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  ... ... di Loredana Morandi
 
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Chi spontaneamente, senz'esservi costretto, si comporta con giustizia, non sarà infelice, né mai lo coglierà totale rovina.

Eschilo
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Rapporti tra polizia giudiziaria
e pubblico ministero:

il rischio dei "guanti di velluto" in favore dei potenti


Mercoledì 01 Giugno 2011 18:24

Tribunale-MilanoRoma, 1 giu - (di Cleto Iafrate) Negli ultimi mesi abbiamo assistito a durissimi scontri tra potere politico e potere giudiziario, a volte sfociati in veri e propri attacchi che una parte della politica ha rivolto verso la magistratura.

Dopo diversi annunci, infine, è arrivata l’attesa riforma epocale della giustizia. Essa è racchiusa nel disegno di legge costituzionale AC 4275, di riforma del Titolo IV della parte II della Costituzione, presentato in Parlamento dal Presidente del Consiglio e dal Ministro della Giustizia in data 07 aprile 2011.

La riforma costituzionale si prefigge l’ammodernamento della giustizia, imposto dal trascorrere del tempo, e, per raggiungere lo scopo, intende modificare alcune norme della Costituzione ritenute non più attuali.

In questo scritto verranno analizzate solo le modifiche (ammodernamenti) delle norme che disciplinano il rapporto tra polizia giudiziaria e pubblico ministero.

La dipendenza della polizia giudiziaria dal Pubblico ministero

Il testo vigente dell’art. 109 della Cost. sancisce che "L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria". Il nuovo testo riformulato, invece, prevede: "Il giudice e il pubblico ministero dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla legge".

Come è a tutti evidente, la modifica del testo della norma non è priva di conseguenze. Il pubblico ministero oggi è indipendente dal potere politico e "soggetto soltanto alla legge", mentre il poliziotto - in particolare, quello militarmente organizzato - è un fedele servitore dello Stato che risponde agli ordini di un ministro ed alle scelte politiche del Governo.

Se la dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero non sarà più diretta ma filtrata con modalità da stabilirsi con legge, necessariamente ne deriverà un’attenuazione dei poteri del pubblico ministero, a vantaggio dell'esecutivo. Lo scenario prospettato dalla riforma, infatti, prelude a una scelta legislativa volta a concentrare nelle sole mani della polizia l’acquisizione della notitia criminis e le attività d’indagine immediatamente conseguenti.

Se passerà la riforma, probabilmente, in futuro la polizia giudiziaria militarmente organizzata raccoglierà la notizia di reato, farà i primi accertamenti e le prime valutazioni, poi informerà la catena gerarchica, la quale deciderà di informare il pubblico ministero.

Il ruolo del PM, nella fase di avvio dell’azione penale, verrebbe drasticamente ridotto, egli intervierrebbe solo dopo che la P.G. decide contro chi esercitare l’azione penale.

Leggi l'articolo su GrNet-

In questo caso gli elementi di prova verrebbero, necessariamente, esaminati dagli appartenenti alle forze di polizia all’interno delle caserme, dove verrebbe deciso l'inizio dell’azione penale ed i tempi di comunicazione alle Procure.

Gli appartenenti alle forze di polizia militarmente organizzate sono inserite all’interno di una gerarchia il cui ultimo anello è il ministro a cui rispondono e da cui ricevono gli input (non sono casuali motti del tipo "obbedir tacendo" oppure "nei secoli fedeli").

Ci si chiede: lo "status militis" di una polizia giudiziaria non più alle dipendenze funzionali di un PM è compatibile con l’obbligatorietà dell’azione penale? Oppure l’esecutivo potrebbe ottenere il controllo dell’azione penale, sterilizzandone la sua obbligatorietà?

Come noto, ogni militare è inserito in una scala gerarchica e riceve gli input dal ministro che ne è al vertice. La carriera ha un peso rilevante per i militari. Con ciò non si vuole sostenere che tutti i militari, se posti dinanzi all’eterno dilemma tra Dio e Mammona, deciderebbero di assumere posizioni prone per amore alla carriera; certamente molti, in caso di pressioni da parte dell’autorità politica, deciderebbero di rimanere con la schiena diritta.

E’ altrettanto vero, però, che questi ultimi potrebbero subire condizionamenti con diversi mezzi di persuasione: con i trasferimenti d’autorità, che possono avvenire per non meglio specificate "esigenze di servizio" e/o di opportunità; con le sanzioni disciplinari, svincolate dal principio di legalità e tassatività dell’illecito; con i giudizi annuali caratteristici, massima espressione di discrezionalità, che incidono pesantemente sulla carriera. In essi anche un non meglio definito comportamento polemico può essere motivo di rilievo e/o nota di demerito, a prescindere dalla natura della polemica. Da ultimo, non per importanza, si consideri che da qualche anno è in atto una "strategia neoisolazionista" che cerca di allontanare i militari dalla società civile e tesa a comprimere i pochi diritti che il Parlamento nel 1978 aveva loro riconosciuto.

Di seguito alcuni elementi di criticità.

a. Lo scorso anno con un atto emanato dal solo potere esecutivo sono stati inesorabilmente compressi i diritti che oltre 30 anni prima erano stati riconosciuti ai militari con legge ordinaria. Infatti, l’art. 9 della legge nr. 382 del 1978 consentiva alla polizia giudiziaria militare di "manifestare pubblicamente il proprio pensiero, salvo che si tratti di argomenti a carattere riservato di interesse militare o di servizio per i quali deve essere ottenuta l’autorizzazione". La norma è stata modificata dall’art. 1472 del D.Lgs 66/2010, nel seguente modo: "I militari possono … manifestare pubblicamente il proprio pensiero, salvo che si tratti di argomenti a carattere riservato di interesse militare, di servizio O COLLEGATI AL SERVIZIO per i quali deve essere ottenuta l’autorizzazione".

b. Sempre lo scorso anno, il ministro competente nel fornire la risposta ad un'interrogazione parlamentare, con cui si chiedeva di specificare i limiti alla libertà di espressione dei militari, l’autorità di governo riferiva che "ai militari (compresi gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria militarmente organizzati appartenenti all’Arma dei Carabinieri ed al Corpo della G.di F.) può farsi carico d’un dovere di riservatezza ignoto al comune cittadino, essi debbono accertarsi del pensiero dei superiori, chiedendo l’autorizzazione ad esprimere il proprio".

A fare da cornice ai due punti precedenti, v’è la circostanza secondo la quale i militari non hanno un vero sindacato, ma una rappresentanza gerarchizzata, presieduta sempre dal più alto in grado, che può trattare solamente determinati e ristretti argomenti.

E’ certamente innegabile che anche oggi possano esserci delle pressioni sulla polizia giudiziaria, ma la sua dipendenza funzionale dal P.M., prevista dalla lungimirante Costituzione, rappresenta uno scudo che la pone al riparo dalle gerarchie e dai governi.

Nell’Assemblea Costituente il dibattito in merito alla dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero fu ampio. Era ancora vivo il ricordo dell’esperienza del regime fascista e delle deportazioni di cui anche alcuni membri della stessa Assemblea avevano fatto esperienza in prima persona.

In quella sede emerse persino la proposta, ampiamente condivisa, di formare un corpo di polizia giudiziaria separato rispetto alle altre forze dell’ordine e posto direttamente alle dipendenze, sia funzionali sia gerarchiche, dell’autorità giudiziaria. Si giunse, probabilmente per motivi di contenimento della spesa, a una decisione di compromesso fondata su una dipendenza solo funzionale.

In ogni caso, il costituente mai si sarebbe sognato di porre un qualche filtro tra il P.M. e la P.G. ritenendo la dipendenza funzionale diretta condizione imprescindibile.

L’esercizio dell’azione penale

L’attuale art. 112 della Cost. prevede: "Il PM ha l’obbligo di esercitare l’azione penale". Nella nuova formulazione dell’articolo, prevista dal disegno di legge, si legge: "L’ufficio del pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale secondo i criteri stabiliti dalla legge".

Con la modifica del testo costituzionale si tende a superare il principio secondo cui il singolo magistrato procede liberamente alla ricerca della notizia di reato e si stabilisce che, ferma l’obbligatorietà dell’azione penale, essa venga regolata da criteri stabiliti dalla legge.

In altre parole, si cerca di armonizzare il principio di obbligatorietà dell’azione penale con gli obiettivi di politica criminale che verranno stabiliti volta per volta dall’esecutivo.

Quindi, non sarà più il magistrato bensì il legislatore a fissare criteri in forza dei quali si debba dare priorità a determinate indagini concernenti alcuni tipi di reati, piuttosto che ad altre concernenti reati diversi. Dopo che il magistrato avrà esaurito le indagini relative alla prima tipologia di reati (indicati dal legislatore), curerà anche le indagini concernenti le altre fattispecie di reati.

Il richiamo all’obbligatorietà dell’azione penale non viene soppresso, altrimenti il testo cadrebbe immediatamente per motivi d’incostituzionalità, però l’obbligatorietà dell’azione viene arginata e circoscritta all’interno di criteri stabiliti dalla legge.

Certamente il termine "criteri" nel contesto della riforma viene usato come sinonimo di "ordini di priorità". Ad affermarlo, infatti, è la stessa relazione al disegno di legge, in cui si legge: "particolari esigenze storiche, sociali o economiche, infatti, possono indurre il legislatore a fissare criteri in forza dei quali, ad esempio, debba esser data prioritaria trattazione ad indagini concernenti determinati reati; fermo restando l’obbligo, esaurite queste, di curare anche le indagini relative alle altre fattispecie penalmente rilevanti".

L’azione, quindi, rimane obbligatoria, però il P.M. è vincolato all’ordine di priorità. Non può, ma deve, perseguire prioritariamente alcuni reati.

Detto in altre parole, il P.M. non può, ma deve, astenersi dal perseguire i reati che non sono nella lista delle priorità (criterio), fino a quando non avrà terminato di perseguire tutti quelli presenti nella lista scritta dall’esecutivo.

Ad esempio, si potrà dire: nel corso del prossimo anno giudiziario è prioritario perseguire le rapine al supermercato, l’immigrazione clandestina, l’accattonaggio e, magari, i ladri di galline.

Sorgono quindi molti dubbi e non poche perplessità.

In futuro, ad esempio, potremmo trovarci di fronte a fenomeni di "riqualificazione criminale", nel senso che i sodalizi criminali, vista la lista di priorità, sposteranno la loro attenzione sui reati minori posti in fondo alla lista per i quali verosimilmente è maggiore l’aspettativa di impunità.

Oppure, considerato che le tipologie di attività criminose variano in ragione della diversificazione geografica, probabilmente anche la pretesa punitiva dello Stato per lo stesso reato sarà anch’essa diversificata per territorio. Di riflesso, anche l’aspettativa di impunità dei delinquenti sarà diversa in ragione della zona di appartenenza. Probabilmente, a seguito di questa riforma, in futuro ci saranno anche dei casi di "turismo criminale" alimentato da chi, in ragione del tipo di reato in cui si è specializzato, calcoli con accuratezza il luogo che gli offre la più alta probabilità d’impunità.

Infine, si ipotizzi che per contrastare la piaga degli incidenti stradali fosse prioritario il controllo su strada degli pneumatici lisci e che a un posto di blocco venga fermata una persona adulta intenta in compagnia di una presunta prostituta minorenne, ebbene in tali circostanze, si potrà disattendere la lista? Oppure "particolari esigenze storiche sociali ed economiche" imporranno agli agenti di P.G. di guardare solo alle gomme dell’auto?

In Assemblea Costituente, durante i lavori preparatori, il consenso all’obbligatorietà dell’azione penale fu ampiamente condiviso, in quanto il ricordo dell’uso politico della giustizia penale da parte del regime fascista era ancora dolorosamente vivo nei ricordi.

Si discusse in merito ai modi con cui garantire l’obbligatorietà dell’azione penale. In particolare l’Assemblea si chiese se fosse necessario istituire necessariamente un pubblico ministero indipendente e inamovibile (come sosteneva Calamandrei) oppure se l’imparzialità della pubblica accusa fosse compatibile con la sua dipendenza dall’esecutivo (come in un primo momento ritenne Leone).

Nella seduta dell’8 gennaio 1947 della II Sottocommissione, però, fu lo stesso Leone ad ammettere che la sua tesi iniziale prestava il fianco al rischio concreto che "il potere esecutivo potesse intervenire in qualche caso per non far promuovere l'azione penale: donde l'impossibilità di intervento da parte della giustizia nei casi in cui il potere esecutivo non lo ritenesse opportuno".

Conclusioni

Il disegno di legge tocca anche altri punti, tra cui l’inamovibilità dei magistrati e la loro personale responsabilità.

a. La riformulazione dell’art. 107 della Costituzione, infatti, prevede che "In caso di eccezionali esigenze, individuate dalla legge, attinenti all’organizzazione e al funzionamento dei servizi relativi alla giustizia, i Consigli superiori possono destinare i magistrati ad altre sedi". La riforma introduce, quindi, la possibilità di trasferire d’autorità il magistrato, senza alcuna garanzia, magari per non meglio specificate esigenze di servizio o di difficoltà organizzative.

b. La riforma propone, inoltre, l’introduzione dell’art. 113 bis, secondo il quale: "I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato".

A tal proposito, in diverse sentenze la Corte Costituzionale ha più volte ribadito che la responsabilità personale del magistrato è costituzionalmente consentita, ma deve tener conto della natura della funzione, pertanto la sua responsabilità deve essere necessariamente affievolita, a causa della peculiarità della funzione giurisdizionale.

Il dipendente pubblico, infatti, nella sua attività amministrativa è chiamato ad attuare il dispositivo di una circolare oppure di una consegna di servizio; il magistrato, invece, ha di fronte due verità e deve fare in modo che la verità processuale si discosti il meno possibile dalla verità dei fatti. La prima può riempirsi di contenuti e/o modificarsi col trascorrere del tempo, mentre la seconda non muta, ma va ricercata.

Si consideri il recente caso di Sara Scazzi. In un primo momento lo zio della povera Sara era il mostro e la cugina era la vittima. Nel corso delle indagini sembra stia emergendo una diversa verità, pertanto lo zio viene scarcerato. Chi ha sbagliato? Ritengo che nessuno abbia sbagliato, poiché anche la carcerazione di Misseri è volta all’accertamento dei fatti e delle responsabilità.

Un rafforzamento della responsabilità del magistrato avrebbe lo scopo di intimidirlo di fronte ad imputati eccellenti. Il risultato sarebbe una giustizia ingessata e con i guanti di velluto per i potenti e un’altra giustizia per la gente comune: quindi, una giustizia diseguale.

In Assemblea Costituente nessuno avrebbe mai acconsentito all’ipotesi di una giustizia penale politicamente orientata e di un pubblico ministero assoggettato al potere esecutivo o comunque alla maggioranza di governo.

La proposta di riforma non pone in atto un ammodernamento imposto dal passare del tempo, come si sostiene nella relazione, ma rappresenta un radicale ribaltamento degli equilibri fondamentali della Costituzione, che apre le porte a rischiose ingerenze della politica sulla magistratura.

La riforma fa venire in mente un boscaiolo che al fine di liberarsi di un paio di alberi che gli fanno ombra, brucia l’intera foresta che produce ossigeno vitale per tutti.

Nel suo ultimo libro, il professore Sabino Cassese, uno dei più noti studiosi italiani di diritto amministrativo, ha dimostrato come per passare da un impianto liberale a uno autoritario, “sia sufficiente agire su pochi gangli vitali: stampa, associazioni, ordine giudiziario, interventi di polizia e poco altro” (cfr. Lo Stato fascista - Il Mulino, Bologna, 2010). L’autore ritiene che il fascismo abbia trovato l’humus nella grave crisi sociale postbellica, ma si sia nutrito essenzialmente delle carenze dello Statuto Albertino e dei timori della medio alta borghesia per le insidie derivanti dai movimenti di massa.

Egli intravede una continuità tra lo Stato liberale e lo stato fascista, infatti, dimostra che ci vuole poco per passare dall’uno all’altro, cioè per passare da una democrazia divenuta fragile, a un regime militare. Infine afferma che una volta messi a rischio gli equilibri democratici, la democrazia può salvarsi soltanto laddove vi siano persone, nelle sedi istituzionali, dotate di un alto senso dello Stato a difesa della Costituzione e delle sue istituzioni.

Fonte GR Net
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Di Loredana Morandi (del 05/06/2011 @ 10:49:05, in Ambiente, linkato 2258 volte)

Una notizia ambientalista/giudiziaria dalla Gazzetta di Parma: molestare il cane del vicino con il laser per denunciarne l'abbaiare notturno. La pratica della molestie con il laser è diffusissima. A Roma ne è stata vittima la popolazione dei bambini di una scuola... L.M.

Cani accecati da laser di notte:

a Parma 46 casi

Sono oltre 600 le segnalazioni giunte allo sportello online dell’Associazione italiana difesa animali e ambiente (Aidaa) di proprietari di cani presi di mira con il laser per farli abbaiare di notte. Si tratta, spiega l'associazione animalista, di una specie di nuovo 'giocò, in realtà «una vera e propria forma di maltrattamento degli animali», che starebbe prendendo piede in Italia. La maggior frequenza dei casi segnalati, informa l’Aidaa, proviene dalle province di Venezia (77), Milano (68), Reggio Emilia (54), Parma (46) e Roma (43). Occorre scendere fino al dodicesimo e tredicesimo posto per trovare le prime due province del sud Italia e vale a dire Napoli (31) e Foggia (24) fino a chiudere con Aosta , Gorizia e Catania dove non si sono segnalati casi.

Tra le regioni quella con il maggior numero di segnalazioni è l’Emilia Romagna, con 139, seguita a ruota dal Veneto, 91, e dalla Lombardia, 87. «Da quanto si è riusciti a capire – si legge nella nota – gli autori del puntamento del laser sono nella maggior parte dei casi i vicini stessi che utilizzano questo sistema per indurre il cane ad abbaiare e potersene così lamentare con il vicino proprietario di fido. Molti invece i sospetti che si annidano sui giovani ed in particolare sui ragazzi che imitano coloro che usano il laser negli stadi contro portieri e calciatori».

L'uso del laser sui cani ha provocato una valanga dei segnalazioni da parte di vicini indispettiti dall’abbaio notturno dell’animale. «Tra marzo e maggio le cause trattate in sede di tribunale degli animali relativi a liti condominiali dovute all’abbaio notturno sono state 1.743: di queste ben 634 sono da far risalire ad animali che abbaiavano in quanto infastiditi appunto dal laser ed in alcuni casi sono stati individuati i vicini che hanno provocato questo maltrattamento e Aida ha invitato i proprietari degli animali a sporgere denuncia penale».

Gazzetta di Parma

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Di Loredana Morandi (del 05/06/2011 @ 10:58:58, in Magistratura, linkato 1483 volte)
Per scadenza dei termini di custodia cautelare.

Liberi quattro fiancheggiatori di Provenzano

Palermo, 04-06-2011

Sono stati condannati in appello con l'accusa di essere fiancheggiatori del boss Bernardo Provenzano ma adesso sono stati tutti scarcerati in attesa della sentenza definitiva della Cassazione. La decisione e' della terza sezione della Corte d'appello di Palermo che ha rimesso in liberta', per scadenza dei termini di custodia cautelare, quattro presunti esponenti della cosca di Villabate condannati per favoreggiamento nei confronti del capo di Cosa Nostra.

La scarcerazione e' avvenuta tra la fine di aprile e i primi di maggio, ma la notizia e' stata pubblicata solo oggi dal Giornale di Sicilia. Uno degli imputati presto' la carta d'identita' per procurare le schede telefoniche necessarie al "viaggio della speranza", un altro accompagno' Provenzano a Marsiglia e durante la trasferta fece piu' di una puntata al casino', un altro ancora partecipo' al comitato di accoglienza per festeggiare il rientro a Villabate del capomafia corleonese, reduce dall'operazione a una spalla e alla prostata, eseguita a Marsiglia nel 2003. Libero anche un presunto prestanome dei boss, Vincenzo Alfano.

I quattro imputati, arrestati cinque anni fa, erano ancora in cella dopo la condanna in appello il 2 luglio 2009. A Gioacchino Badagliacca e Giampiero Pitarresi erano stati inflitti sette anni e mezzo ciascuno, a Vincenzo Paparopoli e Vincenzo Alfano sei anni e otto mesi a testa. Quasi due anni dopo la decisione di secondo grado, pero', la sentenza definitiva della Cassazione non e' ancora arrivata (l'udienza e' prevista per la meta' del mese). Nell'attesa i quattro presunti fiancheggiatori di Provenzano dovranno presentarsi tre volte alla settimana in un posto di polizia.

Polemiche

Immediate le polemiche politiche sulla scarcerazione dei quattro. Il presidente dei senatori dell'Udc, Gianpiero D'Alia ha presentato un'interrogazione urgente ai ministri dell'Interno Roberto Maroni e della Giustizia Angelino Alfano sulla scarcerazione, per decorrenza dei termini di custodia cautelare, di quattro imputati condannati per aver aiutato Bernardo Provenzano durante la sua latitanza. "Queste scarcerazioni si aggiungono a quella di un presunto prestanome dei boss" osserva D'Alia che chiede ad Alfano e Maroni "se i ministri siano al corrente di quanto in premessa e se questo risponde a verita', quali misure intendano tempestivamente adottare per ovviare a tale situazione e assicurare alla giustizia i quattro".

"E' inaccettabile che quattro mafiosi, condannati con l'accusa di essere stati fiancheggiatori del boss Provenzano, vengano scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare. E' questa una delle falle del sistema giudiziario che nel corso degli anni ha consentito ai boss di farla franca. Da tempo propongo in Parlamento e in Commissione antimafia l'istituzione di un doppio binario per i reati di mafia, affinchè casi come questo non possano pi- accadere. Chiedo, pertanto, al governo e alla maggioranza di accogliere queste proposte per impedire che i boss possano beneficiare di cavilli e scappatoie". Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia.

"Le opposizioni si rivolgano ai magistrati che non rispettano i tempi. Il governo di centrodestra e il ministro della Giustizia Alfano hanno condotto una dura battaglia contro la mafia, inasprendo le pene, confiscando i beni e assicurando alla giustizia boss e capi clan tra i piu' pericolosi. Ed e' veramente avvilente che mentre noi agiamo nei fatti per liberare il Paese dalla piaga della criminalita' organizzata, intoppi della macchina giudiziaria abbiano consentito a quattro fiancheggiatori di Bernardo Provenzano condannati in appello di tornare in liberta' per decorrenza del termini di custodia". Lo afferma il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. "La Corte di Cassazione ha avuto due anni di tempo per pronunciarsi, dopo che gia' era stata emessa la sentenza di secondo grado, e non vorremmo che per incuria si sia arrivati a questo risultato assurdo. Il ministro della Giustizia, che della lotta alla mafia ha fatto una priorita' di tutto il suo mandato ed ha apportato numerosi innovazioni per accelerare e rendere piu' snella la macchina della giustizia, sapra' intervenire ancora una volta per porre rimedio a questa grave inefficienza di magistrati distratti".

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=153467
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Di Loredana Morandi (del 05/06/2011 @ 11:19:26, in Osservatorio Famiglia, linkato 1200 volte)
Tracce di Dna maschile
sulla maglietta di Yara
Comparate con oltre duemila profili, per ora senza risultati


BERGAMO - Trapelano nuove indiscrezioni sulle analisi degli indumenti di Yara Gambirasio effettuate dai carabinieri del Ris di Parma. Ad oltre tre mesi dal ritrovamento del corpo della tredicenne di Brembate Sopra (Bergamo) in un campo di Chignolo d’Isola (Bergamo), gli inquirenti sarebbero in possesso di almeno quattro profili genetici appartenenti a persone sconosciute.

Oltre alle due tracce di dna trovate su un guanto di Yara, ce ne sarebbero almeno altre due, una sugli slip e un’altra, maschile di razza bianca, - di cui riferisce oggi L’Eco di Bergamo - sulla maglietta. Ancora non si sa se questi due dna appartengano o meno alla stessa persona, né quali tracce biologiche (saliva, sudore, sangue, o altro ancora) siano state trovate per risalire ai profili genetici. Si tratta comunque di elementi in mano da tempo ai carabinieri, ma di cui solo ora si viene a conoscenza, poichè sono sempre stati coperti dal più stretto riserbo.

Tutte le tracce in possesso degli inquirenti sono già state comparate con gli oltre duemila dna raccolti in questi mesi di indagini, purtroppo senza alcun risultato. Sarebbero dunque tracce di persone venute a contatto con Yara, che la ragazzina molto probabilmente non conosceva, ma non è detto che appartengano all’assassino o agli assassini. In particolare, il dna trovato sugli slip rafforzerebbe l’ipotesi del delitto a sfondo sessuale, benchè sia stato accertato che non si è consumata alcuna violenza sul corpo della ragazzina. Il pubblico ministero Letizia Ruggeri, titolare dell’indagine, è tornata intanto ad escludere la violenza sessuale sulla ragazzina.

http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/405579/
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Di Loredana Morandi (del 05/06/2011 @ 13:27:14, in Indagini, linkato 3666 volte)

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/2011-06-05_131620_miraglia_urlcens.jpg


Mi scrive un sedicente Avv. Francesco Miraglia



Mi dichiaro convinta della provenienza solo "millantata" dello scritto che, come si legge dall'immagine, ho ricevuto questa mattina alle ore 10:54.

In primo luogo per i contenuti puerili, secondo poi per l'ortografia davvero sconveniente e gli insulti gratuiti, terzo per la provenienza da un portale per email gratuite che cripta gli IP di origine, ne più ne meno di quel che fanno i servizi di anonimizzazione per email e creazione di "email-alias".

Desidero rassicurare il fan del Miraglia che:

A) io non provo assolutamente nulla nei confronti dell'avvocato Miraglia. Se mai dovessi  scegliere per chi provare sentimenti, io ne proverei solo per la magistratura requirente e/o giudicante, ad integrare e sostenere i loro sentimenti protettivi e la tutela dovuta alle vittime dei suoi assistiti;


http://www.giustiziaquotidiana.it/public/2011-05-29_164440_INDAGINE_MIRAGLIA.jpg


B)
è vero che egli abbia ricevuto l'avviso di chiusura indagini preliminari ai sensi dell'art. 415 bis del codice di procedura penale in seno al procedimento per l'omicidio della "madre coraggio" Teresa Buonocore, cui sola rendo testimonianza;


http://www.giustiziaquotidiana.it/public/zanetti_6nov2009.jpg


C)
è altresì vero che egli abbia abbandonato il processo di Reggio Emilia, conclusosi con la felice condanna in primo grado del pedofilo a 9 anni e 9 mesi di reclusione,  con comunicato stampa del 3 novembre 2009, ovvero quando si palesò lo scandalo del suo antico partner di blogging, il sociologo Stefano Zanetti, noto al secolo del web e presso la Procura della Repubblica e Tribunale di Bergamo come "ilgiustiziere-lafabbricadeimostri";

Concludo dicendo che dalla mia penna non può provenire a lui alcun tipo di pubblicità.

L'autrice del blog Giustizia Quotidiana in tutti i casi giudiziari noti che vedono attore il Miraglia è collocata, senza se e senza ma, dalla parte del pubblico ministero. A Reggio Emilia a fianco della d.ssa Pantano, anche a tutela del suo Procuratore capo. A Napoli, nel procedimento per l'omicidio Buonocore, io sono con la magistratura inquirente della Direzione Distrettuale Antimafia.

In merito al caso Camparini auspico per i genitori un  radicale miglioramento di tutti i rapporti istituzionali.

Infatti, rilevando l'evidenza di un "interesse in conflitto" tra gli ospiti pubblicizzati della trasmissione di Rai 3 "Chi l'ha visto?", come molte altre persone, ho telefonato e scritto alla Presidenza della Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai, al Senato e per conoscenza all'ottima redazione giornalistica televisiva, con la quale ho avuto anche  il piacere di una interessante conversazione telefonica.

Sono abituata fin da piccola a non accettare "caramelle" dagli sconosciuti, quindi non me ne vorrà il Miraglia - fan se rifiuto il suo caffè informandolo che per tutte le altre affermazioni e minacce "mi riservo", avendo già avuto alle costole un pedofilo casertano del circuito.

Avendo inoltre studiato recentemente le teorie di Richard Gardner e il metaprogramma discriminatorio  - censorio verso madri e i minori abusati nascosto da una sorta di junk scienze già obsoleta negli states, nonché sapendomi efficace come una cartina al tornasole, sono curiosa e domando all'avv. Miraglia e/o al suo fan:

"Ella afferma che la sottoscritta non "conta nulla" e che inoltre mi ha conosciuta per sentito dire: ne è proprio sicuro?"



Clicca per leggere lo scritto di Stefano Zanetti del 6 ottobre 2008 alle ore 22:19


Io credo di sapere di chi si tratti, dato che posso quantificare il tempo esatto da quando l'organizzazione è con il fiato sul mio collo e con tanto di clone del presidente della Prometeo Onlus in prima linea...


Dixit.

Loredana Morandi
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Di Loredana Morandi (del 06/06/2011 @ 07:41:59, in Politica, linkato 1499 volte)
Una cattivissima risposta dal giornalista Granzotto ad un lettore, che non esprime affatto il mio pensiero. Vero solo che anche io sia convinta che sulla figura dei due magistrati siciliani uccisi dalla mafia si faccia molta strumentalizzazione. Perché qualcuno fa lacrime di coccodrillo, ma non sono i magistrati come pensa Granzotto. E' la politica dei nuovi media. Sui socialnetwork avere le foto antichizzata, photoshoppata o solo colorata dei due magistrati equivale a schierarsi di qua o di là della barricata,  ma non significa mai una scelta di campo precisa e i personaggi di questa antimafia telematica te li ritrovi a sostenere il "postino mafioso" indagato per calunnia ed oggi in carcere. Napoli potrebbe star meglio con il nuovo sindaco, ma sono convinta che nessuno si sia accorto di quando lui ha chiesto l'immunità parlamentare anche per i procedimenti civili.  L.M.

Le lacrime dei coccodrilli su Falcone


di Redazione

Caro Granzotto, le chiedo un aiutino: mi fornisca alcuni nomi di personaggi, politici e magistrati famosi che firmarono un documento contro Giovanni Falcone. È infatti stomachevole l’ipocrisia sulle celebrazioni di Giovanni Falcone da parte di gente che nei momenti tragici e difficili ha fatto di tutto per contrastarlo e combatterlo. La denuncia informatica nei loro confronti dovrebbe essere continua per smascherarli e denunciarli.
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Sono già smascherati, caro Pieri. E da tempo. Però è come se nulla fosse. Loro seguitano a fare gli ipocriti e la società civile di area manettara e giustizialista a non tener conto di quella volgare e smaccata simulazione di buoni sentimenti. Il documento al quale lei si riferisce è del dicembre del 1991: firmato da 63 magistrati, primi dei quali Giancarlo Caselli, Antonino Caponnetto e Elena Paciotti, contestava, bocciandola, la superprocura antimafia fortemente voluta da Giovanni Falcone, definendola «strumento inadeguato, pericoloso e controproducente». Una dichiarazione di guerra in piana regola e che diede il via a una campagna di delegittimazione («Mi insozzano», per usare le parole di Falcone) condotta principalmente da coloro che oggi la stomacano. Non essendo riusciti a impedire la costituzione della superprocura, quelli che oggi ne parlano a ciglio umido, chiamandolo amico e fratello, scesero in campo per impedire, almeno, che Falcone ne prendesse la guida, a tal proposito indicendo uno sciopero con tanto di adunata nel Palazzo di giustizia di Roma dove prese la parola, applauditissima, Elena Paciotti, presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Anm alla quale in seguito diede manforte, nella martellante (e umiliante) campagna denigratoria, la sinistra (la stessa che oggi lo piange martire e lo porta ad esempio) e la Rete di Leoluca Orlando, il quale giunse ad accusare Falcone di tenere «le prove nei cassetti» per non coinvolgere nelle inchieste certi notabili politici.
Il motivo di tanta ostilità è noto: Giovanni Falcone aveva in più occasioni denunciato le storture del sistema giudiziario deprecando la politicizzazione del Consiglio superiore della magistratura («Il Csm è diventato una struttura da cui il magistrato si deve guardare, con le correnti trasformate in cinghia di trasmissione della lotta politica. Quanti altri danni deve produrre questa politicizzazione della giustizia?»). Invocando un freno alla discrezionalità delle Procure («Mi sento di condividere l’analisi secondo cui, in mancanza di controlli istituzionali sull’attività del Pm, saranno sempre più gravi i pericoli che pressioni informali e collegamenti occulti con centri occulti di potere possano influenzare l’esercizio di tale attività»). E, non ultimo, dissentendo dai colleghi che invece di combattere la mafia costruivano teoremi sulla sua cupola (politica) cercando - sopra tutto attraverso i pentiti - di raccoglie le prove della sua esistenza («Per non so quale rozzezza intellettuale, il nostro terzo livello è diventato il “grande vecchio”, il “burattinaio”, che, dall’alto della sfera politica, tira le fila della mafia. Non esiste ombra di prova o di indizio che suffraghi l’ipotesi di un vertice segreto che si serve della mafia, trasformata in semplice braccio armato di trame politiche»). Rozzezza intellettuale che seguita a restare ben viva nonostante lo smacco rappresentato dal recente caso del super pataccaro Massimuccio Ciancimino. «Icona dell’antimafia» per quei magistrati e quei giornalisti manettari che oggi si dicono eredi e seguaci del «caro Giovanni» e del suo alto insegnamento. Infingardaggine che a lei, caro Pieri, così come a me impone l’assunzione di un buon emetico.

http://www.ilgiornale.it/parola_lettori/le_lacrime_coccodrilli_falcone/05-06-2011/articolo-id=527469-page=0-comments=1
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Combattimenti tra cani, giro d'affari
300 milioni di euro per la criminalità


05 giugno 2011, ore 17:21
Roma - (Adnkronos) - L'Enpa ha un centro per la riabilitazione di questi animali con l'obiettivo di cancellare un passato doloroso "e affidarli, a volte, a proprietari pronti a donargli qualche anno di serenità" spiega all'Adnkronos Giovanni Pallotti. Dei 15.000 cani coinvolti ogni anno, un terzo muore sul 'campo di battaglia'. Un fenomeno che non coinvolge solo camorra, 'ndrangheta e mafia, ma anche piccoli delinquenti

Roma, 5 giu. (Adnkronos) - Tenuti sospesi nel vuoto ore e ore, mascelle serrate e denti che stringono un pneumatico per non cadere giù, in una buca profonda metri. Lasciati senza cibo e al buio giorni e giorni, per incattivirli e tirarne fuori l'aggressività. "Queste e altre sevizie, tante, troppe, per trasformare un cane in un agguerrito animale da combattimento", spiega all'Adnkronos Giovanni Pallotti, coordinatore regionale dell'Ente nazionale protezione animali (Enpa) per il Piemonte, a capo del centro torinese che riabilita questi animali, cancellando un passato doloroso "per affidarli, a volte, a proprietari pronti a donargli qualche anno di serenità".

"Parliamo di pochi anni perché - precisa Pallotti - quando riescono a salvarsi dall'inferno dei combattimenti questi animali non hanno comunque vita lunga. Hanno problemi ai reni, deambulatori, di circolazione. Sono animali che sono stati maltratti, drogati: un passato che lascia il segno, a livello fisico oltre che psicologico".

Un trascorso che il più delle volte costa la vita. Dei 15 mila cani che ogni anno vengono coinvolti in combattimenti, stando agli ultimi dati Enpa, 5.000 perdono la vita sul 'campo di battaglia'. Uno su tre, dunque, non ne esce vivo, vittime e protagonisti inconsapevoli di un mercato che frutta alla criminalità organizzata "300 milioni l'anno", stima Carla Rocchi, presidente Enpa.

Ad essere arruolati "cani con una grande potenza mascellare", precisa Rocchi, dunque pitbull, rottweiler, bullterrier, American bulldog, mastino e dogo argentino tra i più gettonati. "Ma anche meticci - spiega la presidente dell'Enpa - incroci nati da animali fatti accoppiare proprio con questo fine". E anche quando non vengono fuori dei 'campioni', "vengono utilizzati negli allenamenti, come fossero carne da macello. Per questo io raccomando sempre ai proprietari, anche chi possiede un innocuo e pacifico meticcio, di non perdere mai d'occhio il proprio cane".

Il giro d'affari sui combattimenti "non poggia solo su mafia, 'ndrangheta, camorra - spiega poi Rocchi - ci sono anche piccoli delinquentelli che lucrano su questi animali: li allevano, li incattiviscono, li preparano per i combattimenti, puntano su di loro".

E nonostante le pene si siano inasprite, grazie al provvedimento varato nel luglio 2004, "il mercato continua a fruttare". Con un ruolo di prim'ordine nel comparto, più ampio, delle cosiddette zoomafie, dove figurano corse clandestine di cavalli, traffico di cuccioli, di fauna selvatica ed esotica.

Per farli crescere aggressivi e pronti alla lotta, gli animali "sono sottoposti fin da cuccioli a un'estenuante allenamento - spiega Pallotti - costretti a correre per molte ore consecutive, picchiati, lasciati per giorni al buio, legati e senza cibo". I luoghi per i combattimenti sono "discariche abusive, cave, terreni abbandonati, comunque zone isolate alla periferia delle città".

"Città che spaziano da un estremo all'altro del paese - precisa Pallotti - questo non è, come molti credono, un fenomeno meridionale, ma riguarda anche il Nord Italia". E, fuori dai confini nazionali, "interessa soprattutto Gran Bretagna, Spagna ed ex Jugoslavia".

Nel nostro Paese, "la scommessa varia da 250 a 50 mila euro per i combattimenti tra campioni, mentre la partecipazione alla gara frutta al padrone/addestratore decine di migliaia di euro".

Riportare i cani da combattimento ad una vita normale, quando nel combattimento non ci lasciano la pelle, "è difficile ma non una mission impossible", assicura Pallotti.

"Si tratta di cani - spiega l'esperto - che non sono aggressivi con l'uomo, bensì con gli altri animali. Per loro inizia un percorso di riabilitazione messo a punto da un team in cui figura anche un veterinario comportamentalista".

Quando la riabilitazione termina, "alcuni cani vengono dati in affidamento. I padroni, chiaramente, vengono scelti con estrema oculatezza. Questi animali - assicura Pallotti - cessano di essere pericolosi, ma è giusto scegliere con cura le persone che li accoglieranno in casa".
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La tv siriana ha informato che tra i morti ci sono anche una donna e un bambino. E' giusto dire che Milano deve rifiutarsi di ospitare la kermesse israeliana in piazza duomo. Israele è uno stato colonialista, l'Europa non lo è più e tutte le attività di Israele in violazione dei trattati non sono affatto da incoraggiare. L.M.

Alta tensione su Golan esercito spara: decine di morti


http://www.giustiziaquotidiana.it/public/tojerusalemwego.jpg

Scontri nella giornata della 'Naksa'. Ancora discordanti i dati sul numero delle vittime

05 giugno, 23:02 di Aldo Baquis

Nell'anniversario della 'Naksa' - la sconfitta degli eserciti arabi nella guerra dei sei giorni del 1967 - centinaia di dimostranti siriani e palestinesi si sono lanciati all'assalto dei reticolati di frontiera presidiati dall'esercito israeliano sulle alture occupate del Golan. I militari israeliani hanno risposto prima con i lacrimogeni e poi anche con le armi. Sul terreno, a fine giornata, sarebbero rimasti 20 morti e oltre 320 i feriti secondo Damasco siriana mentre fonti israeliane parlano solo di feriti. E dagli Stati Uniti il dipartimento di Stato esprime "profonda inquietudine" per quanto accaduto, esortando alla calma tutte le parti coinvolte. In un'atmosfera di mobilitazione regionale, l'esercito israeliano ha elevato lo stato di allerta su diversi fronti. Ma al confine con il Libano, in Cisgiordania e ai margini della striscia di Gaza la giornata è trascorsa relativamente tranquilla. Sul Golan invece aspri scontri sono proseguiti per tutta la giornata, ad ondate, ed in serata hanno assunto una piega drammatica quando sul versante siriano sono esplose diverse mine anticarro. I dimostranti non si sono dispersi nemmeno al calar delle tenebre, nell'evidente speranza di approfittare dell' oscurità per penetrare nel Golan controllato da Israele: così come avvenne il 15 maggio scorso, in occasione della Giornata della 'Naqba' (il termine arabo che indica il 'disastro' della costituzione dello Stato di Israele, nel 1948).

Fin dalla mattina il premier Benyamin Netanyahu aveva confermato al governo di aver ordinato all'esercito di agire "con autocontrollo e con determinazione" per impedire ai dimostranti provenienti dalla Siria di abbattere di nuovo le barriere di frontiera sul Golan. I primi incidenti si sono verificati nella 'Collina delle urla', nei pressi del centro druso di Majdal Shams, dove centinaia di dimostranti palestinesi e siriani provenienti da Damasco si sono lanciati contro le postazioni israeliane. Mediante megafoni, i militari hanno allora avvertito in arabo che chi avesse oltrepassato i reticolati di confine sarebbe stato colpito da proiettili. Poi hanno sparato in aria, a scopo dissuasivo. Infine hanno sparato alle gambe di chi maggiormente si esponeva. In questa fase il bilancio delle vittime è rimasto contenuto. "Una ventina di persone sono state colpite" ha detto nel pomeriggio un portavoce militare israeliano. La Tv siriana, da parte sua, riferiva allora di tre morti. Ma alcune ore dopo oltre un migliaio di persone si sono radunate a Quneitra (nella zona centrale del Golan) per cercare di forzare da là le linee israeliane. Fonti israeliane sostengono che i dimostranti hanno lanciato bottiglie incendiarie e hanno provocato incendi locali i quali, a loro volta, hanno fatto esplodere diverse mine anticarro. In serata da Damasco è giunto un bilancio ufficioso di 14 morti e di cento contusi, intossicati e feriti. Israele non è stato in grado di commentare queste stime. Ma sul piano politico Israele accusa oggi le autorità siriane di aver organizzato una "provocazione" di vaste dimensioni, allo scopo di "distogliere la attenzione mondiale" dai gravi fatti di sangue in corso in quel Paese nelle ultime settimane e di allentare la pressione sul regime di Bashar Assad. Da parte palestinese si afferma che quella odierna è solo un episodio di una campagna molto più vasta.

Dopo il 15 maggio, dopo il 5 giugno, ci saranno altre giornate di mobilitazione palestinese: in Cisgiordania, a Gaza, nei Paesi confinanti, e nello stesso territorio israeliano fra la minoranza araba. Il prossimo appuntamento è per il 7 giugno (anniversario della occupazione israeliana di Gerusalemme est, nel 1967). A luglio ci sarà l'anniversario della condanna internazionale della barriera di sicurezza in Cisgiordania. E a settembre l'attesa proclamazione alle Nazioni Unite di uno stato palestinese indipendente.
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Dell'articolo tratto dal sito dell'Associazione Italiana Avvocati per la Famiglia (AIAF) riporto solo le dichiarazioni conclusive. Non ritengo di alcun interesse riportare testi e documenti faziosi fondati sul nulla morale, fin doloso in alcuni casi. Il riferimento dello scritto è ad un recente convegno tenutosi a Roma. L.M.

L’attacco delle associazioni
dei padri separati alla magistratura
e ai servizi sociali

QUALE VALUTAZIONE DARE DI QUESTO EVENTO E DI QUESTE RICHIESTE?

In primo luogo i numeri di questo evento, comunicati dagli stessi organizzatori, relativizzano la portata delle posizioni sostenute da alcune associazioni di padri separati.

Di conseguenza occorre chiedersi per quale motivo queste associazioni e le loro posizioni abbiano una così forte risonanza sui mass media, che indubbiamente ne amplificano la voce, sollecitando, in questioni così delicate e complesse, conseguenti reazioni emotive del pubblico. Questo tipo di comunicazione non consente un serio approfondimento dei temi connessi alla separazzione e alla crisi di coppia, e certo non può nè deve essere presa a fondamento di modifiche legislative.

In secondo luogo occorre riflettere sui motivi di un attacco così frontale alla magistratura, che va ben al di là della denuncia di provvedimenti ingiusti emessi in singoli procedimenti familiari, e rischia invece di essere inteso come tentativo di destabilizzazione istituzionale e di messa in discussione dei principi basilari della Costituzione sui quali si fonda la democrazia nel nostro Paese.

In terzo luogo, per quanto riguarda le richieste contenute nel documento finale di quel Convegno, si fatica a dare delle valutazioni, tanto sono eterogenee e confuse: premesso che buona parte di queste richieste sono da anni portate avanti dalla nostra stessa Associazione (competenze del Tm da attribuirsi al tribunale ordinario; il rispetto del diritto di difesa e la salvaguardia del principio del contraddittorio; divorzio breve e alternativo alla separazione; riconoscimento degli accordi prematrimoniali; la rimozione delle discriminazioni basate sulle differenze di genere che impediscono pari retribuzione e accesso al mondo del lavoro, così come la garanzia di servizi realmente efficienti a tutela della genitorialità dei lavoratori) è  evidente che tutto ciò nulla ha a che vedere con le proposte di modifica della legge sull’affidamento condiviso contenute nel DDL 957 (dove si abolisce il riferimento al primario interesse del minore; si afferma che il figlio deve avere due residenze e deve trascorrere un tempo esattamente paritetico presso ciascun genitore, senza alcun condizionamento dettato dall’età o dalla distanza di residenza tra i genitori; si chiede l’abolizione dell’assegno mensile a favore di un mantenimento in via diretta; etc.).

E’ evidente il tentativo di strumentalizzazione di giuste richieste di modifica sostanziale e processuale del diritto di famiglia, che da anni vengono richieste dalle associazioni dell’avvocatura, al solo fine di captare, da parte delle associazioni dei padri separati,  l’attenzione dei media e il consenso dei cittadini su proposte di modifica dell’affidamento condiviso che invece negano i diritti e le esigenze dei figli.

 9 maggio 2011

http://www.aiaf-avvocati.it/25850/

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Di Loredana Morandi (del 06/06/2011 @ 15:48:37, in Magistratura, linkato 1856 volte)
Quaranta presidente Consulta,
"referendum non si può stoppare"



 Il primo test politico per il neo-eletto è il 6 luglio sul caso Ruby.
Stop a presidenze brevi nella Corte costituzionale

Roma, 6 giu. (TMNews) - Dieci sì e tre schede bianche: così Alfonso Quaranta, napoletano, magistrato del Consiglio di Stato e giudice costituzionale dal gennaio 2004, è diventato presidente della Corte costituzionale al secondo tentativo, dopo la sconfitta per otto voti a sette incassata a dicembre 2010 da Ugo De Siervo. Quaranta, considerato gradito al centrodestra, in passato è stato chiacchierato per la vicinanza temporale fra la promozione di suo figlio ai vertici dell'Enac (nominato dal ministro Altero Matteoli) e il pronunciamento della Consulta sul conflitto fra la Camera e i magistrati di Livorno per un'inchiesta penale a carico dello stesso Matteoli.

Il voto piuttosto largo per Quaranta va oltre una possibile maggioranza politica: a favore di Quaranta ha giocato stavolta il problema delle presidenze brevi assegnate al giudice più anziano (in questo caso Paolo Maddalena, in scadenza di mandato già a luglio e quindi riconfermato vicepresidente, oppure Alfio Finocchiaro, che termina a dicembre, nominato oggi secondo vicepresidente): "Sarebbe stata una anomalia avere quattro presidenze in anno", ha spiegato il nuovo presidente, "ma il criterio dell'anzianità resta un valore da non abbandonare". Il mandato di Quaranta garantisce continuità fino al gennaio 2013.

La sua elezione, come ha commentato il neopresidente denunciando "inopportune interferenze esterne" sul voto, dovrebbe fare "giustizia di ogni illazione su una presunta politicizzazione della Corte". E tuttavia è sembrato un segnale politico di smarcamento dal centrodestra la risposta che il neoeletto presidente ha dato a un cronista che gli ha chiesto se ritenga nei poteri della Corte bloccare il nuovo quesito referendario sul nucleare imposto dalla Cassazione: "Personalmente ritengo di no", ha azzardato, precisando che la decisione (fra domani e dopodomani) la prenderà la camera di consiglio dopo aver ascoltato le parti.

Ma arriverà il 6 luglio il primo vero test politico sui nuovi equilibri della Corte: in quella data la Consulta dovrà decidere se ammettere il conflitto d'attribuzione sollevato dalla Camera contro i magistrati milanesi per il caso Ruby. E il collegio potrebbe essere ancora incompleto: oltre ai perduranti problemi di salute di Maria Rita Saulle, potrebbe mancare il quindicesimo giudice se il Parlamento, al quale oggi Quaranta si è appellato perché decida in fretta, non eleggerà nemmeno il 23 giugno il sostituto di De Siervo.

TM News Bar-Cla
http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20110606_151856.shtml

Leggi il profilo

Il profilo del nuovo presidente

06 giugno, 12:06

Settantacinque anni, napoletano, Alfonso Quaranta è stato scelto come giudice costituzionale dal Consiglio di Stato nel dicembre del 2003 e lascerà la Corte il 27 gennaio del 2013.

Il neo eletto presidente della Consulta ha alle spalle una lunga carriera nella giustizia amministrativa e diversi incarichi di collaborazione governativa, specialmente negli esecutivi della Prima Repubblica (tra il 1970 e il 1993 è stato più volte capo dell'ufficio legislativo e capo di gabinetto dell'ex ministro dc Remo Gaspari). Dopo essersi laureto in giurisprudenza, all'Università di Napoli, nel 1958, ha vinto il concorso per procuratore dello Stato presso l'Avvocatura generale dello Stato, nel 1960, e poi é entrato nella magistratura ordinaria, presso le preture di Roma e di Perugia, dal 1961 al 1965.

Divenuto referendario del Consiglio di Stato nel 1966, ha proseguito la sua attività nella giustizia amministrativa: nella qualifica di presidente di sezione del Consiglio di Stato è stato presidente della II sezione del Tar Lazio nel 1981, presidente aggiunto del Consiglio di Giustizia amministrativa per la Regione Siciliana dal 1990 al 1995 e successivamente al Consiglio di Stato, nel tempo, presidente titolare della III Sezione consultiva, della II Sezione consultiva e della Sezione consultiva per gli atti normativi. Fino al 27 gennaio 2004 ha presieduto la V sezione giurisdizionale di Palazzo Spada.

E ancora: dal 1977 al 1981 ha ricoperto l'incarico di Segretario generale del Consiglio di Stato; dal 1982 al 2004 è stato componente della Commissione tributaria centrale. Ha ricoperto anche l'incarico presidente della Consulta giuridica delle Poste italiane e componente del Comitato etico dell'Autorità garante delle telecomunicazioni. Professore a contratto per quattro anni di diritto amministrativo presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università 'La Sapienza' di Roma, per molti anni è stato anche docente incaricato di Diritto amministrativo presso la Scuola superiore della Pubblica amministrazione e ha insegnato all'Accademia della Guardia di finanza e alla Scuola di Polizia tributaria. Tre le varie onorificenze di cui è stato insignito, il suo curriculum elenca quelle di Cavaliere di Gran Croce, Grande Ufficiale dell'Ordine dei Cavalieri di Malta, medaglia d'oro per i Benemeriti della Sanità Pubblica.

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