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 .. giustizia black ...... di Lunadicarta
 
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La pena che i buoni devono scontare per l'indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi.

Platone
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 02/11/2010 @ 13:35:11, in Magistratura, linkato 1424 volte)
Giustizia: tagli al personale


Sul Corriere di ieri leggo che il Ministro Brunetta annuncia, sembra di capire vantandosene, che entro il 2013 i dipendenti pubblici diminuiranno di circa 300.000 unità; posto che la riduzione si otterrà con il blocco del turn over, insieme con gli sprechi (che certamente in alcuni settori sussistono) verranno inevitabilmente tagliati anche i servizi essenziali offerti dalla Pubblica Amministrazione, cosa che del resto è già accaduta al ministero della Giustizia, dove dal 1999 non vengono più fatte assunzioni di personale amministrativo e quindi tale personale è diminuito di almeno il 25/30 %; le conseguenze di tale politica dissennata sono sotto gli occhi di tutti, ma nei prossimi anni si assisterà non solo a un ulteriore peggioramento e rallentamento del servizio giustizia, ma anche a una progressiva chiusura di interi settori di attività.

Massimo Meroni
Procuratore Aggiunto di Bergamo

Corriere sera, pag 57 ed. 30 ottobre 2010
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Di Loredana Morandi (del 02/11/2010 @ 13:54:24, in Magistratura, linkato 1509 volte)
Ebbene si, sono un Magistrato pentito

in risposta alle offese del premier

Vincenzo Maria Albano
pres. Tribunale di Torre Annunziata


Ho deciso, mi pento. Visto che sono stato scoperto e sono accusato di far parte di una "associazione per delinquere" da parte del presidente del Consiglio, mi pento. E, per lucrare i benefici previsti dalla legislazione premiale, comincerò con l'indicare precisamente i miei complici e fornire l'indicazione del programma criminoso che l'associazione, condotta tuttora perdurante, intende perseguire. Su questo ultimo punto bisogna dare atto che l'inquirente è stato generoso: avrebbe potuto contestare ben altri reati (l'associazione sovversiva o quella con finalità di terrorismo) ma non l'ha fatto.
I capi apparenti dell'organizzazione cambiano di frequente, ma gli ideologi veri del gruppo sono sempre gli stessi. Tutti si riconoscono in una "cupola" denominata Magistratura Democratica, a cui si deve obbedienza cieca.
Giova precisare che gran parte dell'ideologia eversiva di questo gruppo è penetrata poco alla volta nell'intero corpo degli associati, sino a diventare quasi un senso comune.
In pari tempo non si può non avvertire che, da un lato la stessa Magistratura Democratica sembra aver perso la sua ispirazione originaria, garantista e indipendente da qualsiasi potere, dall'altro buona parte dei magistrati (i soldati dell'associazione) va recuperando il sano corporativismo che l'ha sempre contraddistinta.
E' chiaro che l'associazione ha chiaramente scopi eversivi, in quanto si propone, niente popò di meno che applicare e inverare la Costituzione Repubblicana del 1948, come se il tempo si fosse fermato alla Resistenza e come se, in periodo di globalizzazione, questo paese dovesse rimanere ancorato alla legalità e alle promesse di emancipazione contenute in quel testo vetusto.
Risulta, poi, che, come nelle "migliori" organizzazioni criminali, tutti gli aderenti sono fidelizzati e, cioè, effettuano un vero e proprio giuramento sulla ricordata Costituzione. Che, poi, qualcuno di loro tradisca questo giuramento e, solo per fare un esempio, si iscriva alla cosiddetta loggia P3, è altro discorso...
Quanto detto può essere facilmente documentato: le librerie dei magistrati contengono o dovrebbero contenere gli scritti dei vari Calamandrei, Rossetti, Sturzo, Basso e altri simili mestatori.
C'è dii più. Attraverso un continuo pullulare di inchieste giudiziarie si tenta (spesso, per fortuna, con poco costrutto) di realizzare un altro fine eversivo: realizzare il principio che "la legge è uguale per tutti". Follia. Come dire che il presidente del Consiglio è uguale a Gennaro Esposito, netturbino.
Prepariamo tutti gli Scudi necessari, pensiamo a prescrizioni possibili, a processi brevi, ma evitiamoci quest'ultima ignominia.
Spero che questo mio, anche se tardivo, pentimento, mi salvi dalle mie responsabilità professionali e politiche o, quanto meno, dal "metodo Boffo".

L'Unità, pag. 9, ed. 30 ottobre 2010
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Di Loredana Morandi (del 02/11/2010 @ 17:02:29, in Magistratura, linkato 1596 volte)
MD e l’EUROPA



Documento redatto dal "Gruppo Europa" di Magistratura Democratica per il XVIII congresso.


Pur nel susseguirsi di realizzazioni di rilievo, nel processo di integrazione europea che ormai conta mezzo secolo, non sono mancate le pause: l’ultima, quindi, quella conclusasi con la sospirata approvazione del Trattato di Lisbona non è stata l’unica né,  certo, la più preoccupante.

All’epoca del Congresso di Modena lo scenario politico, istituzionale e sociale dell’UE non era di grande conforto: la carica costruttiva ed ideale cui si guardava alla costruzione europea da larghi settori dell’opinione pubblica pareva improvvisamente offuscata e si è dovuto attendere il perfezionarsi di un lungo e complesso iter per riprendere le fila di quel percorso che il doppio non franco-olandese alla Costituzione per l’Europa aveva bruscamente interrotto.

Sembra allora oggi tornare finalmente attuale la definizione dell’Europa come il  “luogo privilegiato della speranza umana” per usare le parole di Habermas e  Derrida, ora che si è portata a compimento – sebbene in una prospettiva diversa - quella forte spinta che aveva condotto il Consiglio Europeo di Laeken del dicembre 2001, a sottolineare l’esigenza di valutare l’opportunità dell’ “adozione di un testo costituzionale”, affidando alla Convenzione sul futuro dell’Unione europea, composta dai “principali partecipanti al dibattito sul futuro dell’Unione”il compito di “esaminare le questioni essenziali che il futuro sviluppo dell’Unione comporta e di ricercare le diverse soluzioni possibili”.

Dopo due anni di riflessione, il Consiglio europeo del giugno 2007 ha indicato il contenuto della riforma dei Trattati che un’apposita conferenza intergovernativa avrebbe dovuto limitarsi a tradurre nella forma convenzionale.

E’ quanto è accaduto: il Trattato di riforma è entrato in vigore  il I dicembre 2009 dopo un secondo referendum in Irlanda e nonostante qualche resistenza nella ratifica della Repubblica Ceca e della Polonia.

Dal Trattato è scaturita una “successione” dell’Unione europea alla Comunità europea nonché una revisione in senso proprio del Trattato dell’Unione europea e del Trattato CE la cui denominazione è mutata in Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).

Superate l’impasse e la crisi gravissima in cui si era incorsi, è allora evidente che il “progetto europeo”, pur necessitando ancora di una grande mobilitazione e di una determinazione di tutti, nei rispettivi ruoli, per far lievitare l’idea di un soggetto politico che riesca a combattere risorgenti nazionalismi e a superare lo stesso principio “nazionale”, senza ricadere  in forme di governance tecnocratica e verticistica, non è più utopistico.

Il suo punto più debole continua ad essere la mancata realizzazione di ciò che una frase di Monnet così descriveva agli inizi del viaggio europeo:” la Comunità non  tende ad istituire una collaborazione tra Stati ma a fondere i destini di esseri umani”; manca ancora una piena riappropriazione dello spazio politico europeo da parte di una cittadinanza che si senta e che agisca conseguentemente come il demos di quello spazio, e dunque, per dirla con Habermas, percepisca le decisioni europee come adottate in virtù della presunzione -comunque verificabile- di un consenso popolare.

Pertanto vogliamo ribadire la convinzione che oggi le vere “ sfide” siano quelle - per i 27 stati membri - che si giocano nelle sedi sovranazionali, convinti che questa speciale attenzione a questo livello del confronto politico non significhi una aprioristica apologia delle istituzioni dell’UE, ma piuttosto una razionale collocazione dell’impegno democratico e costituzionale che contraddistingue MD nella nuova dimensione post-nazionale della lotta politica ed ideale

Nel contesto del Trattato di riforma,  talvolta confuso e foriero di dubbi ed incertezze per chi si proponga di analizzarne effetti e modalità operative, si inserisce in maniera chiara ed inequivoca il nuovo articolo 6 che, nella propria prima parte, pur non integrando la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea nel tessuto del Trattato, conferisce alla stessa efficacia giuridica vincolante.
Uno dei tratti distintivi dello scenario giuridico mondiale degli ultimi anni è sicuramente quello rappresentato dal fenomeno che potremmo definire della “internazionalizzazione” dei diritti umani: si  è assistito ad una straordinaria espansione dei diritti che ha condotto questi ultimi ad assumere una vera e propria “presenza iconografica”,  per dirla con Weiler,  nel mondo non solo del diritto ma anche della politica. 

Il formale inserimento della Carta dei diritti fondamentali fra gli atti giuridicamente vincolanti per tutti i soggetti dell’Unione, pur sottraendo la stessa alle passate incertezze interpretative, genera, d’altro canto, nuovi interrogativi, che impongono – come si vedrà meglio nell’allegato relativo alla giurisdizione - una attenta riflessione agli studiosi oltre a suggerire un imprescindibile approfondimento a tutti i giudici, i quali sono quotidianamente chiamati ad occuparsi di vicende involgenti i diritti fondamentali.

Il valore di diritto primario riconosciuto alla Carta di Nizza, allora, diventa centrale nel nuovo assetto politico – giurisdizionale, eliminando ogni dubbio negli interpreti circa la esistenza di un elenco non più solo solenne, ma normativamente vincolante di diritti, che, elaborato dalla Corte di Giustizia a partire da Stauder, nel 1969,  trova oggi giuridica certezza in un testo dotato di forza vincolante
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La Carta è stata pensata ed elaborata per essere in primo luogo fatta valere innanzi al  giudice “naturale” dei diritti, cioè quel giudice ordinario che sarà sempre più impegnato nel proprio ruolo di organo giudiziario di base dello “spazio giudiziario europeo”, in quanto tale chiamato ad esercitare giustizia alla luce di principi garantistici comuni ai cittadini europei.

    Consapevole del fatto che l’Europa ha oggi una forza trainante anche nell’attuale contesto giurisdizionale un tempo assolutamente inimmaginabile, il Gruppo MD Europa ha cercato e cercherà di portare questi contenuti all’interno della corrente, mirando a diffondere il nuovo linguaggio dei diritti che passa attraverso le maglie europee ed intendendo far circolare i più recenti standards di tutela delle posizioni più deboli senza sottacere le insufficienze delle politiche e delle pronunzie sovranazionali quando si presentassero.

Il linguaggio dei diritti è patrimonio “costituzionale” di MD ed è quindi imprescindibile che i percorsi della corrente si spostino sui binari più accreditati di tutela anche quando gli stessi non siano più dimensionati nei confini nazionali.

A partire dal Convegno sulla Carta di Nizza – organizzato in un momento in cui l’Europa dei diritti sembrava ancora molto di là da venire – passando per  quello sul Trattato di Lisbona si è teso ad  incrementare lo scambio di conoscenze con gli ambienti accademici proprio con la finalità di restituire ai diritti il loro spazio fondamentale nel dibattito dottrinario e giurisprudenziale allo scopo  di condividere con la corrente e con i più sensibili operatori del diritto le esperienze garantiste via via affinatesi in ambito sovranazionale.

Lo straordinario successo dei Convegni – che troverà una propria naturale prosecuzione negli incontri in programma per la primavera prossima con la Rivista Giuridica del Lavoro e l’Università di Roma 3 - ha poi avuto il proprio acme non solo nelle relative pubblicazioni, ma anche nell’organizzazione del I Workshop in Diritto Comunitario ed Internazionale svoltosi a Venezia il 26 e 27 marzo scorsi che ha avuto la finalità di porre a confronto magistratura ed accademia sul terreno dei più recenti sviluppi normativi, dottrinari e giurisprudenziali  in ordine ai rapporti fra ordinamento interno ed ordinamento sovranazionale.

Il Workshop, che diventerà un appuntamento annuale del Gruppo Europa, ha avuto il peculiare pregio di affiancare all’approfondimento dottrinario e giurisprudenziale un studio pratico e mirato degli operatori del diritto sui “più scottanti” temi del diritto e della procedura penale, del diritto e della procedura civile, del diritto del lavoro.

Da ognuno dei menzionati Convegni è scaturita una pubblicazione – che ha affiancato le altre pubblicazioni sulla Carta -  l’ultima delle quali frutto della straordinaria collaborazione di iscritti alla corrente e di accademici di chiara fama, con l’introduzione di Giuseppe Tesauro, raccolta degli atti del Convegno di Venezia.

Contemporaneamente il Gruppo ha cercato di portare le indicazioni europee con approfondimenti negli altri Convegni organizzati per settori specifici (Napoli sui contratti a termine, Roma sui consumatori, Palermo sulle donne e la magistratura, Modena  sulle discriminazioni).

Il sito www.europeanrights.eu, frattanto, ha diffuso in modo straordinario le pronunzie e gli atti europei  sui diritti fondamentali superando il milione di consultazioni e  fornendo una linfa inaspettata all’Osservatorio sul rispetto dei Diritti fondamentali costituito con Medel, l’Università di Bologna,  la Fondazione Basso.
Vogliamo anche sottolineare che nella mailing list MD europa ed in relazione al lavoro di gestione del sito è strutturata una collaborazione sistematica e a carattere fusionale con i colleghi dei movimenti, ben prima che si formasse Area. Per noi il confronto comune sul significato tecnico-professionale e su quello costituzionale della tutela multilivello dei diritti fondamentali è pratica quotidiana e dobbiamo registrare che su tale fronte non sussistono diversità significative o punti di vista da armonizzare ma un comune appassionato progetto di ricerca che da tempo coinvolge anche altri giudici di altre correnti.  Si tratta, pur partendo da un’esperienza specifica, di una pista importante, confermata dalla grande apertura ai temi europei degli attuali  organi dirigenti dell’ANM.   

In questo lasso di tempo, d’altro canto, proficua è stata la collaborazione con MEDEL la cui presidenza italiana resta per noi un successo di grande rilievo ed una acquisizione fondamentale.

Numerose sono state le attività di MEDEL che hanno rappresentato una buona linfa per MD Europa e hanno apportato un grande contributo all’attività dei magistrati democratici,  dalla partecipazione alla III Conferenza internazionale dei giudici, sui Consigli della Magistratura, al dibattito di Lubecca  sulla “Modernizzazione della Giustizia” alla partecipazione al quinto Forum mondiale dei giudici che ha avuto luogo in Brasile, al prossimo importante appuntamento, la celebrazione del 25° anniversario di MEDEL con il Convegno su  “Crisi dell’economia, crisi dello Stato sociale, ruolo degli organi giurisdizionali”in programma per i prossimi 9 e 10 dicembre a Bruxelles.
I rapporti sempre più stretti con associazioni di colleghi a noi vicine (in particolare gli spagnoli, i portoghesi, i tedeschi, i francesi ma anche nuovi arrivati come i giudici rumeni)  sotto la regia di MEDEL rappresentano un momento essenziale per arginare o orientare ad una maggiore razionalità le stesse proposte di riforma della Giustizia consentendoci sulle singole questioni di potere fare importanti valutazioni di ordine comparativo e di denunciare eventuali deviazioni dalle indicazioni del Consiglio d’Europa e dell’UE.

In questi due anni il ruolo di  MEDEL nell’ambito dei processi di governance e consultazione  europei si è enormemente rafforzato e radicato. 
MEDEL ha agito in una logica inclusiva, in cui il patrimonio di indipendenza e di riflessione collettiva della magistratura italiana ha potuto essere valorizzato ed utilizzato per il dialogo e la costante costruzione di valori comuni.

Sotto altro profilo non possiano sottacere come questi ultimi anni dimostrino un’attitudine sempre più diffusa dei gruppi sociali più svantaggiati o discriminati ad utilizzare i principi ed i valori europei per promuovere le loro legittime pretese: dalle controversie sui contratti a termine ( spesso decise in senso garantista con il richiamo alla giurisprudenza della Corte del Lussemburgo), ai movimenti di gay che hanno cercato di investire la Corte della discriminatoria “ anomalia italiana” provocando un diluvio di ordinanza intessute di passi di decisioni delle Corti sopranazionali ( purtroppo senza trovare l’attenzione che meritavano), sino alle decine di sentenze di merito dei magistrati del Nord Italia che hanno stigmatizzato ( in forza di sistematici richiami ai Bill of rights continentali) i provvedimenti discriminatori delle amministrazioni locali ( dai bonus bebè, agli aiuti abitativi, all’accesso ai concorsi etc.)

Questi originali percorsi “ europei” verso il riconoscimento dei diritti aprono nuovi spazi di dialogo e confronto ed anche di riflessione tra noi e la società civile organizzata. Abbiamo finalmente qui ed ora gruppi di cittadini europei che fanno valere le loro pretese in quanto demos del vecchio continente, chiedono all’Europa e per essa ai suoi organi giudiziari  di base, i giudici nazionali, l’adempimento delle promesse e degli impegni sanciti nella Carta di Nizza o nella Cedu. Il costituzionalismo europeo non risiede solo nella astratte e talvolta ripetitive polemiche sul preteso decifit democratico dell’Unione o sui ristretti poteri del Parlamento di Strasburgo, ma anche sulla concreta chance di offrire tutela ai ceti più deboli nel comune spazio giudiziario  europeo, nell’operatività e nell’effettività dei principi costituzionali sovranazionali.

Ricordiamo che il Gruppo Europa di Magistratura democratica è nato come gruppo di studio sul progetto costituzionale europeo ed ha sin dalla sua formazione curato un dialogo aperto con gruppi di giuristi ma anche con associazioni della società civile ( dalla CGIL all’Arci, all’MFE ), interessati alla “ questioni europee”, non solo per contribuire a soluzioni più avanzate nelle riforma istituzionale dell’Unione, ma anche per l’elaborazione di campagne e di iniziative  per i diritti nelle sedi sovranazionali ( in primis la cittadinanza europea).

Oggi questo sedimentato costume si arricchisce di nuove possibilità grazie al Trattato di Lisbona.

L’art. 11 del Tue  consente finalmente di richiedere  un intervento legislativo dell’U.E. su singole issues attraverso una raccolta di firme ( almeno un milione complessivo) a livello continentale ( art. 11 TUE). La Commissione dovrà poi attivare la richiesta aprendo il processo legislativo; si attende l’approvazione del regolamento, ma le proposte in campo sembrano prefigurare comunque soluzioni non penalizzanti il nuovo istituto ( analoga possibilità è stata conferita al parlamento europeo che quindi non svolge più un ruolo solo necessariamente  passivo nel varo della legislazione UE).  Si tratta di una preziosa conquista democratica che la seconda Convenzione aveva all’epoca elaborato in un’ottica di avanzamento verso la costituzionalizzazione dell’U.E. e che il Lisbon Treaty ha salvaguardato pur non denominandola più come ‘democrazia partecipativa’. Se la società civile europea saprà sviluppare una convincente e coordinata campagna ‘dal basso’ su temi strategici nella prospettiva di un’Europa ‘politica, democratica e sociale’ (cittadinanza europea di residenza, reddito garantito a responsabilità U.E., libertà di accesso ai beni comuni, libertà di informazione, gratuità ed apertura di Internet, Tobin tax europea, ricorso diretto alla Corte di giustizia per la violazione dei diritti fondamentali etc. etc.), il Trattato di Lisbona avrà segnato davvero un momento di passaggio storicamente cruciale  per costruire un autentico sistema di  solidarietà paneuropea.

Ci sembra che non dovrebbe mancare il nostro contributo anche di ordine tecnico-giuridico in questo inedito scenario; la tutela dei diritti in europa diventa almeno in parte riflessiva; i cittadini oggi non devono limitarsi a chiedere che la Carta dei diritti fondamentali  diventi effettiva nella aule di giustizia, ma possono anche contribuire a precisare il contenuto e la portata dei fundamental rights. La cultura giuridica, le associazioni di giuristi, i gruppi professionali di operatori del diritto non possono disinteressarsi di questa nuova dimensione “ costruttiva” dell’Unione, così come in passato non si sono disinteressati delle rivendicazioni per dare attuazione alla nostra Costituzione.   

Pensiamo sia comunque difficile che la magistratura nel suo insieme ed anche il punto di vista democratico possano salvarsi dal pericolo di “catastrofe” costituzionale attraverso mezzi e risorse puramente interne.

Ci troviamo di fronte a fenomeni che non hanno precedenti: la decisione di Sarkozy di respingimento dei Rom ha avuto un inspiegabile successo anche in Italia, i ricorrenti tentativi di linciaggio di immigrati e gli episodi di assalti “punitivi” contro negozi di extracomunitari (che richiamano alla memoria gli anni 30 in Europa) sono all’ordine del giorno con un consenso di massa che sarebbe futile negare.

Si illude chi ancora confida sullo sdegno di questo paese e sul fatto che basti agitare i valori della Costituzione per ottenere ascolto: la forza espansiva della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, nella sua neonata vincolatività, unitamente alla sempre più avanzata giurisprudenza eurounitaria in tema di tutela dei diritti sono, forse, gli unici strumenti davvero forti per la salvaguardia di principi costituzionali che, da soli, non sono più in grado di avere autentica cittadinanza.

Il ricorso a valori costituzionali comuni, ai valori ed ai principi giuridici comuni alle nazioni civili ( per usare le espressioni del diritto internazionale), che valorizzi e dia rinnovata credibilità  al tempo stesso al sistema di valori e  di diritti dell’ordinamento interno, è uno strumento che va utilizzato e sviluppato in ogni sua potenzialità.

Nel timore di rigurgiti reazionari avverso il sistema multilivello ed il principio di superiorità, l’unica strada da percorrere è quella dell’aggancio a un percorso costituzionale comune che ruota intorno a principi condivisi della rule of law.

Non sappiamo se ancora abbia senso la domanda su che cosa vuol dire essere giudici oggi a sinistra, ma certamente nessuna sinistra italiana saprà mai ricostituirsi e nessuna magistratura saprà collocarsi in questo spazio politico, se non ci sarà un vero rinnovamento che si proietti su di una dimensione costituzionale europea e che sappia guardare alle speranze che solo da uno sguardo extranazionale può derivare.

La finalità principale del Gruppo è e resta quella di avvicinare l’Europa ai magistrati, consapevoli del fatto che ormai non v’è più tempo per gli indugi: la tutela dei diritti, patrimonio indiscutibile di Magistratura Democratica postula la piena e compiuta conoscenza da parte di tutti noi degli strumenti di cui solo l’ordinamento sovranazionale ci fornisce, mentre, al contempo, la responsabilità dello Stato per erronea interpretazione del diritto comunitario, sancita chiaramente, come già accennato, a partire da Kobler  e da Traghetti del Mediterraneo impone l’impegno responsabile di ciascun interprete nel quotidiano esercizio lavorativo per una professionalità che abbia finalmente un valore aggiunto.

 Il nuovo corso di MD resterà monco se non percorrerà le nuove strade dei diritti, quelle che si muovono lungo i binari dell’integrazione europea in quanto strumento imprescindibile di tutela di quei valori, corollario dell’uguaglianza.  L’ordinamento sovranazionale è in grado, oggi, di proteggere in maniera effettiva e duratura quel nucleo valoriale (quel patrimonio “ comune”), in stretta saldatura con l’orizzonte di principi ed il sistema di diritti della costituzione del 48 che, in una dimensione costituzionale continentale, troverebbe una rinnovata e più forte legittimazione culturale e sociale, apparendo come uno dei più felici ed ancora produttivi momenti nella costruzione integrata e composita di una vera cittadinanza democratica  dell’Unione.


Allegati


La Giurisdizione

La più recente dilatazione dei diritti in campo internazionale è frutto essenzialmente di un eccezionale interesse della giurisprudenza europea, che ha condotto la stessa a fare dei diritti fondamentali, nella tutela multilivello, la core jurisprudence non soltanto dinanzi alle Corti costituzionali e alla Corte Europea dei Diritti Umani, ma anche dinanzi alla Corte di Giustizia, talché si è avuta una sempre più diffusa tensione a sganciare la protezione dei diritti dalla dimensione politica dello Stato nazione per agganciarla ad un patrimonio giuridico che ha la pretesa di essere dell’intera umanità.
Con il superamento dell’Europa del mercato e la realizzazione dell’Europa dei diritti è apparsa sempre più reale ed effettiva la concretizzazione dell’immaginaria visione di Durkheim di un’Europa emergente prima delle due guerre come incentrata sul culto della persona:la legislazione europea ha avuto una forza straordinaria nell’emancipazione del singolo  dalle restrizioni e dagli orizzonti  nazionali incentrando il nuovo sistema giuridico sul soggetto in quanto tale molto di più di quanto avessero fatto gli ordinamenti nazionali, una tappa essenziale di quel processo di “ costituzionalizzazione della persona” di cui ha spesso parlato Stefano Rodotà..
La vincolatività della Carta, ponendo la stessa quale diritto primario,  e dotandola, nell’ambito della sua sfera di applicazione, dello stesso valore giuridico dei Trattati,  implica la conoscenza compiuta delle sue norme, ormai direttamente azionabili dinanzi alle Corti interne e sovranazionali, e suggerisce anche, a quanti finora ritenevano non imprescindibile la sua puntuale conoscenza, di analizzare compiutamente in che modo essa operi, quali ne siano gli ormai diffusi canoni interpretativi, come, in essa, si sia inverato il contenuto di quel catalogo di diritti fondamentali elaborato dalla Corte di Giustizia a partire dalla sentenza Stauder,  frutto di uno sguardo alla CEDU e di una comprensione attenta dei valori comuni espressi dalle tradizioni costituzionali degli Stati membri.

Limitandosi, in questa sede, ad un breve accenno, va rilevato come un primo problema interpretativo riguardi la sfera di applicabilità della Carta in relazione al diritto interno: il suo art. 51 afferma che “le disposizioni della presente Carta si applicano alle istituzioni e agli organi dell’Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà come pure agli stati  membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione”.

Si “attua” il diritto dell’Unione soltanto quando si pone in essere un atto che formalmente ed esplicitamente ha come riferimento il primo (i.e. legge che recepisce una direttiva) o anche, come suggerirebbero alcune sentenze della Corte di giustizia e parte della dottrina, quando sussiste una connessione oggettiva, una intersezione, tra regolazione interna e disciplina sovranazionale (ossia quando la norma interna cade obiettivamente nel cono d’ombra del diritto dell’Unione)?

Può, anche in una questione pacificamente interna, uno Stato ignorare principi ritenuti comuni alle tradizionali costituzionali comuni, ad esempio in materia di non discriminazione? Non possiamo dimenticare che è stata proprio la nostra Corte costituzionale, sin dalla sentenza n.135/2002, a riconoscere alla Carta “il carattere espressivo di principi comuni agli ordinamenti europei”. Secondo una logica comune a ogni Bill of rights la tutela dei diritti fondamentali come suggeriscono decisioni della stessa Corte di giustizia, involge direttamente anche i rapporti orizzontali tra privati?  Saprà, come molti Autori auspicano, l’avvenuta costituzionalizzazione dei diritti sociali fondamentali che oggi godono dello stesso rango e status di quelli di prima e seconda generazione, portare a operazioni di  bilanciamento meno squilibrato in favore delle cosiddette “libertà comunitarie” di quelle che si sono osservate nelle tanto discusse sentenze Viking e Laval ? 

La violazione sistematica di un diritto fondamentale di matrice europea ( del suo contenuto essenziale) condurrà al riconoscimento anche a forme di risarcimento del danno in favore del cittadino europeo, leso nelle sue pretese? Ciò potrà avvenire anche quando (vedi il caso del reddito minimo) manchi una normativa sovranazionale  di riferimento?

Che rapporto si stringerà tra la nozione di cittadinanza europea e la tutela dei diritti fondamentali?  Saranno evitabili quelle forme di “ discriminazione alla rovescia” che colpiscono soggetti a causa della loro cittadinanza nazionale, anche in relazione al godimento di fundamental rights di matrice sovranazionale?

D’altro canto, l’attività interpretativa è un momento imprescindibile della funzione giurisdizionale, la legge "vive" nell'ordinamento nel momento della sua applicazione.

Di conseguenza non esiste un'interpretazione unica ed oggettiva se non in casi rarissimi: nella maggior parte delle ipotesi è possibile ricavare più norme da una singola disposizione.

I giudici comuni utilizzano i tradizionali criteri di soluzione delle antinomie (cronologico, gerarchico, di specialità, di competenza) e gli strumenti ermeneutici previsti dalle disposizioni sulla legge in generale (interpretazione letterale, interpretazione logico -sistematica, interpretazione teleologica, estensiva e analogia).
La tendenziale insufficienza di tali strumenti ermeneutici e di soluzione delle antinomie – con una eccezione del tutto particolare per l’interpretazione teleologica che, anzi, è stata e resta strumento fondamentale per l’adeguamento del diritto interno al diritto sovranazionale ( si pensi, a titolo esemplificativo, all’attuazione quotidiana del sovraordinato principio di uguaglianza, orizzontale ed immediatamente applicabile) – e, e, soprattutto, l’inidoneità del criterio gerarchico con riferimento ai rapporti fra ordinamento interno e ordinamenti sovranazionali e, quindi, fra norme interne e norme esterne,  sono le motivazioni fondamentali che impongono un nuovo approccio da parte di tutti gli esponenti di Magistratura Democratica, sempre attenta ad offrire una interpretazione avanzata a tutela dei soggetti più deboli.
Fino ad un certo punto, ogni questione afferente  un ipotetico o reale contrasto normativo fra ordinamenti sembrava poter essere risolta mediante il percorso descritto nella decisione assunta dalla Corte nel noto caso Simmenthal, secondo cui, “…qualsiasi giudice nazionale, adito nell’ambito della sua competenza, ha l’obbligo di applicare integralmente il diritto comunitario e di tutelare i diritti che questo attribuisce ai singoli, disapplicando le disposizioni eventualmente contrastanti della legge interna, sia anteriore che successiva alla norma comunitaria”.
Il panorama è andato, poi, arricchendosi di sfumature ed infine ulteriormente complicandosi quando l’interpretazione giurisprudenziale è diventata materia di responsabilità dello Stato per inadempimento del diritto comunitario.
A partire dal caso Kobler e passando per Traghetti del Mediterraneo, la Corte di Giustizia ha precisato, ampliandoli, i confini della responsabilità dello Stato membro, attribuendo rilievo per i danni arrecati ai singoli alla violazione del diritto comunitario imputabile ad un organo giurisdizionale di ultimo grado.
Il sistema di integrazione tra ordinamenti che domina lo scenario giuridico europeo ed internazionale degli ultimi anni, governato dal meccanismo di cui agli artt.10, 11 e 117 Cost., pone oggi in una nuova luce il rapporto fra norme esterne e norme interne, rapporto che potremmo definire dotato di valenza costituzionale ed impone allora uno sforzo ermeneutico più consapevole al giudice che non può prescindere dalla compiuta conoscenza di un mondo che fino a poco tempo fa sembrava assai più lontano.
La seconda parte del nuovo art.6 introduce la complessa novità della prevista adesione dell’Unione alla Convenzione Europea dei Diritti Umani.
La questione, che, come noto, aveva formato oggetto di una valutazione negativa da parte della Corte di Giustizia con il parere n.2/94  diventa ora attuale e centrale nel nuovo assetto post –Lisbona.
La Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, firmata a Roma il 4 novembre 1950 sotto l'egida del Consiglio d'Europa, aveva predisposto un originale sistema di tutela internazionale dei diritti dell'uomo, offrendo ai singoli soggetti la facoltà di invocare il controllo giudiziario sul rispetto dei loro diritti.
Il sistema di tutela internazionale dei diritti umani ad essa affidato ha conosciuto una straordinaria evoluzione nel tempo anche per effetto dell’incredibile dialogo avviatosi fra le due Corti sovranazionali e fra le stesse e le Corti interne, dialogo che ha avuto l’indiscusso merito di rafforzare ed incrementare la tutela “multilivello” dei diritti fondamentali in Europa.
Oggi, la prevista adesione dell’UE alla Convenzione segna un nuovo avanzamento di quella tutela e nonostante si presenti foriera di dubbi e perplessità in ordine alle sue stesse concrete modalità operative, concretizza l’affiancamento di una tutela “esterna” dei diritti fondamentali in Europa alla tutela “interna” riconducibile alla intervenuta vincolatività della Carta dei diritti Fondamentali dell’Unione Europea.
Al contempo, non possiamo dimenticare che i due anni appena trascorsi sono stati anni di grande intensificazione nel dialogo tra Corti e nel processo di osmosi  tra giurisdizioni di diverso livello.
Le due Corti sovranazionali hanno tra loro reso sempre più stretti i rapporti e moltiplicato i reciproci rimandi; il periodo “eroico” della Corte dei diritti dell’uomo, che cerca di definire in tutti gli ordinamenti nazionali il peso delle proprie decisioni e di superare persino il carattere “rimediale” della tutela offerta, non sembra minacciare l’autonomia e l’autorevolezza della Corte di giustizia di Lussemburgo: tra di loro si mantiene un equilibrio “virtuoso” nel quale in genere si ha un convergere delle opzioni interpretative, con apprezzabili effetti garantisti.
La seconda parte del nuovo art.6, d’altro canto, introducendo l’adesione dell’Unione alla CEDU, sancisce la volontà eurounitaria di affiancare una tutela dei diritti fondamentali sul versante esterno a quella sul versante interno garantita dalla neonata vincolatività della Carta.
Questi due sviluppi, per lungo tempo apparsi come concorrenti e alternativi – soprattutto a seguito del parere contrario all’adesione espresso dalla Corte di giustizia nel 1994 - confluiscono nel nuovo assetto e generano timori di  sfasature e  contrasti tra le due Corti sovranazionali pur nella straordinaria finalità di garantire un più saldo ancoraggio ai diritti fondamentali in ambito europeo.
L’adesione dell’Unione alla CEDU imporrà, allora, una nuova riflessione sui rapporti fra ordinamento eurounitario e CEDU  che finiscono per confermare, ancora una volta, tutta la complessità del sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali, ma anche per ribadire l’estrema rilevanza del giudice nazionale innanzi al quale si porranno le questioni di compatibilità e conformità dei diritti tutelati dalle Carte nazionali e sovranazionali : l’adesione dell'U.E. alla Cedu, ancora in fieri, aprirà scenari nuovi, complessi e ancora in larga parte da esplorare pur se estremamente interessanti.
Il fenomeno di ibridazione tra le fonti, soprattutto in materia di diritti fondamentali, è del resto dilagante, basterà pensare al continuo rinvio da parte della Corte interamericana dei diritti dell’uomo alla giurisprudenza della Cedu o della Corte di giustizia  ed all’argomentare reticolare attraverso le varie esperienze costituzionali, interne e sovranazionali, della nostra stessa Suprema Corte.
      Per quanto riguarda la Corte di giustizia si deve in primo luogo ricordare che, se già dal giugno del 2006  la Corte finalmente utilizza in vario modo le norme della Carta di Nizza, oggi,  a questa “efficacia anticipata” nelle aule del Lussemburgo affianca, altresì, a partire dal 19 gennaio 2010 (con la prima sentenza che ha affermato la vincolatività della Carta,  la sentenza Kukukdeveci che, significativamente, attiene al principio di uguaglianza) il riferimento costante alla Carta medesima come strumento giuridicamente vincolante di primario rilievo nella tutela dei diritti fondamentali, ormai nucleo centrale della giurisprudenza della Corte.
E’ evidente, allora, che ormai sussista un nucleo europeo di portata eminentemente costituzionale, che ruota intorno alla Carta in quanto è sui diritti fondamentali che, notoriamente, si incentra il fulcro del diritto costituzionale di uno Stato moderno, mentre la Corte di giustizia sembra sempre più ammantarsi dell’allure di Corte depositaria della creazione di un sistema di giustizia costituzionale europea.
Se la tutela dei deboli e, in generale, la tutela dei diritti è sempre stata il fulcro della stessa esistenza di MD, ora che tale tutela passa attraverso le maglie del diritto sovranazionale, MD non può restare indietro ma deve conservare il proprio avamposto e per far ciò deve necessariamente calarsi, a tutto spessore, nella realtà sovranazionale.
La tutela dei diritti fondamentali, d’altro canto, si dimostra sempre più il vero e proprio baricentro dei rapporti fra le Corti e lo strumento avanzato di integrazione europea.
La già citata Kukukdeveci,  - ma prima di essa anche Uniplex, Cez – ponendosi sulla scia di Mangold ( c. 144-04 del 22.11.2005 sulla legislazione tedesca )  , Adelener ( c. 212/04 del 4.7.2006  sulla legislazione greca ), Marrosu e Sardino ( 7.9.2006 sulla legislazione italiana )  ed Impact ( 15.4.2008 sulla legislazione irlandese) mostrano la valenza emancipatoria a livello europeo del principio di uguaglianza.
Per quanto riguarda la nostra Corte Costituzionale, dopo aver aperto un nuovo dialogo diretto con la Corte di giustizia con il primo rinvio pregiudiziale (n.103/2008) , essa è andata consolidando l’orientamento già chiaramente espresso nelle due note pronunzie nn. 348 e 349 del 24 ottobre 2007, con le quali, ( pur smentendo la tesi seguita da parte della giurisprudenza della immediata applicabilità delle norme Cedu con conseguente possibilità di disapplicare quelle interne ritenute in contrasto con le prime) ha assegnato alla Convenzione del 1950, così come interpretata dalle sentenze della Corte dei diritti dell’uomo, il ruolo di parametro interposto ex art. 117 cost. della costituzionalità dei provvedimenti di legge.
D’altro canto sul piano nazionale, ci rendiamo conto di come, tradizionalmente, la dottrina abbia concentrato la propria attenzione sul  rinvio pregiudiziale come strumento di cooperazione fra giudici ordinari e Corte di Giustizia registrando le resistenze delle Corti Costituzionali nazionali nell’utilizzazione di tale procedimento, con l’eccezione delle Corti belga, austriaca e, da ultimo, appunto, italiana e tendendo ad evidenziare un atteggiamento in qualche modo “oppositivo” delle Corti Costituzionali verso la Corte di Giustizia.
Poche indagini sono state dirette alle modalità del dialogo “nascosto” tra Corti nazionali e Corte di giustizia ed alle tecniche elaborate dalle Corti per consentire la coerenza dell’ordinamento giuridico multilivello e, al contempo, per assicurare l’autonomia costituzionale degli Stati membri e della stessa UE nel bilanciare le ragioni della diversità con quelle della integrazione lungo un percorso difficile, ma in continuo sviluppo, nell’ alternanza fra soluzioni “morbide” e rigide applicazioni del principio di primazìa.
    La “comunitarizzazione” – oggi diremmo “eurounitarizzazione” - del diritto interno passa attraverso la progressiva  “umanizzazione” del diritto del mercato comune, cioè la ricerca di un punto di equilibrio tra diritti di diversa generazione e tra i criteri dell’integrazione economica e i principi dell’integrazione e della coesione sociale ( che poi è una della ragioni alla base dell’elaborazione di un Bill of rights europeo).
E’ emersa nel tempo una condivisione di valori e quindi di spazi fra ordinamento nazionale ed ordinamento comunitario che ha condotto, alla fine, a quella progressiva flessibilizzazione delle supremazie che caratterizza la più recente evoluzione del rapporto fra diritti e che è stata accompagnata da un atteggiamento meno intransigente delle Corti interne.
     Le Corti costituzionali, infatti, da una parte hanno iniziato ad accettare compiutamente il primato del diritto comunitario, affidandone il controllo ai giudici ordinari, dall’altra, hanno preteso di mantenere il proprio ruolo di garanti della identità costituzionale nazionale ma si sono aperte ad una visione collaborativa nella costruzione di un sistema multilivello di tutela dei fundamental rights, come si prova dal moltiplicarsi dei riferimenti nelle sentenze agli orientamenti interpretativi dei giudici di Strasburgo e del Lussemburgo.
Si è enormemente consolidato, in questi anni, quel controllo diffuso di compatibilità con il diritto comunitario da parte dei giudici interni, da cui ha avuto origine un massiccio ricorso allo strumento del rinvio pregiudiziale che consente la corretta applicazione del diritto comunitario oltre che, spesso, quella non applicazione del diritto interno incompatibile con le disposizioni sovranazionali dotate di efficacia diretta, secondo il doppio percorso disegnato per il nostro ordinamento dalla sentenza Granital mediante l’individuazione di un sicuro fondamento costituzionale per l’ordinamento comunitario nell’art.11. (ed oggi nel mutato art. 117).
Ma sotto un altro profilo l’attività dei giudici interni è stata particolarmente intensa: la funzione di uniformizzazione perseguita con l’obbligo di interpretazione conforme, ha assunto nel tempo, soprattutto per effetto di alcune decisioni della Corte di Giustizia, un rilievo quasi inaspettato. L’interpretazione conforme nasce dall’impegno per tutti gli organi degli Stati membri, ivi compresi, nell’ambito della loro competenza, quelli giurisdizionali, di conseguire il risultato contemplato dalle direttive, come pure dall’obbligo di adottare tutti i provvedimenti generali o particolari atti a garantire l’adempimento di tale impegno (nonché più in generale dal principio di leale collaborazione di cui al nuovo art. 4.3 ): l’onere di assicurare l’effettività delle direttive nell’ordinamento interno viene a gravare essenzialmente sul giudice dando, così, il via ai nuovi percorsi dell’interpretazione conforme. L’art. 19 TFCE aggiunge espressamente la previsione secondo cui “ gli stati membri stabiliscono i rimedi istituzionali necessari per assicurare una tutela giurisdizionale effettiva nei settori disciplinati dal diritto dell’unione” , che mette sotto sorveglianza UE i diritti nazionali ed i loro sistemi processuali .
I giudici nazionali sono tenuti ad interpretare le norme prodotte dal proprio ordinamento in base ai principi del diritto “comunitario” e non solo in base alle norme nazionali: l’obbligo di interpretazione conforme delle disposizioni concernenti una materia in cui sia intervenuta una normativa comunitaria riguarda non solo le norme emanate in applicazione della stessa ma anche quelle di origine interna, anteriori o posteriori all’adozione dell’atto “comunitario”  e, secondo l’interpretazione più diffusa, concerne tutti i casi in cui la regola “nazionale” ricada oggettivamente nel cono d’ombra del diritto comunitario.
Nella dimensione europea, allora, l’annullamento della contrapposizione tra “Europa dei diritti” ed “Europa del commercio”, ha fatto dei diritti fondamentali il nucleo centrale della giurisprudenza della Corte di Giustizia; l’allargamento dell’Unione Europea a 27, e l’estensione della giurisprudenza CEDU oltre gli originari confini della Convenzione hanno fatto il resto, creando un circuito di standards virtuosi che ha affiancato in modo prorompente la dimensione nazionale mentre è andata consolidandosi quella che sembrava l’utopica prospettiva di una Comunità di diritti fondamentali come telos dell’integrazione.


Le istituzioni e le politiche

A livello istituzionale il processo di riforma si è tradotto in uno scenario normativo assai più complesso ed articolato talché lo sforzo richiesto all’interprete è ingente e si impone una riflessione attenta ed approfondita sui diversi temi coinvolti, da parte di esperti ed operatori del diritto cui MD non può restare estranea.
Eliminato ogni riferimento esplicito alla natura costituzionale del Trattato e rimossi i “simboli europei”, si è tornati alle originarie denominazioni degli atti dell’Unione: ricompaiono, infatti, i regolamenti e le direttive al posto delle “leggi europee” e delle “leggi quadro europee”.
Nella vastissima ed articolata congerie di modifiche che vanno dalla nuova denominazione del responsabile della politica estera al nuovo regime decisionale che entrerà in vigore nel 2014, ai diversi poteri del Parlamento – con la previsione di ulteriori ipotesi di codecisione e a maggioranza -  e dei Parlamenti nazionali, fino alla possibilità di recedere dall’Unione, la concorrenza non è più ritenuta un obiettivo fondamentale dell’UE ma viene citata in un protocollo aggiuntivo; viene introdotta l’energia nella clausola di solidarietà in cui gli Stati membri si impegnano a sostenere gli altri in caso di necessità; viene sancito l’obbligo per gli Stati di combattere i cambiamenti climatici nei provvedimenti a livello internazionale.
Il contenuto del Trattato di riforma presenta, d’altro canto, numerose non grandi ma significative novità rispetto allo scenario consolidatosi in oltre mezzo secolo.
A voler sottolineare le principali vengono anzitutto in rilievo la definitiva comunitarizzazione del terzo pilastro, il significativo cambiamento dell’assetto istituzionale con l’ingresso formale tra le istituzioni del Consiglio europeo – il cui Presidente avrà un mandato rinnovabile ogni due anni e mezzo e che si affiancherà, con qualche possibile criticità, quanto alla delimitazione delle competenze, al Presidente del consiglio dei Ministri, con il solito mandato semestrale; saranno consolidate politiche nuove o apparentemente tali, come, appunto, l’energia, l’ambiente, il clima, la lotta al terrorismo, l’immigrazione.
Nell’affermare la personalità giuridica dell’Unione si ribadisce peraltro, nel nuovo contesto, onde scongiurare che possano sussistere ancora equivoci sul punto, che il sistema si fonda sul principio delle competenze di attribuzione.
Se questa è la “nuova” sostanza istituzionale, la novità più significativa, anche in una prospettiva più ampia e lungimirante è sicuramente quella inerente all’intervenuto conferimento di efficacia vincolante alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, fino a ieri già grande supporto nell’attività di ogni interprete e, a un tempo, strumento-guida per le istituzioni dell’Unione ma oggi - come si vedrà nel successivo paragrafo, dedicato alla giurisdizione – assurta al rango di diritto primario dell’Unione.
In questo primo anno di efficacia del nuovo Trattato ci sembra che ancora siano in buona parte da esplorare le “ potenzialità” offerte dal nuovo scenario. Le inedite figure della Presidenza lunga e dell’Alto Commissario per le relazioni esterne non sono state “ ricoperte” con figure all’altezza dei nuovi compiti istituzionali, né si è riuscito a compiere l’importante passo in avanti della rinuncia a plurimi rappresentanti degli stati membri negli organismi  internazionali, dal consiglio di sicurezza ONU al WTO, che anche simbolicamente indicherebbe la doverosa convergenza verso un punto di vista unitario dell’UE nella politica estera.
Nel fronteggiare la crisi economica, soprattutto nei momenti caldi, si è mostrata una certa determinazione, ma - almeno inizialmente- privilegiando gli strumenti di cooperazione intergovernativa. Proprio la crisi economica ha mostrato come persino il “ cuore” mercatistico e funzionalista della costruzione europea  ( dall’euro al mercato unico) sia oggi sottoposto a rischi di implosione per l’insufficiente livello di coesione e di solidarietà tra i paesi aderenti che alimenta un costante dumping sociale ed una politica concorrenziale tra gli stati nella gestione di strumenti come l’euro che pure dovevano essere il punto più avanzato di un processo di federalizzazione del vecchio continente.
Certamente queste oggettive difficoltà hanno messo al centro dell’agenda europea il tema di un’armonizzazione delle politiche economiche e fiscali tra gli stati e del rilancio del metodo comunitario nel settore, in vista della costruzione di un autentico governo economico dell’economia, almeno in eurolandia, senza il quale vi sarebbero, come detto, forti rischi di frantumazione e di compromissione dell’acquis così faticosamente realizzato.
Nel primo discorso sullo stato dell’Unione il Presidente Barroso ha rilanciato l’idea del lancio di Union bonds che aiutino il vecchio continente ad uscire dalla crisi attraverso la realizzazione di commesse pubbliche di interesse europeo e il sostengo ai ceti più colpiti dalla crisi, ma permane una forte resistenza degli stati membri, persino ad un misero incremento del bilancio dell’Unione. Insomma si registra una situazione molto ambivalente nella quale le aperture del Parlamento europeo non sembrano essere raccolte dagli altri attori del processo decisionale dell’UE , si  compiono passi in avanti importanti come la creazione di nuove Authorities indipendenti per il controllo del settore bancario, ma la sempre più fortemente richiesta della Tobin tax europea ( appoggiata anche dalla Banca d’Inghilterra) viene improvvisamente abbandonata.
In campo sociale la Lisbon agenda è stata nel Giugno del 2010 revisionata nella nuova Strategia 20-20 che si arricchisce, rispetto alla prima, di un obiettivo esplicitamente diretto a contrastare l’esclusione sociale come quello della riduzione del tasso di povertà del 20%, ma la nuova Agenda sembra aver perso gran parte dello slancio innovativo e propulsivo che aveva la prima e, soprattutto, non valorizza, come ben avrebbe potuto fare, le novità “costituzionali” del Trattato di Lisbona, ribadendo a carico degli Stati che mostreranno di non voler realizzerare gli obiettivi assegnati blande sanzioni a carattere prevalentemente simbolico  e quindi mantenendo le indicazioni del metodo aperto di coordinamento  nell’ambito della soft law.
Il nuovo Trattato ha peraltro attribuito solennemente alla contrattazione collettiva ed al dialogo sociale, anche di dimensione continentale, un ruolo cruciale di propulsione e di promozione del capitolo sociale dell’europa, ma mancano allo stato atti significativi di sostegno ad essa, versando notoriamente in gravi difficiotà il processo di produzione di norme europee  “per via collettiva” che sembrava dipanarsi con forza alla fine degli anni 90.
Nel settore dell’immigrazione il “ programma di Stoccolma” finalmente ha previsto un intervento dell’UE non solo nelle materia degli ingressi, dei visti  e delle espulsioni ma
anche una presenza “ positiva” sul fonte dell’integrazione. A questa apertura non sono ancora seguiti atti concreti, anche solo di approfondimento di un modello “ europeo”, ancora sospeso tra quello “ assimilazionista” francese, quello “ multiculturale britannico o, ancora, quello più pragmatico e misto “ alla tedesca”. Il Parlamento europeo ha mostrato, nei giorni difficili  della scorsa estate, di voler valorizzare al massimo in senso garantistico  le ( poche ) norme a carattere umanitario delle stessa direttiva Retour, le disposizioni della Carta di Nizza e la giurisprudenza delle due Corti sovranazionali, così come la risposta della Commissione è apparsa ferma e tempestiva, pur dovendo contrastare un paese leader come la Francia  . In mancanza dell’elaborazione di risposte e di progetti comuni,gli stati finiscono tuttavia con il rincorrersi in soluzioni sempre più autoritarie, se non propriamente razziste, che minacciano i valori costituzionali europei  ed alimentano oggettivamente le pressioni delle minoranze xenofobe nel paesi membri.  In questo quadro è certamente un paradosso come persino la direttiva “ della vergogna” possa diventare una risorsa di razionalità.
Anche sul fronte delle politiche dell’ambiente e dell’ecologia dopo tante promesse annunciate la crisi sembra aver stemperato i progetti e le proposte più ambiziosi. Importanti progressi ha invece conosciuto lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel campo propriamente penale ed in quello di cooperazione  giudiziaria  penale e civile, ove il Programma di Stoccolma mostra una spinta verso l’implementazione a cominciare dalla “ rivoluzionaria” direttiva in materia di diritti procedurali minimi.
 La Carta, come tutti i Bill of rights, una volta definita la sua natura obbligatoria, ancor più di oggi, costituirà  non solo la base per una protezione multilivello dei diritti fondamentali, ma anche uno strumento di indirizzo e di orientamento per le politiche dell’Unione e per l’attività dei suoi organi. E’ prevista a breve una forte iniziativa della Commissione per verificare e promuovere  il rapporto tra la Carta e le politiche adottate dagli organi dell’Unione, ma non può che registrarsi un deficit di “politica”, sia a livello del Parlamento di Strasburgo che di quelli nazionali . Mentre le questioni più tecniche o ove è più facile un bilanciamento di interessi trovano credibili risposte “ comuni”, i  dossier più scomodi come quelli concernenti le politiche sociali e l’immigrazione registrano un immobilismo nel quale gli stati ridiventano di fatto sovrani, ignorando ogni indicazione sovranazionale come l’Italia rispetto al perseguimento degli obiettivi della Lisbon Agenda.     
Insomma nel complesso emerge un campo istituzionale controverso e molto aperto con grandi potenzialità di sviluppo per politiche comuni, forti anche dell’ancoraggio con la Carta dei diritti, ma connotato anche da zone importanti  di resistenza alla definizione di prospettive unitarie e condivise all’insegna degli egoismi e dei più miopi interessi nazionali.
Preoccupa peraltro l’assenza di una riflessione di ampio respiro sul futuro dell’Unione.
Per la prima volta dal 1993 il Trattato in vigore e gli accordi e Protocolli ad esso intrecciati non prevedono espressamente che le norme in vigore siano ulteriormente  sottoposte a modifica e revisione in tempi brevi. In tal modo  un cammino “ federale” o il tema dell’ approfondimento del carattere costituzionale dell’UE non ha più un ancoraggio nel Testo dei Trattati, anche se questi prevedono per la loro revisione in linea di principio il metodo  “ convenzionale” ed assegnano al PE il potere di fare delle proposte. E’ più che ovvio che il Lisbon Treaty, pur rappresentando una tappa importante ed insperata nel processo di costituzionalizzazione, sia insufficiente sotto molteplici aspetti. I modi, però, per riaprire il discorso, che seppe appassionare la sfera pubblica all’inizio del millennio, sul Progetto di una autentica Costituzione europea, non sono allo stato ben chiari, apparendo lo stesso il PE poco sensibile al tema e mancando una tensione, salvo pochissime eccezioni, verso tale “ grande trasformazione “ tra i partiti, i sindacati e la stessa società civile europea.
Si dovrà attentamente discutere, pertanto, il nesso che può legare la riapertura del “ fronte costituzionale” con il varo di credibili politiche europee in tema di cittadinanza e l’approfondimento della tutela dei diritti fondamentali attraverso il Bill of rights  comune varato a Nizza nel 2000, due sentieri che in questo momento ci appaiono essenziali per preparare una “ svolta” istituzionale.  La mera predicazione della necessità di una federazione e di un Governo europeo non è oggi sufficiente; l’opera di rischiaramento delle coscienze spesso turbate dalla scorciatoie nazionalistiche  deve andare di pari passo con la dimostrazione pragmatica che la tutela multilevello  dei diritti fondamentali e politiche che strutturino concretamente la nozione di cittadinanza dell’UE sono in grado di riproporre a livello sovranazionale la ratio delle costituzioni democratiche  e sociali  approvate a livello nazionale nel primo dopoguerra.
Insomma approfondimento teorico e culturale( unitamente al costituzionalismo europeo più avanzato ed ai teorici del federalismo contemporaneo) e impegno concreto e propositivo sul terreno dell’Europa dei diritti e della cittadinanza europea ( nonché sul connesso tema dei beni pubblici e dei servizi di interesse generale che trovano nuovo spazio operativo per l’UE con il Trattato di riforma) nella sfera pubblica europea devono necessariamente marciare insieme e coalimentarsi. Come ci ricorda Häberle la “ costituzione europea” è innanzitutto un Progetto che si alimenta anche di pratiche virtuose e garantistiche e di innovazione istituzionale; è il Progetto di costruzione di una società costituzionale post-nazionale.
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Rita Sanlorenzo: Relazione di apertura
al XVIII congresso di Magistratura Democratica





Apro il XVIII congresso di Magistratura democratica, intitolato, una volta tanto, a noi stessi, a Magistratura democratica, ed alle ragioni dell’impegno che ci ha spinto fino qui e che vedrà dopo questi giorni di discussione il necessario e dovuto avvicendamento nella responsabilità della guida del gruppo.
Non faremo però di questo congresso, nonostante il titolo che abbiamo scelto, e nonostante le ragioni di una convocazione anticipata,  occasione per un ripiegamento su noi stessi, e  di un confronto tutto solo interno sullo stato di salute presente, e sugli sviluppi successivi delle linee di azione di Magistratura democratica. Ne faremo, secondo quella che è la nostra vocazione distintiva, un momento di apertura e di dialogo verso le altre componenti della magistratura associata, verso gli operatori del mondo della giustizia, verso i soggetti che nella società si impegnano sui temi a noi più vicini, e naturalmente, verso la politica. In tanti hanno risposto al nostro invito ed a tutti i nostri ospiti che si avvicenderanno su questo palco, sento di dovere un caldo ringraziamento, a nome mio e di di tutta Md. Così come sento di dover ringraziare la città di Napoli,   che ci ospita proprio in un momento così difficile per la  civile convivenza della città, e della regione: ed il ritrovarci in una sede così accogliente e prestigiosa non ci fa sentire al riparo dal disagio, nè estranei alle ragioni,  di chi rivendica civilmente il proprio diritto a difendere l’ambiente che lo circonda e la salute delle persone che lo abitano.
Nè, d’altronde, potremmo mai illuderci di tenere fuori pur dalle maestose mura del Castel dell’Ovo le  spinte dell’attualità che nelle poche settimane trascorse tra la pubblicazione della mia relazione scritta, e l’inaugurazione di questo congresso, hanno ancora una volta messo al centro della discussione pubblica la giustizia, ed i progetti di riforma da tempo annunciati. Forse proprio l’abitudine ai continui rilanci su di un tema che vede sempre al centro, invece di riforme strutturali capaci finalmente di incidere sull’efficienza del servizio,  l’intento punitivo nei confronti della magistratura attraverso lo stravolgimento dell’assetto costituzionale che la riguarda, sembra toglierci le parole per analizzare, criticare, cercare di spiegare ancora una volta – come tante altre in questi anni – che queste riforme, con la migliore resa della macchina giudiziaria, non hanno nulla a che fare; che anzi per questa via si segna l’addio al principio dell’indipendenza della magistratura, in uno con l’ulteriore passo verso lo sgretolamento del principio di eguaglianza del cittadino di fronte alla legge; che proprio mentre si mette al centro di tutti i mali la politicizzazione della magistratura, si mira a porla definitivamente sotto il tallone della politica.  Perseguendo in tal modo quel tanto auspicato “riequilibrio” che in diversi accenti, ma in unità di intenti, è diventata, tra le tante esigenze,  la prima e la più urgente.
Ecco, tutto possiamo fare in questo congresso, tranne perdere di vista l’orizzonte più ampio che fuori Md si agita e coinvolge pericolosamente, ancora una volta, gli equilibri istituzionali, e la funzione, risultata decisiva in questi anni, delle istituzioni di garanzia: prima fra tutte, quella del Presidente della Repubblica, che la più recente versione del cd. Lodo Alfano minaccia nella sua indipendenza e nella sua collocazione super partes. Intanto, cogliamo l’occasione perchè il congresso di Napoli sappia pronunciarsi con chiarezza contro queste continue minacce di  apportare strappi all’architettura costituzionale, contro i tentativi di separare non solo le carriere di PM e giudici, creando due separati CSM, ma anche  di portare fuori del Consiglio la competenza disciplinare; contro la mai sopita tentazione di sottrarre al pubblico ministero l’iniziativa penale, per attribuirla alla polizia giudiziaria,  assoggettata gerarchicamente all’esecutivo.
Il nostro congresso si tiene a poche settimane da quello dell’Associazione Nazionale Magistrati: a cui spetta oggi, come è spettato in tutti questi anni, il difficilissimo compito di difendere la magistratura tutta dagli attacchi contro la sua indipendenza, e che ancora oggi si trova alla vigilia di una battaglia che ha sempre più il sapore della sfida finale, dopo tanti logoranti assalti. Magistratura democratica crede fortemente nella centralità del ruolo dell’ANM,  e crede nella propria responsabilità di governo dell’Associazione, in sede centrale come in tutte le giunte locali ove continuerà a dare il proprio convinto apporto in termini di impegno, di impulso, di iniziativa. Proprio la forte convinzione della necessità di rilancio dell’associazionismo contro le spinte centrifughe di una magistratura in gran parte stanca, sfiduciata, e incline a rifugiarsi nell’individualismo oggi fa sentire ancora più forte la necessità di un governo dell’Associazione forte e rappresentativo: e noi auspichiamo che il futuro congresso sia l’occasione di un confronto chiaro, trasparente e leale tra tutte le sue componenti,  per decidere oggi cosa è meglio per il bene della magistratura tutta, ivi compresa la strada della ricostituzione di un’unità che in questi anni è venuta meno.
Proprio la storia di questo tratto di strada associativa, e il tema aperto – ed attualmente rimosso - di una difficile unità da ricostruire, intorno alla quale rafforzare sia la difesa dell’indipendenza sia la costruzione di un miglioramento della qualità della giurisdizione, dimostrano forse quanto fuorviante  e ingannevole sia, tanto più se messa a confronto con la realtà attuale, il progetto per  un’Associazione omologata, non più “ostaggio” dalle correnti, capace di assorbire ed attenuare differenze e specificità. E’ vero, lo sguardo sulla magistratura contemporanea ci dice come spesso siano  proprio le generazioni più giovani a non comprendere la necessità di differenziarsi, di schierarsi, e dunque  di mantenere in piedi distinzioni che, soprattutto se messe a confronto con la dura realtà lavorativa degli uffici giudiziari, sembrano del tutto  avulse dagli stessi e dettate forse più dalla volontà di mantenere ferme le posizioni di potere ormai acquisite.  Ma sul punto, io credo, è tempo di dare anche a noi stessi risposte chiare e non più rinviabili.
Allora, veniamo a Md. Il congresso dunque come luogo per ritrovare e ribadire le ragioni di un impegno, consapevoli tutti della necessità di un cambiamento, primo fra tutti riguardante la guida del gruppo. Ma non solo. Non è con un semplice avvicendamento che si affrontano le difficoltà del presente e le incognite del futuro.  Il problema, da tanti sentito, è quello di ritrovare un nuovo “punto di equilibrio”, capace di contemperare l’impegno nel governo associativo e l’investimento responsabile nella gestione dell’autogoverno con il mantenimento di uno spazio di Md originale ed autonomo.
Riprendo le premesse di poco fa:  in tanti sostengono, anche nel nostro dibattito precongressuale, che è ormai tempo di ripensare il sistema delle correnti e del loro ruolo odierno nel sostenere e nel realizzare la necessità del cambiamento. Le correnti che da tante parti – anche all’interno della magistratura – vengono avvertite come fattore di incrostazione e di rallentamento, quando non di contrasto ad una azione seriamente auto – riformatrice che miri soprattutto a migliorare la qualità della giurisdizione nel suo complesso. Un sistema che non ha saputo contrastare la degenerazione del “correntismo” nè sottrarsi abbastanza alle logiche spartitorie, ed al prevalere dei criteri di appartenenza rispetto alla necessità di scegliere il “meglio”, per la magistratura, e per il servizio.
Noi, per quel che ci competeva, una risposta l’abbiamo messa in campo. La nostra risposta si chiama Area, che è il frutto non solo di accordi elettorali ma di una visione programmatica complessiva, con il gruppo associativo che più con noi condivide la visione anticorporativa della funzione e dell’autogoverno; che soprattutto, con Md è protagonista di un’abitudine alla condivisione sul terreno dell’autogoverno locale, che ha portato all’ideazione di strumenti concreti – come la lista tematica “autogoverno insieme” che raggruppa i componenti del CG di Area di tutti i distretti - dove confrontarsi e dunque cementare una pratica che dal basso è nata e  che oggi abbiamo portato dentro al CSM. E che cosa è Area se non la risposta al pericolo di chiusura, di isolamento, di autoreferenzialità? che cos’è se non il luogo dell’avvicinamento e della contaminazione, dell’abbandono delle prerogative di appartenenza (di cui la costituzione del gruppo unico in Consiglio dice più di tante enunciazioni virtuose), del coinvolgimento al di là delle volontà di schierarsi per un gruppo, piuttosto che per delle idee? Stanno sul tavolo di questo congresso alcune proposte per strutturare diversamente questa alleanza, e darle addirittura una consistenza più compiuta ed autonoma: Md sulle stesse dovrà pronunciarsi.
Per come è stata concepita sin qui, Area è piuttosto, e dovrà essere di qui in avanti, luogo aperto di discussione, da cui allargare lo sguardo anche verso ciò che avviene al di fuori di noi, e verso gli sforzi di rinnovamento che altre componenti associative stanno compiendo, ed a cui ovviamente guardiamo come elemento positivo, semmai da sollecitare ed incoraggiare, non solo con le parole, ma con la pratica costante di scelte di autogoverno trasparenti e visibili  e con la capacità di denuncia quando a trasparenza e rispetto delle regole si torna a cadere in opacità ed arbitrio, come purtroppo, anche nell’esperienza della scorsa consiliatura, è successo.
Oggi della questione morale finalmente si parla: si parla pubblicamente, attraverso reazioni pubbliche di rifiuto e di condanna, momenti collettivi di riflessione e, io spero, di adozione di regole condivise che servano ad evitare ricadute e recidive. Ed è molto. Ma non ci basta, nè può lasciarci soddisfatti. Perchè della questione morale bisognava fare non questione di riflessione e di denuncia postuma, ma prima, di vigilanza costante e di contrasto serio e attivo dentro gli uffici; di prevenzione severa da parte del Consiglio nell’adozione di scelte che per primo parametro, insuperabile, deve avere quello del rispetto delle regole, di tutte, anche quelle che sembrano a volte soccombere di fronte alla preponderanza di altri aspetti di merito che in alcuni casi (non in tutti, non sempre) si ritiene dover far prevalere.
 La costruzione di un modello professionale adeguato e credibile parte anche dalla valutazione critica di questi errori: ma non per scavare solchi e creare barriere. Perchè non si ripetano più.
E allora, nella definizione di questa geometria “a cerchi concentrici” che ho in mente e che mi serve per razionalizzare la difficile ricerca di quel “punto di equilibrio” da cui partivo, arriviamo al nucleo che ci interessa. Md: le ragioni di un impegno. Dove collocarle, e per fare che cosa?
Intanto, posto che anche di metodo si è molto parlato nella nostra riflessione che ha preceduto il congresso, io propongo un approccio che può aiutare tutti noi a ripartire, insieme, da Napoli: ognuno di quelli che interverrà nel congresso provi ad incentrare il proprio contributo non tanto su quello che si aspetta da Md di qui in avanti, ma  su quello che è disposto a fare in prima persona, per costruire un progetto comune. Su quale fronte, per quale sfera tematica, in quale singola iniziativa concreta o per quale incarico di responsabilità. Evitiamo di cadere nella tentazione di salvarci l’anima e la coscienza denunciando le manchevolezze altrui, indicando fronti essenziali di lavoro di cui però nessuno spiega che cosa ha impedito sin qui di occuparsi. Riscopriamo le ragioni di un impegno innanzitutto cercando di mettere in gioco noi stessi e le nostre intelligenze. Il lavoro (il molto lavoro) di questi anni non ha scontato l’immobilismo dovuto a veti incrociati, diversità di vedute e di linee strategiche, contrasti politici o personali. Ha piuttosto sofferto la limitazione di contributi che non sono venuti, di canali che non sono stati attivati, di iniziative dal centro che non hanno avuto rilancio sul territorio, di una resistenza, a volte sorda, a volte dichiarata,  al progetto di  ricucire con un unico filo il gruppo e le sue istanze, rappresentative ed istituzionali, nonostante i tanti sforzi messi in campo. Questo (anche) è successo. Non dimentichiamolo. Facciamone occasione di autocritica, ma soprattutto, di svolta.
I tanti approcci alla “ragion di esistere” di Md possono trovare un bilanciamento ed una sintesi se appunto, tutti siamo profondamente impegnati sulla necessità di farle vivere, queste ragioni, uscendo dalle logiche declamatorie e dalle rivendicazioni di parte. Che Md partecipi allo sforzo di cambiamento della magistratura e della giurisdizione, riuscendo a coltivare intanto il proprio specifico  di intellettuale collettivo abituato alla critica degli orientamenti giurisprudenziali secondo l’impronta culturale della funzione emancipatrice del diritto, è progetto perfettamente razionale e condivisibile: basta annettere  ad esso un protagonismo di idee e di iniziative, senza passare attraverso il comodo cedimento alla tentazione di mimetizzarsi per non agitare differenze, per non sollevare reazioni diffidenti, ostracismi.
Nessuno di noi sostiene che solo i magistrati di Md sono in grado (badate, nè oggi nè in passato) di adottare soluzioni giurisprudenziali che appunto della funzione emancipatrice del diritto sappiano farsi attuazione. Nessuno lo ha mai fatto. Solo che in relazione a questo genere di orientamenti, Md è il luogo in cui poter svolgere un complessivo rilancio culturale che è forte di una consapevolezza, che ogni tanto anche al nostro interno sembra creare fastidio ed avversione: quella della politicità della giurisdizione. Quella che, come ho scritto nella relazione, alcuni di noi credono – sbagliando – di dovere oggi bandire persino dal nostro linguaggio, e dal modo in cui presentiamo noi stessi, non tanto per non apparire vecchi ed ideologici, ma piuttosto, per non apparire più.
Rendiamoci allora conto di una verità: ad Md spetta, e spetta ancora oggi,  dire cose che altri soggetti  associativi non dicono. Cambieranno i linguaggi, certo è cambiata la società intorno a noi ed i bisogni che esprime, anche nei confronti della giurisdizione, ed a questi è nostro dovere dare risposte attraverso  la realizzazione di una giurisdizione di qualità, collaborando convintamente laddove (realtà associativa o autogoverno) al cambiamento si intende mettere mano. Ma il nucleo più ristretto ed originale, al centro della strategia concentrica che io vedo per noi, a questo è riservato. Senza nessun cedimento alla declamazione ed all’autocelebrazione: il lavoro del magistrato è fatto di diritti, ma anche di doveri, ed a questo abbiamo dedicato un numero del nostro notiziario a cui ha collaborato l’intelligenza e l’impegno di tanti di noi. Senza trascurare la necessità di un rilancio complessivo della macchina giudiziaria attraverso un progetto complessivo di riforma e di autoriforma, a cui vogliamo dare il nostro contributo propositivo, ma soprattutto rendere visibile attraverso l’impegno diretto nelle nostre realtà lavorative. Senza perdere l’abitudine allo studio, ed al confronto, dentro e fuori la magistratura, e dentro e fuori Md: a questo è stato dedicato lo sforzo di rivitalizzare i gruppi di lavoro, e di stabilire tra loro nessi di comunicazione che rendano possibile attrezzarsi di fronte alla complessità dei bisogni e dei temi che dall’evolvere della società irrompono nelle nostre aule. Di qui in avanti, sia chiaro, la ricerca del linguaggio deve avvenire in campo aperto: internet, i laboratori di autoformazione, le sperimentazioni e le contaminazioni dentro e fuori   la magistratura e l’ambito professionale.  Sapersi ancora mettere in gioco, come suggeriscono in tanti, che aspettiamo da oggi stesso alla prova dei fatti, i fatti che solo segneranno la nostra possibilità di resistere, o di svanire. Ma quella originaria “scelta di campo”(pur a fronte dei nuovi bisogni e delle richieste di nuove tutele), quella aspetta di essere riconfermata.
Io aggiungo ancora poche parole, che forse parlano più da vicino (ma non vorrei troppo) della storia di questi anni così intensi e difficili, ma in cui il grande regalo che ho ricevuto da Md (forse inaspettato) è stato quello di consentirmi prima di tutto di interpretare pienamente la mia vita professionale ed il mio ruolo dentro, non fuori, la giurisdizione.
Lasciatemi compiere una profezia
Questa Md non verrà salvata dal cinismo. Il cinismo di cui si è fatto troppo uso in questi anni e che in qualche misura ha costituito la premessa perchè le differenze politiche potessero essere confuse dietro la cortina delle divisioni personali, di cui tutti possiamo lamentare di essere stati vittima non prima di avere ammesso la responsabilità nell’avervi dato causa. Il cinismo in nome del quale si è preferito esprimersi nell’attacco alle persone piuttosto che nella battaglia di idee. D’altronde, non sarà il cinismo a salvare  il declino del Paese, la perdita di valori, la dispersione di un nucleo forte di condivisione da tener fermo, nonostante intorno tutto cambi.
Ma ugualmente, non sarà il cinismo ad uccidere Md. Gli stessi toni con cui finalmente riusciamo ad affrontare con rispetto reciproco le nostre diverse posizioni ci aiuta a colmare il silenzio, nonostante le troppe parole di questi anni, ed a provare ad ascoltarci davvero. Questo congresso deve affrontare i temi che sono sul tavolo, e che accompagnano la nostra storia non da una singola tornata elettorale ma da una complessiva congiuntura contraria non a Md, ma all’affermarsi del progetto contenuto nella Costituzione ed ai valori che vi sono sottesi. In Md c’è troppa passione, c’è troppa intelligenza, c’è troppa consapevolezza rispetto alla pericolosità di quel che si agita intorno a noi perchè possiamo cedere alla voglia di ripiegarci . Abbiamo di fronte un congresso che ha il compito di scelte fondamentali. Un congresso aperto, a cui finalmente si va senza soluzioni predefinite e preordinate. La diversità (a tutti i livelli) è fattore di arricchimento se sappiamo vincere la paura a cui ci consegna definitivamente l’abbandono della politica, fuori e dentro Md.
Questa è per me l’occasione del commiato, dopo quasi quattro anni di lavoro intenso e di esposizione personale molto faticosa. Accolgo dunque con personale sollievo l’invito a “ritornare negli uffici”, nel mio in particolare che se messo  a confronto con la difficoltà della guida di questo gruppo, certo non mi pare una deminutio ma piuttosto il riparo confortevole in un’ansa ben più tranquilla e rasserenante di tanti mari agitati, che pure aspettano ancora chi dopo di me assumerà la responsabilità delle future decisioni, che allo stato si muovono  in una dimensione ancora indistinta e incerta.
Ma le tante incognite non scalfiscono per nulla quella che resta per me la certezza granitica con cui voglio salutare il mio gruppo.
Io sarò sempre di Magistratura democratica. Io sarò sempre orgogliosamente di Magistratura democratica.
Questo è quello che ha fatto di me non solo, e non tanto, prima una “militante”, poi addirittura la responsabile nazionale di  questo gruppo dalla  cui intelligenza e cultura collettiva ho soprattutto  imparato e mi sono arricchita, ma che ha dato senso e direzione alla mia collocazione professionale, alla mia funzione di giudice e anche, alla mia responsabilità di cittadina. Che ha animato la mia curiosità intellettuale, ha suscitato le mie passioni, impedito l’isolamento egoistico in cui vedo sprofondare tanti colleghi anche di grande valore, ma destinati alla sconfitta, perchè convinti che se ci si salva, ci si salva da soli.
Questo è quello da cui riparto, e non solo non è poco, ma è tantissimo. E’ una ricchezza inestimabile che mi porto dentro e di cui sono debitrice a molti. Che sarà mio compito rendere visibile non tanto attraverso l’esibizione di un cursus honorum, quanto con la coerenza nel quotidiano: quella coerenza che abbiamo trovato ed apprezzato in quelli che abbiamo trovato in chi negli uffici stava quando noi vi abbiamo fatto ingresso, e che ci hanno saputo guidare e far crescere.
                                                                                                            
Rita SANLORENZO
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XVIII Congresso di Magistratura Democratica

Unità per la
Costituzione

UNICOST
*
intervento del segretario generale Marcello Matera

Sono qui per porgerVi il sincero saluto di Unità per la Costituzione e per augurare a tutti Voi un proficuo svolgimento dei lavori.

I temi di questo Congresso meritano tutta la nostra attenzione, così come meritano tutto il nostro profondo rispetto le dinamiche legate alla dialettica interna del Vostro dibattito.

La lettura della relazione introduttiva di Rita Sanlorenzo suggerisce alcune riflessioni che sottopongo alla Vostra attenzione, su alcuni temi che appartengono ad un dibattito che va oltre gli steccati correntizi.

Per quanto ci riguarda MD ha rappresentato, rappresenta e deve rappresentare per il futuro  un patrimonio culturale ed ideale di valori assolutamente essenziale per una libera ed autonoma giurisdizione nel nostro Paese.

Le identità culturali in magistratura  non possono essere messe in discussione, ma anzi devono essere valorizzate per l’indipendente esercizio della giurisdizione.

Dico ciò per offrire una prima risposta alla questione posta sul tappeto dal Vostro Segretario Generale. Quella, cioè, del rapporto tra aree culturali (cd. correnti) in magistratura e Giunta centrale dell’ANM.

Siamo assolutamente convinti, oggi più di ieri, che le aggregazioni ideali, le aree culturali, le sedi del pensiero organizzato (le cd. correnti) siano da una parte il miglior antidoto ai pericoli del cd. pensiero unico; dall’altra siano funzionali a realizzare con responsabilità una partecipazione trasparente e consapevole dei magistrati al governo autonomo della Magistratura.

In tal senso riteniamo essenziali gli spazi di riflessione collettiva sull’efficienza del servizio giustizia, sulla ragionevole durata dei processi, sulla tutela dei diritti e sul contrasto all’illegalità diffusa.

Anche noi rivendichiamo con forza la necessità di gruppi organizzati quali centri di elaborazione culturale e di confronto.

Crediamo, altresì,  che il cd. “pensiero organizzato” oggi voglia e debba essere assunzione di responsabilità interne al sistema dell’associazionismo giudiziario e del governo autonomo della magistratura, in un percorso di autoriforma che consenta pieno esercizio di competenze di politica giudiziaria.

Coglie nel segno, dunque, la relazione introduttiva quando individua la sostanza del cd. “superamento delle correnti” nelle “pratiche della rappresentanza di autogoverno che perseguono un consenso personale costruito sulla difesa dell’interesse corporativo del singolo rappresentante, nel nome di una sbandierata apoliticità”.

Queste, aggiungiamo noi, sono  “pratiche” di neo lobbismo, che rappresentano un serio rischio per i valori della effettiva rappresentanza democratica.

Il migliore e più efficace argine all’affermarsi delle lobbies è offerto dalle aree culturali ed ideali esistenti in Magistratura.

La scelta di fondo non può che essere tra aggregazione sui valori o aggregazione sugli interessi: in tal senso va gettata luce su quella zona “grigia” che esiste tra Magistratura e Politica.

E’ per questo che ripetiamo da un po’ di tempo che il magistrato che decide di entrare in politica fa una scelta irreversibile, senza ritorno.

Così come riteniamo che si possa e si debba fare molto di più in quei settori  di attività non giurisdizionali in cui troppi magistrati sono impegnati.

Alla domanda (retorica?) di Rita Sanlorenzo se c’è ancora bisogno di MD, la risposta, quindi, è ovvia.

C’è bisogno di MD, così come c’è bisogno di ogni altra e diversa  identità culturale funzionale al sistema della giurisdizione autonoma.

Non mi sorprende che si rivendichi da parte di MD una maggiore soggettività politica (o forse meglio una maggiore visibilità politica) nel governo dell’ANM.

Non è questa una novità. Fa parte della diversa ottica che contraddistingue MD da UpC.

Tuttavia ritengo che quando, come in questa fase storica, non vi sia una un animistica ed “omologante” unità associativa, intesa semplicemente come mero valore-fine, ma vi sia piuttosto un governo maggioritario per il conseguimento di un programma politico, le legittime diversità culturali devono trovare  sintesi proprio in quel programma politico.

Unità per la Costituzione condivide questo metodo di lavoro ed intende portarlo avanti, attraverso il confronto ed il dialogo con le diverse aree culturali della attuale giunta.

L’esperienza fin qui vissuta rappresenta la dimostrazione di un impegno importante e  comune alla ricerca di equilibrio tra le nostre diverse culture: è un esempio di Democrazia attiva in un Paese che ne sta perdendo la nozione.

Non parlerò della  cd. “politicità della giurisdizione”.

Si tratta di un aspetto che non appartiene alla nostra cultura ed alla nostra tradizione, ma che profondo rispetto,  per quanto di positivo ha rappresentato in un passato contesto storico molto delicato per lo sviluppo democratico del Paese.

Più rilevante storicamente mi sembra oggi affrontare la cd. questione morale, imposta dai fatti degli ultimi mesi.

E’ una questione che ha interessato, in larghissima misura, magistrati che hanno avuto ruoli di spicco nel passato, in Unità per la Costituzione.

Ferme restando le responsabilità personali dei singoli, vi  sono stati indubbiamente  comportamenti con i quali già da tempo abbiamo fatto i conti:il massiccio ricambio generazionale ci ha in questo senso aiutato a superare definitivamente prassi e comportamenti in passato caratterizzati da opacità e zone d’ombra.

Una cosa è certa: la questione morale riguarda tutti i magistrati, e sarebbe sbagliato, a mio avviso, racchiuderla nelle tecniche di lotta correntizia.

A maggior ragione in questo momento storico, in cui le tensioni sociali e politiche si scaricano inevitabilmente sulla giurisdizione, i magistrati tutti sono obbligati ad uno sforzo ulteriore per non cedere al lassismo di abitudini culturali che provengono dall’ abbassamento generale dei livelli etici nelle istituzioni.

Buon lavoro.

Napoli, 30.10.2010

Marcello Matera
Segretario Generale di Unità per la Costituzione

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Di Loredana Morandi (del 02/11/2010 @ 17:24:51, in Magistratura, linkato 1492 volte)
XXVIII Congresso di Magistratura Democratica




PENA E CARCERE


Il sistema penale è oggi il paradigma di molti dei problemi che affliggono la giustizia: un diritto penale sempre più diseguale; un processo penale sempre più irrazionale in cui - troppo spesso - la garanzia diventa strumento di difesa dal processo e non arnese di difesa nel processo. Siamo però consapevoli del fatto che –su alcune questioni- è doveroso intervenire. Perché alcune questioni rappresentano un’urgenza che merita una risposta immediata. Le condizioni di vita in carcere, il rapporto tra custodia cautelare e pena sono l’espressione esemplare di questi fallimenti e di queste contraddizioni.

Magistratura Democratica - da sempre - crede nella necessità di dare effettività al dettato dell’art. 27, comma 3, della Costituzione; in questo solco, negli anni, ha elaborato proposte tese alla decarcerizzazione, alla introduzione di sanzioni sostitutive, alla elaborazione di progetti di mediazione penale, alla instaurazione di prassi avanzate all’interno delle carceri. Al tentativo - in ultima analisi - di garantire che la pena abbia davvero una funzione rieducativa ed escluda i contenuti inutilmente afflittivi.

È noto che l’attuale condizione delle carceri italiane contraddice radicalmente l’intento delineato nella Carta fondamentale. Le condizioni di sovraffollamento sono oramai un dato notorio e con esso la politica, la società civile, la magistratura, ma –soprattutto- i detenuti si trovano a convivere ogni giorno in modo drammatico. Tra i molti sintomi di disagio, non si può non segnalare che il tasso di suicidi riscontrabile in carcere è  di gran lunga superiore di quello registrato tra tutta la popolazione residente in Italia.

Le statistiche penitenziarie aggiornate al 31 agosto 2010 dimostrano come - su 206 istituti tra case di reclusione, case circondariali e istituti per le misure di sicurezza - soltanto 25 di essi ospitino un numero di detenuti pari o inferiore alla capienza regolamentare. Il superamento della capienza regolamentare è, peraltro, fenomeno diffuso su tutto il territorio nazionale.
Il sovraffollamento carcerario, peraltro, costituisce un fenomeno ingravescente nelle carceri italiane. Allargando lo sguardo agli ultimi venti anni si può notare che dai 31mila detenuti del 1991, si è passati ai 53mila detenuti del 2000, presto decollati a 61mila detenuti al momento dell’indulto del 2006. Dopo l’indulto, i detenuti presenti nelle carceri erano “solo” 39mila. In poco meno di quattro anni la cifra di detenuti presenti è quasi raddoppiata. Ad oggi, con la legislazione vigente, il numero di detenuti cresce ad un ritmo di alcune centinaia di persone al mese.

Molte di queste persone ristrette (ad oggi, oltre il 43%) sono peraltro detenute in stato di custodia cautelare. Le statistiche dicono che lo strumento del carcere prima della condanna definitiva è usato soprattutto contro categorie socialmente più svantaggiate, come tossicodipendenti e stranieri. Il fenomeno della custodia cautelare in Italia, è peraltro diffuso più che nel resto di Europa.
A tali considerazioni si deve aggiungere che il dato delle presenze ad un preciso momento storico non descrive tutta la complessità del fenomeno. In carcere –al giorno d’oggi- si entra sempre più facilmente; e sempre più persone vi entrano. Se nel 1991 le persone entrate in carcere dalla libertà erano state 75mila, nel 2000 tale cifra è salita a 81mila e, oggi, è stimabile in 88mila ingressi dalla libertà.
Delle decine di migliaia di ingressi, molti si risolvono in detenzioni di pochissimi giorni. Ad esempio, nel 2009, i cd. ingressi in carcere dalla libertà sono stati circa 88mila; e –considerando la differenza tra presenze a inizio anno e a fine anno- un semplice calcolo aritmetico porta a concludere che -se circa 88 mila persone sono entrate in carcere nel 2009- oltre 81 mila persone, in quell’anno solare, da quegli stessi istituti, sono uscite.
Le statistiche dicono poi che –negli ultimi anni- un numero di persone compreso tra 15mila e 20mila è entrato in carcere per restarvi solo due giorni. Considerando un periodo temporale appena più ampio, la cifra di persone che esce dal carcere entro i 10 giorni dal momento dell’ingresso è pari alla metà delle persone entrate negli istituti penitenziari in stato di arresto o di custodia cautelare. In cifra assoluta, ciò significa un numero di persone variabile tra 25mila e 32mila detenuti.

La situazione, evidentemente, è drammatica, tanto che l’Italia è stata recentemente condannata –per assoggettamento di un detenuto a trattamenti inumani e/o degradanti- con la Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 16 luglio 2009  (ricorso n.22635/03; Sulejmanovic c. Italia).

Perfino le statistiche penitenziarie si sono “arrese” e –nella apparente aridità dei numeri- hanno introdotto nelle loro tabelle inedite distinzioni, come quella tra “presenze effettive”, “capienza regolamentare” e “capienza tollerabile”. Come se il superamento della regola (la capienza regolamentare) potesse essere tollerato da un’Amministrazione dello Stato.

I dati consentono così di evidenziare che -a fronte di una capienza regolamentare pari a 44.608 persone e ad una capienza tollerabile indicata in 67.865 presenze- i detenuti presenti alla data del 30 settembre 2010 erano 68.527.

Le carceri italiane sono così giunte in una situazione che è non più tollerabile.

** *** **

Questo è il frutto di un paio di decenni di politiche di sicurezza, in cui il dato costante è rappresentato dall’elaborazione di nuove figure di reato, utili a rispondere a vere o presunte emergenze, dall’introduzione di ipotesi di custodia cautelare obbligatoria, dall’innalzamento delle pene per reati di non particolare allarme sociale (come i reati di falso) o riconnessi ad una mera condizione di irregolarità sul territorio nazionale operata al solo e dichiarato fine di consentire l’applicazione della custodia cautelare in carcere.

Questo è il frutto del feroce inasprimento del regime penitenziario scelto dal legislatore per l’esecuzione delle pene nei confronti degli stranieri condannati (con un sistema rivelatosi poi costituzionalmente illegittimo; C.Cost. n. 249/2010) e per l’esecuzione penale nei confronti delle persone recidive.

Questa è il frutto di una legislazione che enfatizza ed esaspera le diseguaglianze già presenti nel mondo “dei liberi”. La popolazione carceraria è –in larghissima parte- costituita da persone in condizioni di “minorità sociale”: stranieri (la maggior parte dei quali in custodia cautelare), tossicodipendenti, alcol-dipendenti, persone con ridotto grado di scolarità, disoccupati. Molte persone detenute –non solo negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari- hanno problematiche di natura psichiatrica che richiederebbero assistenza.

Questo è il frutto di scelte amministrative che –da anni- riducono gli organici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e –con burocratica coerenza- i fondi destinati all’edilizia penitenziaria. I progetti di reinserimento sociale camminano oramai per lo più sulle gambe di volontari o di pochi dipendenti superstiti.

Questo, però, è anche il frutto di una diminuita attenzione –nel corpo della magistratura- al problema della libertà personale, come reso evidente dall’affermarsi di linee giurisprudenziali non garantiste e di prassi che – privilegiando in modo non razionale ed equilibrato le ragioni della sicurezza su quelle della libertà - trasformano il giudice da garante di diritti individuali in erogatore di sicurezza. Trasformazione alla quale - ovviamente - è maggiormente esposto l’Ufficio del Pubblico Ministero.

Questo è il frutto di un’azione politica che quotidianamente somministra all’opinione pubblica una buona dose di paure e che, pertanto, chiede solo di essere rassicurata.

Si tratta –peraltro- di frutto avvelenato, se si considera che è dato acclarato quello che indica che il tasso di recidiva è superiore in chi transita dalle strutture carcerarie rispetto a chi accede a percorsi alternativi alla detenzione.

** *** **

Questa situazione chiama a un nuovo impegno la magistratura e tutti i soggetti che –per ruolo istituzionale o per passione sociale- si trovano ad entrare in contatto con la realtà del carcere e le persone ivi detenute. Magistratura Democratica non può restare inerte.

La pena legittimamente inflitta nel corso di un giusto processo non può trasformarsi in una pena eseguita in modi illegittimi in un carcere ingiusto.

Occorre riuscire a recuperare una dimensione giusta per l’esecuzione penale, in modo tale da riavvicinare la situazione delle carceri e le condizioni di vita dei detenuti al lungimirante precetto costituzionale.

Vi sono diversi livelli di intervento. Alcuni ci interpellano come cittadini e come magistratura associata, capace di dialogare con la politica (non per invadere i territori altrui, ma per fare –per dirla con Kant- “un uso pubblico della ragione”). Altri ci interpellano come singoli magistrati e chiamano in causa i nostri modelli organizzativi e la nostra professionalità.

** *** **

È necessario che Magistratura Democratica:

- operi - a livello di azione al Consiglio Superiore- per un reale rafforzamento degli uffici di sorveglianza (interloquendo con il Ministero per la rideterminazione degli organici insufficienti e garantendo, comunque, il pronto ricambio nelle piante organiche oggi determinate);

- promuova - a livello di azione al Consiglio Superiore- l’elaborazione di linee guida utili a rendere chiara la legittimità di alcuni criteri di priorità nell’azione della magistratura di sorveglianza (sì da consentire di gestire con intelligenza il flusso di ingressi in carcere);

- promuova - a livello di definizione delle prassi operative in uso presso gli uffici di Procura- l’elaborazione di priorità nell’azione dell’Ufficio, con emissione di ordini di esecuzione per condannati non pericolosi solo allorquando l’affollamento carcerario sia contenuto nell’ambito della cd. capienza tollerabile;

- si adoperi perché si affermino - presso gli uffici di Procura- prassi operative utili ad evitare gli ingressi inutili in carcere di arrestati in attesa dell’udienza di convalida (disponendo –nei casi per cui si può procedere con giudizio direttissimo davanti al Tribunale in composizione monocratica- la conduzione degli arrestati nelle Questure e non in carcere; è però necessario che le camere di sicurezza siano luoghi idonei dal punto di vista igienico sanitario e accessibili da parte di avvocati e magistratura);

- vigili - a livello giurisdizionale- sull’applicazione scrupolosa dei regolamenti penitenziari;

- stimoli - all’interno degli uffici e nel dibattito dottrinale, anche con interventi su riviste specialistiche- una costante vigilanza sulla effettiva applicazione del dettato costituzionale nelle singole decisioni giurisprudenziali in materia di ordinanze cautelari sulla libertà personale;

- solleciti e difenda e ordinanze dei magistrati di sorveglianza a tutela dei detenuti, soprattutto quando esse non vengono ottemperate dall’Amministrazione Penitenziaria;

- promuova - nell’interazione tra la giurisdizione e le amministrazioni pubbliche e gli enti di volontariato- l’effettività di tutti gli strumenti –che già esistono sul piano formale- di alternativa alla detenzione in carcere (stimolando la stipula di convenzioni per lavori in favore della collettività, indispensabile per la sospensione condizionale della pena ex art. 165 c.p., necessario per garantire effettività all’apparato sanzionatorio previsto dalla normativa sul Giudice di Pace, oggi applicabile anche per il reato di guida in stato di ebbrezza);

- si renda promotrice - a livello culturale - di una autentica cultura della salute e della legalità in carcere (occupandosi del tema salute e, soprattutto, del disagio psichiatrico in carcere; ciò a partire dal circuito di formazione consiliare centrale e decentrata);

- sappia stigmatizzare tutti i casi di abuso commessi in danno delle persone private della libertà personale;

- prenda parte attiva a campagne di informazione sulle reali condizioni carcerarie, anche in sinergia con le associazioni di volontariato attive nel settore.

** *** **

Evidentemente non compete in modo diretto a Magistratura Democratica il tema delle riforme legislative e delle scelte di governo. È però impossibile, in questa sede, rinunciare a formulare alcuni auspici (ben consapevoli che il vero tema sarebbe quello del ripensamento complessivo dell’approccio delle politiche pubbliche al problema della sicurezza e al tema della pena). È però possibile dire sin d’ora che è necessario che il legislatore ed il governo intervengano su alcuni snodi che incidono in modo importante sulle condizioni di vita in carcere. Si auspica:

- che gli organici del personale dell’amministrazione penitenziaria (Corpo di Polizia Penitenziaria e personale educativo in primis) vengano costantemente adeguati alle reali necessità degli istituti e dell’esecuzione penale “esterna”;

- che venga rimeditata l'ultima parte del comma 1 bis dell'art. 47 ter ordinamento penitenziario (modifica introdotta dalla legge cd. ex- Cirielli), che preclude ai condannati recidivi reiterati l’accesso alla detenzione domiciliare  negli ultimi due anni di pena; è infatti opportuno che l'effettiva pericolosità dei condannati possa essere rimessa alla  valutazione della  magistratura di sorveglianza senza irragionevoli preclusioni;

- che venga introdotta una modifica dell'art. 656 c.p.p. senza preclusioni per i recidivi reiterati con previsione di una sorta di "numero chiuso": per i condannati nei confronti dei quali l'esecuzione penale è sospesa ai sensi del comma 5 (pene inferiori ad anni 3) e dunque sono "liberi" e "non pericolosi" per presunzione legislativa, si preveda che, se il Tribunale di Sorveglianza deciderà di non concedere alcuna misura alternativa, l'ingresso in carcere possa essere differito fino al momento in cui vi sia un posto disponibile in istituto determinato secondo un parametro di massima capienza "tollerabile".

** *** **
Magistratura Democratica auspica che, nelle carceri italiane, l’unico contenuto affittivo della pena sia rappresentato  dal muro di cinta  che separa i detenuti dall'esterno. Non da altro.

Napoli, Castel dell’Ovo 29 ottobre - 1 novembre 2010
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Di Loredana Morandi (del 02/11/2010 @ 17:32:43, in Magistratura, linkato 1579 volte)
XVIII Congresso di Magistratura Democratica
la Mozione di "Area"






Gli iscritti di MAGISTRATURA DEMOCRATICA che lavorano nelle esperienze di Dialogo per la Giustizia nel Veneto, di Progetto Giustizia a Milano, di Insieme in Puglia

PROPONGONO LA SEGUENTE MOZIONE
 

Partiamo dalle esperienze di Area realizzate nei nostri distretti che non sono state e non intendono essere la somma di Magistratura Democratica e del Movimento per la Giustizia – Art. 3, né il progetto di un’ulteriore corrente, ma valorizzano il patrimonio ideale dei due gruppi come motore per l’aggregazione anche di non iscritti, e ciò non a semplici fini elettorali ma per favorire la partecipazione del maggior numero di colleghi e la realizzazione dei valori comuni.

Riteniamo che debba essere il Congresso a esprimere un impegno politico in tal senso, condiviso da tutta la corrente e significativo per il Consiglio Nazionale che sarà eletto

SCEGLIAMO

Perciò che Magistratura democratica


-  promuova in ogni distretto assemblee aperte a tutti i magistrati che si riconoscono nei valori di Area.

-  Agevoli la creazione nei distretti di forme stabili di collegamento dei magistrati dell’Area, secondo le modalità, adeguate alle condizioni locali, decise dalle assemblee aperte.

-  Favorisca la creazione di collegamenti a tutti i livelli fra le esperienze di AREA nell’autogoverno e nell’associazionismo nei distretti;

-  Individui, anche valorizzando l’attività del gruppo consiliare di Area nel CSM, iniziative comuni ai due gruppi e aperte all’Area, moltiplicando le positive esperienze come quella di Lampedusa.

-  Si impegni a favorire la presentazione di liste di Area in tutte le competizioni elettorali dell’autogoverno e dell’associazionismo, con la scelta ove possibile di candidati comuni attraverso meccanismi aperti a tutti i magistrati anche non iscritti ma che si riconoscono in tale quadro, a cominciare dalle prossime elezioni del C.D.C. dell’ANM.


Giuseppe Gatti e Titti Potito (Bari)
Ilio Mannucci Pacini (Milano)
Lorenzo Miazzi (Venezia)
Cinzia Mondatore (Lecce)
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Di Loredana Morandi (del 02/11/2010 @ 17:42:20, in Magistratura, linkato 1583 volte)
XVIII Congresso di Magistratura Democratica




- LE RAGIONI DI UN IMPEGNO -


1. Le ragioni dell’impegno sono quelle di sempre: promuovere e difendere  nella giurisdizione i valori della Costituzione,  a cominciare dal principio di eguaglianza sostanziale che l’art. 3 comma 2 impone come “compito della Repubblica” e quindi anche dei suoi magistrati. Su questo il Congresso ha confermato la profonda unità di di tutta Magistratura Democratica.
Il ruolo di MD è ancora oggi quello di affermare la funzione emancipatrice della giurisdizione e di riconoscere e tutelare i diritti e le libertà di tutti, a partire dai soggetti più deboli, di difendere indipendenza ed autonomia della magistratura, di sostenere l’idea di un ordinamento giudiziario fondato sulla diffusione di una comune professionalità qualificata e non su gerarchia e carriera, con la consapevolezza della politicità della funzione e  l’attenzione alle caratteristiche della società in cui si vive e si esercita la giurisdizione.
Ed è grande merito di MD se queste idee sono divenute patrimonio comune di larga parte della magistratura.  La giurisdizione è ora vissuta da molti non solo come mezzo di definizione dei conflitti intersoggettivi ma anche come strumento di  emancipazione individuale e collettiva.
L’affermazione nella magistratura e nella società di questo modello di giurisdizione costituisce lo strumento più efficace per contrastare il  tentativo di modificare gli assetti istituzionali del nostro sistema giudiziario ed i progetti, per ora indefiniti, di costituzione di due CSM separati o di esclusione dal CSM la competenza disciplinare o, ancora, più radicalmente, di separazione delle carriere.

Bisogna, però, anche tener conto, che in questi anni la società e la magistratura hanno subito profondi mutamenti. Il nostro compito è quello di interpretare i tempi nuovi e questo  impone non solo di aggiornare il nostro  linguaggio, ma prima ancora di ripensare il rapporto tra società e giurisdizione per rispondere alle nuove domande che vengono poste alla magistratura.
Non è un compito facile: occorre riconoscere che l’attuale stato della giurisdizione è del tutto inappagante e questa situazione non può più essere tollerata. Le responsabilità di chi ha il compito di fornire risorse adeguate sono gravi e non possono essere taciute ma è innegabile che l’uscita dalla crisi dipende anche dalla capacità dell’intera magistratura di mettere in pratica una effettiva e profonda autoriforma per la cui realizzazione occorre  una grande capacità di rinnovamento, un grande coraggio, una grande fiducia. 
La sfida potrà essere vinta solo se sapremo coinvolgere la maggioranza dei magistrati, se sapremo essere, così come è avvenuto in passato, il motore di un processo di trasformazione esteso e condiviso. 
Dobbiamo essere in grado di delineare  un progetto che riproponga in forme nuove i nostri valori fondanti ed il nostro modello di magistrato,  attento ai valori costituzionali ed alla tutela dei diritti,  alla professionalità, alla qualità ed alla efficienza del servizio.
In questo quadro occorre rivitalizzare il punto di vista critico di MD sulle concrete situazioni della vita degli uffici e sui temi che riguardano l’assetto della magistratura (l’autogoverno l’ordinamento giudiziario l’organizzazione del servizio), sugli orientamenti della giurisprudenza e sulle politiche del diritto: in tutti questi campi il ruolo critico di MD rappresenta uno strumento indispensabile per contrastare sempre possibili ripiegamenti corporativi e offrire alla discussione pubblica argomentate riflessioni sulle cose della giustizia.

2. Ci interessa una giurisdizione di qualità, capace di tutelare libertà e  diritti  a partire dai soggetti più deboli, di adottare decisioni argomentate e persuasive, di seguire nell’accertamento dei fatti un metodo rigoroso. Questo significa, nel settore penale, operare un efficace contrasto alla criminalità organizzata e a quella dei potenti e nel contempo aderire alla concezione garantista del processo, al metodo del contraddittorio nella formazione della prova, con pieno rispetto della funzione difensiva come elemento strutturale del processo Ma significa anche riaffermare la necessità di  un’unica magistratura,  inquirente e giudicante, che operi sulle linee della cultura della giurisdizione, avendo lo sguardo attento all’esito complessivo del giudizio e alla tutela delle garanzie delle parti private.
Nel settore civile una giurisdizione di qualità richiede lo sviluppo di modelli organizzativi che consentano di ottenere una decisione in tempi ragionevoli ma insieme richiede l’opzione a favore di interpretazioni  attente ai valori costituzionali, “costituzionalmente orientate”, delle norme che disciplinano i conflitti intersoggettivi.
E’ poi indispensabile operare sul terreno dell’efficienza del sistema. Questo non significa  un surplus di lavoro “senza qualità”  ma  la predisposizione di progetti operativi che consentano di migliorare il servizio per cittadini ed utenti della giustizia. Ma oltre ai progetti operativi è necessario sviluppare una forte iniziativa politica in tutte le sedi per incalzare  Governo e Ministero della Giustizia sui temi della ineludibile riforma della geografia giudiziaria, della dotazione adeguata delle risorse anche tecnologiche e informatiche, degli organici, della professionalità e  del trattamento retributivo  del personale amministrativo. 

3. Qualità della giurisdizione ed efficienza richiedono ai magistrati un forte impegno sui temi dell’organizzazione e della professionalità. 
La professionalità del magistrato esige innanzitutto piena consapevolezza dei doveri propri della funzione,  a partire da quello dell’indipendenza rispetto a qualsiasi condizionamento esterno. 
Magistratura Democratica si impegna in tutte le sedi associative e istituzionali per il varo effettivo della Scuola della Magistratura secondo un modello di formazione pluralista e orizzontale in grado di fornire a tutti i magistrati un bagaglio professionale che ponga la cultura dei diritti al centro di un progetto in cui le scienze giuridiche si confrontino con tutte le altre discipline, per un modello unitario di magistrato capace di esercitare consapevolmente scelte interpretative costituzionalmente orientate.
Centrale viene oggi ad essere la questione morale, evidenziata da  recenti vicende caratterizzate proprio dalla clamorosa violazione, da parte di più magistrati investiti di rilevanti funzioni, del dovere di indipendenza e dei comportamenti conseguenti che esso richiede. Rispetto a tale questione servono rigore e risposte sul piano istituzionale e culturale.  Il rispetto delle regole deve essere un parametro essenziale del nostro modo di essere negli uffici, nell’associazione e nell’autogoverno.   
Ma è anche il tema delle “valutazioni  di professionalità” a dover essere al centro della nostra riflessione:  sono necessarie verifiche non solo periodiche e costanti, ma fondate su rilevazioni di fatti uniformi ed attendibili, su giudizi documentati che tengono presente il  contesto dell’ufficio in cui opera il magistrato. Il sistema può e deve essere migliorato - specialmente con riguardo all’individuazione delle fonti di conoscenza del lavoro in concreto svolto e  allo snellimento degli “indicatori”-  per eliminare il rischio di eccessiva burocratizzazione delle valutazioni. Esso rappresenta però già ora un  importante tassello per consentire che le progressioni in carriera siano fondate su   profili di professionalità realistici e confrontabili,  che consentano di fermare i non meritevoli e di individuare i più adatti agli incarichi. 
Il sistema di scelta dei  dirigenti ( direttivi e semidirettivi), ormai in larga parte svincolato dal criterio dell’anzianità, deve  puntare a  valorizzare merito e attitudini  e  prevedere un rigoroso meccanismo di controllo alla scadenza del quadriennio: si tratta di una verifica assolutamente irrinunciabile nella prospettiva di  un autogoverno efficace  e credibile.
Il lavoro dell’ultimo consiglio ha già  reso  possibile un  importante e tempestivo rinnovamento della dirigenza e ciò ha comportato un primo miglioramento nella organizzazione di molti uffici giudiziari.  Occorre, però, continuare a contrastare con rigore le logiche clientelari e correntizie, che ancora esistono; ciò  non significa, tuttavia, che la soluzione sia il ripristino  dell’anzianità (parametro sicuramente “tranquillizzante” per la sua oggettività ma che in passato ha dato i risultati negativi che tutti abbiamo potuto constatare) a  scapito dell’ attitudine e del merito.
Per realizzare l’obiettivo di un sistema di autogoverno credibile ed efficace è anche necessario che capi degli uffici e consigli giudiziari assumano le proprie responsabilità nella redazione rispettivamente di rapporti e pareri, esplicitando in modo preciso e circostanziato il profilo del magistrato in valutazione, migliorando la situazione attuale che, nella gran parte dei casi, non consente dalla lettura di rapporti e pareri una conoscenza del magistrato corrispondente a realtà.   

4. In relazione a tutti i punti trattati presenta una particolare specificità la condizione degli uffici giudiziari del Sud d’Italia, tanto che si parla, anche a proposito di giustizia, di una questione meridionale.  In gran parte di tali uffici è maggiore rispetto ad altre zone del paese la difficoltà di operare,  innanzitutto per il degrado economico e sociale ancora proprio di talune zone delle regioni del Sud e perché  alla carenza di risorse umane e materiali ed ai pesanti carichi di lavoro si accompagnano talvolta opacità conseguenti alla presenza pervasiva nella società della criminalità organizzata.  Più in generale si avverte il rischio che le difficili condizioni di lavoro dei magistrati, spesso giovani e  proiettati in realtà molto diverse da quelle di provenienza, ne accentuino la tradizionale tendenza individualistica ed il bisogno di protezione.
In queste realtà, centrale è il modo in cui l’azione giudiziaria si rivolge nei confronti dei detentori delle leve del potere. Così, appare necessario sottoporre ad attenta verifica (nell’autogoverno, nelle sedi associative, nella vita degli uffici) le scelte di politica giudiziaria ed organizzative della dirigenza che, specie nelle regioni a più elevata densità criminale, non dovrà fermarsi di fronte alle collusioni tra mafie e potere.
Centrale, in questi contesti, è ovviamente la c.d. questione morale, che al di là delle recenti vicende romane e milanesi, è particolarmente significativa nei centri medio-piccoli.
MD deve quindi essere pronta a mettere in luce, con il coraggio della denunzia, ogni deficit di trasparenza e legalità, soprattutto all’interno degli uffici giudiziari, ed a contrastare la logica che si basa sullo scambio tra consenso e protezione.
Solo in questo modo potremo tornare ad essere credibile ed autorevole punto di riferimento per le centinaia di magistrati, giovani e meno, che quotidianamente si spendono per la legalità al Sud e, allo stesso tempo, interloquire con i settori avanzati della società civile che guardano alla magistratura come fondamentale agente del cambiamento.

Ovviamente, il quadro sopra descritto non potrà prescindere da un serio progetto che si articola sui  punti che si indicano di seguito:

-  analisi delle esigenze organizzative degli uffici;
-  ricognizione dei canali  per il conseguimento dei finanziamenti europei;
-  costruzione di una struttura presso il CSM coordinata con i  Ministero della Giustizia e della Funzione Pubblica per supportare gli Uffici giudiziari nelle richieste di finanziamento e di innovazione tecnologica ed organizzativa: 
-  progetto di riordino della normativa (primaria e secondaria) relativa agli incentivi per le  applicazioni extradistrettuali o i trasferimenti in sedi disagiate; 
-  pubblicazione di un vademecum su sedi disagiate ed incentivi.
-  predisposizione di progetti per singoli uffici, elaborati a livello locale sulla base di possibili direttrici nazionali (notifiche telematiche nel settore civile - front office e riorganizzazione delle cancellerie - digitalizzazione atti penali - cartelle condivise tra Procura e Tribunale e tra primo e secondo grado - archivio sentenze);
-  individuazione di strumenti idonei ad agevolare il lavoro dei giovani magistrati assegnati alle sedi del Sud;
-  rilancio della rivista “Giudici al Sud”.

5. Resta, poi, la necessità di tenere viva l'attenzione sulla tutela dei diritti e delle libertà e oggi questo significa attenzione e iniziativa da una parte al tema delle libertà e dei diritti individuali, in particolare in territori di frontiera, come quelli riguardanti l’inizio e la fine della vita, dall’altra  ai temi del diritto del lavoro e della vecchia e nuova emarginazione sociale.  La condizione degli immigrati, delle minoranze, delle persone detenute nelle carceri richiedono a  MD un contributo di elaborazione unitamente a tutta la cultura giuridica "progressista"; il lavoro del gruppo su questi temi non si e' mai fermato e deve essere ascritto a pieno titolo al modo di essere di MD dentro la giurisdizione e nella società.

6. Tutti questi sono i temi che devono essere al centro del progetto di Magistratura Democratica e questo progetto deve essere perseguito nell’attività del gruppo nel suo complesso, a partire dagli organismi dirigenti centrali, dai nostri rappresentanti nell’ANM ed in Consiglio Superiore; deve essere proposto come collante dell’Area.
Perché  ciò avvenga occorre, però, portare a termine, subito e senza tentennamenti, il cambiamento del modo di operare di MD a livello locale e a livello centrale.
Le sezioni devono tornare ad essere luogo di riferimento per l’elaborazione e l’attuazione pratica dei principi che proclamiamo, punto di aggregazione delle idee e degli individui. In ogni territorio dobbiamo provare a realizzare singoli progetti,  cercando di ottenere risultati concreti che possano coinvolgere persone nuove ed essere il volano di nuove aggregazioni.
Insieme devono ripartire i gruppi di lavoro che devono rivolgersi a tutti i magistrati  (anche sul modello del gruppo civile, del gruppo Europa, del gruppo su tecnologia e informatica) e devono tornare ad essere le principali strutture di approfondimento culturale e politico del gruppo ed insieme di supporto alle iniziative locali e di valorizzazione a livello nazionale del senso politico dei progetti concreti che muovono dal territorio.
Il nuovo comitato esecutivo deve individuare e proporre con immediatezza i nuovi coordinatori dei gruppi tematici, seguire, anche attraverso una chiara ripartizione interna dei compiti, il loro lavoro e l’attività delle sezioni, essere il luogo della sintesi del lavoro delle sezioni territoriali, dei gruppi tematici, dei nostri rappresentanti nell’associazione e nell’autogoverno ed insieme struttura propulsiva dell’attività del gruppo sia in sede locale (realizzando anche momenti di collegamento e coordinamento tra le sezioni) che in sede nazionale.

7. L’impegno di Magistratura Democratica in ANM resta per forza di cose prioritario.  L’Associazione Nazionale Magistrati, in questi anni e sino ai nostri giorni, grazie anche al nostro impegno,  ha saputo tenere la barra dritta nella difesa degli assetti costituzionali ed  essere ascoltata ed autorevole voce nel dibattito pubblico, è stata capace di dialogo con la società civile e con tutti i soggetti che ancora vogliono riferirsi alla Costituzione ed ai valori della legalità. Ed ha potuto farlo non solo per l’autorevolezza ma anche per la credibilità di una linea politica  imperniata sulla denunzia del corporativismo e sulla necessità dell’autoriforma e del rinnovamento delle correnti. Su molti temi è stato possibile realizzare una sintesi  nella quale molte nostre posizioni e obiettivi sono diventati comuni all’intera magistratura associata. Così è stato  anche di recente sulla questione morale, sui temi della professionalità, sulla questione economica, sui rapporti tra giustizia e informazione, sul caso Calabria.   Questa capacità di sintesi su questioni che investono il lavoro, la stessa vita dei magistrati costituisce il principale antidoto contro le opzioni scissioniste e la campagna qualunquista di delegittimazione dell’associazione portata avanti da settori minoritari della magistratura.
Nell’ambito di questo percorso, sostenuto con convinzione da Magistratura democratica, occorre che il gruppo conservi spazi autonomi di azione  in una costruttiva interlocuzione dialettica  con l’Associazione nazionale magistrati.
 
7.2 Quanto al progetto di Area, altro terreno fondamentale di intervento, il Congresso si riporta alla separata mozione specifica presentata al riguardo.

8. Nell’autogoverno occorre praticare una linea chiara e netta, percepibile nei suoi obiettivi  di tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione e di promozione dell’efficienza del servizio, della professionalità dei singoli, della responsabilità dei dirigenti.
Oltre a proseguire nel lavoro sulle valutazioni di professionalità, sulla scelta dei dirigenti, sulla organizzazione è necessario continuare ad operare per la semplificazione delle circolari consiliari e di molti procedimenti, occorre ripensare al sistema di acquisizione dei dati personali dei magistrati e delle c.d. “fonti di conoscenza”, si deve salvaguardare la cultura tabellare operando, tuttavia, anche in questo caso, una semplificazione che consenta di approvare in tempi rapidi i progetti organizzativi  e di operare una valutazione del rapporto tra progetti e risultati, si deve garantire la parità di trattamento rispetto a temi “sensibili” per la vita personale e professionale dei magistrati  e deve proseguire lo sviluppo dei progetti sui temi dell’organizzazione, dell’ufficio per il processo, dell’informatizzazione, delle prassi condivise, dei flussi; occorre  completare il lavoro di definizione degli standard di rendimento per individuare dei parametri che consentano una organizzazione omogenea del lavoro giudiziario c e si deve  proseguire nell’opera di decentramento delle materie a prevalente profilo amministrativo verso i “nuovi” Consigli Giudiziari. Bisogna battersi per una limitazione dell’area del “fuori ruolo”, sia per quanto concerne la tipologia degli incarichi sia per quanto concerne la durata del periodo che il singolo può passare lontano dagli uffici giudiziari. Si deve  proseguire il percorso per rendere  trasparenti le decisioni consiliari, consentire la verificabilità pubblica ex post dei percorsi seguiti, evitare opacità lesive del prestigio del Consiglio. 
Infine un tema che non può essere dimenticato è quello dell’organizzazione dell’Ufficio del Pubblico ministero. Sul punto occorre che il percorso già intrapreso dal precedente Consiglio sia portato a compimento definendo il corretto equilibrio tra potere di organizzazione attribuito al Dirigente, valutazione delle scelte organizzative adottate, potere di controllo del C.S.M. e tutela delle prerogative di indipendenza ed autonomia del magistrato requirente all’interno del proprio ufficio. Si tratta di materia estremamente delicata perché riverbera i suoi effetti sull’effettività dell’azione penale e conseguentemente sulla tutela dei diritti; materia nella quale è frequente l’insorgenza di conflittualità all’interno degli uffici con ricadute sulla credibilità della giurisdizione; materia sulla quale un ritardo di intervento consiliare potrebbe favorire l’apertura di un nuovo ed ulteriore fronte di interferenza della giurisdizione amministrativa nell’organizzazione giudiziaria; materia, infine, che da sempre costituisce oggetto di specifica attenzione e riflessione culturale da parte di Magistratura democratica e che proprio in questo particolare frangente non può certo essere abbandonato.

9. A distanza di alcuni anni le politiche del diritto hanno decisamente esasperato le contraddizioni, sul piano della razionalità del governo dell’immigrazione, e le torsioni, su quello delle garanzie individuali, di una legislazione ingiusta e inefficace. Uno sguardo di insieme al panorama legislativo evidenzia, del resto, un approccio fortemente ideologico alla “questione immigrazione”, declinata essenzialmente come questione di sicurezza e di ordine pubblico, secondo una visione dello straniero come nemico, da ostacolare nei suoi percorsi di integrazione e da perseguire, in quanto costituente un pericolo per i cittadini, finanche con lo strumento penale.
Sul piano culturale dobbiamo proseguire nell’approccio che in questi anni abbiamo utilizzato per affrontare i temi controversi che coinvolgono, in tutti gli ambiti di intervento della giurisdizione, i migranti: stimolare la cultura giuridica, soprattutto quella universitaria, sulla tematica dei diritti e dalla stessa acquisire le sollecitazioni che ci consentono di interpretare e applicare la normativa.
I diritti fondamentali devono continuare a rappresentare il nostro punto di riferimento nel contemperamento di valori tutti costituzionalmente rilevanti, talvolta in conflitto tra loro.
Centrale, in questa prospettiva, è il consolidamento di una giurisprudenza costituzionalmente orientata, che in questi anni abbiamo cercato di promuovere e diffondere, anche attraverso il ricorso alla Corte costituzionale.
Così come è assolutamente indispensabile una costante verifica di compatibilità della normativa interna con le norme dell’Unione europea e della CEDU, che offrono nuove prospettive di tutela (es. sulla disciplina dei trattenimenti e sulle espulsioni).
Al tempo stesso dobbiamo conservare il nostro tradizionale ruolo di critica della giurisprudenza in tema di immigrazione censurando le motivazioni comprensive di giudizi negativi fondati sulla appartenenza dello straniero ad altri Paesi e ad altre culture, e comportanti, così, una vera e propria discriminazione in base ad appartenenze: si pensi a due questioni paradigmatiche come l’interpretazione degli articoli 14 e 31 del Testo unico sull’immigrazione, che hanno ricevuto risposte giudiziarie talvolta inaccettabili. Contro tali derive, va ribadito che la strada è sempre e solo quella del lavoro proprio del giudice: interpretare, valutare il caso concreto, valorizzare i principi costituzionali e sovranazionali in tema di diritti.
Sul piano organizzativo, dobbiamo contrastare le prassi che privilegiano in modo squilibrato ed ingiustificato la repressione dei reati connessi alla condizione di migrante a scapito di altri versanti di intervento,
che avrebbero ben più significativi effetti sulla sicurezza sociale e sulla tutela degli interessi, individuali e collettivi, costituzionalmente più rilevanti.
Un’attenzione particolare deve essere rivolta alla materia antinfortunistica e previdenziale. In questo ambito di intervento la presenza di controlli e l’effettività delle sanzioni è essenziale per il rispetto delle norme a tutela e per la sicurezza di tutti i lavoratori, in particolare di quelli con “meno diritti”.
La tutela dei diritti fondamentali della persona, soprattutto nei contesti ove essi sono particolarmente incisi, è l’affermazione di un’idea di giustizia come presidio e strumento di promozione per i meno garantiti; un’idea di giustizia tesa a realizzare per tutti quella esistenza libera e dignitosa che la Costituzione e le fonti sovranazionali prevedono in modo indipendente dalla cittadinanza.

10. MD deve rafforzare il proprio impegno a tutela dei diritti dei lavoratori, già gravemente ridimensionati negli ultimi anni, e che rischiano di essere ulteriormente compressi in nome della libertà di impresa e di logiche di mercato per effetto del forte inasprimento del conflitto sociale con prove di forza del potere imprenditoriale (come le vicende di Pomigliano e Melfi dimostrano) e delle recenti modifiche normative finalizzate a ridurre il controllo giurisdizionale a favore di forme di giustizia privata, limitare gli strumenti di azione e di difesa dei lavoratori con nuove e rigide decadenze, ampliare le forme di precarietà.

11. Il Gruppo Europa di Magistratura Democratica sottolinea il particolare momento derivante dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona con la conferita obbligatorietà alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.
L’essere diventata la Carta una fonte del diritto sovranazionale, con la straordinaria forza delle norme dei Trattati sta producendo un visibile rafforzamento della protezione dei diritti fondamentali, come mostrato in modo esemplare nel recentissimo revirement delle S.U. della Cassazione in materia di espulsione di genitori con figli minori in età scolare.
Le risorse offerte dal diritto europeo impongono una risposta esauriente e professionale che sappia governare la nuova dimensione sovranazionale del diritto, contribuendo così alla effettiva realizzazione dei diritti costituzionali posti a tutela dei ceti svantaggiati e delle minoranze sociali, in particolare con riguardo ai temi dell’immigrazione e del lavoro, in una frase di arretramento delle legislazioni nazionali sul piano dell’uguaglianza e della solidarietà sociale.
 Il radicarsi della giurisprudenza multilivello, incentrata sul Bill of Rights europeo, è destinato ad influire necessariamente sulle politiche dell’Unione, nonché su quelle interne, secondo la logica tipica delle Carte costituzionali, come dimostra la dichiarata intenzione della Commissione Europea di promuovere la procedura di infrazione per violazioni sistematiche dei diritti della Carta.
L’espandersi della giurisdizione in presenza di oggettive carenze delle politiche nazionali ed europee assegna un ruolo centrale alla magistratura in quanto interprete necessitato dei nuovi spazi di garanzia dei diritti fondamentali ed impone, su questi temi, un dialogo non solo con gli altri operatori della giustizia ma anche con tutti gli esponenti della sfera pubblica interessati al complesso processo di costituzionalizzazione dell’Unione.
Tale dimensione richiede anche ad Md e Medel di essere guida e stimolo a questa ricerca e riflessione sui temi del diritto sovranazionale.
Pertanto, Magistratura democratica si impegna ad elaborare strumenti idonei ad assicurare in tutti gli uffici giudiziari il costante aggiornamento sulle linee di sviluppo della giurisprudenza delle Corti europee e lòa promozione del confronto sulle ricadute nel concreto esercizio dello jus dicere, anche attraverso l’eventuale individuazione di specifiche responsabilità.

12. Se è vero che Magistratura Democratica  ha fatto fatica, in questi anni, ad  interpretare le novità e le trasformazioni  è anche vero  che MD mantiene una credibilità ed autorevolezza esterna ancora radicate: c’è ancora bisogno di Magistratura Democratica nella magistratura e nella società italiana. In questo congresso abbiamo disegnato un progetto per  un futuro nel quale MD continuerà a svolgere il suo ruolo perché senza il riferimento alla storia, alla cultura, ai valori del nostro gruppo cambierebbe il senso e la prospettiva del lavoro che svolgiamo, il modo di essere della giurisdizione in questo Paese.

Napoli, Castel dell'Ovo, 30 ottobre 2010.
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Di Loredana Morandi (del 04/11/2010 @ 10:12:11, in Indagini, linkato 3640 volte)
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Sergio Murolo: condannato
in via definitiva a 9 anni di reclusione


Trentola Ducenta (Caserta) - Il commissariato di Aversa ha eseguito nei giorni scorsi  l'arresto di Sergio Murolo, nato a Napoli nel 1964, condannato per le violenze alla moglie e per abusi sessuali ai danni dei 3 figli. Quello che potete vedere in fotografia è il suo vero volto. Diverso, molto diverso, dai colorati avatar che in molti ed io tra loro hanno conosciuto con il cyberpedofilo via Facebook.

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La Questura di Caserta, tramite il commissariato di Aversa, con l'arresto di Murolo ha eseguito infatti il dispositivo della Sentenza Definitiva della Suprema di Corte di Cassazione, il cui giudicato detto "terzo grado di giudizio" non ammette repliche. Il pedofilo si trova oggi recluso nel nuovo complesso - Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere, presso il quale il Murolo sconterà 9 anni di reclusione per abusi sessuali ai danni dei suoi stessi figli e per le violenze, anche sessuali, ai danni della ex moglie.

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Il suo primo arresto, gup M. Castaldi su richiesta del pm G. Arlomede,  cui io applaudo grata, è avvenuto nel 2007. Ma con tutta probabilità gli utenti di Facebook lo hanno conosciuto perché l'uomo chattava impunemente via socialnetwork dagli "arresti domiciliari" a lui concessi, forse, con un escamotage a carattere sanitario e/o giudiziario.

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clicca sull'immagine per ingrandire

Negli atti del Tribunale del Riesame di Napoli, inoltre, il giudice rileva che la condotta violenta più volte reiterata  (art. 81 la prosecuzione di un medesimo disegno criminoso) e dedita alla pornografia e alla pedopornografia dell'uomo (art. 81 di art. 609 ter,ecc..), inducevano a ritenerne grave la pericolosità sociale. Sono del medesimo indirizzo le sentenze di primo grado e di Corte d'Appello.

La storia del pedofilo Sergio Murolo è abberrante, perché tutti e tre i gradi di giudizio hanno ribadito le violenze sessuali imposte alla moglie sotto gli occhi innocenti dei tre figli, tutti violentati a turno dall'uomo. I bambini, di 14, 10 e 4 anni, all'epoca dei fatti nel 2005, sono stati tutti oggetto di violenze inenarrabili e percosse. Anche la bambina piccola di soli 4 anni, nonostante sia stata la testimonianza e i referti medici sul maschietto di 10 anni a portare in carcere il padre pedofilo.

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Gli atti giudiziari potete leggerli con i vostri stessi occhi, qui al link sotto, dove Sergio Murolo dopo due condanne si preparava a pubblicare anche la sentenza di Cassazione la cui cartella web è rimasta vuota.

http://sergio22murolo.interfree.it/Documentazione.htm

Agli atti della vita del socialnetwork Facebook di lui invece resteranno la falsità di un "attivismo specialistico e di comodo" con i gruppi dei "maschi violenti" e "contro le donne", inoltre le azioni di stalking ai danni di Loredana Morandi e la tentata circuizione, con tanto di documentabile falsa attribuzione di merito,  a lui riconosciuta anche dagli amici di chat, ai danni della ex moglie di un altro famoso padre pedofilo, recentemente arrestato: il "Gianluca Falduto".

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Ai danni della Morandi il cyberpedofilo Sergio Murolo, di comune accordo con il criminale anonimo Sissimo Neuro e altri, è stato uno degli amministratori della prima pagina facebook intitolata al manifesto di Sessochannel.it, quella sul Cyberbullismo e anche della seconda.

Il mio ricordo personale dell'uomo è quello di aver accertato in lui la verità di una psiche violenta, gretta e falsa. Egli poté circuirmi per meno di 24 ore, quando iniziò a pubblicare i falsi prodotti dal sito del porno commerciale di Selargius e i video della crew di post produzione illegale del peer to peer sul proprio profilo facebook, contestualmente all'intrattenere con me una normale conversazione. La mia soglia di allarme sui violenti e i pedofili scatta a livello di sopportazione pari a "zero" e, come largamente dimostrato, io ho sempre ragione. Nonostante i molti danni, anche economici a me cagionati dall'uomo in associazione con numerosi partner TUTTI criminali, anche ai danni dello Stato, io lo ritengo un trofeo al mio personale fiuto investigativo nell'accertare appartenenze e comportamenti sempre rei, in coloro che scelgono di vivere la vita depravata e contro la umana natura del pedofilo.

Ai fini della pura e semplice criminalistica sul caso: il Murolo è un pedofilo bisex, diverso dai cultori dell'Alice Day, interessati alle bambine, e diverso anche dai pedofili di scelta omosessuale del Boy Love Day, i cultori della violenta sopraffazione dei bambini maschi, quelli cioè che tra i pedofili dei circuiti web internazionali passano per "effeminati"  e sono scherniti con l'acronimo "PVF" (plain vanilla faggot).

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La casistica criminologica iscrive il cyberpedofilo Sergio Murolo alla specie più aberrante tra i pedofili: quella del " - bruto - ". Ovvero colui che, per l'appagamento delle proprie turpitudini morali e sessuali, usa violenza contro la propria stirpe e il frutto del proprio seme. Cioè colui che violenta sessualmente i propri figli.


Allo stato e oltre l'eccellente lavoro della magistratura dei tre diversi gradi di giudizio subiti dall'uomo, io ritengo perfettamente confutata la perizia psicologica di parte. Sussistendo nell'uomo gravissime ragioni per ritenerne efficace la pericolosità sociale e la possibilità di reiterare la propria violenza anche all'esterno con ampia e plateale esposizione "pubblica" dell'odio marcescente nella mente malata.

Ed è con una certa soddisfazione che, assommati ad oggi rei per reati puniti per oltre 20 anni di reclusione, posso dire e ribadire ancorché "io lo avevo già detto": "perché siete finiti in quel "branco di pedofili""?

Oggi, come in precedenza, è scattata per me l'operazione "salvare il magistrato Ryan", poi mi riprometto di scrivere molto seriamente su questi fatti alla Gesef ed in merito alla loro presenza su oltre 260 gruppi facebook , la cui utenza è rappresentata con esattezza da questo genere di fauna predatoria maschile.

Sissimo e Maxi avete il mio fiato sul collo.

Loredana Morandi

Update storico: la foto che compare nel profilo è quella di un agente penitenziario, non la sua.

clicca per ingrandire l'immagine

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Di Loredana Morandi (del 04/11/2010 @ 22:26:56, in Magistratura, linkato 1429 volte)
GIUSTIZIA: MD, GOVERNO SERIO
AZZEREREBBE ARRETRATO CIVILE


AGI) – Napoli, 1 nov. – “Se ci fosse un governo serio alla guida di questo Paese, azzererebbe in quattro anni l’arretrato relativo alla giustizia civile, recuperando cosi’ due o tre punti di pil”. Il presidente di Magistratura democratica, Claudio Castelli, chiude cosi’ il XVIII congresso nazionale della corrente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), che si e’ svolto a Napoli. Al termine dei tre giorni di convegno, i 573 votanti (su 881 iscritti) hanno approvato la mozione unitaria sull’indirizzo generale della corrente. Il testo ripropone le ragioni storiche dell’impegno di Md, che punta a garantire l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini sancita dall’articolo 3 della Costituzione. Accanto alla denuncia delle “gravi responsabilita’ del governo, che non devono essere taciute – aggiunge Castelli – i magistrati non possono restare con le mani in mano. Serve dedizione e qualita’ nello svolgimento del proprio compito, non si possono motivare i ritardi scaricando le colpe esclusivamente sull’esecutivo”.
A tal proposito, il presidente di Md richiama l’attenzione sulla “questione morale all’interno della magistratura, che esiste – spiega – e non meraviglia, visto il quadro nel quale si opera. Non c’e’ da stupirsi, bisogna invece mantenere alta l’attenzione per evitare che ci sia un assopimento generale su questi comportamenti immorali”.
L’impegno tracciato dalla mozione e’ quello di incalzare il governo sui temi della giustizia, sulla scarsita’ delle risorse e degli organici e sull’eccessiva burocratizzazione, dovuta anche alla difficolta’ di gestire i pesanti carichi di lavoro. Un cenno anche al principio del merito, che deve essere il fattore determinante per la progressione professionale, ancora troppo legata a criteri di anzianita’ e a clientelismi.
Accanto alla questione morale, quella meridionale, dove le difficolta’ sono acuite rispetto al resto del Paese a causa del degrado economico e sociale e della forte presenza della criminalita’ organizzata. In questo ambito, Md chiede piu’ protezione per i magistrati, che devono pero’ denunciare ogni deficit di trasparenza e legalita’. L’impegno della corrente, “che ha tenuto la barra dritta in un momento difficile”, resta costante, anche se Md intende conservare spazi di autonomia.
I presenti hanno approvato una seconda mozione, relativa alla possibilita’ di aggregarsi con altre realta’ di magistrati. “E’ stata sancita – spiega il segretario uscente, Rita Sanlorenzo – un’alleanza su base programmatica con il Movimento per la giustizia – Articolo 3, con il quale confluiremo all’interno del gruppo Area”. Approvate le mozioni, si sta procedendo con lo spoglio delle schede per l’elezione dei 20 membri del consiglio nazionale, tra i quali sara’ nominato il comitato esecutivo, il nuovo presidente e il segretario generale. (AGI) Cli/Na
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