annullato il provvedimento con cui il Csm aveva deciso il trasferimento per incompatibilità dall'ufficio Gip di Milano".

Il Gip Forleo è stata assistita da Mauro Renna dello studio Legale Leone-Torrani, insieme agli avvocati Mario Sanino dello studio Sanino, e Giovanni Pesce dello studio Guarino.
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Di Loredana Morandi (del 15/06/2011 @ 20:44:46, in Magistratura, linkato 1507 volte)
Gianluca Di Feo

Giustizia: tutti prescritti


14-06-2011

L’Italia è una Repubblica popolata di prescritti: né colpevoli, né innocenti. Persone accusate di reati anche gravissimi, incriminate, talvolta arrestate, spesso condannate in primo grado e persino in appello. Ma il tempo previsto dalla legge per giudicarle è scaduto prima che si arrivasse al verdetto definitivo: tutto il processo è stato buttato via. L’imputato non è andato né all’inferno, né in paradiso: rimarrà per sempre in un limbo, che lo accoglierà dopo un lungo purgatorio di udienze durato anni. Una pacchia per i criminali, un supplizio per gli onesti.

Siamo un popolo di prescritti. E lo saremo sempre di più. Negli ultimi dieci anni sono stati cancellati per questo motivo due milioni di procedimenti penali: solo nel 2009 sono stati quasi 150mila, mentre per il 2010 a stima è di 170mila con un numero ancora più alto di indagati che resteranno con la fedina penale immacolata e l’ombra di quei reati che non verrò spazzava via mai. Sono prescritti il premier, un paio di ministri e decine di parlamentari. Ma lo può essere anche il medico che vi opererà, perché l’accusa di aver ucciso un paziente durante un intervento è una di quelle che scadono prima. O può esserlo anche il massimo amministratore dell’ospedale dove siete ricoverati che ha preso tangenti per compare materiali scadenti. Prescritto il ladro che vi ha rubato l’auto, catturato magari dopo un inseguimento dei carabinieri. Prescritto il commercialista che vi ha truffato, l’imprenditore che ha fatto da prestanome a un mafioso. E prescritti tutti quelli che hanno preso o dato mazzette. Ogni giorno almeno 410 processi vanno in cenere, ogni mese 12.500 casi finiscono nel nulla.

Questo accade già ora, prima che il cosiddetto “processo breve” tanto caro a Silvio Berlusconi diventi esecutivo e moltiplichi la strage di procedimenti. E anche senza la nuova legge accadrà sempre di più: nel 2011 si rischia si sfiorare le 200mila prescrizioni. L’accumulo aumenta ogni settimana, la ,montagna di fascicoli non smaltiti cresce e ingolfa tutta la giustizia: solo nel penale sono già 3milioni e 200mila, a cui lo scorso anno se ne sono aggiunti altri 34mila. Il problema è semplice: ci sono sempre più nuove cause e meno risorse. Se anche i giudici intaccano quelle arretrate, non ce la fanno a incanalare l’ondata che si abbatte sulle procure e sulle corti: “E’ come correre su un tapis roulant”, ha sintetizzato l’alto magistrato veneziano Manuela Romei Pasetti. Così i tempi di giudizio si allungano, fino a diventare surreali: in Cassazione si è passati dai 239 giorni del 2006 ai 266 del 2008; in tribunale da 261 giorni a 288; in procura da 458 a 475 giorni. Anni e anni prima del verdetto, senza considerare le pause da una fase all’altra: spesso ci vogliono nove mesi perché un fascicolo passi dal tribunale alla corte d’appello. Intanto i reati scadono e ormai c’è la quasi certezza di scamparla per corruzione, ricettazione, truffa, omicidio colposo. A Roma e nel Lazio, come ha dichiarato il procuratore generale Luigi Ciampoli, quasi tutti i casi di abusivismo edilizio si spegneranno senza condanna, “rafforzando nel cittadino la convinzione di una sostanziale impunità”. Un premio all’arroganza, che deturpa il passaggio e arricchisce i furbetti in una metropoli dove i mattoni sono oro. Nella Sicilia occidentale saranno graziati i colletti bianchi che hanno aiutato i singoli mafiosi a nascondere i loro tesori. E in tutta Italia non si riesce a punire la corruzione el’abuso d0ufficio: i mariuoli della pubblica amministrazione sono destinati a farla franca.

Il pronto soccorso giudiziario
Per cercare di salvare qualcosa nei palazzi di giustizia si inventa di tutto. Ci sono scene da “ER, medici in prima linea”: si mettono i bollini rossi su processi in pericolo di vita, quello blu sui casi gravi, ma non letali, verdi sui pazienti meno preoccupanti. Per rianimare le cataste di fascicoli che rischiano di tracimare nell’abisso si creano task force con magistrati, cancellieri e computer che operano d’urgenza, per poi passare ad altri casi. Come ha detto Grazia Corradini, presidente della corte d’appello di Cagliari, è “la fantasia al potere”: la giustizia creativa per fronteggiare il deserto di risorse. Vengono mandati al fronte cassintegrati e stagisti universitari, ma si ricorre persino al volontariato con i pensionati delle forze dell’ordine e gli studenti liceali: l’ultima barricata per frenare l’assalto della prescrizione.

La macchina impazzita
Marcello Maddalena l’ha definita “una follia obbligatoria”: si fissano udienze di processi che sono già destinati a soccombere. Emilio Gironi, della corte d’appello di Firenze, li chiama “i fascicoli con il bollino nero”, che nessuno potrà riportare in vita. Eppure Maddalena venne travolto dalle polemiche quando creò una lista delle priorità: ordinò ai PM piemontesi su quali reati concentrarsi, per tentare di salvare il salvabile.

Più drastica la posizione del procuratore generale di Perugia Giancarlo Costagliela, che ha invitato tutti i PM dell’Umbria alla ritirata prima della disfatta totale: “Ritengo doveroso suggerire una linea di politica giudiziaria che, privilegiando le misure di prevenzione patrimoniali e personali, svolga quella funzione di deterrente che la sanzione penale non riesce più a svolgere, così da favorire il continuo aumento della criminalità”. Come a dire: se non volete darla vinta ai fuorilegge, non perdete tempo a istruire inutili processi: limitatevi a sequestrargli i beni o a cacciarli dagli incarichi.

Una sconfitta, la Caporetto del diritto, con perversi effetti collaterali. Il principale è l’uso degli arresti: le manette diventano un surrogato della pena. Lo ha denunciato il ministro Angelino Alfano, ma lo ha ribadito il magistrato più importante, ossia il primo presidente della Cassazione Ernesto Lupo: “Bisogna rispettare i criteri di indispensabilità, proporzionalità e adeguatezza, anche resistendo alle “aspettative” dell’opinione pubblica che proprio per le lungaggini sull’accertamento delle responsabilità, vede nell’immediata risposta cautelare il soddisfacimento della sua esigenza di giustizia”. Le retate dovrebbero trasmettere un’immagine di giustizia ancora attiva ma si trasformano in un danno doppio: rischiano di stroncare la vita di innocenti, che non riusciranno a farsi dichiarare tali, e in qualche modo santificano i banditi, che saranno assolti come prescritti e risarciti per la detenzione.

La fossa del processo
Oggi i reati muoiono soprattutto in corte d’appello. I procedimenti ci arrivano ormai in prognosi riservata e dopo qualche udienza decedono. Perché il tempo medio di un giudizio di appello è diventato pazzesco: 710 giorni, secondo i dati ufficiali del ministero. Due anni, con un gioco dell’oca dove basta poco per tornare alla casella di partenza: se uno dei giudici nel frattempo cambia, si riparte da zero. Uno tsunami che annega ogni speranza di produttività: a Milano nel 2010 l’accumulo è cresciuto del 45 per cento, con il risultato di aumentare il proporzione le prescrizioni, seppellendo 831 processi in un anno. La causa è semplice: l’appello doveva essere un’eccezione, non la regola. E una rarità i processi “veri”, con le prove create davanti alla corte. Quando nel 1989 venne lanciata la grande riforma che porta il nome di Gian Domenico Pisapia, si prevedeva che in primo grado al massimo un ventesimo dei casi si trasformasse in dibattimento. Tutto il resto si sarebbe deciso nei “riti alternativi”: abbreviato o patteggiamento, con sconti di pena per gli imputati e tempi minimi. Invece processi “veri” e appelli si sono moltiplicati. A Torino il rito alternativo riguarda metà dei casi giudicati dai collegi, a Milano si scende a un quarto, al Sud molto meno. La speranza di ottenere la prescrizione spinge tutti gli imputati a osare qualunque ricorso. Tanto il tempo gioca dalla loro parte. E la giustizia va in tilt, completamente ingolfata. Si stima che ci siano due milioni di cause legate a beghe di condominio, che vengono punite in sede penale al massimo con una multa da 50 euro ma che scivolano fino alla Cassazione. A Roma il PM che indaga su Finmeccanica – ossia uno dei gruppi fondamentali per l’economia nazionale – ha perso ore e ore per la denuncia contro un amministratore di condominio che non aveva impedito ai piccioni di defecare su una terrazza: l’ha archiviata, scrivendo una sentenza motivata, ma la sua decisione è stata appellata e si è dovuto dedicare all’udienza davanti al giudice.

Il primo presidente della Cassazione ha parlato senza mezzi termini di un “abuso del diritto”. La questione “è rendere effettivo il processo”. Che significa? Le garanzie vanno bilanciate con la necessità di avere una ragionevole durata: se sulla bilancia pesano solo i diritti della difesa senza contrapporsi, il piatto della giustizia resta sospeso nell’aria. Molti magistrati accusano esplicitamente i penalisti: si mantengono proponendo ricorsi ad oltranza, uccidendo il sistema. Puntano il dito sul numero di avvocati che operano nel nostro Paese: oltre 207mila. Il presidente della corte d’appello di Napoli Carlo Alemi tuona contro i 12mila legali attivi in città: “Il loro lavoro non può essere un ammortizzatore sociale”. Gli avvocati replicano: sono giudici e PM a essere improduttivi e spreconi. Uno studio commissionato all’EURISPES dalla Camera penale di Roma nel 2007 evidenzia il lassismo nella gestione delle udienze: durano in media dai 12 ai 32 minuti; il 70 per cento si chiude con il rinvio a 140 giorni dopo. Si apre, si fa qualche eccezione procedurale e se ne riparla tra cinque mesi. Ma si registra anche qualche autocritica tra i magistrati. Per il PG della Cassazione sono sempre più frequenti le prescrizioni che scattano “sena che sia stato compiuto nessun atto di indagine”. Molti giudici, poi, scrivono ancora a mano le sentenze e bisogna trovare chi le tastierizzi e stampi. Lo riconosce Vincenzo Olivieri, presidente della Corte di Palermo: “Oggi nel migliore dei casi ci vogliono 60-70 giorni”.

Indagine sui colpevoli
Su chi abbia ucciso la giustizia a colpi di prescrizione in realtà ci sono idee chiare e condivise. Al primo posto c’è la legge Cirielli, entrata in vigore nel 2006. Uno di quei provvedimenti spesso chiamati ad personam, perché utili anche al presidente del Consiglio. Ma a beneficiarne sono stati i colletti bianchi. La Cirielli infatti amputa la prescrizione per molti reati tipici di professionisti, politici o pubblici amministratori: la corruzione svanisce dopo sei anni, mentre prima il tempo a disposizione era di dieci. L’effetto è stato immediato. Si è passati subito da mille condanne l’anno a sole 130. Stessa dissoluzione per l’abuso d’ufficio, il reato di sindaci, ministri e pubblici dipendenti che violano le procedure, magari per favorire amici e parenti: da 1305 verdetti si è crollati a 45. Se anche si dimostrasse che la celebre casa con vista sul Colosseo di Claudio Scajola fosse frutto di una corruzione concordata quando era ministro nel 2002 (cosa che lui nega e non è stata contestata), il caso sarebbe già fuori tempo massimo. La legge però penalizzava la recidiva: se l’imputato è un habitué del crimine, il tempo per giudicarlo si dilata. Il problema è che nessun corrotto viene condannato e quindi nessuno diventa recidivo. Un micidiale circolo vizioso, come riconoscono avvocati e magistrati. Il secondo problema sono i tagli al personale non togato: cancellieri, segretari, funzionari, commessi. Non ci sono concorsi dal 1995, quelli in servizio hanno più di cinquant’anni e non possono fare straordinari. Questo significa che, se anche un giudice vuole celebrare più udienze, si deve fermare perché al cancelliere non pagano l’extra: alle 14 si chiude, sempre e comunque.

Infine, il terzo killer: l’aumento delle denunce penali. Forse perché la giustizia civile funziona ancora peggio, forse perché ci sono troppi avvocati o forse perché abbiamo più mariuoli e criminali. E anche perché si creano sempre nuovi reati, invece di diminuirli. Quello di immigrazione clandestina, ad esempio, ha sommerso le procure di pratiche complesse rese poi inutili dalla bocciatura europea: migliaia di ore sprecate e distolte da procedimenti più urgenti. Perché tutto sommato, tribunali e corti d’appello hanno migliorato le prestazioni, smaltendo più fascicoli, ma ne arrivano sempre di più. “Anno dopo anno la possibilità di giustizia diminuisce”, conclude Giuseppe Grechi, presidente della corte d’appello di Milano.

Sfascio al Nord
Il paradosso è che la crisi è più acuta nei distretti del Nord Est, quelli dove l’aspettativa di efficienza è più forte: la Lombardia occidentale, il Veneto, il Friuli Venezia-Giulia. Ci sono montagne di processi accumulati che attendono solo il certificato di morte per prescrizione. Lì la carenza di risorse spicca rispetto alla modernità del territorio: fuori c’è l’Europa, nei tribunali il Medioevo. Manca tutto e sempre più spesso si ricorre agli sponsor: si fa la questua di fondi e computer, chiedendo a enti, banche e istituzioni. E – altra sorpresa – molti magistrati preferiscono la Sicilia al Friuli. A Venezia un terzo delle stanze sono vuote e i fascicoli si accatastano: in tutto il Veneto si contano 83mila pratiche abbandonate in una discarica dove marciscono 3mila processi l’anno.

Eppure le soluzioni immediate e concrete per frenare l’emorragia esistono. Da quasi due anni un comitato d’indagine della commissione parlamentare Giustizia ascolta tutti i protagonisti chiedendo lumi sul perché non ci sia “una ragionevole durata del processo”: giudici, avvocati, docenti, cancellieri hanno fornito relazioni chiare, con dati e indicazioni pratiche. L’allora consigliere del CSM Bernardo Petralia fece un calcolo elementare: mancano 215 PM e quindi 160mila fascicoli sono alla deriva senza un titolare. Eppure coprire i buchi nella magistratura non sembra la strada madre. In Italia i posti scoperti sono 1.115 pari all’11 per cento, ma in concorsi non riescono a selezionare candidati all’altezza, cosa che dovrebbe far riflettere sulla salute degli atenei: “Il sistema universitario italiano riesce a produrre non più di 250 magistrati bravi l’anno”, sintetizza con una battuta il dirigente del ministero Luigi Giuseppe Britteri. Tutti ovviamente insistono sulle risorse: chiedono più fondi e spesi meglio, per aprire nuove aule, arruolare cancellieri e segretari, comprare computer adeguati. Poi c’è la questione delle sedi minori: piccoli tribunali, residui ottocenteschi che sono uno spreco nello spreco. Se ne potrebbero chiudere 80, da Montepulciano a Pinerolo, e riutilizzare gli organici per migliorare la produttività di quelli maggiori. E si invocano regole per sfruttare al massimo l’informatica: a partire dalle notifiche – ossia gli avvisi fondamentali per i processi – mandate via mail. Le sperimentazioni hanno dato esiti miracolosi, con tempi ridotti del 75 per cento. Infine abbattere il numero di nuove cause, depenalizzando molti reati o filtrando quelli ormai ridicoli, come le liti per cani che abbaiano o la musica ad alto volume: si sta cercando di farlo con la passi della conciliazione, appena entrata in vigore, ma servono interventi più ampi. Un altro colpo andrebbe dato ad alcuni privilegi dei magistrati. Ad esempio i dottorati di ricerca: sono un diritto, con l’aspettativa e quindi l’ufficio vuoto in 22 casi e il part-time in altri 50. “Trapani ha magistrati già al terzo dottorato e in teoria esistono 33 specializzazioni che si possono frequentare”, ha chiosato Papalia: “Negli ultimi due concorsi ci sono stati ben 20 neo-magistrati in dottorato che non hanno messo piede nei tribunali”. E che – beffa finale – ottengono un punteggio maggiore dei colleghi sommersi di lavoro.

Nessuno degli operatori vede nel “processo breve”, che introduce tempi ancora più stretti per la prescrizione, una soluzione: il queste condizioni sarà solo il colpo di grazia a un paziente agonizzante. In pochi anni verranno sepolti centinaia di migliaia di procedimenti: si stima che saranno la metà di quelli in corso. A Roma 23mila, a Napoli 33mila: un’amnistia mascherata. Ma senza una terapia d’urgenza, un numero colossale di crimini resterà impunito. Volete un esempio? Nel tempo che avete dedicato a leggere questo articolo, sono andati prescritti tre processi. Potrebbe essere il caso della donna di 54 anni morta durante un’operazione all’anca a Reggio Emilia: i familiari hanno speso soldi per costituirsi parte civile e hanno atteso invano er dieci anni, la verità non ci sarà mai. O il più grande scandalo di corruzione della sanità romana, le tangenti elargite da Lady Asl per farsi rimborsare ricoveri inesistenti. O le mazzette intascate per la ricostruzione dell’Irpinia terremotata, la vergogna della prima Repubblica: il processo è finito al macero da poco, 30 anni dopo il sisma. Nessun colpevole, nessun innocente: tutti prescritti. A pagare è solo la giustizia.

* da “L’Espresso” via rassegna stampa "notizie radicali"
http://notizie.radicali.it/articolo/2011-06-14/editoriale/giustizia-tutti-prescritti
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Di Loredana Morandi (del 15/06/2011 @ 20:42:11, in Magistratura, linkato 1377 volte)

Loggia P4, arrestato Bisignani.

Pm chiede arresto deputato Pdl

Secondo l'accusa l'uomo d'affari forniva informazioni coperte da segreto, nell'inchiesta anche l'onorevole Alfonso Papa

Napoli, 15 giu. (TMNews) - L'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari per l'uomo d'affari Luigi Bisignani e la richiesta di arresto per il deputato del Pdl Alfonso Papa, trasmessa alla Giunta per le autorizzazioni, rappresentano il culmine dell'inchiesta sulla cosiddetta P4 condotta dalla procura della repubblica di Napoli. Secondo quanto sostengono i Pm partenopei si sarebbe creata un'attività di dossieraggio clandestino con lo scopo di gestire e manipolare informazioni segrete o coperte da segreto istruttorio. Un sistema informativo parallelo creato per avere notizie riservate anche su appalti e nomine anche attraverso organi costituzionali. Una sorta di loggia segreta che sarebbe emersa nel corso di una lunga indagine e ascoltando numerosi testimoni eccellenti.

Luigi Bisignani è stato arrestato, con il beneficio dei domiciliari, dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Napoli che ha eseguito un'ordinanza emessa dal Gip partenopeo per favoreggiamento personale. Indagini che si inseriscono in un contesto investigativo "di ampio respiro" e che ha interessato "numerose persone". L'inchiesta ha riguardato, così come sottolinea il procuratore aggiunto Francesco Greco, "l'illecita acquisizione di notizie e informazioni, anche coperte da segreto, alcune delle quali inerenti procedimenti penali in corso nonché altri dati sensibili o personali" per consentire agli inquisiti di "eludere le indagini giudiziarie ovvero per ottenere favori o altre utilità". Secondo i magistrati Francesco Curcio e Henry John Woodcock si sarebbe creata una vera e propria "associazione per delinquere" che avrebbe acquisito informazioni anche su esponenti di vertice di alte cariche dello Stato.

http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20110615_190053.shtml
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Di Loredana Morandi (del 15/06/2011 @ 20:34:43, in Magistratura, linkato 1370 volte)
Il rischio ora è che un processo tanto importante sconti anche le scoperture di organico della magistratura. Tutto, naturalmente, ad integrale beneficio della lobby dei pedofili in Rai. L.M.

Pedofilia: Rignano, tutto da rifare processo per abusi


Uno dei giudici collocato in aspettativa da Csm, salta collegio

15 giugno, 20:25

ROMA - Tutto da rifare il processo per i presunti abusi alla scuola materna 'Olga Rovere' di Rignano Flaminio, in corso al Tribunale di Tivoli.

Secondo quanto si è appreso, uno dei componenti il collegio giudicante, la dottoressa Marzia Minutillo Turtur, nei giorni scorsi è stata collocata fuori ruolo dal Csm per consentire alla stessa di partecipare come membro esaminatore al concorso in magistratura.

Rientrerà presumibilmente fra due anni.

'Salta' quindi il collegio composto insieme con il presidente Mario Frigenti e con il giudice Barbara Callari (a sua volta 'prestata' dalla sede giudiziaria romana), che non potrà essere più formato.

Il processo di primo grado vede imputate cinque persone. Si tratta delle maestre Marisa Pucci, Silvana Magalotti e Patrizia Del Meglio, dell'autore tv Gianfranco Scancarello e della bidella Cristina Lunerti.

A vario titolo e a seconda delle posizioni sono accusati di violenza sessuale di gruppo, maltrattamenti, corruzione di minore, sequestro di persona, atti osceni, sottrazione di persona incapace, turpiloquio e atti contrari alla pubblica decenza.

Secondo quanto si è appreso, l'intero fascicolo processuale, insieme con gli altri 210 che erano 'in carico' al tribunale collegiale nel quale risultava fino a qualche giorno fa componente Marzia Minutillo Turtur, passerà al ruolo del primo collegio, presieduto sempre da Mario Frigenti. Non riguardando l'inchiesta persone in stato di detenzione, non ci sarà alcuna corsia preferenziale per il suo svolgimento.

A rigor di logica, comunque, in caso di creazione - a dire il vero, da voci raccolte, la cosa si ritiene molto improbabile - di un nuovo collegio sarebbe da escludere che le difese acconsentiranno di 'salvare' l'attività dibattimentale finora svolta. Secondo quanto si è appreso, il tribunale di Tivoli avrebbe fatto un tentativo in extremis per risolvere la questione, chiedendo la revoca del 'fuori ruolo' del giudice o chiedendo al Csm di inviare un nuovo magistrato. Allo stato, però, resta solo il fatto che già dalla prossima udienza, fissata per il 4 luglio, il collegio non può essere più formato.

 
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Audizione del primo Presidente della Corte di cassazione dinanzi alle Commissioni riunire Affari costituzionali e Giustizia della camera dei Deputati nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul d.d.l. costituzionale del Governo C. 4275 “Riforma del titolo IV della parte II della Costituzione.”


Questo invito, di cui  ringrazio le Commissioni e i loro Presidenti, è stato  evidentemente indirizzato a me non a titolo personale, ma come Primo Presidente della Corte di cassazione, per cui mi è parso doveroso che in questa sede, al di là di opinioni personali, io sottoponga all’attenzione del Parlamento  ciò che, sull’oggetto del disegno di legge costituzionale, ha maturato l’Ufficio del Massimario, che di fatto opera anche come centro di studi e di elaborazione giuridica al servizio della Corte.

Deposito pertanto la Relazione sul disegno di legge costituzionale recante “riforma del titolo IV della parte II della costituzione” redatta dal predetto Ufficio, relazione che faccio mia in ogni parte e che illustrerò oralmente per gli aspetti più rilevanti.
 

1) Decostituzionalizzazione delle garanzie


Voglio sottolineare subito il dato che emerge con evidenza dalla lettura del testo del disegno di legge. La nostra è una Costituzione rigida, incentrata sul principio di legalità e sui diritti fondamentali dei cittadini, proclamati nella I^ parte della Carta ed affidati ad articolazioni istituzionali disciplinate nella II^ parte, con il raccordo delle garanzie costituite dalla riserva di legge e dalla riserva di giurisdizione.

Proprio affinché quest’ultima assolva al suo compito costituzionale con piena effettività, i Padri costituenti avevano sottratto i connotati fondamentali e portanti del sistema giurisdizionale alla legge ordinaria, ossia al potere della maggioranza, fissando direttamente in Costituzione principi e regole che hanno fatto del sistema giudiziario italiano quell’originale modello istituzionale, che viene qualificato come modello orizzontale, in contrapposizione al modello verticale di origine napoleonica.

Il disegno di legge muta quel modello in più punti, operando una “decostituzionalizzazione” delle garanzie oggi previste.

L’impostazione di fondo del d.d.l. determina una mutazione strutturale del Titolo IV della parte II della Costituzione, con inevitabili riflessi sull’impianto generale di Costituzione che ne deriverà

Con preoccupante frequenza si rinvia alla legge la configurazione dei contenuti della disciplina senza delineare con sufficiente e impegnativa definizione i principi di riferimento, evitando così di vincolare, nelle sue scelte di attuazione, il legislatore ordinario. Un legislatore - sia detto descrittivamente e senza intenti polemici - che non  si è caratterizzato, negli ultimi anni, per sensibilità costituzionale, tanto che la Consulta è stata costretta a reiterate declaratorie d’illegittimità su norme che, pur espunte dall’ordinamento, ne hanno temporaneamente  opacizzato il nitore costituzionale.

Suscita perplessità che il rinvio non è quasi mai fatto in favore della legge di ordinamento giudiziario, bensì alla legge ordinaria, senz’altra qualificazione. Si oscura così il senso della necessità d’interventi organici, sistematicamente coerenti in una materia di così spiccata sensibilità costituzionale. Ma ciò che più preoccupa è la carenza di vincolanti linee direttrici entro cui deve muoversi il legislatore ordinario.

La riserva di legge, che nella sua assolutezza è certo un fattore di garanzia per la tutela della fisionomia costituzionale della magistratura e della funzione giudiziaria, perde significato se il legislatore costituzionale sceglie di rimettere alla regolazione per legge ordinaria i necessari compiti di attuazione di valori e principi senza contenerne la discrezionalità regolativa con criteri, anche generali ma sufficientemente definiti.

La fedeltà al modello rigido, pur formalmente ribadita dalla Relazione al disegno di legge, rischia così di occultare la decostituzionalizzazione di vari aspetti della materia disciplinata nel Titolo IV.

La rinuncia di fatto alla struttura rigida in materia tanto sensibile per la garanzia dell’ordinamento democratico finisce per attribuire al legislatore ordinario - ossia alla contingente maggioranza parlamentare - un potere eccessivo, il cui esercizio - non assistito da una definita e stringente cornice costituzionale - potrebbe confliggere con la piena ed effettiva tutela dei diritti fondamentali.

Questa considerazione mi porta a sottolineare l’erroneità di una diffusa, ma schematica e superficiale opinione secondo cui, a differenza della prima parte, tutta la seconda parte della Costituzione sarebbe modificabile. Com’è stato ben evidenziato dalla dottrina, le due parti della Costituzione non sono sfere autonome e separate. Occorre pertanto massima cautela e rigore nell’introdurre cambiamenti della parte cosiddetta “organizzativa” che possono produrre effetti rilevanti anche sul piano dei diritti e dei principi elencati nella prima parte.

L’approvazione del disegno di legge, nel suo attuale contenuto,  rischierebbe di determinare un grave indebolimento dei vincoli costituzionali per il legislatore ordinario.
 

2) L’obbligatorietà dell’azione penale.


Non ripercorrerò tutti gli oggetti della proposta di revisione costituzionale, ma mi limiterò esemplificativamente a toccare qualcuno dei temi principali, a cominciare  dalla riformulazione della norma sull’obbligatorietà dell’azione penale, che, pur incidendo direttamente sui contenuti dell’attività del pubblico ministero,  tocca da vicino  il contenuto e il ruolo della magistratura giudicante .

Il principio di obbligatorietà dell’azione penale è la pietra angolare di un sistema penale informato ai valori di legalità e di uguaglianza, come ha evidenziato la Corte costituzionale, affermando  che il principio di legalità penale necessita, per la sua concretizzazione, della legalità nel procedere e questa, in un sistema «fondato sul principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge non può essere salvaguardata che attraverso l'obbligatorietà dell'azione penale. […] Realizzare la legalità nell'eguaglianza non è concretamente possibile se l'organo cui l'azione è demandata dipende da altri poteri: sicché di tali principi è imprescindibile requisito l'indipendenza del pubblico ministero. Questi è, infatti, al pari del giudice, soggetto soltanto alla legge (art. 101, secondo comma, Cost.) e si qualifica come un magistrato appartenente all'ordine giudiziario collocato come tale in posizione di istituzionale indipendenza rispetto ad ogni altro potere>, che non fa valere interessi particolari ma agisce esclusivamente a tutela dell'interesse generale all'osservanza della legge>[…] . Il principio di obbligatorietà è, dunque, punto di convergenza di un complesso di principi basilari del sistema costituzionale, talché il suo venir meno ne altererebbe l'assetto complessivo” (sentenza n. 88 del 15 febbraio 1991)..

L'art. 13 del disegno di legge conferma il principio di obbligatorietà dell'azione penale, ma riferisce l'obbligo non più al pubblico ministero, bensì all'ufficio del pubblico ministero. Si prevede che l'esercizio dell'azione penale debba avvenire «secondo i criteri stabiliti dalla legge», inciso eccessivamente vago che non consente di comprendere a quali criteri il legislatore ordinario dovrà attenersi per regolare l'obbligatorietà confermata in Costituzione.

Proprio per le ragioni sottolineate icasticamente dalla Corte costituzionale, in questa materia è  essenziale un sicuro ancoraggio della discrezionalità del legislatore ordinario alla tutela effettiva degli interessi sottostanti alla previsione costituzionale. Nel delineare, ad esempio, criteri di priorità dell'azione penale, che è il temperamento a cui guarda la Relazione al disegno di legge, il legislatore ordinario dovrebbe esser assistito da definiti criteri di orientamento d'ordine costituzionale, apparendo altrimenti alto il rischio di eccessi di normazione ordinaria che finiscano col tradire, più o meno consapevolmente, il precetto costituzionale.

E’ necessario, inoltre, rimarcare che “obbligatorietà” significa sottrazione al principio di apprezzamento e di responsabilità politica nella gestione dell'azione penale, in opposizione al principio di opportunità, il quale giustifica intromissioni del potere politico nelle scelte, nella responsabilità di azione.

Non si comprende, allora, il senso della previsione di cui all'art. 11 del d.d.l., di modifica dell'art. 110 Cost., là dove affida al Ministro della Giustizia il compito di riferire annualmente alle Camere non solo sullo stato della giustizia (il che trova fondamento nella responsabilità per il funzionamento dei servizi), ma anche «sull'esercizio dell'azione penale e sull'uso dei mezzi di indagine». 

La previsione suscita non poche perplessità, perché sfugge la coerenza di un disegno che attribuisce un potere di relazione a un organo del tutto estraneo ai compiti di direzione e gestione dell'azione penale. Se si vuol dare un senso alle cose, questa previsione evoca l’implicazione necessaria della titolarità in capo al Ministro di un qualche potere sull’oggetto delle relazioni.


3) Il Pubblico Ministero
 

L’oggetto principale dell’iniziativa governativa è la posizione dei magistrati del PM, i cui poteri e il cui status vengono profondamente modificati.

Su tali modificazioni si soffermerà certamente il Procuratore generale presso la Corte di cassazione, per cui mi limito, per economia di tempo,  a rinviare al testo della Relazione scritta che ho depositato.

Voglio tuttavia sottolineare che, al di là della prevista separazione delle carriere, le modificazioni proposte incidono profondamente sulla configurazione di «un ordine autonomo e indipendente da ogni potere», che non è riferita più alla magistratura nel suo complesso, come previsto invece dall’attuale formulazione del primo comma dell’art. 104 Cost., bensì ai soli giudici, con estromissione del pubblici ministeri, che acquisiscono una anomala collocazione costituzionale. I pubblici ministeri, cessando di appartenere all’ordine giudiziario e non costituendo un ordine ulteriore e distinto, finiscono per incarnare una figura ibrida, dall’incerta identità costituzionale, a metà strada tra il giudice e il pubblico funzionario.

Tale incertezza si riflette anche sul terreno delle garanzie che la riforma vorrebbe assegnare al titolare dell’azione penale. Il mero rinvio alla legge di ordinamento giudiziario, in questo nuovo quadro di distacco dall’ordine giudiziario, con la netta accentuazione del carattere gerarchico dell’Ufficio e l’obbligo di esercitare l’azione penale “secondo i criteri stabiliti dalla legge” (ossia, dalla contingente maggioranza politica), espone istituzionalmente il pubblico ministero a rischi di eteronomia  e rende instabile e precaria la sua indipendenza.

 A ciò va aggiunto che autonomia e indipendenza sarebbero assicurate esclusivamente «all’ufficio» e non al singolo magistrato requirente. L’assenza di espresse forme di garanzia dell’indipendenza funzionale (nella sua duplice proiezione interna ed esterna) del singolo magistrato requirente (peraltro abitualmente previste anche negli ordinamenti continentali che prevedono la separazione tra magistratura giudicante e magistratura requirente) rischia di svuotare di contenuto la stessa previsione di un organo di governo autonomo della magistratura requirente, atteso che storicamente la ragione per cui i costituenti istituirono il Csm corrisponde proprio all’esigenza di rendere effettiva l’indipendenza attribuita al singolo magistrato.
 

4) Il divieto di appello avverso le sentenze di proscioglimento
 

L'articolo 12 del d.d.l., introducendo un nuovo comma nell'art. 111 Cost., vorrebbe introdurre il principio dell'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento quale punto di equilibrio tra la libertà del cittadino e la pretesa punitiva statuale ed al fine, per come si legge nella Relazione, di evitare che perseguire ancora l'ipotesi accusatoria, pur dopo che questa non abbia trovato conferma processuale, faccia perdere all'azione pubblica i tratti della doverosa ricerca della verità e rischi di farle assumere, invece, «le vesti di un atteggiamento persecutorio».

In tal senso, la proposta sembra dimenticare le legittime aspettative della vittima del reato in ordine alla ricerca e affermazione della verità, nonostante le sempre crescenti pressioni che gli strumenti internazionali esercitano in proposito sul nostro ordinamento (v. anche, nel senso della particolare considerazione della posizione della vittima, le proposte di legge costituzionale n. 199/C e n. 1039/C, ambedue di modifica dell'art. 111). Ma, a parte ciò, è la stessa coerenza del testo normativo proposto con le ragioni che lo avrebbero ispirato a lasciare perplessi, atteso che la disposizione prevede che «le sentenze di proscioglimento sono appellabili soltanto nei casi previsti dalla legge», senza fornire alcuna indicazione sugli effettivi limiti posti alle scelte del legislatore ordinario e che dunque potrebbero rischiare di svuotare di significato il principio affermato.
 

5) La nomina del giudice per concorso
 

L'art. 8 del disegno di legge interviene sulle disposizioni costituzionali che dettano i principi per il reclutamento dei magistrati, in particolare sul comma 2 dell'art. 106, che prevede una delle due deroghe alla regola generale della selezione per concorso (l'altra è costituita dalla nomina per meriti insigni all'ufficio di consigliere di cassazione di avvocati e professori in materie giuridiche).

In particolare, il disegno di legge intende eliminare l'inciso «per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli», che nell'attuale assetto limita la possibilità di fare ricorso a una magistratura onoraria, eventualmente reclutata elettivamente, per la trattazione di affari giudiziari di maggiore importanza. Storicamente, infatti, la monocraticità dell'organo (questo il significato del richiamo alle funzioni dei giudici singoli) ha qualificato la giurisdizione c.d. minore, un tempo affidata a giudici conciliatori e pretori.

In proposito, occorre ricordare che nel dibattito che si sviluppò in sede costituente emerse la netta prevalenza per il sistema di reclutamento per concorso, e già l'ammissione di una nomina elettiva per la magistratura onoraria face registrare la diversa posizione di quanti (soprattutto Calamandrei, ma anche Leone) ritenevano che l'elezione fosse coerente con un ordinamento giuridico ispirato dal diritto libero, dove il magistrato è operatore della politica, e non con un ordinamento informato al principio di legalità, che postula la necessità di un magistrato tecnico reclutato attraverso un concorso capace di verificare l'adeguatezza del profilo professionale.

La netta preferenza per una magistratura legittimata non dalla selezione elettorale ma da quella concorsuale, e quindi sulla base di un'elevata qualità tecnico-professionale, emerge, nel testo costituzionale, dalla previsione di esordio dell'art. 106, comma primo, che, appunto, prescrive in linea generale tale forma di reclutamento.

Se la deroga di cui al comma successivo perdesse l'espresso limite del riferimento alle funzioni dei giudici singoli, si avrebbe un'incoerenza di fondo dell'assetto costituzionale, perché si smarrirebbe il senso, tra i due contrapposti canali di accesso, del rapporto “regola-eccezione”, con l'effetto di consegnare al legislatore ordinario il potere, non meglio delimitato, di invertire il rapporto magistratura professionale/magistratura onoraria, marginalizzando la prima in favore della seconda, eventualmente scelta col sistema elettorale, in sostanziale violazione della persistente previsione dell'accesso in magistratura per concorso.

La previsione dell'ampliamento della magistratura onoraria, quindi non professionale e non reclutata per concorso, collegata alla possibilità d'impiego della stessa anche oltre l'attuale limite costituito dall'attribuzione delle funzioni proprie dei giudici singoli, rende potenzialmente marginale la selezione dei magistrati per concorso, che costituisce nell'attuale sistema la garanzia migliore di reclutamento senza discriminazione e con accertamento dell'adeguata qualificazione tecnico-professionale.
 

6) La responsabilità civile dei magistrati
 

Il disegno riformatore prevede l'aggiunta in Costituzione dell'art. 113-bis, che va a comporre un'apposita sezione dedicata alla responsabilità dei magistrati.

La Corte costituzionale, già con la sentenza n. 2 dell’11 marzo 1968, rilevò che, ferma restando la necessità di previsione di responsabilità, la singolarità della funzione, la natura dei provvedimenti e la stessa posizione super partes possono bene indurre a istituire condizioni e limiti alla responsabilità dei magistrati. Tale affermazione fu ribadita dalla Corte costituzionale con le sentenze n. 26 del 3 febbraio 1987 e n. 468 del 22 ottobre 1990.

La piena parificazione, senza alcuna distinzione, tra magistrati e funzionari dello Stato mi sembra che si ponga contro l’indipendenza e l’autonomia della funzione giudiziaria, tenuto conto che i funzionari  non godono di tali prerogative.

Il collegamento tra queste prerogative e la responsabilità dei giudici è posto esplicitamente dalla Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa «sui giudici: indipendenza, efficacia e responsabilità» del 17 novembre 2010, al cui punto 67 si legge che «soltanto lo Stato, ove abbia dovuto concedere una riparazione, può richiedere l'accertamento di una responsabilità civile del giudice attraverso un'azione innanzi a un tribunale». L'intendimento di questo passo della Raccomandazione è chiaro: la previsione della responsabilità civile del magistrato, pur legittima, non può essere piegata a strumento d’indebita pressione, di ritorsione per decisioni non gradite, fermo restando che anche condotte che non raggiungono la gravità, oggettiva e soggettiva, meritevole di una responsabilità civile diretta, ma che causano danni ingiusti, devono trovare nella responsabilità dello Stato, salva l'azione di rivalsa, la risposta di tutela alle legittime pretese risarcitorie.

In questo contesto, la previsione espressa della responsabilità civile diretta dei magistrati presenta il concreto rischio di deprimere il ricorso, nella legge di attuazione, a forme di valutazione di ammissibilità dell'azione e alla principale esposizione dello Stato (fatta salva, per alcune ipotesi, l'azione di rivalsa), in potenziale contrasto con i valori di autonomia e indipendenza dei magistrati, posti in risalto dalla giurisprudenza costituzionale.
 

7) La posizione del Primo Presidente della Corte di Cassazione nell'ambito del C.S.M.


I nuovi artt. 104-bis e 104-ter, di cui all’art. 5, comma 1 del disegno di legge, hanno ad oggetto la composizione dei due Csm.

In dichiarata coerenza con la separazione delle carriere, quale oggetto specifico della previsione dell’art. 4, il disegno di legge istituisce due Csm, di cui uno “dedicato” alla magistratura giudicante e altro “dedicato” alla magistratura requirente.

La scelta di procedere a modificare l’attuale rapporto numerico tra membri laici e membri togati (che attualmente, come noto, è di 1 a 3) non è specificamente motivata dalla relazione governativa di accompagnamento del disegno di legge, limitandosi sul punto la stessa a chiarire che la presenza, quale membro di diritto, del Primo Presidente della Corte di cassazione e del Procuratore Generale presso la medesima continuerebbe a garantire la prevalenza numerica della componente «togata».

La ripartizione a metà dei membri eletti caricherebbe di significati e importanza impropri e obliqui la nomina del Primo presidente e del Procuratore Generale della Corte di Cassazione ai loro incarichi, così come improprie e difficilmente esercitabili diventerebbero le loro responsabilità in seno al Consiglio, tenendo anche conto del fatto che essi non fanno parte delle commissioni proponenti in cui il Consiglio si articola, non sono collocati fuori ruolo e devono dividere il loro impegno nel Consiglio, comprendente anche la partecipazione al Comitato di presidenza, con i gravosi compiti istituzionali presso la Corte di Cassazione.
 

8) Conclusione

Qualche mese fa, alla fine di gennaio, ho avuto l’onore e l’onere di presentare la Relazione  sull’amministrazione della giustizia, che – a giudicare dai commenti  e dalle attestazioni pervenutemi– sembra aver incontrato l’apprezzamento e il consenso della gran parte degli esponenti del mondo istituzionale e politico.

In quella Relazione avevo evidenziato il quadro drammatico dell’inefficienza del nostro sistema di giustizia, per come risulta sia dal basso (dal punto di vista del cittadino che aspetta risposte mai tempestive) sia dall’alto, dall’osservatorio della Corte europea dei diritti dell’uomo e del Consiglio d’Europa.

Le reiterate condanne a carico del nostro Paese, pronunciate dalla Corte di Strasburgo, hanno indotto il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa a rivolgere nuovamente la sua attenzione al «caso Italia» per ribadire che tempi eccessivi nell'amministrazione della giustizia costituiscono «un grave pericolo per il rispetto dello Stato di diritto, conducendo alla negazione dei diritti consacrati dalla Convenzione» e per sottolineare l'importanza di «impostare un'efficace strategia a medio e lungo termine per trovare una soluzione a questo problema strutturale che esige un forte impegno politico». La severa risoluzione approvata rivolge alle autorità italiane di più alto livello un nuovo appello «affinché mantengano fermo il loro impegno politico a risolvere il problema della durata eccessiva dei processi, e adottino tutte le misure tecniche e di bilancio necessarie in tal senso» (Risoluzione  n. 224 del 2 dicembre 2010).

Quello della realizzazione della ragionevole durata dei processi, secondo le concordi previsioni dell’art. 6 della CEDU, dell’art. 111 della Costituzione italiana e dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, è infatti, un tema assolutamente prioritario e centrale:

-         per il rispetto di un diritto umano fondamentale di ogni persona, il diritto alla giustizia, che costituisce una sorta di pre-condizione per la tutela di ogni altro diritto, una sorta di “diritto ai propri diritti”;

-         per l’immagine dell’Italia nel panorama europeo e internazionale;

-         per gli effetti sull’economia e sulla competitività internazionale del sistema Italia, come ha recentemente ricordato anche il Governatore della Banca d’Italia.

Ciò non soltanto consiglia, anzi impone a tutti di bandire le contrapposizioni e le polemiche ricorrenti sulla giustizia, intesa come dimensione del potere istituzionale, e di concentrarsi piuttosto sulla dimensione della giustizia come servizio verso i cittadini e tutte le persone che vivono nel nostro Paese, che hanno diritto a ottenere in tempi ragionevoli risposte alle domande di giustizia.

In quella Relazione, riprendendo una saggia constatazione dell’onorevole Presidente della Commissione giustizia della Camera  dei deputati– avevo  sottolineato che  le perduranti polemiche e le contrapposizioni su questioni  di “riequilibrio di potere” producono soltanto  il risultato di sottrarre attenzione, tempo ed energia alla soluzione della crisi d’efficienza, questione concreta e pressante che riguarda tutta la comunità nazionale.

Non ho cambiato idea. Il mio suggerimento e il mio auspicio, in questa situazione drammatica d’inefficienza e nel clima di contrapposizione che  ostacola quello spirito di condivisione che deve essere posto alla base di importanti riforme costituzionali, sono di concentrarsi su quanto è necessario  per ridare efficienza e funzionalità al sistema di giustizia, nell’interesse dei diritti dei cittadini e di tutte le persone che aspettano risposta alle loro domande di giustizia.

 

Roma 13 giugno 2011

 Ernesto Lupo
 
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Di Loredana Morandi (del 15/06/2011 @ 07:17:33, in Magistratura, linkato 1532 volte)
Intervengo a diatriba elezione de Magistris e nomina Narducci sul far del termine solo per dire due cose: La prima. Sono contenta che de Magistris sia rientrato in Italia, all'estero era perfettamente inutile e troppo soggetto alle corruttele pidduiste siciliane. A Napoli, forse, avrà l'occasione di fare del bene. La seconda. A mio personalissimo avviso, il talento anche politico della magistratura non deve essere sprecato nelle amministrazioni dello Stato. Perché se vale, vale un seggio in Parlamento. Quindi anche oltre la giusta e condivisibile posizione della ANM e il codice etico: è meglio un bravo pm in Procura, che un pur bravo amministratore circondato da centinaia di corrotti. La politica dell' "almeno siamo in due" del Luigi nazionale è comprensibile anche se denota l'immaturità politica e istituzionale, ma è meno utile di una saggia attesa. Volete davvero cambiare l'Italia: candidate Armando Spataro alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Caselli al Tesoro e la Boccassini a far da Guardasigilli (o viceversa come loro stessi indicheranno - e i nomi potrebbero essere tantissimi scelti tra tutte le correnti)... e l'avrete. L.M.

l'intervista| il pm di roma interviene dopo le accuse del presidente Luca Palamara

Cascini: «Quella di Narducci
una scelta individuale ma che non condivido»


Il segretario dell’Anm:«Così si rischia di appannare l'immagine di imparzialità della magistratura»


ROMA — Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm. Ha letto? Ora è ufficiale, l’ex pm Giuseppe Narducci farà l’assessore al Comune di Napoli.

«E io sono convinto che, così come ha fatto benissimo il pm, farà benissimo anche nell’amministrazione del Comune» .

È quel che dicono i suoi colleghi. Il suo nome è una garanzia. È d’accordo?
«Sì. Stimo tantissimo Giuseppe Narducci. Non vorrei, però, che le qualità personali e il caso singolo facessero perdere di vista un principio generale».

Quale?
«Il suo è un comportamento che contrasta con le nostre regole deontologiche».

Giuseppe Cascini, napoletano («E da napoletano mi consenta di fare i migliori auguri di buon lavoro al sindaco e alla sua giunta, sono sicuro che sapranno garantire il rinnovamento della politica» ), è il segretario generale del «sindacato» dei magistrati. Pm della Procura di Roma, è una di quelle toghe che dei suoi colleghi può parlare senza essere tacciato di collaborazionismo con la politica. «Licenziato» dal ministro della Giustizia Roberto Castelli nel 2001, ha denunciato i «gravi interventi quotidiani contro la magistratura di Silvio Berlusconi» , ha accusato il Pdl di «perseguire l’obiettivo di avere magistrati muti» e s’è scontrato anche con il Guardasigilli Angelino Alfano. Meno di un mese fa s’è pure ipotizzato che dietro una sua indagine su ambienti vicini alla Fondazione ItalianiEuropei ci fosse un «ricatto» proveniente dagli ambienti giudiziari nei confronti di Massimo D’Alema, per costringerlo a sostenere proprio la candidatura di Luigi De Magistris. Insomma, il premier lo definirebbe una toga «rossa» . Che però non fa sconti neppure alle toghe (nere) dei suoi colleghi.

Giuseppe Cascini, ci tolga subito un dubbio. Il codice etico, quello di cui tanto s’è parlato, cos’è?
«Una delle regole fondamentali della vita dell’associazione. Ha un valore molto rilevante, e guida i nostri comportamenti. È un complesso di norme al quale siamo attentissimi, e non a caso è stato aggiornato il 13 novembre del 2010, con l’inserimento dell’invito ai magistrati a non assumere incarichi politici o amministrativi nelle città in cui fino a quel momento hanno svolto funzioni giudiziarie» .

Dice che i magistrati non sono cittadini come tutti gli altri?
«Certo che lo sono. E infatti la nostra esigenza non è stata quella di vietare l’impegno politico dei magistrati. Che, anzi, possono dare un contributo utile e decisivo al funzionamento delle istituzioni» .

Ecco, appunto. Il presidente emerito della Corte Costituzionale Francesco Paolo Casavola ha detto a «Repubblica» che oggi «non siamo più nell’ 800, dove la toga rappresentava una professione per l’eternità» ...
«Il problema è attuale, altro che ’ 800. Qui non si tratta di isolare i magistrati dalla vita politica, ma di regolarne la partecipazione. È necessario trovare un equilibrio. C’è un diritto dei magistrati di partecipare alla vita sociale e politica, certo. Ma c’è anche il dovere di garantire che l’immagine della magistratura non venga compromessa» .

Come si trova questo equilibrio?
«È necessario un intervento normativo. Oggi chi vuole partecipare alle elezioni politiche deve lasciare sei mesi prima se si vuole candidare. Ecco, penso che questo principio debba valere ancor di più per gli incarichi politici o amministrativi assunti in sede locale» .

Vale anche per un magistrato stimato da tutti come Giuseppe Narducci, uno dei pm anticamorra con il maggior numero di successi investigativi?
«Qui non è in discussione la persona. È principio generale che vale. E per quel principio la scelta fatta da Narducci è in contrasto con le regole che la magistratura nel suo complesso condivide. Ricordo che il codice etico è stato approvato all’unanimità» .

Guardi che forse non tutti condividono. Le cito il pensiero del pm Celeste Carrano. Prima ha detto al «Mattino» che «le critiche al collega sono strumentali e fuori luogo» . Poi al «Corriere del Mezzogiorno» ha spiegato che «è vero che in base al nostro codice un magistrato non dovrebbe assumere incarichi pubblici, ma è anche vero che nessuna legge lo vieta e che questo è un diritto costituzionalmente garantito» . La chiama condivisione?
«Qui stiamo parlando di una condotta in contrasto con il nostro codice. È un dato certo. Bisogna capire poi che valore ciascuno dà alle regole deontologiche» .

Si dà il caso che Celeste Carrano sia presidente della giunta distrettuale di Napoli della Anm...
«Trovo profondamente sbagliato che chi ricopre ruoli di vertice all’interno dell’associazione dica che le regole che ci siamo dati possano non valere. Per noi, al contrario, hanno un valore assolutamente rilevante» .

Un altro magistrato, il procuratore di Nola Paolo Mancuso, a «Repubblica» ha detto che la scelta di Narducci è comprensibile perché si inserisce nella «condizione di emergenza che vive Napoli» . Questa invece può essere argomentazione buona a convincerla?
 «Francamente penso che un magistrato non debba mai fare discorsi su eccezionalità ed emergenze. E poi quali emergenze? Io nel nostro Paese ne vedo tante, tra cui l’aggressione all’autonomia e all’indipendenza della magistratura. Ed è proprio per tutelarci da questi attacchi strumentali che dobbiamo difendere la nostra immagine di imparzialità» .

E ve ne siete accorti solo con il caso Narducci?
«L’Anm è stata sempre molto severa nel censurare certi comportamenti. Penso all’assunzione di incarichi presso la Regione Sicilia da parte di magistrati in servizio proprio in quell’isola. O al pm Lorenzo Nicastro diventato assessore della giunta di Nichi Vendola dopo aver indagato fino al giorno prima su Raffaele Fitto, che di Vendola era il competitor. È anche in seguito questi episodi che abbiamo ritenuto necessario stabilire un equilibrio tra i diritti dei singoli magistrati e l’interesse generale dell’immagine della magistratura».

Be’, non è che questo codice etico sia così temuto.
«Sono delle regole di comportamento, non prevedono sanzioni. Ognuno è libero di non adeguarsi, ma certo noi non diremo mai che ha fatto bene».

Quindi si riduce tutto a questo?
«Vorrei chiarire che queste regole sono condivise e rispettate dalla stragrande maggioranza dei magistrati».

Insisto: non nel caso in questione.
«Qui c’è stato oggettivamente un comportamento che contrasta con i principi deontologici. Non è però l’atteggiamento della magistratura» .

E cos’è allora?
«Una scelta individuale che non corrisponde all’immagine e al modello di magistrato che vorremmo. Decisioni come questa rischiano di appannare l’immagine di imparzialità della magistratura. E oggi sono pericolose» .

Perché?
«È in atto uno scontro acceso tra politica e magistratura, non certo per colpa nostra. E, in un contesto così, non aiuta avere comportamenti che rischiano di compromettere la figura del magistrato. Offrono argomenti a chi ha la grottesca abitudine di dipingere l’azione della magistratura come orientata a fini politici. Un’accusa falsa, soprattutto nel caso di un magistrato limpido come Giuseppe Narducci. Ma con queste scelte si rischia di offrire pretesti a quell’accusa» .

Gianluca Abate
Corriere del Mezzogiorno 14 giugno 2011
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/politica/2011/14-giugno-2011/cascini-quella-narducci-scelta-individuale-ma-che-non-condivido-190863282967.shtml

I precedenti

Palamara (Anm): inopportuno
che Narducci diventi assessore

Il presidente dell'associazione magistrati non approva l'ingresso del pm oggi in aspettativa nella giunta del sindaco de Magistris. Il Pdl attacca e presenta un disegno di legge su toghe e politica

di CONCHITA SANNINO


La doccia gelata arriva dall’Associazione nazionale magistrati. Il presidente dell’Anm, Luca Palamara, giudica «inopportuna» la probabile nomina del pubblico ministero Giuseppe Narducci, già pubblica accusa nel processo al leader regionale Pdl Nicola Cosentino, ad assessore della giunta del neo eletto sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Una parola che pesa, quella di Palamara. Proprio nelle ore in cui è il Pdl nazionale a metterci il carico da novanta.

Il vicecapogruppo al Senato, Gaetano Quagliariello, annuncia infatti che sarà presentato stamane un disegno di legge appositamente pensato per «evitare altri casi Narducci». La nuova norma intende infatti vietare che si possa passare dal ruolo di magistrato inquirente a quello di amministratore senza soluzione di continuità e nello stesso territorio. È il clima in cui ieri s’affaccia, scontato, dalla prima pagina de Il Giornale, la testata di casa Berlusconi, il fondo del direttore Alessandro Sallusti con eloquentissimo titolo, “Il pmassessore che dà ragione a Berlusconi”.

Una prima patata bollente per il sindaco de Magistris che, tuttavia, non mostra di perdere la calma per una polemica attesa. «Ne abbiamo attraversate tante di battaglie, e ben più dure». Ma forse la presa di distanza così netta dell’Anm nessuno se l’aspettava. Nemmeno a Napoli, dove è in corso un’ampia e plurale riflessione tra i magistrati della Procura. A favore di Narducci si schiera il procuratore capo Giandomenico Lepore. Premettendo qualche riserva sul caso di «un magistrato che diventi parlamentare e quindi passa alla politica», promuove invece Narducci. «Lui sarà per noi un punto di riferimento — sottolinea Lepore — l’esperienza di Narducci sarà di sicuro utile all’amministrazione pubblica. Ci può dare una mano e può dare una mano a questa città. È una cosa buona e gli faccio gli auguri».

Di tutt’altro avviso il vertice dell’Anm nazionale. La scelta di Narducci? «Inopportuna — la definisce Palamara — e comunque in violazione dell’articolo 8 del nostro codice deontologico recentemente rinnovato». Proprio ieri il plenum del Csm aveva dato il via libera alla richiesta di aspettativa di Narducci, non senza una dibattuta riflessione. Il plenum aveva infatti inserito nella delibera una sollecitazione al legislatore affinché colmi «il vuoto normativo» che oggi rende possibile il passaggio dal banco della pubblica accusa all’impegno politicoamministrativo in loco. «Auspichiamo — aggiunge Palamara — l’intervento del legislatore per disciplinare compiutamente la materia, ma comunque la nostra indicazione è chiara: occorre impedire il reingresso in magistratura di chi ha accettato incarichi politicoamministrativi».

È duro anche il vicepresidente del Csm, area di centrodestra, Michele Vietti. Che, intervistato dal Tg 1, ribadisce: «Il Csm ha avuto modo in più occasioni di ribadire la propria assoluta contrarietà a che i magistrati assumano incarichi amministrativi, soprattutto dove hanno esercitato l’attività giudiziaria, perché questo rischia di minare l’attività della giurisdizione». Nello stesso solco, torna all’attacco il senatore Pdl Quagliariello: «Restiamo convinti che il Csm avrebbe avuto ampi margini per assumere una determinazione diversa sul caso Narducci: lo attestano le numerose e autorevoli manifestazioni di dissenso emerse in seno al plenum».

Intanto, anche localmente, si punta a compensare le frizioni che l’area dell’antagonismo sociale ha aperto con il sindaco, sulla stessa nomina di Narducci. Dopo la netta contrarietà espressa da Pietro Rinaldi, consigliere eletto in “Napoli è tua” di de Magistris, e dal portavoce del laboratorio Insurgencia, il sindaco incassa la dichiarazione di «pieno sostegno a de Magistris» firmata da “Napoli è tua”. «La pluralità delle diverse esperienze e collocazioni sociali che convergono nella lista — è scritto — arricchisce di valori e contenuti l’azione politica di rinnovamento».

(10 giugno 2011)
http://napoli.repubblica.it/cronaca/2011/06/10/news/palamara_anm_inopportuno_che_narducci_diventi_assessore-17471714/

***

IL CASO

Sì contrastato del Csm a Narducci
doppio attacco politico al magistrato

Quagliariello: "Se si appresta a entrare in giunta il pm che chiese l'arresto di Cosentino è grave"

di CONCHITA SANNINO


Esplode il caso Narducci. Il plenum del Consiglio superiore della magistratura si spacca, ma concede l'aspettativa al magistrato Giuseppe Narducci, già pm nei processi a Nicola Cosentino e a calciopoli, destinato a diventare assessore alla Sicurezza nella giunta di Luigi de Magistris. E la polemica divampa a Napoli e a Roma. Esplode a destra, con gli strali del Pdl. E anche a sinistra, nell'area dell'antagonismo dei centri sociali, ostili a quel pm che ha indagato anche su di loro.

È il Pdl ad aprire il primo fuoco. Con severa argomentazione, Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo al Senato, invita addirittura il Csm, che sta per riunirsi, a riflettere molto bene. "Se fosse vero che il pm che ha chiesto l'arresto di Cosentino si appresta a diventare assessore per De Magistris, nella città dove fino a ieri ha svolto le funzioni di magistrato inquirente, sarebbe un fatto di tale gravità che chiunque mancasse di stigmatizzarlo, tanto in sede politica quanto in sede istituzionale (ogni riferimento al Csm è intenzionale), perderebbe ogni legittimazione a parlare di autonomia e indipendenza della magistratura. Ci auguriamo", continua, "che a Napoli vi sia un corale e trasversale sussulto di dignità. Chiunque, Csm compreso, dovesse tacere di fronte a uno scempio del genere ci risparmi i suoi sermoni contro la riforma della giustizia ed eviti di versare lacrime di coccodrillo quando sarà chiara a tutti la distanza che separa l'Italia dalla possibilità di essere un Paese normale".

Il Csm, in effetti, ci pensa. Con 11 sì, 8 no e un astenuto, il plenum dà il via libera all'aspettativa. Ma, nel lungo dibattito, solleva la questione dell'opportunità che un magistrato possa passare senza soluzione di continuità da un incarico come pm o giudice su un determinato territorio a un incarico politico sullo stesso territorio. Per questo motivo, in delibera, viene inserito un richiamo al legislatore affinché "colmi il vuoto normativo". Quagliariello aggiunge a Repubblica: "Ora che il Csm prende atto della carenza, anche la politica dovrebbe pensarci. De Magistris, se è sindaco e non uomo di parte, ci ripensi".

A dar pensieri al sindaco, più agevolmente, ci pensano i suoi sostenitori in aula. Il neoeletto Pietro Rinaldi e il portavoce di Insurgencia Antonio Musella manifestano con un durissimo comunicato il no a Narducci. Quel pm, ricordano tra l'altro, "è titolare dell'assurda inchiesta" sui disordini a Chiaiano. "Il suo teorema era quello di una connivenza tra manifestanti ed ambienti criminali. Un'accusa infamante che le prime udienze del processo hanno già smontato. E ora non avrà imbarazzi, visto che ci definiva camorristi?". Mal di pancia ritenuti "prematuri". Il sindaco taglia corto: "Bene il dibattito, ma la giunta la faccio io". Narducci, dicono, ha avuto solo il tempo di rassicurare: "Non sarà un Comune di polizia. Anzi, vogliamo fare una cosa opposta: aprire alla città".

(09 giugno 2011)
http://torino.repubblica.it/cronaca/2011/06/09/news/s_contrastato_del_csm_a_narducci_doppio_attacco_politico_al_magistrato-17428101/
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