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Quanti reati si compiono in nome del commercio elettronico!

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 23/02/2009 @ 09:09:11, in Indagini, linkato 1039 volte)
Interessante, ma alcuni articoli sono da aggiornare. Questo ad esempio:

Mafia albanese e crimine organizzato albanese sono i termini usati per designare varie organizzazioni criminali attive in Albania o composte da persone di etnia albanese. Le loro attività, nei Paesi dell'Unione Europea e negli Stati Uniti, sono principalmente: traffico di uomini e prostitute, narcotraffico e traffico di armi. Il termine "mafia", tuttavia, è spesso usato in senso descrittivo e non implica un reale coordinamento delle attività criminali, né segue che queste siano regolate da un corpo governativo. Malgrado i mezzi di informazione suggeriscano l'emergere di un movimento mafioso albanese a livello globale o a mo' di rete, questa interpretazione non è al momento confermata.

Opterei senz'altro per la "rete", perché è appannaggio degli albanesi la gestione degli internet point e  più rete di così ...

Le altre mafie:

Manca: la mafia rumena, che assomiglia a quella albanese e molto alla camorra napoletana, ma i cui legami sono solidissimi per appartenenza e nazionalità.

E' possibile contribuire alla realizzazione del portale con testi, foto e video da questa pagina.

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Di Loredana Morandi (del 23/02/2009 @ 08:53:17, in Politica, linkato 1222 volte)
Certo è una mia impressione, ma non riesco a crederci ...

La Procura generale di Catanzaro propone al gip l'archiviazione
della posizione dell'ex premier e di altre nove persone

Why not, Prodi esce di scena
"Non c'entra con Saldino"

CATANZARO - Dalle indagini fatte "può escludersi che Romano Prodi abbia mai fatto parte di quel gruppo di persone indicato quale 'comitato' di San Marino. Queste persone erano solo di area politica riconducibile a Prodi". E' questo uno dei passaggi più signgificativi della richiesta con cui la Procura generale di Catanzaro ha proposto al gip l'archiviazione della posizione dell'ex premier e di altre nove persone nell'ambito dell'inchiesta Why not.

I dati acquisiti, è scritto nelle 36 pagine della richiesta al gip, "non consentono in alcun modo di ritenere la sussistenza di un effettivo coinvolgimento dell'ex premier nelle manovre affaristiche di Antonio Saladino", l'ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria nei confronti del quale è stato emesso avviso di conclusione indagini insieme ad altre 105 persone.

Al riguardo, gli inquirenti evidenziano come le ipotesi accusatorie per Prodi si basino su dichiarazioni de relato e comunque "generiche e vaghe ed inidonee a fornire dati concreti sui presunti favori di Prodi a Saladino".

I magistrati della Procura generale scrivono che deve essere "rigorosamente escluso" che la dimostrazione di rapporti politici "fra gli indagati costituiscano di per sè elementi di reità "; inoltre, gli accertamenti eseguiti sui tabulati telefonici di Prodi da Gioachino Genchi, consulente dell'ex pm Luigi De Magistris, non sono utilizzabili processualmente.

Infine, gli inquirenti, sottolineano come gli ulteriori accertamenti compiuti dopo l'avocazione su alcune società "non hanno evidenziato" a carico di Prodi "alcun elemento sia pure indiziante".

La Repubblica 23 febbraio 2009

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Di Loredana Morandi (del 23/02/2009 @ 08:50:00, in Politica, linkato 1126 volte)
Roma | 23 febbraio 2009
Intercettazioni: al via esame Ddl .
Di Pietro: si va verso uno stato di polizia

E' cominciato, nell'aula di Montecitorio, l'esame del ddl intercettazioni. Il testo era stato approvato dalla Commissione Giustizia la settimana scorsa con i soli voti della maggioranza e l'astensione dell'Udc. L'Italia dei Valori ha presentato una sua relazione di minoranza. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha denunciato i rischi di una possibile lesione dei principi racchiusi nell'Art21 della Costituzione. Lo stesso rischio è stato denunciato dai principali costituzionalisti italiani.

La FNSI e la FIEG , con un documento congiunto che non ha precedenti, hanno parlato di pietra tombale sul diritto di cronaca. 

Il Presidente della Commisisione Giustizia di Montecitorio, Giulia Bongiorno, ha sottolineato che il provvedimento "è un importante passo avanti" ma "l'Assemblea può certamente migliorarlo". Uno dei punti da modificare secondo Bongiorno è quello che vieta la pubblicazione anche per riassunto di tutti gli atti di indagine, anche quelli non coperti da segreto.  Forse si comprime eccessivamente il diritto di cronaca" afferma.

"Stiamo davvero andando verso uno stato di Polizia, perche' si potra' arrestare chi si vuole senza che il cittadino lo venga a sapere". Incalza il leader dell'Idv Antonio Di Pietro nel corso della discussione generale in aula del provvedimento sulle intercettazioni . Ma Di Pietro attacca la riforma del governo su quasi tutti i fronti, non solo quello del divieto di informare.

Secondo il deputato e' "assolutamente assurdo", anche il fatto che vengano caricati solo i tribunali distrettuali della decisione di autorizzare le intercettazioni e di prorogarle: "ma vi rendete conto delle migliaia di carte e di fascicoli che dovranno fare il giro d'Italia solo per mettere in condizione il tribunale distrettuale di valutare le richieste del Pm? E poi parlate tanto di violazione del segreto... Ma con tutto questo prendere e portare gli atti del procedimento, forse - ironizza Di Pietro - si farebbe prima a consegnare gli atti secretati direttamente negli uffici stampa...".

Per l'ex ministro delle Infrastrutture e' poi "pazzesco" che si prevedano le intercettazioni ambientali "solo la' dove si sa che si sta compiendo un reato". "Ma, dico io, se io so che in un determinato luogo si sta compiendo un reato, io che faccio: vado direttamente ad arrestarli oppure chiedo l'autorizzazione per intercettare? Sono norme pazzesche. Se io so che in un certo posto si sta compiendo un reato, io vado ad arrestarli. Punto e basta". Le intercettazioni, infatti, ricorda Di Pietro "servono per scoprire i reati, non servono a niente, quando li ho scoperti". "E poi - sottolinea il leader dell'Idv - con questo Ddl diventera' impossibile accertare l'associazione a delinquere, perche' il magistrato per arrivare a dire che c'e' una associazione a delinquere, deve prima scoprire tutti i reati che sono stati commessi dalle varie persone. Non puo' certo, in 60 giorni e con l'obbligo che ci siano gravi indizi di colpevolezza, arrivare a questo risultato".

"Questo provvedimento - conclude - e' dunque pura follia, ma puo' trovare una sua giustificazione solo se si persegue uno scopo: quello di garantire l'impunita' a qualcuno di voi. Tutto questo ha un senso solo se serve a nascondere ai cittadini le malefatte che qualcuno compie nelle istituzioni".

RaiNews24
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Di Loredana Morandi (del 23/02/2009 @ 03:35:46, in Associazioni Giustizia, linkato 1090 volte)
giovedì 19 febbraio

La morte della giustizia

Salvatore Borsellino

Sito Web dell'autore: 19 Luglio 1992

Mi è arrivata in questo momento una notizia alla quale la mia mente si rifiuta di credere.

Sono ormai abituato nei 17 anni che sono passati dall’assassinio di Paolo a continuare a vederlo ripetutamente massacrato da tutte le volte che è stata negata la giustizia per quella strage.

Da tutte le volte che delle indagini sono state bloccate, dei processi sono stati archiviati nel momento in cui arrivavano ad essere indagati i veri autori di quella strage, i veri assassini di Paolo e dei ragazzi della sua scorta. Quelli che hanno procurato l’esplosivo di tipo militare necessario per l’attentato, quelli che dal castello Utveggio hanno premuto il pulsante del telecomando che ha provocato l’esplosione, quelli che in una barca al largo del golfo di Palermo attendevano la comunicazione dell’esito dell’attentato, quelli che si sono precipitati sul luogo dove le macchine continuavano a bruciare, calpestando i pezzi di quei cadaveri e camminando nelle pozzanghere formate dal sangue di quei ragazzi, per potere prelevare l’agenda rossa di Paolo e insieme ad esse le prove della scellerata trattativa tra mafia e Stato per portare avanti la quale Paolo doveva essere eliminato.

Credevo di essere ormai abituato a tutto, di riuscire a resistere a qualsiasi disillusione, a qualsiasi venire meno della speranza di ottenere Giustizia, ma questa volta il colpo è troppo forte, questa volta non so se riuscirò a reggerlo.

Il ricorso presentato in Cassazione dalla Procura di Caltanissetta, retta da Sergio Lari, a fronte della sentenza di assoluzione emanata dal GUP nei confronti del Cap. Arcangioli era inoppugnabile. Quella sentenza grida vendetta sia per quanto riguarda la forma giuridica che la sostanza.

Basta guardare, nelle fotografie e nei video, il Cap. Arcangioli. Si vede un uomo che si allontana dalla macchina con il suo bottino tra le mani per consegnarlo a chi gli ha ordinato di sottrarre quella preziosa testimonianza autografa dello stesso Paolo suoi motivi del suo assassinio.

Basta questo per capire che non possono essere in alcun modo accettate le motivazioni addotte dallo stesso Arcangioli per giustificare le innumerevoli e discordanti versioni date per giustificare le sue presunte amnesie sulle persone alle quali quella borsa era stata consegnata. Per riapparire, due ore dopo la sua scomparsa, sul sedile posteriore della macchina blindata di Paolo ma vuota del suo prezioso contenuto.

Quell’uomo che si allontana guardandosi intorno con espressione sicura e che si guarda intorno per verificare se qualcuno lo sta osservando non è un uomo sconvolto, è un uomo sicuro di se e a cui non importa se è fatto di sangue e di pezzi di carne il terreno su cui cammina.

E’ un uomo che sta compiendo una azione di guerra e deve portarla a termine.
E se così non fosse, se il Cap. Arcangioli fosse innocente e non fosse lui ad avere sottratto quella agenda, gli dovrebbe essere data la possibilità di difendersi in un pubblico dibattimento, di difendersi davanti all’opinone pubblica da un’accusa così infamante con la stessa visibilità che è stata data ai processi dei coniugi di Erba, di Meredith, della Franzoni o alla pretesa agonia mediatica di un povero corpo morto ormai da 17 anni come quello di Eluana.

Ma la Giustizia in Italia è ormai marcia, eliminati senza bisogno di tritolo quei giudici che hanno osato avvicinarsi ai fili scoperti della corruzione del sistema di potere, intimoriti gli altri magistrati con gli esempi di provvedimenti disciplinari inauditi e da espulsioni dalla Magistratura per giudici che cercavano soltanto di ottemperare al giuramento prestato allo Stato al momento di intreprendere il loro servizio a quello Stato in cui avevano creduto, si è ormai arrivati alla fase finale.

Per legge si proclama che il nero è bianco e che la realtà non è quella che vediamo. É quella che DOBBIAMO vedere.

LA GIUSTIZIA E’ MORTA.

AgoraVox

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Di Loredana Morandi (del 22/02/2009 @ 10:12:59, in Associazioni Giustizia, linkato 1021 volte)
Ass.Naz.Familiari Vittime di Mafia

Scontri allo stadio di Palermo:
Il Palermo Calcio intervenga contro criminalità infiltrata tra la tifoseria.

"Ieri sera, a Palermo, durante la partita giocata allo stadio Renzo Barbera, sei carabinieri sono stati aggrediti e malmenati da un gruppo di tifosi fermati per dei normali controlli di routine". Lo afferma Sonia Alfano, presidente dell' Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia che in una nota spiega che "non è la prima volta che dei tifosi si scagliano immotivatamente contro le forze dell'ordine. I tafferugli di ieri sera sono la dimostrazione che esiste una parte della città insofferente al controllo dello Stato e che lo stadio è ormai un luogo di sfogo delle frange criminali. E' inaccettabile che le forze dell'ordine, il cui tempestivo intervento ha evitato che ci fossero ripercussioni anche sulla tifoseria sana, debbano farsi carico di fronteggiare gli attacchi immotivati e la violenza delle frange criminali che affollano lo stadio palermitano.
A farsi carico di isolare la criminalità all'interno della propria tifoseria - ha spiegato la presidente - dovrebbe essere la Società del Palermo Calcio che in questi anni, anche di fronte a fatti gravissimi come l'esposizione di striscioni inneggianti alla mafia ed all'abolizione del 41 bis, non ha mai preso provvedimenti.
Le iniziative repressive e di controllo, come le partite giocate a porte chiuse, non devono essere intraprese solo quando "ci scappa il morto" ma andrebbero attuate sin da subito poichè è dovere della Società del Palermo Calcio impedire che lo stadio cittadino diventi una zona franca per le ritorsioni della criminalità contro le forze dell'ordine.
Siamo certi - prosegue nella nota Sonia Alfano - che il Palermo Calcio, che non ha ancora annunciato alcun provvedimento davanti ai gravi scontri di ieri sera, non voglia prendere le difese della criminalità infiltrata nella propria tifoseria ma, specie in un territorio difficile come quello palermitano, bisogna dimostrare con azioni decise e concrete da che parte ci si vuole schierare. Se con lo Stato o se con la criminalità.
La società proprietaria della squadra ha il dovere di assumersi la responsabilità di gestire la propria tifoseria e di isolare le frange criminali che vi si infiltrano poichè non è più tollerabile che le forze dell'ordine vengano picchiate ed aggredite a causa di una società che non si preoccupa di evitare che le proprie partite diventino teatro di violenze, inni alla mafia e spesso anche strumento dei poteri criminali per lanciare messaggi all'opinione pubblica ed allo Stato.
A questo punto confidiamo nella risposta da parte della magistratura affinchè punisca gli autori degli scontri e rilevi quale parte di responsabilità abbia la società del Palermo Calcio non avendo questa, in più occasioni, preso provvedimenti in merito ai deprecabili avvenimenti succedutisi in questi anni.
Riteniamo dunque il Palermo Calcio responsabile delle nefandezze di cui una parte di tifoseria si è macchiata ed attendiamo azioni forti e decise che mostrino alla tifoseria palermitana da quale parte si schiera la società".
In conclusione di nota Sonia Alfano ha espresso a nome dei membri dell' associazione che presiede "solidarietà ai componenti dell' Arma dei Carabinieri coinvolti negli scontri di ieri sera ed il nostro apprezzamento per il tempestivo e professionale intervento".


Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia
www.familiarivittimedimafia.com
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Di Loredana Morandi (del 21/02/2009 @ 22:56:20, in Osservatorio Famiglia, linkato 2367 volte)
Sono forse 15 anni che io scrivo e protesto in merito a questo tipo di degrado, probabilmente ci voleva un sindaco di destra per fare un po' di pulizia. Consentire il degrado e la prostituzione NON vuol dire rispetto e attenzione per le minoranze, ma come spiegarlo a gente come Rutelli e Veltroni?

Le foto


Rifiuti e degrado ai piedi del Campidoglio

La vergogna di Monte Caprino. E la notte diventa terra di nessuno

di Carlo Alberto Bucci

La scalata al Campidoglio non potrebbe essere più emozionante. Non la "pettata" mozzafiato (sia per la magnificenza del luogo sia per la fatica della salita) della scalinata centrale. Ma l´andamento zigzagante dei viottoli immersi nel verde, da percorrere all´ombra degli alberi frondosi di Monte Caprino. Talmente lussureggiante, la vegetazione, da nascondere a chi passeggia su via di Teatro Marcello la vista degradante di un giardino cittadino sommerso dall´immondizia. E trasformato in luogo di bivacchi e di incontri omosessuali.

Ai pochi turisti che hanno il coraggio di inoltrarsi nei "Giardini del Campidoglio" si prospetta uno spettacolo da bidonville: montagne di rifiuti addosso alla fontana, recinzioni divelte, siepi trasformate in wc, edifici dal tetto sfondato, anfratti con mucchi di profilattici e ragazzi che si vendono tra i cespugli.

Inserito in molte guide gay, Monte Caprino è stato per anni al centro di una dura battaglia sulla chiusura. La recinzione è stata installata alla fine degli anni Novanta, e la targa posta all´ingresso che si trova davanti al Teatro della Cometa ricorda ancora lo sponsor di allora: la Banca di Roma. Ma i cancelli non vengono mai chiusi e di notte lo spazio dell´antica Rupe Tarpea diventa terra di nessuno.

Ma anche di giorno lo spettacolo è avvilente. Saliti i primi gradini, ci si trova subito davanti la rete di ponteggi messi a protezione dei cosiddetti "grottoni", ossia gli accessi alla rete di cunicoli delle cave di tufo medievali. I cartelli avvertono: "Vietato l´accesso ai non addetti ai lavori". Ma oltre le recinzioni non si vede nessuno all´opera, da tempo. Eppure i tubi Innocenti sono puntati contro la parete come a prevenire possibili crolli. Il tutto proprio sotto l´affaccio di palazzo Caffarelli.

In una delle grotte scavate nel fianco del Campidoglio, ecco ammucchiati coperte, stracci, abiti inzuppati: non si capisce come i senza tetto possano arrivare fin lì, poiché la recinzione ha spunzoni sporgenti. Ma tant´è. E l´antico antro dominato dal bel frammento marmoreo romano (imbrattato da poco col colore, a dipingere due croci) appare come una discarica a cielo aperto. Pentole e coperte si trovano del resto anche sul declivio che sfocia direttamente davanti al Teatro Marcello.

E proprio il belvedere su questa meraviglia dell´architettura romana è uno dei luoghi più degradati di Monte Caprino: addossata al colle, ecco infatti la fontana cosiddetta del Mascherone. La scultura è stata, fortunatamente, messa via per tempo. E rimane ora solo l´impianto che, realizzato nel corso della sistemazione degli anni Trenta, è ispirato all´architettura dei giardini rinascimentali. Ma nella vasca, e ai suoi piedi, ci sono buste di plastica e di cartone, decine di lattine di birra. La rete di "protezione" è divelta e davanti alla cancellata della scala (a sua volta piena di immondizia) sono ammucchiate decine di profilattici.

Il sindaco ha recentemente accolto in Campidoglio il Dalai Lama, la speaker della Camera Usa Nancy Pelosi e per il 9 marzo è atteso Benedetto XVI. È meglio che gli ospiti del Campidoglio non si affaccino sui giardini. Perché tra le rigogliose e numerosissime piante di acanto - espressione di una raffinato progetto botanico di essenze arboree mediterranee, ma soprattutto richiamo esplicito ai capitelli corinzi, simbolo dell´architettura romana - troveranno anche cespugli trasformati in latrine.

(La Repubblica, 21 febbraio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 21/02/2009 @ 22:49:37, in Sindacati Giustizia, linkato 1395 volte)
Speriamo che rammentino sempre l'omicida seriale del Gargano...

Nell'istituto di pena di Bollate, un programma che permette di far convivere gli autori di reati sessuali con gli altri detenuti

Nel carcere dei "sex offenders"
"Qui riusciamo a recuperarli"

La diretttrice: "Su 80 soggetti trattati, solo tre sono stati recidivi"

di STEFANIA CULURGIONI

MILANO - Nella subcultura carceraria sono "gli infami". Nel gergo tecnico di psicologi e operatori penitenziari sono i "sex offenders". Qualunque sia il modo di chiamarli, una cosa è certa: quando entrano in galera, le persone che si sono macchiate di un reato sessuale vengono spedite dritte nei reparti protetti, e lì confinate. Separate da tutti, isolate dal resto dei detenuti, esiliate in un girone a parte. Ovunque, tranne nel carcere di Bollate.

Si chiama "Progetto di trattamento e presa in carico di autori di reati sessuali in Unità di Trattamento Intensificato e sezione attenuata" ed è una sperimentazione avviata nell'istituto di reclusione milanese solo tre anni fa. L'unico caso in Italia in cui, dopo un anno di terapia in un'unità specializzata all'interno del carcere, i detenuti possono lasciarsi alle spalle il reparto protetto e vivere quotidianamente insieme agli altri detenuti di reati "comuni".

"I sex offenders seguono un trattamento avanzato - spiega la direttrice del carcere Lucia Castellano - un percorso studiato appositamente per chi ha commesso reati sessuali. Qui a Bollate in questo momento sono trenta persone, su un totale di 750 detenuti. E in questi tre anni posso dire che il progetto ha dato i suoi frutti. Su 80 soggetti, solo tre sono stati recidivi e uno di loro ha chiesto di tornare per continuare le terapie".

Considerato uno degli istituti penitenziari più all'avanguardia, il carcere di Bollate è nato nel 2000 con un obiettivo: offrire all'utenza detenuta quante più possibili opportunità lavorative, formative e socio - riabilitative. Un modo costruttivo per abbattere il rischio di recidiva e favorire il graduale, ma anche definitivo reinserimento del condannato nel contesto sociale. "Perché una cosa è certa - continua la direttrice - pensare al carcere come a un luogo in cui si prende la chiave e la si butta via, non ha alcun senso. Non serve a niente. Il modo migliore per evitare che questi gravissimi fatti si ripetano ancora è accompagnare la galera a dei percorsi sensati. Non farsi prendere dall'onda emotiva, studiare bene le misure da adottare per evitare la recidiva. Affrontare il problema con razionalità. E poi, infine, 'sperare' nel soggetto. Perché più di ogni altra cosa, la scelta del recupero dipende dalla persona".

È il "violentatore", cioè, che deve dire "sì, voglio guarire". E i mezzi per farlo, a Bollate, li ha. L'équipe che si occupa di seguire i sex offenders nel loro percorso fa parte del Centro Italiano per la Promozione della Mediazione (CIPM) di Milano. Un team composto da tre criminologi, sette psicologi, uno psichiatra, due educatori, un'arteterapeuta e uno psicomotricista. "La novità di Bollate sta nel fatto che è stata creata una vera e propria unità terapeutica a sé stante, interna al carcere, come se fosse una piccola comunità" chiarisce lo psicologo Luigi Colombo.

Ed è lì che, giorno dopo giorno, per un anno di fila, i colpevoli di reati sessuali devono affrontare il loro mostro interiore. "Il lavoro ha una cadenza giornaliera - continua Colombo - I colloqui sono individuali e di gruppo e tutto il progetto è incentrato sul riconoscimento del reato. Perché se c'è una cosa che il sex offender fa è proprio questa: negare, negare, negare. In carcere la negazione è usata per difendersi dagli altri. La cosa più facile e più frequente è cercare di dimostrare al compagno di cella ma anche allo stesso operatore che è tutta un'invenzione, che si è innocenti, che si è vittime di un tragico errore. Questo serve a mettersi al riparo dalle critiche e anche a difendersi da se stessi. Ed è lo stesso meccanismo che si mette in atto dentro la famiglia, con la propria moglie o con la propria compagna, quando ancora non si è finiti in galera. Distorsioni della realtà a cui, troppo spesso, si finisce per credere".

Il lavoro principale degli psicologi, allora, è quello sulla negazione. E quando è finito, comincia la seconda parte: la vita fuori dal reparto protetto, in mezzo agli altri detenuti. "All'inizio, tre anni fa, non è stato facile - ricorda Lucia Castellano - gli 'altri' reagirono molto male, qualcuno decise di chiedere un trasferimento perché proprio non se la sentiva. Ma chi entra a Bollate oggi sa bene quello cui può andare incontro: se firma, accetta la possibilità di condividere la propria cella anche con un sex offender".

La maggior parte, stando ai numeri di Bollare, sono italiani che hanno commesso reati sessuali all'interno della famiglia. Padri su figlie, o patrigni su figli adottivi, spesso con la connivenza della madre. A volte amici dei genitori, ma comunque quasi sempre persone nel cerchio familiare. "Spesso si tratta di persone che hanno un comportamento esteriore molto contenuto, inibito, passivo - spiega Colombo - I reati di branco invece sono più limitati. Li commettono persone che hanno imparato un modello aggressivo di sessualità. Soggetti emarginati che utilizzano la violenza per rafforzare la propria identità virile. Lo fanno in gruppo perché, davanti agli altri, dimostrano a loro stessi di essere forti".

Per tutti loro stare in mezzo agli altri detenuti è un passo decisivo. "E' una specie di banco di prova per anticipare il proprio rientro nella società - continua lo psicologo - una società in cui, volenti o nolenti, saranno sottoposti a dure critiche".

Il CIPM segue in tutto circa 200 persone (una trentina dentro al carcere, gli altri in esecuzione penale esterna. Far emergere questi reati, in realtà, è davvero difficile. Le violenze sessuali sono quelle con il "numero oscuro" più alto di episodi non denunciati. "Ma una volta presi - ribadisce la direttrice - è necessario che vengano messi davanti quello che hanno fatto. Il carcere deve essere anche il momento della consapevolezza, il luogo in cui riflettere sulla propria personalità, per capire perché si ha avuto il bisogno di aggredire. Solo così, forse, una volta fuori il sex offender non ripeterà più quelle terribili violenze".

(La Repubblica 21 febbraio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 21/02/2009 @ 22:30:58, in Sindacato, linkato 938 volte)
Federazione Nazionale della Stampa Italiana
                       

Roma, 20 febbraio 2009
Prot. 38/C

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:

“E’ sconcertante e grave che gli assassini dei giornalisti in Russia continuino a restare impuniti. La sentenza che ha assolto tutti gli imputati dell’omicidio di Anna Politkovskaya conferma il favore di cui gode in Russia chi si è macchiato di un crimine enorme: l’uccisione di una giornalista “normale”, ancor più che coraggiosa, che ha preteso di raccontare vicende importanti e delicate della vita del proprio Paese, attentati ai diritti civili, la verità dei fatti osservati, trovandosi solo per questo nel mirino. Anna Politkovskaya è una martire e un simbolo dell’impegno professionale per la libertà d’informazione, su cui tutto il mondo deve tenere accesi i riflettori per esigere dalla giustizia russa una svolta. Sono oltre 200 i giornalisti morti ammazzati negli ultimi 15 anni in Russia. Un anno e mezzo fa i giornalisti di tutto il mondo, durante il congresso della Federazione Internazionale (IFJ) a Mosca, visitarono l’orribile mostra dedicata ai colleghi che erano caduti senza che per loro fosse mai stato punito un colpevole, e denunciarono con sdegno la delicata condizione in cui erano costretti ad operare i giornalisti russi. Gli “scomodi” (per i poteri forti, per le mafie, per i servizi segreti?) erano ad alto rischio. Si è creata una rete di solidarietà internazionale alla quale la Fnsi continua a partecipare, perché sdegno, orrore, potere della denuncia abbiano comunque cittadinanza nei media del mondo e perché la comunità internazionale si assuma le sue responsabilità affinché in Russia cada la regola dell’impunità, di fatto sin qui affermata. Certamente sgomenta la sentenza di ieri perché certifica ancora una volta l’assenza di un colpevole, mentre giornalisti testimoni di verità continuano a cadere per l’unica colpa di aver raccontato gli abusi, le proteste, i diritti civili violati. Proprio un mese fa era stata uccisa in un agguato Anastasia Baburova, praticante nello stesso giornale di Anna Politkovskaya, la Novaya Gazeta, e considerata sua erede.
Si tratta di una situazione intollerabile. Il pubblico ha diritto di protestare e i giornalisti hanno il dovere di riferirne e di informare i cittadini: un’opera normale in un Paese civile, in Russia sta diventando una provocazione che si può pagare con la morte.
La Federazione Nazionale della Stampa Italiana esprime solidarietà ai colleghi russi e al loro sindacato, resta al fianco del movimento internazionale dei giornalisti e invita le autorità del nostro Paese a far conoscere alle autorità russe i sensi della diffusa critica e dello sgomento dell’opinione pubblica italiana.”
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Di Loredana Morandi (del 21/02/2009 @ 22:23:07, in Sindacato, linkato 945 volte)
Federazione Nazionale della Stampa Italiana               

Roma, 20 febbraio 2009   
Prot.n. 39/C

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:

Intercettazioni: martedì 24 febbraio manifestazione Fnsi, Ordine nazionale dei giornalisti, Unci con la partecipazione della Fieg

“Intercettazioni, no al bavaglio all’informazione giudiziaria”. Questo il titolo dell’iniziativa del Sindacato dei giornalisti organizzata dal sindacato dei giornalisti per martedì 24 febbraio dalle ore 10,30 nella sede Fnsi (Corso Vittorio Emanuele II, 349, Roma), in relazione alle inaccettabili e pesanti modifiche avvenute nei giorni scorsi in Commissione Giustizia della Camera del ddl Alfano che, se approvate in Aula, metteranno la pietra tombale sulle notizie, appunto, di cronaca giudiziaria. Un’iniziativa pubblica di denuncia, aperta alla società civile, forte e decisa organizzata assieme all’Ordine nazionale dei giornalisti, all’Unione cronisti italiani e con la partecipazione della Fieg. Nei giorni scorsi, infatti, la Federazione degli editori ha sottoscritto con il Sindacato dei giornalisti un comunicato congiunto di ferma opposizione agli emendamenti introdotti che suona come un appello al Capo dello Stato, al Parlamento e al Paese perché sia rivisto profondamente il testo del disegno di legge Alfano.

Gli ultimi emendamenti inseriti nel ddl, bocciati senza appello anche dal Csm - con una dichiarazione del suo vicepresidente Nicola Mancino - reintroducono pesanti limitazioni e bavagli all’attività giornalistica fino a prevedere il carcere e pesanti ripercussioni economiche per gli editori che pubblicano notizie sulle indagini, nei fatti impedendo ai lettori di venire a conoscenza di  notizie di rilievo pubblico.
Ad oggi all’iniziativa hanno annunciato la loro presenza: il presidente della Fieg Carlo Malinconico, il presidente dell’Anm Luca Palamara, il presidente Idv Antonio Di Pietro, il presidente del gruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri, il ministro ombra della Giustizia Lanfranco Tenaglia, la capogruppo pd alla commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti, l’onorevole Cinzia Capano componente della commissione Giustizia della Camera, , il senatore Felice Casson, il senatore Vincenzo Vita, il segretario generale Ugl Renata Polverini, il segretario confederale Cgil Fulvio Fammoni, l’avvocato Caterina Malavenda, il portavoce di Articolo21 Beppe Giulietti, il presidente Mediacoop Lelio Grassucci, il giornalista Marco Travaglio. E’previsto anche un intervento telefonico del direttore di Libero Vittorio Feltri.
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Di Loredana Morandi (del 21/02/2009 @ 22:16:42, in Magistratura, linkato 1126 volte)

De Magistris, ultimo atto?


Nuova iniziativa disciplinare nei confronti dell’ex pm di Catanzaro, oggi giudice a Napoli, Luigi De Magistris, nell’ambito del nebuloso caso Genchi, una volta di più innescato dalla collaborativa magistratura di Catanzaro. Una trovata come un’altra, ma che,a differenza dalle prime, è tutto fuorché il fatidico fulmine a ciel sereno. Se la logica non è un’opinione, infatti,per quanti coltivano un sano gusto del ragionamento, si tratta della banale non-notizia del cane che morde l’uomo e non mangia il suo simile o, non di rado, socio.

Di recente, proprio su queste colonne, ci eravamo misurati con un’ampia e spassionata lettura di questo speciale affaire di Stato. Che,tuttavia, non sembra interessare più di tanto quel che resta di un’opinione pubblica in tutt’altre faccende affaccendata, drammaticamente in bilico fra le opzioni del vegetare o del morire e perciò comprensibilmente distratta. Con la consolante esclusione di qualche celebre pensatoio, liberatorio e compassionevole, di molti patriottici bar dello sport o di fastose canzonette plebiscitarie.

In quell’occasione, si ricorderà, la ricostruzione analitica delle complessive dinamiche fattuali (e valoriali) aveva generato uno spazio per conseguenti conclusioni predittive – non solo previsive – degli sviluppi odierni. Sappiamo. Dalle pregresse risultanze investigative dell’AG di Salerno nei riguardi del De Magistris - avvalorate, il mese scorso, da un’ulteriore istanza di archiviazione di una notitia criminis a suo carico - che la sua attività a Catanzaro si era snodata nella rigorosa osservanza di leggi e regolamenti. A dispetto, prima, dell’arbitraria estromissione del magistrato dai suoi compiti d’istituto in Calabria e - pour cause - del successivo, e non meno arbitrario, trasloco in altra sede.

Sappiamo, inoltre, di un’Ag, quella di Salerno, incorsa nei fulmini dello Stato (di diritto. O di rovescio?) perché rea di avere profanato, con furia iconoclasta, l’acropoli repubblicana, i vertiginosi santuari di un potere senz’altra ambizione, se non quella di essere lasciato in pace. E in vita, con alimentazione laica e naturale, come si conviene, non bigotta e forzosa.

Sappiamo, infine, che l’improba fatica delle istituzioni di controllo e autogoverno avrebbe rischiato di risolversi in un nulla di fatto o, peggio, in un boomerang, se si fosse trascurato di applicare un congruo assioma di chiusura, corollario indispensabile per la quadratura del cerchio.

Tornare a De Magistris, imperativo categorico, se anche etico non rileva, per un ultimo delicatissimo adempimento: le rifiniture. Dopo la normalizzazione della Procura salernitana (nesso pentole/coperchi a parte) in merito ai procedimenti che lo costituiscono parte lesa, l’interessato dev’essere rimasto in trepida attesa di verità e giustizia. A dissuaderlo, del resto, altri avevano già provato, vanamente.

Prima, rispettabili settori del Parlamento della Repubblica nata dall’antifascismo e dalla Resistenza - lontani ricordi – e, dopo, l’unione nazionale dei penalisti - un pilastro della giurisdizione - disgraziatamente afflitta da peculiari forme di ipoacusia, dislessia e strabismo, se vogliamo dar credito alla Procura di Roma in riferimento al caso Di Pietro-Presidente della Repubblica.

Sennonché, in ordine a ogni eventuale devianza di De Magistris a Catanzaro, la competenza appartiene sempre a Salerno – che noia! Dove gli uffici sembrano… inagibili,a giudicare dai precisi esiti investigativi - confermati da organi giudicanti – fin qui maturati. Palla al centro dunque, è giocoforza, a Roma, sede disciplinare, la sola percorribile. Ed ecco il punto vero, senza impropri stupori: si tratta della normale esigenza di uniformità dello Stato al teorema di completezza, classicamente.

Occorre esercitare sul nostro un’energica (e sinergica) moral suasion, fargli perdere di vista e separarlo da ciò che non è essenziale, che è ormai superato. Come la inopinata attività pre-incriminatrice dell’Ag campana, ora in quarantena, dopo il tempestivo intervento risolutore delle istituzioni. Che non contempla la realtà – un dettaglio – ma il profilo e l’ombra della realtà, privi di tutti gli accenti della verità.

Un destino davvero singolare: né magistrato, né cittadino con diritto alla Giustizia. Come il PD: né governo, né opposizione. Quasi un contrappasso. Tant’è, il fine giustifica i mezzi: ameno leitmotiv nazional-popolare, bussola di quanti, senza aver mai letto un solo rigo di Machiavelli, ne praticano la grottesca parodia. Non sono i mezzi adeguati che finiscono per giustificare i fini, come, con ingenua superficialità ermeneutica, credeva – e raccomandava – F.De Sanctis.

Il governo della lingua e, soprattutto, della coscienza non rientra nel novero dei saperi privilegiati. Eppure,se la nostra rappresentanza nazionale non fosse tanto lenta e rissosa, quante criticità si potrebbero appianare con la castrazione, chimica o chirurgica, ad libitum! Anche verso certi magistrati, ostinatamente ribelli all’unica vera norma sovrana e non scritta del bel paese. Giunti a questo punto, tuttavia, l’ANM dovrebbe almeno sciogliere la suspence e decidersi: sono “pagine chiuse” o ancora aperte? I faraoni costruirono le piramidi per essere ricordati. Per la Storia. Le forze sane della nazione, nel consesso delle democrazie occidentali e in una gloriosa prospettiva storica, optarono per la lotta contro la tirannide nazifascista e l’eccidio degli uomini giusti. Non si accettano pentiti. Questa volta.

Prof.Giuseppe Panissidi 
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(Il Messaggero 22 febbraio 2009)
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