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Vi è una sola cosa peggiore dell'ingiustizia: la giustizia senza la spada in mano. Quando il diritto non è la forza è male.

Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Associazione Nazionale Magistrati

UNITA’ PER LA COSTITUZIONE
UNICOST

Congresso nazionale – Palermo 17-19 giugno 2011


RELAZIONE INTRODUTTIVA


Al quarto Congresso da Segretario Generale di Unità per la Costituzione sento, con emozione, l’orgoglio e la responsabilità di dover interpretare il pensiero della area culturale più numerosa della Magistratura che sta vivendo la difficile stagione del cambiamento in atto.

Quello che colpisce oggi è la rapidità di tale cambiamento!

Il contesto politico

Il quadro politico risente dei condizionamenti di un sistema elettorale che ha prodotto un Parlamento di “nominati” e non di “eletti”, con effetti negativi sui principi di partecipazione e di rappresentanza democratica.
La logica “bipolare” della democrazia dell’alternanza porta con sé, inevitabilmente, il rischio di limitare la rappresentatività politica, condizionandone l’azione, nonché il  rapporto, sempre delicato, tra i  Poteri dello Stato.
La annunciata volontà di “ridisegnare” gli assetti dello Stato ha messo in evidenza quanto sia complesso il modello della “democrazia dell’alternanza”, che per definizione è sempre in bilico tra continuità e discontinuità di linea politica.
Il ruolo storico dei partiti politici, quali tradizionali luoghi di elaborazione e di confronto, appare oggi in crisi.
Sempre maggiori e più evidenti sono i casi di forte personalizzazione dell’azione politica, tali da ridurre ulteriormente gli spazi di elaborazione collettiva che sono propri delle sedi del pensiero organizzato.

Le recenti vicende elettorali, al contempo, hanno segnalato forti spinte nella direzione di un rilancio di movimenti di elaborazione collettiva.
Che si stia per aprire una nuova fase per i partiti politici?

La democrazia regge su regole certe, sulla loro razionalità, sulla loro stabilità!
E soprattutto la democrazia dell’alternanza, per effetto del deficit di rappresentatività connesso all’attuale sistema elettorale, ha bisogno di un credibile, effettivo, sistema di garanzie e di controllo, che viene assicurato dal meccanismo costituzionale della funzione giurisdizionale, dal governo autonomo della Magistratura, dall’esercizio indipendente dell’azione penale, dal ruolo della Corte Costituzionale.

Il ruolo della Magistratura ed il potere diffuso.
In particolare, l’autonomia della magistratura e l’indipendenza dei suoi protagonisti sono garanzia di uguaglianza tra tutti i cittadini!

Per quanto ci riguarda i principi costituzionali vanno garantiti dalla “terzietà” del giudice, resa tale dalla credibilità e dalla autorevolezza delle sue decisioni, nonché dalla effettiva indipendenza dei magistrati del pubblico ministero.
Per questo siamo convinti che la Magistratura debba tenersi visibilmente lontana dalle tentazioni di fare opposizione o collateralismo politico.
In uno Stato di diritto chi amministra giustizia non può essere o apparire di destra, di centro o di sinistra.

Il processo è l’unico percorso attraverso il quale il giudice si manifesta, con l’unico strumento che gli compete, cioè l’interpretazione e l’applicazione della legge.
Ed il provvedimento giurisdizionale si legittima attraverso la bontà della sua motivazione fondata su argomenti di diritto.
Senza che si creino equivoci di sovrapposizione tra la legittimità del giudizio ed il consenso della collettività, che è invece fonte di legittimazione di altri Poteri dello Stato.

Siamo consapevoli del fatto che alla politica ed al Potere Legislativo compete il primato delle scelte dei valori meritevoli di diventare diritti, e che alla giurisdizione appartiene il compito di applicare, attraverso l’interpretazione, le norme che quei valori riproducono.

Quando ricordiamo la frase del mugnaio Arnold a Federico II “ci sarà pure un giudice a Berlino” intendiamo dire che in una democrazia avanzata ci deve essere sempre un giudice indipendente che nelle sue decisioni non può essere condizionato da alcuna volontà politica (favorita magari dal consenso della pubblica opinione).
Così come ci deve essere sempre una pubblica accusa indipendente che possa valutare liberamente la sussistenza dei presupposti dell’azione penale, senza condizionamenti di sorta.

I Magistrati non hanno bisogno del “consenso” della collettività (o di parte di essa) come fonte di legittimazione.
Ciò che conta è che essi godano della “fiducia” dei cittadini, che si conquista con la professionalità e con la credibilità dei propri provvedimenti.

 Queste sono le ragioni per cui già da tempo sosteniamo che il magistrato che entra, legittimamente, in politica effettua una scelta irreversibile, senza ritorno.
Tanto vale soprattutto per coloro che si impegnano in ruoli di amministrazione locale, per i quali è ancora maggiore l’impatto di “schieramento”, del tutto incompatibile con la stessa essenza della “terzietà” e della “imparzialità”.
Recenti vicende hanno riproposto con forza la questione, rendendo ormai non più procrastinabile un  efficace intervento legislativo, che disciplini l’intera materia.

Dobbiamo, piuttosto, constatare che il principio del “potere diffuso” della giurisdizione, che per Costituzione deve appartenere ad ogni singolo giudice, nonché ad ogni magistrato dell’ufficio del pubblico ministero, oggi è a rischio di svuotamento sostanziale da un processo culturale di omologazione che si manifesta anche attraverso il “conformismo giurisprudenziale”, per effetto di alcuni recenti interventi ordinamentali.
Penso all’assetto organizzativo delle Procure, al nuovo sistema disciplinare, a quello delle valutazioni di professionalità, al nuovo processo di Cassazione.

Preoccupano, in proposito, le iniziative legislative destinate a comprimere di fatto le prerogative di un indipendente esercizio dell’azione penale da parte del Pubblico Ministero, sia attraverso il ridimensionamento del suo ruolo nelle indagini con lo sganciamento della polizia giudiziaria dal suo coordinamento, sia attraverso il depotenziamento di strumenti essenziali di investigazione come le intercettazioni.
In particolare, in questa sede non possiamo non ricordare con chiarezza che l’eventuale sganciamento della polizia giudiziaria dal coordinamento del pubblico ministero, significa voler affidare l’esercizio dell’azione penale al Potere Esecutivo!.

Ritorno  sull’argomento del nuovo sistema disciplinare per segnalare ancora una volta le implicazioni “politiche” della prevista iniziativa cd. cautelare da parte del Ministro della Giustizia.
L’esercizio da parte del Ministro di una richiesta di rimozione di magistrati nel pieno dell’esercizio della loro funzione giurisdizionale, non può non incidere sul rapporto tra il Potere Esecutivo e quello Giurisdizionale.
Tale iniziativa, riducendo tra l’altro i poteri del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, è sempre al limite tra l’esigenza disciplinare in senso tecnico e l’intervento di natura politica.
Infatti, mentre la iniziativa del Procuratore Generale in materia è prevista con riferimento al parametro normativo delle fattispecie disciplinari, a nessuno può sfuggire  che quella del Ministro è determinata da valutazioni di “opportunità”, che appartiene per definizione ad ogni organo con responsabilità politiche.
E la sovrapposizione di profili di “opportunità politica” a profili di legittimità, contribuisce non poco ad alimentare la confusione già di per sé grande sul rapporto magistratura-politica.

La riforma della Giustizia.
Qualche considerazione sulla cd. “riforma epocale”.
Innanzitutto una precisazione: quella che viene presentata al Paese come la riforma della Giustizia, è in buona sostanza una “riforma della Magistratura”.
Provocatoriamente potrei dire che di “epocale” per la Giustizia ci aspetteremmo una organica revisione della geografia giudiziaria, la completa informatizzazione degli uffici giudiziari, il razionale recupero delle risorse !!

Ciò premesso, due punti mi sembrano fermi.

Di fronte alla prospettata riforma, la Magistratura nel suo complesso non vuole, non può e non deve assumere  una soggettività politica di opposizione !

Tale ruolo appartiene ad altri  che misurano la loro legittimazione con il metro del “consenso”, non certo all’istituzione giudiziaria che, invece, fonda la propria ragion d’essere sulla “fiducia” dei cittadini.
Su questo punto occorre essere estremamente chiari, e non si può accettare la logica ( voluta da alcune forze politiche) della contrapposizione e del “clima da stadio”.

Secondo punto fermo: il giudizio sul merito della riforma non può che essere negativo, per la filosofia che la ispira e la condiziona.
La proposta, infatti, si muove almeno in quattro direzioni per obiettivi tutti negativi.

In primo luogo  introduce nel sistema  una logica di “decostituzionalizzazione”delle garanzie forti delle regole democratiche, attraverso i numerosi rinvii alla legislazione ordinaria.
In altre parole, da una parte si fissano dei principi in Costituzione, dall’altra si svuotano gli stessi di contenuto con il rinvio alle decisioni delle maggioranze politiche contingenti (p.es. norme sul coordinamento pubblico ministero/polizia giudiziaria).

In secondo luogo si prevede una maggiore “invasività” della Politica nei riguardi dell’istituzione giudiziaria, alterando per esempio il rapporto laici/togati nel CSM.
Ed è paradossale che si sostenga la necessità di provvedere alla riforma per eliminare la “politicizzazione” della magistratura e delle sue correnti, e poi si pensi di aumentare il numero dei componenti di nomina partitica in seno al CSM!

La riforma, poi, va nella direzione di alterare il rapporto tra i Poteri dello Stato, riducendo gli spazi del Giudiziario a beneficio dell’Esecutivo (p.es. in materia di pareri del CSM).

Infine, emerge chiaramente un intento “punitivo”, come con la previsione della “responsabilità civile” diretta dei Magistrati.
Sul punto mi limito a ricordare che nelle migliori democrazie occidentali il giudice non è destinatario di azione diretta per danni cagionati da errori nell’esercizio delle proprie funzioni, e che la “Carta Europea dello Statuto dei Giudici, Strasburgo 1998” raccomanda la azione diretta contro lo Stato, con eventuale possibilità di rivalsa nei confronti del giudice, esattamente come previsto dalla legislazione vigente.
Ci sembra, quindi, del tutto evidente che l’introduzione in Costituzione di un principio di responsabilità civile diretta del magistrato, avrebbe un chiaro effetto di intimidazione e di condizionamento, oltre che conseguenze negative sull’indipendente esercizio della funzione giurisdizionale, con inevitabili ricadute negative sui tempi e sulla durata dei processi.

Il giudizio negativo sull’impianto della riforma, però, non può non porci di fronte ad alcuni nodi che pure vanno affrontati, senza pregiudizi e con spirito costruttivo.

Innanzitutto in tema di separazione delle carriere.
Credo proprio che oggi la questione di fondo non sia più quella dell’inquadramento ordinamentale del pubblico ministero, tanto più in presenza di norme che già rendono fortemente impraticabile il passaggio di funzioni (divenuto pressocchè impossibile per le donne magistrato).

Il tema centrale è il libero, indipendente esercizio dell’azione penale.
Fermo restando il principio della sua obbligatorietà, come garanzia dell’uguaglianza di tutti i cittadini, la complessità della gestione di fenomeni che hanno effetti di ricaduta sulla società e sulla politica, impone una riflessione culturale di grande portata e di evidente impatto su equilibri e su convinzioni da tempo maturate.
Riflessioni che la magistratura deve fare proprio alla luce di quei cambiamenti sociali e storici, se non si vuole arretrare fino a divenire mera corporazione difensiva.
Mi riferisco al delicato e complesso tema delle cd. “scelte di priorità” che va affrontato senza pregiudizi, ed accompagnato da una seria rivisitazione del cd. “livello di allarme sociale”, che passa attraverso una effettiva depenalizzazione di ipotesi di reato ormai antistoriche.

Così come sul sistema disciplinare il confronto si impone.
Siamo ben consapevoli dei problemi di funzionamento che si pongono, soprattutto alla luce del nuovo ordinamento, tra funzione giurisdizionale della sezione disciplinare e funzione di amministrazione attiva del CSM.
Ma la soluzione non può certo esser data dalla istituzione della Alta Corte di Giustizia, oltretutto con la massiccia presenza di membri di nomina politica!!
Piuttosto si può pensare a meccanismi di elezione dei componenti della Sezione disciplinare  (anche per sorteggio sul modello del Tribunale dei Ministri) che possano consentire la costituzione di collegi disciplinari, senza intralcio per lo svolgimento dell’attività di amministrazione.

Così come una riflessione aperta ci può essere sull’autogoverno con riferimento ai pubblici ministeri.
Sul punto si potrebbe studiare un sistema di articolazioni interne ad un unico CSM, che tenga conto dei profili di specificità delle diverse peculiari funzioni.

Su questi, come su altri temi, vi è la necessità di confronto che tenga conto del cambiamento, e per quanto riguarda la magistratura vi è la necessità di moderni centri di elaborazione culturale e di riflessione collettiva sull’efficienza del servizio giustizia, divenuta ormai una priorità per il Paese; sulla ragionevole durata dei processi ( e non sulla farsa della durata delle prescrizioni), divenuti ormai anacronistici e privi di efficacia reale; sulla tutela dei diritti e sul contrasto all’illegalità diffusa.

L’autoriforma.
Questo ruolo propositivo devono avere le aree culturali in Magistratura (le cd. correnti), con assunzione di responsabilità interne al sistema dell’associazionismo giudiziario e del governo autonomo, in un percorso di  “autoriforma” imposto dalla storia per un pieno esercizio di competenze di politica giudiziaria.

Ogni riforma, se non è accompagnata da un processo culturale di responsabile autoriforma correttiva delle distonie interne al sistema, è solo imposizione di regole autoritarie ed eteronome che difficilmente potranno portare buoni frutti.
Ogni buona riforma nasce dal confronto e dalla condivisione dei valori che la sottendono.
Si impone, quindi, un dibattito serrato al nostro interno.

Sui vuoti di organico che interessano numerosi uffici giudiziari  dell’intero Paese, va detto alle forze politiche ed a chi ha responsabilità istituzionali, che l’attuale norma che vieta la destinazione dei magistrati di prima nomina alle funzioni monocratiche, è sbagliata, irrazionale ed improduttiva.
E non si può procedere con la tecnica delle “deroghe” e delle proroghe delle deroghe.
Di fronte alla verificata drammatica realtà di uffici giudiziari destinati a chiudere, soprattutto in territori particolarmente difficili del Paese, si dovrebbe prendere atto del fallimento dell’attuale previsione normativa, e con senso di responsabilità si dovrebbe provvedere al suo cambiamento, senza sbandierare l’alibi  di una norma voluta e realizzata dalla precedente diversa maggioranza politica.

Così come va richiesto al CSM un maggior rigore nella destinazione di magistrati fuori ruolo.
L’intera materia va rimeditata alla luce del profondo cambiamento che la stessa ha avuto nel corso degli anni.
Per il passato abbiamo sempre ritenuto utile, e per certi versi essenziale, la presenza di magistrati nelle strutture del Ministero, per il contributo di cultura della giurisdizione che essi avrebbero potuto e dovuto portare nelle sedi preposte all’organizzazione del sistema giustizia.
Oggi registriamo che il ruolo di questi magistrati è sempre più di “supporto tecnico” a scelte di politica giudiziaria prese in altre sedi e con finalità tutte politiche.
Il tutto calato in una realtà che, per effetto del nuovo Ordinamento Giudiziario, mette a dura prova la tenuta del riparto e dell’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato, in particolare tra Esecutivo e Giudiziario.
La materia, nella sua delicatezza, inoltre oggi dovrebbe essere gestita anche con una particolare attenzione alla situazione di grave scopertura di organici che investe numerosi uffici giudiziari.

Le correnti e la questione morale.
Ed a proposito di autoriforma, intendo svolgere alcune considerazioni sul cd. correntismo e sulla cd. questione morale in Magistratura, quali facce della stessa medaglia.

Con il termine correntismo è stata offerta, a mio avviso, una lettura a volte superficiale, spesso qualunquista e strumentale di un fenomeno culturale che pure è molto importante per l’autonomia della Magistratura.
In questi ultimi tempi è sembrato, talvolta,  che il solo pronunciare la parola “corrente” fosse in ogni caso sconveniente, tanto da ingenerare anche all’interno dello stesso ambiente della magistratura una sorta di vergogna, come se si avesse qualcosa da nascondere o da farsi perdonare.
Temo fortemente che ciò rientri in un contesto più generale del Paese, di un clima di artata diffidenza per le forme di organizzazione del pensiero.
Del resto questo fenomeno, che investe addirittura i partiti politici,che pure dovrebbero costituire i luoghi più nobili di elaborazione culturale e di proposta politica in una democrazia avanzata, non può non interessare anche il dibattito culturale relativo alla magistratura.

Anche su questo argomento occorre la massima chiarezza.

Per  noi il “pensiero organizzato”, le “aree culturali” sono essenziali in Magistratura.
Rivendichiamo il diritto della libertà di associazione dei magistrati italiani, nonché l’organizzazione del pensiero in gruppi, come centri di elaborazione culturale e di confronto, funzionali alla partecipazione consapevole, responsabile e trasparente al governo autonomo della magistratura.

L’attualità del discorso passa attraverso una scelta di fondo tra aggregazione sui valori e aggregazione sugli interessi.
Nel primo caso si fa “corrente”, nel secondo si fa “lobbismo”.
E le forme più insidiose di lobbismo ( o neo-lobbismo) oggi sono , a mio avviso, quelle espresse in nome del cd. “superamento delle correnti” ed in nome di una sbandierata apoliticità, e che invocano pratiche di rappresentanza di autogoverno attraverso un consenso personale, costruito intorno all’interesse corporativo del singolo rappresentante.

Il percorso di autoriforma, poi, impone riflessioni serie sulla cd. questione morale.
La tenuta (morale) delle istituzioni e, per quanto ci riguarda, della magistratura si è trovata nel recente passato, come raramente in precedenza,esposta al giudizio negativo dell’opinione pubblica per comportamenti lesivi della deontologia professionale e dell’etica in genere.
Nel ribadire  che sull’indipendente ed imparziale svolgimento dell’attività giurisdizionale non può mai insinuarsi il dubbio di illeciti condizionamenti esterni, diciamo cosa ovvia.
Così come è ovvio che non ci devono essere indebite commistioni tra magistratura, politica, alta amministrazione, o addirittura comitati di affari.

Ma oggi occorre una nuova e maggiore consapevolezza.
Occorre, senza distinzioni o primazie legate a superate tecniche di lotta correntizia, sconfiggere il lassismo delle abitudini culturali che provengono dall’abbassamento generale dei livelli etici nelle istituzioni.
Abitudini culturali sempre pronte a riemergere, se non vi è da parte nostra la ferma, vigile determinazione di un pensiero “libero”, non condizionato dalla logica di schieramento, assolutamente convinto di interpretare un ruolo essenziale per le sorti democratiche del Paese.

Conclusioni.
Come ho già fatto a Siracusa, in occasione dell’ultimo Congresso svolto, voglio concludere queste mie riflessioni ricordando un passo significativo del documento fondante di Unità per la Costituzione: “La funzione di garanzia imparziale che caratterizza la giurisdizione è stata affidata dal costituente alla magistratura come ordine autonomo, in una visione dialettica dei rapporti fra le istituzioni democratiche e le loro funzioni specifiche.
L’indipendenza della magistratura, sia interna che esterna, è condizione perché la sua funzione di controllo di legalità possa svolgersi anche nei confronti di ogni altro potere, pubblico e privato, nel quadro dei valori e nelle forme sancite dalla Costituzione”.

L’attualità e la modernità del messaggio si commenta da sola.

Marcello Matera
Segretario Generale di Unità per la Costituzione
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Associazione Nazionale Magistrati

UNITA’ PER LA COSTITUZIONE
UNICOST

Congresso nazionale – Palermo 17-19 giugno 2011
 

La regola penale nel cambiamento

 

Innanzitutto una domanda: il continuo cambiamento delle regole penali negli ultimi anni ha migliorato la giustizia penale?

La risposta è sotto gli occhi di tutti: purtroppo no.

Dobbiamo infatti amaramente constatare che oggi la giustizia penale soffre una drammatica crisi di funzionalità.

È colpa dei magistrati italiani?

Lo sostengono ormai da anni quegli esponenti politici ed istituzionali che non perdono occasione, anche grazie ai formidabili strumenti mediatici di cui dispongono, per additare al disprezzo dell’opinione pubblica la magistratura penale italiana, accusata senza mezzi termini (e  anzi spesso con insulti ignobili) di essere professionalmente inadeguata, di essere animata da protagonismo e di perseguire finalità politiche.

Io francamente non la penso così.

E non la penso così anche quale componente della Giunta Esecutiva Centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati che non ha avuto esitazione in diverse occasioni, anche recenti, ad affermare che il dovere del magistrato non é quello di “combattere il male” con qualunque mezzo, bensì di applicare la legge rispettando tutte le regole, processuali, etiche e deontologiche; e ciò nell’assoluta convinzione – da un lato – che la soggezione del magistrato alla legge non è solo la garanzia della sua indipendenza, ma anche il limite del suo potere, che si giustifica soltanto se esercitato nel rigoroso rispetto delle regole e – dall’altro – che tra i doveri dell’A.N.M. vi é certamente la difesa dell’indipendenza del magistrato, ma senza rinunciare al fondamentale compito di promuovere sul piano culturale un modello di magistrato adeguato al suo ruolo costituzionale e alla rilevanza degli interessi coinvolti nell’esercizio della giurisdizione, e cioè un magistrato che si legittima esclusivamente con la sua professionalità.

E proprio perché in diverse ed importanti occasioni abbiamo avuto il coraggio di affermare queste idee – impegnandoci per l’autoriforma della magistratura, affrontando con decisione il tema della questione morale ed evitando derive corporative e demagogiche – che oggi abbiamo la credibilità, secondo me, per poter dire che la crisi della giustizia penale non è addebitabile ai magistrati.

Anzi noi magistrati sentiamo tutto il peso di questa situazione, perché noi ci crediamo veramente nella giustizia e perché è la nostra faccia quella che i cittadini vedono tutti i giorni quando chiedono giustizia.

Ed é per questo che ci impegniamo ad accelerare lo svolgimento dei processi e a ridurre i disagi dei cittadini; è per questo che la nostra produttività è ai massimi livelli in Europa; è per questo che siamo pronti ad ogni sacrificio personale per arginare il dilagare della criminalità comune, della criminalità mafiosa e della criminalità degli affari.

Ed é per questo che l’Associazione Nazionale Magistrati ha più volte chiesto – da un lato – riforme strutturali quali la soppressione dei tribunali inutili, l’informatizzazione degli uffici, la riqualificazione del personale amministrativo e – dall’altro – nuove regole per la giustizia penale.

È noto che abbiamo infatti più volte chiesto, tra l’altro: la risoluzione preventiva delle questioni di competenza; la notificazione degli atti al difensore mediante la posta elettronica certificata; la sospensione del processo dell’imputato irreperibile; l’impugnazione per motivi e l’ampliamento delle cause di inammissibilità nel giudizio di appello; la non prescrittibilità del reato dopo la sentenza di primo grado o almeno dopo la c.d. “doppia conforme”; l’introduzione nel codice penale dell’irrilevanza penale del fatto; la depenalizzazione dei reati inutili.

Abbiamo in sostanza chiesto un diritto penale minimo (che ci consentisse di occuparci soltanto dei reati connotati da un autentico disvalore sociale) e un processo penale semplificato (che ci consentisse di arrivare in tempi ragionevoli all’accertamento della verità), evitando inutili processi e inutili formalismi senza ridurre le garanzie dell’imputato e senza frustrare le aspettative di giustizia della persona offesa.

Alle nostre richieste la politica ha però sempre risposto negativamente.

Ma nello stesso tempo la politica è stata velocissima a pensare a regole emergenziali, varate soltanto sulla spinta emotiva di fatti di cronaca e concretizzatesi in sostanza nella creazione di nuove fattispecie incriminatrici e nella riduzione dello spazio di discrezionalità dei giudici, in maniera del tutto disorganica ed incoerente, tanto da essere quasi sempre bocciate dalla Corte Costituzionale e anche dall’Europa.

Nello stesso tempo la politica è stata velocissima soprattutto a pensare a regole ad personam, finalizzate unicamente a sottrarre imputati eccellenti al giusto processo – regole poi puntualmente eliminate dalla Corte Costituzionale e recentemente anche dal popolo sovrano – oppure chiaramente inaccettabili come i disegni di legge sulla prescrizione breve, sul processo lungo, sul depotenziamento delle intercettazioni e sulla sottrazione della Polizia Giudiziaria alla direzione del Pubblico Ministero.

E nello stesso tempo la politica è stata velocissima a pensare anche a regole contro la magistratura, progettando una riforma della giustizia definita epocale ma in realtà tesa esclusivamente a sottomettere i magistrati al potere politico attraverso la fine dell’indipendenza del pubblico ministero e dell’autogoverno della magistratura.

Nessuna di queste regole pensate dalla politica ridurrà di un solo giorno la durata dei processi né assicurerà una più efficace e tempestiva risposta dello Stato a reati gravi come quelli in materia di criminalità organizzata, di criminalità economica, di corruzione, di ambiente, di infortuni sul lavoro.

Tutte queste regole pensate dalla politica sono infatti finalizzate esclusivamente ad una giustizia penale forte con i deboli e debole con i forti nonché a commissariare di fatto l’unico potere rimasto ancora veramente libero in questo paese. 

Ma sono sicuro che il Consiglio Superiore della Magistratura, l’Associazione Nazionale Magistrati e Unità per la Costituzione si impegneranno come sempre a difendere il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e l’attuale assetto costituzionale della magistratura, nell’esclusivo interesse del popolo italiano e della democrazia in questo paese.

E sono sicuro che il cambiamento di rotta per la giustizia italiana partirà proprio da questo congresso e proprio qui dalla Sicilia, dove è ancora caldo il sangue versato dai magistrati uccisi solo per aver creduto negli ideali di giustizia in cui noi crediamo.

Gaetano Sgroia
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Di Loredana Morandi (del 22/06/2011 @ 11:24:22, in Sindacati Giustizia, linkato 2066 volte)
http://www.giustiziaquotidiana.it/public/USB_logo.png

TRIBUNALE DI ROMA: USB PROCLAMA


SCIOPERO PER IL 22 GIUGNO


L’Unione Sindacale di Base P.I. Giustizia ha indetto lo sciopero di tre ore di tutto il personale amministrativo del Tribunale di Roma per mercoledì 22 giugno, dalle 11.00 alle 14.00.

Lo sciopero rivendica: il potenziamento della pianta organica; la riorganizzazione dell’ufficio alla luce del personale effettivamente presente; la riduzione dell’orario di apertura al pubblico; un adeguato presidio delle forze dell’ordine per il controllo delle Cancellerie; la riduzione delle udienze settimanali commisurate all’effettiva consistenza del personale addetto; il ritiro immediato del protocollo concordato  recentemente con la Camera Penale in materia di accesso agli atti giudiziari perché contrario alle norme vigenti ed in quanto espone i lavoratori a provvedimenti di natura penale e disciplinare; la stesura di un documento sulla valutazione dei rischi dei lavoratori che consideri le patologie correlate allo stress da lavoro; una diversa e più sensibile considerazione della Dirigenza sulle esigenze personali e familiari dei dipendenti.
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GIUSTIZIA, L’OUA SOLIDALE CON I GIUDICI TRIBUTARI:
I PROGETTI DI RIFORMA PRESENTATI SONO INADEGUATI

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/oua.jpg

POSITIVA L’ELIMINAZIONE DAL MAXI EMENDAMENTO DEL DECRETO SVILUPPO DELLA NORMA SULLA RESPONSABILITÀ DEI GIUDICI TRIBUTARI
 

MAURIZIO DE TILLA, OUA: “Le proposte in discussione sono sbagliate. È positivo che non sia stato inserito nel maxi emendamento al Decreto Sviluppo la norma che prevede la responsabilità, con illecito disciplinare automatico, per il ritardato deposito delle ordinanze oltre i termini stabiliti. È necessario, invece, un intervento legislativo di riforma che garantisca indipendenza e terzietà ai giudici tributari, nonché retribuzioni adeguate”

L’Organismo unitario dell’Avvocatura (Oua) interviene sulla presa di posizione del Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria e della presidente Daniela Gobbi, sui prospettati progetti di riforma del settore. Secondo l’Oua questi limitano l’indipendenza e autonomia dei giudici e dimostrano la scarsa conoscenza della realtà delle Commissioni tributarie e delle gravi criticità che ne impediscono un miglior funzionamento, a partire dalla mancanza del personale ausiliario nonchè di un numero adeguato di giudici.

Per Maurizio de Tilla, presidente Oua, «le proposte in discussione sono sbagliate. Netta contrarietà a provvedimenti che danno al ministero dell’Economica il potere di azione disciplinare e quindi di controllo sulle Commissioni tributarie e a quelli che introducono una logica penalizzante sul lavoro dei giudici tributari, basata sulla previsione di illeciti disciplinari, automatici per il ritardato deposito delle ordinanze oltre i termini stabiliti. Su quest’ultimo punto registriamo con favore come la norma in questione sia stata eliminata dal maxi emendamento al Decreto Sviluppo ora al voto di fiducia. Ma rimangono molti altri nodi irrisolti».

Il presidente dell’Oua considera «inaccettabile che nel reclutamento mediante concorso per il settore della giustizia tributaria, si riservino ai magistrati ordinari il 50% dei posti, così come è netta l’opposizione alla previsione di una riserva assoluta per gli incarichi direttivi (e semi direttivi) sempre ai giudici di carriera. Infine, è mortificante prevedere per i giudici tributari un aumento solo del compenso variabile, legandolo a due condizioni: la pronuncia sul merito della causa entro un anno dall’introduzione del ricorso e la riduzione del contenzioso annuo del 10%».

«È vero – conclude de Tilla - che è necessario un intervento legislativo per riordinare il settore, ma questo progetto di riforma deve essere frutto di un dialogo reale con chi opera nelle Commissioni Tributarie garantendo indipendenza e terzietà, nonché retribuzioni adeguate e valorizzando anche i molti avvocati che prestano la loro attività come giudici tributari”.

Roma, 20 giugno 2011
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IL 23 GIUGNO SCIOPERANO GLI AVVOCATI:

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ASTENSIONE DA TUTTE LE UDIENZE CONTRO
LA MEDIACONCILIAZIONE OBBLIGATORIA E LA ROTTAMAZIONE
E PRIVATIZZAZIONE DELLA GIUSTIZIA


A NAPOLI MANIFESTAZIONE NAZIONALE DELL’AVVOCATURA,
ATTESI OLTRE DUEMILA AVVOCATI DI TUTTA ITALIA


 

Il 23 giugno l’Oua, raccogliendo le indicazioni degli ordini degli avvocati italiani e delle associazioni forensi, ha proclamato una giornata di astensione dalle udienze e promosso una manifestazione unitaria di protesta a Napoli (alle ore 10.30) presso l’Arengario del Nuovo Palazzo di Giustizia al Centro Direzionale.

Prevista una grande partecipazione, tanto che Maurizio de Tilla, presidente dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura non ha dubbi sull’esito positivo della manifestazione di Napoli: «Sono attesi oltre duemila avvocati – sottolinea – e l’adesione all’astensione sarà massiccia: rimane grande la preoccupazione contro una politica di privatizzazione della già malandata giustizia italiana. La mediaconciliazione obbligatoria è il primo tassello di questa svendita, si è in balia di società di capitali (che sono il 60 % delle Camere di Conciliazione) con mediatori con una formazione inadeguata, senza la previsione della presenza di un avvocato di fiducia e senza alcun criterio di competenza territoriale (con il rischio di essere convocati a mille km di distanza): è una speculazione vera e propria sui diritti dei cittadini. Non solo: il sistema vigente è pregiudiziale per il successivo giudizio in caso che la mediazione fallisse. Non è un caso che il Tar del Lazio ha rinviato il decreto legislativo all’esame della Corte Costituzionale.

Inoltre è bene smentire un’affermazione che spesso leggiamo sui mezzi di comunicazione: la mediaconciliazione non è il linea con le indicazioni dell’Europa per rendere più celeri i processi, al contrario contrasta palesemente con l’articolo 47 della Carte dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La dimostrazione di tutto ciò è che un modello come l’italiano infatti non esiste in nessuna parte del mondo occidentale».

«E in questi settimane al Senato, in Commissione Giustizia - aggiunge - si sono tenute le audizioni sui due disegni di legge (Benedetti Valentini, Della Monica ed altri) che propongono la modifica della normativa sulla mediaconciliazione. L’Avvocatura, compatta e unitaria, attende la più sollecita approvazione al Senato».

«Sullo stessa linea – continua il presidente Oua - vanno i provvedimenti in discussione sullo smaltimento dell’arretrato: rottamare le cause, mettendole in mano a degli “ausiliari cottimisti” e comprimere il diritto di difesa. Una risposta emergenziale a un problema che si riproporrà fra qualche mese, che rinvia la vera scommessa che è quella della riorganizzazione della macchina giudiziaria. In tal senso, avvocati e magistrati, Oua e Anm, hanno già presentato un pacchetto di proposte con il Patto per la Giustizia, che sono fin a ora rimaste inascoltate».

«Per tutte queste ragioni – conclude de Tilla – saremo moltissimi il 23 giugno a Napoli a dimostrare che gli avvocati sono uniti e che gli accordi al ribasso dal sapore corporativo non pagano. La richiesta è chiara: eliminazione dell’obbligatorietà della mediaconciliazione, no alla privatizzazione della giustizia civile, sì alla riforma della macchina giudiziaria per restituire efficienza e celerità ai processi e al sistema giustizia».


Roma 21 giugno 2011
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Sotto inchiesta anche l'appalto
per l'informatizzazione di Palazzo Chigi


I sospetti sulla procedura di gara per 9 milioni nelle carte inoltrate da Napoli alla procura di Roma. La procura della capitale pronta ad indagare anche su altri tre filoni. Agli atti anche le telefonate tra Papa e Camillo Toro alla vigilia degli arresti della cricca del G8: "Situazione grave"

ROMA - Palazzo Chigi non sarebbe stato solo il terminale delle informazioni raccolte da Luigi Bisignani e Alfonso Papa, ma anche oggetto degli appetiti economici della cosiddetta P4. Se ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta ha ammesso di essere stato informato dal faccendiere su una serie di indagini in corso, è notizia di oggi che uno dei nuovi filoni romani dell'inchiesta partita da Napoli prenderà in esame niente meno che l'appalto per l'informatizzazione di Palazzo Chigi. Lavoro poi finito nel giugno del 2010 alla società Italgo dell'imprenditore Anselmo Galbusera.
 
Negli atti fatti recapitare in queste ore dagli inquirenti napoletani sulla scrivania del procuratore aggiunto della capitale Alberto Caperna, coordinatore del pool sui reati contro la pubblica amministrazione, ci sono infatti anche spunti investigativi sulla gara di appalto assegnata nella primavera dello scorso anno. A far nascere dei sospetti sulla regolarità dell'affidamento degli interventi per circa 9 milioni di euro spalmati in tre anni relativi ai servizi informativi, telefonici e dati di tutti gli immobili della Presidenza del Consiglio, sono state in particolare alcune carte rinvenute nello scorso mese di marzo durante una perquisizione ordinata negli uffici della società di cui Galbusera è socio al 20%. Non è escluso però che nei faldoni arrivati a Roma ci siano anche brani della deposizione che lo stesso Galbusera ha svolto con i pm titolari dell'inchiesta napoletana, Francesco Curcio e John Woodcock.

Tra i documenti giunti a Roma anche le questioni legate ai contratti tra la Ilte, società cartiera piemontese legata a Bisignani, e le Poste per la stampa e la spedizione di bollette e fatture in  Italia e la pubblicità al sito Dagospia di Roberto D'Agostino.

Dall'analisi dell'enorme mole di allegati alla richiesta di arresto di Alfonso Papa continuano intanto ad emergere particolari inquietanti sulla rete di informatori di cui disponeva il parlamentare del Pdl. Un canale particolarmente attivo era quello con l'avvocato Camillo Toro, figlio dell'ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro. Entrambi proprio oggi avrebbero dovuto presentare al Tribunale di Perugia la richiesta di patteggiamento nell'ambito del procedimento per rivelazione di segreto d'ufficio in corso nel capoluogo umbro, ma l'udienza è stata rinviata al 12 luglio. Le accuse si riferiscono alla fuga di notizie sull'inchiesta relativa agli appalti del G8, oggetto, si apprende oggi, anche delle attenzioni di Papa. "La situazione è grave...può
accadere l'irreparabile", diceva Camillo al telefono con Papa.

La chiamata è del 9 febbraio 2010: è il giorno prima dell'operazione che portò in carcere quella che per gli inquirenti è la 'cricca' degli appalti: i funzionari pubblici Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro della Giovampaola e l'imprenditore Diego Anemone. Ecco cosa si dicono i due al telefono.
T: ...eh infatti...che mi dici?
P: ti volevo chiedere...ma diciamo che tu sappia rispetto a quel discorso che noi tenevamo un pochettino in sospeso così...ci sono state delle evoluzioni?...di tipo negativo...
T:...quel discorso un pò complesso...sì...ci sono state evoluzioni...significative e negative...e negative...molto negative...cioè molto preoccupanti diciamo così...eh....insomma, la situazione è grave...non so come...come dirti se ci riferiamo insomma a quel...quel problema
P: di quella persona sì...sì
T: eh sì...anche perche...perchè poi di conseguenza insomma ovviamente chi...cioè i soggetti interessati...in particolare il soggetto interessato...eh...si è dovuto regolare...cioè ha dovuto provvedere perchè...prima insomma che...voglio dire...che possa...che potesse...che possa accadere o che potesse accadere insomma l'irreparabile quindi...cioè attualmente si è...si è tolto di mezzo insomma di dove stava quindi (probabile riferimento all'ingegner Balducci, ndr)...quindi insomma la situazione è un pò...un pò complessa...complessa a come è arrivata già P: ma quindi ci sono dei...ma ci sono degli sviluppi immediati?...A breve?...
T: eh sì...ci potrebbero essere perchè il problema non è...non è qua ma è da un'altra parte capito?...
P: ma ci possiamo vedere un attimo?...ci vediamo al nostro solito autogrill intorno a mezzogiorno...
T: eh va bene sì...possiamo fare a mezzogiorno e un quarto sì...

Dei legami tra i due parla anche Luigi Bisignani, il consulente finito agli arresti domiciliari nell'inchiesta sulla P4, quando viene sentito dai pm napoletani. "Mi consta che il Papa - mette a verbale il 9 marzo- era molto amico dell'allora procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e del figlio Camillo; al riguardo più volte il Papa mi chiese di poter trovare qualche incarico al suddetto Camillo Toro". Nell'interrogatorio del 14, Bisignani circostanzia ancora di più la situazione: "Ricordo che il Papa mi parlò dell'indagine sulla 'cricca' e, in particolare, del filone di indagini che pendeva a Roma su Bertolaso; me ne parlò sicuramente prima del deposito degli atti e più precisamente prima degli arresti. Sosteneva, il Papa, evidentemente con riferimento all'inchiesta romana, che si sarebbe messo tutto a posto e che la cosa si sarebbe sgonfiata".

http://www.repubblica.it/cronaca/2011/06/21/news/bisignani_appalti-18029978/?ref=HRER3-1

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Di Loredana Morandi (del 22/06/2011 @ 18:23:34, in Magistratura, linkato 1369 volte)

Tutto è bene quel che finisce bene, ma non sono convinta che tecnologie al limite dell'illegale possano essere usate legalmente. Sappiamo che Microsoft e le più grandi case produttrici di software e hardware di tanto in tanto assoldano gli hacker famosi appena usciti di prigione, ma a tutto c'è un limite. Soprattutto agli entusiasmi. Bravi gli hacker di Stato lo sono di sicuro, ma un troian che funzioni è scritto sempre a "ricalco" di altri programmi simili, così lo spy software chiamato "Querela" contiene parti di altri "cavalli di Troia" scritti e divulgati da altri hacker e non è solo frutto del genio italico. In ogni caso dato che l'utilizzo non è normato, esprimo i miei dubbi sulla liceità del suo utilizzo. Un utilizzo che nello specifico può essersi rivelato utile, ma che un giorno o l'altro potrà essere applicato anche ai danni di quello stesso Stato, ad esempio con la divulgazione di dati riservati presenti sui pc della magistratura. L.M.

TECNOLOGIA

Un virus per pc inchioda Bisignani
lo Stato diventa hacker a fin di bene

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/trojan_horse.jpg

L'inchiesta della procura di Napoli sulla P4 ha utilizzato un software per trasformare il pc di Bisignani in una microspia. In grado di intercettare anche le telefonate su Skype. Così le tecniche dei pirati informatici, spesso usate per spionaggio e guerre cibernetiche, in Italia diventano uno strumento in mano agli inquirenti

di ALESSIO SGHERZA

ROMA - La chiave dell'inchiesta sulla P4 sta anche in qualche byte di codice, in un programma per computer - un virus si potrebbe dire - che i pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio sono riusciti a installare nel portatile di Luigi Bisignani, trasformandolo di fatto in una cimice. Un esempio di una tecnologia 'da hacker' utilizzata per fini nobili: come un Robin Hood che intercetta gli indagati per aiutare la giustizia.

Il faccendiere teneva le fila del suo governo-ombra in un piccolo bunker. Impossibile entrare. Inoltre sapeva di essere intercettato: infatti cambiava spesso schede telefoniche, per rendere la vita difficile agli investigatori. E telefonava attraverso il web, utilizzando software come Skype nella convinzione - più che diffusa - che queste chiamate fossero sicure. Errore: perché se è vero che la tecnologia aiuta tutti, anche le forze dell'ordine possono utilizzarla a proprio vantaggio.

Tecnicamente si chiamano trojan, e prendono il nome dal famoso cavallo omerico: sono dei programmi che si installano all'insaputa del proprietario del computer e agiscono in silenzio, senza farsi notare, ma con risultati spesso distruttivi. I trojan classici sono utilizzati dagli hacker per rubare dati personali agli utenti (come i numeri delle carte di credito) o per inviare e-mail di spam, o ancora per guidare da lontano un computer infetto.

La differenza è che 'Querela' - questo il nome del file installato
sul pc di Bisignani - è un programma sviluppato interamente dalle forze dell'ordine italiane e la sua funzione è quella di trasformare un pc in una cimice: prendendo il controllo della scheda audio, può catturare attraverso il microfono tutto quello che succede nella stanza e inviarlo agli investigatori. Non solo: registrando direttamente dalla scheda audio, può aggirare le difficoltà di intercettazione dei software per le chiamate Voip (voice over internet protocol, come Skype).

C'è quindi anche uno spirito piratesco - ma legalizzato - in 'Querela', un software che si sta rivelando fondamentale nelle inchieste contro la criminalità organizzata. A infettare il computer di Bisignani è stata, come succede a tutti prima o poi, una semplice mail: all'apparenza un messaggio in arrivo da un social network (come Facebook o Linkedin) che però porta l'utente su un sito creato ad hoc che installa il software-spia.
 
'Querela' è quindi un esempio positivo di quello che uno Stato può fare con la tecnologia. Ma è un caso limite. Se, grazie allo sviluppo di internet, la vita è migliorata (o semplicemente cambiata, per chi preferisce evitare giudizi di valore) si sono anche moltiplicate le occasioni per hacker e cybercriminali di danneggiare gli utenti e trarne vantaggio. E sempre più la tecnologia è diventata anche strumento di competizione internazionale e di guerra 'fredda'.

È ormai finito il tempo delle spie classiche, quelle stile James Bond o quelle in impermeabile che si incontrano in vicoli bui: la spia del nuovo millennio è un geniale ventenne seduto dietro uno schermo, dall'altra parte del mondo, che cerca di entrare nelle reti protette di governi e grandi aziende. Il caso Aurora, l'attacco da parte di hacker cinesi ai server di Google nel 2009, o casi più recenti (sempre Cina contro Google) hanno fatto raffreddare i rapporti tra Washington e Pechino, per i sospetti sull'origine governativa di queste aggressioni.

Solo una settimana fa, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa Richard Clarke ha lanciato un ulteriore allarme: "In privato, i funzionari statunitensi ammettono che il governo non ha alcuna strategia per fermare l'assalto cibernetico della Cina". E ha aggiunto che "Pechino sta rubando grandi quantità di informazioni dagli Stati Uniti".

Non solo Cina, in ogni caso: è emblematica la storia di Stuxnet, il primo worm creato per infettare sistemi industriali. Gli esperti lo definiscono come "il virus più potente mai visto" e finora è stata, per scelta dei suoi creatori, un'arma senza scopo: ha infettato milioni di computer senza fare danni, una semplice dimostrazione di forza. È l'equivalente di avere una pistola puntata alla testa: fa paura anche se nessuno ha premuto il grilletto. E fino a quando non succederà, non si potrà conoscere l'effettiva potenza distruttiva di questo virus.

Chi l'abbia creato è un mistero, ma qualche indizio c'è: la maggior parte dei computer infettati è in Iran, per questo si è ipotizzato che potesse essere un'arma per fermare il programma atomico di Teheran.

Quando uno Stato si fa hacker, il confine tra legittima difesa, spionaggio, guerra informatica o criminalità è molto labile. Fatto è che non tutti possono contare su queste tecnologie: "Sono in pochi i Paesi con ingegneri di livello tale da sfruttare questi sistemi", ha spiegato Eugene Kaspersky, esperto di sicurezza e creatore dell'omonimo antivirus, parlando dei rischi del cyberterrorismo: "Ci sono gli Stati Uniti, i Paesi europei, Israele, la Russia, la Cina e l'India. Ma sono anche conoscenze che si possono acquistare da veri hacker, interessati solo al guadagno". Non serve più la fedeltà delle vecchie spie: per mettere in ginocchio un avversario basta pagare.

Al di fuori di questa zona grigia ricade 'Querela', lo strumento giudiziario più avanzato - e assolutamente legale - per il contrasto alla criminalità. Un semplice software, una lunga sequenza di 0 e 1, che oggi segna un punto a suo favore grazie ai risultati nell'inchiesta su Luigi Bisignani e Alfonso Papa.

(22 giugno 2011)
http://www.repubblica.it/politica/2011/06/22/news/mail_spia_hacker-18041273/?ref=HRER1-1
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Scuola di magistratura, l'Anm contro Castelli
"Sgomenta il termine magistrati padani”

Bergamo, 22 giugno 2011 - L’Associazione Nazionale Magistrati esprime “sgomento” per l’utilizzo dell’espressione “magistrati padani”. Una frase usata dall’ex Guardasigilli, Roberto Castelli, nel corso della cerimonia di inaugurazione delle della sede di Bergamo della Scuola superiore della magistratura. L’Anm, il sindacato delle toghe, stigmatizza quanto accaduto lo scorso 17 giugno alla presenza del ministro della Giustizia Alfano e dei ministri Bossi e Calderoli.

“L’enfasi della cerimonia sorprende – prosegue l’Anm - la Scuola, in realtà, non esiste, in quanto non sono ancora in vigore le norme che ne consentono l’operatività”.

“L’Anm rispetti le leggi – ribatte il viceministro Castelli - L’istituzione della Scuola della magistratura a Bergamo è legge dello Stato e oltretutto è assolutamente utile per il Paese, visto che essa é presente pressoché in tutti gli Stati europei. E’ sorprendente che l’Anm la metta in discussione”.

L’Anm critica Castelli rigettando l’idea ‘padana’ di una formazione di toghe ‘locali’: “L’assetto normativo della Scuola, di cui si rimarca la centralità, prevede la formazione e l’aggiornamento professionale di tutti i magistrati italiani ”.“Non può essere in alcun modo pensata - conclude il sindacato delle toghe - una Scuola strutturata a misura di localismi o funzionale a una formazione omogenea ad aspettative politiche”.

http://www.ilgiorno.it/bergamo/cronaca/2011/06/22/529760-scuola_magistratura_contro_castelli.shtml
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Di Loredana Morandi (del 24/06/2011 @ 17:41:35, in Giuristi, linkato 1375 volte)

Per gli avvocati un welfare attivo


di Marco Ubertini *

Riformare il welfare e rilanciare l'economia reale. Noi vogliamo fare la nostra parte, qualcuno è interessato? Dal gennaio dell'anno scorso, cioè da quando è entrata in vigore la riforma della previdenza forense, ripetiamo che per gli avvocati si è aperta una nuova stagione. Abbiamo varato una riforma che, con il sacrificio di tutti, ha messo in sicurezza i conti della Cassa ben oltre i parametri previsti dalla legge ed è in grado di garantire con certezza la pensione anche a chi oggi comincia la professione. Una certezza scritta su tutti i bilanci e certificata da tutti gli organi di controllo.
Per un ente di previdenza garantire il pagamento delle pensioni è la missione essenziale. Ma non l'unica. La seconda gamba del nostro sistema è quella dell'assistenza. Oggi stiamo lavorando per passare da una concezione classica di sostegno ai nostri iscritti in momenti di difficolta, ad una più moderna e dinamica che tenta anche di aiutare glia avvocati a stare sul mercato lungo tutto l'arco della professione.

Noi riteniamo che il welfare attivo, di cui spesso parla il ministro Sacconi, sia un percorso necessario. Un welfare che non sia monopolio dello Stato, o più in generale del settore pubblico, e che invece si strutturi attraverso interventi coordinati con le migliori e più attrezzate realtà private. Cassa forense è certamente una di queste realtà, come peraltro ha spesso riconosciuto lo stesso ministro. Naturalmente, se si attribuisce questo ruolo alle Casse private (o anche solo ad alcune di esse) il processo va realizzato in modo coerente. Se le Casse sono un partner dello Stato nella realizzazione di un sistema di welfare è essenziale pretendere da loro trasparenza, rigore e prudenza nella gestione ma è anche necessario riconoscere il loro contributo alla realizzazione di obiettivi pubblici.
Un riconoscimento che passa in primo luogo da un trattamento fiscale meno penalizzante e discriminatorio dell'attuale Ma non solo, è necessario anche un riconoscimento politico. Nessuno di noi ambisce a dire la propria sull'intera politica economica del governo; chiediamo però che si apra una discussione seria e ufficiale con le libere professioni, per capire quale contributo possono dare al Paese ma anche per mettere finalmente a fuoco i problemi nei quali si trovano a operare. In un Paese civile e moderno i professionisti devono essere considerati per quello che sono: un soggetto essenziale per lo sviluppo dell'economia e la creazione di ricchezza.

A volte ci sembra che su questo terreno avanzi la consapevolezza sul ruolo dei professionisti. Certamente nei progetti di welfare attivo ma anche in alcuni dossier aperti dal ministro Tremonti, penso all'housing sociale ma penso anche alla creazione di un Fondo che contribuisca al rilancio del nostro sistema economico. Chiedere in modo trasparente e paritario la partecipazione, tra gli altri, anche delle Casse private vuol dire aver compreso il loro ruolo. Altre volte, invece, sembrano prevalere antiche tentazioni. Magari fondate su difficoltà reali di alcuni enti tornano all'orizzonte idee dirigiste, voglie dello Stato di controllare tutto e tutto gestire. E chissà che non ci sia qualcuno che pensi di riportare sotto l'ombrello pubblico, magari solo per una questione contabile, enti che nel loro complesso hanno dimostrato di saper fare bene e da soli il loro mestiere. Contro ipotesi di questo tipo la nostra opposizione è assoluta: l'autonomia delle Casse è un bene non solo per i professionisti, ma per l'intero Paese.

* Presidente di Cassa forense

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-06-24/avvocati-welfare-attivo-095741.shtml?uuid=AaAb9diD
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Di Loredana Morandi (del 24/06/2011 @ 17:44:05, in Magistratura, linkato 1682 volte)

Per chi lo avesse dimenticato: Massimo Ciancimino aveva il blog su Il Fatto Quotidiano fino all'arresto. L.M.

Ciancimino, sigilli al tesoro rumeno


di Nino Amadore


Si abbatte un'altra tegola sul capo di Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo don Vito, attualmente in carcere con l'accusa di calunnia aggravata nei confronti di Gianni De Gennaro e di detenzione di esplosivo. La sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo presieduta da Silvana Saguto ha depositato il provvedimento di sequestro per tre imprese di diritto rumeno che facevano capo alla Sirco, azienda già confiscata e amministrata da Gaetano Cappellano Seminara in cui erano azionisti i Ciancimino e l'avvocato Gianni Lapis condannato per riciclaggio insieme allo stesso Ciancimino nell'ambito della famosa inchiesta sul tesoro. In pratica viene sequestrata una parte importante del tesoro dell'ex sindaco che il figlio avrebbe riciclato in Romania: in totale 300 milioni.

Gli amici di Massimo

Il provvedimento dei giudici palermitani, che interviene in autonomia e non su richiesta della procura antimafia del capoluogo palermitano che solo recentemente sta provando a dare impulso alle indagini, è stato depositato il 26 maggio e contemporaneamente è partita la rogatoria trattandosi di aziende che hanno sede in Romania. Si tratta di Agenda 21 Sa, dell'Alzalea e soprattutto di Ecorec, l'azienda proprietaria della più grande discarica d'Europa a Gline nel comune di Bucarest, estesa su 114 ettari e in grado di accogliere rifiuti per 47,6 milioni di metri cubi e che considerando una tariffa media di cinque euro (in Italia in media la tariffa è di 70 euro a metro cubo) potrebbe garantire un fatturato totale di 238 milioni. Secondo i giudici palermitani, sulla base di un rapporto della Guardia di finanza consegnato ai magistrati della procura antimafia il 26 aprile del 2009 all'ufficio guidato da Francesco Messineo, Massimo Ciancimino e Gianni Lapis sarebbero rimasti i veri titolari delle aziende solo formalmente partecipate da altri. Come Raffaele Valente, proprietario di Palazzo Pepoli a Bologna in cui abita la famiglia di Massimo Ciancimino e in contatto con Francesco Martello già condannato per mafia, e ancora i fratelli Sergio e Giuseppe Pileri, e la messinese Santa Sidoti, moglie del faccendiere Romano Tronci già coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio a carico dei Ciancimino e che è stato ed è consulente delle società sequestrate, e ancora il rumeno Viktor Dombrosky, direttore generale e azionista di Ecorec.

Svuotare la Sirco

Grazie a un'azione, che sembra avere un'abile regia, i soggetti (secondo la Gdf in contatto costante con Ciancimino junior il quale nel frattempo ha avviato una rumorosa collaborazione con le procure di Palermo e Caltanissetta), non potendo acquistare Agenda 21 per le resistenze dell'amministratore giudiziario puntano a svuotare completamente la Sirco spa ormai in mano allo Stato togliendole il braccio operativo in Romania, Agenda 21 appunto: Dombrowsky emette un titolo di credito di un milione nei confronti di Ecorec di cui è direttore generale ed è garantito da un avallo di Agenda 21 a firma dell'amministratore Sergio Pileri. Di fronte al mancato rimborso Dombrowski non agisce contro il debitore (Ecorec) ma contro Agenda 21 che aveva avallato il titolo di credito e provvede a pignorare la partecipazione di Agenda 21 in Ecorec (l'82% del capitale). Ed è sempre Dombrowski a proporre l'incanto della partecipazione pignorata: sarà Raffaele Valente, che è anche amico di Tronci, attraverso la sua Alzalea ad aggiudicarsi l'asta e da quel momento Agenda 21 resta una scatola vuota. Le ulteriori azioni degli amministratori di Agenda 21 hanno portato alla messa in liquidazione della società. L'amministrazione giudiziaria della Sirco (affidata a Gaetano Cappellano Seminara) ha vanamente provato a evitare tutto ciò proponendo denunce penali e opposizioni all'azione esecutiva.

Il ruolo di Lapis

Il rapporto della Guardia di finanza ricostruisce in modo dettagliato tutti gli intrecci societari tra gli amici di Ciancimino e l'attività del tributarista Lapis: prima ancora infatti era stato fatto un aumento di capitale di Agenda 21 poi non sottoscritto da Sirco (che pure era socio finanziatore e ha erogato ad Agenda 21 oltre 15,6 milioni) per 3.500 euro consentendo ad Agentia Obiettivo Lavoro dei fratelli Pileri di diventarne di fatto il socio con la partecipazione maggiore. Il progetto di svuotare Sirco della partecipazione in Agenda 21 era stato messo in atto subito dopo il sequestro di Sirco da parte dell'autorità giudiziaria nel 2005 e che i Lapis potessero avere interesse in Agenda 21 sarebbe dimostrato, anche secondo la Guardia di finanza che riporta una memoria dell'amministratore giudiziario, dal via libera dato dalla figlia di Lapis, Mariangela, socia di Sirco a utilizzare 1,8 milioni da un suo conto personale per completare l'importo di 2,9 milioni in favore di Agenda 21 a completamento dei circa 20 milioni anticipati. Del resto i progetti per Agenda 21 erano di rilievo: oltre alla discarica di Gline a Bucarest aveva partecipazioni in Ecologica Sa (gestione discarica di Baicoi), Salub Sa (raccolta rifiuti a Ploiesti), Ageim Srl (gestione immobili), Ecologica Mures (gestione discarica a Targu Mures).


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