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 .. il gatto ...... di Lunadicarta
 
"
Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono!

Malcom X
"
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Federazione Nazionale della Stampa Italiana
Commissione pari opportunità


Roma, 25 novembre 2008   
Prot. n. 221                                                                                        


UNA INFORMAZIONE ATTENTA E SENZA PREGIUDIZI
SULLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE


Ci sono donne che subiscono violenza due volte. Non solo tra le mura di casa, sul luogo di lavoro, in realtà estreme di guerra ed emarginazione; ma anche attraverso il racconto che se ne fa sui mezzi di informazione, quando questi non sanno utilizzare sensibilità e rispetto privilegiando elementi “forti” e d’impatto sul pubblico. Per il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la Ifj, organizzazione che raccoglie i giornalisti di tutti i paesi, ha preparato una Raccomandazione sulle modalità di fare informazione sul tema, con un vero e proprio decalogo alla cui stesura ha collaborato Marina Cosi, rappresentante della Commissione Pari Opportunità della Fnsi nel Gender Council della Ifj. Identificare la violenza inflitta alle donne con precisione, utilizzare un linguaggio esatto e libero da pregiudizi –ad esempio sostituendo il termine “sopravvissuta” a quello di “vittima”- utilizzare il massimo del rispetto, ma anche difendere la riservatezza della protagonista, e collocare la violenza nel proprio contesto, con statistiche e informazioni anche utili sul come difendersi in casi analoghi. Elementi minimi di una sensibilità necessaria ad affrontare casi di cronaca che purtroppo sembrano troppo “normali” o rischiano di trasformarsi nel resoconto dell’ennesimo delitto, troppo spesso annunciato.
 La Commissione Pari Opportunità della Fnsi, rilanciando la necessità a colleghe e colleghi di seguire con attenzione gli elementi di rispetto e professionalità contenuti nella Raccomandazione, ricorda che, come denuncia Amnesty International, la violenza domestica è una delle prime cause di morte e invalidità per le donne europee tra i 16 e i 44 anni e secondo l’Oms una donna su quattro nel mondo ha subito violenze sessuali nel corso della propria vita. Ma ci sono violenze anche non fisiche (cioè psicologiche ed economiche), che si traducono nell’emarginazione, nel disprezzo, nella mancanza di cittadinanza per tutte le donne. E chi lavora nell’informazione, non soltanto nel corso della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, deve ricordarsene e lavorare perché questi fenomeni progressivamente si riducano e vengano messi socialmente all’indice. In attesa che siano la storia e la cultura a cancellarli.

Lucia Visca - Presidente Cpo Fnsi
Donatella Alfonso – Coordinatrice Cpo Fnsi

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ASSEMBLEA NAZIONALE
MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA - ART. 3

Roma 12/14 dicembre 2008
Auditorium via Rieti 11/13

L'assemblea nazionale del MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA -ART.3 è convocata a Roma, presso l'Auditorium in via Rieti 11/13 (nei pressi di Porta Pia, a distanza "pedonale" dalla stazione termini) per sabato 13 e domenica 14 dicembre 2008.
I lavori avranno inizio alle h. 9.30 di sabato, per terminare alle h.13.30 di domenica, le votazioni per il rinnovo degli organi statutari e le modifiche allo statuto sono previste per le h.11.30 di domenica.
L'assemblea sarà preceduta, venerdì 12 alle h. 17.00 presso la Casa del Cinema (Largo Marcello Mastroianni, 1 Ingresso da Piazzale del Brasile, Parcheggio di Villa Borghese), da una celebrazione del ventennale del gruppo, cui parteciperanno tutti i colleghi che si sono alternati nel tempo nella conduzione del Movimento, nonchè presso l'ANM e il CSM e successivamente, presso la stessa sede, da una rappresentazione teatrale dal titolo "NOI E LORO: IDEE IN MOVIMENTO" di Alessandra Camassa, interpreti Luigi Diberti (Giovanni Falcone) e Fabrizio Gifuni (Paolo Borsellino); voce narrante Marco Gambino.



Qui di seguito il programma:

sabato 13

h.9.30 - arrivo dei partecipanti,
verifica delle deleghe e nomina del presidente dell'assemblea


h.10.00 - relazione del segretario generale ed illustrazione delle modifiche statutarie

h.10.40 - intervento del presidente

h. 11.00 - coffee break

h.11.30 - interventi liberi

h.14.00 - termine dei lavori della mattina

h. 15.00 - ripresa dei lavori con presentazione della rivista del Movimento e del nuovo sito
(a cura di Luca Ramacci)


h. 15.30 - interventi liberi

h. 20.00 - termine dei lavori del pomeriggio

cena


domenica 14

h. 9.00 - ripresa dei lavori

h.10.30 - presentazione delle candidature

h. 11.30 - votazione per le modifiche statutarie;
elezione di segretario, presidente e consiglio direttivo; nomina dei probiviri


h.14.00 - chiusura dei lavori

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Di Loredana Morandi (del 25/11/2008 @ 01:12:00, in Redazionale, linkato 1227 volte)
Parte il 25.11.2008 da Niscemi in Sicilia
365 giorni dopo, il 25.11.2009 si concluderà a Brescia in Lombardia



Violenza Sessuata - Politiche UDI Nazionale   

Abbiamo voluto una Staffetta di donne per dire che la violenza sulle donne deve finire, non solo nelle grandi manifestazioni nelle grandi città e nei comunicati stampa che siamo costrette a scrivere quasi quotidianamente, ma anche in provincia, nei paesi, nei piccoli centri. Lo sappiamo, la violenza  si esprime in tanti modi: omofobia, razzismo, pedofilia, e poi l’avvelenamento dell’ambiente… e altro ancora.

Con questa iniziativa noi vogliamo dire basta alla violenza sessuata e al femminicidio

L’Istat nel febbraio 2007 ci ha detto che sono 14 milioni le donne oggetto di violenza fisica, sessuale o psicologica, che i soprusi sono commessi soprattutto dal partner e che, tra i 16 e i 50 anni, la violenza viene prima di malattie o incidenti stradali, tra le cause di morte.

Femminicidio è parola ancora assente nei dizionari della lingua italiana.
Feminisidio viene coniata a Ciudad Juarez, una città messicana ai confini con gli USA, dove dal 1993 ad oggi sono state uccise 413 donne e 600 sono scomparse.  

UDI l’ha fatta propria, traducendola in femminicidio e ne ha assunto il senso politico usandola in ogni occasione: manifestazioni, volantini, comunicati.  

Così, piano piano, è entrata nel linguaggio comune.

Femminicidio: cioè uccisione di donne per mano di uomini. In genere gli assassini sono fidanzati, mariti o ex, ma anche padri, fratelli, conoscenti, solo qualche volta estranei.

Era necessario dare il nome appropriato a questo fenomeno terribile, che altrimenti rischiava di passare come un qualsiasi altro fatto di cronaca nera.

Femminicidio è un reato preciso e avviene quando un uomo uccide una donna per sentirsi maschio.

Per  combattere un nemico tanto violento, per contrastare ogni più piccolo germe di questa normale malattia, dobbiamo essere unite, parlare, non mettere una distanza tra noi e le altre e, soprattutto, non sentirci mai estranee o privilegiate.

Se non ti è mai capitato di prendere delle botte, non per questo puoi lavartene le mani.

Dobbiamo guardare a quella donna picchiata con altri occhi: quella donna siamo NOI.

Non possiamo pretendere che lei da sola faccia quello che noi tutte non riusciamo a fare: far smettere agli uomini di essere violenti.

Quella donna, come noi, se ha un lavoro è sicuramente precario e sottopagato, almeno rispetto a quello equivalente di un uomo; se ha una casa spesso ce l’ha insieme a un uomo e ai figli. Se poi quella donna si rivolgerà alle istituzioni, quali risposte troverà se ovunque si decide, compreso il  Parlamento,  le donne sono pochissime?

Esiste una nazione di donne che può apparire invisibile e senza corpo, che tuttavia noi tutte vediamo e riconosciamo ogni giorno e ogni momento, quando facciamo la fila davanti agli sportelli, quando siamo sul tram o nella metropolitana.

Oggi, NOI ci riconosciamo le une con le altre cittadine di questa nazione misconosciuta, oscurata e maltrattata.

Nazione: i Latini la chiamavano Natio, Dea della nascita.

Vogliamo riconoscerci come cittadine, pur diverse per territorio, lingua, etnie e status sociale e culturale, per affermare l’esercizio pieno e uguale del nostro diritto di cittadinanza paritaria ovunque nel mondo.

Gli uomini già si riconoscono cittadini di uno Stato nel quale tutto, ma proprio tutto, è   improntato e regolato a loro misura, anche i nostri atti procreativi.

Ciascuna di noi sa chi è oggi come cittadina, quali siano i suoi diritti e le leve per affermarli. Se una donna che viene da altri paesi non lo sa, noi abbiamo cura di informarla.

Per la Staffetta, abbiamo pensato delle parole che sintetizzassero tutto questo: Lorena ed Hiina siamo noi, infatti la Staffetta di donne contro la violenza sulle donne percorrerà l’Italia per un anno intero, a partire dalla giornata internazionale del 25 novembre; partirà da Niscemi, dove è stata assassinata Lorena e si concluderà a Brescia, dove è stata sgozzata  Hiina. Sarà un modo di dire a tutti forte e chiaro che tu, io, noi siamo unite e diciamo basta alla violenza.

Simbolo e testimone della Staffetta, che attraverserà l’Italia passando di mano in mano, è  un’anfora con due manici, così che la possano portare due donne. Questo gesto di “portare insieme” vuol proprio significare l’importanza della relazione, della solidarietà, della vicinanza tra noi su tutti i temi che ci toccano profondamente.

In ogni luogo in cui la Staffetta passerà, le due donne che l’hanno avuta in consegna la consegneranno ad altre due, pubblicamente.

Le donne che aderiscono alla Staffetta, organizzeranno iniziative pubbliche, come dibattiti, mostre, seminari, proiezioni video.

L’anfora, al suo passaggio, diventerà una testimone “viva”, perché le donne potranno infilarvi un biglietto con i propri pensieri, immagini, denunce, parole.

Tante in questi mesi  hanno colto il senso profondo dell’evento che intendiamo costruire e hanno risposto, hanno chiesto di partecipare e chiesto chiarimenti. 

A partire da novembre, la staffetta potrà essere seguita tappa dopo tappa, sul sito dell’Udi www.udinazionale.org  e da dicembre sulla rivista Confidenze.

Roma, 27- 28 settembre 2008


 PERCORSO E DATE DELLA STAFFETTA CONTRO LA VIOLENZA

365 giorni - dal 25.11.2008 al 25.11.2009 - da Niscemi a Brescia

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Di Loredana Morandi (del 24/11/2008 @ 20:44:36, in Magistratura, linkato 1196 volte)
(AGI) - Roma, 24 nov. - Cinque giorni di sciopero, a partire da domani. Le toghe onorarie si asterranno dalle udienze civili e penali. A settembre era stato indetto lo stato di agitazione per protestare, si legge in una nota, "contro l'arbitrario dimezzamento dei loro compensi sancito con circolare dai funzionari del ministero e chiedevano al Governo di porre rimedio attingendo al Fondo unico giustizia (istituito per evitare la paralisi delle sedi disagiate dove l'esercizio della giurisdizione finora e' stato garantito proprio dalla magistratura onoraria). Fondo valutato in oltre un miliardo di euro, contro i 30 milioni di euro destinati nel 2007 alle toghe onorarie".
"Il governo - continua la nota - ha ignorato la ragionevole richiesta della categoria adducendo invece mancanza di copertura, e si e' limitato a presentare un emendamento (in corso di approvazione), che riconosce finalmente (solo per il futuro), quanto dovuto ai pm onorari (retribuzione dell'attivita' d'indagine), ma lo fa in compensazione di quanto sottratto a tutti i magistrati onorari di tribunale per il resto delle attivita'. Nel frattempo alcuni uffici giudiziari, nell'incertezza suscitata da circolari contraddittorie l'una con l'altra, hanno sospeso la liquidazione di tutti compensi, e il ministero ha diramato un'ulteriore nota in cui, in sostanza, si riserva anche di recuperare la meta' della retribuzione gia' corrisposta ai magistrati onorari prima della circolare di settembre. Alcuni uffici hanno gia' proceduto a recuperare tali somme (un giudice onorario ha ricevuto la lettera di messa in mora in aula mentre svolgeva le funzioni), e gli ispettori del ministero incalzano i capi degli uffici perche' recuperino le somme corrisposte per l'attivita' d'indagine svolta dai pm onorari (in origine con l'avallo del ministero, poi revocato)".
La Feder.m.o.t. - conclude il comunicato - "richiama il Governo alle sue responsabilita', e a prendere atto del numero dei procedimenti definiti dalle toghe onorarie, che da dieci anni applicano la legge sostenendo l'accusa e pronunciando sentenze in cause non bagatellari (sicurezza urbana, sinistri stradali, responsabilita' medica, infortuni sul lavoro, fallimenti, appalti..., che in materia civile raggiungono il valore di centinaia di migliaia di euro), maturando professionalita' e rendendo giustizia ai cittadini". La Feder.m.o.t chiede il riconoscimento del valore di questo lavoro e di prendere parte alla definizione della riforma della categoria, che garantisca stabilita' nell'esercizio delle funzioni, certezza e congruita' della retribuzione, e i diritti che Costituzione e normativa comunitaria riconoscono a tutti i lavoratori (malattia, previdenza, maternita', ferie pagate).

Fonte Agi
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Di Loredana Morandi (del 24/11/2008 @ 20:33:46, in Magistratura, linkato 1372 volte)

Solo per giustizia. Vita di un magistrato contro la camorra, un saggio di Raffaele Cantone il magistrato che ancor prima di Roberto Saviano è stato nel mirino del clan dei Casalesi


"Pensavo che questa storia avrebbe lasciato comunque una traccia nella mia vita, un marchio sulla mia carriera. E pensavo a quanto fosse incredibile e ingiusto pagare un prezzo così alto per aver cercato soltanto di fare il mio lavoro come si deve.

Dal 16 ottobre 2007 Raffaele Cantone non è più alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Ha anticipato di qualche tempo il cambiamento di funzione rispetto agli otto anni, tempo massimo di presenza all'antimafia consentito a un magistrato: la famiglia, i due figli, stavano risentendo della poca disponibilità di tempo del padre e di una vita sempre sotto scorta.
Ma il magistrato Cantone era dal 1999 che viveva una dimensione di "libertà controllata" e da sei anni rigidamente sotto scorta. Che cosa significa per un uomo tutto ciò? In una recente intervista Cantone ha dichiarato di aver avuto un ottimo rapporto, una vera amicizia con i ragazzi che dovevano non perderlo mai di vista e che quell'anomalia (non poter fare una passeggiata con un amico, un caffè in un bar, una cena al ristorante, una breve vacanza senza avere dietro di sé qualcuno che ti segue) era entrata nella sua assurda "normalità". Ma era la sua intera famiglia costretta a una vita anomala, non solo lui.
Il libro si apre proprio sull'ultimo giorno alla Dda a cui, spiega, era arrivato quasi per caso.
La vera aspirazione del ventitreenne neolaureato con lode Raffaele Cantone era diventare avvocato penalista, una passione maturata già dai primi anni d'università. La realtà però gli dimostra ben presto che quella professione spesso si scontra con la coscienza e Raffaele decide così di partecipare a vari concorsi. Vince quello all'Inail, e subito dopo quello in magistratura. La sua prima attività in procura è affiancare un pubblico ministero tra i più attivi nella lotta antimafia.
Ecco poi la conoscenza di Falcone e la controversa legge sulla Direzione nazionale antimafia, la presenza all'interno dell'Anm, il trasferimento alla "procurina" di Napoli, il suo primo importante intervento: quattro anni in quella procura in cui impara davvero il "mestiere".

Nel ricordo, emerge il primo momento in cui fu pienamente consapevole di come inevitabilmente il lavoro (e il pericolo) entrassero nella sua vita privata. La necessaria tutela della sua persona porta all'assegnazione di una scorta a partire dalle indagini sui clan del litorale domizio. La sua vita e quella dei suoi familiari da quel momento cambia, la libertà di movimento è finita.

In questa autobiografia Cantone non nasconde i problemi interni alla magistratura, le lotte tra le correnti, i dissidi, la politica che incombe.
Il passaggio alla sezione "Criminalità economica" della Procura gli suscita nuovi stimoli, ulteriori coinvolgimenti, vista l'importanza del settore nella lotta alla criminalità organizzata. Ma proprio in quella funzione e proprio all'interno di un'inchiesta contro un'impresa, la Themis, lo aspetta un momento durissimo: è investito da una grave calunnia attraverso un volantino pieno di falsità che diffama lui e tutta la sua famiglia e che viene distribuito a tappeto a magistrati, avvocati e giornalisti. Grande la solidarietà dei colleghi e dei superiori, ma altrettanto grande l'angoscia di quei giorni. Alla fine però, grazie al lavoro svolto dalla procura di Roma, viene individuato il responsabile dell'azione calunniosa, lo stesso imprenditore della Themis che, screditandolo, sperava di riuscire ad essere scagionato dalle accuse.
L'anno della svolta è il 1999, lo stesso anno del volantino calunnioso. Nell'ottobre Cantone entra a far parte della Direzione distrettuale antimafia, obiettivo a cui aspirava da tempo perché voleva capire "cos'era veramente la camorra e soprattutto come faceva a infestare così profondamente il nostro territorio". Essendo nato e cresciuto a Giugliano della camorra aveva avuto fin da ragazzo una conoscenza diretta, anche se gli "studenti", i ragazzi delle famiglie perbene, erano in genere lasciati in pace. Ricorda bene la guerra sanguinosa tra le bande camorristiche che si conclude con una strana "pax mafiosa" che dura ancora oggi e che vede la trasformazione della camorra in gruppo d'affari interessata ai guadagni soprattutto nell'edilizia e nella distribuzione.
La Dda, divisa in "aree geocriminali", gli affida la provincia di Caserta dove opera il potente clan dei Casalesi, clan che il libro di Roberto Saviano, Gomorra, ha fatto conoscere a tutti noi, ma che dieci anni fa era considerato nella sua grande pericolosità solo da un gruppo ristretto di inquirenti. Subito il compito si presenta immane, da lavorarci giorno e notte...

Le numerose pagine del libro dedicate a questa permanenza nella Dda sono interessantissime: ci fanno conoscere i meccanismi interni alla camorra (vengono sempre fatti nomi e cognomi), come si compiono le indagini, le difficoltà immense che i magistrati devono superare, i rischi quotidiani, le sconfitte e le sudatissime vittorie. Certe descrizioni sembrano veramente tratte da film di Scorsese e lasciano il lettore senza parole: come possono succedere certe cose, come è possibile che un ragazzo di diciannove anni abbia già decine di assassinii alle spalle? come riescono i magistrati a correre tali rischi? come può essere che ci siano tante collusioni con i camorristi? e in mezzo a tanto marcio, a tanta pavidità si rimane stupiti anche di chi ha il coraggio di parlare, rischiando la vita. Anonimi eroi quotidiani, che sono in prima linea e che spesso cadono.

Accanto a loro invece, imprenditori che per interesse o per paura sono di supporto ai clan; politici collusi che usano e vengono usati dai camorristi; una popolazione che non ha sponde a cui aggrapparsi e vede nella camorra la soluzione dei suoi problemi di sopravvivenza (o di arricchimento).

"In altri casi il clan, dopo aver stabilito accordi con gli organismi politici, riesce a indirizzare gli appalti verso alcuni imprenditori che diventano suoi veri e propri fiduciari.
Si crea così un circolo vizioso dove l'impresa produce utili per la camorra, ma soprattutto, attraverso le assunzioni, genera consenso sociale, prerogativa importante perché un sodalizio criminale possa prosperare e vivere. Tale consenso sociale significa, per esempio, avere a disposizione luoghi dove riunirsi tranquillamente anche con gli esponenti dei clan alleati o ricoveri sicuri per i propri latitanti".

Da quanto detto si capisce già l'importanza, in tanta omertà, di avere la testimonianza dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti "pentiti".
Da loro si viene a sapere, ad esempio, che la camorra ha superato da tempo i confini nazionali, quali sono i settori in cui principalmente opera, come vengono scelti gli interlocutori, quali appoggi politici vengono usati, come si svolgono estorsioni e "spedizioni punitive". I racconti del pentito, il boss Augusto la Torre, sono davvero da film horror perché, per un freddo orgoglio delle proprie imprese, non viene tralasciato neppure il più cruento particolare.

Però nelle sue confessioni, qualcosa non quadra: si capirà poi che il La Torre non aveva interrotto la sua vita criminale e, anche dal carcere, impartiva ordini e molte erano le falsità dichiarate. Il magistrato non può mai abbassare la guardia.
Esiste però anche qualche caso di coraggio esemplare, come quello di Carmelina, "una rosa cresciuta nel deserto".
Ma, nella continua commistione tra lavoro e privato, ecco Cantone raccontare il suo trasloco in una casa più adatta alle esigenze della famiglia, il fastidio che i vicini e i negozianti del quartiere gli mostrano, disturbati dalla presenza costante della polizia e della scorta fino ad arrivare a raccogliere le firme per farlo trasferire.
Il più importante dei casi seguiti dal nostro magistrato è quello del clan dei Casalesi: leggete questi ultimi capitoli, sono appassionanti!
Ormai Cantone si sta avvicinando agli otto anni di permanenza alla Dda, ma da una parte le minacce diventano sempre più frequenti, soprattutto nei confronti di tutta la sua famiglia, e dall'altra la responsabilità verso i figli, il loro disagio, la loro ansia, diventano un peso difficile da reggere. Molto bello è il passaggio in cui si parla dell'incontro dell'autore prima con il libro, Gomorra, poi con il suo autore Roberto Saviano, a rischio anche lui, sotto scorta anche lui, per aver fatto nomi e cognomi del clan dei Casalesi.
Il libro si chiude, circolarmente, con il magistrato che finisce di raccogliere le carte prima di lasciare l'ufficio alla Dda. Pronto per il nuovo incarico in Cassazione. Buon lavoro dottor Cantone.

Le prime pagine

Sulla mia scrivania c'è uno scatolone. Devo riempirlo di tutte le mie cose che ancora si trovano in quest'ufficio. Al momento ci sto riponendo i calendari e i crest, gli scudetti decorativi che i vari comandi di carabinieri, polizia e finanza mi hanno donato nel corso degli anni. Sono come trofei, che servono a mostrare a chiunque capiti nell'ufficio di un pm come la collaborazione con le forze dell'ordine crei quei rapporti di stima e spesso anche di amicizia indispensabili per questo lavoro e capaci di renderlo meno disumano. Sono molto affezionato ad alcuni di questi crest, e a uno in particolare, che raffigura quasi sovrapposti i volti sorridenti di Falcone e Borsellino, regalo dei carabinieri di Mondragone. Troverò un bel posto dove appenderlo nel mio nuovo ufficio a Roma, anche se lì non ci saranno persone da ricevere e lo vedrò soltanto io e qualche collega di passaggio.
«Dottore» sento una voce dalla porta, «se vuole posso restare ancora un po' per aiutarla.»
«La ringrazio, maresciallo lacono; non c'è bisogno.»
Mentre pronuncio quella frase mi fermo un attimo. Per cinque anni questo carabiniere siciliano, originario di Vittoria, ha lavorato letteralmente al mio fianco e io mi accorgo solo ora che continuo a chiamarlo col suo grado militare e non col suo nome, ossia Giancarlo.
Era arrivato in sostituzione di un altro sottufficiale con il quale non c'era stata grande sintonia, per completare la squadra di polizia giudiziaria. Ne faceva già parte anche Luigi Ventriglia, un appuntato della guardia di finanza che ha collaborato con me per quasi dieci anni ed è diventato molto bravo nell'analisi dei dati informatici.
lacono lo conoscevo già di vista, prima che mi fosse assegnato. Lo avevo incontrato spesso nell'anticamera di un procuratore aggiunto, ma l'avevo preso per un dipendente amministrativo, non pensavo che fosse un uomo dell'Arma. Lavorandoci, si è dimostrato non solo un investigatore molto capace, ma una di quelle presenze a cui ti abitui tanto da non poterne più fare a meno. Era disponibile senza alcun limite di orario, lo trovavo in ufficio anche la domenica quando per turno dovevo andarci io.
Sono uomini come lacono - ne ho conosciuti tanti altri nel corso della mia esperienza di magistrato - che rappresentano la spina dorsale invisibile ma tenace su cui si regge questo paese.
«Torni a casa presto, almeno oggi, maresciallo. Fra un po' me ne andrò via anch'io.»
lacono mi si avvicina e mi abbraccia per salutarmi. Entrambi tratteniamo l'emozione, ma ci conosciamo da troppo tempo per non coglierla ugualmente nelle parole e nei gesti un po' formali che ci scambiarne. Ieri abbiamo festeggiato il mio commiato dalla Oda con il procuratore, gli aggiunti, gran parte dei sostituti, il personale amministrativo e quello di polizia. Era venuto persino il procuratore generale. Mi hanno regalato un bellissimo quadro del golfo di Napoli. Eppure in quel momento l'emozione si è fatta sentire solo in parte, forse per una sorta di pudore suscitato dalla presenza di persone con cui non avevo troppa confidenza.
Un vero groppo in gola mi è invece salito quando ho salutato le mie collaboratrici amministrative che, per un caso buffo, si chiamano entrambe Rosaria. Impossibile immaginarmi questi anni di lavoro senza il loro contributo quotidiano.



© 2008, Mondadori

Solo per giustizia – Raffaele Cantone
334 pag., 17,00 €- Mondadori 2008 (Strade blu)
ISBN 978-88-04-58011-9

L'autore

Raffaele Cantone, nato a Napoli nel 1963, è stato sostituto procuratore a Napoli, dove nel 1999 è approdato alla Direzione distrettuale antimafia e attualmente è magistrato presso il Massimario della Cassazione.
Nelle ultime tre legislature è stato consulente della Commissione parlamentare antimafia.
Ha scritto numerosi articoli su argomenti giuridici, apparsi su riviste specializzate, e alcune monografie in materia di diritto penale sostanziale e processuale.
Collabora con il giornale "Il Mattino". Č sposato e ha due figli.

di Grazia Casagrande per Wuz
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Di Loredana Morandi (del 24/11/2008 @ 04:46:42, in Osservatorio Famiglia, linkato 1169 volte)

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Di Loredana Morandi (del 23/11/2008 @ 13:26:28, in Redazionale, linkato 1061 volte)
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La costruzione del muro in Palestina



segue ...
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Di Loredana Morandi (del 23/11/2008 @ 10:19:56, in Magistratura, linkato 1107 volte)

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"La privacy è a rischio"


Le impronte servono per assicurare un accesso sicuro ai sistemi informatici di Procure, Tribunali e Corti di Appello di Napoli
Al via la raccolta di impronte digitali per circa 5 mila tra magistrati e lavoratori di Procure, Tribunali e Corti di Appello del distretto di Napoli.

Con una comunicazione della Corte di Appello è stato dato l'avvio alla direttiva del ministero della Giustizia per l'acquisizione, a Napoli e nelle altre sedi giudiziarie del Sud, dei dati personali e biometrici dei magistrati e dipendenti sia per le tessere di riconoscimento che per l'accesso ai sistemi informatici.

A prevederlo è il 'Progetto Infrastruttura', per la realizzazione di un sistema "sicuro di accesso ai sistemi informatici del ministero della Giustizia" attraverso la distribuzione di smart card a tutto il personale. Un'iniziativa prevista nell'ambito del Pon sicurezza per lo sviluppo del Sud per le Regioni dell'Obiettivo 1.

L'operazione di acquisizione delle impronte digitali per magistrati e lavoratori di Procure e Tribunali di Napoli e del Sud suscita perplessità nella Ugl ministeri. In una nota al presidente della Corte di Appello, al procuratore generale e al Procuratore della Repubblica il sindacato ha chiesto più ampie spiegazioni su una iniziativa che, secondo il sindacato, "non solo non ha informato preventivamente i sindacati ma che sotto l'aspetto della privacy non sembra chiara".

"Quando si prelevano impronte digitali occorre adottare elevate misure di cautela per prevenire il rischio di 'ricostruzioni abusive' in altre parole - spiega il responsabile Ugl Ministeri, Paola Saraceni - non viene riferito né il nome se la ditta esterna incaricata per tale compito risponde ai principi di elevata cautela, tanto meno sappiamo nulla sulle misure adottate a protezione dei dati raccolti e neanche abbiamo garanzia che le impronte digitali non verranno conservate".

"Inoltre - conclude la sindacalista - non sappiamo nulla neanche sulla designazione di un responsabile e di un titolare del trattamento dei dati". Preoccupazione è stata espressa anche dal segretario provinciale Ugl di Napoli, Francesco Falco "sul rischio di ritrovarsi di fronte ad una specie di schedatura dei lavoratori".

La Repubblica 21 novembre 2008
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Di Loredana Morandi (del 23/11/2008 @ 10:13:38, in Magistratura, linkato 1158 volte)

Il processo civile taglia i riti

di Giovanni Negri

Di 23 o forse più ne resteranno quattro. Il ministero della Giustizia preme sull'acceleratore dello sfoltimento dei riti del processo civile e mette a punto una manovra che dovrebbe rendere più facile la vita agli avvocati, meno complicate le regole procedurali e più rapida la soluzione delle controversie.
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano lo ha promesso al Congresso dell'avvocatura: così non si può andare avanti, la pluralità di riti applicabili ai diversi tipi di causa porta a un processo "alla carta" in cui la prima vittima è la certezza del diritto. Serve allora un'opera di drastico disboscamento della giungla procedurale e, alla fine, in piedi non dovrebbero restare più di 4 procedure: nel dettaglio, processo ordinario di cognizione, del lavoro, di famiglia, compresi separazioni e divorzi, e cautelare.
All'Ufficio legislativo di via Arenula si sta mettendo a punto l'intervento da sottoporre al Parlamento. Un'ipotesi è quella di un emendamento da inserire nel collegato alla manovra dedicato ai temi della Giustizia che adesso è in discussione al Senato dopo avere ricevuto il via libera della Camera. L'emendamento affiderebbe al Governo una delega per riscrivere tutto il quadro delle procedura entro cui dovrà muoversi il futuro processo civile. Delega che però dovrebbe essere sufficientemente dettagliata. Tanto da lasciare capire con chiarezza la direzione di marcia.
Gli stessi avvocati fanno ormai fatica a districarsi all'interno di un ventaglio estremamente ampio di discipline processuali, spesso modulate sulla natura della causa oppure sul tempo della sua instaurazione. Alfano ne ha contate 27, l'Unione delle camere civili (si vedano i dati a fianco) "solo" 23, gli avvocati del Triveneto andavano oltre il muro dei 30 riti. Sta di fatto che di formalismo eccessivo il processo rischia di soccombere, nelle tenaglia tra allungamento dei tempi e dilatazione delle procedure. Anche perchè non sembra più reggere la filosofia che aveva condotto via via ad aggiungere regole a regole e cioè quella secondo cui, per avere decisioni rapide, una delle strade da percorrere è quella di modulare i riti sul tipo di controversia. I dati sono impietosi: lo stock di cause arretrate, il vero debito pubblico della giustizia italiana, è continuato ad aumentare. Sino a fare dell'Italia il Paese in Europa (secondo i dati del 2006) con il maggiore numero di cause arenate davanti ai tribunali di primo grado, in tutto 3.687.965 (solo la Francia si attesta sopra al milione di cause pendenti, 1.165.192).
Sul campo, secondo il progetto del Governo, resteranno forme processuali ormai obsolete come quelle delle acque pubbliche o poco utilizzate come quelle agrarie; si dovrebbe mettere la parola fine a paradossi come quello sui processi per incidenti stradali, nei quali, se sono coinvolte persone, si applica il processo del lavoro e quello ordinario se sono interessate solo cose.
Ma la vittima principale è senz'altro il rito societario che, introdotto, in pompa magna, nel 2003 e a pieno regime dal 2004, dopo soli 4 anni è destinato ad andare definitivamente in soffitta. Ci aveva già provato la passata maggioranza e adesso a scrivere la parola fine potrebbe essere una coalizione in grandissima parte analoga a quella che lo approvò.
Nulla di male, naturalmente. Alla prova dei fatti una forma processuale che doveva costituire il modello di una più ampia riforma dell'intero Codice di procedura civile, ha segnalato più di una difficoltà.
Anche se il modello poteva avere una sua validità nel presentare al giudice una causa già matura per la soluzione, senza la necessità di svolgere un'approfondita attività istruttoria (devoluta invece allo scambio tra le parti), le lacune maggiori sono emerse quando il procedimento ha coinvolto una pluralità di parti, quando già all'avvìo del procedimento venivano effettuate contestazioni ovvero nell'avere escluso un limite al numero di memorie che possono essere scambiate.
Tutti aspetti che, in una materia cruciale per la competitività del Paese, hanno complicato la soluzione delle cause. In questo senso le ultime informazioni disponibili, relative all'inaugurazione del passato anno giudiziario, segnalano che le cause pendenti soggette al rito societario sono aumentate del 222% in primo grado e del 74% in appello.

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