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Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 26/04/2011 @ 20:54:45, in Osservatorio Famiglia, linkato 2307 volte)
Le donne americane contro la P.A.S., la cd sindrome di alienazione genitoriale.

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Di Loredana Morandi (del 27/04/2011 @ 18:06:00, in Osservatorio Famiglia, linkato 2532 volte)
Perché credete che Don Di Noto abbia scelto il 25 aprile per istituire la Giornata dei Bambini Vittime di Violenza? Ma per contrastare l'Alice Day, naturalmente. L.M.

25 aprile - Pedofilia, Don di Noto:
"segnali forti contro fenomeno indegno"


23/04/2011, ore 12:21


Avola (SR), 23 aprile 2011 - “Onorare degnamente questa Giornata significa non soltanto fare luce sulle condizioni dei minori laddove essi siano privati dei loro inalienabili diritti, ma anche rinnovare fattivamente il nostro impegno affinché siano garantiti, per ogni bambino, rispetto per la sua innocenza, attenzione per i suoi sogni, sostegno concreto per un'infanzia serena”. Ha le idee chiare il presidente della Camera Gianfranco Fini nel suo messaggio di saluto inviato oggi all'Associazione Meter (www.associazionemeter.org) di don Fortunato Di Noto in occasione della XV GBV – Giornata dei Bambini Vittime della Violenza, dell'indifferenza e dello sfruttamento che si aprirà il 25 aprile ad Avola e si chiuderà il 1° maggio prossimo. Il messaggio di Fini si aggiunge a quello del Presidente Giorgio Napolitano che ha “conferito una propria medaglia di rappresentanza” che onora l’evento nazionale e il patrocinio di tutto il Senato e anche la Camera. Per l’occasione 21, tra vescovi e cardinali (Scola, Sepe, Tettamanzi, Lanfranconi, Miccardi, Marcianò, Mondello, Forte, Monari, Mattiazzo ed altri) , hanno fatto arrivare in questi giorni un pensiero e una riflessione coinvolgendo le diocesi e le comunità cristiane.

“SFRUTTAMENTO, COLPA INFAMANTE” - E Fini sottolinea: “Le pratiche dello sfruttamento e della violenza contro i bambini, ancora purtroppo ampiamente diffuse nel mondo, costituiscono una delle più orribili e infamanti colpe di cui ci si possa macchiare”. Tanto che per la terza carica dello Stato, “Di fronte ai bambini soldato, ai piccoli costretti a lavorare in condizioni disumane, a coloro che sono vittime di violenza e soprusi, gli adulti non hanno giustificazioni plausibili e una società che non sia in grado di difenderli è una società fragile ed egoista, destinata alla decadenza civile, morale e culturale”.

“RITROVARE LA VITA E' DARE SPERANZA” - E sul tema della GBV, “Abbiamo ritrovato la vita”, Fini sottolinea: “Ritrovare la vita significa dare nuove speranze a tanti bambini che vivono in una oscura realtà fatta di terrore e di solitudine, di miseria, privazioni e rassegnazione, restituendo forza e vitalità alle loro aspettative di vivere un'esistenza ove non vi sia più spazio per la violenza e per le ingiustizie.

DON DI NOTO: RINGRAZIO NAPOLITANO, FINI E SCHIFANI – Per don Fortunato Di Noto le parole del presidente della Camera, gli attestati e messaggi di Napolitano e Schifani sono espressione “di coraggio e rispetto per i più piccoli. Don Di Noto, auspica che l'incoraggiamento e alla Giornata dei Bambini Vittime sia anche uno sprone affinchè nei lavori parlamentari possa esser presto approvata la ratifica della convenzione di Lanzarote, potente strumento di lotta contro la pedofilia, e la nostra proposta di legge contro la pedofilia culturale, riconfermando la competenze alle Procure Distrettuali per il coordinamento delle indagini, evitando, così come è stato proposto la frantumazione nelle procure territoriali.”, conclude.

http://www.julienews.it/
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Di Loredana Morandi (del 27/04/2011 @ 19:03:01, in Magistratura, linkato 2187 volte)
Martedì 26 Aprile 2011 09:48

GIUSTIZIA: PALAMARA (ANM), NON SIAMO IN GUERRA


(AGENPARL) - Roma, 26 apr - "Noi non ci sentiamo in guerra con nessuno. In uno Stato di diritto, la magistratura e un'istituzione neutrale che svolge compiti precisi: interpretare la legge, valutarne la conformità alla Costituzione, rivolgersi eventualmente alla Corte costituzionale. Colpisce che questi compiti vengano strumentalizzati e che anche il Ministro della Giustizia utilizzi gli argomenti del premier e di esponenti della maggioranza per attaccare la magistratura". Così Luca Palamara, presidente dell'Associazione nazionale magistrati, in un'intervista sul Sole 24 Ore.

"La gravità del momento impone di essere realisti - prosegue Palamara - La costante opera di delegittimazione della magistratura, fatta di attacchi, insulti, piazze, manifesti oltraggiosi, punta a portarci su un terreno di scontro, a trasformarci in un partito politico, in vista del voto amministrativo. Noi non intendiamo scendere su quel terreno. Intendiamo, invece, denunciare nel merito e nel metodo l'offensiva del governo esplosa dopo il caso-Ruby, così come intendiamo spiegare l'impatto negativo sui processi in corso di certe leggi. Ormai più nessuno nega che anche le recenti iniziative legislative sono dettate da fatti contingenti, ma quelle leggi cancelleranno migliaia di processi, sacrificando le aspettative delle vittime dei reati".

La Rassegna

GIUSTIZIA: PALAMARA, ALFANO SBAGLIA, MAGISTRATI NON IN GUERRA

Agenzia di Stampa Asca - ‎26/apr/2011‎
(ASCA) - Roma, 26 apr - ''I magistrati non sono in guerra con nessuno''. Replica cosi' il presidente dell'Anm, Luca Palamara, al Ministro della giusitizia Angelino Alfano, che ha parlato di ''guerra'' dei pm e della Consulta e di ''armistizio'' offerto ...

Giustizia/ Anm: Riforma puo' trasformare giudici in burocrati

Libero News - ‎26/apr/2011‎
I numeri dei processi contro Silvio Berlusconi "sono a disposizione di tutti e dimostrano che non c'è alcuna persecuzione". Lo ha detto il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, intervistato dal Sole 24 Ore. Forse, si chiede il leader del ...

GIUSTIZIA: PALAMARA (ANM), NON SIAMO IN GUERRA

AgenParl - Agenzia Parlamentare - ‎26/apr/2011‎
(AGENPARL) - Roma, 26 apr - "Noi non ci sentiamo in guerra con nessuno. In uno Stato di diritto, la magistratura e un'istituzione neutrale che svolge compiti precisi: interpretare la legge, valutarne la conformità alla Costituzione, ...

Giustizia, Palamara contro Alfano: 'Sbaglia, i pm non sono in guerra'

Blitz quotidiano - ‎26/apr/2011‎
ROMA – ”I magistrati non sono in guerra con nessuno”: il presidente dell'Amn Luca Palamara, intervistato dal Sole 24 Ore, dice di non riconoscersi nel ”linguaggio” usato dal Guardasigilli Alfano, che parla di ”guerra” dei pm e della Consulta e di ...
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Una sentenza di eccezionale modernità dalla Prima sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione, che dirime finalmente l'annosa questione della "partita doppia" e che forse, in futuro, impedirà che nella realtà il testo di una discussione divenga stalking ai danni di qualcuno a causa della sua permanenza in rete. Il riferimento personale è agli scritti del maculato, ritenuti inattendibili dal giudizio di un Tribunale, e all'uso fatto dei testi ai miei danni da persone al soldo di coloro che sfruttavano UniNa, il computer della Università Federico II di Napoli. Una situazione che prima o poi mi prenderò il tempo di curare. L.M.

Nella diffamazione via web
il reato si compie
dove le offese
sono viste dal maggior numero di persone



 
Corte di Cassazione - sezione I penale - sentenza 26 aprile 2011 n. 16307


Nella diffamazione via Web il luogo in cui viene commesso il reato va individuato nel punto in cui le offese e le denigrazioni siano percepite dal maggior numero di persone.

Lo ha ribadito la prima sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza 26 aprile 2011 n. 16307. I giudici di legittimità affrontando un caso di diffamazione in cui i server erano dislocati ad Arezzo e l’amministratore del sito era di Sassari hanno precisato che  “il locus commissi delicti della diffamazione telematica è da individuare in quello in cui le offese e le denigrazioni sono percepite da più fruitori della rete e, dunque nel luogo in cui il collegamento viene attivato e ciò anche nel caso in cui il sito web sia stato regitrato all’estero, perché l’offesa sia stata percepita da più fruitori che si trovano in Italia”.

E i giudici hanno ulteriormente precisato che “rispetto all’offesa della reputazione altrui realizzata via internet, ai fini dell’individuazione della competenza, sono inutilizzabili, in quanto di difficilissima se non impossibile individuazione, i criteri oggettivi unici, quali, ad esempio, quelli di prima pubblicazione, di immissione della notizia in rete, di accesso del primo visitatore”.  Non solo. “Per entrambe le ragioni esposte – concludono i giudici – non è neppure utilizzabile quello del luogo in cui è situato il server (che può trovarsi in qualsiasi parte del mondo), in cui il provider alloca la notizia”. 

Documenti e Approfondimenti
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Di Loredana Morandi (del 28/04/2011 @ 06:03:46, in Sindacato, linkato 2685 volte)
L'articolo, che io riporto alla voce "Sindacato", è una attenta ricostruzione del percorso mediatico di Massimo Ciancimino. Anche oltre agli incassi editoriali mi domando: è stato utile crearne il personaggio? Evidentemente si, ma le attuali conclusioni non fanno che confermare le mie analisi sul "circoletto di Palermo" e sulla assente solidità politica dei nuovi movimenti giustizialisti, ad iniziare con le agende rosse e i gruppi su facebook delle scorte civiche. In merito a queste ultime val la pena ricordare che gli stessi, che si prefigono di difendere alcuni magistrati, contro di me si sono avvalsi della collaborazione di un pregiudicato agli arresti domiciliari per reati di pedofilia, oggi in carcere a S. Maria Capua Vetere. Niente da dichiarare sulla figura di Antonio Ingroia, che per quanto mi riguarda è e continua ad essere una ottima persona, anche se e quando piango mentre sono costretta a vederlo intervistato dall'esponente di una loggia massonica ex kossiga. Questo accade, purtroppo, perché solo a Palermo vive ancora il retaggio della P2.  L.M.

Stampa pataccara


Come giornali e televisioni hanno bevuto e gonfiato le patacche rifilate dal giovane Ciancimino ai pm guidati da Antonio Ingroia

28 aprile 2011

“Quando mi senti in televisione tu fottitene” (Massimo Ciancimino, registrato durante una conversazione con un inquisito per ’ndrangheta, da un’intercettazione ambientale della squadra mobile di Reggio Calabria, Verona, novembre 2010).

E’ un giovedì sera di fine maggio e la centralissima via Maqueda, a Palermo, è chiusa al traffico. Manca poco alle nove, l’ora in cui, nell’aula magna della Facoltà di Giurisprudenza, si celebrerà il riscatto finale di Massimo Ciancimino. Il figlio di don  Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo, siederà di fianco al parente di una delle vittime più eccellenti delle stragi di mafia: Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ucciso nel luglio ’92 insieme alla sua scorta nella strage di via D’Amelio. Il fratello del pm eroe della lotta alla mafia ha scelto di partecipare alla presentazione di “Don Vito” (Feltrinelli, 2010), il libro con cui Massimo Ciancimino intende raccontare il romanzo della vita del padre e le ombre della sua carriera politica, avvitata tra la relazione con gli ex compaesani Bernardo Provenzano e Salvatore Riina e misteriosi uomini dei servizi segreti. Ormai Massimo è una voce che si fa sentire, scrive libri, frequenta regolarmente le tribune televisive – “Annozero”, ad esempio, gli ha già dedicato tre puntate intere. Tra poco arriverà trionfale, nella via Maqueda chiusa a tutti soltanto per lui, e diventerà a pieno titolo un divo dell’antimafia. Lo precederà la scorta, che gli farà strada, tra un autografo e l’altro, all’interno dell’aula magna di Giurisprudenza, la facoltà dove hanno studiato Falcone, Borsellino e anche il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che lo interroga da almeno due anni.
Organizzano la serata l’associazione culturale Falcone e Borsellino e l’associazione culturale universitaria Unidonne. “Potrei provare imbarazzo a sedere accanto a uomini dello stato come gli ex ministri Martelli e Violante, che hanno aspettato diciassette anni e le rivelazioni di Massimo Ciancimino per ricordare che la trattativa tra mafia e stato ci fu – dice Salvatore Borsellino – Certo non mi imbarazza sedere accanto a Massimo Ciancimino. Potrei imbarazzarmi accanto al vicepresidente del Csm Nicola Mancino che continua a non ricordare di aver incontrato mio fratello prima della strage”. Sarebbe stato proprio Salvatore Borsellino a suggerire al figlio dell’ex sindaco lo slogan “meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Vito Ciancimino”.

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La sera del 20 maggio 2010, con il patrocinio dell’Università e la consacrazione di Salvatore Borsellino, stesso sangue della vittima di mafia, Massimo Ciancimino ripulisce il proprio nome, macchiato dall’onta delle complicità mafiose di don Vito. Niente male per uno condannato, tre anni prima, per riciclaggio del denaro sporco, accumulato dal padre. “E’ buona cosa che il più piccolo dei Ciancimino, dopo un processo per riciclaggio e una condanna a tre anni, abbia deciso di parlare con i magistrati”, commenta l’inviato del Corriere della Sera, Felice Cavallaro.
L’operazione era nata tre anni prima, negli ultimi mesi del 2007. Ciancimino jr, che era stato condannato il 10 marzo, in primo grado, a cinque anni e otto mesi, inizia a proporre alcuni documenti scottanti a giornali e tv. Il bagarinaggio di scoop pare essere una passione di famiglia: l’aveva già fatto il padre, che aveva offerto a più magistrati alcuni documenti che teneva in una cartellina in similpelle – li aveva offerti anche a Giovanni Falcone, che aveva gentilmente respinto le attenzioni.

Lo racconta lo stesso Ciancimino jr, rispondendo a una domanda del pm Sergio De Montis, al processo per la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro: “Quando venni raggiunto da un’indagine anomala, perché riguardava soltanto me e nessuno dei miei quattro fratelli, pensai di rivolgermi a Enrico Mentana, che era al Tg5. Lo incontrai all’aeroporto a Roma e lui mi diede il numero della sua segretaria. Poi però non si fece più sentire. Così mi rivolsi a Belpietro”. Mentana conferma: “Fui il primo a essere contattato, a fine 2007, ma lasciai cadere”. Conferma anche Belpietro, che su Libero scrive:

“Ciancimino si era rivolto a me nel 2007. Prima d’allora non l’avevo mai visto, ma lui aveva pregato la mia segreteria di fissargli un appuntamento: in cambio avrebbe rivelato cose interessanti. Capii subito che il suo problema era il tesoro accumulato dal padre negli anni in cui era in società con la mafia e poi nascosto in Svizzera o Lussemburgo. Massimo avrebbe voluto poterne disporre a piacimento per dedicarsi alla bella vita e invece un paio di pm in gonnella lo avevano pizzicato mentre si comprava uno yacht e oltre a farlo condannare gli avevano imposto il confino e ritirato pure il passaporto”.

Massimo Ciancimino cerca le attenzioni anche di Francesco “Ciccio” La Licata, un giornalista che si è formato con anni di cronaca nera per l’Ora nella Palermo degli anni Settanta.

“Ho incontrato Massimo Ciancimino all’inizio del 2008 – scrive La Licata nell’introduzione del libro “Don Vito”, di cui sarebbe diventato co-autore – Mi venne a trovare alla redazione della Stampa, a Roma, e aveva tanta voglia di parlare delle sue ‘disgrazie’, cioè dei suoi guai giudiziari. Era finito in carcere, a suo dire, per il solo fatto di essere il figlio di don Vito, il sindaco mafioso di Palermo. Incurante del mio scetticismo sulle sue reali motivazioni ‘collaborative’ e sulle riserve legate al nome che porta, cominciò a raccontarmi la sua vita spericolata accanto al padre. Non nascondo che riuscì ad accendere un lampo nella mia testa. La sua storia era di per sé un romanzo: la mafia, i servizi segreti, la politica corrotta, la Sicilia. Gli spiegai però che, prima di pensare a un libro, sarebbe stato corretto ‘liberarsi’ di tanto fardello nella sede giusta: la magistratura. Onestamente non pensavo che ciò sarebbe avvenuto”.

L’unico a dare un po’ di credito a Ciancimino jr, alla fine, sarà Belpietro, all’epoca direttore di Panorama, che segnala la storia a un suo giornalista, Gianluigi Nuzzi – noto anche per il suo “Vaticano S.p.A.” (Chiarelettere, 2009). “La direzione mi ha chiesto di andare a vedere se c’era qualcosa di interessante – ricorda Nuzzi – Io c’ho fatto una lunga chiacchierata e, vista la quantità di materiale e le rivelazioni clamorose, ho deciso di fare un’intervista”. L’articolo di Nuzzi, pubblicato il 19 dicembre, è caricato a polvere pirica: Massimo Ciancimino parla di trattativa tra stato e mafia, lancia accuse pesanti al capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, lascia intendere di custodire molte altre rivelazioni da sballo, ma che nessuno l’ha mai interrogato.
Non ci vorrà tanto: il 7 aprile 2008 i magistrati palermitani Antonino Di Matteo e Antonio Ingroia lo prendono sotto la propria ala e lo sottopongono al primo di una lunga serie di interrogatori. La Licata sorveglia da vicino l’evoluzione del caso, al quale, a metà luglio, dedica un articolo, “L’importanza di chiamarsi Ciancimino”. “Oggi il giovane Massimo è come un pesce senza acquario”, scrive sulla Stampa, riportando i lamenti del novello testimone, che a questo stadio rivendica ancora di essere “completamente scagionato da ogni sospetto di mafiosità” – in effetti verrà iscritto tra gli indagati per mafia, inchiesta 11.609/08, soltanto a fine ottobre 2010. Quello descritto da La Licata è un “Massimo sotto scorta: addio barche, addio Ferrari. Il ragazzo che impazzava per discoteche, alla Cuba e al Brasil, i migliori anni della sua vita, poi sospettato di pericolosità sociale potrebbe finire in una delle grandi iatture palermitane: la vita sotto scorta”.
Pochi giorni prima, nell’interrogatorio del 9 luglio 2008, Ciancimino jr aveva fatto per la prima volta il nome del senatore Marcello Dell’Utri (Pdl, allora Forza Italia). Ma le sue confessioni detonano soltanto l’estate successiva, quando salta fuori il nome del presidente del Consiglio in carica, Silvio Berlusconi. La storia diventa un tormentone estivo: getta un’ombra mafiosa sulla genesi del governo, ci sarebbe un assegno misterioso del Cav. da 35 milioni di lire che permetterebbe alla mafia di tenere in scacco il premier, ci sarebbero documenti compromettenti custoditi all’estero ma che Ciancimino jr promette di portare al più presto ai magistrati, una volta sbrigate due inezie burocratiche. Per i media, Massimo Ciancimino si dimostra un amante lascivo. Lo ammette anche il pm che lo sta interrogando, Antonio Ingroia, nel suo “Nel labirinto degli dei” (Il saggiatore, 2010):

“Massimo Ciancimino non è certo attaccato alla cultura paterna dell’omertà. Il suo problema è, semmai, l’opposto: quello di parlare troppo, preferibilmente con i giornalisti, specie dei suoi interrogatori, per i quali è tenuto a rispettare la segretezza. Un imputato-testimone che scrive libri imbastiti con il contenuto delle sue dichiarazioni. E’ molto ‘americano’ Massimo Ciancimino, uomo dei media e per i media, nel bene e nel male”.

In un interrogatorio, a metà luglio 2009, persino Ingroia e Di Matteo arrivano a dirgli che sta per passare il segno. La Repubblica, il giorno prima, ha pubblicato una sua intervista intitolata “Ciancimino jr: ‘Ho tutte le carte segrete che spiegano il patto tra mafia e stato’”. Ciancimino nega finché può, dice che il giornalista Francesco Viviano si è inventato tutto, poi ripara su un “sì, sì, ho parlato proprio col dottore Abbate (Lirio, ndr), cioè col dottore Abbate ci ho scherzato, c’ho parlato, ma non è che ho fatto intervista…”. I verbali degli interrogatori sono lettissimi, tanto che il settimanale siciliano S ne pubblicherà un libro antologico.
Il salto di qualità avviene la sera dell’8 ottobre del 2009, ad “Annozero”. Si inizia sul tema della bocciatura del cosiddetto lodo Alfano da parte della Corte costituzionale, con l’ormai tradizionale duello fra Ghedini (Pdl) e Di Pietro (Idv). Ma giusto un quarto d’ora, e poi si passa a un’intervista di Sandro Ruotolo a Massimo Ciancimino. “Suo padre e Provenzano si vedevano spesso?”. “Sì, si vedevano spesso”. “Ha visto Riina anche lei a casa?”. “Sì ho visto Riina”. Poi Massimo Ciancimino, in studio, commenta l’intervista a Massimo Ciancimino appena trasmessa, e riparla di incontri tra suo padre e il boss mafioso Bernardo Provenzano fino al 2002. I brani dell’intervista iniziale vengono mostrati a più riprese, ma purtroppo l’attualità politica tende a trascinare Di Pietro e Ghedini su altri temi. Ciancimino jr fa però in tempo ad attaccare l’ex vicepresidente del Csm Nicola Mancino e l’ex ministro dell’Interno Virginio Rognoni. L’arte maieutica della levatrice Sandro Ruotolo è quella collaudata: “Il signor Franco è dei servizi segreti?”. “Sì, e il signor Franco risponde a mio padre che i carabinieri non sono così ingenui e sprovveduti, ma che c’erano due soggetti informati e costantemente tenuti al corrente di quelle che erano le fasi della trattativa, e nel caso in grado di poter attuare le richieste. Il ministro dell’Interno Mancino e un altro soggetto politico”. “Rognoni?”. “Sì”’. “Quindi suo padre sa questo dal signor Franco?”. “… che sono informati, cosa che non entusiasma mio padre per niente”. “E si fida del signor Franco?”. “Ne parla anche con i Carabinieri e loro stessi gli confermano la stessa cosa”. “Il colonnello Mori?”. “Sì, il colonnello Mori”.
Il supertestimone tornerà a sedersi nello studio di “Annozero” il 10 dicembre. Un’altra puntata cucita tutta attorno a lui, dal titolo “Minchiate”. La vera chiave della strategia comunicativa si ritrova invece in un’altra puntata, quella del 13 maggio 2010. Ciancimino jr deve promuovere il libro “Don Vito”, che è appena uscito, e si lancia nei migliori numeri del suo repertorio: Dell’Utri che “tiene per le palle” Berlusconi, il terrore del giovane Massimo che gira per Palermo con i documenti che svelano dov’è il covo di Riina, la figura del padre ingigantita fino al livello di grande orchestratore di Cosa nostra. Una selezione dei brani più intriganti del libro viene messa in scena in una fiction ad hoc. Si inizia con un’intervista di Sandro Ruotolo al fratello di Massimo, Giovanni Ciancimino, che racconta di un episodio che illustra i rapporti tra il padre e i mafiosi corleonesi. Poi si passa a Massimo, intervistato da Santoro secondo un copione ormai ordinario: il giornalista lancia la domanda in maniera allusiva e pressante, Ciancimino jr abbocca all’esca e dice quello che deve dire. Ne è un esempio la discussione sul numero di telefono che permetterebbe di dare un nome al signor Franco (o Carlo), il fantomatico agente dei servizi che avrebbe condotto la trattativa fra stato e mafia: “In questo telefonino che ci potrebbe dare la conferma dell’esistenza del signor Carlo o signor Franco, c’è una memoria ricca di numeri?”, domanda Santoro. “C’è una memoria ricca di numeri in grado di poter risalire a quelle che erano le utenze in mano a questa gente, non solo del signor Franco ma anche a soggetti a lui legati”. “Soggetti istituzionali?”. Ciancimino si impappina e Santoro incalza: “Importanti?”. Gli ascoltatori, questa volta, vanno a letto con la promessa di Massimo Ciancimino: “Presto si saprà chi è il signor Franco”.

Giusto il tempo di presenziare all’“Infedele” di Gad Lerner (ottobre 2010) e Ciancimino jr, il 25 novembre, torna ad “Annozero” per piangere in diretta non appena la madre, intervistata da Sandro Ruotolo, accenna alle minacce nei confronti del piccolo Vito Andrea, figlio di Massimo. Il tema della serata è la condanna in Appello del senatore Marcello Dell’Utri. Il figlio di don Vito è lì per raccontare a suo modo la nemesi di Dell’Utri: è Massimo Ciancimino a dire che l’ex manager di Publitalia ha “scavalcato” il padre nel ruolo di mediatore della trattativa con i mafiosi, così come a rivelare a singhiozzo i “pizzini” in cui si fa riferimento a un misterioso senatore – Dell’Utri, all’epoca dei fatti, non ricopriva ancora quella carica, ma poco importa.

Forse sui criptici “pizzini”, letti più volte, con grande trasporto, da alcuni attori durante la trasmissione, occorreva andare più cauti. Forse si poteva quantomeno accennare al fatto che, almeno da un mese, su quei dattiloscritti c’erano perplessità pesanti. Non era necessario citare la deposizione con la quale, a fine settembre, l’ex comandante del Ros dei carabinieri Mario Mori aveva spiegato ai giudici quant’era facile fabbricare documenti di questo tipo (“Con la tecnologia attuale la fotocopia di qualsiasi atto è una realtà virtuale”, aveva detto Mori). Sarebbe bastato citare l’articolo di Giovanni Bianconi, pubblicato il 27 ottobre a pagina 20 del Corriere della Sera:

“Gli esami della scientifica non sono stati in grado di indicare l’attribuzione dei manoscritti (le comparazioni con le calligrafie dei principali boss hanno dato tutte esito negativo) e hanno escluso che i ‘pizzini’ dattiloscritti consegnati da Massimo agli inquirenti (quasi sempre in fotocopia) provengano dalle macchine da scrivere trovate in possesso di Provenzano”.

Il percorso del divo dell’antimafia non trova ostacoli, gli autografi non diminuiscono, le richieste di intervista nemmeno e allora è arrivato il momento per un’altra fatica letteraria. E infatti, il giorno prima dell’arresto di Massimo Ciancimino, già diretto verso una Pasqua a Saint-Tropez, esce “Il quarto livello”, libro-intervista scritto da Maurizio Torrealta. Il tocco vincente è nella prefazione, scritta, con molta cautela, da Antonio Ingroia, il pm che indaga da tre anni su Ciancimino jr e che, poco dopo la pubblicazione, lo arresterà, perché la scientifica ha dimostrato nel frattempo che l’elenco dei protagonisti della presunta trattativa stato-mafia, è stato taroccato dal figlio dell’ex sindaco di Palermo. Un vero peccato per Torrealta, che ne aveva fatto il perno del libro, e per Ciancimino jr, fresco di autoincensazione al Festival del giornalismo di Perugia – lo stessa edizione cui partecipano Roberto Saviano e Scalfari.

Il caporedattore di RaiNews24 si è trasformato, con questo libro, nel paradigma dei giornalisti che hanno cavalcato le storie di Massimo Ciancimino: conosce il mestiere, sa mettere i condizionali dove servono, premette che “non è il compito di un giornalista sposare le tesi di alcuno, tantomeno quando la loro formulazione è talvolta imprecisa e frammentaria”. Ma intanto si serve della lista redatta dai Ciancimino come scheletro a cui appendere tutti i misteri d’Italia, dal tentato golpe Borghese all’enigmatica struttura paramilitare Gladio. Seminando interrogativi irrisolti, intrecci cabalistici, coincidenze evocative. Vale a dire, per usare le parole spese ieri dal procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, a difesa dei pm di Palermo, “la tecnica di presentare come verità anche le tesi più assurde”.

FOGLIO QUOTIDIANO
di Marco Pedersini
http://www.ilfoglio.it/soloqui/8663
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Di Loredana Morandi (del 28/04/2011 @ 06:47:02, in Magistratura, linkato 2495 volte)
“Cosa penso di Ciancimino jr?
La mia valutazione non è cambiata”


mercoledì 27 aprile 2011

”La valutazione su Massimo Ciacimino? Complessivamente non è cambiata”. Lo ha affermato il procuratore aggiunto di Palermo, Antonino Ingroia, a margine della presentazione a Catania del suo ultimo libro, ‘Nel labirinto degli dei: storie di mafia e antimafia’. ”Era già una fonte che noi valutavamo con molta cautela, attenzione e rigore – ha aggiunto il magistrato – e non appena si è evidenziato un elemento di falsità nelle sue dichiarazioni abbiamo proceduto a fermarlo. Ma tutto ciò non inficia di per sé l’attendibilità di tutte le sue dichiarazioni”.

Ingroia ha aggiunto ancora:  ”Non è un mistero che ci sono divergenze di vedute” tra le Procura di Palermo e Caltanissetta sulla posizione di Massimo Ciancimino. ”Contrasti forse è una parola grossa, ma è per certi versi fisiologico che si determino situazioni rispetto a indagini collegate rispetto alle quali ci sono posizioni diverse”.

http://www.livesicilia.it/2011/04/27/non-cambio-idea-su-ciancimino/

La Rassegna

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Ingroia: su Ciancimino giudizio non muta

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Il Foglio (Abbonamento) - ‎8 ore fa‎
“Quando mi senti in televisione tu fottitene” (Massimo Ciancimino, registrato durante una conversazione con un inquisito per 'ndrangheta, da un'intercettazione ambientale della squadra mobile di Reggio Calabria, Verona, novembre 2010). ...
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Io no, non mi siederei affatto accanto a Ciancimino, e questo personaggio dovrebbe proprio smetterla, perché non è una guida politica ed evidentemente non riesce proprio ad essere una guida morale, pur rimanendo parte di un simbolo degli anni stragisti di Cosa Nostra. La fabbrica del fango non è utile a nessuno, neppure contro B, se e quando le Procure sono messe in condizioni di non lavorare. Personalmente spero che non si voglia creare il fenomeno mediatico della nuova guerra tra le procure e non  mi pare il caso di alimentarlo. L.M.


“Mi siederei ancora
accanto a Ciancimino”



di Roberto Puglisi

Non è stato semplice trovare Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. “Sa – quasi si scusa lui con una mail -. Io lavoro molto e non rispondo al cellulare. Cosa desiderava?”. Un’intervista via mail, magari. “Sono d’accordo”. D’accordo.

Salvatore Borsellino, lei disse pressapoco: non importa chi sia lo strumento della verità, basta che si trovi la verità. Si riferiva a Massimo Ciancimino. Qual è il suo giudizio sui recenti fatti che l’hanno coinvolto?
“Quando decisi di incontrare Massimo Ciancimino, e fu una mia libera scelta non sollecitata da nessuno e tantomeno da lui, che anzi ne rimase sorpreso, lo feci per poterlo guardare negli occhi e cercare di capire quali fossero i motivi che lo avevano spinto a parlare e quale contributo mi potessi aspettare sulla strada della verità sulle stragi dalle sue dichiarazioni. Mi disse, e allora mi sembrò sincero, che aveva preso questa decisione per fare sì che il suo cognome, Ciancimino, non dovesse pesare a suo figlio tanto quanto era pesato a lui. Dopo avergli parlato mi resi però conto che a me, sulla strada della verità, non doveva interessare il perché Massimo Ciancimino parlasse, non ero io a dovere valutare la veridicità delle sue dichiarazioni, dovevano essere magistrati come Antonio Ingroia, come Nino di Matteo, come Sergio Lari a valutarle, a cercare i necessari e indispensabili riscontri, a verificare l’autenticità dei documenti consegnati, seguendo l’esempio di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone che del rigore sull’utilizzo dei collaboratori di Giustizia hanno mostrato a tutti la strada. In questi magistrati che stanno cercando di dissipare il pesante velo nero che finora ha coperto i veri responsabili e iveri motivi della stragi di Capaci e e soprattutto di via D’Amelio io ho una grandissima fiducia e su di loro poggio la mia speranza di arrivare a conoscere la verità. Per quanto riguarda Ciancimino quello che è davvero importante è il fatto che, grazie a quello che è venuto alla luce dalle sue dichiarazioni, diversi rappresentanti delle istituzioni hanno improvvisamente cominciato a parlare dopo lustri di silenzio, che i loro ricordi siano improvvisamente riaffiorati. Ma credo che mentre possa essere ammissibile che il figlio di un mafioso come Vito Ciancimino taccia per venti anni non è ammissibile che altrettanto facciano dei rappresentanti, e di quale livello, delle istituzioni. Questo credo sia il punto fondamentale davanti al quale ha poca importanza quale possa essere il mio giudizio sui recenti affari che hanno coinvolto Massimo Ciancimino. Queste ultime sono cose che riguardano i magistrati che su di lui stanno indagando e che si sono comportati come io mi aspettavo che si comportassero, facendo verificare accuratamente la validità dei documenti consegnati e traendone le necessarie conseguenze quando una parte, ripeto una parte, di uno, ripeto di uno, di questi documenti è risultata falsificata. Se poi sia stato Massimo Ciancimino a falsificarlo o se c’è dietro a tutto questo qualche ‘entità’, dello stesso tipo di quella che mise in gioco il falso pentito Scarantino, la quale tende a mescolare vero e falso in maniera che si possa dire che tutto sia falso, io aspetto che siano questi magistrati a dirmelo”.

Pensa che Massimo Ciancimino sia ancora una voce attendibile?
“Mi rifaccio a quanto detto sopra, ritengo che tanti, credo la maggior parte, dei documenti prodotti da Massimo Ciancimino siano autentici e che i magistrati dovranno valutare quali lo sono e possono essere prodotti come prove processuali, quali non sono riscontrabili e quindi non utilizzabili e quali siano stati falsificati e soprattutto chi li ha falsificati e perché. Ricordiamo che alcuni di questi documenti sono rimasti per anni a giacere anche negli archivi delle procure, di qualcuno sono spariti o sono fatti sparire dei pezzi, che non sono stati presi in considerazione da chi avrebbe potuto farlo e che chiunque interessato a farlo avrebbe, in questo lasso di tempo, potuto alterarli o farli sparire. Perché non si ricercano e si processano i responsabili almeno di queste omissioni? In ogni caso sono i magistrati ai quali prima ho fatto riferimento che dovranno, e lo stanno facendo nella maniera migliore, valutare l’attendibilità di questo testimone”.

Come valuta la polemica in corso tra la Procura di Palermo e la Procura di Caltanissetta?
“Penso che la diversità di vedute su alcuni punti tra procure che indagano su reati diversi avvalendosi in alcuni casi degli stessi testimoni sia fisiologica e non debba essere amplificata, così come viene fatta, dai media e dagli organi di stampa, sempre pronti a parlare di palazzi dei veleni, di guerra tra procure e iperboli e mistificazioni di questo tipo. Per mesi abbiamo sentito parlare di guerra tra le procure di Salerno e di Catanzaro quando invece si trattava di una procura (Salerno) che legittimamente indagava su eventuali reati che fossero stati commessi all’interno o nei confronti di magistrati di un’altra procura (Catanzaro) sulla quale la prima aveva la giurisdizione. Il fondato sospetto è che queste fisiologiche differenze di vedute vengano amplificate e montate ad arte nei confronti dell’opinione pubblica per avere il pretesto per sottrarre alla procura di Palermo l’indagine sulla trattativa, o meglio sulle trattative. Si teme evidentemente che queste indagini siano andate troppo avanti, che troppe prove siano state già raccolte e a questo punto occorre fare qualsiasi cosa pur di fermarle. Lo Stato non può processare se stesso, diceva Sciascia, e le indagini si fermano o con le stragi o con le avocazioni”.

Come valuta i giudizi sferzanti della politica sul dottore Ingroia?
“Non si tratta di giudizi sferzanti, si tratta di una vera e propria aggressione, di tentativi palesi di delegittimazione, della macchina del fango che si è messa in moto e che cerca di stritolare un giudice onesto che è arrivato nell’anticamera della verità. In quell’anticamera c’è ancora una porta da varcare e ormai forse è troppo tardi per tentare di chiuderla e allora si cerca di stritolare il magistrato che sta per varcarne la soglia ed accompagnarci sulia via della Giustizia e della Verità. E già successo ad un altro magistrato. Si chiamava Paolo Borsellino”.

Pensa che il Pdl – come si scrive e si accusa da sinistra – stia approfittando dell’occasione per chiudere i conti con alcuni magistrati scomodi?
“Non si tratta di una occasione, si tratta di un pretesto, un pretesto che è bastato a scatenare una muta di cani rabbiosi ossequenti agli ordini e agli stimoli del capobranco. Le parole di Giuliano Ferrara dal pulpito che gli è stato fornito sono inqualificabili, ricordano quelle di Vittorio Sgarbi che dava dell’assassino a Caselli e insultava quotidianamente i magistrati. Ferrara sa benissimo che è una assurdità, peggio un’oscenità, invocare l’arresto per Ingroia. L’arresto per quale reato? Per essere un magistrato che non arretra davanti a dei pretesi intoccabili? Per volere rispettare uno dei principi fondamentali della Costituzione, che la legge sia eguale per tutti e che non esista una legge per i potenti e una legge per i deboli? La genesi di quanto sta accadendo oggi risale a qualche tempo fa, quando ancora si cominciava appena a parlare di Spatuzza e di Ciancimino e il presidente del Consiglio disse che c’erano delle procure che volevano riaprire le indagini su delle vecchie storie, che volevano spendere i soldi degli italiani per riaprire le indagini su delle storie ormai dimenticate. Le vecchie storie erano delle storie di stragi avvenute nel ‘92 e nel ‘93, di un magistrato e della sua scorta fatti a pezzi per potere procedere senza più ostacoli sulla tarda di una infame trattativa tra Stato e antistato. Perché il presidente del consiglio temeva la riapertura di quelle indagini? Perché i suoi scherani stanno cercando di serrare definitivamente quella porta socchiusa nell’anticamera della verità?”.

Starebbe ancora in un pubblico dibattito accanto a Massimo Ciancimino?
“Perché non dovrei sedermi di nuovo accanto a Massimo Ciancimino? Potrebbe essere l’occasione per chiedergli davanti a tutti, come ho sempre fatto, alcune cose, ad esempio se sapesse se quel documento era stato falsificato, perché continua a centellinare le sue dichiarazioni. Forse mi verrebbe più difficile sedermi accanto a Nicola Mancino. A lui ho fatto più di una volta delle domande. Ma non mi ha ancora risposto”.

http://www.livesicilia.it/2011/04/28/mi-siederei-ancora-accanto-a-ciancimino/

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Di Loredana Morandi (del 29/04/2011 @ 13:08:42, in Magistratura, linkato 2190 volte)

Convengo con la posizione della ANM di Palermo e so che Ingroia è un ottimo magistrato, quello che della vicenda Ciancimino resta ed è visibile solo per le persone che hanno un forte senso dello Stato ed altrettanto alta la soglia dell'allarme sociale, è l'ulteriore colpo di spugna dato dalla malavita alla sensibilità popolare verso il concetto di "reato". Grazie alla "creazione" di personaggi come Ciancimino la popolazione è ancor più indifesa di prima, ed in merito è la società civile che sdogana i miti mediatici a doversi interrogare. L.M.

L’Anm Palermo a fianco di Ingroia:
“Su Ciancimino attacchi alla Procura”

Il segretario ed i componenti della giunta distrettuale dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo esprimono “solidarietà al collega Antonio Ingroia” che ha subito “pesanti attacchi personali, ed agli altri magistrati che con lui coordinano le indagini” su Massimo Ciancimino, e li “esortano a continuare nella loro opera di serena e rigorosa ricerca della verità nel pieno e rispettoso ossequio del principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge”.

“Da giorni ormai quasi tutti gli organi di informazione italiani – si legge in un documento dell’Anm di Palermo – pubblicano e mandano in onda notizie e commenti inerenti le nuove vicende di Massimo Ciancimino, in relazione alla individuazione di un documento falsificato presentato dal predetto ai magistrati che sono impegnati nella difficile opera di ricerca, attenta e rigorosa, dei riscontri alle predette dichiarazioni. Le prese di posizione di personaggi dell’informazione e della politica rispecchiano le fisiologiche differenze ideologiche nel commentare i fatti, ai quali non può non riconoscersi un rilievo istituzionale di primissimo piano”. Il segretario e gli altri componenti della Giunta distrettuale dell’Anm di Palermo denunciano “i tentativi, da più parti pervenuti, di trasformare una delicatissima vicenda giudiziaria in un attacco personale e mirato contro quei magistrati che con meticolosa professionalità, svolgono il loro dovere di ricerca e verifica della verità, con l’evidente scopo di delegittimare il loro lavoro e di indebolire, agli occhi dell’opinione pubblica, l’accertamento giudiziario di importantissime vicende che potrebbero avere coinvolto in passato ampi settori delle istituzioni del nostro paese”.

http://www.livesicilia.it/2011/04/27/lanm-palermo-a-fianco-di-ingroia-su-ciancimino-attacchi-alla-procura/


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Di Loredana Morandi (del 01/05/2011 @ 18:22:48, in Associazioni Giustizia, linkato 3475 volte)
http://www.giustiziaquotidiana.it/public/Telefono_Azzurro_Banner_5x1000.jpg

Telefono Azzurro e certi Padri separati


La campagna per il 5x1000 al Telefono Azzurro di quest'anno è estremamente veritiera, così diviene in questi giorni oggetto di una spietata campagna di insulti e spam, ad opera delle sedicenti associazioni dei "padri separati".

Lo slogan è pubblicato nel banner e contiene una frase scritta a mano con sopra alcune cancellazioni/correzioni. Così la frase: "Ogni giorno il mio papà torna a casa, mi prende un braccio, mi dà un calcio e mi dice che sono stupido." nella sua opportuna versione "reverse" diviene: "Ogni giorno il mio papà torna a casa, mi prende in braccio, mi dà un bacio e mi dice che sono stupendo". Geniale, non trovate?

Io sì, naturalmente. Ma appare evidente che la "sophia" sia tale, da stimolare la famigerata "coda di paglia" dei "maschi di genere" e anche l'inopportuna e rampante fame di notorietà dei "falso abusologi".

Tra questi mi fanno un po' pena i "maschilisti selvatici", perché le loro associazioni ancora non si sono decise ad informarli che con l'ingresso a regime della "mediaconciliazione", tutti i separati, i separandi, i divorziati e i divorziandi, nonché tutti gli ex conviventi si vedranno raddoppiare i costi di avvocato, senza se e senza ma, per via di quell'obbligatorietà al pre-giudizio conciliatorio. E loro proseguono, imperterriti, come un gregge di caproni belanti. Bee, bee.. non vogliamo pagare il mantenimento alle nostre ex, pagheremmo piuttosto l'avvocato per tutta la vita, bee e poi bee!, s'ode dai loro forum. I figli? Non pervenuto.

Il fatiscente politic bureau delle associazioni dei falsiabusologi, mascherato originariamente da dodici apostoli seduti nel conclave pedatum dei padri separati, invece, la sa lunga. Loro la sanno sempre lunga. Lunghissima se si pensa che tutte le politiche sul territorio nazionale sono da loro mutuate direttamente dalle organizzazioni della destra reazionaria e pedofila americana di Nambla (North American Man/Boy Love Association) e dalla destra xenofoba e filonazista nord europea ex Haider.

In primo luogo per la falsificazione del dato statistico: i casi di pedofilia in italia sono attribuibili al genitore maschio, segnatamente "il padre" per il 29,4%. Infatti: su 1.300 pedofili detenuti 1202 sono uomini, tra questi 400 sono stranieri e solo 98 sono le donne.

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/pedofilia_italia.jpg

E poi, il Telefono Azzurro, era già stato lavorato al fianco con il solito metodo dello sfruttamento dei nomi e dei loghi. Infatti i sedicenti sintomi della PAS suggeriscono l'utilizzo demagogico degli "scenari presi a prestito", da qui il suggerimento mediatico della clonazione e dell'uso e sfruttamento di nomi e loghi, se mai ve ne fosse bisogno per la società ex gestore di siti pornografici.

Vedere per credere (clicca sull'immagine per allargare):

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/2011-02-11_231321.jpg
 

Fortunatamente, le politiche di Nambla portano "politicamente male" in modo pazzesco e suscitano decisioni e metodi radicali. Infatti, il presidente democratico Clinton pur di estirparne le radici dalla società civile dimezzò il proprio budget pro cultura, affamando l'intero movimento LBGT. Otto, e ribadisco: otto governatori americani, che hanno firmato negli anni dal 2007 ad oggi per il 25 aprile della "Parental Alienation Awareness Day", sono stati defenestrati dalla cittadinanza e non sono stati rieletti, grazie alla semplice informazione della comunione di intenti tra i pro pas e i pedofili eterosessuali  in concomitanza di date con l'Alice Day. Negli states c'è anche il fronte più avanzato del contrasto, infatti sono già nate le associazione degli ex bambini seviziati da genitori pedofili, vittime di Richard Gardner. Tra questi si celebra il ricordo dei piccoli morti suicidi per disperazione.

Qui in Italia è il canto del cigno della incultura del Bunga Bunga. Infatti, oltre ad alcune organizzazioni  trasversali estremiste ebraiche, è proprio Nambla a finanziare le campagne fasulle contro i rappresentanti  "tonacati" di ecclesie diverse, soprattutto là dove sono palesemente falsi gli addebiti. Morale: i cattolici non li votano e non li votano neppure i rabbini moderati, i luterani, i valdesi e i protestanti in genere.

Loredana Morandi
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P.A.S. un'Arma impropria contro
i diritti delle Donne e dei Bambini


come l'invenzione di un Ideologo della Pedofilia è entrata nelle aule dei Tribunali
 
Roma, 6 maggio 2011 - ore 14
Teatro Lo Spazio - Via Locri, 42
 
 
Ai Gentili Colleghi e alle Redazioni,
 
 
allegato alla presente invio alla vostra attenzione l'invito al convegno dal titolo "PAS, un'arma impropria contro i diritti delle Donne e dei Bambini, come l'invenzione di un ideologo della pedofilia è entrata nelle aule dei tribunali", che si terrà a Roma il 6 maggio a partire dalle ore 14, presso il Teatro "Lo Spazio" in via Locri 42.
 
Il convegno è promosso dal Movimento per l'Infanzia (www.movimentoinfanzia.it), una rete di 28 associazioni unite dal medesimo impegno per la tutela dei bambini e delle donne, da Italia dei Valori e dal gruppo ADLE al Parlamento europeo, e si prefige lo scopo di fare Vera informazione sulle politiche della PAS in Italia, la cd "sindrome di alienazione genitoriale" e la tentata introduzione della falsa teoria scientifica nel nostro Codice Civile, con il ddl 957 sull'Affidamento Condiviso.
 
Si è molto sentito parlare di PAS e di sindrome di alienazione genitoriale, specialmente in tv, ma l'intera comunicazione è stata unilaterale, monotematica e soprattutto trattata con pericolosa superficialità.
 
Per questa ragione abbiamo scelto un titolo "forte" per la nostra iniziativa.
 
In merito alla PAS il Presidente del Movimento per l'Infanzia, Avv. Girolamo Andrea Coffari, ha dichiarato:
 
"La PAS è in verità una vera e propria invenzione di tale Richard Gardner; va necessariamente definita invenzione per il semplice motivo che la comunità scientifica non ha mai riconosciuto questa supposta malattia. Il DMS (Diagnostic and Statistical Manual), nelle sue versioni precedenti, come in quelle più aggiornate, così come nella bozza di prossima approvazione, non comprende questa singolare patologia nell'elenco delle malattie psicologiche.

La PAS, nonostante i numerosi e pressanti tentativi compiuti da anni dai seguaci di Gardner per farla rientrare nel Manuale Diagnostico (DSM), è stata sempre e per fortuna rifiutata. Ma c'è di più, molto di più.

La PAS viene utilizzata quale espediente per scagionare i genitori accusati di violenze sessuali nei confronti dei figli; fin dalle sue origini è stata pensata come un improprio strumento diagnostico che si propone, ben prima dell'accertamento processuale, con una sorta di magia casereccia alla Gardner, di individuare le accuse vere da quelle fasulle."
 
Queste pesanti dichiarazioni sono d’altra parte confermate da numerosi organismi e studiosi all’estero, ove la PAS è considerata una vera e propria junk science (scienza spazzatura). Fra le tante lapidarie condanne ricordiamo quella della NDAA (National District Attorney Association, la più antica e importante associazione dei Procuratori dello Stato negli USA www.ndaa.org) che ha pubblicato la seguente dichiarazione: "La PAS è una teoria non dimostrata in grado di minacciare l’integrità del sistema di giustizia penale e la sicurezza dei bambini vittime di abuso".
 
In apertura del convegno romano i saluti dell'europarlamentare Nicolò Rinaldi del gruppo ADLE, mentre le conclusioni saranno a cura dell'On. Stefano Pedica di Italia dei Valori.
 
La segreteria scientifica del convegno sarà curata dal dott. Claudio Foti della Ass.ne Hansel e Gretel di Torino e dallo psichiatra dott. Andrea Mazzeo, Dirigente Sanitario per il CSM della Asl di Lecce, con l'Avv. Coffari e la d.ssa Roberta Lerici del Movimento per l'Infanzia.
 
Ospite internazionale in Roma da Madrid: la d.ssa Sonia Vaccaro, psicologa clinica, specialista in "Victimologia y violencia de género", autrice con Consuelo Barea del libro “El pretendido Síndrome de Alienación Parental. Un instrumento que perpetúa el maltrato y la violencia“, ancora non tradotto in Italia.
 
Il convegno sarà moderato dall'Avv. Girolamo Andrea Coffari, presidente del Movimento per l'Infanzia, e dalla d.ssa Roberta Lerici, responsabile per l'area Minori e Famiglia di IdV e per il Mov. Infanzia Lazio.
 
 
per il Movimento per l'Infanzia
www.movimentoinfanzia.it

Loredana Morandi
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