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 Kaito con i suoi fratellini (sgami, obama, pupa, ilario, microbo)... di Lunadicarta
 
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Affinché il nostro desiderio infinito di giustizia possa essere colmato, occorre un giudice che adempia a queste tre condizioni: essere il signore della Storia; conoscere il segreto dei cuori; e operare per la riconciliazione e non per la distruzione.

Fabrice Hadjadj
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 20/01/2006 @ 19:12:32, in Politica, linkato 1373 volte)

Inviamo di seguito il testo del messaggio di rinvio alle Camere del Presidente della Repubblica sulla cosiddetta legge "Pecorella".

M.G. CIVININI, L. MARINI, F. MENDITTO, G. SALME', G. SALVI

Roma, 20 gennaio 2006

Il messaggio del Presidente Ciampi sul rinvio alle Camere della L. Pecorella

Onorevoli Parlamentari,

mi è stata sottoposta per la promulgazione della legge recante: "Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento", approvata dalla Camera dei Deputati il 21 settembre 2005 e dal Senato della Repubblica i 12 gennaio 2006. Dopo accurata disamina, ritengo di dover formulare alcune osservazioni di fondo, che attengono alla costituzionalità di disposizioni contenute nel testo a me inviato.
L'articolo 7 della legge modifica l'articolo 606 del codice di procedura penale che disciplina i casi di ricorso per Cassazione, stabilendo che in essi rientrano la "mancata assunzione di una prova decisiva quando la parte ne ha fatto richiesta, sempre che la stessa fosse ammissibile" e la mancanza o la contraddittorietà ovvero la manifesta illogicità della motivazione della sentenza.
Le modificazioni apportate all'articolo 606 del codice di procedura penale; da un lato, sopprimono la condizione che la mancata assunzione di una prova decisiva sia rilevante come motivo di ricorso soltanto se addotta come controprova rispetto a fatti posti a carico o a discarico dal pubblico ministero o dall'imputato; dall'altro, fanno venir meno la condizione che la mancanza o la manifesta illogicità della motivazione debbano emergere esclusivamente dal testo del provvedimento impugnato.
Queste modificazioni generano un'evidente mutazione delle funzioni della Corte di Cassazione, da giudice di legittimità a giudice di merito, in palese contrasto con quanto stabilito dall'articolo 111 della Costituzione, che, al penultimo comma, dispone che "contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso per Cassazione per violazione di legge".
Nei limiti indicati nella precedente formulazione dell'articolo 606 del codice di procedura penale, La valutazione della motivazione demandata alla Corte di Cassazione atteneva al controllo della legalità della sentenza.
Oggi, dalla seconda modificazione introdotta, inevitabilmente discende che la Corte di Cassazione debba procedere al controllo della legalità dell' intero processo, riconsiderandone ogni singolo atto.
Analoga mutazione si verifica per. effetto della prima modificazione, nella parte in cui obbliga la Corte a! controllo del fascicolo processuale in ogni caso di asserita decisività di qualsiasi prova non ammessa.
Tale mutazione diventerebbe ancora più gravida di conseguenze ove i due motivi di ricorso - vizi della motivazione e assunzione di prove - fossero congiuntamente dedotti.
Una Corte Suprema chiamata ad esercitare funzioni di merito di tale estensione perde la sua connotazione principale - ulteriormente esaltata dalla recente riforma dell'ordinamento giudiziario - di "organo supremo delta giustizia" che "assicura l'esatta osservanza e l'uniforme interpretazione della legge" (articolo 65 del vigente ordinamento giudiziario). il cui carattere insopprimibile è stato ribadito nella lettera inviata il 3 gennaio 2006 al Primo Presidente della Corte di Cassazione dal Presidente del Consiglio di Amministrazione della Rete dei Presidenti delle Corti Supreme giudiziarie dell'Unione Europea.
Il Primo Presidente della Corte di Cassazione ha chiaramente indicato che una delle conseguenze della modifica introdotta sarà l'impossibilità di continuare a utilizzare il meccanismo di selezione dei ricorsi stabilito dall'articolo 610, comma 1, del codice di procedura penale, che ha consentito negli ultimi anni "una decisiva economia delle risorse, indirizzando verso Ia settima Sezione penale della Corte (cosiddetta sezione "filtro", ndr.) il 45 per cento dei procedimenti pervenuti". Questa circostanza, unita all'ampliamento dei motivi del ricorso per Cassazione, condurrà alla crescita in termini esponenziali del carico di lavoro della
Corte e at progressivo accumulo di arretrato.
Il rischio è che ne risulti compromesso "il bene costituzionale dell'efficienza del processo, qual è enucleabile dai principi costituzionali che regolano l'esercizio della funzione giurisdizionale, e il canone fondamentale della razionalità delle norme processuali" (cfr. La sentenza della Corte Costituzionale n.353 del 1996). Questo rischio va a recare un vulnus ad precetto costituzionale del buon andamento dell'amministrazione - articolo 97 della Costituzione - applicabile, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale, anche agli organi dell'amministrazione della giustizia (cfr. le sentenze della Corte Costituzionale n. 86 del 1982 e n.18 del 1989).
Tutto ciò è aggravato dalla norma transitoria (articolo 9 della legge) che, da un lato, prevede l'applicabilità anche ai procedimenti pendenti delle nuove disposizioni che ampliano i casi di ricorso per cassazione e, dall'altro, converte in ricorso per cassazione "l'appello proposto prima della data di entrata in vigore della presente legge contro una sentenza di proscioglimento".
Un altro problema. strettamente collegato ai precedenti e che si muove in direzione di un netto aggravamento della situazione già posta in evidenza, è quello che deriva dall'articolo 4 della legge, che modifica l'articolo 428 del codice di procedura penale, trasferendo dalla Corte d'Appello alla Corte di Cassazione l'impugnazione della sentenza di non luogo a procedere. Ne deriverà non soltanto un ulteriore aumento di lavoro per la Corte di Cassazione, ma anche, in caso di mancata conferma della sentenza di non luogo a procedere, una regressione del procedimento, che ne allungherà inevitabilmente i tempi di definizione.
E' palese la violazione che il sistema sopra descritto determina, nel suo complesso, del principio della ragionevole durata del processo, espressamente consacrato nel secondo comma del già richiamato articolo 111 della Costituzione.

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Il sistema delle impugnazioni può essere ripensato alla luce dei criteri ispiratori del codice vigente dal 1989. Tuttavia il carattere disorganico e asistematico della riforma approvata è proprio ciò che sta alla base delle rilevate palesi incostituzionalità: una delle finalità della legge avrebbe dovuto essere quella della deflazione del carico di lavoro della giustizia penale, mentre, come si è piü sopra posto in luce, la legge approvata provocherà invece un insostenibile aggravio di lavoro, con allungamento certo dei tempi del processo.
La funzione compensativa attribuita all'ampliamento delle ipotesi del ricorso per cassazione ha un effetto inflattivo superiore di gran lunga a quello deflattivo derivante dalla soppressione dell'appello delle sentenze di proscioglimento. Soppressione che, a causa della disorganicità della riforma, fa sì che la stessa posizione delle parti nel processo venga ad assumere una condizione di disparità che supera quella compatibile con la diversità delle funzioni svolte dalle parti stesse nel processo. Le asimmetrie tra accusa e difesa costituzionalmente compatibili non devono mai travalicare i limiti fissati dal secondo comma dell'articolo 111 della Costituzione, a norma del quale: "Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale". Infine, non lo si dimentichi, è parte del processo anche la vittima del reato costituitasi parte civile, che vede compromessa dalla legge approvata la possibilità di far valere la sua pretesa risarcitoria all'interno del processo penale.
Un'ulteriore incongruenza della nuova legge sta nel fatto che il pubblico ministero totalmente soccombente non può proporre appello, mentre ciò gli è consentito quando la sua soccombenza sia solo parziale, avendo ottenuto una condanna diversa da quella richiesta.

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Infine, rispetto al principio che informa di sé la legge approvata, e cioè l'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, esistono, nel testo, due norme che appaiono contraddittorie:
- l'articolo 577 del codice di procedura penale continua a prevedere Ia impugnazione delle sentenze di proscioglimento per i reati di ingiuria e diffamazione, senza .specificare se essa riguardi anche l'appello;
- l'articolo 597, comma 1, lettera b) dello stesso codice, continua a individuare i poteri del giudice nel caso di appello riguardante una
sentenza dl proscioglimento,  appello escluso dalle modificazioni ora introdotte.
E' altresì necessario tener presente che l'articolo 36 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274, sulla competenza penale del giudice di pace, continua a consentire l'appello del pubblico ministero contro alcuni tipi di sentenze di proscioglimento.

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Per i motivi innanzi illustrati, chiedo alle Camere - a norma dell'articolo 74, primo comma della Costituzione - una nuova deliberazione in ordine alla legge a me trasmessa il 13 gennaio 2006.

f.to Carlo Ciampi

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Di Loredana Morandi (del 19/01/2006 @ 17:46:37, in Politica, linkato 1459 volte)

IL SOLE "24 ORE" - 19 gennaio 2006

ROMA_Se con la sua invettiva contro «l'uso distorto e a volte illegale» delle intercettazioni telefoniche il ministro della Giustizia Roberto Castelli pensava di lanciare un'accusa obliqua alla Procura di Milano, Armando Spataro, numero due di quella Procura, che sta indagando sulle scalate Antoveneta e Unipol, mette subito le cose in chiaro: la pubblicazione delle conversazioni intercettate ritenute dal magistrato irrilevanti, come quelle tra Fassino e Consorte, «va ricondotta a precisi intenti politici». Non dipende «né da carenze della legge vigente né dalla quantità di intercettazioni effettuate».
Seduto alla scrivania del suo ufficio, Spataro sfoglia la relazione del ministro, sottolineata in più punti. Per esempio dove Castelli paragona le intercettazioni agli avvisi di garanzia perché, ora come allora, i magistrati si servirebbero di queste «armi» per delegittimare la classe politica.
Un atto di accusa pesantissimo.
L'approccio del ministro a questo problema è tecnicamente sbagliato e politicamente strumentale. Tecnicamente, l'alto numero di intercettazioni, in Italia, dipende sia dall'esistenza di una criminalità dalle dimensioni sconosciute altrove sia da una legislazione che ha di fatto svuotato la possibilità di usare altre prove, come le dichiarazioni di collaboratori e coimputati. Č chiaro, quindi, che uno strumento che consente l'acquisizione di prove non cancellabili in dibattimento venga privilegiato. Politicamente è strumentale perché l'affermazione del ministro è inserita in una relazione tutta orientata a una critica alla magistratura, come se l'utilizzo in chiave politica delle intercettazioni fosse addebitabile ai magistrati.
Anche il Centrosinistra è critico sulle intercettazioni. I Ds, nella conferenza sulla giustizia, lo hanno detto chiaramante.
Sì, però Massimo Brutti (responsabile giustizia dei Ds - ndr) è stato fermo nel condannare l'uso strumentale ma anche nell'escludere ogni appoggio al Ddl del Governo sulle intercettazioni. Detto questo, anche sul volume delle intercettazioni sento inesattezze. Il ministro dice che l'uso che se ne fa in Italia «non ha uguali in tutto il mondo delle grandi democrazie». Č privo di senso: il New York Times scrive che mezza America è sotto intercettazioni; la Gran Bretagna continua a far fare intercettazioni ai servizi segreti; il Parlamento europeo sceglie una strada molto elastica per la durata della conservazione dei dati del traffico telefonico. Insomma, non si possono fare affermazioni sganciate dalla realtà, dai sistemi, dal tipo di criminalità e dal contesto tecnologico.
Però, dal 2001 al 2005 le intercettazioni sono aumentate.
Č vero. Ma è vero anche che è aumentato il numero degli autori dei reati scoperti. Pensiamo all'omicidio D'Antona e a quello Biagi o all'arresto del somalo dopo le bombe di Londra.
I magistrati si sono scagliati contro la proposta del ministro di istituire una sorta di Authority disciplinare, sganciata dal Csm. Analoga proposta, ricorda Castelli, l'ha fatta il diessino Violante. Del resto, anche l'altra idea di creare Tribunali «indipendenti» quando le parti in causa sono dei magistrati ha un precedente in un Ddl del diessino Fassone.
Questo non sposta di una virgola il duro giudizio che si deve esprimere su proposte che restano approssimative e che attentano all'indipendenza della magistratura, da qualunque parte esse provengano. Proposte sbagliate e demagogiche.
Castelli vi accusa di autoreferenzialità. Anche D'Alema vi invita a superare 'autoreferenzialità.
Ricordo un lungo articolo di Saverio Borrelli di tanti anni fa. Diceva che il controllo di legalità esercitato dai magistrati su chi governa può ingenerare insofferenza, anche solo nella logica di governare con le mani libere e non in una logica di illegalità programmatica. Detto questo, non ci si può accusare di autoreferenzialità perché vogliamo interloquire sui problemi della giustizia. Abbiamo il diritto e il dovere di segnalare i guasti che certe scelte producono al sistema. Qualcuno di noi lo ha fatto con altrettanta fermezza anche prima del voto del 2001.
Il ministro Castelli dice che lei è un magistrato militante, antiamericano e che lede il prestigio della magistratura quando definisce "leggi vergogna" le riforme del Parlamento.
Castelli sembra ignorare che la definizione di leggi vergogna è persino entrata nel glossario dei giuristi. Ma è significativo vedere, nella relazione del ministro, che tra le riforme di cui questa legislatura dovrebbe menar vanto non sono citate le leggi sulle rogatorie, sul falso in bilancio, la Cirami, il Lodo Schifani, la Cirielli. Mi viene il sospetto, di fronte a questa omissione, che sia per primo il ministro ad averne una certa vergogna. La verità è che, come lui ha detto, mai in passato un Governo ha realizzato tali e tante riforme. Ma questo è il punto: si potrà anche chiedere e sperare di raderle al suolo in tempi più o meno brevi. Ma ricostruire una scala di valori condivisa sarà opera durissima e lunga.

DONATELLA STASIO

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Di Loredana Morandi (del 19/01/2006 @ 17:41:47, in Magistratura, linkato 1468 volte)

UNITA' PER LA COSTITUZIONE
-Milano-

Sulla relazione del Ministro della Giustizia alle Camere

La relazione presentata dal Ministro della Giustizia al Parlamento in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2006 risulta - e lo si scrive con il massimo rispetto istituzionale- disarmante perché priva di qualsiasi traccia di analisi profonda e di proposta organica riformatrice di un settore che rappresenta una delle spie della salute democratica di un paese culturalmente evoluto.

Si apprende, leggendo il testo, che la riforma dell'ordinamento giudiziario avrebbe finalmente riequilibrato il rapporto fra i poteri dello Stato consentendo, anche grazie alla presenza del Ministro in Parlamento, un accrescimento "del tasso di democrazia del nostro Paese".

Bisogna allora dedurre che la predetta riforma -come più volte denunciato e testimoniato anche attraverso la scelta dolorosa dello sciopero-  aveva come scopo la limitazione dell'indipendenza e dell'autonomia dell'ordine costituzionale deputato al controllo di legalità e che la scelta operata, francamente deludente sul piano dell'etica, non è stata quella di riaffermare un legittimo primato della Politica fatto di proposte per i cittadini, di condotte virtuose, di ricerca di un consenso partendo dai problemi della gente, bensì di regolamentare per legge un predominio (fittizio perché imposto)  attraverso la compressione di un altro potere ritenuto ingombrante e invasivo.

Occorre peraltro sottolineare come anche nelle recenti vicende della c.d. "bankopoli" la magistratura venga chiamata ad indagare su fenomeni diffusi per l'assenza di drenaggi deontologici e di controlli amministrativi preventivi che provocano la fermentazione di diffusi circuiti di illegalità. Non sono i magistrati che vogliono fare il mercato. E' il mercato finanziario che si lascia aggredire per l'assenza di una autoregolamentazione morale e di un controllo preliminare di alta amministrazione.

Si apprende ancora che i "nemici della democrazia" utilizzano illecitamente le intercettazioni. E poiché "per un qualunque procedimento la motivazione è redatta ad libitum dall'estensore (il magistrato), che può alternativamente depositare tutto il materiale relativo alle intercettazioni, oppure depositare soltanto quelle parti di cui ha deciso di avvalersi in sede di motivazione" parrebbe di comprendere che alla fine è il magistrato che, attraverso la propalazione del contenuto delle conversazioni telefoniche, attenta alla democrazia. Bisogna allora ricordare, invece, come proprio per le ultime vicende di uso strumentale delle intercettazioni - anche se un uomo dotato di responsabilità pubblica dovrebbe comunque essere sottoposto ad un rigoroso vaglio sul suo operato funzionale da parte della pubblica opinione attraverso una informazione libera e corretta- il momento della propalazione appare estraneo alla sfera di controllo degli uffici giudiziari e riconducibile ad altri soggetti della vicenda investigativa.                

Dice il Ministro che "lusinghe, minacce, scioperi" non hanno impedito al Parlamento, "per la prima volta nella storia della Repubblica", di raggiungere il traguardo della riforma dell'ordinamento giudiziario. I reiterati scioperi realizzati da magistratura ed avvocatura, i numerosi appelli di insigni giuristi, le denunce di strappi alla Carta presentate da molteplici costituzionalisti avrebbero dovuto spingere il Ministro della Giustizia a cercare un confronto sulle leggi varate in tema di ordinamento e processo penale e ciò per attuare -nel primato del Parlamento- riforme organiche, possibilmente condivise e funzionali. La circostanza che tutti gli operatori giudiziari abbiano mosso profondi rilievi critici all'attività normativa in materia di giustizia non può rappresentare un dato positivo di esaltazione dell'autonomia bensì un indice di fallimento di rappresentatività dell'intero comparto da parte dell'esponente di governo.

Stupisce poi la denuncia sull'assenza di studi di impatto delle leggi varate sul sistema giudiziario. E' accaduto per la normativa in materia di prescrizione, accade per la legge che abolisce l'appello del Pubblico Ministero contro le sentenze di assoluzione. Si coglie un clima di improvvisazione, di disorganicità dell'intervento.

Basti pensare che il Ministro propone di assorbire l'incremento della popolazione carceraria -determinato anche dalla imprevedibilità dell'effetto della ex-Cirielli sulla non concedibilità di benefici trattamentali ai condannati definitivi- attraverso la costruzione di nuove carceri e non già attraverso lo studio di sanzioni alternative alla detenzione dotate di maggiore efficacia deterrente e rieducativa per il soggetto deviante.

Poiché siamo "il popolo più litigioso dell'Unione Europea" - che deve convivere anche con un progressivo aumento degli affari penali- e poiché gli investimenti per la giustizia (0,53% del PIL nel 2005) sono in "linea con la maggioranza dei nostri partners europei" si deduce che gli investimenti stessi - immessi in un settore che deve gestire un numero di procedimenti civili e penali nettamente superiore a quello degli altri Paesi europei- sono, in termini comparativi, inferiori rispetto agli altri bilanci.

E' una conferma a quella asfissia del sistema giustizia -determinato anche dall'assenza di riforme adeguate- più volte, non strumentalmente, denunciato.

Ma "sul piano dell'efficienza abbiamo fornito tutti i magistrati di computer". 

Il doveroso auspicio è che nella prossima legislatura, qualsiasi sia la maggioranza di governo, venga abbandonata la logica dello scontro istituzionale (la magistratura non è un nemico della politica), dell'intervento disorganico, casuale ed a volte orientato, l'arroganza decisionale per affrontare -con una sorta di spirito costituente- tutti i problemi che riguardano la giurisdizione ed i suoi protagonisti.

Milano 18 gennaio 2006
Fabio Roia
Unicost Milano

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Associazione Nazionale Magistrati

L'Anm sul disegno di legge di modifica del sistema elettorale del CSM presentato dai senatori Magnalbò e Cavallaro

1. I valori e gli orientamenti condivisi della magistratura sul sistema elettorale del CSM.

La magistratura italiana è da tempo concorde nel ritenere che il metodo di elezione dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura più adeguato  alle caratteristiche ed alle funzioni dell'organo di autogoverno è il sistema elettorale proporzionale con pluralità di liste concorrenti nell'ambito del collegio unico nazionale.

Il metodo elettorale proporzionale garantisce infatti, in linea di principio, una equilibrata e fedele rappresentanza dei differenti orientamenti ideali e delle diverse sensibilità istituzionali presenti nella magistratura. Inoltre la rappresentanza proporzionale dei magistrati rappresenta uno dei migliori antidoti contro la formazione, in seno al CSM, di maggioranze precostituite che sono negative e dannose per un organo che ha come suo principale compito quello di effettuare valutazioni professionali e scelte relative ai singoli magistrati.

Per altro verso l'elezione nell'ambito del collegio unico nazionale assicura l'effettiva rappresentatività e la maggiore autorevolezza dei componenti togati del Consiglio senza essere di ostacolo a rapporti di diretta conoscenza e di personale fiducia tra elettori ed eletti, ampiamente possibili in una categoria professionale che conta circa 9000 membri.

Infine il pluralismo delle liste consente un proficuo confronto tra diversi programmi e, soprattutto, differenti prassi di gestione del governo autonomo e permette all'elettore di votare per il raggruppamento e per il candidato che meglio risponde ai suoi personali convincimenti ed orientamenti.

2. Il disegno di legge di modifica del sistema elettorale del CSM  presentato dai senatori Magnalbò e Cavallaro. Gli aspetti positivi.

Alla luce di queste opzioni di fondo e della complessiva elaborazione della magistratura sul tema, il disegno di legge di modifica del sistema elettorale del CSM presentato dai senatori Magnalbò e Cavallaro (Atto S. n. 3478) merita apprezzamento e consenso per molte delle soluzioni adottate ma suscita anche netti dissensi su determinate scelte.

Innanzitutto merita piena adesione la proposta di riportare a trenta il numero complessivo dei componenti del Consiglio superiore (venti magistrati e dieci membri laici, nel rispetto della proporzione fissata dalla Costituzione), che, a giudizio dell'A.N.M., costituisce un aspetto essenziale e qualificante della proposta.

La crescita dei compiti del C.S.M., che ormai "amministra" un numero sempre maggiore di magistrati - ordinari ed onorari - e la indubbia complessità delle funzioni svolte dell'organo di autogoverno hanno dimostrato l'irrazionalità della scelta di ridurre a ventiquattro dei membri del Consiglio, scelta  che ha privato di competenze e di energie le Commissioni consiliari, impegnate in gravosi compiti di istruzione e di accertamento degli affari.

Per altro verso la diminuzione del numero dei componenti dell'organo di autogoverno incide inevitabilmente anche sulla pluralità e sulla ricchezza degli apporti culturali e tecnici e delle diverse sensibilità istituzionali destinate a confrontarsi nella dialettica interna al Consiglio Superiore.

Un meditato consenso va espresso anche alla proposta di legge nella parte in cui mira a superare l'attuale meccanismo elettorale "atomistico" (tutto imperniato su autocandidature e su voti individuali), riconoscendo la dimensione collettiva delle elezioni consiliari e ripristinando il sistema delle liste concorrenti, fondamentale garanzia di una dialettica consiliare chiara e responsabile.

Del pari apprezzabile, per la sua aderenza al dettato costituzionale oltre che per la sua intrinseca razionalità, è la proposta di legge nella parte in cui rispetta il carattere per così dire "generale" dell'elettorato attivo: i magistrati-elettori sono chiamati a concorrere con i loro voti alla elezione di "tutti" i rappresentanti togati del Consiglio. Peraltro, l'A.N.M. ribadisce che la soluzione maggiormente aderente allo spirito della Costituzione sarebbe quella di dividere la rappresentanza dei magistrati in due sole categorie, legittimità e merito, senza ulteriori distinzioni tra giudicanti e requirenti.

Il disegno di legge suddivide invece la rappresentanza dei magistrati in tre diverse "categorie" corrispondenti a tre distinte aree di funzioni: a) funzioni di legittimità requirenti e giudicanti svolte presso la Corte di cassazione; b) funzioni requirenti svolte presso uffici di merito; c) funzioni giudicanti svolte presso uffici di merito.

In sostanza la proposta prevede che le elezioni dei rappresentanti della magistratura avvengano in tre collegi elettorali, "unici" perché comprensivi di tutti i magistrati aventi diritto di voto e "nazionali", perché coincidenti con l'intero territorio nazionale.

In particolare nel primo di tali collegi è prevista l'elezione di quattro magistrati esercenti funzioni giudicanti o requirenti di legittimità; nel secondo collegio si procede all'elezione di cinque magistrati che esercitano le funzioni di pubblico ministero (o funzioni equiparate); nel terzo collegio avviene l'elezione di undici magistrati che svolgono funzioni giudicanti (o equiparate).

3. I punti negativi del disegno di legge: a) la sovrarappresentazione in seno al Consiglio dei magistrati della Corte di cassazione.

Fermo il consenso di principio sul meccanismo dei collegi unici nazionali per l'elezione dei rappresentanti, va rilevato che la previsione di quattro rappresentanti con effettive funzioni di legittimità risulta del tutto sganciata dal numero dei magistrati che esercitano tali funzioni e nettamente sovradimensionata rispetto al dato della loro incidenza percentuale sull'organico della magistratura.

I magistrati che svolgono funzioni di legittimità presso la Corte di cassazione rappresentano poco più del 4% del totale dei posti in organico.

Il d.d.l. si propone dunque di favorire l'ingresso nel C.S.M. di un numero particolarmente elevato di magistrati esercenti funzioni di legittimità, senza curarsi del rapporto proporzionale di tale quota "riservata" con la consistenza della categoria di estrazione.

Si tratta di una scelta chiaramente contraddittoria poiché il criterio proporzionale che regge la ripartizione in quote è immediatamente smentito e contraddetto dal diverso criterio adottato per la quota riservata ai magistrati di Cassazione.

Né a sostegno di questa opzione può essere invocato il dettato costituzionale.  Nella sentenza n. 87 del 1982 la Corte costituzionale ha individuato come costituzionalmente "necessaria" e "dovuta" l'elezione in seno al Consiglio di magistrati con effettivo esercizio delle funzioni di legittimità. ritenendo di dover "solo assicurare che i magistrati di cassazione, investiti delle corrispondenti funzioni, non rimangano esclusi dal Consiglio Superiore" ed ha rimesso a valutazioni del legislatore ordinario le scelte in merito.

La legge 22 novembre 1985 n. 655 ha poi provveduto in tal senso costituendo una riserva di due posti in Consiglio per i magistrati di cassazione con effettivo esercizio delle funzioni di legittimità, anche al fine della provvista di un componente effettivo e di un componente supplente della Sezione disciplinare del Consiglio.

In conclusione sul punto.

Il progettato aumento dei Consiglieri Superiori provenienti dalle fila della Cassazione è soluzione irrazionale e inaccettabile sotto il profilo della complessiva rappresentatività dell'organismo consiliare.

Né tale soluzione può essere sorretta da argomenti fondati sulla peculiare natura delle funzioni di legittimità o sulla professionalità.

La Costituzione stabilisce che i magistrati si distinguono tra di loro solo per funzioni (art. 107, 3 comma Cost.); di modo che non esiste nel nostro ordinamento una magistratura "alta"abilitata a svolgere un ruolo di primazia e di comando rispetto ad una magistratura "bassa" o "minore". Lo svolgimento di funzioni di legittimità - di cui ovviamente si riconosce la grande importanza - non vale di per sé a fondare alcun privilegio sul piano della rappresentanza e del ruolo da esercitare in seno all'organo di autogoverno.

Nell'affrontare questo tema occorre inoltre avere costantemente presente che nel Consiglio siedono e svolgono un ruolo di primo piano, come membri di diritto e componenti del Comitato di Presidenza, il Presidente della Corte di cassazione ed il Procuratore generale della Corte.

Una riserva di quattro posti per i magistrati di legittimità, unita alla presenza in Consiglio dei due più alti esponenti della Corte di cassazione, attribuirebbe perciò ad un'area professionale che supera di poco il 4% della intera magistratura un peso superiore al 25% della componente consiliare togata (6 su 22), dando vita ad una composizione fortemente squilibrata dell'organo.

Sotto questo aspetto, dunque, si ritornerebbe ad un assetto del C.S.M. simile a quello delineato dalla legge 24 marzo 1958, n. 195 (che assicurava la presenza di sei magistrati di Cassazione su quattordici rappresentanti togati) ed a quello contenuto nella legge 18 dicembre 1967, n. 1198 (che garantiva l'elezione di almeno quattro rappresentanti della Corte di cassazione nell'ambito della rappresentanza dei togati); assetti che sono stati superati dal legislatore proprio perché si sono rivelati inadeguati a rappresentare in tutte le sue articolazioni la realtà della magistratura ed a garantire la migliore funzionalità dell'istituzione consiliare.

La migliore soluzione appare perciò quella di mantenere a due il numero dei rappresentanti della Corte di cassazione in seno al CSM e di aumentare il numero dei rappresentanti negli altri due collegi unici nazionali nel rispetto della consistenza numerica delle categorie nell'ambito della magistratura.

4. b): l'eccessivo numero di preferenze.

Considerazioni critiche vanno svolte anche sul numero di preferenze da esprimere per le elezioni che - nel disegno di legge Magnalbò-Cavallaro - sono due nel collegio che elegge magistrati della Cassazione, tre nel collegio per l'elezione dei pubblici ministeri e quattro nel collegio per l'elezione dei giudici.

E' indiscutibile che l'elettore deve poter esprimere la sua preferenza per l'uno o l'altro dei candidati presenti nelle diverse liste in competizione.

Ma è un fatto che la previsione di un numero di preferenze troppo elevato rispetto al numero dei rappresentanti da eleggere ha già dato cattiva prova di sé in passato, favorendo fenomeni di collegamento a fini puramente elettoralistici di candidati all'interno delle diverse liste e compromettendo i guadagni di chiarezza programmatica e di trasparenza gestionale che si ottengono attraverso il sistema delle liste concorrenti.

Sembra perciò nettamente da preferire una drastica riduzione del numero delle preferenze, che salvaguardi il diritto dell'elettore a manifestare il suo voto per un particolare candidato e nel contempo eviti gli effetti dannosi di aggregazioni e collegamenti impropri tra candidati di una stessa lista diretti solo a massimizzare il numero delle preferenze.

5. Il silenzio della proposta di legge in tema di quote da riservare a candidature femminili nelle liste elettorali.

E' infine da valutare il "silenzio" serbato dalla proposta di legge su di un tema che è attualmente oggetto di vivaci dibattiti in sede di elaborazione di proposte di legge in materia elettorale a vari livelli: la previsione di quote obbligatoriamente riservate a candidature femminili nelle liste elettorali (c.d. quote di chances).

L'ANM è consapevole  che la discussione in corso all'interno della magistratura e nel paese su questa tematica non ha ancora raggiunto risultati condivisi e generalmente accettati sulle "tecniche" da adottare (quote di chances o quote di risultato).

Un dato però appare certo: la grande crescita del numero di donne che scelgono il lavoro di magistrato e gli straordinari apporti di capacità culturale e tecnica oltre che di sensibilità e di dedizione al lavoro che le donne stanno dando alla giurisdizione impongono (anche) che esse siano adeguatamente e pienamente presenti anche nell'organo di autogoverno, pena una sua perdita di rappresentatività.

In quest'ottica sembra matura la introduzione di quote riservate per legge a candidature femminili nelle liste elettorali (c.d. quote di chances).

Roma, 18 gennaio 2006

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Associazione Nazionale Magistrati

L’A.N.M. sul d.l. sul rientro in ruolo dei magistrati addetti al Ministero e dei componenti del C.S.M.

Il d.l. n. 4 del 2006 contiene alcune norme che riguardano i magistrati.

Innanzitutto, non si comprende quale sia la necessità ed urgenza di ricorrere allo strumento del decreto legge, oltretutto in materie così delicate.

Si tratta di una ennesima dimostrazione di cura di interessi particolari. Le leggi ad personam non ci piacciono mai, neanche quando riguardano magistrati.

La disposizione che stabilisce che deve essere valutata, ai fini della carriera, la permanenza nelle funzioni apicali espletate presso i ministeri, o è inutile, poiché il sistema di autogoverno già valuta tutte le attività svolte dal magistrato nella sua vita professionale, oppure è sbagliata, se intende introdurre un particolare regime di favore per i magistrati che si trovano nelle condizioni previste.

La norma che riguarda il rientro in ruolo dei componenti elettivi del C.S.M. in primo luogo appare irrazionale, poiché stabilisce un regime transitorio particolare tra la vigenza della precedente disposizione di cui dell’articolo 30 del d.P.R. 16 settembre 1958, n. 916, e, se mai assumerà efficacia, la conferma di tale disposizione prevista dalle legge delega di riforma dell’ordinamento giudiziario. La disposizione vigente, introdotta nel 2002, è criticabile per la eccessiva penalizzazione della positiva esperienza di consigliere, soprattutto nella parte in cui stabilisce il termine di legittimazione biennale dal rientro in ruolo per la partecipazione ai concorsi per il conferimento di determinate funzioni; tuttavia, la possibilità di essere ricollocati in ruolo in qualsiasi funzione, tranne quelle direttive, rappresenta un regime di favore non richiesto dalla magistratura associata, è fonte di possibili disuguaglianze e rischia di appannare l’immagine di imparzialità del Consiglio.

Roma, 18 gennaio 2006
la Giunta Esecutiva Centrale

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Di Loredana Morandi (del 17/01/2006 @ 22:26:47, in Magistratura, linkato 1427 volte)

Associazione Nazionale Magistrati
Giunta Distretto di Napoli

L'INTERVISTA DEL DOTT. CORDOVA NEL LIBRO "NAPOLI SIAMO NOI" DI G. BOCCA - A TUTELA DEI MAGISTRATI DEL DISTRETTO E DEGLI ORGANI DI AUTOGOVERNO

L'incompatibilità ambientale del dott. Cordova è stata ulteriormente confermata dall'intervista rilasciata  a Giorgio Bocca, riportata nel libro "Napoli siamo noi".

Č  l'ennesimo ed ingiustificato attacco ai magistrati del distretto, al Consiglio superiore della magistratura, all'indipendenza interna dei
magistrati svolto anche con qualche approssimazione tecnica (come la critica ai giudici che non impugnavano le sentenze .).

Il dott. Cordova, la sua signora e Giorgio Bocca così rappresentano la realtà napoletana; da un lato l'ex Procuratore, l'unico paladino della legalità, e dall'altro tutti gli altri: i magistrati ritenuti collusi, disonesti, propugnatori di incarichi agli "amici", complottanti; gli organi di autogoverno; le più alte cariche della magistratura che hanno votato per il suo trasferimento; i magistrati amministrativi che hanno confermato il provvedimento del C.S.M.

L'incompatibilità sta proprio in questo: ritenere gli altri dalla parte dell'illegalità, delegittimare tutta la magistratura per sostenere se stesso e considerare nemici quelli che rivolgono critiche anche fondate.

Questa ricostruzione è smentita dai fatti: ed i fatti sono quelli che hanno portato al trasferimento del dott. Cordova.

La giunta dell'A.N.M. del distretto di Napoli.
Napoli, li 13 gennaio 2006.

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Di Loredana Morandi (del 17/01/2006 @ 22:24:28, in Politica, linkato 1397 volte)

Ha detto "azzeramento delle leggi vergogna". Compresa la riforma della giustizia?

Intervista a Massimo Brutti 12.01.2006

«Un testo che comprime i diritti delle vittime di reato»

«Un provvedimento devastante che comprime i diritti delle vittime di reato». Alla vigilia del convegno sulla giustizia organizzato dalla Quercia, che inizierà oggi al cinema Caprinica di Roma e verrà concluso domani da Piero Fassino, Massimo Brutti boccia sonoramente la normativa sull'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento voluta dal centrodestra.

Senatore l'ennesima legge ad personam?
Certo, altro che questione morale! Questa legge rende inappellabile la sentenza già benevolmente pronunciata dal giudice Castellano nei confronti di Berlusconi. Così come consentirà a Previti di riproporre in Cassazione tutti i motivi di merito già esaminati nei due gradi del processo per cui è già stato condannato. E intanto la prescrizione si avvicina.

Al di là di Berlusconi, quali conseguenze avranno le nuove norme?
La legge che esclude l'appello del pubblico ministero nei confronti delle sentenze di proscioglimento non risponde ad alcuna esigenza di riforma della giustizia. Le nuove norme, tra l'altro, intervengono in maniera nefasta sul giudizio di Cassazione, stravolgendone la natura. Il giudizio di legittimità sarà trasformato in giudizio di merito e la Suprema Corte verrà oberata da un carico insostenibile di ricorsi. Questa legge risponde ad un solo obiettivo: tutelare gli interessi e le manovre del presidente del Consiglio e di altri esponenti della maggioranza.

Berlusconi dice che i Ds non si sono limitati a tifare Unipol nella scalata alla Bnl. Soltanto propaganda?
Sono parole gravi che dimostrano l'intenzione di mettere in circolazione altre calunnie. Questo è gangsterismo politico. In realtà Berlusconi non dice che dalle indagini in corso emerge una realtà completamente diversa. Sono esponenti di spicco del suo governo e della sua maggioranza ad essere coinvolti nelle indagini sulle scalate: un ministro, tre sottosegretari, un presidente di commissione. Tutti del centrodestra.

D'Alema ha parlato di spionaggio politico. Lei è d'accordo?
Siamo convinti che il presidente del Consiglio sia all'opera da tempo per raccogliere pseudo-informazioni da usare per spargere veleni. Abbiamo presentato in Senato due interpellanze. La prima riguarda la pubblicazione da parte del «Giornale» del testo della telefonata tra Fassino e Consorte, irrilevante ai fini delle indagini e perciò né trascritta né acquisita agli atti. Chiediamo di conoscere se il ministero delle Finanze ha avviato una indagine interna per accertare chi disponesse, nell'ambito della Guardia di Finanza, di quelle informazioni riservate; se esse siano state condivise con soggetti non investiti di funzione di polizia giudiziaria e quali possano essere i responsabili. Qualora l'inchiesta non fosse stata avviata chiediamo l'impegno del ministro a svolgerla e a riferire al Parlamento.

La seconda interpellanza?
Riguarda le parole pronunciate a "Porta a porta". Perché Berlusconi non ha ritenuto suo dovere istituzionale e personale recarsi dai magistrati prima di formulare avvertimenti oscuri, privi di fondamento e indegni di un uomo di governo?

Senatore perché proprio adesso un convegno Ds sulla giustizia?
La conferenza nazionale era organizzata da tempo, ma è chiaro che assume un significato ancora piu' importante alla luce dell'attacco alla legalità che è stato ed è parte integrante dei metodi di governo e delle scelte della Cdl. Sta qui la vera questione morale. Di fronte all'imbarbarimento della vita politica noi vogliamo ribadire che la legalità è un valore e una risorsa.

Quale obiettivo vi proponete?
Vogliamo presentare il contributo dei Ds al programma dell'Unione sui temi della giustizia definendo con precisione le priorità. A partire dalla questione che piu' preme ai cittadini: la durata dei processi e, quindi, l'efficienza. Tra le riforme da portare avanti va data priorità - accanto all'azzeramento delle leggi vergogna - alla riforma degli ordini e al varo del nuovo statuto per l'avvocatura che riconosca la funzione della professione forense, che è essenziale per tutelare il diritto costituzionale dei cittadini alla giustizia.

L'Unità

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Di Loredana Morandi (del 17/01/2006 @ 22:22:54, in Magistratura, linkato 1472 volte)

Intervista ad Armando Spataro

Dal sito dell'emittente Telelombardia:
http://www2.telelombardia.it/notizia.php?UID=tm2vctg2bhmbg7r1gv2ssmt841&idnotizia=1791
 
MILANO, lunedì 16 gennaio 2006 - Per il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, coordinatore del pool antiterrorismo, nell'utilizzo di tecniche investigative come le intercettazioni e l'ausilio di mezzi informatici, ci sono dei limiti invalicabili oltre i quali il ricorso a queste tecniche e' "inconciliabile con le strutture di un sistema democratico".
"Pur parlando da pubblico ministero che da anni si occupa di questa materia - ha spiegato Spataro, intervenendo a un convegno a Milano sul tema 'Data Retention, privacy e criminalita" - e, quindi, essendo teoricamente piu' portato a sacrificare le esigenze della privacy in nome dei risultati investigativi, penso che cio' non possa avvenire se non entro determinati limiti". "Non e' accettabile, per esempio - ha osservato - il sistema di intercettazioni senza controllo che e' stato scoperto da recenti servizi del New York Times: la stessa amministrazione statunitense ha dovuto ammettere di aver disposto intercettazioni che non esito a definire illegali". Per Spataro, e' "inaccettabile il ricorso a questi mezzi che, in nome della lotta al terrorismo, portino a sacrificare i diritti individuali". "Non c'e' bisogno di parlare di Guantanamo, dei rapimenti, delle torture - ha proseguito -. Io dico no anche alle espulsioni di massa, perche' molto spesso nella politica delle espulsioni indiscriminate, il terrorismo viene utilizzato appunto in funzione di questa. Non nascondiamoci dietro un dito, i problemi esistono, ma attenzione a un uso indiscriminato delle espulsioni". Per il procuratore aggiunto milanese, "la minaccia terroristica, e lo dicono anche gli esperti in sociologia e gli studiosi, spesso e' usata per giustificare le decisioni piu' assurde, che mai accetteremmo se non venisse propalata continuamente questa minaccia". "Molto spesso leggiamo, non soltanto in Italia, ma anche all'estero - ha argomentato -, che grazie all'attivita' dei servizi segreti e' stato sventato quell'attentato, senza mai sapere dove sarebbe dovuto avvenire e quali danni avrebbe provocato".
Spataro ha quindi illustrato quali sono gli aspetti investigativi interessati dalla conservazione dei dati informatici e telefonici e le evoluzioni legislative in tema di utilizzo di questi dati. Ha ricordato, parlando di utilita', l' esempio di Isaac Hamzi, di origine somala, accusato di aver preso parte agli attentati londinesi del 21 agosto, e che fu 'seguito' passo per passo, grazie al suo telefono cellulare, dalla Procura di Milano nei suoi spostamenti: dalla capitale inglese, poi in Francia, e da qui fino a Roma, dove fu arrestato a casa di suo fratello.
Altro esempio di utilita' dei tabulati e' stato dimostrato nella vicenda del sequestro dell'ex imam della moschea di via Quaranta, Abu Omar, prelevato a Milano il 17 febbraio 2003 e per il cui rapimento sono stati emessi 22 ordini di custodia cautelare internazionali nei confronti di altrettanti agenti della Cia. Il magistrato ha spiegato che, tra oltre 10 mila utenze che in quei giorni erano attive nella zona del sequestro, ne furono individuate 17 che comunicavano tra di loro, intestate in qualche caso a persone inconsapevoli, e che cessarono di essere attive due giorni dopo la scomparsa di Abu Omar. Un aspetto che si rivelo' importante per individuare la rete di persone in azione a Milano e ricostruire la vicenda.

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Di Loredana Morandi (del 14/01/2006 @ 13:48:24, in Politica, linkato 1480 volte)

Sono contraria ai Pacs. Infatti malcelano una esigenza "contrattuale" del e nel rapporto di coppia. E allora, in presenza di una tal esigenza, perchè non stipulare il contratto?
Il caso: madre e figlio, il padre li abbandona per la seconda donna. La famiglia regolare è alla fame e rischia di perdere anche la casa perchè il padre paga l'affitto della convivente e la donna e il bambino non trova un lavoro che le consenta di pagare l'affitto.
Altro caso: lui architetto ha diseredato e non da nulla ai figli, neppure per gli studi. Oggi vive con un altra donna che gli ha dato un figliastro e contestualmente ha spogliato la famiglia di origine.
Noi donne sappiamo che il mondo è degli uomini, ma togliere diritti alla famiglia per tutelare altro genere di unioni è sbagliato. A mio personalissimo avviso ciò che manca davvero è una moralità dell'agire. L.M.

Politica & diritti

Il Vaticano: provocazione i Pacs in piazza a Roma
Rognoni critica il magistrato che «celebra» i riti
A Milano manifestazione in difesa della legge 194
 
ROMA - In un articolo dell'Osservatore Romano, giornale vaticano, viene criticata la manifestazione in programma oggi a Roma, in piazza Farnese, dove alcune coppie di fatto riceveranno una simbolica benedizione dal magistrato di Cassazione Giovanni Palombarini. In contemporanea a Milano si terrà una manifestazione in difesa della 194 sull'aborto: «Due piazze per la libertà». Più che condanna, nell'articolo dell'Osservatore si coglie un senso di tristezza. Come siamo caduti in basso, sembra dire l'autore, invece di idee, «fioccano slogan e provocazioni». Fioccano invece disapprovazioni per Palombarini. L'altro giorno il ministro della Giustizia Castelli lo ha invitato a desistere. Ora lo attacca Virginio Rognoni, vicepresidente del Csm: «Ognuno può fare quello che vuole, ma a me non piace». Secondo Rognoni, «una maggiore sobrietà e misura sarebbe più conveniente per un magistrato».
«ATTACCO ALLA FAMIGLIA» — Toni distesi invoca il giornale vaticano, che al fondo di tutto questo agitarsi scorge il grande pericolo, l'attacco alla famiglia. «Si è aperta una partita decisiva, inimmaginabile fino a qualche decennio fa». Anche il Papa l'altro ieri ha fatto balenare il timore che si voglia «oscurare il senso della famiglia» a favore di altre forme di unione. E ora Alessandro Cecchi Paone, che guiderà dai microfoni la manifestazione di piazza Farnese, se la prende col sindaco Veltroni, il presidente della Regione Lazio Marrazzo e il presidente della provincia Gasbarra, che ascoltavano quelle parole del Papa «seduti come scolaretti. Č impressionante». Opinione unanime dei promotori della manifestazione è che la Chiesa non dovrebbe intromettersi. Omosessuali ed eterosessuali, sostiene il segretario radicale Daniele Capezzone, hanno il diritto di formare «unioni di fatto, e uno Stato estero come il Vaticano dovrebbe piantarla di esercitare pervicace e indebita ingerenza». Ma le gerarchie cattoliche non hanno nessuna intenzione di starsene buone. Anzi insistono nel mettere in luce i pericoli di disordine sociale ed etico che possono derivare da una crisi della famiglia. A questo ha dedicato un intervento l'arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, secondo il quale «una coppia omosessuale non può essere messa sullo stesso piano e definita famiglia allo stesso modo del matrimonio». E lo stesso Osservatore accusa: attraverso i Pacs si vuole introdurre il matrimonio tra omosessuali.

«MATRIMONI DI SERIE B» — Invece è proprio quello che si cerca di realizzare, teme il presidente delle Acli Luigi Bobba, si vuole introdurre «un matrimonio di serie B». Perché poi tutto questo attivismo? Non sono mica così numerose le unioni di fatto. «E ben altre sono le emergenze sociali». Una visione condivisa nel centrodestra. I Pacs (patto civile di solidarietà), ritiene il responsabile di An per la famiglia, Riccardo Pedrizzi, prefigurano «un'Italia alla Zapatero». Sarà «un carnevale», ironizza Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera. Fioriscono iniziative di senso opposto. Il ministro della Funzione Pubblica Mario Baccini andrà a un raduno a favore della famiglia. Scenderanno in piazza per contestare i cattolici di Militia Christi egli estremisti di destra di Forza Nuova.
Marco Nese
14 gennaio 2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/01_Gennaio/14/vaticano.shtml

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Di Loredana Morandi (del 13/01/2006 @ 13:06:38, in Politica, linkato 1296 volte)

Mitico Maramotti 13.01.2006

Politica
Inappellabilità delle sentenze, passa la legge. Favorirà solo il premier
di red.

La Legge Pecorella è ora legge. Un’altra legge ad personam, che solo il presidente del Consiglio, è ora legge dello Stato. Il Senato ha infatti dato il via libera alla legge sull'inappellabilità delle sentenze di proscioglimento. «Sono sbigottito per una simile iniziativa legislativa. Distrutta la funzione della Suprema Corte di Cassazione», ha commentato aspramente il presidente della Cassazione, Nicola Marvulli.

Bocciati amnistia e indulto

L'Unità online

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