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Un'idea che non sia pericolosa non merita affatto di essere chiamata idea

Oscar Wilde
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 23/11/2010 @ 22:13:15, in Osservatorio Famiglia, linkato 1477 volte)
TELEFONO ARCOBALENO:
INSEGNANTI IMPREPARATI A DISAGI


NUMERO RIDOTTO DOCENTI POSSIEDE FORMAZIONE SPECIFICA SU ABUSI


(DIRE - Notiziario Minori) Roma, 23 nov. - "Gli insegnanti, pur rivestendo un ruolo fondamentale nell'educazione delle nuove generazioni, sono spesso impreparati a riconoscere i segnali del disagio e a gestire le situazioni di sospetto abuso". È uno dei dati piu' "significativi" della ricerca "Gli insegnanti di fronte all'abuso: analisi del livello di percezione e conoscenza dell'abuso sull'infanzia nelle Scuole siciliane", realizzata da Telefono Arcobaleno, e presentata a Palermo, nel corso di un convengo in occasione della Giornata Mondiale per i Diritti all'Infanzia.

La ricerca, curata da Daniela Corso e Marika La Rosa di Telefono Arcobaleno e da Flavio Verrecchia di EseC, ha coinvolto un panel di oltre 4.500 insegnanti delle scuole materne, elementari e medie di tutte le province siciliane. L'analisi conoscitiva, effettuata con il sostegno della Regione Siciliana e con il coordinamento del Dipartimento Regionale della Famiglia e delle Politiche Sociali, si pone l'obiettivo di colmare un fabbisogno formativo visto che, dati alla mano, una percentuale significativa di insegnanti non ha una piena conoscenza del problema e delle opportune azioni da attivare per la tutela dell'infanzia.

Il lavoro, si legge in una nota, prende le mosse dalla consapevolezza che la protezione del bambino vittima di abuso e' possibile solo a partire da una tempestiva rilevazione dei segnali di disagio e da una corretta gestione delle situazioni sospette. Gli insegnanti, infatti, trovandosi ad essere testimoni di situazioni a rischio, sono chiamati a dover svolgere una funzione protettiva nei confronti dei minori coinvolti.

Dalla ricerca e' emerso che soltanto un numero ridotto di docenti possiede una formazione specifica sul tema o ha approfondito l'argomento attraverso la consultazione di testi specialistici: la conoscenza dell'abuso, nella maggior parte degli intervistati, passa attraverso i mass-media risultando, quindi inadeguata rispetto alla complessita' della tematica in questione.

Ancor piu' difficoltosa risulta essere la segnalazione del sospetto ai servizi competenti che sono in grado di attivare il corretto percorso di accertamento della situazione e di tutelare il minore coinvolto: soltanto il 35% degli insegnanti, infatti, ha dichiarato di avere segnalato ai servizi sociali territoriali le situazioni di sospetto abuso incontrate nel corso della propria carriera lavorativa. Molto spesso queste situazioni sono state gestite all'interno della scuola senza riuscire ad avviare alcun tipo di accertamento dell'abuso, impedendo, in tal modo, di intervenire in maniera efficace.

Dai dati si evince che la maggior parte degli intervistati ha una scarsa conoscenza degli obblighi di legge inerenti la professione di insegnante: soltanto il 34,5% dei docenti, ha dichiarato di essere a conoscenza della qualifica di pubblico ufficiale attribuito all'insegnante e del conseguente obbligo di segnalare i casi di sospetto abuso. Nonostante la difficolta' dei docenti siciliani a riconoscere l'abuso e a parlarne, e' stato - tuttavia -, possibile dare una prima stima dell'incidenza di tale problematica nella popolazione scolastica della regione: il 20% degli intervistati ha sostenuto di essere venuto in contatto almeno per una volta con una situazione di sospetto abuso su un minore, percentuale che sale al 25% se si fa riferimento alla scuola secondaria di primo grado.

Questo dato, gia' di per se' rilevante, e' da considerarsi con una stima per difetto visto che il 27% del panel di ricerca ha rifiutato di rispondere alla domanda in questione, evidenziando, in tal modo un atteggiamento di reticenza rispetto alla tematica trattata.

A margine del convegno, Telefono Arcobaleno ha lanciato la campagna nazionale "Proteggere i Bambini: un impegno da grandi", che ha l'obiettivo di sensibilizzare la collettivita' rispetto al dovere di tutti gli adulti di tutelare l'infanzia offrendo strumenti per l'emersione e la prevenzione delle situazioni di abuso.

"La campagna- spiega Giovanni Arena, presidente dell'Organizzazione- ha l'obiettivo di fare in modo che ogni bambino abbia al suo fianco un adulto responsabile, disposto a dare voce alla sofferenza dei piu' piccoli e a essere veramente 'grande'. Solo cosi', si possono rompere quei silenzi che nascondono e perpetuano gli abusi".

Nell'ambito della campagna verranno realizzate dei momenti di confronto sul tema rivolti a genitori, insegnanti ed educatori e verra' promossa, per favorire l'emersione delle situazioni di abuso, la Linea Nazionale contro l'abuso 800/025777, il servizio di helpline di Telefono Arcobaleno che, recentemente, ha potenziato il proprio organico e ha aperto una nuova sede operativa a Palermo.

(Wel/ Dire)
http://www.direnews.it/newsletter_minori/anno/2010/novembre/23/?news=31
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Di Loredana Morandi (del 23/11/2010 @ 22:19:48, in Giuristi, linkato 1238 volte)
RIFORMA FORENSE. UCPI: BENE,
MA SU SPECIALIZZAZIONE C’E’ PASSO INDIETRO


“Modifiche Senato snaturano norme a tutela cittadino e qualità processo, meglio testo originario”

Roma, 23 nov. L’Unione delle camere penali accoglie con “soddisfazione” il via libera del Senato alla riforma forense esprimendo tuttavia “perplessità” per il “pesante intervento modificatore” dell’aula che “rischia di snaturare ispirazione e funzionalità” della nuova disciplina della professione d’avvocato, specie sul punto della ‘specializzazione’, “una delle novità più qualificanti” – secondo i penalisti – a tutela dei cittadini e a garanzia della migliore difesa e della qualità del processo. “Invitiamo tutta l’avvocatura – si legge in una nota della giunta dell’Ucpi – a sostenere il progetto di legge originario nel successivo passaggio parlamentare, con particolare riguardo per la specializzazione secondo il regolamento già adottato dal Consiglio nazionale forense che rappresenta il migliore punto di convergenza possibile”.

Entrando più nel dettaglio, a giudizio dell’Ucpi “l’esigenza ineludibile di garantire al cittadino un servizio qualificato richiederebbe uno sforzo ulteriore verso un controllo dell’accesso all’esercizio della professione che, in luogo di costituire un’area di parcheggio per giovani laureati in attesa di qualsiasi occupazione e dunque non sostenuti dalla necessaria motivazione, sia capace di garantire la massima professionalità”. E dunque, sotto questo profilo, “l’iscrizione all’albo automatica e indiscriminata da parte di ex magistrati e professori universitari – sottolineano gli avvocati penalisti – sottende un’idea dell’idoneità a esercitare la funzione difensiva erronea, perché legata alla mera conoscenza teorica delle norme giuridiche.

Non è dubitabile, infatti, che difendere, sostenere l’accusa e giudicare implicano attitudini e persino conoscenze differenti”. Ma non solo: proprio nel segno della qualità – segnala l’Ucpi – “se può definirsi specialista colui che ha approfondito una disciplina non solo attraverso lo studio ma attraverso una pratica affinata per un tempo congruo, non è davvero ragionevole consentire l’accesso ai percorsi specializzanti, come vuole l’attuale testo, a chi sia iscritto all’albo da un solo anno. Così come affidare la preparazione dei giovani specializzandi ‘prioritariamente alle facoltà di giurisprudenza’ – conclude la giunta dell’Ucpi – confessa una visione troppo teorica del percorso specializzante ed evoca la fallimentare esperienza delle cosiddette ‘scuole Bassanini’, pacificamente inidonee a formare l’avvocato specialista”.


Fonte: Ufficio stampa UCPI
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Di Loredana Morandi (del 23/11/2010 @ 22:23:15, in Sindacati Giustizia, linkato 1676 volte)
UIL PA CONTROVERSIE DI LAVORO:
TRA NOVITA' E CONTRADDIZIONI


INSPIEGABILI CONTRADDIZIONI TRA LA COSIDDETTA "RIFORMA BRUNETTA" ED IL  COLLEGATO-LAVORO IN MATERIA DI CONTENZIOSO DISCIPLINARE. E' INDISPENSABILE UN CHIARIMENTO DELLA FUNZIONE PUBBLICA, PER EVITARE CHE I LAVORATORI PUBBLICI SIANO PRIVATI DI UN FONDAMENTALE STRUMENTO DI TUTELA IN ALTERNATIVA AL RICORSO AL GIUDICE DEL LAVORO

Il testo del “collegato-lavoro” approvato in via definitiva dalla Camera il 19 ottobre scorso (ora Legge 4 novembre 2010, n. 183. G.U. - S.O. n. 243 alla G.U. n. 262 del 9 novembre 2010) presenta diverse novità rispetto alla versione che era stata licenziata una prima volta dal parlamento il 3 marzo 2010 (vedi Circolare UIL-P.A. n. 3 dell'11 marzo 2010), ma che era poi stata rinviata alle Camere dal Presidente della Repubblica che aveva sollevato dubbi sulla legittimità costituzionale di alcune disposizioni.

Con l’art. 31 sono state introdotte profonde modifiche alle disposizioni del codice di procedura civile in tema di conciliazione e arbitrato nelle controversie di lavoro, comprese quelle riguardanti il pubblico impiego (artt. 410 e segg.).

Il preventivo tentativo di conciliazione rispetto al ricorso al giudice del lavoro ridiventa facoltativo (ad eccezione del caso in cui si intenda impugnare un contratto di lavoro certificato, previsto dall’art. 80, comma 4, del d.lgs. 276/2003);  viene favorito il ricorso all’arbitrato, quale strumento di risoluzione delle controversie di lavoro in alternativa al processo davanti al giudice del lavoro. (continua)

Per quanto riguarda, in particolare, questo secondo aspetto, si prevede che il lavoratore possa ricorrere all’arbitrato secondo diverse modalità:

1) durante o al termine del tentativo di conciliazione non riuscito, davanti alle commissioni di conciliazione istituite presso le direzioni provinciali del lavoro (art. 412 cpc);

2) presso le sedi eventualmente individuate dalla contrattazione collettiva (412 ter cpc.);

3) presso un collegio istituito ad hoc composto, su istanza delle parti, da un rappresentante di ciascuna di esse e da un terzo membro, in funzione di presidente, scelto di comune accordo dagli arbitri di parte tra i professori universitari di materie giuridiche e gli avvocati ammessi al patrocinio davanti alla Corte di cassazione (art. 412 quater cpc.);

4) attraverso la pattuizione di clausole compromissorie di cui all’art. 808 cpc, qualora previste nei contratti collettivi o accordi interconfederali, approvate dagli organi di certificazione; tale procedura non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro (licenziamenti);

5) davanti alle camere arbitrali eventualmente istituite presso le sedi di certificazione dei contratti di lavoro (art. 31 commi 12 e 13 legge 183/2010).

Ricordiamo che le procedure conciliative e arbitrali di cui sopra sono facoltative sia per il dipendente che per il datore di lavoro e che l’arbitrato, una volta attivato, è alternativo al ricorso al giudice del lavoro. Il lodo arbitrale ha efficacia di un accordo tra le parti con  titolo esecutivo. Può essere impugnato, entro trenta giorni dalla notificazione, con ricorso al Tribunale in funzione di giudice del lavoro che decide in unico grado, solo nei seguenti casi:

- se la convenzione dell'arbitrato è invalida o gli arbitri hanno pronunciato su conclusioni che esorbitano dai suoi limiti e la relativa eccezione è stata sollevata nel procedimento arbitrale;

- se gli arbitri non sono stati nominati con le forme e nei modi stabiliti dalla convenzione arbitrale;

- se il lodo è stato pronunciato da chi non poteva essere nominato arbitro;

- se gli arbitri non si sono attenuti alle regole imposte dalle parti come condizione di validità del lodo;

- per violazione dei principi generali dell’ordinamento;

- se non è stato osservato nel procedimento arbitrale il principio del contraddittorio.

La legge nulla prevede riguardo alle spese per i costi dell’arbitrato presso le direzioni provinciali del lavoro e le commissioni di certificazione.

È oneroso, invece, l’arbitrato presso i collegi ad hoc: il compenso del presidente del collegio è fissato in misura pari al 2 per cento del valore della controversia dichiarato nel ricorso. Ciascuna parte provvede a compensare l’arbitro da essa nominato. Le spese legali e quelle per il compenso del presidente e dell’arbitro di parte, queste ultime nella misura dell’1 per cento del suddetto valore della controversia, sono liquidate nel lodo. I contratti collettivi nazionali di categoria possono istituire un fondo per il rimborso al lavoratore delle spese per il compenso del presidente del collegio e del proprio arbitro di parte.

Il comma 9 dell’art. 31 afferma esplicitamente che le disposizioni degli articoli 410, 411, 412, 412 ter e 412 quater del c.p.c. si applicano anche alle controversie relative al rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici previste dall’art. 63, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, di cui riportiamo qui di seguito il testo:

Art. 63 - Controversie relative ai rapporti di lavoro.

 1. Sono devolute al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, ad eccezione di quelle relative ai rapporti di lavoro di cui al comma 4, incluse le controversie concernenti l'assunzione al lavoro, il conferimento e la revoca degli incarichi dirigenziali e la responsabilità dirigenziale, nonché quelle concernenti le indennità di fine rapporto, comunque denominate e corrisposte, ancorché vengano in questione atti amministrativi presupposti. Quando questi ultimi siano rilevanti ai fini della decisione, il giudice li disapplica, se illegittimi. L'impugnazione davanti al giudice amministrativo dell'atto amministrativo rilevante nella controversia non è causa di sospensione del processo.

 2. Il giudice adotta, nei confronti delle pubbliche amministrazioni, tutti i provvedimenti, di accertamento, costitutivi o di condanna, richiesti dalla natura dei diritti tutelati. Le sentenze con le quali riconosce il diritto all'assunzione, ovvero accerta che l'assunzione è avvenuta in violazione di norme sostanziali o procedurali, hanno anche effetto rispettivamente costitutivo o estintivo del rapporto di lavoro.

3. Sono devolute al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, le controversie relative a comportamenti antisindacali delle pubbliche amministrazioni ai sensi dell'articolo 28 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni ed integrazioni, e le controversie, promosse da organizzazioni sindacali, dall'ARAN o dalle pubbliche amministrazioni, relative alle procedure di contrattazione collettiva di cui all'articolo 40 e seguenti del presente decreto.

4. Restano devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo le controversie in materia di procedure concorsuali per l'assunzione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, nonché, in sede di giurisdizione esclusiva, le controversie relative ai rapporti di lavoro di cui all'articolo 3, ivi comprese quelle attinenti ai diritti patrimoniali connessi.

5. Nelle controversie di cui ai commi 1 e 3 e nel caso di cui all'articolo 64, comma 3, il ricorso per cassazione può essere proposto anche per violazione o falsa applicazione dei contratti e accordi collettivi nazionali di cui all'articolo 40.

 Lo stesso comma 9 dell’art. 31, peraltro, dispone l’abrogazione degli articoli 65 e 66 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, che riguardavano rispettivamente  l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione nelle controversie individuali e l’istituzione del relativo collegio di conciliazione presso le Direzioni provinciali del lavoro.

D’ora in avanti, quindi, il dipendente pubblico che, in alternativa al ricorso al giudice del lavoro, intende promuovere una vertenza contro l’amministrazione per le fattispecie di controversie ricordate nei commi 1 e 3 dell’art. 31 del d.lgs. 165/2001 potrà avvalersi degli organismi sopra specificati, ma non per le sanzioni disciplinari!

Più complessa appare, infatti, la questione relativa alle controversie riguardanti le sanzioni disciplinari: il comma 3 dell’art. 55 del dlgs 165/2001, nella nuova formulazione scaturita dalla riforma Brunetta, vieta alla contrattazione collettiva di istituire procedure di impugnazione delle sanzioni disciplinari. Una evidente e sorprendente contraddizione tra le due norme che sicuramente necessita di un chiarimento da parte del legislatore. Ecco di seguito il testo della norma citata:

Art. 55 - Responsabilità, infrazioni e sanzioni, procedure conciliative.

3. La contrattazione collettiva non può istituire procedure di impugnazione dei provvedimenti disciplinari. Resta salva la facoltà di disciplinare mediante i contratti collettivi procedure di conciliazione non obbligatoria, fuori dei casi per i quali è prevista la sanzione disciplinare del licenziamento, da instaurarsi e concludersi entro un termine non superiore a trenta giorni dalla contestazione dell'addebito e comunque prima dell'irrogazione della sanzione. La sanzione concordemente determinata all'esito di tali procedure non può essere di specie diversa da quella prevista, dalla legge o dal contratto collettivo, per l'infrazione per la quale si procede e non è soggetta ad impugnazione. I termini del procedimento disciplinare restano sospesi dalla data di apertura della procedura conciliativa e riprendono a decorrere nel caso di conclusione con esito negativo. Il contratto collettivo definisce gli atti della procedura conciliativa che ne determinano l'inizio e la conclusione.

Tale divieto è rafforzato dal contenuto dell’art. 73, del dlgs 150/2009, nel quale è espressamente vietata l’impugnazione delle sanzioni disciplinari dinanzi ai collegi arbitrali di disciplina:

Art. 73 - Norme transitorie

1. Dalla data di entrata in vigore del presente decreto non e' ammessa, a pena di nullita', l'impugnazione di sanzioni disciplinari dinanzi ai collegi arbitrali di disciplina. I procedimenti di impugnazione di sanzioni disciplinari pendenti dinanzi ai predetti collegi alla data di entrata in vigore del presente decreto sono definiti, a pena di nullita' degli atti, entro il termine di sessanta giorni decorrente dalla predetta data.
 

Se ne deduce che nel settore pubblico, in campo disciplinare, non sarà possibile  avvalersi della possibilità prevista dal nuovo art. 412-ter del codice di procedura civile.

Il dipendente pubblico che subisce una sanzione disciplinare e non vuole fare ricorso al giudice ordinario, ha a sua disposizione due possibilità:

1) ricorrere alla “conciliazione preventiva” non obbligatoria, disciplinata dai (futuri) contratti collettivi di lavoro da instaurarsi e concludersi entro un termine non superiore a trenta giorni dalla contestazione dell’addebito e, comunque, prima dell’irrogazione della sanzione. In questo caso, però, la sanzione concordemente determinata non può essere di specie diversa da quella prevista, dalla legge o dal contratto collettivo, per l’infrazione per la quale si procede e non è soggetta ad impugnazione. I termini del procedimento disciplinare restano sospesi dalla data di apertura della procedura conciliativa e riprendono a decorrere nel caso di conclusione con esito negativo. Il contratto collettivo definisce gli atti della procedura conciliativa che ne determinano l’inizio e la conclusione;

2) impugnare la sanzione disciplinare, entro 20 giorni, dinanzi al collegio di conciliazione e arbitrato costituito tramite l’ufficio provinciale del lavoro, ai sensi dell’art. 7 della legge 300/70 (statuto dei lavoratori), che così recita:

Art. 7. Sanzioni disciplinari

Le norme disciplinari relative alle sanzioni, alle infrazioni in relazione alle quali ciascuna di esse può essere applicata ed alle procedure di contestazione delle stesse, devono essere portate a conoscenza dei lavoratori mediante affissione in luogo accessibile a tutti. Esse devono applicare quanto in materia è stabilito da accordi e contratti di lavoro ove esistano.

Il datore di lavoro non può adottare alcun provvedimento disciplinare nei confronti del lavoratore senza avergli preventivamente contestato l'addebito e senza averlo sentito a sua difesa.

Il lavoratore potrà farsi assistere da un rappresentante dell'associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato.

Fermo restando quanto disposto dalla legge 15 luglio 1966, n. 604, non possono essere disposte sanzioni disciplinari che comportino mutamenti definitivi del rapporto di lavoro; inoltre la multa non può essere disposta per un importo superiore a quattro ore della retribuzione base e la sospensione dal servizio e dalla retribuzione per più di dieci giorni.

In ogni caso, i provvedimenti disciplinari più gravi del rimprovero verbale non possono essere applicati prima che siano trascorsi cinque giorni dalla contestazione per iscritto del fatto che vi ha dato causa.

Salvo analoghe procedure previste dai contratti collettivi di lavoro e ferma restando la facoltà di adire l'autorità giudiziaria, il lavoratore al quale sia stata applicata una sanzione disciplinare può promuovere, nei venti giorni successivi, anche per mezzo dell'associazione alla quale sia iscritto ovvero conferisca mandato, la costituzione, tramite l'ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione, di un collegio di conciliazione ed arbitrato, composto da un rappresentante di ciascuna delle parti e da un terzo membro scelto di comune accordo o, in difetto di accordo, nominato dal direttore dell'ufficio del lavoro. La sanzione disciplinare resta sospesa fino alla pronuncia da parte del collegio.

Qualora il datore di lavoro non provveda, entro dieci giorni dall'invito rivoltogli dall'ufficio del lavoro, a nominare il proprio rappresentante in seno al collegio di cui al comma precedente, la sanzione disciplinare non ha effetto. Se il datore di lavoro adisce l'autorità giudiziaria, la sanzione disciplinare resta sospesa fino alla definizione del giudizio.

Non può tenersi conto ad alcun effetto delle sanzioni disciplinari decorsi due anni dalla loro applicazione.

Al riguardo, però, occorre ricordare che in data 22 luglio 2010 il  Dipartimento  della Funzione Pubblica, rispondendo ad un quesito posto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha emanato una discutibile interpretazione delle nuove norme in materia disciplinare per il settore pubblico introdotte dal d.lgs. 150/2009, secondo la quale l’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori non sarebbe applicabile alle sanzioni disciplinari inflitte ai lavoratori della pubblica amministrazione, equiparando di fatto i collegi arbitrali interni previsti dal dlgs 165/2001 (ora esplicitamente soppressi) ai collegi di conciliazione e arbitrato disciplinati dalla legge 300/70.

Pertanto, in base a tale forzata interpretazione (non giustificata dal tenore del contenuto delle norme in materia disciplinare contenute nel d.lgs. 165/2001 e per questo duramente contestata dalla UIL Pubblica Amministrazione) e stante il fatto che nei contratti collettivi di lavoro non sono ancora previste le clausole concernenti la c.d. “conciliazione preventiva”, allo stato attuale l’unico strumento a disposizione dei dipendenti pubblici per opporsi alle sanzioni disciplinari subite risulterebbe, secondo la visione del Ministro Brunetta, il ricorso al giudice ordinario.

Ciò risulta estremamente penalizzante per i dipendenti pubblici, sia dal punto di vista economico per i costi del processo da sostenere, sia sul piano sostanziale: l’applicazione della sanzione in questo caso non verrebbe sospesa in attesa della pronuncia giurisdizionale.

Tutto questo pone in una pesante condizione di inferiorità il lavoratore, privandolo di strumenti sostanziali di tutela dei propri diritti.

Di fronte a queste palesi contraddizioni e, a nostro giudizio, disparità ingiustificate di trattamento, la UIL PA è pronta a sostenere in tutte le sedi il diritto dei lavoratori pubblici all’applicazione delle norme dello statuto dei lavoratori anche nelle controversie in materia disciplinare.
http://www.uilpa.it/informazione-circolari/2010/603-22112010-controversie-di-lavoro-novita-e-contraddizioni

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Di Loredana Morandi (del 23/11/2010 @ 22:37:03, in Sindacati Giustizia, linkato 1171 volte)
GIUSTIZIA: 25 NOVEMBRE

http://www.giustiziaquotidiana.com/public/rdb_nonequestalagiustizia.jpg

Sciopero Nazionale
dalle 10,30 alle 12,30 
 



Nell’ambito delle iniziative di lotta proclamate dalla RdB/USB P.I. del settore Giustizia, che prevedono l’astensione dal lavoro straordinario dal 15 novembre al 14 dicembre, verrà effettuato uno sciopero nazionale di due ore, dalle 10,30 alle 12,30, il giorno 25 novembre con l’obiettivo di saldare la lotta dei lavoratori della Giustizia con le legittime aspettative dell’utenza ingiustamente penalizzata da una gestione irriguardosa del diritto costituzionalmente garantito.

Semplificazione delle procedure e formazione del personale; assunzione di personale a fronte delle gravi carenze di organico; investimenti in strutture, strumenti e tecnologia; blocco delle esternalizzazione e della privatizzazione del servizio; valorizzazione delle professionalità.

È questa la piattaforma che i lavoratori della Giustizia proporranno durante lo sciopero all’utenza attraverso volantinaggi, presidi davanti ai tribunali, assemblee aperte ai cittadini.

Dopo 15 anni di politiche di smantellamento del servizio Giustizia la situazione è sotto gli occhi di tutti: riforme schizofreniche che hanno dilatato i tempi e aumentato i carichi di lavoro; riduzione delle piante organiche passate dalle 53.000 unità del 1995 alle attuali 40.000; tagli al bilancio di funzionamento degli uffici; blocco delle assunzioni reiterato da tutte le Finanziarie.

E mentre i politici si sono sentiti liberi di distruggere il servizio Giustizia i lavoratori sono costretti quotidianamente a chiedere scusa per lo sfascio mentre, insieme ai cittadini, pagano il prezzo dei disagi.

Il 25 novembre la RdB/USB e i lavoratori della Giustizia chiederanno ai cittadini un impegno comune per difendere e rilanciare una funzione fondamentale dello Stato: la Giustizia.


Saluto tutti

Giovanni Martullo
Rappresentanze di Base - Pubblico Impiego

Scarica l'adesivo e il comunicato stampa nazionale:


A ROMA (spero di esserci):

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Di Loredana Morandi (del 23/11/2010 @ 23:14:14, in Magistratura, linkato 1870 volte)
Complimenti vivissimi alla dottoressa Serafini! Brava !!!  Hip hip, Hurra!!!
Un particolare ringraziamento alla Nona Sezione del Tribunale di Milano!!! L.M.


A MILANO
!!!!

Immagini pedopornografiche
ma virtuali: il primo caso di condanna

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/firework%20gif-01.gif


Due anni e 2 mesi a 47enne. Nel suo pc immagini disegnate come cartoni ma elaborate da sembrare vere


MILANO - Un uomo di 47 anni dovrà scontare due anni e due mesi di reclusione per pornografia virtuale. La condanna, la prima di questo genere in Italia, è stata decisa dal tribunale di Milano in base a una legge introdotta nel 2006.

Nel suo pc l'uomo aveva materiale pedopornografico, ma di carattere virtuale, ossia immagini e video con scene disegnate come cartoni animati ed elaborate al computer, che riproducevano rapporti sessuali con bambini fino al punto di sembrare vere.

COSA SI INTENDE PER «IMMAGINI VIRTUALI» - Nel corso di una perquisizione avvenuta nei mesi scorsi nell'abitazione del 47enne, gli inquirenti avevano trovato nel suo computer una ingente quantità di video e file pedopornografici. In seguito a una consulenza disposta dal pm di Milano, Giancarla Serafini, che ha coordinato l'inchiesta, l'accusa aveva contestato la detenzione e la diffusione di un video e 1.635 file (che erano cancellati), con immagini reali.

Inoltre, il pm aveva contestato la detenzione di 6.990 immagini e 36 video di carattere pedopornografico ma virtuale. In sostanza, si trattava di scene stilizzate e disegnate come cartoni animati, ma a tal punto elaborate da apparire vere, anche se non reali. Stando alle indagini l'uomo avrebbe scaricato le immagini virtuali condividendole in alcuni siti di file sharing.

Nei giorni scorsi, la nona sezione del tribunale di Milano lo ha condannato a due anni e due mesi con rito abbreviato, riconoscendo anche il reato di pornografia virtuale, introdotto dalla legge 38 del 6 febbraio 2006. In particolare, il 'reato 600 quater' stabilisce che le norme sulla pornografia minorile «si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori (...) o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo».

Il nuovo reato chiarisce inoltre che «per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali». (Fonte Ansa)

Corriere della Sera

La Rassegna

23 Novembre 2010

Pedopornografia: prima condanna
per immagini virtuali


Milano Anche i cartoni animati, se di carattere pedopornografico, configurano un reato a carico di chi li conserva sul proprio computer. Si chiama pornografia virtuale ed è stato introdotto nel nostro ordinamento nel 2006. Ora a Milano è arrivata la prima condanna - a 2 anni e 2 mesi di reclusione oltre a 6mila euro di multa - a carico di un 47enne trovato in possesso di quasi 7mila immagini e una quarantina di video raffiguranti atti sessuali tra adulti e bambini che tuttavia non riproducono persone reali, ma virtuali.

Il computer dell'imputato era stato sequestrato nei mesi scorsi nell'ambito di una perquisizione e sottoposto a una consulenza informatica all'esito della quale è emerso che sull'hard disk erano stati scaricati e poi cancellati 1.635 file contenenti fotografie pedopornografiche reali e condivise con altri utenti, nonché 6.990 immagini e 36 video con immagini sempre pedopornografiche, ma virtuali, raffiguranti soggetti stilizzati, ma realistici. Di qui le accuse per il 47enne di pornografia minorile e pornografia virtuale con l'aggravante dell'ingente quantitativo formulate dal pubblico ministero Giancarla Serafini, titolare dell'inchiesta.

La prima, prevista all'articolo 600ter del codice penale, punisce con la pena da uno a 5 anni di reclusione chi produce materiale pornografico con la partecipazione di minorenni o lo divulga, anche per via telematica. La seconda, introdotta dall'articolo 4 della legge 38 del 6 febbraio 2006, stabilisce all'articolo 600quater 1 che le stesse disposizioni previste dal 600ter "si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni 18 o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo".

Il codice penale spiega che "per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali". Secondo quanto stabilito dal consulente informatico della procura, il 47enne non avrebbe creato di persona le immagini incriminate, ma le avrebbe scaricate da internet. Una volta rinviato a giudizio, ha chiesto di accedere al rito abbreviato, con cui ha dunque ottenuto uno sconto di un terzo della pena in virtù della celerità del procedimento. Le motivazioni dei giudici della nona sezione penale sono previste per la fine di gennaio.

http://www.cittaoggiweb.it/


Immagini pedopornografiche ma virtuali: primo caso di condanna

Corriere della Sera - ‎5 ore fa‎
COSA SI INTENDE PER «IMMAGINI VIRTUALI» - Nel corso di una perquisizione avvenuta nei mesi scorsi nell'abitazione del 47enne, gli inquirenti avevano trovato ...

Pedopornografia, primo caso condanna per immagini virtuali

Reuters Italia - ‎4 ore fa‎
MILANO (Reuters) - Il tribunale di Milano ha condannato a due anni e due mesi di carcere un uomo accusato di avere nel pc immagini pedopornografiche di ...

PEDOPORNOGRAFIA 'VIRTUALE'. MILANO, CONDANNA A 2 ANNI

Leggo Online - ‎5 ore fa‎
Il codice penale spiega che «per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a ...

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Di Loredana Morandi (del 24/11/2010 @ 12:31:31, in Magistratura, linkato 1282 volte)
Gdf spiò vip, Giudice parte lesa:
inchiesta va a Brescia


Indagato per accesso abusivo anche giornalista Panorama

Milano, 24 nov. (Apcom) - A causa della presenza tra le parti lese di Raimondo Mesiano, il giudice che decise il maxirisarcimento da Fininvest a Cir di 750 milioni di euro per il lodo Mondadori, passa da Milano a Brescia l'inchiesta che vede accusati di accesso abusivo a sistema informatico il finanziere Fabio Deiani e il giornalista di Panorama Giacomo Amadori.

Il finanziere acquisiva dalle banche dati informazioni che passava al giornalista. Ci furono "accessi" sulla famiglia Agnelli, sull'europarlamentare Luigi De magistris, su Marco Travaglio, oltre che su Mesiano e suoi familiari.

La decisione di mandare gli atti a Brescia è stata presa dal capo della procura di Milano Edmondo Bruti Liberati.

La Rassegna

Gdf spiò vip, Giudice parte lesa: inchiesta va a Brescia

APCOM - ‎37 minuti fa‎
Milano, 24 nov. (Apcom) - A causa della presenza tra le parti lese di Raimondo Mesiano, il giudice che decise il maxirisarcimento da Fininvest a Cir di 750 milioni di euro per il lodo Mondadori, passa da Milano a Brescia l'inchiesta che vede accusati ...

Milano: 'spiava' vip e politici, inchiesta si trasferisce a Brescia

Libero-News.it - ‎48 minuti fa‎
ilano, 24 nov. (Adnkronos) - Aveva 'spiato' utilizzando le banche dati della Guardia di finanza politici, magistrati e vip raccogliendo informazioni che poi 'girava' a un giornalista di 'Panorama'. La 'talpa', Fabio D., finanziere, era stata arrestata ...

Passa a Brescia l'inchiesta sul finanziere di Pavia

La Provincia Pavese - ‎28 minuti fa‎
MILANO. La Procura di Milano ha trasmesso oggi per competenza a quella di Brescia gli atti dell'indagine che vede indagato un appuntato della Gdf di Pavia, Fabio Diani, accusato di avere passato informazioni riservate, attinte dai database delle Fiamme ...

VIP SPIATI: MESIANO PARTE LESA, INCHIESTA TRASFERITA A BRESCIA

AGI - Agenzia Giornalistica Italia - ‎48 minuti fa‎
(AGI) - Milano, 24 nov. - E' stata trasferita per competenza a Brescia, perche' tra le presunte parti lese c'e' il giudice Raimondo Mesiano, l'inchiesta che aveva portato agli arresti domiciliari il finanziere Fabio Diani e in cui e' indagato il ...
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Di Loredana Morandi (del 24/11/2010 @ 12:51:10, in Osservatorio Famiglia, linkato 1634 volte)
La sentenza della nona sezione del Tribunale di Milano, che GQ attende trepidante per gennaio, scrive un passo importantissimo per il diritto in rete e per l'antipedopornografia. Per questo è giusto esprimere un sincero Grazie alla pm, al Collegio giudicante della Nona penale sezione, e grazie anche (se non ho compreso male) ai Carabinieri dello staff che ha collaborato alle indagini.
Il materiale audiovisivo di provenienza dal mercato cinematografico di animazione giapponese E' l'oggetto principe dell'adescamento, e prodotto ambito e curatissimo per i pedofili collezionisti. Così è per l'intera categoria del "doujin", ad esempio, cioè le copie hard anche originali dai cartoon anime più famosi. La legge è fin troppo raffinata, perché non considera di trattare con l'equivalente tecnologico del "bruto" che: inizia prima dei 25 anni e prosegue la propria escalation attraverso una sorta di "assuefazione", in cui anche il più comune "saabisu", il fanservice  cioè le scene di "nudo" suggerite dalla produzione dell'audiovisivo, possono divenire cult e molto altro . Wikipedia italia  pubblica alcune foto, ma potrei indicare ad esempio le silouette e le vertiginose minigonne delle tante eroine d'animazione, da Sailor Moon in poi.
Nel caso analogo che riguarda la Morandi: Azzurra.org procedeva al delink di Unina e alla chiusura dei chan dei Fansub ben un mese dopo l'articolo di Ciro Pellegrino, quando cioè io pubblicavo sul mio blog Lunadicarta su piattaforma Il Cannocchiale gli Fserver e i bot IRC per il file sharing.  Purtroppo, Tutta la pornografia è  prodotto. Così, dite pure voi, a vostro insindacabile giudizio, a quale fine la chat hard di un sito "sardo" di stoccaggio e scambio di pornografia procedeva con l'associare al proprio gruppo di utenti una intera crew Fansub (un cast amatoriale di post produzione ed editing cinematografico) e un Raw Hunter (letteralmente un cacciatore di file audiovideo originali), connesso anche h24 su Winny, la rete giapponese del peer to peer creata da Isamu Kaneko. L.M.


Pedopornografia Virtuale:
la Prima Condanna a Milano



La prima condanna in Italia
- Nel pc aveva materiale pedopornografico, ma di carattere virtuale, ossia immagini e video con scene disegnate come cartoni animati ed elaborate al computer, che riproducevano rapporti sessuali con bambini fino al punto di sembrare vere.
L'uomo è stato condannato a 2 anni e 2 mesi di reclusione e quella emessa dal tribunale di Milano, a quanto si è appreso, è il primo caso di condanna per pornografia virtuale, in base a una legge introdotta nel 2006.

File e video pedopornografici - Nel corso di una perquisizione avvenuta nei mesi scorsi nell'abitazione dell'uomo che ha 47 anni, gli inquirenti avevano trovato nel suo computer una ingente quantità di video e files pedopornografici. In seguito a una consulenza disposta dal pm di Milano, Giancarla Serafini, che ha coordinato l'inchiesta, l'accusa aveva contestato la detenzione e la diffusione di un video e 1.635 files pedopornografici (che erano cancellati), con immagini reali.
Inoltre, il pm aveva contestato la detenzione di 6.990 immagini e 36 video di carattere pedopornografico ma virtuale. In sostanza, si trattava di scene stilizzate e disegnate come cartoni animati, ma a tal punto elaborate da apparire vere, anche se non reali. Stando alle indagini l'uomo avrebbe scaricato le immagini virtuali condividendole in alcuni siti di file sharing.

La sentenza del tribunale dei Minori - Nei giorni scorsi, la nona sezione del tribunale di Milano lo ha condannato a due anni e due mesi con rito abbreviato, riconoscendo anche il reato di pornografia virtuale, introdotto dalla legge 38 del 6 febbraio 2006. In particolare, il 'reato 600 quater' stabilisce che le norme sulla pornografia minorile "si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori (...) o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo".
Il nuovo reato chiarisce inoltre che "per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualita' di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali".

Tg 24 Sky
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Di Loredana Morandi (del 25/11/2010 @ 16:33:58, in Osservatorio Famiglia, linkato 1128 volte)


25 novembre
contro la violenza sulle
DONNE



Il 25 novembre è la data scelta dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per celebrare la giornata "contro ogni violenza sulle donne" (risoluzione n. 54/134 del 1999). In questa data si ricordano le sorelle Mirabal, tre donne dominicane seviziate e brutalmente uccise nel 1960 durante la dittatura.

Le Mirabal come le donne dell' 8 marzo, le 129 operaie che persero la vita nell'incendio dello stabilimento tessile Cotton di New York del 1908, sono gli emblemi storici dello sfruttamento del lavoro femminile e della violenza subita per tutte le Donne.

La violenza ai miei, ai tuoi, ai nostri, ai vostri danni care Donne, purtroppo, non è mai cessata.

La violenza inizia e finisce in ogni nostro silenzio.

E' ora di dire basta!

Mai più silenzi sulla violenza ai danni delle Donne.


Loredana Morandi

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Di Loredana Morandi (del 26/11/2010 @ 07:06:19, in Osservatorio Famiglia, linkato 1241 volte)

VIOLENZA ALLE DONNE

 

Un nastro bianco contro la paura
Ad uccidere sono mariti e fidanzati

 

Una grande mobilitazione per la Giornata mondiale contro gli abusi sul mondo femminile. Un impegno che durerà 16 giorni fino al 10 dicembre nella Giornata dei diritti umani. L'obiettivo è raccogliere 8.000 firme al giorno, tante quante sono le bambine sottoposte quotidianamente alle mutilazioni genitali nel mondo, Un problema che riguarda anche 500.000 donne e ragazze in Europa

di EMANUELA STELLA

ROMA  - Donne uccise  -  quasi sempre da mariti e compagni - ma anche picchiate, stuprate e sottoposte a mutilazioni genitali. E' pensando a loro che l'assemblea generale delle Nazioni Unite, nel 1999, ha indicato nel 25 novembre la giornata in cui ci si mobilita (indossando un nastrino bianco sul bavero della giacca) contro quella che il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ha definito "la violazione dei diritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini né geografia, cultura, povertà o ricchezza. Fintanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l'uguaglianza, lo sviluppo e la pace".

Sedici giorni di impegno. Il 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, è stato scelto per ricordare il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana, ordinato nel 1961 dal dittatore Rafael Trujillo. Governi, amministrazioni locali e Ong hanno messo in campo iniziative che segnano l'avvio di una mobilitazione di 16 giorni contro la violenza di genere e che culmineranno il 10 dicembre nella Giornata dei diritti umani.

130 milioni di vittime. In Italia Amnesty International 1 lega questa giornata alla campagna contro le mutilazioni genitali femminili in Italia, in Europa e nel mondo, sostenuta da Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità, ed Emma Bonino, vice presidente
del senato. L'obiettivo è raccogliere 8.000 firme al giorno, tante quante sono le bambine che rischiano di subire mutilazioni dei genitali femminili nel mondo, pari a 3 milioni l'anno, per chiamare la Commissione e il Parlamento europeo a definire una strategia complessiva. Sono 130 milioni nel mondo le donne che hanno subito tali pratiche, diffuse in 28 paesi dell'Africa subsahariana e in alcuni paesi asiatici e del Medio Oriente. Il problema riguarda anche 500.000 donne e ragazze in Europa: Amnesty stima che siano 180.000 le bambine residenti in Europa che rischiano di subire questa pratica. La raccolta di firme 2.

Fenomeno in crescita. Aumentano i "femminicidi" in Italia e il primato è del Nord. L'ultima è Emiliana Femiano, 25 anni, uccisa dall'ex fidanzato domenica scorsa. Nel 2010 sono già 115 le donne ammazzate, stando a un'indagine della Casa delle donne di Bologna 3, che definisce le vittime "donne uccise in quanto tali". I femminicidi erano stati 101 nel 2006, 107 nel 2007, 112 nel 2008, 119 nel 2009. Responsabili i mariti nel 36% dei casi, i conviventi o i partner nel 18%, gli ex compagni nel 9%, i parenti nel 13%. Per lo più italiane le vittime (70,8%) e gli assassini (76%). Secondo l'indagine, dal 2006 al 2009 le donne uccise sono state 439. L'allarme si focalizza sulla violenza domestica, perché le relazioni familiari e tra i sessi risultano essere quelle più "rischiose" per la donna.

Quando si dice "No" alla subalternità. La violenza si scatena quasi sempre quando le donne cercano di sottrarsi al tradizionale ruolo di sottomissione, quando vogliono porre fine a un rapporto o quando vogliono la separazione. La gelosia è una delle principali cause di morte, e i femminicidi sono più numerosi al nord che al sud (49% contro 24%), probabilmente perché al nord le donne sono più emancipate. Nel 64% dei casi l'aggressione avviene nella casa della vittima, il luogo che dovrebbe essere più sicuro e dove invece la vita della donna è maggiormente in pericolo.

Centri antiviolenza a rischio. I tagli previsti dalla legge di stabilità per le organizzazione di volontariato, mettono a repentaglio i centri antiviolenza. Ma i tagli dei fondi agli enti locali, costringono alla chiusura numerosi luoghi concretamente idonei a offrire accoglienza e assistenza alla donna abusata, maltrattata, in fuga da un compagno manesco. È la denuncia della onlus Dire-Donne 4 in rete contro la violenza, che raccoglie 58 centri sul territorio nazionale. Ha cessato l'attività in questi giorni il centro di Cosenza, stessa sorte per quello pugliese di Polignano a Mare, mentre anche quello di Lugo (Ravenna) è in stato di crisi e a fatica riesce, con il contributo volontario delle operatrici, a compiere le sue attività. "Il Governo a parole fa politiche per donne, come il Piano antiviolenza della Carfagna che noi per primi abbiamo voluto, o come la legge anti-stalking, ma nei fatti non ci sono politiche stabili e finanziamenti certi e quindi molti centri sono costretti a chiudere", denuncia Elisa Ercoli, responsabile del centro per le donne vittime di tratta di Roma.

Migliaia le richieste d'aiuto.  Sono 13.587 le donne che si sono rivolte nel 2009 a un centro antiviolenza (il 14,2% in più rispetto all'anno precedente): di queste il 67% sono italiane. Le donne ospitate sono state 576 (con 514 minori) a fronte di una capienza massima di 393 posti letto. "Questa politica miope non capisce che i centri antiviolenza costituiscono un investimento non solo sociale ma anche economico del paese, perché una donna accolta in un centro costa sette volte meno rispetto al caso in cui venga assistita dai servizi sociali", hanno sostenuto le operatrici della Dire.

Iniziative concrete. L'Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda) e il Fatebenefratelli, in collaborazione con l'Associazione italiana medici di famiglia 5, hanno redatto un vademecum destinato agli operatori sanitari per riconoscere le vittime di violenza domestica e intervenire ai primi segnali. Il vademecum 6 è scaricabile online e viene distribuito nei 67 ospedali lombardi "amici della donna" premiati con i Bollini rosa di Onda. Una campagna contro lo stalking è stata lanciata dalla Regione Lombardia: promossa da Telefono donna 7, prevede spot tv e radio e cartelloni, con l'obiettivo di far emergere dalla dimensione privata un problema che è sociale, affiancando le donne nella denuncia e fornendo assistenza psicologica e legale.

"L'indifferenza è violenza". Numerose le iniziative locali: cartoline con lo slogan "Anche l'indifferenza è violenza" vengono distribuite sul territorio fiorentino in mercati, scuole, stazioni ferroviarie, insieme al tradizionale fiocco bianco simbolo della giornata, mentre i panifici del vicentino distribuiranno sacchetti con la scritta "Per molte donne la violenza è pane quotidiano, aiutaci ad aiutarti". Sui sacchetti sono indicati recapiti telefonici e mail ai quali le donne vittime di violenza possono rivolgersi. "Non è un paese per donne" 8 è invece lo slogan scelto da una rete di associazioni di Bari per celebrare la giornata contro la violenza.

Le femministe romane. Legano la giornata del 25 novembre alla protesta contro la proposta di legge regionale sui consultori, "che mira a chiudere quelli pubblici spostando i soldi su quelli privati", come scrive Il paese delle donne on line (che dà appuntamento per un presidio davanti alla sede della Regione Lazio). A Roma, al cinema Anica (viale Regina Margherita 286), si incontrano personaggi della musica e del cinema come Fiorella Mannoia e Serena Autieri, per dire basta alla violenza e per ricordare il diritto di sentirsi "Libere di essere" 9. La manifestazione ha il sostegno dell'Assessorato alle politiche sociali di Roma Capitale, guidato da Sveva Belviso.

"Difesa in Rosa". è il titolo dell'iniziativa, patrocinata dalla Commissione delle Elette del Comune di Roma 10, che coinvolgerà gratuitamente donne di tutte le età. Le lezioni di autodifesa si svolgeranno sabato 27 e domenica 28 al Centro Area di via Mendola e saranno tenute dall'Associazione Police Friends. Moltissime le pagine Facebook dedicate alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (si schiera anche Second Life 11).
 
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Di Loredana Morandi (del 26/11/2010 @ 10:08:14, in Magistratura, linkato 1701 volte)
http://www.giustiziaquotidiana.it/public/ANM_XXX_Congresso.jpg

XXX Congresso della Associazione Nazionale Magistrati

I MAGISTRATI E
LA  FORZA  DEL
RINNOVAMENTO



Il XXX Congresso dell'Associazione Nazionale Magistrati indica una scelta obbligata: il rinnovamento. Si volta pagina, lasciando alle spalle ciò che non ha funzionato sia della macchina giudiziaria sia all'interno della magistratura.
Il Congresso si rivolge alla politica per sollecitare interventi urgenti sulle reali problematiche del mondo della giustizia e a tutti i magistrati per coinvolgerli in un percorso di cambiamento fondato sull'elaborazione di una nuova idea di autogoverno e di associazione.
L'ANM ribadisce la netta contrarietà ai progetti di riforma della Costituzione che riducono l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati senza portare alcun beneficio al funzionamento della giustizia. Le vere riforme di cui il Paese ha bisogno sono quelle che incidono sulla durata dei processi.
Il Congresso chiede alla politica assunzione di responsabilità e coraggio delle scelte: revisione delle circoscrizioni giudiziarie, innovazione tecnologica, snellimento delle procedure, investimenti per il personale, risorse materiali, sono i primi indifferibili provvedimenti per invertire la rotta.
Il Congresso guarderà anche all'interno della magistratura per offrire una riflessione sui temi della professionalità, della questione morale e dell'organizzazione degli uffici.
E per avanzare proposte per il recupero di risorse, per l'eliminazione del contenzioso inutile, per la revisione degli organici, per la definizione dei c.d. "standard di rendimento".
Il superamento del sistema di progressione in carriera basato essenzialmente sull'anzianità e sull'assenza dei controlli è un punto di non ritorno; il passo successivo è il definitivo abbandono di un'idea di associazionismo troppo legata al modello di protezione del singolo.
L'ammodernamento della magistratura passa attraverso la valorizzazione del merito e della professionalità e la presa di distanza da una concezione clientelare o corporativa della categoria. Una nuova idea di autogoverno e di associazione, quindi, ma anche prassi e comportamenti nuovi. La moralità non deve più costituire una "questione", ma un valore connaturato al ruolo di magistrato.
L'onda del cambiamento acquisterà energia con la costante e strenua difesa dei valori costituzionali.
La forza del rinnovamento sarà nei traguardi: efficienza della giustizia, credibilità della magistratura e, dunque, la fiducia dei cittadini.

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/anm.xxx.congresso.programma.jpg

clicca sull'immagine per aprire il programma



Il programma di venerdì 26 novembre

11:00 indirizzi di saluto

11:15 relazione introduttiva
           Luca Palamara

12:00 interventi programmati
           Marco Mancinetti
           Gabriela Albuquerque
           Viviane Reding
           Giorgio Santacroce

INTERVERRANNO LE AUTORITA'

15:00 Autoriforma e Professionalità
         presiede: Roberto Rossi
         Esperienze dai Consigli Giudiziari a Confronto
         Mauro Criscuolo - Napoli
         Alessandra Dal Moro - Palermo
         Matteo Frasca - Palermo
         Francesca Picardi - Firenze

         tavola rotonda
         modera: Massimo Franco
         introduce: Giuseppe Cascini
         partecipano: Giuseppe Maria Berruti, Filippo Berselli,
         Giuseppina Casella, Franco Cassano, Piercamillo Davigo,
         Anna Finocchiaro, Valerio Spigarelli

         dibattito
         conclude: Nicola Di Grazia
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