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 Misty e Rickon con i loro fratellini ... di Lunadicarta
 
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La giustizia fa onore ad una nazione, ma il peccato segna il destino dei popoli.

Proverbi, 14, 34
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Sto raccogliendo in giro parecchie testimonianze, specie nell'ambito dell'avvocatura impegnata socialmente e nell'associazionismo. Tutti, uniformemente, sono preoccupati dall'allontanamento del pm Ferraro. Io che ho avuto occasione di incontrarlo tempo fa continuo a ritenermi stupita della sua sospensione. L.M.

Melania, pm sospeso.

Il legale Carta: Ferraro minacciato,
forse da militari


Nell'attesa che le indagini sul giallo di Ripe di Civitella, la località in provincia di Teramo dove il 20 aprile venne trovato il cadavere di Melania Rea, la ventinovenne di Somma Vesuviana uccisa con decine di coltellate e per il cui omicidio è indagato il marito Salvatore Parolisi, un'altra vicenda dai contorni oscuri continua a tenere banco. Almeno tra quelle poche testate - e questo giornale è una di esse - che hanno reputato di fondamentale importanza rendere noto quanto sta accadendo nella Procura di Roma.

Il 16 giugno scorso il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) ha deliberato la sospensione per quattro mesi del pm Paolo Ferraro, motivando il provvedimento con la presunta infermità mentale di quest'ultimo. Per il protagonista, però, la decisione del Csm non è altro che il pesante dazio comminatogli per essersi interessato di una questione che, se confermata e approfondita, potrebbe destabilizzare l'establishment militare e, forse, non solo quello.
Paolo Ferraro ha denunciato la presunta esistenza di una 'setta satanica massonica' al cui centro ci sarebbero numerosi esponenti dell'esercito: la vicenda, come se non bastasse, potrebbe essere in qualche modo legata all'omicidio Rea. Ma tutte queste rischiano di rimanere soltanto supposizioni perché, se il corso degli eventi non cambia, il magistrato sarà sospeso - e tra quattro mesi destituito completamente? - perché ritenuto non solo inattendibile ma anche inabile nello svolgimento del suo ruolo.
Per chiarire i contorni della vicenda, i retroscena e le prospettive future di questa storia che, inspiegabilmente, sembra rimanere ai margini dell'agenda delle maggiori testate giornalistiche, abbiamo parlato in esclusiva con l'avvocato Giorgio Carta, il legale del pm Ferraro.

- Avvocato Carta, il provvedimento preso dal Csm chiama in causa un episodio accaduto più di due anni fa: nel 2008, Ferraro denunciò il "plagio" della compagna che sarebbe stata indotta a svolgere attività di prostituzione all'interno della propria abitazione. Il pm, dopo aver sostenuto di possedere delle 'prove' multimediali, ritrattò le accuse, giustificandole come conseguenze di un periodo ricco di stress, al punto da sottoporsi a sedute psichiatriche.
Cosa ci sa dire di quella vicenda?
Premetto, innanzitutto, che il dottor Ferraro non ha mai ritrattato alcuna delle proprie denunce. Anzi, se vogliamo, le sue attuali vicissitudini personali sono diretta conseguenza del fatto che il medesimo, ostinatamente, non ha mai desistito dal proposito di svelare e far accertare l’attività di una setta che, secondo le sue osservazioni, avrebbe come base operativa la cittadella militare della Cecchignola, ma che avrebbe diramazioni presso altri luoghi di interesse militare presenti nel territorio nazionale.
Aggiungo che gli atti sessuali cui il dottor Ferraro fa riferimento nelle proprie denunce non sarebbero riconducibili ad un’attività di prostituzione, quanto piuttosto alla ritualità di sette aventi una possibile matrice satanica.
Quanto infine alle prove multimediali addotte, esse consistono in registrazioni audio, purtroppo di cattiva qualità, il cui possesso non è stato mai smentito o ritrattato dal magistrato.

- Gli ultimi sviluppi sono quindi riconducibili alla denuncia del 2008?
Non esiste una seconda indagine, ma è sempre l’originaria ricerca che viene fatta oggetto di successive denunce, allargatesi via via con riferimento alle “coperture” eccellenti che avrebbero ricevuto i personaggi e i fatti oggetto di accertamento.
I file audio sono sempre quelli iniziali e sono stati sottoposti al vaglio della magistratura che, però, come è noto, li ha ritenuti irrilevanti e insufficienti a provare gli intrecci denunciati dal dottor Ferraro.
Da questo momento, il magistrato ha avuto la sensazione di essere stato isolato. Sensazione suffragata da diversi inviti a desistere dall’approfondire la vicenda che gli sarebbero stati rivolti a tutti i livelli.

- Con l'intento di dissuaderlo dai suoi propositi investigativi, il magistrato avrebbe ricevuto anche minacce. Lo può confermare?
I fatti in questione sono oggetto di accertamento presso il Tribunale di Perugia, essendo stati debitamente denunciati. Il dottor Ferraro ha infatti fatto presente di essere stato più volte avvicinato da personaggi di probabile estrazione militare, ma anche di avere, per esempio, subito un incendio sospetto nel terrazzo di casa sua.

- Come giudica quello che sembrerebbe un vero e proprio ostruzionismo da parte del Csm? Conseguenza del timore che l'indagine potesse scoperchiare un 'vaso di Pandora' particolarmente grande?
Noi lamentiamo, non tanto un ostruzionismo da parte del Csm, che comunque ha respinto diverse richieste difensive del mio assistito, e tra queste la mia stessa nomina nell’ambito del procedimento di dispensa, quanto piuttosto un’anomala impazienza di chiudere il procedimento medesimo.
Nonostante la gravità dei possibili effetti giuridici – stiamo parlando di una possibile destituzione – il Csm ha spesso avvertito il dottor Ferraro sulle scadenza procedimentali con preavvisi davvero irrisori, tali quindi da non consentirgli la migliore difesa procedimentale.
Consideri che la convocazione per l’assegnazione del quesito al perito medico nominato è avvenuta via fax nella stessa mattina in cui si è tenuta. La conseguenza è stata è che il dottor Ferraro no ha potuto presenziare assistito dal suo difensore né dal suo perito di parte, che è il criminologo Francesco Bruno.
Ciò nonostante il Csm ha proceduto lo stesso, con un atteggiamento che francamente fatico a spiegarmi.
Anche il collocamento in aspettativa per quattro mesi appare di dubbia legittimità visto che il perito nominato dal Csm per accertare le condizioni di salute del magistrato non ha ancora concluso i propri lavori.

- A tal proposito, quali saranno le vostre prossime mosse?
In settimana, presenteremo ricorso al TAR per chiederne l’annullamento e la sospensione.

- L’aspettativa per 4 mesi decisa dal Csm la considera una fase transitoria in vista di una definitiva estromissione dalla magistratura?
Certamente è l’ipotesi più probabile. Con il ricorso al TAR, noi contestiamo il fatto stesso che il Csm possa cautelarmente collocare in aspettativa un magistrato. La legge non prevede siffatta potestà cautelare.

- Circolano voci circa una presunta richiesta di Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio, ndr) nei confronti del magistrato. Da chi è partita la proposta? E' un rischio che il suo assistito potrebbe ancora correre?
La questione è al vaglio della magistratura, quindi, al momento, preferirei non aggiungere altro.

- Ferraro non ha escluso che le sue 'scoperte' possano essere legate con quanto avvenuto a Ripe di Civitella. Il magistrato avrebbe visto Carmela Melania Rea all'interno della Procura di Roma. A quando risalirebbe l'incontro? Pensate che la vittima di Ripe di Civitella possa essere stata in qualche modo a conoscenza della 'setta' di cui parla il pm?
E’ uno degli aspetti più inquietanti della ricostruzione fatta dal dottor Ferraro, il quale ritiene di aver visto a pochi metri da lui una ragazza molto simile alla povera Melania Rea, o ad una sua sosia, come si è soliti dire per cautela. Sarebbe accaduto una sera, intorno alle 19, pochi giorni prima che la ragazza rimanesse uccisa. Di più, al momento, non vorrei dire.

- Parlando di poteri occulti, l'avvocato viterbese Paolo Franceschetti da anni porta avanti una teoria secondo cui esisterebbe una setta esoterica, denominata Rosa Rossa, che deriverebbe da frange deviate della Massoneria italiana. La suddetta sarebbe talmente potente da riuscire a infiltrarsi a tutti i livelli istituzionali e nei diversi settori della vita pubblica. Inoltre, la crudeltà della Rosa Rossa - dedita tra l'altro anche ai sacrifici umani - starebbe dietro ai più importanti casi di cronaca nera degli ultimi decenni: dai delitti del Mostro di Firenze a quelli di Yara Gambirasio e Melania Rea.
L'inchiesta di Ferraro è entrata in contatto con tale realtà?
Allo stato, niente collega la denuncia del dottor Ferraro con la fenomenologia della Rosa Rossa.

- Come giudica l'iscrizione nel registro degli indagati di Salvatore Parolisi, marito di Melania Rea, avvenuta quasi in concomitanza con la sospensione del pm Ferraro: una coincidenza o un modo per sottolineare come il suo assistito sia 'fuori strada'?
Non sono solito pronunciarmi su ciò che non conosco. Ho letto la copiosa documentazione prodotta dal dottor Ferraro, ma non quella delle indagini di Ascoli, quindi ogni mia valutazione su possibili connessioni sarebbe azzardata e poco seria.

- Le recenti polemiche tra Unione Camere Penali e Magistratura Indipendente, inerenti ai trattamenti riservati a Parolisi sono in qualche modo ricollegabili con quanto accaduto a Ferraro? Che aria tira tra i colleghi del suo assistito: indifferenza o solidarietà?
Indifferenza non direi proprio. E’ un caso che sta comunque scuotendo la Procura di Roma, e rispetto al quale è quindi impossibile restare neutrali. La solidarietà morale di molti colleghi è tangibile ed esplicita. L’ostilità di altri, pure.

Simone Olivelli
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Di Loredana Morandi (del 27/06/2011 @ 19:28:06, in Magistratura, linkato 1471 volte)

Operazioni finanziarie sospette
Anche Milano indaga su Bisignani

La Procura del capoluogo lombardo apre un fascicolo senza titolo di reato né indagati. Trasmessi atti da Napoli


MILANO - Anche Milano indaga su Luigi Bisignani. La procura del capoluogo lombardo, infatti, ha aperto un fascicolo su un paio di operazioni finanziarie sospette effettuate nel 2010 dall'uomo d'affari. La vicenda non ha però nulla a che vedere con quella della P4 e della «rete» di Bisignani, accusato dai pm napoletani di associazione per delinquere e associazione segreta nell'ambito dell'inchiesta sulla P4 e ora agli arresti domiciliari.

MODELLO 45 - Il fascicolo aperto a Milano, iscritto a "modello 45" e dunque senza titolo di reato né indagati, è stato affidato al pm Roberto Pellicano dopo la trasmissione, avvenuta tempo fa, di alcuni atti da parte della procura di Napoli.

Redazione online
27 giugno 2011

Fonte Corriere Sera
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Di Loredana Morandi (del 27/06/2011 @ 19:33:04, in Magistratura, linkato 1292 volte)

Ruby, i pm: ad Arcore un "bordello"

per compiacere Berlusconi

Chiesto il processo per Minetti, Fede e Mora. Per i giudici hanno organizzato un "sistema strutturato" per la prostituzione


Roma, 27 giu. (TMNews) - Hanno più volte parlato di "bordello" i pubblici ministeri Pietro Forno e Antonio Sangermano, facendo riferimento ad un "sistema strutturato per fornire ragazze disponibili a prostituirsi" e per "compiacere il presidente del Consiglio attraverso la fisicità della donna e la mortificazione della dignità femminile".

Nel corso dell'udienza preliminare davanti al gup Maria Grazia Domanico hanno ribadito la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti del direttore del Tg4 Emilio Fede, Nicole Minetti e l'impresario dei vip Lele Mora.

Nel corso del loro intervento davanti i pubblici ministeri hanno descritto un "sistema" che si articola, secondo l'accusa, in "tre luoghi distinti e funzionali tra loro". In particolare, secondo l'accusa Lele Mora avrebbe avuto il ruolo di arruolatore, Fede di fidelizzatore mentre l'organizzazione economica e logistica sarebbe stata a carico di Nicole Minetti.

La stessa Minetti si attribuirebbe il "ruolo" nel corso di un'intercettazione con Melania Tunini: "E poi ci sono io che faccio quello che faccio". Fede avrebbe avuto il ruolo di valutare la riservatezza e disponibilità sessuale oltre che all'adattabilità alle particolari esigenze.

Durante l'udienza in corso sono stati già fissati due prossimi appuntamenti: un primo 11 luglio in cui dovrebbero parlare le parti civili e un secondo, il 13 luglio dedicato alle difese.

Secondo l'avvocato del premier Niccolò Ghedini "le dichiarazioni dei pubblici ministeri sono totalmente destituite di fondamento ed in palese contrasto con la realtà ampiamente e puntualmente narrata da decine di persone che hanno affermato come mai siano avvenuti quei fatti indicati dalla Procura".

"Si tratta quindi - aggiunge - di una ricostruzione erronea che non resisterà al vaglio di un giudice super partes, che non potrà che riconoscere l'insussistenza dei fatti contestati".

Xju/Ral/cro
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Di Loredana Morandi (del 27/06/2011 @ 19:50:32, in Magistratura, linkato 1532 volte)
L'appello di Nino Di Matteo al congresso Unicost


di Lorenzo Baldo - 17 giugno 2011

Palermo. Le parole del presidente della sezione palermitana dell'Associazione nazionale magistrati Antonino Di Matteo irrompono nel quarto congresso nazionale della corrente dell'Anm Unicost “La magistratura nel cambiamento”.

L'appello del magistrato impegnato nelle delicate inchieste sulla “trattativa” mafia-Stato arriva nella giornata che ha visto la presenza a Palermo del vicepresidente del Csm, Michele Vietti, impegnato negli incontri istituzionali con i magistrati. Già in mattinata, durante il primo di questi incontri, lo stesso Di Matteo aveva rimarcato la sua forte preoccupazione per la campagna di denigrazione da parte della politica nei confronti della magistratura. Veri e propri attacchi mirati ai quali si sono accostati in questi giorni le agghiaccianti rivelazioni sullo scandalo P4.

Dopo l'introduzione del procuratore generale di Palermo Luigi Croce e del Presidente della Corte di Appello di Palermo Vincenzo Oliveri è il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, ad accennare i rischi e le incognite della “riforma” della giustizia. Ma è l'intervento di Nino Di Matteo a focalizzare il nervo scoperto. Il magistrato palermitano ripercorre le tappe di quella che erroneamente è stata chiamata una “guerra” tra politica e magistratura. Di fatto si tratta a tutti gli effetti di un attacco unilaterale da parte di chi si prefigge lo scopo di minare alle fondamenta di un pilastro della democrazia quale è la magistratura. Di Matteo illustra minuziosamente come un simile attacco sia diventato via via ulteriormente violento e distruttivo una volta che i santuari del potere sono finiti alla sbarra. E' un gioco sottile quanto nefasto quello intrapreso da una parte del sistema politico attuale: addossare le colpe del malfunzionamento della giustizia agli stessi magistrati facendo leva sulla domanda di giustizia dei comuni cittadini. Il mondo politico continua quindi ad instillare nell'opinione pubblica una graduale insofferenza nei confronti degli stessi magistrati che rischia di trasformarsi in un vero e proprio astio. Il rischio dell'instaurazione di un nuovo clima di isolamento verso i magistrati diventa giorno dopo giorno sempre più reale. Le relative responsabilità ricadono tanto sulla politica quanto sul mondo dei media.

Di Matteo affronta quindi quella che definisce “l'offensiva finale” nei confronti della magistratura attraverso la famigerata “riforma epocale” della giustizia. Il magistrato evidenzia come nessuno dei gravi problemi del pianeta giustizia verrà risolto con questa “riforma”. Tutt'altro. E' evidente che sarà proprio l'ingerenza politica a condizionare profondamente lo strumento della giustizia nell'eventualità che questa “riforma” diventi legge. La perdita di autonomia e indipendenza da parte di una magistratura assoggettata al potente di turno resta quindi il rischio più plausibile. Di Matteo insiste nell'illustrare come tutto ciò non andrà solamente a discapito degli stessi magistrati,  ma soprattutto a discapito dell'intera società che si ritroverà priva di una giustizia uguale per tutti. Nel suo intervento il pm affronta di seguito il tema della necessità di un ridimensionamento del “peso delle correnti” affinchè si abbandonino definitivamente “gli scambi di favori tra i gruppi correntizi”. Ed è la questione dell'approvazione del “codice etico” approvato nel novembre del 2010 il passaggio successivo della sua relazione. Di fatto uno degli articoli di questo codice raccomanda ai magistrati eletti negli organismi di autogoverno, centrali o periferici, di agire “senza vincolo di mandato rispetto all'elettorato e ai gruppi associativi”. Di Matteo sottolinea l'articolo successivo che evidenzia come per garantire l'indipendenza del proprio ruolo il magistrato debba evitare “di accettare candidature e di assumere incarichi politico-amministrativi negli enti locali”. “I magistrati del distretto di Palermo – rimarca Di Matteo – sono quelli che in tutta Europa hanno pagato in termini più alti, anche con il sangue di tanti colleghi uccisi, la volontà di affermare la legalità e il diritto. Ciò ci riempie di orgoglio, ma ci grava di responsabilità ulteriori. Io credo che la prima di queste responsabilità consista nella chiarezza e nel coraggio”. “Noi – conclude il magistrato palermitano – non vogliamo fare politica. Non la faremo mai. Ma abbiamo anche il dovere di parlare chiaramente e di spiegare ai cittadini quali sono i pericoli delle riforme che sono in cantiere. Non è certo questo il momento della prudenza, del quieto vivere, del silenzio, del compromesso. E' il momento del coraggio, della verità e della chiarezza! E' il momento di intensificare, nonostante tutto, il nostro impegno quotidiano nell'esercizio della giurisdizione, nell'esclusivo interesse del popolo, guidati da un unico e insostituibile riferimento: quello segnato dai valori della nostra Carta costituzionale. Sono certo che questo momento di dibattito culturale, con la passione civile che l'accompagnerà, contribuirà ad alimentare in ciascuno di noi la consapevolezza e la bellezza del nostro essere magistrati”.


http://www.antimafiaduemila.com/content/view/34693/78/

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Di Loredana Morandi (del 28/06/2011 @ 08:25:07, in Magistratura, linkato 1571 volte)

Lepore: i politici si sentono intoccabili


Marco Ludovico

ROMA - È in una cena a casa di Pippo Marra, proprietario e direttore dell'Adn Kronos, che sarebbe o non sarebbe avvenuta la violazione del segreto d'ufficio da parte del generale Michele Adinolfi, capo di Stato maggiore della Guardia di Finanza. La tesi di Marco Milanese (Pdl), ex ufficiale della Gdf e testimone nell'indagine – è indagato per corruzione, invece, in un altro fascicolo a Napoli – si scontra con quella di Adinolfi, difeso dal professor Enzo Musco.
Adinolfi è indagato insieme a Marra perché, secondo Milanese, il generale gli disse che la procura di Napoli indagava su Luigi Bisignani e che, per questo, aveva dato incarico a Marra di avvertire il lobbysta. Ieri è sceso il campo il capo della procura di Napoli, Giandomenico Lepore: in tv a Otto e Mezzo ha sottolineato che che le notizie sull'inchiesta P4 «dall'interno del corpo della Guardia di Finanza sono state portate all'esterno». La posizione del generale Adinolfi è isolata? «Per quanto riguarda i generali senz'altro – ha risposto Lepore – ma che ci siano state fughe di notizie, e molte, è un dato di fatto». Mentre Milanese, dimessosi domenica da consigliere di Tremonti, «non è sospettato di aver collaborato alla fuga di notizie». Lepore, poi, di fronte alle critiche della politica all'inchiesta, accusa: «Penso proprio che i politici si sentano intoccabili perché quando li tocchi c'è una reazione unanime, quasi che la politica dovesse essere una zona protetta da qualsiasi intervento esterno». La cena a casa di Marra - indagato anche lui, assistito dal senatore Luigi Li Gotti, nega qualunque addebito - sarebbe avvenuta, per Milanese, tra settembre e ottobre 2010. Secondo Adinolfi, invece, si è svolta a dicembre 2009 - e avrebbe i riscontri per dimostrarlo - quando l'indagine P4 non era neanche era iniziata. Il generale, inoltre, sostiene di non conoscere affatto Bisignani e minaccia querele. La tesi della procura è che per Adinolfi - il quale ha ricevuto l'avviso di garanzia il 14 giugno - ci sono altri elementi a suo carico, non solo la circostanza riferita da Milanese e oggetto di scontro con il numero tre della Gdf.
Ieri è intervenuto anche l'ad di Eni, Paolo Scaroni. Sull'inchiesta «non faccio commenti» mentre sottolinea che gli investimenti pubblicitari su Dagospia «sono al decimo posto, non è certo un investimento né importante né prioritario». E ha precisato che la pubblicità su Dagospia «è realizzata attraverso Il Sole 24 Ore, che è il rappresentante in esclusiva della pubblicità su quel sito». L'ad di Ferrovie dello Stato, Paolo Moretti, fa notare invece che «abbiamo vinto per la quinta volta contro Italian Brakes, sono stati condannati anche alle spese». Si tratta della pronuncia del tribunale civile di Roma che ieri ha dato ragione a Trenitalia sul contenzioso aperto con la società partecipata al 35% da Luigi Bisignani, che compare nell'inchiesta P4. Da registrare anche l'iniziativa, attesa da tempo, del Consiglio uperiore della magistratura. Una doppia indagine sui magistrati i cui nomi compaiono a vario titolo nelle carte della inchiesta napoletana sulla cosiddetta P4. A occuparsene saranno la Prima Commissione del Csm, che dispone dello strumento del trasferimento d'ufficio per incompatibilità delle toghe, e il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, titolare dell'azione disciplinare nei confronti di giudici e pm. A investirli del caso il comitato di presidenza del Csm, l'organo di vertice di Palazzo dei marescialli, guidato dal vice presidente del Csm Michele Vietti e di cui fanno parte lo stesso Esposito e il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo. Un atto atteso dopo che i pm titolari dell'inchiesta avevano trasmesso le lorocarte a Palazzo dei marescialli e lo stesso Vietti nemmeno dieci giorni fa aveva assicurato: «Il Csm farà il suo dovere istituzionale adottando i provvedimenti di sua competenza».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-06-28/lepore-politici-sentono-intoccabili-064114.shtml?uuid=AaHYgajD

Le dichiarazioni di Marra dell'AdnKronos

''Una frase innocua - specifica il legale - in un ambito di conversazione, non significa trasmissione di notizie''

P4, va avanti l'inchiesta della Procura di Napoli.

Parla l'avvocato Li Gotti

Roma - (Adnkronos) - Indagato il capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi. Il legale del presidente dell'Adnkronos, Pippo Marra: ''L'interrogatorio di tre settimane fa ha riguardato un segmento molto limitato. Peraltro, quello che si apprende dai giornali, dimostra che la fonte di Bisignani era un deputato del Pdl e non certo Marra''. Inoltre: ''I magistrati erano incerti se ascoltare Marra come testimone o, per sua personale garanzia, come indagato''. Anm: su Papa deciderà il collegio dei probiviri. Intercettazioni non sono una priorità

Roma, 26 giu. (Adnkronos) - "L'interrogatorio di tre settimane fa ha riguardato un segmento molto limitato. Marra ha favorito spiegazioni, delucidazioni sulle due o tre domande che gli sono state poste. Peraltro, quello che si apprende dai giornali, dimostra che la fonte di Bisignani era un deputato del Pdl e non certo Marra". Luigi Li Gotti, legale del presidente dell'Adnkronos, Pippo Marra, parla dell'inchiesta che ha coinvolto il suo assistito, chiamato in causa nell'indagine che ha coinvolto anche il capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi.

"E' sicuro - prosegue Li Gotti - che la frase riferita da Bisignani, cioè che Marra gli avrebbe detto di non parlare al telefono, a parte il fatto che si riferisce a un argomento molto remoto, si riferisce anche al normale conversare: ha detto una cosa che tutti possono dire. Una frase innocua - specifica il legale - in un ambito di conversazione, non significa trasmissione di notizie. E peraltro non mi pare che lo stesso Bisignani attribuisca a Marra di aver saputo di essere sotto intercettazione. Bisignani ha riferito, invece, di essersi informato da altre persone che gli avrebbero comunicato la circostanza, non facendo assolutamente riferimento a Marra".

"Quando 3 settimane fa fu fatto l'interrogatorio - racconta Li Gotti - gli stessi pubblici ministeri avevano dubbi se sentire Marra come indagato. Loro stessi hanno detto che era più un testimone ma, che a fini di garanzia, le davano questo status. Status che dovrebbe essere una maggiore garanzia ma che potrebbe diventare agli occhi dell'opinione pubblica cagionevole. Questi sono i costi che si pagano alla democrazia dell'informazione. D'altra parte Marra, come direttore ed editore di un'agenzia di stampa, - conclude il legale - sa che si possono pagare dei costi sull'altare della democrazia dell'informazione".
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Il mondo della giustizia si spacca
dopo la condanna del pm Remer

Interviene Democrazia e Libertà: «Ci auguriamo che possa discolparsi»

Alfonso Di Vincenzo


Rossano - La decisione del Consiglio superiore della magistratura di sospendere il pm Paolo Remer della Procura della Repubblica di Rossano, ha lasciato attoniti moltissimi cittadini. La sospensione ordinata dall'organo di controllo della magistratura è maturata a seguito della condanna del pm, da parte del Tribunale di Salerno, per la pesante accusa di pedopornografia. Sulla vicenda il foro rossanese si è spaccato tra coloro i quali avrebbero preferito il che il provvedimento del Csm fosse stato più tempestivo, quelli che, i più a quanto sembra, avrebbero preferito che il pm si fosse autosospeso dall'incarico nell'immediatezza della pubblicazione della sentenza di condanna del Tribunale di Salerno e chi, invece, ritiene che il provvedimento cautelare emesso dal Csm non fosse necessario se non dopo che eventualmente il pm fosse stato condannato in maniera definitiva, dopo i canonici tre gradi di giudizio. Una chiara posizione invece, in merito alla vicenda la prende Democrazia e Legalità che, dopo aver appreso la notizia della sospensione, in una nota inviata ieri spiega: «Democrazia e Legalità è da sempre a fianco dei magistrati che subiscono attacchi dal mondo politico e criminale, quando essi operano nell'esercizio delle loro funzioni, a difesa dell'ordine pubblico e dell'ordinamento democratico.

Ricordiamo le innumerevoli prese di posizione espresse da parte del presidente dell'associazione Elio Veltri ogni qualvolta se ne sono ravvisati i motivi. Caponnetto, Casson, Caselli, Cordova, Forleo e ultimo ma non per importanza De Magistris per il quale abbiamo raccolto seimila firme di solidarietà. Il Caso Remer - si legge ancora nella nota - ci lascia basiti e turbati per la gravità dei reati al pm imputati. Pedopornografia è un reato infame e grave per cui Democrazia e Legalità è scesa in piazza a Corigliano Calabro, nella scorsa primavera, insieme ad altre associazioni, quando si sono verificati quegli efferati fatti verso minori. Ci auguriamo che il dottor Remer possa far valere le sue ragioni e discolparsi definitivamente». L'associazione inoltre spiega anche le ragioni per le quali sostiene l'azione del Csm affermando: «Nel frattempo e nel dubbio bene ha fatto il Csm ad adottare il provvedimento di sospensione. Ciò in quanto nessuno deve dubitare dell'operato di magistrati che nell'esercizio delle proprie delicate funzioni ogni giorno assumono provvedimenti nei confronti di cittadini indagati. Il provvedimento è a tutela della magistratura in quanto istituzione della Repubblica che deve essere sempre credibile e tale deve rimanere. Al di là del caso specifico si pone un problema serio - spiega Del - chi controlla i magistrati che dovessero rivelarsi deviati, atteso che simili reati ascritti possano essere facilmente pre-rivelati con opportuni strumenti scientifici? La domanda è legittima data la delicatezza dell'argomento e le gravi e conseguenti implicazioni che dovessero scaturirne in termini di interesse pubblico sulle indagini passate e future».

http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=90463&Edizione=8&A=20110626
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RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI

Estratti da interventi in audizione sull’AC 4275
(riforma del titolo IV parte II Cost.)
nelle Commissioni riunite I e II



Nell’audizione del 27 maggio 2011, IGNAZIO FRANCESCO CARAMAZZA, Avvocato generale dello Stato,  ha affermato, in materia di responsabilità dei magistrati, che “l'articolo 14 del testo del disegno di legge governativo prevede: «I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato». Il legislatore italiano si trova di fronte a due paletti: il primo è rappresentato dal diritto europeo, dalla sentenza Traghetti del Mediterraneo, che rende assolutamente necessaria una rivisitazione e una modifica della legge sulla responsabilità dei magistrati del 1988. Ora, quella sentenza ha affermato che non è conforme al diritto europeo il fatto che sia esente da responsabilità una decisione commessa in violazione manifesta del diritto vigente. Questo, ovviamente, riguarda il diritto europeo, ma per principio di ragionevolezza e di parità di trattamento di situazioni analoghe la previsione dovrebbe essere estesa anche al diritto nazionale.
 Vi è però un secondo paletto, d'altra parte ricordato, sia pure molto brevemente, nella relazione al disegno di legge, che è quello relativo alle precedenti decisioni della nostra Corte costituzionale. Questa, a più riprese, a partire addirittura dal 1968 fino ad arrivare al 1987, ha sancito che il magistrato, attese le sue garanzie di autonomia e di indipendenza, che sono tuttora vigenti anche nel nuovo testo di legge, non può essere equiparato, ai fini della responsabilità, al pubblico dipendente, perché l'applicazione delle stesse regole comporterebbe un vulnus all'autonomia e all'indipendenza e, comunque, comporterebbe un rischio di attenuare il coraggio decisionale del magistrato.
Il fatto di una piena equiparazione della responsabilità del magistrato a quella del pubblico funzionario creerebbe, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, una situazione di conflitto fra due norme all'interno dello stesso corpo normativo, vale a dire della Costituzione novellata: da un lato, la norma che prevede l'autonomia e l'indipendenza, dall'altro quella che prevede una responsabilità del magistrato perfettamente analoga a quella del pubblico dipendente che, secondo la Corte costituzionale, confligge con il primo principio”.

 “Mi pare inoltre che si debba fugare un equivoco. La Corte di giustizia dell'Unione europea non giudica individui, giudica Stati. Pertanto, quando afferma che non rispetta le regole comunitarie uno Stato che secondo le sue regole di giurisdizione non è stato dichiarato responsabile per l'errore di un magistrato - in quanto la legge interna dello Stato italiano limita quell'errore ai casi di dolo o colpa grave, non prevede che si possano sindacare valutazioni di prove, non prevede che si possano sindacare valutazioni di norme giuridiche - fa sì che lo Stato nel giudizio davanti alle autorità italiane sia stato assolto dal giudizio di responsabilità promosso dalla vittima di un errore giudiziario e questo osta alle regole comunitarie che, ovviamente, si applicano nei confronti dello Stato, non del singolo.
Sulla responsabilità vorrei aggiungere alcune considerazioni. Mi pare che siano stati dimenticati gli interessi legittimi, che non erano previsti al tempo dell'articolo 28 della Costituzione, ma perché all'epoca esisteva una convinzione pietrificata che la lesione di interesse legittimo non fosse mai causa di danno risarcibile. Oggi, come vi è noto, il principio è stato capovolto, quindi nel momento in cui si parla di lesioni di diritti bisognerebbe parlare anche di lesione di interessi legittimi. Se vengono lesi degli interessi legittimi a opera di una sentenza e quella sentenza è affetta da vizi gravissimi (errore di diritto inescusabile, dolo o colpa grave) non sarà responsabile quel giudice e lo Stato per il danno recato dalla lesione degli interessi legittimi del ricorrente?”.

Sempre nel corso dell’audizione del 27 maggio, PASQUALE DE LISE, Presidente del Consiglio di Stato, ha riferito: “Passo all'ultimo aspetto, ossia la responsabilità, che è trattata nel disegno di legge del Governo, in un breve articolo che propone in cauda venenum.
Si tratta di un argomento estremamente delicato, su cui la mia presa di posizione potrebbe apparire corporativa o addirittura personale. Non è personale, perché l'anno prossimo lascio. Non è nemmeno corporativa, perché penso di avere una discreta autonomia intellettuale.
L'equiparazione che prevede il primo comma del nuovo articolo 113-bis della Costituzione proposto dal testo del disegno di legge del Governo, ai fini della responsabilità dei magistrati ai funzionari e ai dipendenti dello Stato, secondo me, non va bene e nel testo scritto consegnato alla presidenza l'ho evidenziato in maniera più compiuta.
La ragione è che la Corte costituzionale - se ci vogliamo fidare di qualcuno, dobbiamo pur avere alcuni punti di riferimento - a partire dalla sentenza n. 18 dell'1989, ha dato atto che la disciplina di cui alla legge Vassalli, caratterizzata da dolo o colpa grave, per semplificare, è dettata dall'intento di salvaguardare l'indipendenza dei magistrati, nonché l'autonomia e la pienezza dell'esercizio della funzione giudiziaria.
 È pendente dinanzi alla Corte di giustizia una controversia in questa materia, ma forse si dovrebbero leggere bene le carte, perché tale controversia attiene alle violazioni del diritto comunitario, mentre per altri tipi di violazione la Corte ha affermato espressamente che «spetta a ciascuno Stato membro definire il regime delle responsabilità dei giudici, sempre che ciò - leggo testualmente - non attenti alla salvaguardia delle situazioni giuridiche soggettive a base comunitaria». Questo giudizio è ora in corso e vedremo come evolverà. In questo giudizio - mi sento di dover far rilevare anche questo - la posizione della Commissione europea che ha provocato il giudizio e che praticamente, parlando atecnicamente, ha impugnato la legge n. 117 dinanzi alla Corte di giustizia, è stata fortemente contestata dallo Stato italiano.
Erano state chieste notizie anche alle altre magistrature. Noi come Consiglio di Stato abbiamo preparato una memoria nel senso di difendere la legge n. 117 e lo stesso ha fatto la Corte di cassazione. La memoria ufficiale del nostro agente alla Corte di giustizia va, dunque, nel senso della difesa della legge n. 117 e vi è poi una controreplica ugualmente di difesa della legge n. 117.
Una raccomandazione del Comitato dei ministri dell'Unione europea del 17 novembre 2010 ha puntualizzato, al paragrafo 86, che «l'interpretazione della legge, l'apprezzamento dei fatti e la valutazione delle prove effettuate dai giudici per deliberare su affari giudiziari non deve fondare responsabilità disciplinare o civile tranne che nei casi di dolo o di colpa grave».

 Io sono stato magistrato ordinario, magistrato contabile e da quarant'anni sono magistrato amministrativo. Le mie considerazioni non sono dettate da corporativismo, ma basate sull'esperienza e forse valgono ancora di più per la giustizia amministrativa, in cui le questioni sono spesso di grande difficoltà tecnica e vengono trattate costantemente problematiche nuove, senza punti di riferimento e con parti processuali spesso asimmetriche. È una situazione che va a scapito dell'amministrazione.
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Se la legge n. 117 del 1988 dovesse essere nella sovranità del legislatore, nel convincimento sovrano del legislatore, e dovesse essere ritenuta inadeguata, si potrebbe pensare di modificare la legge n. 117 senza l'ingessatura della norma costituzionale in via ordinaria, avendo presenti due aspetti.
Di uno di essi ho già parlato ed è quello del diritto dei princìpi affermati dalla Corte di giustizia, che, lo ripeto, si riferiscono al diritto dell'Unione europea e lasciano in un dato senso più libero lo Stato per quanto riguarda le questioni disciplinate dal diritto interno.
L'altro aspetto, che forse dovrebbe essere a sua volta considerato, perché noi oggi viviamo in un mondo globalizzato e quindi dobbiamo aver presente anche ciò che avviene fuori, è che da una rapidissima indagine - non sono un cultore di diritto comparato, né ho avuto materialmente la possibilità di svolgere questa indagine - si assiste, almeno presso i Paesi più vicini a noi, i Paesi dell'Unione, a una disciplina fortemente differenziata. Essa va dal sistema spagnolo, il quale presenta alcuni profili di similitudine con la disciplina che si andrebbe a varare, a quello del Regno Unito, in cui è prevista una totale immunità dei giudici, proprio per garantirne la piena indipendenza”.

Nel corso dell’audizione del 6 giugno 2011, VLADIMIRO ZAGREBELSKY, Professore, già giudice della Corte europea dei diritti dell'uomo, ha affermato: “mi permetto di interpretare in questo senso la norma sulla responsabilità civile. Ebbene, un rivoluzionario francese, alla fine del Settecento, avrebbe ritenuto il magistrato responsabile civilmente come gli altri funzionari. Da allora, però, sono cambiate diverse cose.
In effetti, è da rimarcare che una riforma costituzionale importante, se non altro per il numero di articoli che coinvolge, presentata con aggettivi enfatici, non tocca per nulla la domanda di chi è in grado di fare questo mestiere, proprio nel momento in cui l'autorità e l'autorevolezza delle decisioni giudiziarie ha perso l'aggancio di essere espressione della legge. È autorità perché parla la legge; lo dico io, giudice, ma è la legge che parla: questo principio è ormai finito. Allora, l'autorevolezza dove la possiamo trovare se non nelle persone, nella formazione professionale, nel tipo di scelta e così via?
Sotto quest'aspetto, le affermazioni della House of Lords, nel Regno Unito, sono state - a parte il livello culturale - rivoluzionarie per l'andamento di una società perché le persone erano credibili; le persone erano indiscutibili, qualunque fosse il criterio di selezione.
Vorrei dire qualche parola in merito alla questione della responsabilità civile, e in particolare sul punto in cui si dice che i giudici sono responsabili «come gli altri funzionari». Ecco, a mio modo di vedere, i magistrati non sono come gli altri funzionari dipendenti dello Stato per il piccolo dettaglio che sono indipendenti, a differenza di tutti gli altri, che non lo sono. Certo, gli altri devono essere imparziali, ma non sono indipendenti rispetto all'indirizzo politico del ministero, alla struttura gerarchica delle amministrazioni e quindi ai loro vari superiori.
Inoltre, siccome nella relazione si richiama una raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa del 2000, ma non si richiama l'ultima del 2010, che è totalmente ignorata e che riguarda proprio i giudici, vorrei ricordare che, sul punto della responsabilità civile dei magistrati, il Consiglio d'Europa indica soltanto la responsabilità indiretta e la responsabilità per dolo o colpa grave. Il resto ricade nella sfera dell'indipendenza e, quindi, spetta allo Stato risarcire, se il caso lo richiede. A questo proposito, le due sentenze della Corte di giustizia che la relazione ministeriale espone non hanno riguardo al tema che le Commissioni sono chiamate ad affrontare. Se le due sentenze fossero state lette - non solo la rubrica, ma almeno anche la massima - sarebbe stato chiarissimo che riguardano la responsabilità dello Stato in relazione al risarcimento del danno per violazione di normativa comunitaria, anche quando la violazione derivi da una sentenza del giudiziario. Esse non dicono - né potevano dire - nulla, data la competenza della Corte di giustizia dell'Unione, sul punto che è oggetto della riforma proposta”.

Nell’audizione del 9 giugno 2011, RAFFAELE SABATO, Componente dell'ufficio direttivo del Consiglio consultivo dei giudici europei (CCJE) del Consiglio d'Europa, ha sostenuto: “il nuovo articolo 113-bis della Costituzione vuole stabilire una responsabilità civile diretta dei magistrati. Sottopongo all'attenzione delle Commissioni sia gli standard minimali che sono quelli di emanazione del Comitato dei ministri, di matrice governativa, del Consiglio d'Europa, sia gli standard ulteriori dettati come standard giudiziari. Secondo gli standard minimali, nella raccomandazione del 2010 è detto - articolo 67 - che la responsabilità civile del giudice può essere accertata solo da un tribunale e (cito) «solo su rivalsa dello Stato preventivamente convenuto dal cittadino cui sia stata concessa una riparazione».
A mente dalla Magna Carta dei giudici - standard ulteriore - cito «il rimedio agli errori giudiziari deve essere individuato in un adeguato sistema di impugnazioni. Qualsiasi rimedio per le altre disfunzioni della giustizia dà luogo esclusivamente a responsabilità dello Stato. Non compete al giudice, eccetto che in caso di dolo, l'essere esposto a qualsiasi responsabilità personale e ciò neppure a seguito di rivalsa dello Stato». Quindi si può vedere che nella Magna Carta sostanzialmente è immaginata una sorta di immunità simile a quella di cui usufruiscono i giudici di alcuni Stati europei di common law o nuove democrazie in cui i giudici fruiscono di ampie prerogative di immunità.
Quanto alla prassi, io direi che questa norma, a differenza delle altre, rappresenterebbe un unicum nel panorama della giustizia europea, in quanto una responsabilità civile diretta sostanzialmente non è attestata. È forse il caso di chiarire, ma sicuramente sarà stato già chiarito - ricordo che anche il CSM su questa materia ha fornito un parere su uno dei disegni di legge in materia di responsabilità civile dei giudici - che le sentenze della Corte di giustizia del Lussemburgo Köbler e Traghetti del Mediterraneo, che spesso vengono richiamate per dire che è la Corte del Lussemburgo a volere che si risponda per gli errori giudiziari, se correttamente lette significano che lo Stato risponde dell'errore giudiziario, senza che le sentenze trattino in alcun modo di come l'eventuale condanna dello Stato possa o debba poi essere ribaltata sul singolo giudice in errore”.

Nel corso dell’audizione del 13 giugno 2011, ANTONIO MURA, Vice presidente del Consiglio consultivo dei procuratori europei (CCPE) del Consiglio d'Europa, ha sostenuto. “vorrei svolgere un rapidissimo cenno alla responsabilità civile diretta dei magistrati, così come delineata nella riforma costituzionale. A parte il fatto che la menzione, che però è doverosa, della giurisprudenza della Corte costituzionale italiana, la quale sin dal 1987 sottolineava la peculiarità delle funzioni giudiziarie e, quindi, intravedeva la necessità di condizioni e limiti alla responsabilità proprio in rapporto alla necessità di indipendenza e di autonomia nell'esercizio delle funzioni, tornando al panorama europeo non può sfuggire che esso presenta una varietà di soluzioni legislative in materia, tutte, però, più restrittive del testo progettato di riforma della Costituzionale.
La responsabilità dei giudici è addirittura esclusa in radice nei Paesi di common law, ma non solo, anche in Olanda e in Svizzera, ed è fortemente limitata ovunque, in Francia, Belgio, Spagna e Portogallo.
Le soluzioni adottate in questi Paesi sono accomunate dallo scopo di evitare che il regime della responsabilità possa negativamente incidere sulla serenità e regolarità dei giudizi. A me pare che proprio la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea, con le due sentenze Köbler e Traghetti del Mediterraneo, che di solito si invocano in rapporto a questo tema, mostri l'intento di assicurare ai cittadini un rimedio risarcitorio completo per i danni subìti anche dall'esercizio della giurisdizione. È la stessa giurisprudenza, però, a definire come essenziale che sia lo Stato e non il singolo giudice a rispondere in modo diretto per eventuali violazioni del diritto dell'Unione commesse nell'esercizio della giurisdizione.
Per quanto specificamente attiene al pubblico ministero, la Raccomandazione n. 19 del 2000, che più volte ho avuto già modo di richiamare, impegna gli Stati a fare sì che i membri dell'ufficio del pubblico ministero possano adempiere al loro mandato senza ingiustificate interferenze e - così è scritto - «senza rischiare di incorrere, al di là di quanto ragionevole, in responsabilità civili, penali o di altra natura». È interessante notare che tali condizioni nella raccomandazione vanno di pari passo in modo esplicito con un'esigenza di trasparenza”.

Sempre nell’audizione del 13 giugno 2011, MICHELE GIUSEPPE VIETTI, Vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, ha affermato: “È inutile che ricordi alle Commissioni la rilevanza che il tema della responsabilità ha per i magistrati. È un tema di straordinaria delicatezza ed è un nervo straordinariamente sensibile perché le modalità attraverso cui si sanzionano i magistrati per i presunti danni cagionati in esercizio delle funzioni incidono direttamente sulla modalità di esercizio della giurisdizione, dunque sulla tutela dei diritti dei cittadini.
Il primo comma del 113-bis modificato riproduce, sostanzialmente, l'articolo 28 della Costituzione,, norma già considerata pleonastica e che, quindi, non si comprende perché debba essere a sua volta ripetuta in un altro articolo di identico tenore. Francamente, non si capisce, anche qui, perché il legislatore non possa, ove lo ritenga, intervenire con norma ordinaria. Quello che ci preme e che mi permetto di rappresentare alle Commissioni con grande preoccupazione è che la condotta sanzionabile del magistrato non possa mai riguardare il ragionamento interpretativo seguìto dal giudice in sede di applicazione della norma né la valutazione del materiale probatorio. Questi sono due limiti, a nostro parere, assolutamente insuperabili.
Non commento la responsabilità diretta per i casi di ingiusta detenzione e di indebita limitazione della libertà personale. Il diritto positivo già prevede l'istituto della riparazione per ingiusta detenzione e il riferimento generico a ogni altra indebita limitazione della libertà rischia di esporre il magistrato a possibili azioni risarcitorie in relazione a qualunque provvedimento giurisdizionale restrittivo, o comunque incidente sulle libertà della prima parte della Costituzione, ivi compresa la libertà di corrispondenza per il caso di intercettazioni ambientali o telefoniche e di libera circolazione.
Qualcuno invoca la giurisprudenza e la legislazione europea per dire che, invece, questo intervento in materia di responsabilità civile dei magistrati è indispensabile. È noto il richiamo alle sentenze Köbler e Traghetti del Mediterraneo. Io vorrei sommessamente ricordare, ma certamente è cosa ben nota alle Commissioni, che la Corte di Lussemburgo ha chiarito in modo inequivoco che il principio del risarcimento del danno per violazione, in quel caso del diritto comunitario, ma per analogia anche del diritto interno, non investe la responsabilità personale del magistrato, ma soltanto quella dello Stato. Non si può, cioè, addurre la normativa comunitaria e la giurisprudenza della Corte europea a sostegno della necessità di modificare il regime della responsabilità del giudice nazionale in quanto la Corte di Lussemburgo ha precisato che questa è una questione integralmente interna, irrilevante per il diritto dell'Unione purché sia fatto salvo che un responsabile c'è e quel responsabile è lo Stato.
Mi permetto di ricordare che una rapida analisi delle legislazioni dei Paesi europei su questa materia indica che l'Italia è assolutamente in linea: in Germania la responsabilità civile e personale c'è solo per ipotesi di reato che produca danno, in tutti gli altri casi risponde lo Stato; in Belgio la responsabilità è ipotizzata solo per il caso di dolo intenzionale o frode; nel Regno Unito vi è l'immunità dei giudici secondo common law e equity, quindi ovviamente il giudice non risponde mai per danni; in Francia l'azione civile è possibile solo contro lo Stato, che eventualmente ha azione di rivalsa grossomodo nelle stesse condizioni della legge italiana; nei Paesi Bassi la responsabilità fa carico solo allo Stato; in Svizzera solo allo Stato; in Portogallo c'è solo responsabilità personale in caso di condanna penale, in Spagna e in Lussemburgo, accanto allo Stato, c'è anche la responsabilità civile compartecipante del giudice quando si verifichino requisiti che non si sono per la verità mai verificati”.

Ancora nell’audizione del 13 giugno 2011, ERNESTO LUPO, Primo presidente della Corte di Cassazione, ha affermato: “in tema di responsabilità civile dei magistrati, di cui all'articolo 113.bis che il disegno di legge aggiunge al testo vigente della Costituzione, non posso che richiamare la Corte costituzionale, perché quello è il dato a cui oggi mi riferisco per alcune esigenze di fondo. Qui proponiamo proprio la modifica della Costituzione, quindi la Corte costituzionale ci serve a poco, se nonché la Corte costituzionale richiama dei princìpi e delle garanzie che sembrano imporsi anche alle modifiche della Costituzione, almeno nel passaggio che prima ho richiamato sull'obbligatorietà dell'azione penale e anche adesso sulla responsabilità civile, su cui richiamo alcune pronunce della Corte.
La Corte costituzionale già con la sentenza n. 2 del 1968 rilevò che, ferma restando la necessità di previsione di responsabilità, la singolarità della funzione, la natura dei provvedimenti e la stessa posizione super partes possono ben indurre a istituire condizioni e limiti alla responsabilità dei magistrati. Tale affermazione fu ribadita da altre due sentenze che sono citate ampiamente nella relazione che lascio agli atti, ma che qui mi limito a indicare: la n. 26 del 1987 e la n. 468 del 1990.
La piena parificazione senza alcuna distinzione, che il legislatore non potrebbe neppure introdurre perché il testo dell'articolo 113 bis è molto drastico, senza alcuna distinzione tra magistrati e funzionari dello Stato mi sembra che si ponga contro l'indipendenza e l'autonomia della funzione giudiziaria per la semplice ragione che i funzionari non godono di tali prerogative.
Il collegamento tra queste prerogative e la responsabilità dei giudici è posto esplicitamente dalla Raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa sui giudici: indipendenza, efficacia e responsabilità, adottata il 17 novembre 2010 (per la sua recente emanazione la relazione non la cita, ma si trova pubblicata sull'ultimo fascicolo del Foro italiano) al cui punto 67 si legge che «soltanto lo Stato, ove abbia dovuto concedere una riparazione, può richiedere l'accertamento di una responsabilità civile del giudice attraverso un'azione innanzi a un Tribunale».
L'intendimento di questo passo della Raccomandazione è chiaro: la previsione della responsabilità civile del magistrato, pur legittima, non può essere piegata a strumento di indebita pressione, di ritorsione per decisioni non gradite, fermo restando che anche condotte che non raggiungono la gravità oggettiva e soggettiva meritevole di una responsabilità civile diretta, ma che causano danni ingiusti devono trovare nella responsabilità dello Stato, salva l'azione di rivalsa, la risposta di tutela alle legittime pretese risarcitorie.
In questo contesto la previsione espressa dalla responsabilità civile diretta dei magistrati presenta il concreto rischio di deprimere il ricorso nella legge di attuazione a forme di valutazione di ammissibilità dell'azione e alla principale esposizione dello Stato, fatta salva per alcune ipotesi l'azione di rivalsa, in potenziale contrasto con i valori di autonomia e indipendenza dei magistrati posti in risalto dalla giurisprudenza costituzionale”.

Infine, nell’audizione del 13 giugno 2011, ROBERTO ROMBOLI, Ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Pisa, ha affermato sul tema: “Più interessante, ed anche preoccupante, quanto la riforma costituzionale in oggetto stabilisce in ordine alla responsabilità civile dei magistrati.
E’ a tutti noto in proposito come la l. n. 117 del 1988 abbia avuto, per varie ragioni, una scarsissima applicazione e come la stessa preveda una responsabilità indiretta del magistrato per l’esercizio delle sue funzioni solo in caso di dolo o colpa grave oppure per diniego di giustizia, stabilendo altresì che in nessun caso l’attività di interpretazione di norme di diritto o di valutazione del fatto e delle prove possa dar luogo a responsabilità (c.d. clausola di salvaguardia).
Tale disciplina è stata oggetto di giudizio da parte della Corte di giustizia di Lussemburgo, la quale in una decisione molto conosciuta e citata anche nella relazione al disegno di legge costituzionale di riforma, ha ritenuto che la suddetta clausola di salvaguardia contrasta con il diritto comunitario allorché sia tale da escludere la responsabilità dello Stato in caso di violazione manifesta del diritto comunitario, possibile anche nell’attività di interpretazione del diritto. Non solo opportuna, ma necessaria quindi una modifica della disciplina tale da adeguare la stessa alla pronuncia della Corte europea, cosa per il momento non ancora accaduta.
Ben diversa e per niente connessa o conseguente alla decisione di cui sopra appare invece la previsione contenuta nell’art. 113-bis del disegno di legge di riforma costituzionale, in base alla quale è stabilita la responsabilità civile diretta dei magistrati per gli “atti compiuti in violazione di diritti” (id est per l’attività giurisdizionale tout court), sottolineando il parallelo con quanto previsto in generale per i pubblici impiegati (“al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato”).
Il termine “altro/i” soppresso con riguardo al “potere dello stato” viene adesso significativamente inserito accanto a “funzionari e dipendenti”.
Il risultato che ne deriva è, da una lato, quello di una sorta di discriminazione a rovescio, dal momento che non per tutti i pubblici dipendenti è vero che sussiste la responsabilità diretta del funzionario, esclusa infatti quando ciò venga suggerito dalla delicatezza della funzione svolta che potrebbe essere negativamente influenzata dalla previsione di una responsabilità civile diretta, ma soprattutto l’aspetto che mi sembra decisamente più grave è quello della parificazione dell’attività giurisdizionale a quella amministrativa e dei magistrati ai “funzionari e dipendenti dello Stato”.
Un volume curato da Giuseppe Maranini agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso aveva un titolo in proposito molto espressivo (“Magistrati o funzionari?”) e tendeva ad evidenziare nel contenuto le specificità e le particolarità connesse alla delicata funzione giurisdizionale, legata alla interpretazione, necessariamente “creativa”, delle disposizioni normative.
L’antecedente alla già ricordata sentenza della Corte di Lussemburgo (Traghetti del Mediterraneo) è costituita dall’altrettanto nota pronuncia della stessa Corte con cui questa affermò che lo Stato è responsabile per violazione del diritto comunitario anche quando la violazione sia imputabile all’attività di un’autorità giudiziaria, anche di ultimo grado (1).
In quella occasione però la Corte di giustizia non mancò di precisare come una simile responsabilità non avrebbe dovuto operare secondo gli stessi criteri validi per la violazione del diritto comunitario ad opera degli altri soggetti dello Stato, ma che, in considerazione della specificità della funzione giudiziaria, la responsabilità doveva ritenersi sussistere solo nel caso in cui la violazione fosse avvenuta “in maniera manifesta”. La Corte specificò altresì che, allo scopo di valutare il carattere manifesto della violazione, doveva farsi riferimento ai criteri della chiarezza e precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione ed alla non scusabilità dell’errore di diritto.
Anche la nostra Corte costituzionale nelle decisioni in cui ha affermato l’applicabilità anche ai magistrati del principio contenuto nell’art. 28 della Costituzione, ha ritenuto di precisare come la disposizione costituzionale non sia tale da escludere, per la singolarità della funzione e della posizione dei magistrati, una normativa particolare che fissi condizioni e limiti alla responsabilità (2).

1)  Corte giust. Cee 30 settembre 2003, n. 224/01, Kobler, Foro it., 2004, IV, 4.
2)  Corte cost. 3 febbraio 1987, n. 26, Foro it., 1987, I, 638 e 22 ottobre 1990, n. 468, ivi, 1991, I, 1041.   

a cura Uff. Stampa del PD
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Di Loredana Morandi (del 28/06/2011 @ 09:31:23, in Magistratura, linkato 1342 volte)

P4: Csm apre indagine

Comitato presidenza ha trasmesso carte inviate da pm Napoli

27 giugno, 20:54

(ANSA) - ROMA, 27 GIU - Il Csm avvia una propria indagine sulla vicenda della cosiddetta P4, che vede coinvolto il parlamentare del Pdl e magistrato in aspettativa Alfonso Papa.

E del caso si occupera' anche il Pg della Cassazione Vitaliano Esposito, che gia' aveva avviato autonomamente dei primi accertamenti. Gli accertamenti del Csm saranno compiuti dalla Prima Commissione, competente sui trasferimenti d'ufficio dei magistrati per incompatibilita'.
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Di Loredana Morandi (del 28/06/2011 @ 14:30:21, in Magistratura, linkato 1378 volte)
Scontro sui giudici «responsabili»


Donatella Stasio 28 giugno 2011

ROMA - La maggioranza conferma l'intenzione di andare avanti con la stretta alla responsabilità civile dei giudici - da oggi all'esame dell'aula della Camera - ignorando il parere contrario dell'ufficio legislativo di Palazzo Chigi. Che in una nota inviata al ministro dei Rapporti con il Parlamento mette in guardia dall'approvare la modifica, per tre ragioni: la stretta è stata inserita anche nella riforma costituzionale della giustizia proposta dal governo, e quindi non può essere anticipata per via ordinaria; è fuori asse rispetto alla legge Vassalli dell'88 perché allarga la possibilità di rivalsa dello Stato nei confronti dei magistrati; è strategicamente sbagliata rispetto agli obblighi europei, perché anticipa ciò che la Corte Ue ancora non ha affermato in via definitiva. Una sostanziale bocciatura, insomma, alla quale oggi dovrebbe aggiungersi quella (ben più netta) del Csm, poiché il plenum è convocato per votare il parere negativo espresso a fine marzo dalla commissione competente. Ma né la nota dei tecnici della Presidenza del Consiglio né il parere di Palazzo dei marescialli sembrano destinati a frenare il governo e la maggioranza, disposti soltanto ad attenuare la stretta, affiancando all'ipotesi di «violazione manifesta del diritto» (fonte di risarcimento da parte del magistrato) quella del «dolo e della colpa grave» (oggi prevista dalla legge Vassalli come unica fonte di responsabilità civile). Troppo poco, obietta il Pd, poiché l'attenuazione non modifica il carattere «punitivo e intimidatorio» della nuova norma. Che perciò «va stralciata».
Lo scontro tra maggioranza e opposizione si consumerà prima nel Comitato dei nove e poi in Aula, dove nel pomeriggio riprende l'esame della «comunitaria 2010» (sospeso a fine marzo) e, quindi, dell'emendamento-Pini sulla responsabilità civile delle toghe. È infatti il leghista Gianluca Pini il padre della modifica, da subito cavalcata dal Pdl. «Noi la votiamo sicuramente. Anzi, dopo aver sentito i Pm di Milano parlare di bordello, siamo ancora più convinti di doverla approvare», dice Enrico Costa, capogruppo Pdl in commissione Giustizia, riferendosi alle parole con cui il procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno ha chiesto ieri, nel processo Ruby, il rinvio a giudizio di Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti. Tanta è la fretta di mandare un segnale, che Pdl e Lega vogliono stralciare una serie di articoli dalla «comunitaria», per farle tagliare più velocemente il traguardo.
A fine marzo, lo stesso Pini aveva ammesso la necessità di una riformulazione e aveva addirittura dichiarato di essere aperto ai suggerimenti del Csm. Da allora, però, la «comunitaria» è scomparsa dal calendario della Camera per riemergere in questi giorni, dopo le polemiche sulla pubblicazione delle intercettazioni relative all'inchiesta P4, in cui è indagato anche Alfonso Papa, magistrato eletto nelle file del Pdl, destinatario di una richiesta di arresto da parte dei giudici di Napoli (è di ieri la notizia che il Pg della Cassazione ha promosso nei suoi confronti l'azione disciplinare, chiedendone la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio).
Oggi la responsabilità civile delle toghe scatta in caso di «dolo o colpa grave»: chi ha subito un «danno ingiusto» può rivolgersi allo Stato che a sua volta si rivale sul magistrato. L'emendamento Pini, invece, la fa scattare in tutte le ipotesi di «violazione manifesta del diritto» (a prescindere dal dolo o dalla colpa), compreso quanto la legge Vassalli teneva fuori dall'ambito della responsabilità civile, e cioè l'attività interpretativa e di valutazione della prova. Una norma criticata dal Csm e persino dai tecnici di Palazzo Chigi, che a quanto sembra, però, la maggioranza non è disposta a ritirare, ma solo a «mitigare».

L'EMENDAMENTO PINI

L'emendamento Pini
Prende il nome dal relatore del ddl «comunitaria 2010», il leghista Gianluca Pini: fa scattare la responsabilità civile dei giudici in tutti i casi di «violazione manifesta del diritto», mentre oggi la legge Vassalli (n. 117 dell'88) la prevede (come nella maggior parte dei Paesi europei) solo nei casi di dolo e colpa grave che abbiano determinato un danno ingiusto.

Il «congelamento»
L'emendamento, presentato a sorpresa a metà marzo, era stato congelato, insieme ad altri articoli della «comunitaria», con l'intenzione del relatore di riformularlo alla luce delle numerose critiche, prime fra tutte quelle del Csm

Oggi in Aula
Dopo tre mesi, oggi la «comunitaria» torna in aula, alla Camera. L'Ufficio legislativo dei Palazzo Chigi ha inviato una nota al ministro per i Rapporti col Parlamento in cui boccia la norma per tre ragioni, e tuttavia maggioranza e governo non sembrano disposti a fare marcia indietro ma solo ad aggiungere alla «manifesta violazione del diritto» anche l'ipotesi del dolo e della colpa grave
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-06-28/scontro-giudici-responsabili-064129.shtml?uuid=AabjgajD
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http://www.giustiziaquotidiana.it/public/PalazzoMarescialli-2.jpg

“Delibera in merito alle recenti proposte di modifica
dell'attuale normativa che regola
la responsabilità civile dei magistrati.”.


(relatore Consigliere BORRACCETTI, Consigliere FUZIO)

1. Premessa La responsabilità civile è tema di particolare interesse e delicatezza, perché le modalità attraverso le quali si sanziona il magistrato per i danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie possono direttamente incidere sulla sua indipendenza e quindi sull’effettività della tutela dei diritti dei cittadini. Compito precipuo dello Stato è l’attuazione di un sistema giudiziario efficiente, fondato sull’indipendenza e l’imparzialità degli organi giudiziari. Affinché una pronuncia possa essere emessa in condizione di terzietà, è indispensabile che l’organo a cui spetta la decisione possa assumere le proprie determinazioni al riparo da qualsivoglia condizionamento. Il Consiglio Superiore della Magistratura, cui spetta per dettato costituzionale tutelare l’autonomia dell’ordine e l’indipendenza dei singoli magistrati, intende fornire il proprio contributo al dibattito in atto, segnalando, in particolare, le ragioni sottese alle scelte legislative compiute con la legge n. 117 del 1988.

2. Il quadro normativo vigente. La legge 13 aprile 1988, n. 117, punto di arrivo di una lunga evoluzione in materia di responsabilità civile del giudice, si applica a tutti gli appartenenti alle magistrature ordinaria, amministrativa, contabile, militare e speciali che esercitano attività giudiziaria, ivi compresi i magistrati che esercitano le proprie funzioni in organi collegiali, nonché “agli estranei che partecipano all’esercizio della funzione giudiziaria” Il legislatore, restringendo l’ambito della responsabilità diretta dei magistrati nei limiti consentiti dalla disposizione dell’art. 28 della Costituzione, ha previsto che essi rispondano direttamente nella sola ipotesi di danni derivanti da fatti costituenti reato commessi 2 nell’esercizio delle loro funzioni (art. 13). Nelle altre ipotesi in cui è prevista la risarcibilità dei danni derivanti dall’esercizio delle funzioni giudiziarie (artt. 2 e 3) - vale a dire quando vi sia stato un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni, ovvero per diniego di giustizia - il danneggiato può agire solo verso lo Stato, al quale è poi attribuita una limitata azione di rivalsa (artt. 7 e 8). In ogni caso non può mai dare luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove. L’elemento portante del tracciato normativo è dato dalla previsione di una responsabilità diretta dello Stato-giudice, in quanto titolare della funzione giurisdizionale, e non del singolo magistrato-giudice, per un atto, un comportamento o un provvedimento adottato nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali che non consista in un’attività interpretativa della legge, espressamene esclusa di per sé sola dalle ipotesi idonee a far insorgere una responsabilità civile. “La scelta operata dal legislatore è chiaramente caratterizzata dalla costante cura di predisporre misure e cautele idonee a salvaguardare l’indipendenza dei magistrati nonché l’autonomia e la pienezza dell’esercizio della funzione giudiziaria”, come evidenziato nella sentenza n. 18 del 19 gennaio 1989 dalla Corte Costituzionale, la quale ha sottolineato che la garanzia costituzionale dell’indipendenza della magistratura è diretta a tutelare l’autonomia di valutazione dei fatti e delle prove e l’imparziale interpretazione delle norme di diritto. Nella richiamata pronuncia, la Corte, ribadendo il proprio precedente orientamento in materia, ha affermato che “Il principio dell’indipendenza è volto a garantire l’imparzialità del giudice, assicurandogli una posizione super partes che escluda qualsiasi, anche indiretto, interesse alla causa da decidere. A tal fine la legge deve garantire l’assenza, in ugual modo , di aspettative di vantaggi e di situazioni di pregiudizio, preordinando gli strumenti atti a tutelare l’obiettività della decisione. La disciplina dell’attività del giudice deve perciò essere tale da rendere quest’ultima immune da vincoli che possano comportare la sua soggezione, formale o sostanziale, ad altri organi, mirando altresì, per quanto possibile, a renderla “libera da prevenzioni, timori, influenze che possano indurre il giudice a decidere in modo diverso da quanto a lui dettano scienza e coscienza”. Peraltro (sentenza 14 marzo 1968, n. 2), “l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e del giudice non pongono l’una al di là dello Stato, quasi legibus soluta, né l’altro fuori dall’organizzazione statale”. Il magistrato deve essere indipendente da poteri e da interessi estranei alla giurisdizione, ma è “soggetto alla legge”: alla Costituzione innanzi tutto, che sancisce, ad un tempo, il principio di indipendenza (artt. 101, 104 e 108) e quello di responsabilità (art. 28), al fine di assicurare che la posizione super partes del magistrato non sia mai disgiunta dal corretto esercizio della sua alta funzione…La garanzia costituzionale della sua indipendenza è diretta infatti a 3 tutelare, in primis, l’autonomia di valutazione dei fatti e delle prove e l’imparziale interpretazione delle norme di diritto” La Consulta, peraltro, già prima dell’entrata in vigore della L. 117/1988 aveva più volte affermato i medesimi principi (cfr. C. Cost. 3 maggio 1974, n. 128 e 27 marzo 1969, n. 60). Nella visione prospettica delineata in maniera chiara e lucida dalla Corte Costituzionale, è possibile cogliere appieno la ratio posta a fondamento della L. 117/1988, con la quale il legislatore ha inteso ridurre il rischio di atteggiamenti burocratici e conformisti, che mal si conciliano con l’esercizio della funzione giurisdizionale, al quale è consustanziale l’assunzione della responsabilità per la decisione presa nei termini e nei modi di legge. Infatti, proprio l’esigenza di tutelare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura – garanzie riconosciute dalla Costituzione – si ribadisce - non a salvaguardia delle prerogative autoreferenziali degli appartenenti all’ordine giudiziario, bensì quale presidio indispensabile per la tutela dei diritti fondamentali di ciascuno – giustifica, da un lato, la limitazione della responsabilità ai soli casi di “dolo o colpa grave” (art. 2 comma 1 legge 117/88), dall’altro, l’esclusione di ogni forma di responsabilità per “l’attività di interpretazione di norme di diritto” e per “quella di valutazione del fatto e delle prove” (art. 2 comma2 legge 117/88). . È evidente, infatti, che un rischio eccessivamente elevato di incorrere in responsabilità civile, diretta o indiretta, avrebbe un effetto distorsivo sull’operato dei magistrati, i quali potrebbero essere indotti, al fini di sottrarsi alla minaccia della responsabilità, ad adottare, tra più decisioni possibili, quella che consente di ridurre o eliminare il rischio di incorrere in responsabilità, piuttosto che quella maggiormente conforme a giustizia. A differenza di altre attività professionali, quale ad esempio quella del medico o dell’ingegnere, l’attività del magistrato è caratterizzata dal fatto che egli causa comunque un danno ogniqualvolta prende una decisione. Il danno può essere causato alla parte soccombente la quale non veda riconosciuti i propri interessi, a torto o a ragione; in altri casi essere causato ad uno o più terzi individuati, i quali siano colpiti in qualche modo dagli effetti della sentenza; in altri casi ancora, il danno può essere causato alla collettività (ad esempio, nelle materie riguardanti gli interessi diffusi). Il giudice, allora, potrebbe essere indotto dal timore della responsabilità a prendere la decisione che causa un danno alla parte che è nella condizione meno favorevole ad agire in giudizio per il risarcimento dei danni ovvero ad assumere una decisione che sia formalmente coerente con i precedenti orientamenti giurisprudenziali – dunque idonea a porlo al riparo da eventuali azioni risarcitorie – ma sostanzialmente non risponda alla domanda di giustizia della concreta vicenda esaminata. Pertanto, la legge sulla responsabilità civile dei magistrati è strutturata in maniera tale da salvaguardare la libertà di giudizio e trova ragione nel carattere accentuatamente valutativo 4 dell’attività giurisdizionale, la quale, per essere correttamente svolta, deve essere “libera” e non essere condizionata da “atteggiamenti difensivi” di categoria. Giova sul punto evidenziare che anche la stessa Corte di Giustizia, nella sentenza 13 giugno 2006, n. C-173/03, “Traghetti del Mediterraneo”, ha affermato che “l’interpretazione delle norme di diritto rientra nell’essenza vera e propria dell’attività giurisdizionale poiché, qualunque sia il settore di attività considerato, il giudice, posto di fronte a tesi divergenti e antinominiche, dovrà normalmente interpretare le norme giuridiche pertinenti nazionali e/o comunitarie, al fine di decidere la controversia che gi è sottoposta”. (v. oltre paragrafo 3) L’opzione legislativa recepita dalla L. 117/1988 non è, peraltro, un unicum nel nostro ordinamento, atteso che in base all’art. 61, comma 2, della legge n. 312 del 1980 gli insegnanti statali, per le ipotesi di culpa in vigilando, non sono responsabili personalmente verso i terzi, nei cui confronti risponde invece l’amministrazione, sulla quale gravano in via diretta le “responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi”. Lo Stato – secondo un meccanismo del tutto analogo a quello previsto per la magistratura - può rivalersi sugl’insegnanti ove il difetto di vigilanza sia ascrivibile a dolo o colpa grave e, in tali ipotesi, potrà anche agire contro essi per i danni arrecatigli direttamente dal comportamento degli alunni. Tale disposizione è stata giudicata dalla Corte Costituzionale pienamente conforme al dettato di cui all’art. 28 Cost., in quanto essa è il prodotto dell’esercizio di discrezionalità legislativa aderente alla ratio di detto precetto costituzionale (cfr. C. Cost. 24 febbraio 1992, n. 64). Del resto, la restrizione della responsabilità ai soli casi di “dolo o colpa grave” non è l’eccezione, ma la regola generale che vale per tutti i pubblici dipendenti, ai sensi del chiaro disposto dell’art. 23 del TU degli impiegati civili dello Stato (DPR 10 gennaio 1957 n.3), secondo cui appunto il “danno ingiusto” fonte di responsabilità – ex art.22 – del pubblico impiegato è quello “derivante da ogni violazione dei diritti del terzo che l’impiegato abbia commesso per dolo o colpa grave”.

3. Giurisprudenza e legislazione europea. Nella cornice normativa sopra descritta si inserisce la produzione giurisprudenziale della Corte di giustizia in tema di responsabilità per le decisioni degli organi giurisdizionali di ultimo grado per le decisioni in contrasto con il diritto dell’Unione. In merito si deve osservare che le sentenze Kobler ( Corte Giust. 30 settembre 2003, causa C- 224/01) e Traghetti del Mediterraneo (Corte Giust. 13 giugno 2006, causa C- 173/03), ribadiscono il principio di effettività che costituisce patrimonio ormai consolidato della giurisprudenza e della normativa dell’Unione Europea , formalizzato ed esplicitato dal Trattato di Lisbona (art. 19, par. I co. II TUE). 5 Nelle pronunce indicate la Corte di Giustizia ha ricostruito il diritto al risarcimento, facendo leva essenzialmente sul predetto principio di effettività e sugli altri principi fondamentali che reggono il rapporto fra ordinamento nazionale ed ordinamento dell’Unione, e che sono i principi di primazìa del diritto dell’Unione, di uniforme applicazione e di leale collaborazione tra istituzioni europee e Stati membri di cui all’art.4 par. 3 TUE (ex art. 10 CE); inoltre sul parallelo regime della responsabilità dell’Unione ex artt. 268 e 340 co.II TFUE. In base al consolidato orientamento della Corte, tutti gli organi statali, ivi comprese le autorità amministrative e gli enti locali, sono tenuti a disapplicare la normativa nazionale contrastante con il diritto dell’Unione fornito di efficacia diretta, ovvero, ove possibile, ad interpretare la prima conformemente al secondo, adottando i provvedimenti necessari ad assicurare ed agevolare la piena efficacia di tale diritto, proprio al fine di non determinare una responsabilità dello Stato in tal senso. Orbene, la Corte di Giustizia è sempre stata chiarissima nell’affermare che lo Stato viene considerato nella sua unità, talché la sua responsabilità opera rispetto a qualsiasi ipotesi di violazione e quale che sia l’organo la cui azione od omissione vi abbia dato origine (Corte Giust., 5 marzo 1996, cause riunite C- 46/93 e C-48/93, Brasserie du Pecheur SA,) E’ per tale ragione che, qualora vi sia una violazione del diritto dell’Unione, lo Stato non potrà addurre, a proprio discarico, la peculiarità della funzione esercitata da chi abbia, in fatto, generato la violazione, proprio alla luce dell’irrilevanza del soggetto che abbia causato il danno. La Corte aveva da tempo chiaramente affermato il principio dell’imputabilità allo Stato dei danni commessi dagli organi del potere legislativo ed amministrativo, cosicché, con le due citate pronunzie si è limitata ad estendere alle decisioni - soltanto di ultimo grado - degli organi giurisdizionali nazionali i principi già espressi per gli altri esponenti delle istituzioni nazionali. Il principio, peraltro, è pienamente conforme a quello vigente nell’ambito del diritto internazionale e nella CEDU, laddove si afferma con chiarezza che lo Stato, in quanto entità unitaria, è responsabile per la violazione degli impegni assunti, senza che rilevi la circostanza che l’atto o il comportamento da cui ha avuto origine il danno sia imputabile al potere giudiziario. Il principio dell’indifferenza dell’organo o funzionario che abbia causato il danno risponde anche ad una esigenza di effettività del sistema. E’ con queste premesse che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto che il principio della responsabilità degli Stati membri di risarcire i danni trova applicazione anche qualora la violazione del diritto dell’Unione derivi dalla decisione di un organo giurisdizionale di ultimo grado. 6 La Corte ha, tuttavia, chiarito con assoluta certezza che il principio del risarcimento dei danni per violazione del diritto comunitario non investe la responsabilità personale del giudice, ma soltanto quella dello Stato: ne consegue che il principio medesimo non mette in discussione i valori fondamentali dell’autonomia e dell’indipendenza del potere giudiziario. Si legge in particolare, proprio nella sentenza Kobler (punto 42), “Per quanto riguarda l’indipendenza del giudice, occorre precisare che il principio di responsabilità di cui trattasi riguarda non la responsabilità personale del giudice, ma quella dello Stato. Ora, non sembra che la possibilità che sussista, a talune condizioni, la responsabilità dello Stato per decisioni giurisdizionali incompatibili con il diritto comunitario comporti rischi particolari di rimettere in discussione l’indipendenza di un organo giurisdizionale di ultimo grado”. Non c’è dubbio che, secondo la Corte, la responsabilità degli Stati membri di risarcire i danni cagionati ai singoli non possa essere limitata da una normativa che preveda la responsabilità per atti giudiziari nei soli casi di dolo o colpa grave del giudice, e ciò per il rispetto dei principi di equivalenza e di effettività. Ma questo non si traduce in un obbligo per lo Stato di introdurre una normativa diversa che preveda una più stringente o comunque diversa responsabilità per i giudici medesimi. Del resto, la questione del titolo di responsabilità del singolo giudice – così come di qualsiasi altro funzionario - è irrilevante dal punto di vista della Corte europea, in quanto il diritto dell’Unione conosce un solo responsabile, lo Stato. In altri termini, si ribadisce, non può in alcun caso addursi la normativa comunitaria e la giurisprudenza della Corte a sostegno della necessità di modificare il regime di responsabilità del giudice nazionale, in quanto si tratta di questione integralmente interna, irrilevante per il diritto dell’Unione per la quale unico soggetto responsabile è lo Stato. Non deriva, conseguentemente, dall’ordinamento sovranazionale alcun obbligo per lo Stato di modificare radicalmente l’attuale disciplina del giudizio di responsabilità civile dei magistrati. Del resto una simile articolazione dei piani delle responsabilità è già nota e consolidata nel contesto legislativo o amministrativo, in cui l’emissione di un atto lesivo di prerogative individuali suscettibili di riparazione in sede unitaria o l’omissione di un atto dovuto può condurre ad affermazione di responsabilità dello Stato, senza provocare in maniera diretta ed automatica conseguenze in tema di rivalsa nei confronti del funzionario che ha adottato o omesso l’atto. La Corte di cassazione a sezioni unite (Sentenza n. 9147 del 17/04/2009) ha addirittura affermato che nell’ordinamento interno la eventuale riparazione dovuta in sede comunitaria non ha natura risarcitoria da atto illecito, ma costituisce ristoro indennitario per inadempimento dell'obbligazione "ex lege" dello Stato. 7 Allo stesso modo è noto che la gran parte degli ordinamenti, assoggettati alle medesime regole di diritto europeo, prevede discipline articolate e limitative della responsabilizzazione del singolo giudice. In particolare, in via di estrema sintesi può dirsi che in Germania, la responsabilità civile personale è prevista dall’art. 839 § 2 BGB per l’ipotesi di reato che produca danno; negli altri casi, sussiste responsabilità dello Stato il quale, se condannato, può agire in via di rivalsa in base a criteri non automatici. In Belgio, la responsabilità civile personale è ipotizzata solo in caso di dolo intenzionale o di frode; lo Stato può essere responsabile nei casi di errore giudiziario. Nel Regno Unito (e negli altri paesi europei di “common law”, Irlanda e Cipro) vi è immunità dei giudici secondo la “common law” e l’”equity” (a Cipro garantita dalla Costituzione), cosicché è esclusa in radice la possibilità che il giudice possa essere chiamato a rispondere direttamente o indirettamente per danni causati nell’esercizio delle funzioni. In Francia, l’azione civile è possibile solo contro lo Stato, che dispone di azione di rivalsa subordinata a limiti e presupposti analoghi a quelli previsti nella legge italiana vigente. Nei Paesi Bassi, la responsabilità civile fa capo esclusivamente allo Stato. In Svizzera, è esclusa la responsabilità civile del giudice, essendo invocabile solo quella dello Stato. In Portogallo, la responsabilità civile del giudice consegue soltanto a condanna penale, potendo lo Stato agire per il rimborso della riparazione che avesse anticipato. In Spagna e in Lussemburgo, accanto alla responsabilità dello Stato, esiste la possibilità di compartecipazione di responsabilità civile del giudice allorché siano dimostrati requisiti speciali che raramente si sono verificati.1 In Francia, dove esiste una disciplina analoga a quella italiana, non risulta essersi mai verificato un caso di azione di regresso da parte dello Stato verso un giudice.. Si può, quindi, a ragion veduta affermare che i limiti previsti dalla legge italiana sulla responsabilità civile dei magistrati sono conformi alla legislazione degli altri paesi europei e non ostano alla configurazione dell’illecito comunitario, in quanto si tratta di fattispecie differenti. Nel caso di responsabilità dello Stato per violazione comunitaria derivante da un provvedimento giurisdizionale non trova applicazione la legge 117/1988, perché la fattispecie non è di illecito giudiziario, ma dello Stato in senso proprio Quanto sopra è stato già oggetto di affermazione da parte del Governo Italiano nella risposta del 20 novembre 2008 alla interrogazione in Commissione 5-00638 presentata da Mecacci ed altri: “Nel caso di responsabilità dello Stato per violazione comunitaria derivante da provvedimento giurisdizionale non trova applicazione, quindi, la legge n. 117 del 1988, perché la fattispecie non è di illecito giudiziario, ma di illecito dello Stato in senso proprio. Il problema, cioè, non è di difformità della legge italiana (sulla responsabilità civile 1 La fonte di conoscenza principale in tema di responsabilità civile dei magistrati in Europa è tutt’oggi la rilevazione effettuata dal Consiglio consultivo dei giudici europei (CCJE) presso il Consiglio d’Europa nel 2002, in vista dell’emanazione del Parere n. 3. 8 dei magistrati) rispetto all'ordinamento comunitario, ma di mancanza dei presupposti di applicabilità della normativa in discorso. Da tali premesse discende, pertanto, che la normativa posta dalla legge n. 117 del 1988, come rilevato anche dalla dottrina, non è in contrasto con la decisione della Corte di giustizia richiamata nell'interrogazione. sul tema”. Tale posizione interpretativa, assolutamente condivisibile, assicura la compatibilità dell’attuale disciplina italiana, e testimonia la doverosità delle prescrizioni della legge 117/88, in funzione della garanzia della tutela dei principi costituzionali di cui si è già detto, nonché delle affermazioni di principio rilevanti in contesto internazionale. L’ONU, ad esempio, ha stabilito nel 1985 in occasione del Settimo Congresso sulla prevenzione del crimine e il trattamento dei criminali i principi base a garanzia dell’indipendenza della funzione (o del potere) giudiziario. Uno di tali principi, espresso al punto 16 della risoluzione, prevede che i giudici dovrebbero godere della personale immunità per danni civili derivanti da azioni o omissioni nell’esercizio delle loro funzioni Si devono in merito citare gli standards noti come Principi Fondamentali sull’Indipendenza della giurisdizione2 . Detti principi statuiscono che i giudici siano dotati della piena autorità di agire, liberi da pressioni e timori, adeguatamente retribuiti e forniti degli strumenti materiali idonei a consentir loro di svolgere in modo soddisfacente il proprio servizio. Al punto 16 della risoluzione, si prevede che i giudici dovrebbero godere della personale immunità per danni civili derivanti da azioni o omissioni nell’esercizio delle loro funzioni. Sulla base dei medesimi principi è stata emanata dal Consiglio Consultivo dei Giudici Europei del Consiglio d’Europa l’Opinione n. 3 del 19 novembre 2002. Il parere, rimesso al Comitato dei Ministri del Consiglio, significativamente prende le mosse, oltre che dai documenti sopracitati, anche dalla Raccomandazione n°R (94) 12 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sull’indipendenza, l’efficacia ed il ruolo dei giudici, la Carta europea sullo statuto dei giudici ed il Codice di deontologia della magistratura redatto a Bangalore. Nella sua seconda parte, esso statuisce sulla responsabilità penale, civile e disciplinare dei giudici disegnando una architettura perfettamente corrispondente all’attuale regime di responsabilità penale, civile e disciplinare dettato per i magistrati italiani . Si legge infatti ai paragrafi 55-57 del Parere n. 3 del CCJE citato, che “Un principio generale vuole che i giudici debbano essere assolutamente immuni da ogni responsabilità civile personale nei confronti di eventuali pretese avanzate direttamente contro di essi connesse con l'esercizio delle loro funzioni quando agiscano in buona fede. Gli errori giudiziari, di competenza o procedurali, nella individuazione o nell'applicazione del diritto o ancora nella valutazione delle prove, dovranno formare oggetto di appello. Le altre mancanze dei giudici che non 2 United Nations Basic Principles on the Indipendence of the Judiciary adottati nel 1985 nell’ambito del 7th United Nations Congress on the Prevention of Crime and Treatment of Offenders 9 possano essere eliminate in questo modo (tra cui, ad esempio, i ritardi eccessivi) dovrebbero, al più, portare ad una richiesta del soggetto insoddisfatto contro lo Stato. E’ questione diversa che lo Stato possa, in determinate circostanze, essere tenuto, ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, a compensare una parte in causa, l’esame di tale questione non essendo direttamente rientrante nell’oggetto di questo Parere”. Per quanto riguarda la responsabilità dei giudice, la CCJE ritiene che “Tuttavia, in alcuni paesi europei, i giudici possono essere ritenuti civilmente responsabili per decisioni gravemente erronee o altre carenze gravi, in particolare su richiesta dello Stato, dopo che un contendente insoddisfatto abbia visto riconosciuto il suo diritto al risarcimento in un procedimento contro lo Stato. […] La Carta europea sullo statuto dei giudici prevede una rivalsa di questo tipo al paragrafo 5.2, aggiungendo, quale garanzia, che debba essere ottenuta l’autorizzazione da un'autorità indipendente composta da una rappresentanza significativa di giudici […] Il commento alla Carta sottolinea nel paragrafo 5.2 la necessità di limitare la responsabilità civile dei giudici: (a) al rimborso dello Stato; (b) per "negligenza grave e inescusabile"; (c) attraverso un’azione giudiziaria; (d) con la previa autorizzazione di un'autorità indipendente del tipo predetto. Il CCJE approva tutti questi punti e va oltre. L'applicazione di concetti come negligenza grave o colpa grave è spesso difficile. Se vi è una pur minima possibilità di azione di regresso dello Stato, il giudice si sentirà necessariamente coinvolto quando venga presentata azione contro lo Stato. Il CCJE conclude che, salvo il caso di dolo, non sia opportuno esporre un giudice per l''esercizio delle sue funzioni a responsabilità personale, anche se essa è assunta dallo Stato con rivalsa.. Le conclusioni del Consiglio sono state poi recepite nella Magna Charta dei Giudici europei adottata a Starsburgo il 17 novembre scorso dal Consiglio Consultivo dei Giudici Europei, a sua volta recpita nella Raccomandazione CM / Rec (2010) 12 del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa agli Stati membri che definisce l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici precondizioni essenziali per l’adeguato funzionamento della giustizia. In essa si afferma che l’indipendenza deve essere prima ancora che funzionale e finanziaria, ordinamentale e deve essere garantita in primo luogo rispetto agli altri poteri dello Stato (art.3). L’indipendenza del giudice, si legge nella Charta, deve essere garantita riguardo all’attività giudiziaria. In particolare il cap. VII della Raccomandazione prevede ai paragrafi 66 – 68: 66. “L'interpretazione della legge, l’apprezzamento dei fatti o la valutazione delle prove...per deliberare su affari giudiziari non deve fondare responsabilità disciplinare o civile, tranne che nei casi di dolo e colpa grave. 10 67. Soltanto lo stato, ove abbia dovuto concedere una riparazione, può richiedere l’accertamento di una responsabilità civile del giudice attraverso un’azione innanzi ad un tribunale. 68. . L'interpretazione della legge, l’apprezzamento dei fatti o la valutazione delle prove effettuate dai giudici per deliberare su affari giudiziari non devono fondare responsabilità penale, tranne che nei casi di dolo”.

 4. La modifica legislativa proposta. L’emendamento C 4059 interviene in dichiarata attuazione della sentenza della Corte di giustizia della Comunità europea 13 giugno 2006 - Traghetti del mediterraneo. Si propone la sostituzione dell’art. 2 della legge n. 117 del 1988 laddove al comma primo le parole “ con dolo o colpa grave” sono sostituite da “in violazione manifesta del diritto” e la soppressione del comma 2 dello stesso articolo. La novella si caratterizza per la sostituzione del presupposto soggettivo (dolo e colpa grave) della condotta ascrivibile al magistrato, quale fonte di responsabilità risarcitoria, con una condotta (comportamento, atto o provvedimento) di violazione manifesta del diritto, nonché per l’eliminazione del comma secondo, a norma del quale nell'esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l'attività di interpretazione di norme di diritto nè quella di valutazione del fatto e delle prove. La prospettiva pone non pochi evidenti punti di criticità: il mero riferimento alla manifesta violazione del diritto, con una locuzione assai generica ed indefinita, conduce ad una dilatazione dell’istituto tale da ricomprendere nel suo ambito applicativo anche condotte connotate da colpa lieve, interpretazioni non conformi ai precedenti, ovvero casi di mera responsabilità oggettiva. Inoltre, l’eliminazione della clausola di salvaguardia contenuta al secondo comma, che tutela l’interpretazione normativa e la valutazione del fatto, pongono seriamente in rischio i principi di autonomia ed indipendenza della Magistratura e la diffusività dell’esercizio della giurisdizione3, come sino ad oggi conosciuti e delineati nella Costituzione. L’emendamento individua la sua ratio nell’esigenza di adeguare il diritto interno all’appena cennata sentenza della Corte di Giustizia della Comunità Europee. In realtà, come si è già ripetutamente affermato, tale collegamento logico e giuridico si pone in relazione all’ambito dei presupposti oggettivi e soggettivi da cui può dipendere l’affermazione di responsabilità dello Stato nei confronti del cittadino che abbia subito pregiudizio dalla scorretta applicazione del diritto europeo. Pertanto, se appare opportuno, per adeguarsi al dictum della Corte di Giustizia, rivedere i presupposti della responsabilità dello Stato nei 3 Chiari sono i pericoli di conformismo giudiziario e di fine della sana osmosi fra giurisprudenza di merito e Corte di legittimità insiti nell’eliminazione dell’esenzione di responsabilità per l’attività interpretativa e valutativa. 11 confronti del privato, e ciò sia per il diritto europeo che per il diritto interno, del pari non può convenirsi in ordine alla necessità di rimodulare la responsabilità in proprio del singolo magistrato in sede di esperimento dell’azione di rivalsa da parte dello Stato. Deve al contrario escludersi che alla giurisprudenza europea di cui si discute consegua la necessità di una integrale riscrittura della disciplina della responsabilità del magistrato, anche con riferimento al diritto interno, la quale costituisce di certo, come già visto, un inedito nel panorama europeo. Solo tale separazione dei piani di responsabilità garantirebbe la conformità del sistema alle esplicite affermazioni già citate della sentenza Kobler secondo cui (punto 42), “Per quanto riguarda l’indipendenza del giudice, occorre precisare che il principio di responsabilità di cui trattasi riguarda non la responsabilità personale del giudice, ma quella dello Stato. Ora, non sembra che la possibilità che sussista, a talune condizioni, la responsabilità dello Stato per decisioni giurisdizionali incompatibili con il diritto comunitario comporti rischi particolari di rimettere in discussione l’indipendenza di un organo giurisdizionale di ultimo grado”. Va, poi, segnalato che durante le audizioni rese dinanzi alla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati in data 27 maggio 2011, l’Avvocato generale dello Stato relativamente alle decisioni della Corte costituzionale in materia ha sottolineato che: “Questa, a più riprese, a partire addirittura dal 1968 e poi via via fino ad arrivare al 1987, ha sancito che il magistrato, attese le sue garanzie di autonomia e di indipendenza, che sono tuttora vigenti anche nel nuovo testo di legge, non può essere equiparato, ai fini della responsabilità, al pubblico dipendente, perché l’applicazione delle stesse regole comporterebbe un vulnus all’autonomia e all’indipendenza e, comunque, comporterebbe un rischio di attenuare il coraggio decisionale del magistrato. Una piena equiparazione della responsabilità del magistrato a quella del pubblico funzionario creerebbe, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, una situazione di conflitto fra due norme all’interno dello stesso corpo normativo”. Inoltre l’Avvocato generale ha evidenziato con molta chiarezza che nella giurisprudenza della Corte europea più volte richiamata non si parla affatto della responsabilità diretta del magistrato, ma della sola responsabilità dello Stato: la Corte, del resto, ha ricordato l’Avvocato dello Stato non giudica individui, ma Stati e dunque è improprio richiamarla a fondamento della riforma proposta nel DDL.

Anche il Presidente del Consiglio di Stato si è espresso in termini assai critici in ordine alla sostanziale equiparazione ai fini della responsabilità civile dei magistrati ai funzionari e ai dipendenti dello Stato che emerge dall’esame dei testi in discussione.

Va richiamato, infine, l’art. 47 della Carta di Nizza – che ha lo stesso valore giuridico del trattato U.E. – secondo cui il giudice deve essere “indipendente”. Una previsione di responsabilità civile sostanzialmente senza limiti per l’attività giudiziaria pone a rischio l’indipendenza del giudice e, quindi, appare contrastante con la richiamata disposizione della Carta di Nizza.

5. Conclusioni. In definitiva la materia può essere oggetto di una rivisitazione, alla luce delle pronunce citate, in modo da assicurare al singolo un pieno risarcimento dell’eventuale danno subito dalla manifesta violazione di una norma di diritto europeo dallo Stato, disciplinando secondo le consuete norme del diritto interno i presupposti ed i criteri per la rivalsa verso il singolo magistrato. Se, infatti, nei confronti del privato può essere sufficiente ad integrare il requisito di manifesta violazione del diritto quanto esposto nei punti 54-56 della sentenza Kobler, per cui in tali ampi termini va riconosciuta la tutela risarcitoria, nei rapporti interni fra Stato e magistrato la manifesta violazione del diritto potrà dar luogo a rivalsa sempre che essa sia stata conseguenza di una condotta dolosa ovvero gravemente colposa del magistrato, la quale può anche ravvisarsi, tenendo ferma la più volte richiamata “clausola di salvaguardia”, nell’ipotesi di adozione “di provvedimenti non previsti da norme vigenti – di diritto interno e di diritto europeo - ovvero sulla base di un errore macroscopico o di grave e inescusabile negligenza” (come previsto dalla lett. ff. art. 2 del Dlgs. N.109/2006). In tal guisa, disancorando la responsabilità dello Stato da quella del Magistrato, non più integralmente sovrapposte l’una all’altra, per un verso si assicura la piena tutela risarcitoria in caso di error in iudicando, per altro verso non si snaturano i principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, così preservando l’essenza dell’attività giurisdizionale. Tale sistema, peraltro, è l’unico in grado di impedire l’insorgenza di contenzioso sul contenzioso già definito, quale strumento a disposizione della parte del processo nazionale insoddisfatta per l’esito del giudizio interno capace di incutere timore al giudice che ha pronunciato la sentenza percepita come ingiusta. Il tutto in un sistema giudiziario già caratterizzato da enorme proliferazione delle controversie.». Si dispone la trasmissione al Ministro della Giustizia.

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