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 .. riflessi tra i fiori ..... di Lunadicarta
 
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Con la giustizia si contraccambi il male e con il bene si contraccambi il bene.

Confucio
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Bruti Liberati attacca
“I corrotti saranno salvati grazie alla prescrizione”

Milano, il procuratore: impossibile chiudere i processi


Giovanna Trinchella


Corruzione, prescrizione. Fanno rima il reato più gettonato della politica italiana e l’istituto giuridico che permette di fronte al troppo tempo trascorso di non procedere più giudiziariamente. E così il giorno prima della presentazione in Senato del «processo lungo» il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati, con il suo Bilancio Sociale della Procura dal I luglio 2010 al 30 giugno 2011, lancia il suo messaggio nella bottiglia.

Sulla prescrizione Bruti ricorda che «l’inadeguatezza della disciplina italiana» impedisce di arrivare a combattere, con processi definitivi, il fenomeno della corruzione, sempre più trasversale, e la piaga dell’evasione fiscale, sempre in cima alle classifiche dei fascicoli processuali milanesi: il «vigente regime di prescrizione non consente, nella maggioranza dei casi di rilevante gravità e complessità, di giungere a sentenza definitiva» anche perché la ex Cirielli, «oggetto di severe valutazioni e raccomandazioni del Rapporto di valutazione del Consiglio d’Europa», fa ancora danni.

In Parlamento giace la legge sull’uso e abuso delle intercettazioni e anche su questo Bruti ha da dire la sua: con il 10% di magistrati in meno rispetto all’organico ufficiale, la Procura ambrosiana ha però ottimizzato l’utilizzo di quello che è ritenuto strumento essenziale da tutti i suoi aggiunti che hanno contribuito a stilare 58 pagine sul lavoro di un anno. E il dato sorprende; a Milano, in un solo anno, c’è stato un taglio del 32,5 per cento con una riduzione dei costi - a intercettazione - di poco più del 40 per cento: «Significa che abbiamo fatto tutte le intercettazioni necessarie, ma solo quelle necessarie. Drastico intervento di controllo sulle proroghe e drastica riduzione della spesa.

In soldoni questi i numeri: da 13.654 a 9.249 bersagli (i soggetti intercettati, ndr), con una contrattazione con le aziende di intercettazione tino a ridurre il costo del 50 per cento, per un risparmio totale che si aggirerà sul 35 per cento. Tutto questo mentre la criminalità economica - «in Italia in costante e allarmante aumento» - continua a gonfiarsi come un blob che ingloba reati aumentati del 34,35 per cento.

Ci sono i fallimenti, le frodi e il riciclaggio con il fenomeno delle “bad company” in prima linea con imprese

che stralciano asset con il personale per tenere e incamerare asset fatti per lo più di patrimoni immobiliari.

Nel rendiconto della Procura le bancarotte fraudolente sono passate da 302 a 537 con un aumento deI 77 per cento, da 223 a 431 (cioè più 93 per cento) le bancarotte societarie, quelle semplici sono diventate 174 nell’ultimo anno a fronte di un dato che era fissato a 92 per i dodici mesi precedenti, quindi più 89 per cento.

In tutto questo non si può dimenticare come la legge deI 2002 sul falso in bilancio abbia depenalizzato «l’infedeltà dei manager». Mentre i reati fiscali, che giungono a punte del più 400 per cento, sono destinati all’archiviazione. Bruti elenca processi e propone esempi, ma nella sua lista manca il processo più mediatico dell’anno con rito immediato, per prostituzione minorile e concussione, con imputato Silvio Berlusconi per l’affaire Ruby: «E’ un caso abbastanza ordinario, che non ha creato particolari problemi, e dunque non ho ritenuto di doverlo citare» risponde Bruti, che ricorda i processi per corruzione in atti giudiziari Mills, e per reati fiscali e societari Mediaset e Mediatrade: «Ho citato questi tre processi in quanto rilevanti per il rischio prescrizione. Mentre il caso Ruby è rilevante solo in relazione alla tematica del rito immediato, che viene molto usato dalla Procura soprattutto nella prostituzione minorile».


fonte:  La Stampa, ed del 27 luglio 2011
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Di Loredana Morandi (del 30/07/2011 @ 12:24:47, in Magistratura, linkato 2203 volte)
LA QUESTIONE CARCERARIA TRA DIRITTI INVIOLABILI E INEFFICIENZE DEL SISTEMA.


1. La insostenibile drammaticità della situazione carceraria italiana è espressa dai dati assoluti di sovraffollamento, progressivamente crescenti, dal numero dei suicidi e dei tentativi di suicidi, evidentemente indicativo di una condizione di forte sofferenza umana, dalla percentuale dei detenuti in custodia cautelare che, per quanto diminuita negli ultimi decenni, è pur sempre superiore al 40%, una percentuale decisamente eccessiva, che esprime uno squilibrio in atto nel processo penale italiano.

2. Compete al legislatore, e non certo al presidente della Corte di cassazione, esprimersi su necessità ovvero opportunità di provvedimenti di clemenza.
A un anziano magistrato sarà però consentito di rivolgere un pressante appello al legislatore, e perciò alla politica, per realizzare, in ogni caso, interventi strutturali idonei non soltanto a bloccare la crescita del numero dei detenuti, ma anche ad innescare un processo contrario che conduca ad una riduzione progressiva della popolazione carceraria.
Vanno certo in questo senso, anche se con modesti risultati, taluni interventi legislativi per il più facile accesso alla detenzione domiciliare e per l’allargamento dell’istituto della messa alla prova. Nella stessa direzione si muove anche la legge n. 62 del 2011 che ha, tra l’altro, previsto per le detenute madri, affinché sia meglio tutelata la relazione di cura e assistenza genitoriale dei figli minori, che almeno un terzo della pena o almeno quindici anni siano espiati presso un istituto a custodia attenuata o, in assenza di un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti o di fuga, presso l’abitazione o in altro luogo di privata dimora, in un luogo di cura, di assistenza o di accoglienza.
Innovazioni condivisibili, ma del tutto insufficienti. E’ indispensabile l’elaborazione e l’attuazione di un progetto che punti insieme alla riduzione della pena carceraria, ma anche e soprattutto dell’area della penalità. E’ la linea politica che fu già perseguita dal disegno di legge del ministro Bonifacio del 1977 (Atto n. 1799/C della VII legislatura) che sfociò poi nella legge n. 689/1981, recante numerose Modifiche al sistema penale.
Se si esaminano senza preconcetti le tipologie, per condanne in esecuzione, degli attuali detenuti, si costaterà che poco meno della metà scontano pene per la commissione di reati contro il patrimonio e una percentuale di non molto inferiore è in carcere per la commissione di reati concernenti le sostanze stupefacenti.
Un ponderato e selettivo programma di depenalizzazione, di attribuzione al diritto punitivo amministrativo di molte delle violazioni meramente formali (penso ora ai reati per inosservanza di ordini o provvedimenti) accompagnato dall’introduzione di formule estintive del reato, nell’ambito delle aggressioni penali non gravi al patrimonio, in connessione con condotte risarcitorie o riparatorie pienamente satisfattive, potrebbe determinare effetti notevoli per prosciugare il flusso di detenuti che quotidianamente entra in carcere, a volte inutilmente e per un periodo ridottissimo, idoneo soltanto a innescare effetti criminogeni e a distrarre il personale penitenziario dai compiti rieducativi e trattamentali in favore dei detenuti con ben diversa stabilità temporale.

3. L’emergenza carceraria chiama in causa non soltanto il legislatore e il governo, ma anche  i giudici.
I giudici del processo penale di cognizione, per un difetto endemico del nostro sistema che segna spesso una distanza temporale eccessiva tra condanna ed esecuzione della pena, a volte non considerano ciò che succede dopo la condanna,  affidando interamente ai giudici di sorveglianza il compito della più adeguata modulazione della pena carceraria in riferimento non tanto al fatto, quanto alla personalità del condannato.
Il giudice che condanna sa che la quantificazione della pena è il più delle volte nulla più che la premessa di un lavoro che verrà compiutamente realizzato, anni dopo, dal giudice di sorveglianza con la concessione di misure alternative e di benefici e con gli altri strumenti che la legislazione offre per il perseguimento delle finalità rieducative.
Da qui, e non sembri un paradosso, nasce anche la spinta ad anticipare in corso di processo il ricorso al carcere, al fine di neutralizzare una pericolosità sociale, più o meno sussistente, e di offrire una risposta alla percezione  collettiva di insicurezza sociale.
La recentissima sentenza n. 231 della Corte costituzionale sulla custodia carceraria in materia di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, pubblicata qualche giorno fa (che fa seguito  alle analoghe sentenze n. 265 del 2010 in riferimento ai reati di violenza sessuale; n. 164 del 2011 in materia di omicidio) ha fatto giustizia degli eccessi di irragionevolezza di una legislazione dell’emergenza (d.l. n. 11 del 2009, convertito con modifiche nella legge n. 38 del 2009), che innesta nel processo, luogo della ricostruzione del fatto e dell’accertamento dell’eventuale responsabilità per quel che si è commesso, istanze di prevenzione criminale proprie di politiche securitarie, che devono rimanere estranee al processo penale.
Sul terreno del contenimento della custodia cautelare carceraria deve essere rivolto un appello ai giudici ad un uso sempre più prudente e misurato della misura cautelare restrittiva, strumento da mantenere nell’eccezionalità, quando nessun altro strumento può essere utilizzato per soddisfare le esigenze cautelari. Tenere sempre presente la concreta realtà carceraria può e deve costituire un efficace antidoto all’uso non necessitato della custodia cautelare  e  contribuire a far diminuire il dato percentuale dei detenuti imputati, oggi ancora elevato, per quanto inferiore a quello degli anni passati.

4. I giudici di sorveglianza, infine, hanno un compito difficilissimo. Il loro principale ruolo è quello di tutelare i diritti dei detenuti, in particolare i diritti inviolabili che possono essere offesi dalla condizione di restrizione e in conseguenza di scelte dell’organizzazione penitenziaria. La Corte costituzionale, in una importante sentenza (n. 26 del 1999), ha giustamente sancito che “i diritti inviolabili dell’uomo… trovano nella condizione di coloro i quali sono sottoposti a una restrizione della libertà personale i limiti a essa inerenti, connessi alle finalità che sono proprie di tale restrizione, ma non sono affatto annullati da tale condizione. La restrizione della libertà personale secondo la Costituzione vigente non comporta dunque affatto una capitis deminutio di fronte alla discrezionalità dell’autorità preposta alla sua esecuzione”.
E tra i diritti inviolabili messi in crisi dalle carenze di strutture, di mezzi e di risorse v’è il diritto alla salute, che non può essere tutelato a dovere se l’Amministrazione penitenziaria non è in grado di assicurare a ciascun detenuto uno spazio personale di almeno 3 mq., condizione minima di vivibilità nelle camere di detenzione, per evitare, come ha statuito la Corte di Strasburgo – sentenza nel caso Sulejmanovic c. Italia del 16 luglio 2009 – che sia violato il divieto di pene o trattamenti inumani o degradanti, sancito anche dalla Carta europea dei diritti dell’uomo (art. 3).
C’è da chiedersi: quale effettività possono avere le pur necessarie e vincolanti decisioni dei giudici che, conformemente al sistema normativo e alla Costituzione, ingiungano all’Amministrazione penitenziaria l’adozione dei provvedimenti che assicurino le condizioni materiali essenziali per il rispetto della dignità umana dei detenuti, se essa non ha, e non potrà avere almeno in tempi brevi, i mezzi per sopperire ai loro bisogni?
Il carcere, in queste condizioni, rischia di essere un fattore generatore di illegalità, in contrasto palese e inaccettabile con la sua fisionomia normativa.
I nostri giudici di sorveglianza non possono fare quel che la Corte federale della California ha disposto di recente (l’8 aprile 2009), ingiungendo al Governatore la riduzione, entro il termine massimo di due anni, della popolazione carceraria di 40.000 unità (cfr. Questione Giustizia 2009, fasc. 5, p. 122).
L’impossibilità di soluzioni così radicali non deve però impedire ai magistrati italiani, che ben conoscono le criticità del circuito carcerario, di utilizzare, nel rispetto della legge, ogni possibile soluzione alternativa o sostitutiva alla detenzione carceraria, in attesa che la politica faccia le scelte che le competono.

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Processo lungo, la mafia ringrazia


Ecco come e perché il cosiddetto "processo lungo", sulla cui approvazione in Senato il Governo ha posto la fiducia, farà danni agli onesti e un favore alla mafia.

29/07/2011

Siamo a teatro. Un tale ruba la borsetta a una signora. Davanti al tribunale dieci testimoni precisi, sereni, estranei alle parti lo confermano. Ma la difesa chiede che tutti gli spettatori vengano sentiti: possono aver visto, magari con la coda dell'occhio. Oggi il giudice, che è organo imparziale, può escludere le prove manifestamente superflue o irrilevanti. Con la legge sul 'processo lungo' non potrà più; solo quelle manifestamente non pertinenti potranno essere escluse. E siccome sono pertinenti a quella vicenda tutte le deposizioni degli spettatori, tutti dovranno essere sentiti. Mesi di udienze per un furterello.

A chi giova? A chi vuole tirare in lungo il processo: finalmente la verità. Il processo breve era una menzogna, perché significa la morte anticipata della procedura. Qui almeno si dice chiaramente l'obiettivo. Ancora un esempio. Non si potranno utilizzare le sentenze, pur se definitive, che accertano un determinato fatto, se non sentendo di nuovo i testi già ascoltati sui quali esse si fondino: come, per intenderci, i testimoni di un processo che abbia già accertato una corruzione.

A chi giova? Poiché la riformetta si applicherebbe anche ai processi in corso in primo grado, serverebbe magari con urgenza a chi fosse notoriamente un imputato. Il quale potrà pure interrogare direttamente i testi che abbiano reso dichiarazioni a suo carico: il mafioso estorsore guarderà significativamente negli occhi, facendogli domande, il poveretto che finalmente ha creduto di poter parlare. Forse sarebbe il caso di riflettere ancora su simili innovazioni.

Su tutto questo, che varrà per decine di migliaia di processi, rallentandoli e vanificandoli, il governo mette la fiducia. Mentre i titoli di Stato italiani vacillano, mentre la corruzione distrugge la credibilità delle istituzioni all'interno e all'estero. Pensare che la legge, al cui interno si sono messe le novità, era nata per escludere il giudizio abbreviato e le sue riduzioni di pena  per i delitti puniti con l'ergastolo.   

Adriano Sansa

http://www.famigliacristiana.it/informazione/news_2/articolo/un-infinito-processo-ad-personam_290711103910.aspx
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Quando Chinnici diceva agli studenti
"Il pericolo maggiore è la rassegnazione"


Un'intervista ritrovata fra i ricordi di università di Franca Imbergamo, oggi sostituto procuratore generale a Caltanissetta. La conversazione fra la studentessa e il magistrato, sui temi della legge La Torre, fu pubblicata sul giornale dei giovani della Fgci, "Mobydick", quattro mesi prima della strage di via Pipitone Federico. Insieme al giornale è stata ritrovata anche la registrazione dell'intervista. Oggi l'anniversario dell'eccidio del 29 luglio 1983

di SALVO PALAZZOLO
 
La voce di Rocco Chinnici riemerge da una vecchia cassetta audio: "La mafia ha sempre avuto rapporti con il potere. La mafia non è mai stata con chi è all’opposizione. I partiti del potere, in misura più o meno rilevante, sono purtroppo inquinati dalla mafia". Il consigliere istruttore ha un tono gentile, ma deciso. Risponde alle domande di una giovane studentessa universitaria. "Dal 1970 a oggi — dice — con la potenza economica raggiunta, la mafia condiziona la vita socioeconomica della Sicilia occidentale, evidentemente con riflessi anche nel campo politico".

Ascolta un brano dell'intervista
http://tv.repubblica.it/copertina/chinnici-l-intervista-ritrovata/73506?video

Per 28 anni quella cassetta è rimasta dentro una scatola, fra i ricordi di università di una giovane, allora ventunenne, che frequentava il terzo anno della facoltà di Giuri¬sprudenza di Palermo. Accanto alla cassetta è sempre rimasta una copia del giornale dove poi fu pubblicata l’intervista, “Mobydick”, periodico di battaglia dei giovani della Fgci siciliana. La giovane universitaria, Franca Imbergamo, quattro anni dopo entrò in magistratura. Oggi è sostituto procuratore generale a Caltanissetta e ricorda ancora con angoscia il giorno in cui vide in televisione l’auto di Chinnici e quella dei carabinieri Mario Trapassi ed Edoardo Bartolotta dilaniata dal tritolo di Cosa nostra. Poco distante, in via Pipitone Federico, c’era il corpo di Stefano Li Sacchi, il portiere dello stabile dove abitava il giudice. Era il 29 luglio 1983, quattro mesi dopo l’intervista.

"Guardando in televisione le immagini della strage — dice Franca Imbergamo — mi resi conto di quanto non avessi compreso la gravità delle cose dette da Chinnici quel pomeriggio, nel suo ufficio al palazzo di giustizia. Solo guardando quelle immagini strazianti capì quanta importanza avevano i fascicoli che Rocco Chinnici teneva con grande ordine sulla scrivania. E allora ripercorsi in un attimo tutti i momenti di quell’intervista, ma ripensai anche alle cose che Chinnici ci aveva detto all’università, durante un ciclo di incontri sulla legge La Torre, da poco introdotta dopo l’assassinio del segretario regionale del Pci. L’intervista doveva essere proprio una sintesi dei ragionamenti fatti in facoltà, perché quegli incontri erano stati un’occasione straordinaria: mai prima di allora un magistrato era stato invitato a Giurisprudenza per parlare di lotta alla mafia".

Nell’intervista ritrovata Chinnici ribadisce più volte la necessità dell’impegno dei giovani: "Il pericolo maggiore — dice — sta oggi nella rassegnazione, nella tendenza a considerare la mafia quasi come un male inevitabile della nostra epoca. Bisogna reagire, bisogna far comprendere ai giovani in particolare che la mafia, con la produzione e il commercio delle sostanze stupefacenti, ha superato se stessa nella potenza criminale che l’ha sempre contraddistinta". Sono parole che suonano come profetiche, perché oggi Cosa nostra è tornata a investire nel traffico di droga. Dice Franca Imbergamo: "All’epoca, il movimento studentesco viveva una stagione importante, stava acquisendo consapevolezza del proprio ruolo all’interno della società civile e della lotta alla mafia. Mi chiedo oggi, cosa accada, perché troppo spesso vedo sguardi annoiati fra i ragazzi che incontro a scuola. Non vorrei che gli incontri antimafia, con magistrati ed esperti, siano ormai diventati come l’ora di religione: una monotona routine, giusto un’occasione da non farsi sfuggire per evitare le materie importanti".

Chinnici diceva nella sua intervista: "C’è bisogno di cittadini responsabili". È un altro spunto per il ragionamento di Franca Imbergamo sullo stato attuale dell’antimafia: "Vedo un movimento diviso in mille rivoli, in cui si predica tanto, ma poi spesso gli atteggiamenti non sono poi così corrispondenti alle cose dette. Talvolta ho la spiacevole sensazione che manchi trasparenza e che molti abbiano finito per gestire un piccolo potere: così l’antimafia è diventata anche occasione per fare carriera, a tutti i livelli".

L’intervista a Rocco Chinnici potrebbe essere anche un manifesto per la nuova antimafia, anche per le parole di speranza che arrivano da quei giorni difficili del 1983. "In una città come Palermo, tanto permeata dalla mafia — diceva il consigliere istruttore — è la stragrande maggioranza della gente, quella silenziosa, quella che teme, ad essere veramente col giudice quando questi fa il proprio dovere". La Imbergamo rilegge questo passaggio e dice: "Mi colpisce ancora oggi la semplicità con cui Chinnici esprimeva concetti di grande importanza. Era un comunicatore di grande fascino, e oggi la magistratura dovrebbe fare proprio una riflessione sul modo in cui si pone all’esterno. Compito dei magistrati dovrebbe essere quello di sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto a certe tematiche, spiegando che non si può delegare affatto alla magistratura la soluzione dei problemi, ma è necessario un impegno diretto dei cittadini, ognuno nel proprio ambito. Invece, oggi, vedo una tendenza da parte di alcuni magistrati a compiacersi del proprio ruolo. È un messaggio sbagliato che arriva alla società".

Nei giorni scorsi, una copia della cassetta con l’intervista ritrovata è stata donata ai figli del magistrato, Caterina e Giovanni. Un’altra copia è arrivata al presidente del centro Pio La Torre, Vito Lo Monaco, che nel prossimo anno scolastico vuole farla ascoltare agli studenti delle scuole di Palermo.

fonte La Repubblica - Palermo
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Di Loredana Morandi (del 29/07/2011 @ 20:04:14, in Magistratura, linkato 2167 volte)
Giustizia, caso Mastella. E' scontro tra gup e pm

Curcio: "Il giudice ha letto metà degli atti"


Il giudice definisce sbagliato il capo di imputazione e proscioglie gli imputati dall'accusa di associazione a delinquere, il pm ricorre in Cassazione e contrattacca: ha emesso la sentenza avendo letto meno della metà degli atti. E' polemica tra gup e Procura sull'annullamento dell'accusa di associazione a delinquere nei confronti dell'europarlamentare Clemente Mastella e di altri esponenti dell'Udeur.
La vicenda è quella delle nomine all'Arpac, l'Agenzia regionale per l'ambiente, e in alcune Asl e ospedali della Campania. Il pm Francesco Curcio, che in questi giorni sta conducendo l'inchiesta sulla cosiddetta P4, sosteneva la tesi secondo cui l'Udeur, partito fondato dall'ex guardasigilli, fosse di fatto un'associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie di reati contro la pubblica amministrazione connessi con nomine e assunzioni illegali. Lo scorso 31 marzo, invece, il gup Eduardo De Gregorio, al termine dell'udienza preliminare, prosciolse dal reato piú grave tutti gli imputati, rinviando a giudizio alcuni di loro per altre imputazioni minori (Mastella, difeso dall'avvocato Alfonso Furgiuele, sara' processato per truffa, appropriazione indebita e abuso d'ufficio).
La sentenza del gup demoliva buona parte dell'impianto accusatorio, dichiarando il non luogo a procedere per molti capi di imputazione tra cui quelli relativi all'acquisto di un palazzo nella zona di Vigliena da destinare a sede dell'Arpac.
Nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni della sentenza, fortemente critiche nei confronti della Procura.
difesa. Immediato il ricorso in Cassazione del pm Curcio, con osservazioni altrettanto critiche nei confronti del gup.
Secondo De Gregorio non solo gli elementi a sostegno dell'accusa di associazione per delinquere sono molto labili o in alcuni casi inesistenti, ma la stessa imputazione è da criticare perch, sarebbe stata formulata con riferimento non all'articolo 416 del codice penale (l'associazione per delinquere "semplice") ma all'articolo 416 bis (l'associazione mafiosa). Solo quest'ultimo reato, scrive il giudice, 'considera come segmenti di condotte illecite, ai fini della realizzazione del reato, il controllo delle attività economiche, di appalti e servizi, allo scopo di realizzare ingiusti profitti e vantaggi'. Nella proposta accusatoria in esame, invece - scrive ancora il gup - pur discorrendosi di associazione per delinquere, lo scopo di commettere reati risulta secondario, poich,, secondo l'imputazione, l'ipotizzata associazione avrebbe avuto come oggetto soprattutto l'acquisizione del controllo delle attività pubbliche in essa contemplate". Per il giudice, inoltre, "il contestato vincolo associativo penalmente rilevante" è "connotato da un'immanente equivocità che rende di insanabile debolezza la tesi di accusa... con inevitabili riflessi negativi circa la sostenibilità di quest'accusa in giudizio".
Del tutto opposta l'opinione del pm Francesco Curcio, per il quale il giudice, prima di valutare, non ha letto che una parte degli atti. Il pm contesta duramente la sentenza fin dalla prima pagina del ricorso: 'Il provvedimento impugnato è rimasto talmente distante dalla materia del contendere da non considerare, da non far rientrare nel proprio orizzonte valutativo non qualcuno degli elementi di prova raccolti, ma, attenzione, circa la metà del materiale probatorio raccolto durante le indagini, la cui considerazione è del tutto, non in parte, del tutto, sfuggita all'esame del giudice. 'Si è omesso - prosegue il pm - di dare contro, nella motivazione, di un'intera parte del ponderoso materiale probatorio ... che costituiva la necessaria premessa fattuale, logica e giuridica del compendio probatorio sottoposto al gup e che quindi prioritariamente il gup doveva esaminare ai fini di valutare la sussistenza del delitto associativo. Tale esame, invece, è stato del tutto omesso'.
Per il pm, inoltre, il gup ha affermato 'in modo impreciso e sommario e dunque illogico' che 'non risultano imputazioni significative relative a reati fine', mentre 'appare veramente eclatante che per prendere un provvedimento cosí forte come il proscioglimento in udienza preliminare - dopo che per lo stesso fatto erano state emesse ordinanze cautelari confermate poi dal Riesame e dalla Cassazione - il giudicante si sia limitato a valutare una percentuale che prima avevamo valutato ottimisticamente del 50 per cento del materiale probatorio raccolto, ma che, piú realisticamente, considerando i diversi apparati amministrativi penetrati dal sodalizio, puó considerarsi di gran lunga inferiore a quel 50 per cento'.
Sarà la Cassazione, dunque, a valutare quale dei due magistrati abbia agito correttamente. Per l'11 ottobre prossimo, intanto, davanti alla I sezione del Tribunale, collegio A, è fissato l'avvio del processo.

di Matilde Andolfo
http://www.lunaset.it/news.aspx?news=5318
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Di Loredana Morandi (del 29/07/2011 @ 20:01:30, in Magistratura, linkato 1949 volte)

Appello dell'Anm al Guardasigilli: "Fermi la norma"

Il presidente Palamara fa l'esempio del processo di Rignano Flaminio: "Questa riforma impedisce di far luce sui fatti".


ROMA - "Noi chiediamo al ministro di intervenire proprio alla luce della sua esperienza di magistrato". E' quanto il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara chiede al ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma, al fine di fermare la norma del cosiddetto "processo lungo". Con la fiducia accordata dal Senato, infatti, c'è stato un primo via libera al provvedimento. "Attenderemo lo sviluppo e continueremo a svolgere il nostro ruolo di testimonianza", ha concluso Palamara.

L'ESEMPIO DI RIGNANO FLAMINIO. Intervistato dal Tg3, Palamara ha anche evocato il caso di Rignano Flaminio: "A quel processo furono convocati oltre 1.500 testimoni", ha spiegato il presidente dell'Anm: "Ciò significa volere impedire di fare luce su quanto è accaduto". Infine, Palamara ha spiegato che con il processo lungo "il giudice non ha la possibilità di decidere quali testimoni sono funzionali al processo, si impedisce al giudice di selezionare i testimoni. Ci troviamo di fronte a un provvedimento che non tiene conto dell'interesse generale ma solo di circostanze particolari", ha concluso.

http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-8cb1df56-1346-4bff-b064-7056adfca96b.html
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E se lo dice Vietti ci può credere anche il governo... L.M.

Processo lungo, passa la fiducia al Senato.

Vietti (Csm): ''Direzione opposta all'Ue''

Roma - (Adnkronos) - 160 i voti a favore di Pdl, Lega e Coesione nazionale, 139 i contrari di Pd, Idv, Udc, Terzo polo. Protesta Italia dei valori: 'Ladri di giustizia'. Il ddl passa ora all'esame della Camera. La decisione del governo di porre la questione di fiducia. In aula anche il neo Guardasigilli Nitto Palma: non avrà effetto deflagrante. Frattini: buona legge, non va fermata se si applica anche al premier. Napolitano: politica appare debole

Roma, 29 lug. - (Adnkronos) - Il Senato ha approvato il ddl sul processo lungo sul quale il governo aveva posto la questione di fiducia.

Il provvedimento, che ora passa all'esame della Camera, ha ottenuto 160 voti a favore di Pdl, Lega e Coesione nazionale mentre 139 sono stati i voti contrati di Pd, Idv, Udc e Terzo polo.

Durante la mattinata non sono mancati momenti di tensione quando, durante l'intervento di Maurizio Gasparri, i senatori di Italia dei valori hanno inscenato una protesta, alzando dei fogli bianchi con la scritta: 'Ladri di giustizia', esponendoli anche in direzione della tribuna stampa. Immediatamente richiamati dal presidente del Senato Renato Schifani, i senatori dipietristi hanno dovuto cessare la contestazione quando sono intervenuti gli assistenti parlamentari che gli hanno tolto loro dalle mani i fogli 'incriminati'.

''Sul processo lungo si dicono tante inesattezze'', ha dichiarato dopo l'approvazione il neoministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma. ''C'è tanta discussione mediatica, ma non avrà nessun effetto deflagrante'', aggiunge.

Non bisogna fermare "una buona legge" solo perché fra i possibili destinatari vi è anche il presidente del Consiglio, ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini.

Per il senatore Luigi Li Gotti, capogruppo dell'Italia dei valori in commissione giustizia, "per garantire l'impunità al presidente del Consiglio, maggioranza e governo hanno deciso di varare un provvedimento pieno di gravi errori giuridici e devastante per il sistema penale''.

''Il Consiglio ha presentato una risoluzione con una propria valutazione ed ha accettato di non votarla su richiesta di alcuni componenti laici per consentire un migliore approfondimento, prendiamo atto che il governo non ha ritenuto di fare lo stesso''. Così il vicepresidente del Csm, Michele Vietti il quale ha poi ricordato che ''la proposta di parere del Csm è molto critica su questo provvedimento sotto il profilo delle sue ricadute sulla durata dei processi. Siamo tutti impegnati in modo prioritario ad accelerarli -ha concluso- anche per tenere il passo con l'Unione europea. Questo provvedimento va obiettivamente nella direzione opposta''.
 
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Di Loredana Morandi (del 29/07/2011 @ 19:29:30, in Politica, linkato 2007 volte)
il neo guardasigilli non parla dell'errore nel testo ...

Processo lungo/ Nitto Palma:

Non avrà effetti deflagranti


Roma, 29 lug. (TMNews) - "Si dà una rappresentazione di quelle norme lontana dalla realtà, ma gli effetti non saranno deflagranti". Lo afferma il neo ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma, a proposito del ddl sul processo lungo approvato stamattina dal Senato con il voto di fiducia.

"I magistrati ritengono che quelle norme daranno luogo ad un disastro, per gli avvocati non cambia nulla. Sul processo lungo si dicono tante inesattezze", afferma il Guardasigilli ai microfoni de 'Ilfattoquotidiano.it'. Quanto alle 'speranze' riposte dall'Anm nel neo ministro per una correzione del ddl, Nitto Palma è secco: "Sul provvedimento è stata posta la fiducia...".

Il ministro aggiunge poi: "Bisogna allentare la tensione con i magistrati, tornare ad un confronto sereno, ad un dialogo costruttivo, e ribadisco che sono pronto fin da subito a sedermi al tavolo con i parlamentari dell'opposizione che si occupano di giustizia e con i magistrati dell'Anm".
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Di Loredana Morandi (del 29/07/2011 @ 19:24:59, in Magistratura, linkato 1233 volte)

Processo lungo: Cascini (Anm)


Una volta approvato questo provvedimento "i processi, semplici e complicati possono durare all'infinito": è l'allarme che arriva dal segretario dell'Associazione Nazionale Magistrati, Giuseppe Cascini, in un'intervista a La Stampa, nel giorno in cui il Senato si appresta a votare la fiducia sul cosiddetto "processo lungo".

"Va da sè che in questo modo - sottolinea Cascini - un imputato può chiedere mille testi su una circostanza senza che il giudice possa dire no". Una delle conseguenze, secondo Cascini, è che se il processo dura di più del periodo di custodia cautelare l'imputato viene scarcerato.

Secondo il segretario dell'Anm, "il governo vara una norma di quella portata, senza preoccuparsi delle micidiali ricadute sul sistema giudiziario già in affanno per carenza estrema di risorse". "Altro che processo breve - prosegue il segretario dell'Anm - basta l'emendamento Mugnai per mandarci tutti a casa, pm, giudici e avvocati".

Cascini si dice preoccupato del fatto che "oltre a Berlusconi" questa norma "potranno invocarla a proprio beneficio, assassini, rapinatori, ladri, stupratori. Se passerà - conclude - tutti gli imputati la utilizzeranno per ottenere l'impunità".

http://www.rassegna.it/articoli/2011/07/29/76660/processo-lungo-cascini-anm-conseguenze-micidiali
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Di Loredana Morandi (del 29/07/2011 @ 19:18:18, in Magistratura, linkato 1464 volte)

Effetti devastanti, è paralisi dei processi





Le modifiche al codice di procedura penale in materia di ammissione delle prove in dibattimento, sulle quali il Governo ha posto la questione di fiducia, avranno effetti devastanti sul funzionamento dei processi penali, determinando di fatto la paralisi di tutti i dibattimenti attualmente pendenti.

Con le nuove disposizioni, infatti, verrebbe eliminata la possibilità per il giudice di escludere l'ammissione di prove manifestamente superflue o irrilevanti, mentre potranno essere escluse solo quelle "non pertinenti".

Chiunque comprende che in questo modo il difensore dell'imputato potrebbe chiedere e ottenere l'ammissione di un numero indefinito di testimoni sulla medesima circostanza, purché non manifestamente "non pertinente". Ad esempio, l'imputato che volesse dimostrare come prova d'alibi la sua presenza in una città diversa da quella nella quale è avvenuto il fatto potrebbe chiedere e ottenere la citazione come testimoni di tutti gli abitanti di quella città, senza alcuna possibilità per il giudice di escludere uno o più testimoni. O ancora l'imputato in un processo per uxoricidio potrebbe chiedere e ottenere l'ammissione come testimoni di tutti i suoi amici, parenti e conoscenti sull'esistenza del vincolo coniugale tra lui e la vittima, prova certamente pertinente, ma altrettanto certamente manifestamente  superflua. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Si tratta con tutta evidenza dell'ennesima legge finalizzata a interferire su procedimenti giudiziari in corso, anche a costo di paralizzare la macchina giudiziaria e di esporre al ridicolo l'intero sistema.

I magistrati italiani hanno il dovere di denunciare che con queste norme non sarà più possibile celebrare alcun processo in Italia e che gli imputati, anche di fatti gravissimi, saranno prima inevitabilmente scarcerati per la decorrenza dei termini di custodia cautelare  e poi prosciolti per prescrizione.

Giovedì 28 luglio 2011

 

La Giunta Esecutiva Centrale

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