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 rose rosse ... ... di Lunadicarta
 
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Chi non ha libertà non conosce giustizia.

Aung San Suu Kyi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 11/12/2004 @ 14:37:04, in Indagini, linkato 1372 volte)

Uno che si, uno che no. E' la vita. Questa notizia mi consente di ricordare, con grande piacere, una interessantissima intervista al pm Ingroia, in occasione di una sua presenza romana. L'intervista dovrebbe essere pubblicata in rete, non appena possibile cerco il link o la riporto per intero. Segue lo speciale da Repubblica.

Palermo, il senatore forzista colpevole di "concorso esterno in associazione mafiosa": interdizione dai pubblici uffici, 2 anni di libertà vigilata, danni alle parti civili. "E' successo solo perché sono entrato in politica". A Cinà 7 anni. Tutto partì dalle rivelazioni del pentito Cancemi. Il pm Ingroia: "Spazzati via tutti gli insulti" / AUDIO / FOTO / SITI STRANIERI
 
 

 

Il Polo insorge: "Accanimento"
Opposizione: "Pena grave"
Le forze politiche si dividono dopo la condanna. Bondi: "Clamoroso errore". Stefania Craxi: "Una vergogna". Violante: "Le sentenze si rispettano sempre". Di Pietro chiede il voto anticipato  

Berlusconi dopo la sentenza
"La giustizia non fa politica"
A Milano verdetto a due facce al processo Sme. E per tutta la notte, festa, regali e canzoni con il partito
FORUM: OLTRE MILLE INTERVENTI
DOSSIER: DOCUMENTI, EDITORIALI

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Di Loredana Morandi (del 15/12/2004 @ 17:00:42, in Politica, linkato 1495 volte)

Riporto qui un vecchio post del 31 marzo 2004, pubblicato su gqpolitico, il mio primo blog dedicato ai comunicati stampa in diretta dal parlamento. Ricordo che mi colpì l'appello del senatore Turroni dei Verdi all'applicazione dell'art. 88 istitutivo del Giurì d'Onore e ritenni utile aggiungere una nota storiografica sul regolamento interno al Parlamento italiano, che vi invito a leggere.

Senato. Governo in aula insulta l'opposizione Turroni chiede il Giurì d'Onore

"Giovedì 23 Marzo, mentre mi apprestavo a fare la dichiarazione di voto per il Gruppo Verdi sulle riforme istituzionali, si svolgeva in Aula un duro battibecco fra alcuni componenti il gruppo Misto, la presidenza e gli esponenti di altri gruppi a proposito della mancata trasmissione in diretta del loro intervento. In quella circostanza, mentre chiedevo al Presidente che intervenisse per consentirmi di parlare, in quanto in Aula c'era un grande clamore, il sottosegretario Ventucci mi indirizzava pesanti e volgari offese ledendo la mia onorabilità di senatore. Ho pertanto chiesto, oggi, al Presidente del Senato l'applicazione dell'art. 88 del regolamento che istituisce un giurì d'onore nei casi in cui venga lesa l'onorabilità di un componente del Senato. E' inaccettabile - conclude Turroni - che un membro del Governo assuma simili comportamenti ingiuriando componenti dell'assemblea".

Nota storica del redattore: Il primigenio Giurì d'Onore fu fondato presso il Parlamento Italiano con il contributo del senatore Luigi Morandi, senatore e garibaldino, a causa della sfida a duello di due deputati.

postato da: morandi | 18:39 | mercoledì 31 marzo 2004 su gqpolitico.

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Di Loredana Morandi (del 15/12/2004 @ 17:09:22, in Politica, linkato 1275 volte)

Riporto un articolo testimonianza dal sito della biblioteca civica del Comune di Bolzano. Probabilmente il Comune di Bolzano avrebbe dovuto intitolare al Senatore Luigi Morandi la biblioteca, in quanto il letterato e garibaldino fu donatore delle sue intere biblioteche private e non al patriota Cesare Battisti di Poggio Bustone, parente del più noto cantante Lucio.

Un po’ di storia

Istituita nel 1928 dal Comune di Bolzano, per iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione, la Biblioteca Civica Cesare Battisti aveva sede inizialmente nei locali del R. Istituto Tecnico in Via Leonardo Da Vinci.

Il nucleo principale era costituito dalle biblioteche private del senatore Luigi Morandi e di padre Ermenegildo Pistelli, oltre a donazioni di biblioteche italiane e di altri enti pubblici e privati.

Nel 1937 la Biblioteca fu trasferita nel palazzo INA di Via Museo 47, sede attuale. Durante la seconda guerra mondiale l’edificio che ospitava la Biblioteca fu bombardato, ma il fondo librario più importante, comprendente i libri rari ed i periodici, era stato trasferito al convento di Novacella, dal quale fu recuperato nel 1946, anno nel quale (1° luglio) la Biblioteca venne riaperta al pubblico.

Nel 1951 la Biblioteca acquisisce parte della "Biblioteca trentina" di Giovanni Pedrotti, figura di spicco del panorama politico trentino negli anni dal 1910 al 1930, che raccoglie oltre 5.000 pubblicazioni riguardanti il Tirolo storico. Un’altra importante acquisizione avviene nel 1971 con la donazione della biblioteca privata di Lamberto Bravi, comprendente circa 15.000 unità documentarie di carattere storico-letterario.

Nel 1996 è stato aperto al pubblico un nuovo piano, nel quale è stata collocata l’emeroteca.

Dal 1996 alla Biblioteca Civica sono state attribuite le funzioni di Biblioteca Centro di Sistema per il gruppo linguistico italiano per un vasto bacino di utenza che comprende, tra l’altro, Appiano, Caldaro, la Val Gardena, Castelrotto, Renon, e la Val Sarentino.

Nata come biblioteca di conservazione e raccolta, nel corso degli anni la Biblioteca Civica si è inserita nel tessuto culturale della città, divenendo un punto di riferimento in particolare per la popolazione studentesca. Come grande biblioteca pubblica, è suo compito soddisfare le esigenze di lettura, informazione e conoscenza di tutti i cittadini senza distinzione di età, razza, sesso, religione, nazionalità, lingua e condizione sociale.

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Di Loredana Morandi (del 15/12/2004 @ 17:23:27, in Politica, linkato 1652 volte)

Un articolo dal Giornale di Brescia al quale urge una noticina, il senatore Morandi non poteva essere particolarmente clericale, altrimenti non sarebbe stato garibaldino. Quanto alla liberazione di Roma vi contribuì egli stesso nel corso della sanguinosissima campagna di Mentana, quando giovanissimo al fianco di Giuseppe Garibaldì rimase ferito. In merito al sonetto apocrifo del Belli non ci sono ragioni per non ritenerlo vero, soprattutto perchè il letterato non avrebbe avuto alcuna difficoltà a pubblicarne di propri, viste anche le ristampe (19 se non erro) al noto testo scolastico della Antologia. LM.

Da Fusinato a Mercantini fino al notissimo testo dell’«Inno di Mameli»: un’antologia ripropone le liriche di argomento patriottico
L’elmo di Scipio e i parolieri del Risorgimento
Il sacrificio dei trecento «giovani e forti» nei canti che riflettono gli ideali di un’epoca

«Sul ponte sventola bandiera bianca»: ai nostri figli, se hanno passato i vent’anni, questi versi ricordano una canzone di Battiato. A noi, la poesia di Arnaldo Fusinato che una maestra zelante ci diede da imparare a memoria, facendoci commuovere per l’assedio austriaco a Venezia, vanamente insorta nel 1849: «Il morbo infuria, / il pan ci manca, / sul ponte sventola / bandiera bianca». Ci si commuoveva anche con la Spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini, che narrava il martirio dei trecento giovani e forti e del loro bel capitano, caduti come gli Spartani di Leonida. Quanto all’inno Fratelli d’Italia, più che con le parole di Goffredo Mameli, ci emoziona ancora oggi con le sue note (di Michele Novaro) che risuonano nello stadio quando scendono in campo i calciatori azzurri, vestiti (chi se lo ricorda?) con il colore dei Savoia. Novaro non sarà Beethoven né Verdi, ma la sua musica è sempre meglio del testo, anacronistico nella forma quanto nelle idee (l’ultima volta che una vittoria importante ha porto la chioma all’Italia, cinta dell’elmo di Scipio, fu su un campo calcistico, nel 1982: sul resto, meglio sorvolare). Fusinato, Mercantini e Mameli son tre dei 44 Poeti del Risorgimento di cui Valerio Marucci ha raccolto in una bella antologia per la Salerno editrice: 119 componimenti (alcuni anonimi), attinti per lo più dal polveroso Canzoniere nazionale curato dal Gori nel 1883. Nel primo Ottocento il movimento risorgimentale veniva designato come Rivoluzione (il termine Risorgimento si applicava piuttosto a ciò che noi oggi chiamiamo Rinascimento), e «suonare il piffero per la rivoluzione», come riconosceva il progressista Vittorini, produce in genere risultati artistici mediocri. Anche Marucci premette che il drappello variopinto di poeti professionisti e dilettanti accomunati dall’impegno patriottico entra raramente «nel campo più aereo, di lungo respiro, della Poesia con la maiuscola», e afferma che ciò che gli preme è seguire la formazione e il mutamento dell’immagine-Italia attraverso la poesia di mezzo secolo, dal 1820 al 1870. Nell’introduzione, il curatore traccia il diagramma della vicenda politica, distinta in tre grandi fasi (le avvisaglie dal 1820 al ’47, la gran fiammata del ’48, la marcia verso l’unità e Roma capitale), e avverte giustamente che non si possono imputare al Risorgimento le colpe dei governi e dei regimi nazionalisti successivi (dalla conquista della Libia alle Guerre mondiali). Del resto, erede del Risorgimento sentito come «rivoluzione imperfetta», si dichiarava anche la cultura marxista che, secondo Marucci è, insieme a quella cattolica, la principale responsabile dell’avversione o rimozione del Risorgimento oggi diffuse. Impressione persuasiva, purché si consideri la complessità del fronte cattolico, che annoverò patrioti convinti, da Manzoni a Tommaseo, e dove la nostalgia dell’ancien régime nasceva anche da una sensibilità per le condizioni di quel popolo che rischiava di venire penalizzato dall’ascesa delle nuove élite giacobine e borghesi (si veda il recente ripensamento del moto vandeano o del pensiero reazionario-progressista di Lamennais o De Maistre). Sul piano letterario, dopo aver accennato al ventaglio di registri, svarianti dal classico al ritmico e al popolareggiante, e ribadito che «importa solo relativamente constatare se le poesie qui presentate siano belle», Marucci dichiara di volervi cercare il riflesso di «giudizi, speranze e ideali dei singoli e dei gruppi». Ma alla fine, pur senza tacere i limiti musicali e testuali dell’inno di Mameli, l’antologista non frena un moto di simpatia per il ventunenne che, nel comporlo, partiva volontario per «un’impresa solenne e pazzesca: trasformare Roma, la capitale della cristianità, in una repubblica-modello, contro tutte le forze coalizzate d’Italia e d’Europa». Osservazione che slitta dalla sfera ideologica a quella morale, senza compromettersi sul piano estetico. In effetti, se l’antologia libera dalla polvere testi dimenticati e invita a un utile ripensamento sulla questione risorgimentale, dà però la conferma che la poesia abita altrove. Anche perché non vi troviamo inclusi i grandi scrittori, pur citati nell’introduzione: il Leopardi delle canzoni All’Italia e Ad Angelo Mai, che, dopo Foscolo, stila il Cànone dei grandi italiani scegliendo fra poeti, scienziati e navigatori (più tardi si celebreranno Pietro Micca e Ballilla) o il Manzoni di Marzo 1821, che consolida il modello della forma-inno e tocca il tema della guerra giusta. Visto che si arriva al 1870, l’antologista avrebbe potuto includere il primo Carducci, che è peraltro meno poeta. Non vi sono neppure i dialettali, che avrebbero potuto rappresentare un Risorgimento sconfitto, quello federalista di Ferrari e Cattaneo, o l’ideale di conciliazione fra patria piccola e grande, cui aspirarono, con il Brofferio, i dialettali piemontesi. E, visto che come esempio della linea satirica si convoca il Giusti, il pensiero corre a due grandi assenti, Porta e Belli. Assenze peraltro giustificabili dato che in loro la lucida critica dell’antico regime non coincise con un forte sentimento nazionale. La patria, per Porta, rimase quella Milano che era stata anche capitale di un Regno d’Italia, per Belli l’Urbe, cuore dell’Orbe della cristianità. Vero è che, fra la repubblica del ’49 e Porta Pia, i mazziniani si passavano clandestinamente i suoi sonetti e il garibaldino Luigi Morandi, futuro senatore e precettore di Casa Savoia, dedicava la prima antologia belliana, nel fatidico 1870, ai Romani liberi dall’ «antico servaggio». La concludeva un sonetto sull’incubo del Papa che ha visto in sogno una camicia rossa. Un sonetto apocrifo, naturalmente, che deve aver fatto rivoltare nella tomba il grande Giuseppe Gioacchino, ammiratore di Pio IX.

Pietro Gibellini

http://www.giornaledibrescia.it/giornale/2001/12/28/24,CULTURA/T1.html

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Di Loredana Morandi (del 15/12/2004 @ 20:25:00, in Magistratura, linkato 1488 volte)

Associazione Nazionale Magistrati

SOLIDARIETA’ AL PROCURATORE PAPALIA

L’Associazione Nazionale Magistrati ancora una volta manifesta la più forte solidarietà a tutti i colleghi oggetto di attacchi delegittimanti. Da ultimo il Procuratore della Repubblica di Verona, Guido Papalia, è stato vittima di frasi oltraggiose da parte di alcuni deputati, nel corso di una seduta particolarmente solenne del Parlamento. L’Anm, nell’esprimere apprezzamento per la posizione di garanzia del Presidente Casini, non può che manifestare sconcerto e preoccupazione per la posizione del Ministro della Giustizia Castelli che ha qualificato gli oltraggi come “libera espressione del pensiero parlamentare”.

L’Anm esprime piena e convinta solidarietà al dott. Guido PAPALIA, ancora una volta attaccato per aver fatto semplicemente il suo dovere.

Roma, 15 dicembre 2005
La Giunta Esecutiva Centrale

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Di Loredana Morandi (del 15/12/2004 @ 20:28:43, in Magistratura, linkato 1314 volte)

Associazione Nazionale Magistrati

L’ANM SULLA PRESCRIZIONE

L’Associazione Nazionale Magistrati esprime forte preoccupazione per le proposte di riforma legislativa che modificano la disciplina della prescrizione. La prescrizione, soprattutto quando si verifica in corso di giudizio o durante le fasi di impugnazione, rende vano il faticoso lavoro di indagine della polizia e l’impegno dei magistrati del pm e giudicanti. In mancanza di ogni incisivo intervento sulle strozzature del processo penale ogni riduzione dei termini di prescrizione costituirà un potente incentivo ad atteggiamenti difensivi dilatori. Il nostro paese è l’unico al mondo in cui capita di frequente che reati gravi si prescrivano in corso di giudizio o in fase di appello o addirittura in cassazione. In questa materia un intervento è necessario, ma nel senso di un allungamento dei termini massimi facendo decorrere nuovamente i termini di prescrizione dopo le diverse fasi del processo. Se questa modifica passerà deve essere chiaro che si indebolirà in modo grave la risposta alla criminalità. Il fatto che questo inopinato intervento legislativo incida su procedimenti in corso è un dato sconcertante, peraltro sottolineato anche da autorevoli esponenti della maggioranza.

Roma, 15 dicembre 2004
La Giunta Esecutiva Centrale

Nota del redattore del blog: mi dichiaro fin d'ora preoccupata solidarmente con l'Associazione Nazionale Magistrati. Ne abbiamo viste fin troppe!

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Di Loredana Morandi (del 15/12/2004 @ 20:50:51, in Magistratura, linkato 1396 volte)

Quella che segue è la sbobinatura della mia intervista al Dott. Ingroia, pm del Tribunale di Palermo, più alcune note dal suo intervento. Ve ne parlavo in quel del post sulla condanna a Dell'Utri. Risale al gennaio 2003 ma, personalmente, trovo che ogni singola parola in tema di lotta alla mafia e alla criminalità organizzata sia sempre attuale. Per questa ragione posto anche l'intervista al dott. Policastro, del Tribunale di Napoli. Di entrambe le interviste conservo la copia montata in un servizio di approfondimento di circa otto minuti.

ANTONIO INGROIA al Congresso di MD

La Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, quali le problematiche per un magistrato?
"Le problematiche sono tante e sono dovute soprattutto al fatto di avere a che fare con un fenomeno criminale, con un'organizzazione criminale detta "Cosa Nostra". Un organizzazione segreta, potente, radicata nel territorio e con profonde infiltrazioni nel tessuto socio economico siciliano, con ampie articolazioni anche nell'ambito della politica, dell'economia e dell'amministrazione pubblica. Da qui la grande difficoltà cui si aggiungono, in questi anni, delle difficoltà dovute al fatto che la Mafia, "Cosa Nostra", arriva in questi ultimi anni a una strategia silente di auto affermazione, avendo rinunciato alla strategia degli omicidi per fare meno rumore. Questo ha determinato una caduta e una minore attenzione, che sommata sostanzialmente alle difficoltà della magistratura sotto attacco, ha determinato anche meno consenso, meno strumenti, meno uomini, meno forze impegnate su questo fronte, meno strumenti rieducativi. La legislazione antimafia ad oggi non è adeguata allo scontro, a quanto sarebbe necessario per rendere le indagini più efficaci ed efficenti. La legislazione antimafia che venne approvata negli anni successivi alle stragi del 1992, oggi in buona parte non esiste più e la legislazione antimafia attuale è del tutto inadeguata. Si è tornati alla vecchia delega ai magistrati e alle forze dell'ordine per il contrasto alla Mafia. Magistrati, poliziotti, carabinieri e finanzieri sono oggi sempre più soli ad agire contro la Mafia, che naturalmente rende tutto sempre più difficile."
Appunti dalla relazione al Congresso:
Processo penale: il luogo oscuro e tetro, come nei romanzi di Kafka, in cui il cittadino viene catturato e reso oggetto di ingiustizia. Assistiamo ad un progetto di garanzia assoluta contro la legge penale. Il progetto di un giudice macchina, nella volontà del legislatore, con sentenze già scritte: condanne per i poveri e assoluzione per i ricchi, garanzia di impunità verso altri cittadini. Due i binari: uno per la magistratura in stato di sostanziale intimidazione e costretta all'autocensura; l'altro per la legge il cui dettato trasparente persegue l'obiettivo di impunità della classe dirigente.
Mafia: sono evidenti i segnali di impazienza dei mafiosi, oggi insofferenti al mondo politico al di là del destinatario politico. L'obiettivo politico dell'attuale prodotto legislativo è talmente evidente, che i Mafiosi si dicono: "Anche noi siamo potenti" e chiedono di entrare nel circuito differenziato della Giustizia. Tale segnale è diretto: vogliono in sostanza il loro riconoscimento all'interno della Società. Nonostante la grande difficoltà del momento della magistratura, questo è il miglior momento della magistratura per dare una esatta informazione ai cittadini. Le imposizioni alla magistratura, recepite in primis dai movimenti, concorrono ad una maggiore consapevolezza di tutti i cittadini, che si battono per la garanzia e l'efficienza di un Processo, che sia luogo di accertamento della verità.

ALDO POLICASTRO al Congresso di MD
 
La lotta alla Criminalità, la Giustizia e la crisi del Processo Penale:
"Mah, sicuramente la Giustizia penale è un argomento molto ampio, io penso che bisogna, dal mio osservatorio, concentrare l'attenzione su ciò che conosco di più, ovvero la giustizia penale nel Meridione. Dobbiamo sicuramente segnalare un dato, registriamo un dato, che nel Meridione diventa più eclatante rispetto al nord del paese: la Giustizia a due velocità. Cioè la rapidità con la quale vengono definite le vicende di minore complessità, di contro alla lungaggine della definizione delle questioni di maggiore complessità e cioè le questioni più rilevanti, i cosiddetti reati di competenza colleggiale, quindi i reati di Criminalità Organizzata o i reati dei Colletti Bianchi. Quindi registriamo una giustizia a due velocità. Velocissima per i reati di minore entità di più facile accertabilità, che sono quelli dei poveracci, quelli del delinquente comune. Mentre vi sono delle lungaggini nella definizione dei reati di maggiore complessità. Nel Meridione ciò diventa eclatante, perchè chiaramente la questione Criminalità Organizzata è una questione abbastanza dimenticata, devo dire, nel dibattito complessivo della Giustizia Penale. Sembra che la Mafia, la Camorra e la 'Ndrangheta siano state sconfitte, o siano ritornate in un alveo di fisiologia. Mentre in realtà siamo di fronte a una presenza massiccia, della criminalità organizzata e a una difficoltà di risposta giudiziaria. Io dico, come lo slogan di questo Congresso "la forza dei diritti", sta anche nella difesa dei cittadini da questa presenza pervicace, penetrante, che comprime sicuramente tutti i diritti.  In primo luogo quelli di libertà, ma di movimento, di impresa, di lavoro. Il diritto al lavoro viene compresso, viene depotenziato per la gestione monopolistica della Camorra in alcuni settori, ciò non consente lo spazio per la libertà. La forza dei diritti sta nella capacità della magistratura, quella civile sicuramente nella tutela dei diritti da promuovere e tutelare nella attività specifica, ma sicuramente l'attività del magistrato penale volta, possiamo dire, a ridurre il danno. Perchè sconfitte non se ne vedono all'orizzonte, ma sicuramente nell'accertamento delle responsabilità personali, e il processo penale è il luogo dell'accertamento delle responsabilità personali non dei fenomeni, sicuramente quelle consentono di arginare. Come dicevo molto è rimesso all'accertamento delle responsabilità personali, in questo modo si limita e si riduce il danno di questa presenza massiccia e penetrante. E allora il compito della magistratura penale è in questo momento assicurare pari velocità di intervento e pari adeguatezza di intervento, sia per i reati di minor rilievo, che per i reati di maggior rilievo. E' necessario, che su entrambi i fronti vi sia analogo impegno ed è necessario, e ritengo sia in atto, un vero sforzo affinchè tali reati di maggiore complessità, trovino accertamento e responsabilità, come dire, assoluzione o condanna in tempi rapidi."

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Di Loredana Morandi (del 16/12/2004 @ 19:40:16, in Politica, linkato 1504 volte)

TESTO ORIGINALE

Signori Parlamentari,

in data 3 dicembre 2004, mi è stata inviata per la promulgazione la legge:

Delega al Governo per la riforma dell'ordinamento giudiziario di cui al regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, per il decentramento del Ministero della giustizia, per la modifica della disciplina concernente il Consiglio di presidenza della Corte dei conti e il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, nonché per l'emanazione di un testo unico".

Il relativo disegno di legge, presentato dal Governo al Senato della Repubblica il 29 marzo 2002, 6 stato approvato il 21 gennaio 2004; modificato dalla Camera dei Deputati il 30 giugno 2004; nuovamente modificato dal Senato il 10 novembre 2004 e, quindi, approvato in via definitiva dalla Camera dei Deputati il 1 dicembre 2004.

La legge in esame - preordinata com'è a dare attuazione alla VII disposizione transitoria, primo comma, della Costituzione - rappresenta un atto normativo di grande rilievo costituzionale e di notevole complessità, come è confermato anche dalla ampiezza del dibattito cui ha dato luogo.

La riforma tocca punti cruciali e nevralgici dell'ordinamento giurisdizionale, il che mi ha imposto un attento confronto con i parametri fissati dalle norme e dai principi costituzionali che lo disciplinano.

Ciò premesso, esponga qui di seguito quanto da me rilevato.

1. L'articolo 2, comma 31, lettera a), così recita: "(Relazioni sull'amministrazione della giustizia). 1. Entro il ventesimo giorno dalla data di inizio di ciascun anno giudiziario il Ministro della giustizia rende comunicazioni alle Camere sull'amministrazione della giustizia nel precedente anno e sulle linee di politica giudiziaria per l'anno in corso...".

Questa norma. laddove prevede che le comunicazioni del Ministro della giustizia alle Camere comprendono le "linee di politica giudiziaria per l'anno in corso", si pone in evidente contrasto con le seguenti disposizioni costituzionali: con l'articolo 101. in base al quale i giudici "sono soggetti soltanto alla legge"; con l'articolo 104, secondo cui la magistratura "costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"; con l'articolo 110, che, nel definire le attribuzioni del Ministro della giustizia, le limita - "ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura" - alla "organizzazione" e al "funzionamento dei servizi relativi alla giustizia".

La norma approvata dalle Camere configura un potere di indirizzo in capo al Ministro della giustizia, che non trova cittadinanza nel titolo IV della Costituzione, in base al quale l'esercizio autonomo e indipendente della funzione giudiziaria èpienamente tutelato, sia nei confronti del potere esecutivo, sia rispetto alle attribuzioni dello stesso Consiglio superiore della magistratura.

Aggiungo che l'indicazione di obiettivi primari che l'attività giudiziaria dovrebbe perseguire nel corso dell'anno ("linee di politica giudiziaria") determina di per sé la violazione anche dell'articolo 112 della Costituzione, in base al quale "il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale": il carattere assolutamente generico della formulazione della norma in esame crea uno spazio di discrezionalità politica destinato ad incidere sulla giurisdizione.

2. Strettamente connessa a quella appena esaminata è la questione posta dal criterio direttivo della delega indicato dall'articolo 2, comma 14, lettera c):
"istituzione presso ogni direzione generale regionale o interregionale dell'organizzazione giudiziaria dell 'ufficio per il monitoraggio dell'esito dei procediment4 in tutte le fasi o gradi del giudizio, al fine di verdicare i 'eventuale sussistenza di rilevanti livelli di infondatezza giudiziariamente accertata della pretesa punitiva ma feutata con l'esercizio dell 'azione penale o con mezzi di impugnazione ovvero di annullamento di sentenze per carenze o distorsioni della motivazione, ovvero di altre situazioni inequivocabilmente rivelatrici di carenze professionali;".
Anche questa disposizione si pone in palese contrasto con gli articoli 101, 104 e 110 della Costituzione. Infatti, se si considera la finalità espressamente indicata dalla norma, risulta evidente che il monitoraggio dell'esito dei procedimenti - f~se per fase, grado per grado - affidato a strutture deI Ministero della giustizia, esula dalla "organizzazione" e dal 'funzionamento dei servizi relativi alla giustizia", che costituiscono il contenuto e il limite costituzionale delle competenze del Ministro.
Inoltre, da questa forma di monitoraggio, avente ad oggetto il contenuto dei provvedimenti giudiziari, deriva un grave condizionamento dei magistrati nell'esercizio delle loro funzioni; in particolare, il riferimento alla possibilità di verificare livelli di infondatezza "della pretesa punitiva manifestata con l'esercizio dell'azione penale" integra una ulteriore violazione del citato articolo 112 della Costituzione.

3. Parimenti riferita alla posizione del Ministro della Giustizia è l'altra questione riguardante la facoltà di impugnativa a lui attribuita dall'articolo I, comma 1, lettera m), a norma del quale lo stesso Ministro è "legittimato a ricorrere in sede di giustizia amministrativa contro le delibere (del Consiglio superiore della magistratura) concernenti il conferimento o la proroga di incarichi direttivi adottate in contrasto con il concerto o con il parere previsto al n. 3);".

Tale previsione contrasta palesemente con l'articolo 134 della Costituzione nella parte in cui stabilisce che è la Corte Costituzionale a giudicare sui "conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato", compresi quindi i conflitti Ira Consiglio superiore della magistratura e Ministro della giustizia relativi alle procedure per il conferimento o la proroga degli incarichi direttivi.
Sul punto la Corte Costituzionale ha avuto modo di pronunciarsi più volte, segnatamente nelle sentenze n. 379 del 1992 e n. 380 del 2003. In quest'ultima, ha affermato, in particolare, che gli articoli 105 e 110 della Costituzione disegnano un sistema di precisa ripartizione dcUe autonome sfere di competenza del Consiglio superiore e del Ministro e che questi "non ha un generale potere di sindacato intrinseco, né tanto meno di riesame, sul contenuto degli apprezzamenti e scelte discrezionali operate dal Consiglio
superiore della magistratura rispetto a valutazioni attribuite alla definitiva deliberazione del Consiglio stesso".
Ne consegue che, in tema di conferimento o di proroga degli incarichi direttivi, il rapporto tra Consiglio e Ministro implica soltanto un "vincolo di metodo". Tale vincolo impedisce il ricorso agli ordinari mezzi di impugnazione, una volta che il "confronto" - per usare l'espressione della Corte Costituzionale - sia avvenuto "a seguito di un esame effettivo ed obiettivo, dialetticamente svolto". In caso contrario, il Ministro assumerebbe il ruolo di titolare di un interesse legittimo contrapposto a quello del Consiglio superiore, parificabile a quello del controinteressato che si dolga di essere stato escluso.

La Corte Costituzionale nelle citate sentenze ha affermato che "il Ministro deve dare corso al procedimento non essendo investito di particolari poteri di rinvio o di riesame, ricadendo su di lui il dovere di adottare l'atto di propria competenza"; ed ancora, che "non spetta al Ministro della giustizia non dare corso alla controfirma deI decreto del Presidente della Repubblica di conferimento di ufficio direttivo (ed ora anche di proroga) sulla base di deliberazione del Consiglio superiore della magistratura".

4. Altra questione di fondamentale importanza è quella della menomazione dei poteri del Consiglio superiore della magistratura risultante da diverse disposizioni della legge delega.
A tale proposito, ricordo che, in base all'articolo 105 della Costituzione, "Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell'ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati".
Tali poteri del Consiglio superiore risultano - in palese contrasto con il dettato costituzionale - sensibihnente ridimensionati, in quanto il sistema delineato nella legge delega colloca al centro di ogni procedura concorsuale la Scuola superiore della magistratura, struttura esterna al Consiglio superiore, e apposite commissioni, anch' esse esterne allo stesso Consiglio.
Infatti, secondo quanto dispone l'articolo 2, comma 1, lettera O~ numeri 3.1 e 3.2, il Consiglio superi ore deve assegnare i posti ai magistrati "che abbiano frequentato con favorevole giudizio finale un apposito corso di formazione alle funzioni di secondo grado presso la Scuola superiora della magistratura" e "che risultino positivamente valutati nel concorso" per titoli ed esami o nel concorso per titoli "previsto dalla letteraj) numero 2", prima e seconda parte. Nello stesso senso recitano le disposizioni contenute nei numeri 4.1, 4.2, 7.1, 7.2, 9.1 e 9.2 della lettera 1), nonché, per il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa, nei numeri 1 e 3 della lettera g) e, per le t'unzioni direttive, nel numero 17 della lettera h) e nel numero 6 della lettera i).
L'assegnazione da parte del Consiglio superiore della magistratura deve avvenire "secondo l'ordine di graduatoria di cui rispettivamente al concorso per titoli ed esami, scritti ed orali, o al concorso per soli titoli, salvo che vi ostino specifiche e determinate ragioni delle quali deve fornire dettagliata motivazione e, a parità di graduatoria, secondo l'anzianità di servizio" (articolo 2, comma 1, lettera i), numero 3.5). Nello stesso senso recitano le disposizioni contenute nei numeri 4.5, 7.5 e 95 della lettera i) e, per le funzioni semidirettive, nel numero 2 della lettera m).

Il sistema sopra delineato sottopone sostanzialmente il Consiglio superiore della magistratura a un regime di vincolo che ne riduce notevolmente i poteri definiti nel citato articolo 105 della Costituzione.

L'invasione della sfera di competenza riservata al Consiglio è particolarmente evidente nell'ipotesi in cui i candidati siano stati esclusi nell'ambito delle predette procedure. Infatti, allorché manchino il favorevole giudizio conseguito presso la Scuola superiore o la positiva valutazione nel concorso da parte della commissione, il Consiglio non può neppure prendere in considerazione la posizione del candidato escluso.

Per i motivi di palese incostituzionalità innanzi illustrati, chiedo alle Camere

- a norma dell'articolo 74, primo comma, della Costituzione - una nuova deliberazione in ordine alla legge a me trasmessa il 3 dicembre 2004.

Con l'occasione ritengo opportuno rilevare quanto l'analisi del testo sia resa difficile dal fatto che le disposizioni in esso contenute sono condensate in due soli articoli, il secondo dei quali consta di 49 commi ed occupa 38 delle 40 pagine di cui si compone il messaggio legislativo. A tale proposito, ritengo che questa possa essere la sede propria per richiamare l'attenzione del Parlamento su un modo di legiferare - invalso da tempo - che non appare coerente con la ratio delle norme costituzionali che disciplinano il procedimento legislativo e, segnatamente, con l'articolo 72 della Costituzione, secondo cui ogni legge deve essere approvata "articolo per articolo e con votazione finale".

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Di Loredana Morandi (del 16/12/2004 @ 19:55:28, in Politica, linkato 1304 volte)

MANZIONE, BENE CIAMPI, NUOVE NORME ERANO FERITA ALLA COSTITUZIONE

Dichiarazione del senatore Roberto Manzione responsabile del dipartimento Giustizia del Gruppo della Margherita. "Il messaggio del presidente Ciampi con il quale viene restituita alle Camere la normativa di riforma sull'ordinamento giudiziario testimonia la correttezza di una battaglia condotta in aula dal gruppo della Margherita del Senato a riprova che le nuove norme introdotte rappresentassero una profonda ferita ai principi cardine della nostra costituzione" Lo afferma in una dichiarazione il senatore Roberto Manzione responsabile del dipartimento Giustizia del Gruppo della Margherita. "Siamo in attesa adesso di conoscere il contenuto del messaggio per valutare la natura delle censure mosse dal Capo dello Stato".

CENTO (VERDI): CASTELLI STUPEFACENTE!

Roma, 16 dic. – “E’ stupefacente!” Così il vicepresidente della commissione Giustizia, il Verde Paolo Cento, definisce “il tentativo di Castelli di minimizzare” il rinvio alle Camere della riforma dell’ordinamento giudiziario. “Viene il dubbio – afferma Cento - che al ministero di via Arenula non abbiano ancora letto il messaggio di Ciampi che è, al contrario, molto chiaro e molto duro e che impone un approfondito confronto in parlamento che non deve apportare ‘ritocchi’ ma una modifica radicale della riforma che è incostituzionale, come tutta la GAD ha sempre sostenuto”.

GIUSTIZIA/RINVIO. PECORARO SCANIO: NOBILE ATTO DI GARANZIA COSTITUZIONALE

“Cdl rinunci ad accanimento contro i giudici” “Adesso la Cdl rinunci all’accanimento contro i giudici e utilizzi questa occasione per migliorare la giustizia, rinunciando a bloccarla con vendette e prevaricazioni”. Il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio esprime apprezzamento per “il nobile atto di garanzia costituzionale” che ha portato il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al rinvio al Parlamento della riforma dell'ordinamento giudiziario. “L’auspicio – aggiunge il leader dei Verdi - è che ora la Cdl rinunci a vendette e ad accanimenti: ciò che serve è una giustizia più veloce e la certezza della pena, maggiori risorse e più mezzi per garantire una giustizia che funzioni”. Roma, 16 dicembre 2004

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Di Loredana Morandi (del 16/12/2004 @ 20:02:30, in Magistratura, linkato 1414 volte)

IL RINVIO DELLA CONTRORIFORMA DELL'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO ALLE CAMERE

Siamo ancora in uno Stato di diritto.
Abbiamo ancora una Costituzione.
Abbiamo un Presidente della Repubblica.
Si ha la più autorevole conferma che le nostre osservazioni sui profili di incostituzionalità, i nostri allarmi, le nostre mobilitaziooni erano più che giustificate.
La riforma era ed è pessima, con profili di incostituzionalità palesi e con profili di incostituzionalità che si potrebbero rivelare solo alla prima attuazione.  In ogni caso rappresenterebbe la risposta sbagliata ai mali della giustizia.
Ora va cambiata strada.

Milano, 16 dicembre 2004
 
Claudio Castelli
Segretario nazionale di Magistratura Democratica

I MOTIVI DEL RINVIO ALLE CAMERE

I motivi che sostengono il rinvio alle Camere della controriforma da parte del Presidente della Repubblica a quanto appreso sono i seguenti:

1) l'art. 2 comma 31 lett.a) nella parte in cui prevede che il Ministro della Giustizia renda comunicazioni annuali alle Camere
sull'amministrazione della giustizia.
2) L'art.2 comma 14 lett.c) nella parte in cui prevede l'istituzione presso ogni direzione generale dell'ufficio per il monitoraggio
dell'esito dei procedimenti;
3) L'art.1 comma 1 lett.m) nella parte in cui attribuisce al Guardasigilli a facoltà di ricorrere dinanzi al TAR contro le delibere
consiliari di conferimento degli incarichi direttivi adottati in contrasto con il concerto;
4) La menomazione dei poteri del CSM, con riferimento all'art.105 Costituzione, risultante dal disposto dell'art.2 comma 1 lett. f),
numeri 3.1. e 3.2 riguardo all'assegnazione dei posti a seguito di apposito corso di studi ed esami; ed anche i numeri 4.1, 4.2, 7.1, 7.2,
9,1, 9.2 della lettera l); le modalità di passaggio di funzioni e l'accesso alle funzioni direttive.

L'ultimo rilievo mette chiaramente in discussione l'impianto stesso del disegno di legge e tutto il sistema dei concorsi.

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