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Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 28/01/2005 @ 20:58:12, in Magistratura, linkato 1750 volte)

Associazione Nazionale Magistrati

GIORNATA DELLA MEMORIA

Nella giornata della memoria l’Associazione Nazionale Magistrati si unisce al monito “Ricordare affinché l’orrore non si possa ripetere”. Noi dobbiamo ricordare il Tribunale della Razza istituito con la legge 13 luglio 1939 n. 1024, in cui accettarono di prestare servizio magistrati: una pagina di disonore per la magistratura resa possibile dalla crisi del principio dell’indipendenza della magistratura.
 
Roma, 27 gennaio 2005

Edmondo Bruti Liberati 
Presidente Associazione Nazionale Magistrati

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Di Loredana Morandi (del 28/01/2005 @ 10:35:41, in Sindacato, linkato 1415 volte)

“La Sezione lavoro del Tribunale di Roma ha respinto l’opposizione della società “La 7 televisioni SpA” alla sentenza con la quale lo stesso Tribunale aveva condannato l’emittente  per comportamento antisindacale, ex articolo 28 dello Statuto dei lavoratori, promosso dall’associazione Stampa Romana, con l’intervento della Fnsi. Per la seconda volta, quindi, il giudice ha affermato che l’astensione dei giornalisti televisivi dalle prestazioni in audio e in video è legittima. La vicenda fa riferimento al ricorso avanzato dal Sindacato contro la decisione de La 7, lo scorso anno, di considerare lo sciopero audio-video dei giornalisti come un’astensione totale e quindi di rifiutare il lavoro, e la corrispondente retribuzione giornaliera, alle colleghe e ai colleghi impegnati in una dura vertenza sindacale.
La Fnsi e l’Associazione Stampa Romana sottolineano la fondatezza della posizione del Sindacato dei giornalisti a tutela della legittimità di tutte le forme di lotta nel mondo dell’informazione. Il Sindacato sollecita infine La 7 a percorrere la strada di un sereno confronto, a cominciare dalla vicenda non ancora risolta dell’avvio delle trasmissioni del calcio sul digitale terrestre”.

FNSI prot. 16/C del 27 gennaio 2005

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Di Loredana Morandi (del 28/01/2005 @ 10:25:16, in Sindacato, linkato 1621 volte)

Comitato per la libertà e il diritto all’informazione, segreteria FNSI: testo del ricorso alla Corte dei Conti per la richiesta di accertamento e condanna sul danno erariale subito nel caso Michele Santoro contro Rai.

Alla Procura regionale della
Corte dei Conti
Via Baiamonti 25
00195 Roma
 
Vicenda Santoro RAI- Radio televisione Italiana: richiesta di accertamento e condanna per danno erariale
 
INTESACONSUMATORI riunente le associazioni di consumatori di rilevanza nazionale ex art. 5 L.281/98 ADOC, ADUSBEF, CODACONS e FEDERCONSUMATORI in persona del dott. Elio Lannutti Presidente e legale rappresentante p.t. di ADUSBEF - Associazione di utenti bancari, finanziari assicurativi e postali espone e denuncia quanto segue.
 
PREMESSO CHE
 
1. Il on.le.dott. Michele Santoro, giornalista professionista, ha un contratto con la RAI – Radiotelevisione italiana per la realizzazione e la conduzione di programmi televisivi di approfondimento di informazione di attualità di prima serata, di programmi di reportage di seconda serata, in particolare "Sciuscià Edizione Straordinaria" e "Sciuscià";
2. Che l’on.le dott. Santoro è stato sollevato dai suoi incarichi per disposto del Direttore generale della RAI p.t. dott. Agostino Saccà di concerto con l’attuale C.D.A. RAI e “congelato” nelle sue funzioni;
3. che la rimozione forzosa è stata mantenuta ed avallata all’attuale D.G. RAI dott. Flavio Cattaneo
4. che tale condotta non è stata riservata neppure a chi lo ha sostituito pur avendo realizzato prodotti editoriali di gran lunga inferiori quanto meno in termini di ascolti televisivi,
5. che conseguentemente sono stati arrecati gravi anni in termini di mancati introiti pubblicitari in capo all’azienda di Stato;
6. che tale allontanamento del resto non derivava da inadempimenti e/o insuccessi televisivi dell’anchorman ma è stata conseguenza di meri adempimenti dei vertici RAI ai desiderata pubblici del Presidente del Consiglio dei Ministri nonché proprietario del dell’altro polo televisivo (ex) concorrente MEDIASET, on.le Silvio Berlusconi, che ha chiesto ed ottenuto l’allontanamento di altri beniamini del pubblico televisivo - stimati ed apprezzati professionisti come Enzo Biagi e Daniele Luttazzi – nonché la censura preventiva nei confronti di altri personaggi autori di trasmissioni di successo (Dario Fò) per mere ragioni di “incompatibilità” politica;
7. che la condotta patita dall’On.le dott.Michele Santoro è stata dichiarata manifestamente illecita ieri 26 gennaio 2005 con la sentenza del Tribunale di Roma, sezione IV Lavoro, Giudice Stefania Billi, che ha riconosciuto il diritto del Santoro di essere adibito all’attività lavorativa come realizzatore e conduttore di programmi televisivi come in epigrafe condannando l’azienda al risarcimento danni per una somma complessiva di circa 1,5 milioni di euro, e dichiarando altresì illegittime le sanzioni disciplinari impartite ed obbligando la RAI all’assolvimento degli obblighi di pubblicazione della sentenza e al pagamento delle spese legali,
 
TUTTO CIO’ PREMESSO E CONSIDERATO
 
Si chiede a codesta Ecc.ma Corte di accertare le responsabilità contabili in capo ai vertici RAI relativi:
1.1.    ai danni in termini di mancati introiti pubblicitari conseguenti alla sostituzione del Santoro e delle sue collaudatissime trasmissioni, fonte di grande ascolto (e, come detto, di grossi introiti) con altre manifestamente orientate politicamente (e quindi in sintonia col padrone del vapore) che si sono rivelate subito un flop,e nonostante ciò mantenute in palinsesto per intere stagioni televisive cagionando il danno di cui sopra non giustificato con il contratto “efficace”con uno dei migliori conduttori sul mercato, e con il mantenimento ancora in corso della conventio ad escludendum in capo al Santoro e ai personaggi di cui sopra;
 
2.2.    ai danni di immagine per la RAI – Radiotelevisione italiana e di perdita di ascolti in assoluto sofferti dall’Azienda di stato rispetto alle stagioni televisive precedenti quando erano presenti oltre ai Santoro anche i Biagi e i Luttazzi
 
Si allega copia della sentenza del Tribunale di Roma
 
Con osservanza
Roma, 27 gennaio 2005
 
Per INTESACONSUMATORI
Elio Lannutti - Presidente ADUSBEF

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Di Loredana Morandi (del 28/01/2005 @ 10:13:21, in Magistratura, linkato 2290 volte)

Ass. Italiana Magistrati Minorenni e Famiglia
Sezione di Bari


 
Camera Minorile di Bari
 
I RAGAZZI DELLA MAFIA
CONVEGNO NAZIONALE

BARI
Sala convegni della Camera di Commercio
28-29 gennaio 2005

PROGRAMMA

28 gennaio 2005
 
Ore 9.30 Presentazione
Concetta Potito - Segretario Associazione Italiana Magistrati Minorenni e della Famiglia, Sezione di Bari; Adriana Cimmino - Presidente Camera Minorile Bari
 
Ore 10.00 Saluti delle Autorità
Antonio Laforgia - Presidente Camera di Commercio di Bari
Michele Emiliano - Sindaco di Bari
Vincenzo Divella - Presidente della Provincia di Bari
Raffaele Fitto - Presidente della Regione Puglia
Mario de Cristofaro - Presidente Consiglio Regionale Puglia
Francesca Perrini - Direttore Centro Giustizia Minorile, Bari
Andrea Pisani Massamormile - Presidente Banca CARIME
Michelina Grillo - Presidente Organismo Unitario Avvocatura
Francesca La Malfa - Presidente Giunta Distrettuale A.N.M., Bari
 
Ore 11.00 Relazioni introduttive
Pasquale Andria - Presidente Associazione Magistrati Minorenni e della Famiglia
Il ruolo della giustizia penale minorile nella rieducazione dei minori di mafia
Fabrizia Bagnati - Presidente Unione Camere Minorili
I diritti dei minori fra repressione e rieducazione
 
Ore 13.30 Intervallo
 
Ore 15.00 Prima sessione tematica: analisi della realtà
Presiede: Fabrizia Bagnati
Maurizio Fiasco - Sociologo
La devianza minorile nel tessuto sociale delle quattro regioni a rischio
Francesco Paolo Occhiogrosso - Presidente Tribunale per i Minorenni Bari
Interventi a protezione del minore e famiglia mafiosa
Desireè Di Geronimo - Magistrato D.D.A., Bari
I minori nelle nuove organizzazioni criminali

Ore 17.00 Interventi
Anna Montefalcone - Coordinatrice Reg.le Consulta Infanzia e Adolescenza "Gianni Rodari"
Gli enti locali nelle politiche di recupero della devianza minorile
Franco Chiarello - Docente Universitario
Struttura urbana e devianza minorile
Nisio Palmieri - Presidente Fondazione Cesar
Il volontariato nel contrasto alla criminalità organizzata, con speciale riferimento al coinvolgimento dei minori
Tina Abbondanza - Psichiatra Associazione "G.i.r.a.f.f.a."
Le esperienze delle associazioni nei rapporti con i servizi pubblici
Licia Positò - Dirigente scol. - Ufficio Scolastico Regionale
I ragazzi di mafia nella scuola
Mariella Rossiello - Insegnante
L'educazione alla legalità nella scuola
Nicola Petruzzelli - Direttore I.P.M. Fornelli, Bari
L'impatto del minore con le strutture carcerarie
Maria Luisa Ciaravolo - Direttore U.S.S.M./Ministero Giustizia, Bari
Il ruolo dell'Ufficio del Servizio Sociale Minorile
Anna De Vanna - Psicologa
Mediazione e devianze giovanili
Giuseppe Caldarola - Parlamentare
La testimonianza di un uomo politico
 
29 gennaio 2005

Ore 9.30 Seconda sessione tematica: proposte
Presiede: Saverio Abbruzzese - Psicologo
Alessandro Leogrande - Giornalista
I minori di mafia nella realtà pugliese
Anna Rossiello - Avvocato
I figli dei collaboratori della giustizia
don Luigi Ciotti - Presidente Gruppo Abele
Devianza mafiosa minorile: repressione e prevenzione
 
Ore 10.30 Tavola rotonda
Moderatore: Sandro Ruotolo - ViceDirettore TG3
Erminia Mazzoni - Parlamentare; Anna Serafini - Presidente Naz.le Consulta Infanzia e Adolescenza "Gianni Rodari"; Salvatore Mazzaracchio - Assessore Regione Puglia; Nicola Occhiofino - Assessore Provincia Bari; Susy Mazzei - Assessore Comune Bari
 
Ore 12.30 Conclusione
Luigi Pannarale - Docente Universitario
Riflessioni conclusive
 
Si ringraziano
Presidente Camera di Commercio Bari, Presidente Regione Puglia, Presidente Consiglio Regionale Puglia, Presidente Provincia Bari, Sindaco Comune Bari, Dipartimento Giustizia Minorile - CGM Bari, Presidente Carime, Cooperativa Estense Modena, Fondazione Cesar, Casa Editrice Sapere 2000 ed. multimediali

Segreteria Organizzativa Convegno
Katia di Cagno - edizioni multimediali

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Magistratura  Democratica
Il segretario nazionale


 
SULLA PROROGA DEL PROCURATORE  NAZIONALE  ANTIMAFIA
 
La decisione delle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio della Camera dei deputati di prorogare fino al 31 dicembre 2005 il mandato scaduto a Pierluigi Vigna come Procuratore nazionale Antimafia è una inaccettabile espropriazione delle competenze affidate dalla Costituzione al C.S.M. cui spettano in via esclusiva assegnazioni e trasferimenti.
Ciò appare tanto più grave alla luce delle dichiarazioni rese dal Presidente della Commissione Giustizia del Senato secondo cui “gli sforzi…sono finalizzati soprattutto ad evitare che il sostituto di Vigna diventi Caselli”
In questo modo, sia pure in modo surrettizio ( attraverso la conferma del dott. Vigna e la determinazione attraverso la legge della data di vacanza del posto) si affida di fatto al Governo e alla maggioranza parlamentare  la nomina di uno dei più importanti incarichi direttivi italiani.
La divisione dei poteri viene calpestata e si introduce nel sistema un precedente gravissimo che viola i  principi fondamentali del sistema.
Chiediamo a chi ha a cuore le sorti dello Stato di diritto (e tra questi al dr. Vigna) atti coerenti, idonei ad evitare che questo ulteriore strappo costituzionale sia portato a compimento.

Milano, 27 gennaio 2005
Claudio Castelli

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Di Loredana Morandi (del 27/01/2005 @ 11:19:22, in Magistratura, linkato 1360 volte)

UNITA’ PER LA COSTITUZIONE

IL SENSO DI UNA SENTENZA

Ancora una volta una sentenza emessa da un giudice nel pieno rispetto delle regole processuali è stata oggetto di aggressioni e strumentalizzazioni non accettabili.

La decisione del GIP di Milano in tema di terrorismo internazionale è una di quelle sentenze che potremmo definire ad “effetto politico” perché destinata ad assumere una particolare valenza sociale nella comunità attesa la gravità del fenomeno e la legittima diffusa preoccupazione dei cittadini sul tema della sicurezza transnazionale.
Non è certamente – ed in tale distinzione risiede la legittimità della giurisdizione- una sentenza “politica” cioè orientata da finalità politiche che esulano dall’interpretazione e dall’applicazione della legge. La particolare difficoltà di tradurre una fattispecie astratta non definita – e priva di decisioni precedenti consolidate- a singoli fatti storici accertati costituisce un profilo che accentua la difficoltà del lavoro del giudice ma che non può consentire strumentalizzazioni di sorta.

Le sentenze possono essere impugnate dalle parti e criticate dagli osservatori che non devono tuttavia –come ancora una volta è accaduto- aggredire il giudice per una decisione non conforme alle aspettative di una tesi soprattutto con frasi o richieste che esulano dalla cultura istituzionale dello Stato di diritto.

Milano 25 gennaio 2005

Il Segretario Generale
Fabio Roia
       

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Di Loredana Morandi (del 27/01/2005 @ 11:05:14, in Magistratura, linkato 1310 volte)

Associazione Nazionale Magistrati

Le proposte dell’A.N.M. dopo il messaggio del Presidente Ciampi sull’ordinamento giudiziario

In occasione della ripresa dell’esame parlamentare al Senato del ddl sulla riforma dell’ordinamento giudiziario a seguito del messaggio di rinvio del Presidente della Repubblica l’Associazione Nazionale Magistrati ha predisposto un articolato documento che si allega.

L’ANM auspica che la riforma sia riesaminata alla luce della lettera e dello spirito delle disposizioni del titolo IV della Costituzione.

La risoluzione approvata dal Senato limita il riesame del ddl 1296-B/bis “ai soli profili corrispondenti ai quattro rilievi contenuti nel Messaggio del presidente della Repubblica, nonché agli ulteriori profili che risultino per ragioni di coordinamento connessi con i precedenti”.

Peraltro questo ampliamento del riesame ai “profili connessi” proposto dalla stessa maggioranza dovrebbe consentire di prendere in considerazione anche le questioni di irrazionalità e di impraticabilità già sottolineate dall’Anm nel documento presentato al Ministro il 30 settembre 2004.

Roma, 26 gennaio 2005
La Giunta Esecutiva Centrale

LEGGI IL DOCUMENTO

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Di Loredana Morandi (del 26/01/2005 @ 10:29:33, in Magistratura, linkato 2446 volte)

Tribunale di Milano
Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari

N. 28491/04 R.G. N.R.
N. 5774/04 R.G. G.I.P.

************************************

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice dr. Clementina Forleo, all'esito del giudizio abbreviato celebrato nel procedimento penale a  margine indicato, nei confronti di:

*DRISSI Noureddine, nato in Marocco il 29.3.1965
presente all'udienza
detenuto presso la Casa Circondariale "San Vittore" di Milano
difeso di fiducia dall'Avv. Giuseppe DE CARLO, viale Brianza, 32 Milano

*HAMRAOUI Kamel Ben Mouldi, nati a Beja (Tunisia) il 21.10.1977
presente all'udienza
detenuto presso la Casa Circondariale "San Vittore" di Milano
difeso di fiducia dall'Avv. Ilaria CREMA, via Bulloni, 12 del foro di Brescia

IMPUTATI

1) del delitto p. e p. dall'art. 270 bis c.p., in quanto si associavano tra loro e con altre persone, tra cui Mohammed Tahir Hammid (già oggetto di sentenza definitiva di applicazione della pena ex art. 444  c.p.p.), Trabelsi Mourad (imputato in separato procedimento pendente  davanti all'A.G. di Brescia), El Ayashi Radi Abd El Samie Abou El Yazid, Ciise Maxamed Cabdullah, Mohamed Amin Mostafà, Abderrazak Mahjoub,  Muhamed Majid alias Mullah Fouad, Housni Jamal alias Jamal Al Maghrebi  (per i  quali si procede separatamente davanti alla Corte d'Assise di Milano) Daki Mohammed, Toumi Ali Ben Sassi e Bouyahia Maher Ben Abdelaziz (per i quali si procede separatamente essendo gli stessi già giudicati in data odierna con il rito abbreviato) allo scopo di compiere atti di violenza con finalità di terrorismo internazionale, in Italia ed all'estero, all'interno di un'organizzazione sovra-nazionale, localmente denominata con varie sigle (tra cui "Ansar Al Islam"), comunque operante sulla base di un complessivo programma criminoso, condiviso con similari organizzazioni attive in Europa, Nord Africa, Asia e Medio Oriente, contemplante:

° preparazione ed esecuzione di azioni terroristiche da attuarsi contro governi, forze militari, istituzioni, organizzazioni internazionali, cittadini civili ed altri obiettivi - ovunque collocati ­riconducibili agli Stati, occidentali e non, ritenuti "infedeli" e nemici; il tutto nel quadro di un progetto di "Jihad", intesa, secondo l'interpretazione della religione musulmana propria dell'associazione, nel senso di strategia violenta per l'affermazione dei principi "puri" di tale religione;

° il favoreggiamento della immigrazione illegale in Italia e verso altri Stati dei militanti;

° il procacciamento di documenti falsi di identità per i componenti dell'organizzazione;

° il reclutamento di una pluralità di persone da inserire nell'associazione ed eventualmente inviare in campi di addestramento ubicati principalmente in Iraq;

° l'invio dei militanti nelle "zone di guerra" a sostegno delle attività terroristiche ivi progettate ed eseguite contro il "nemico
infedele";

° la raccolta dei finanziamenti necessari per il raggiungimento degli scopi della organizzazione;

° il proselitismo effettuato (anche nei luoghi di culto e di riunione siti in Milano, come la moschea di Via Quaranta ed un appartamento di Via Cilea n. 40) attraverso videocassette, audio-cassette, documenti propagandistici e sermoni incitanti al terrorismo ed al sacrificio personale in azioni suicide destinate a colpire il nemico "infedele";

° la predisposizione, comunque, di tutti mezzi necessari per l'attuazione del programma criminoso dell'associazione e per il sostegno ai "fratelli" ovunque operanti secondo il descritto programma.
In particolare, operando nella associazione:

- Muhammad Majid (alias Mullah Fouad), Abderrazak Madjoub, Ciise Maxamed Cabdullaah ed El Ayashi Radi Abd El Samie Abou El Yazid, con funzioni direttive ed organizzative (art. 270 bis, c. I c.p.) nell'ambito della cellula operante in Milano ed in altre zone del territorio italiano (Muhammad Majid e Ciise Maxamed Cabdullaah, in particolare, nel periodo della propria permanenza in Italia), nonché il Ciise Maxamed Cabdullaah anche a livello internazionale; condotta consistita per i primi tre anche nel fungere da raccordo tra i vertici dell'organizzazione transnazionale e l'attività dei membri della cellula italiana; per il quarto anche nel coordinare l'attività dei membri della cellula locale; per tutti nel coordinare l'approvvigionamento di documenti falsi;

- Hamraoui Kamel Ben Mouldi e Drissi Noureddine, con funzioni organizzative (art. 270 bis, c. I c.p.) consistite nel coordinare l'attività dell'associazione in varie località del Nord Italia (tra cui, oltre Milano, anche Cremona e Parma) anche allo scopo di eludere le indagini delle competenti autorità concentratesi principalmente sull'attività svolta nella città di Milano, sede principale della cellula italiana;

- Mohamed Amin Mostafa, quale semplice partecipe (art. 270 bis, c.II c.p.), con condotta consistita nell'assicurare il necessario supporto per l'invio definitivo, in vista dei fini sopra indicati, di persone, documenti e denaro nel Kurdistan iracheno (in alcuni casi attraverso la Siria);

- Daki Mohammed, quale semplice partecipe (art. 270 bis, c. II c.p.), con condotta consistita nel dare ospitalità e nell'assicurare approvvigionamento di documenti falsi a membri dell'associazione (tra cui lo stesso Ciise Maxamed Cabdullaah);

- Bouyahia Maher Ben Abdelaziz, quale semplice partecipe (art. 270 bis, c. II c.pp), fungendo da raccordo in territorio turco (segnatamente nella città di Instanbul) tra i capi dell'organizzazione transnazionale e l'attività dei membri della cellula italiana;

- Housni Jamal, quale semplice partecipe (art. 270 bis, c. II c.p.), svolgendo la propria attività, secondo le direttive impartitegli da El Ayashi Radi Abd El Samie Abou El Yazid, sia in territorio italiano che in territorio estero (recandosi, ad es., in Turchia presso il gruppo di Bouyahia Maher Ben Abdelaziz per recapitare loro materiale vario su ordine di El Ayashi);

- Toumi Ali, quale semplice partecipe (art. 270 bis, c. II c.p.), provvedendo principalmente al reperimento di documenti falsi e di altro materiale logistico (computer, telefoni, etc.) necessari allo svolgimento dell'attività associativa.

Associazione avente il suo principale centro operativo italiano in Milano, tuttora operante anche in altre località nel territorio italiano (oltre che all'estero) a partire almeno dal luglio 2001; (condotta degli imputati colpiti da provvedimento restrittivo esaurita all'atto della esecuzione del medesimo, se intervenuta).

2) del delitto p. e p. dagli artt. 110, 81 cpv. c.p. e 12 commi 1 ° e 3° D.L.vo 286/1998 (ora modificato dalla L. 189/2002), in quanto, in concorso tra loro e con altre persone, tra cui Mohammed Tahir Hammid (già oggetto di sentenza definitiva di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p.), Trabelsi Mourad (imputato in separato procedimento davanti all'A.G. di Brescia), El Ayashi Radi Abd El Samie Abou El Yazid, Mohamed Amin Mostafà, Abderrazak Mahjoub,  Muhamed Majid alias Mullah Fouad, Housni Jamal alias Jamal Al Maghrebi (per i quali si procede separatamente davanti alla Corte d'Assise di Milano) Toumi Ali Ben Sassi e Bouyahia Maher Ben Abdelaziz (per i quali si procede separatamente essendo gli stessi già giudicati in data odierna con il rito abbreviato), compivano, in violazione delle disposizioni di legge regolanti la materia, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, atti diretti a procurare l'ingresso illegale di una pluralità di persone nel territorio dello Stato, ovvero atti diretti a procurare l'ingresso illegale in altri Stati del quale le suddette persone non erano cittadine o non avevano titolo di residenza permanente, con le condotte già descritte nei capi precedenti. In particolare, provvedevano anche a procurare documenti falsi a persone che arrivavano in Italia anche allo scopo di transitare, successivamente, in altri Stati (prevalentemente presso campi di addestramento in Iraq). Fatto aggravato dall'essere stato commesso da più di tre persone in concorso tra loro. Con l'ulteriore aggravante di cui all'art. 1 L. 6.2.80 n. 15, avendo commesso i reati per finalità di terrorismo.

Reati accertati o commessi in Milano ed in altre località nel territorio italiano dal luglio 2001 al novembre 2003 (condotta degli imputati colpiti da provvedimento restrittivo esaurita all'atto della esecuzione del medesimo, se intervenuta).

************************************

Conclusioni delle parti:

Il P.M. ha chiesto rigettarsi l'eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla difesa. Nel merito ha chiesto la condanna degli imputati alla pena di anni nove e mesi quattro di reclusione e di euro 16.000,00 di multa, previa derubricazione del ruolo rivestito dai predetti nel reato di cui al capo a) in quello di partecipe.

La difesa ha preliminarmente eccepito l'incompetenza territoriale di questa A.G. essendosi il fatto commesso in Cremona, con conseguente competenza dell'A.G. di Brescia ex art.51/3 bis c.p.
Nel merito, la difesa di DRISSI ha chiesto sentenza di assoluzione perchè il fatto non costituisce reato o perchè l'imputato non lo ha commesso; in subordine ha chiesto la concessione delle circostanze attenuanti generiche; la difesa dell'HAMRAOUI ha chiesto sentenza di assoluzione perchè il fatto non sussiste o perchè l'imputato non lo ha commesso.

************************************

ha pronunciato la seguente

SENTENZA
art.22/3 c.p.p.

ORDINANZA
art.299/3 u.p. c.p.p.

MOTIVI della DECISIONE

In data 29.3.2004, a seguito di richiesta di rinvio a giudizio formulata nei confronti di di Trabelsi Mourad in ordine ai medesimi reati di cui all'attuale imputazione, questo giudice emetteva sentenza di incompetenza per territorio in favore dell'A.G. di Brescia, ritenendo la stessa competente per l'intera "cellula" di cui all'imputazione all'epoca formulata.

Di seguito, in data 3.8.2004, perveniva richiesta di rinvio a giudizio concernente le posizioni degli altri imputati di cui all'attuale incriminazione (fatta eccezione per Mohammed Tahir Hammid per il quale era nel frattempo intervenuta sentenza ex art.444 c.p.p.), alcuni dei quali chiedevano procedersi con le forme del giudizio abbreviato.

Tra quest'ultimi, gli imputati Drissi Noureddine e Hamroaui Kamel Ben Mouldi, risultati nel corso delle indagini in stretto contatto con il Trabelsi.

I difensori dei due eccepivano preliminarmente l'incompetenza territoriale di questa A.G. in favore di quella bresciana, e questo giudice si riservava la decisione all'esito della discussione.

Alla luce della riformulazione dell'imputazione rispetto a quella elevata in ordine alla posizione del Trabelsi, nonchè soprattutto in base alle indagini successivamente compiute - ed in particolare agli interrogatori resi da taluni coimputati ed imputati in procedimenti connessi nonchè agli atti acquisiti nel giudizio abbreviato ex art.441/5 c.p.p. - va confermata la competenza di detta A.G. in ordine al c.d. gruppo cremonese, e dunque anche in ordine alle posizioni dei due attuali imputati Drissi e Hamraoui, ma va invece affermata la competenza di questa A.G. in ordine al c.d. gruppo milanese, ossia alle posizioni degli altri imputati.

Come infatti già evidenziato nel decreto di rinvio a giudizio emesso in data 29.9.2004 nei confronti degli imputati che non hanno optato per il rito speciale, dall'insieme degli atti processuali - peraltro di seguito integrati ex art.441/5 c.p.p. - emerge all'evidenza la pluralità di più "cellule" di matrice islamico-fondamentalista gravitanti in aree eversive operanti nel territorio nazionale e la sostanziale autonomia, anche nelle loro precipue finalità, delle stesse, e ciò pur in presenza di evidenti e necessari collegamenti tra le medesime ed altre, collaterali, stanziate all'estero. Sempre da detti atti emerge pure l'incentrarsi della "cellula" della quale facevano parte tutti gli altri imputati nel territorio milanese, in cui la stessa trovava appunto il suo epicentro logistico.

Tale valutazione prescinde evidentemente dallo stanziamento dei singoli membri nel territorio dello Stato e si impernia necessariamente sulla base operativa dei gruppi in questione.

Tanto si afferma in quanto sia i due curdi abitanti a Parma - Mohammed Tahir Hammid  e Mohamed Amin Mostafà - pur nei loro appurati contatti con il gruppo cremonese ed in particolare con il Trabelsi, sia Daki Mohamed, domiciliato a Reggio Emilia, risulta operassero in stretto contatto con i membri dell'organizzazione stanziati in Milano, ed in particolare con l'El Ayashi, con il Nasr Osama, oltre che con il Mullah Fouad (nel periodo in cui quest'ultimo era stanziato in Italia), loro referenti primari.

All'esito del giudizio abbreviato deve pertanto affermarsi la competenza dell'A.G. bresciana con riguardo alle posizioni degli imputati Drissi e Hamraoui, i quali peraltro risultano dagli stessi atti indagati presso tale A.G. in parallelo procedimento avente ad oggetto i medesimi titoli di reato, assorbenti le attuali incriminazioni.

************************************

Va nondimeno evidenziato come all'esito del giudizio abbreviato, conclusosi per gli altri imputati con sentenza assolutoria dal reato di cui all'art.270 bis c.p., sulla base degli elementi di prova allo stato ed in questa sede utilizzabili, non possano al riguardo ritenersi persistenti i gravi indizi in ordine a tale reato neppure per il c.d. gruppo cremonese, per la parte evidentemente concernente il presente procedimento come finora sviluppatosi.
Ciò si precisa ai soli effetti del regime cautelare in atto nei confronti dei due imputati in questione, non detenuti nell'ambito del
parallelo procedimento bresciano.

Sul punto va innanzitutto rilevato come gli atti di causa debbano essere sfrondati dagli atti affetti da inutilizzabilità patologica, ed innanzitutto dalle c.d. fonti d'intelligence, ossia dai numerosi dati provenienti da "acquisizioni informative" o "investigative" non meglio precisate, o da acquisizioni assunte in "contesti di collaborazione internazionale" o asseritamente provenienti da "segnalazioni da parte di organismi americani" o da "dati forniti dal BKA tedesco", anch'esse prive di qualsivoglia supporto genetico degno di rilievo processuale e non puntalmente riscontrate da atti processualmente rilevanti.

Lo stesso è a dirsi per gli atti compiuti all'estero e non assistiti dalle garanzie difensive che l'ordinamento interno pone ad imprescindibile fondamento dell'utilizzabilità di tali atti, ed in particolare alle audizioni di soggetti assunti come testimoni anzichè come indagati in procedimenti all'evidenza connessi e dunque senza le dovute garanzie difensive. Ci si riferisce soprattutto alle audizioni di ex combattenti ristretti in Iraq, assunte dall'autorità norvegese ed acquisite dai nostri inquirenti in sede di rogatoria.

Analoghi rilievi di inutilizzabilità processuale riguardano con altrettanta evidenza i dati provenienti dalle c.d. fonti aperte, ossia da informazioni giornalistiche o assunte per via telematica.

Tanto premesso, può dirsi con margini di ragionevole certezza ed al di là delle reticenti dichiarazioni di taluni imputati, che entrambe le "cellule" in questione avevano come precipuo scopo il finanziamento, e più in generale il sostegno, di strutture di addestramento paramilitare site in zone mediorientali, presumibilmente stanziate nel nord dell'Iraq.

A tal scopo, infatti, erano organizzati sia la raccolta e l'invio - attraverso canali ritenuti "sicuri" - di somme di denaro, sia l'arruolamento di volontari - tutti stranieri e tutti di matrice islamico-fondamentalista - da far giungere in dette zone evitando ogni possibile intoppo nelle loro trasferte, e dunque attraverso percorsi anch'essi ritenuti "sicuri" e con documenti spesso contraffatti.

L'attività delle "cellule" in questione, per quanto sempre risulta da detti atti, si colloca storicamente in concomitanza dell'attacco statunitense all'Iraq, avvenuto com'è noto nel marzo del 2003 ma notoriamente previsto come altamente probabile all'indomani del conflitto in Afghanistan, nel quale pure tali gruppi risultano essere stati attivi.

Numerose conversazioni intercettate fanno peraltro riferimento a tale accadimento ed alla necessità di arginare il più possibile i prevedibili nefasti effetti, aiutando "i fratelli" presenti nelle zone del conflitto, sia economicamente sia, appunto, rinforzando i contingenti armati attraverso l'invio di combattenti.

Non risulta invece provato, nonostante gli encomiabili sforzi investigativi compiuti, che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare in detti o in altri prevedibili contesti bellici e dunque incasellabili nell'ambito delle attività di tipo terroristico di cui all'art.270 bis c.p. come novellato all'indomani dei noti e tragici fatti dell'11.9.2001.

La nozione di terrorismo, com'è  noto, diverge da quella di eversione e come questa non è definita in via normativa, dovendosi dunque ricavare in via ermeneutica, sia sulla base del contenuto delle convenzioni internazionali sul punto, sia, soprattutto, riflettendo sulla "ratio" e sulla genesi della norma penale in questione.

Emblematico sotto il primo profilo appare il tenore della Convenzione Globale dell'O.N.U. sul Terrorismo, progettata nel 1999, che all'art.18/2 prevede un'esimente in ordine alle sanzioni in essa previste, in forza della quale le stesse non riguardano le forze armate ed i gruppi armati o movimenti diversi dalla forze armate di uno Stato nella misura in cui si attengano alle norme del diritto internazionale umanitario.

Proprio da tale normativa, ed in particolare da detta esimente, si ricava che le attività violente o di guerriglia poste in essere nell'ambito di contesti bellici, anche se poste in essere da parte di forze armate diverse da quelle istituzionali, non possono essere perseguite neppure sul piano del diritto internazionale, a meno che - ed ecco che in tal caso l'esimente in questione non opera - non venga violato il diritto internazionale umanitario.

Da tale ultimo limite può ricavarsi dunque che le attività di tipo terroristico rilevanti e dunque perseguibili sul piano del diritto internazionale siano quelle dirette a seminare terrore indiscriminato verso la popolazione civile in nome di un credo ideologico e/o religioso, ponendosi dunque come delitti contro l'umanità.

A confortare tale impostazione interviene la "ratio" della norma di cui all'art.270 bis c.p., com'è noto novellata a seguito dei noti e tragici fatti dell'11.9.2001.

La modifica, che ha appunto esteso il rilievo penale dei fatti in tale norma già previsti anche ai casi in cui gli stessi fossero posti ai danni di uno Stato estero, voluta d'emergenza all'indomani di tali fatti parallalemente ad analoghi interventi legislativi posti in essere in altri paesi, ha evidentemente perseguito la finalità di creare una sorta di diritto penale sovranazionale con il quale tutelare i singoli Stati da attentati terroristici di ampio spettro, speculari di strategie politiche autonome e risolutive.

L'estendere tale tutela penale anche agli atti di guerriglia, per quanto violenti, posti in essere nell'ambito di conflitti bellici in atto in altri Stati ed a prescindere dall'obiettivo preso di mira, porterebbe inevitabilmente ad un'ingiustificata presa di posizione per una delle forze in campo, essendo peraltro notorio che nel conflitto bellico in questione, come in tutti i conflitti dell'era contemporanea, strumenti di altissima potenzialità offensiva sono stati innescati da tutte le forze in campo.

Tanto premesso, va rilevato come in punto di fatto non può ritenersi provato, neppure in termini di gravità indiziaria, che le due "cellule" in questione, pur gravitando in aree notoriamente contrassegnate da propensioni al terrorismo, avessero obiettivi trascendenti quelli di guerriglia come sopra delineati.

Al riguardo non può dirsi sufficiente a fondare l'ipotizzata responsabilità penale, la comune appartenenza a realtà eversive ed a strutture, quale quella denominata "Ansar Al Islam" - peraltro bombardata e distrutta nel corso di tale conflitto - dalla composizione tutt'altro che omogenea ed anzi alquanto articolata e complessa.

Sotto tale ultimo profilo va evidenziato come la variegata gamma di posizioni, tutte di matrice islamico-fondamentalista, confluenti nella menzionata struttura "Ansar Al Islam" sia stata delineata dal coimputato "collaboratore" Mohammed Tahir Hammid, il quale, pur nella evidente prospettiva di un trattamento sanzionatorio alquanto mite poi ottenuto ex art.444 c.p.p., ha infatti spiegato che tale formazione era alquanto eterogenea, facendo ad essa capo vari modi di intendere l'opposizione ai regimi "nemici", pur nella comune e dunque omogenea matrice islamico-fondamentalista dei vari sostenitori e simpatizzanti.
       
Le ultime dichiarazioni del predetto parlano al riguardo chiaro. Il Mohammed Tahir ha infatti riferito genericamente di "aver sentito dire" che "Ansar Al Islam" era "in contatto con Al Qaeda" e che aveva in progetto anche di utilizzare "kamikaze" per azioni di guerriglia all'interno dei confini iracheni, senza fornire alcun elemento di diretta cognizione al riguardo, e anzi significativamente aggiungendo che la svolta verso dette forme di violenza era oggetto di discussione tra i componenti dell'organizzazione, affermando altresì di essere un islamista moderato e di non condividere la deriva violenta di detta formazione. Ha inoltre aggiunto che alcuni dei suoi coimputati, quali l'El Ayashi, "si stavano avvicinando a detta organizzazione", così confermando dunque che gli stessi non vi erano organicamente inseriti.

Sempre in ordine all'organizzazione "Ansar Al Islam", va poi evidenziato il tenore della documentazione sequestrata al suo vertice Mullah Krekar, arrestato in Olanda e poi scarcerato ed espluso in Norvegia.

In uno di tali atti, concernente l'ideologia del gruppo e la sua matrice islamico-fondamentalista, si parla infatti di addestramenti militari al fine di affrontare "combattimenti sul fronte", nonchè di "tunnel e cave" costruti per difendersi dai "raid aerei soprattutto dopo gli ultimi bombardamenti sopra Tora Bora nel caso ci fossero degli attacchi dell' alleanza americana britannica".  Il documento in questione si conclude con una chiosa per così dire "profetica". Si legge infatti: "Scrivo queste righe prima dell'attacco americano in Iraq e probabilmente anche noi verremo colpiti anche se stiamo prendendo delle misure protettive per le nostre trecento famiglie, alcuni si nascondono in Iran, ma anche lì hanno la vita dura e difficile... perchè si presume che gli americani attaccheranno le città di Halja e Siruane che sono strategiche, e se queste città verranno liberate potremmo iniziare l'era dell'Emirato Islamico che opererebbe in associazione con l'organizzazione delle Nazioni Unite. E infine chiedo a Dio di darci la forza e la vittoria. Il vostro fratello Abu Sayed Kutub Fateh Krekar.

Sia da tali elementi, sia dalle riportate dichiarazioni di Mohammed Tahir può dunque ricavarsi che "Ansar Al Islam" era strutturata come una vera e propria organizzazione combattente islamica, munita di una propria milizia addestrata appunto alla guerriglia e finanziata anche da gruppi stanziati in Europa ed evidentemente gravitanti nell'area del fondamentalismo islamico, senza perciò avere obiettivi di natura terroristica, probabilmente e verosimilmente propri solo di alcuni di suoi membri.

E' da evidenziarsi peraltro come dal riportato manoscritto a firma del Mullah Krekar era stata dallo stesso prevista la possibilità di un' istituzionalizzazione, addirittura nell'ambito delle Nazioni Unite, dell'organizzazione in questione.

Sempre sulle appurate finalità delle due "cellule" in questione vanno anche menzionate le dichiarazioni rese dall'imputato El Ayashi in data 29.7.2004, laddove lo stesso ammette di aver inviato combattenti in medioriente nel 2003 "per ragioni di Jahad",  ossia "per opporsi agli invasori", in concomitanza appunto con l'attacco americano e per combattere con tro lo stesso, e ciò attraverso il canale siriano gestito dal coimputato Mullah Fouad.

In questo senso, a parere della scrivente, devono peraltro essere intese le più significative conversazioni intercettate. E' il caso del riferimento alla "grande bomba" che "sta arrivando" di cui alla conversazione telefonica intervenuta in data 11.3.2003 ore 11.40 tra l'attuale imputato Drissi e Trabelsi Mourad, evidentemente i due interlocutori riferendosi all'imminente attacco americano all'Iraq, com'è noto scoppiato proprio in quei giorni. Si pensi ancora alla "maledizione" di cui alla conversazione intervenuta in data 1.4.2003 tra l'El Ayashi e Ciise Mahamed all'interno della camera di sicurezza della locale Questura, e il chiaro riferimento alla ormai intervenuta guerra all'Iraq ed alla posizione al riguardo assunta dal governo italiano, con commenti all'evidenza tutt'altro che inequivocabilmente riferibili ad attività di tipo terroristico in concreto programmate. Altra conversazione emblematica in tal senso quella intervenuta in data 30.3.2003 ore 20.41, ossia ad attacco americano già avvenuto, tra il citato El Ayashi e l'attuale imputato Hamraoui, nel corso della quale quest'ultimo comunica che il Trabelsi, sentiti altri personaggi di spicco del gruppo, avrebbe deciso che "non hanno bisogno di uomini lì, hanno bisogno di uomini qui", precisando lo stesso che "metà degli uomini cercano finanziamenti, metà restano qui", all'evidenza riferendosi, quanto agli uomini che restano "qui", ai finanziatori di quei combattimenti.  Lo stesso è a dirsi per la conversazione intervenuta tra il Mullah Fouad e  l'El Ayashi sempre in data 30.3.2003, nel corso della quale il primo richiede l'invio di combattenti adeguatamente addestrati, di "gente che colpisca il ferro", sollecitando l'interlocutore a cercare anche "quelli che stavano in jaban", alludendo secondo la prospettazione accusatoria (ma il riferimento appare in verità alquanto ambiguo) all'invio di uomini disposti, comunque sempre in quel contesto, al diretto sacrificio umano.

Non risulta inoltre da alcun atto degno di rilievo processuale che le due "cellule" in questione fossero legate all'organizzazione "Al Tawid" della quale sarebbe vertice il noto terrorista Al Zarqawi.

Sotto tale profilo va evidenziato come l'utenza telefonica asseritamente in uso a quest'ultimo personaggio fosse tutt'altro che corrispondente (ed anzi differente per ben cinque cifre) a quella che nella conversazione del 9.3.2003 intercorsa tra l'El Ayashi e i due curdi residenti a Parma, viene indicata come in uso al Mullah Fouad.

Neppure risultano legami penalmente rilevanti di tali gruppi con quelli, pur della stessa matrice ideologica, responsabili di attacchi di  pacifica natura terroristica, non potendo al riguardo farsi leva sulla presunta analogia della "potenziale progettualità operativa degli spostamenti di uomini e di risorse" nè tanto meno sulla asserita "circolarità di rapporti" tra soggetti gravitanti nei medesimi ambienti eversivi, e dunque su loro rapporti di conoscenza o di pregressa frequentazione.

Ad incidere sulle esposte considerazioni non può neppure invocarsi la circostanza in base alla quale gli imputati non erano di nazionalità irachena e dunque non avrebbero potuto legittimamente battersi in guerra contro il "nemico" americano.

E' evidente infatti come la scriminante prevista dalla citata convenzione riguardi le forze belligeranti facenti parte delle opposte fazioni in lotta, a prescindere dalla nazionalità dei singoli individui combattenti qualora accomunati da un'unica matrice strategico-ideologica.

************************************

Rimarranno perciò da appurare, nel futuro corso del procedimento bresciano, sia i legami penalmente rilevanti tra i due attuali imputati e gli altri imputati di quel procedimento, sia d'altro canto le eventuali attività terroristiche da tale "cellula" in concreto programmate.

A tal ultimo riguardo non può non rilevarsi come gli atti del procedimento bresciano acquisiti ex art.441/5 c.p.p. e concernenti l'audizione in incidente probatorio del "collaboratore" Zouaoi Chokri, finiscano in ultima analisi per avallare tale valutazione. Le dichiarazioni del predetto relative a presunti attentati da commettere sul territorio italiano, appaiono infatti fondate su deduzioni dallo stesso ricavate da discorsi in linguaggio criptico asseritamente tenuti in sua presenza da soggetti assolutamente estranei al presente procedimento. D'altra parte, come affermato dal P.M. in udienza, va evidenziato come le dichiarazioni che tale "collaboratore" avrebbe reso nell'ambito di altro procedimento milanese e di cui vi è traccia in detto atto, non riguarderebbero le due "cellule" in questione.

Quanto sopra, si ripete, lungi dall'anticipare valutazioni di merito non certo spettanti alla scrivente in ordine alla posizione dei due predetti, vale solo ai fini della revoca della misura cautelare in atto nei confronti degli stessi  nell'ambito del presente procedimento in ordine al reato associativo loro contestato.

Per tali motivi, il reato di cui all'art.12 d.lvo 286/1998 andrà liberato dalla circostanza aggravante di cui all'art.1 l.15/1980.

P.Q.M.

visto l'art. 22/3 c.p.p.

DICHIARA

la propria incompetenza per territorio ed

ORDINA

l'immediata trasmissione degli atti al P.M. presso il Tribunale di Brescia, anche per gli adempimenti connessi alla rinnovazione della misura cautelare in atto come di seguito limitata;

visto l'art.299/3 u.p. c.p.p.

REVOCA

la misura cautelare in atto nei confronti dei due imputati per sopravvenuta carenza di gravi indizi in ordine al reato di cui al capo 1), ed escludendo dal reato di cui al capo 2), l'aggravante di cui all'art.1 l.15/1980, sempre per sopravvenuta carenza di gravi indizi al riguardo.

ORDINA

la formale scarcerazione degli stessi limitatamente a tali ipotesi.

Milano, 24.1.2005

Il Cancelliere                                            
Il Giudice dr. Clementina Forleo

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Di Loredana Morandi (del 25/01/2005 @ 20:42:10, in Varie, linkato 1539 volte)

Jan 23, 2005
By MICHAEL KEANE
Special to the Los Angeles Times

Words go to war as surely as soldiers do. They can be used to inspire troops, strike fear into the heart of the enemy or persuade neutral parties.

“You know what words can do to soldiers,” Napoleon once wrote to one of his generals. And since 9/11, language has been a central battlefield in the global war on terrorism.

The recent confirmation hearings for Alberto R. Gonzales, President Bush’s attorney general-nominee, highlighted the uses and abuses of words in war.

Gonzales was asked to explain a Justice Department memo, addressed to him, which said torture “covers only extreme acts” involving pain “equivalent in intensity to the pain accompanying serious physical injury, such as organ failure, impairment of bodily function or even death.”

Before any prisoners were abused at Abu Ghraib or Guantanamo Bay, the definition of torture had to be contorted.

Immediately after the attacks on the World Trade Center and the Pentagon, the Department of Defense designated the military response as “Operation Infinite Justice.”

Muslim groups protested, saying that Islam teaches that Allah alone can provide “infinite justice.” The military campaign was quickly renamed “Operation Enduring Freedom.”

Similarly, when Bush described the war on terrorism as “a crusade,” he came under criticism because of the evocation of medieval wars between Christendom and the Islamic world. He dropped the term.

And there are the changing names for the enemy in Iraq.

U.S. military spokesmen first referred to them as “dead-enders” or “Baathist holdouts.” When the insurgency turned out to be undeniably widespread and well organized, its members were “former regime loyalists.”

Then, when it was pointed out that “loyalty” generally has a positive connotation, the term mutated to “former regime elements.”

Official Pentagon news releases continue to avoid the more neutral “guerrilla” or “militant” in favor of “terrorist” and “anti-Iraq forces.”

Last summer, when the Pentagon insisted that its quick victory over Iraq’s conventional forces was not deteriorating into a guerrilla war, a reporter confronted Donald Rumsfeld with the Defense Department’s own definition of the term - “Military and paramilitary operations conducted in enemy-held or hostile territory by irregular, predominantly indigenous forces.”

Rumsfeld stubbornly insisted that “guerrilla war” was not an appropriate description.

He would later rush to a dictionary to defend his own use of the word “slog” in a memo on Iraq. He cited the obscure meaning “to hit or strike hard” rather than the more accepted “hard, dogged march or tramp.”

The careful selection of words in war is almost always a calculated attempt to manipulate perceptions.

Whether an act of violence is called a “suicide bombing” or a “homicide bombing” depends more on the politics of the speaker than on any sincere attempt to describe objective reality.

Even when the language of war is mechanical or colorless it may be deliberate, an attempt to shield both civilians and soldiers from the horrors of modern conflict.

“Battles are won through the ability of men to express concrete ideas in clear and unmistakable language,” concluded Brig. Gen. S.L.A. Marshall, who studied soldiers in combat in World War II.

Before the coalition’s recent attack on enemy forces in Fallujah, the American commander there changed the rules of engagement from “capture or kill” to “kill or capture.”

He sought to communicate to his troops that they were shifting to the offensive and to instill the aggressive posture needed for success in combat.

Every conflict spawns its own vocabulary.

World War I produced “tank,” “dog tag” and “doughboy.” The Cold War could have filled a dictionary with terms such as “mutually assured destruction.”

The purported New World Order following the demise of the Soviet Union yielded “hyperpower,” “military operations other than war” and “ethnic cleansing.”

Like a verbal Rorschach inkblot, words come to be inescapably associated with a particular conflict: “Body count,” “quagmire” and “search and destroy” immediately evoke the Vietnam War.

The war in Iraq has long since entered the language, with “shock and awe,” “IEDs” and “weapons of mass destruction.”

Our military commanders and political leaders must be careful that in using language to deceive the enemy, to propagandize or to persuade, they do not obscure their own thinking. That is what appears to have happened with the Justice Department’s twisting of the definition of torture.

Language is a powerful weapon, but like friendly fire, it can lead to self-inflicted wounds.

As the French playwright Jean Anouilh warned, “Propaganda is a soft weapon: Hold it in your hands too long, and it will move about like a snake, and strike the other way.”

http://www.nashuatelegraph.com/apps/pbcs.dll/article?AID=/20050123/OPINION04/101230007/-1/opinion

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Di Loredana Morandi (del 25/01/2005 @ 20:03:29, in Indagini, linkato 1590 volte)

ISLAMICI PROSCIOLTI A MILANO, CASTELLI INVIA ISPETTORI
 
ROMA - In un'intervista a Radio Padania, il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha detto di aver dato incarico ai propri ispettori di valutare se c'e' ''stata ignoranza o grave travisamento dei fatti'' nella sentenza del Gup di Milano che ha prosciolto i cinque islamici accusati di terrorismo.
''Ricordo - ha detto Castelli - che esiste oggi soltanto una giurisprudenza, poi esiste anche nel progetto di legge dell' ordinamento giudiziario che noi abbiamo fatto, la possibilita' di andare ad esercitare un' azione disciplinare presso quei magistrati che patentemente non applicano le leggi dello Stato. Cito ad esempio un punto dell'ordinamento giudiziario che dice che 'e' materia di azione disciplinare la grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile, travisamento dei fatti determinato da negligenza inescusabile'''.

TOGATI DI SINISTRA CHIEDONO INTERVENTO DEL CSM
Il Csm intervenga a tutela del gup di Milano. E' quanto chiedono i consiglieri togati delle correnti di sinistra, che ritengonono si siano superati i limiti della ''legittima critica'' e si sia invece trascesi in ''attacchi alla persona''. ''Le reazioni all'ordinanza del GUP di Milano in un procedimento in materia di terrorismo internazionale hanno superato i limiti della legittima critica alla decisione del giudice e si sono trasfuse in attacchi alla persona e in denigrazione della funzione'' scrivono i consiglieri di Magistratura Democratica e del Movimento per la Giustizia in un documento che hanno presentato al Comitato di presidenza di Palazzo dei marescialli. Per questo chiedono ''l' apertura di una pratica'' sugli attacchi rivolti nei confronti del magistrato ''che consenta un approfondito esame della questione''.
L'iniziativa e' stata sottoscritta da tutti i componenti dei due gruppi: Ernesto Aghina, Paolo Arbasino, Maria Giuliana Civinini, Giuseppe Fici, Luigi Marini, Francesco Menditto, Giuseppe Salme', Giovanni Salvi.

ANM: NO A DENIGRAZIONE GUP DA ALTE CARICHE POLITICHE
No agli ''attacchi personali'' al gup di Milano ''giunti in taluni casi sino al livello della denigrazione da parte di soggetti investiti di alte cariche politiche''. A schierarsi contro queste reazioni e' l' Associazione Nazionale Magistrati.
Questi attacchi - afferma il presidente Edmondo Bruti Liberati - ''non solo costituiscono una inaccettabile lesione del rispetto dovuto alla indipendenza della magistratura ma indeboliscono la reazione contro il terrorismo che trova la sua forza nell'essere condotta rigorosamente entro le regole del giusto processo di uno stato democratico''.

CASINI: SENTENZA INCREDIBILE
La sentenza di Milano ''appare veramente incredibile''. Il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, a margine dei lavori della Internazionale democristiana (Idc), commenta il pronunciamento dei giudici di Milano, affermando di condividere ''le perplessita' forti espresse dal ministro degli Esteri''.
''Le sentenze della magistratura vanno sempre rispettate, ma questo non significa non poterle commentare'', sottolinea Casini, che invita ''ad un approfondimento da parte del legislatore, per capire se vi sono esigenze normative nuove, per evitare che fatti di questo tipo rischino di vanificare la preziosa azione dell'intelligence e delle forze dell'ordine''.

GASPARRI: IL CAPO DELLO STATO FACCIA SENTIRE LA SUA VOCE
Una decisione incredibile sulla quale dovrebbe intervenire il Csm, e per la quale anche il capo dello Stato dovrebbe far sentire la sua voce: cosi' il ministro delle Comunicazioni ha commentato la decisione del Gup di Milano di non procedere con l'accusa di terrorismo internazionale verso alcuni islamici. ''Una decisone incredibile, sconcertante e allarmante - ha detto Gasparri a margine di un convegno - fuori da ogni schema razionale, basata su una scelta ideologica''. ''Oggi vive gente che si trova al di fuori del mondo - sottolinea Gasparri - e non si ricorda che c'e' stato un evento terribile come l'11 settembre. Mi auguro che ora l'organo di controllo della Magistratura, il Csm, intervenga per analizzare quanto successo''. ''Spero - conclude - che il Presidente della Repubblica che del Csm e' il presidente, e che ha dimostrato sempre molta sensibilita' al tema della lotta al terrorismo, faccia ora sentire la sua voce''.

GUP FORLEO: DECISIONE SOFFERTA OSSERVANDO LEGGE
''Sono serena. E' stata una decisione sofferta ma ho osservato la legge e ho seguito la mia coscienza, come sempre in tutte le mie decisioni e per qualsiasi imputato''. Lo ha detto il gup Clementina Forleo, in relazione alle polemiche sulla sentenza con la quale, ieri, ha assolto un gruppetto di islamici, accusati di terrorismo internazionale, sostenendo che ''le attivita' violente o di guerriglia'', in un contesto bellico, ''non possono essere perseguite neppure sul piano del diritto internazionale'' e non sono incasellabili in quelle di terrorismo.
 
ISLAMICI ASSOLTI: 'GUERRIGLIERI, NON TERRORISTI'
MILANO - Non avevano programmato attivita' terroristiche che miravano ''a seminare terrore indiscriminato'' tra i civili ma semmai ''attivita' di guerriglia'' in concomitanza con la guerra in Iraq, senza violare i diritti umanitari. Per questo il gup di Milano Clementina Forleo, durante il processo con rito abbreviato, ha assolto dall'accusa di terrorismo internazionale tre dei cinque islamici ritenuti dalla Procura componenti di una cellula legata ad Ansar Al Islam, condannandoli pero' per reati minori.

Sempre per il reato di terrorismo internazionale, il Gup ha revocato la custodia cautelare per gli altri due imputati di cui ha stralciato la posizione inviando gli atti per competenza a Brescia. Tutti restano comunque in carcere ad eccezione di uno, Mohammed Daki, che uscira' per decorrenza termini nei prossimi giorni.

E proprio dal provvedimento con cui il giudice ha deciso di stralciare la posizione di Noureddine Drissi e Khamel Hamrahui, si desumono i motivi che hanno portato a smontare la tesi dell' accusa e, dunque, all'assoluzione dal cosiddetto 270 bis di Boujaha Maher, Ali Ben Sassi Toumi e Mohammed Daki, condannandoli per reati minori, i primi due a tre anni e il terzo a un anno e 10 mesi di carcere. Pene ben piu' miti rispetto a quelle chieste dal procuratore aggiunto Armando Spataro e dal pm Elio Ramondini: dai 10 ai sei anni di carcere. Sui motivi dell'assoluzione dal reato di terrorismo internazionale il gup, oltre a parlare di ''inutilizzabilita' patologica'' di una serie di prove (le cosiddette 'fonti di intelligence', ossia ''i numerosi dati provenienti da 'acquisizioni informative' o 'investigative' non meglio precisate''), fa una disquisizione articolata a sostegno della sua tesi.

Afferma con ''certezza'' che le cellule alle quali appartenevano gli imputati, una che gravita su Milano e l'altra su Cremona, avevano come scopo il finanziamento e il sostegno di strutture di addestramento paramilitare in zone del Medio Oriente e presumibilmente nel nord dell'Iraq. Tant'e' che erano stati organizzati la raccolta e l'invio di somme di denaro e l'arruolamento di volontari ''in concomitanza dell'attacco statunitense all'Iraq avvenuto come noto nel marzo del 2003 ma notoriamente previsto come altamente probabile all'indomani del conflitto in Afghanistan, nel quale pure tali gruppi risultano essere stati attivi''. In pratica gli imputati avevano il compito di aiutare i 'fratelli' nelle zone del conflitto sia dal punto economico sia ''rinforzando i contingenti armati attraverso l'invio di combattenti'' anche se ''non risulta (...) che le due 'cellule' in questione fossero legate all'organizzazione 'Al Tawid' della quale sarebbe vertice il noto terrorista al Zarqawi''. Pero' per il giudice non c'e' prova ''nonostante gli encomiabili sforzi investigati compiuti, che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attivita' di guerriglia da innescare'' in questi o in altri ''prevedibili contesti bellici e dunque incasellabili nelle attivita' di tipo terroristico''. Per questo, osservando che la nozione di terrorismo ''diverge da quella di eversione'', il giudice nel suo provvedimento cita la Convenzione Globale dell'Onu sul Terrorismo del 1999. Convenzione dalla quale ''si ricava che le attivita' violente o di guerriglia'' compiute ''nell'ambito di contesti bellici'' anche se da forze armate diverse da quelle istituzionali, ''non possono essere perseguite neppure sul piano del diritto internazionale a meno che (...) non venga violato il diritto internazionale umanitario''. A meno che non siano ''dirette a seminare terrore indiscriminato verso la popolazione civile in nome di un credo ideologico e/o religioso ponendosi dunque come delitti verso l'umanita'''. Per il giudice questa impostazione e' confortata dal significato della norma introdotta dopo l'attacco alle Torri Gemelle nel codice penale con l'articolo 270 bis, cioe' quello sul terrorismo internazionale: ''ha evidentemente perseguito - osserva - la finalita' di creare una sorta di diritto penale sovrannazionale con il quale tutelare i singoli Stati da attentati terroristici di ampio spettro, speculari di strategie autonome e risolutive''. E qui un altro dei passaggi chiave dell'ordinanza: ''L'estendere tale tutela penale anche agli atti di guerriglia, per quanto violenti, posti in essere nell'ambito di conflitti bellici in atto in altri Stati e a prescindere dall'obiettivo preso di mira, porterebbe inevitabilmente a una ingiustificata presa di posizione per una delle forze in campo, essendo peraltro notorio che il conflitto bellico in questione, come in tutti i conflitti dell'era contemporanea, strumenti di altissima potenzialita' offensiva sono stati innescati da tutte le forze in campo''. Per il gup Clementina Forleo dunque ''non puo' ritenersi provato'' che le due cellule al centro del processo che si e' concluso oggi ''pur gravitando in aree notoriamente contrassegnate da propensione al terrorismo, avessero obiettivi trascendenti quelli di guerriglia come sopra delineati''. Mentre i difensori degli imputati sono rimasti soddisfatti della sentenza e Ali Ben Sassi Toumi uscendo dall'aula ha esultato ''Grazie alla giustizia italiana, Allah e' grande'', il procuratore aggiunto Spataro si e' limitato a dire: ''E' andata male, malissimo''. 25/01/2005 18:26

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