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 Rickon ad 1 anno... di Lunadicarta
 
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Seminate per voi secondo giustizia | e mietete secondo bontà.

Osea, 10: 12
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 07:47:06, in Sindacato, linkato 1266 volte)
Federazione Nazionale della Stampa Italiana

Roma, 29 febbraio 2009
Prot.n. 47
     
La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:

Il presidente ed il segretario generale della Fnsi, Roberto Natale e Franco Siddi, sul tema del ddl Alfano hanno inviato ai componenti dei cdr ed ai direttori la seguente lettera:


“Cari Colleghi,

le norme del disegno di legge sulle intercettazioni, come vi è noto, contengono anche pesanti limiti del diritto di cronaca fino a costituire una vera e propria pietra tombale sulla cronaca giudiziaria. E’ previsto infatti il silenzio sulle indagini e i loro sviluppi anche quando non  sussiste più il segreto istruttorio.
Fieg e Fnsi hanno denunciato che “l’effetto è quello di impedire ai cittadini e all’opinione pubblica di riconoscere fatti rilevanti della vita sociale, quali appunto le notizie sugli  atti di indagine, non segreti”.
E’ di tutta evidenza che ciò nulla a che vedere con le intercettazioni che vengono disposte dall’Autorità giudiziaria.
Le pesanti sanzioni previste per giornalisti e editori sono la condizione che annulla l’autonomia dell’informazione e  impedisce di fatto che questa venga resa al pubblico compiutamente e correttamente.
Da tempo la Fnsi ha avviato, con tutti gli organismi di categoria (a cominciare dall’Ordine professionale), le Associazioni del sindacato (a partire dall’Unci), le organizzazioni sociali e culturali e ora finalmente insieme con la Federazione degli Editori, una vasta azione pubblica per denunciare la gravità di tali previsioni di legge e invocarne il cambiamento e  la cancellazione.
E’ molto importante – tanti giornali lo stanno facendo costantemente in vari modi – far capire ai lettori la mutilazione grave che verrebbe arrecata alla cronaca, e quindi al diritto dei cittadini di conoscere e sapere, se le norme bavaglio fossero definitivamente approvate.
Abbiamo più volte sollecitato direttori e colleghi ad assumere, nelle loro testate,  le iniziative più idonee per far capire cosa sta accadendo, per rendere immediatamente chiaro ai lettori quali notizie e perché sparirebbero dai giornali.
Tra le ipotesi abbiamo avanzato quella degli avvisi, attraverso “incorniciati” su una notizia significativa di cronaca pubblicata che non sarebbe finita in pagina. Questa strada l’ha intrapresa la Gazzetta del Mezzogiorno e, in forma diversa, qualche altro giornale.
E’ importante che il pubblico capisca chiaramente e in forma semplice e  immediata che non è in gioco un privilegio dei giornalisti ma un bene essenziale di ciascuno: l’informazione, intesa come  diritto a conoscere e a sapere per poter correttamente  giudicare.
Sarà importante in queste settimane, nell’autonomia di ogni giornale, rendere evidente e chiara questa situazione. Un’informazione costante e puntuale  sui guai delle norme bavaglio deve essere la nostra prima forma di protesta. Può essere anche la nostra forma di sciopero più efficace.
Da qui l’invito a farvi promotori di una ancora più vasta iniziativa di questo tipo, quale patrimonio dei nostri giornali, della nostra professione e quale affermazione e tutela della nostra funzione.

Grazie per la collaborazione che vorrete assicurare.
Un cordiale saluto.
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 07:00:41, in Magistratura, linkato 2284 volte)
Solo per giustizia: la vita (in prima linea) di Raffaele Cantone 

Scritto da Francesco Persili  
domenica 01 marzo 2009

Solo per giustizia, si fa il proprio dovere. Solo per giustizia, un servitore dello Stato affronta minacce, calunnie e dieci anni senza passeggiate. Solo per giustizia è il libro, edito da Mondadori, in cui il pm anticamorra del processo Spartacus, Raffaele Cantone, racconta la sua vita da magistrato in prima linea. Già, perché lui vive dal 2003 sotto scorta. Come il suo amico Roberto Saviano, e la giornalista del Mattino Rosaria Capacchione, è finito nel mirino del clan dei Casalesi ma i boss di Mondragone e Casal di Principe sono quasi tutti in carcere anche, e soprattutto, grazie al suo lavoro.

Cantone ha 43 anni, è stato numero uno della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e oggi lavora in Cassazione. Ha deciso di raccontare la sua storia di bravo studente di giurisprudenza che dopo aver ”rischiato” di diventare avvocato, vince il concorso in magistratura e finisce ad occuparsi di camorra «un po’ per caso, un po’ perché conosce bene le leggi». Faccia pulita e la consapevolezza di chi conosce, oltre al prezzo, anche il valore dell’onestà, Cantone è un eroe normale. È rimasto quel ragazzo di Giugliano, che amava il diritto ”che non soffoca l’uomo in una regola ma è l’unico strumento per concedergli libertà”. Quella libertà che Cantone oggi continua a cercare malgrado dal 1999 la sua vita sia cambiata. Ha cominciato ad occuparsi di camorra casertana, dei Casalesi, non un clan di paese ma un’organizzazione criminale. Piombo, sangue e affari. Nel suo libro il magistrato campano racconta del piacere procurato ai killer dalle esecuzioni e dei ragazzi conquistati dalla filosofia del meglio un giorno da leone. Polaroid di criminalità, un succedersi di eventi micidiali. Cantone confessa di non essersi mai sentito un missionario, o un angelo mandato sulla terra per estirpare il cancro della criminalità organizzata. Per anni ha considerato il suo ufficio in Procura il centro del mondo. Lì ha lasciato un pezzo della sua esistenza. I crest di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, no, quelli li ha portati con sé, perché i due giudici siciliani hanno rappresentato per lui un patrimonio. Il coraggio, l’esempio, il dovere. ”Certe cose si fanno perché si devono fare”. La penna di Cantone è una lama che incide la carne viva, una ricerca che fruga nei recessi di una terra senza pace.
Si fa presto a dire Gomorra, l’universo camorrista è una geografia di potere e malaffare assai complessa. «Se a Napoli – spiega il magistrato - la camorra è legata a clan di quartiere che vivono di furti, rapine e estorsioni, nella provincia di Caserta la criminalità ha confini, forme e radici diverse. Mostra una struttura di tipo familistico, con un’organizzazione fortemente gerarchica e una forza in grado di controllare il territorio». Droga, racket, omicidi e affari. Dalle indagini di Cantone emerge la capacità dei Casalesi di creare un circolo vizioso con il mondo imprenditoriale e un sistema di rapporti con le amministrazioni locali spaventoso. Un potere multiforme e senza scrupoli che uccide un prete coraggioso come don Peppino Diana e mette le mani sul ciclo di smaltimento dei rifiuti, tenta la scalata alla società Lazio e prova a riciclare i soldi sporchi nel calcio perché sa che il calcio porta denaro, voti, consenso. La dimensione economica e la contiguità con la politica sono i segni dominanti della camorra casalese che prende ad investire in Pianura padana e fa la voce grossa nella gestione degli appalti. Infiltra le giunte locali e opera in modo trasversale per controllare cantieri e opere pubbliche. Un magnete criminogeno che consente alla camorra di essere alternativa allo Stato. Anche se, poi, i boss non si considerano Antistato ma parte integrante della comunità nazionale. E possono farlo. «I clan creano legami stabili con la politica – denuncia Cantone - convogliando verso gli uomini di loro riferimento il consenso che hanno raccolto attraverso il radicamento territoriale e il controllo delle attività imprenditoriali».
Un sole nero che attrae e seduce la popolazione. A Gomorra city la camorra è presenza reale, visibile per le strade. Si respira ad ogni angolo, si tocca con mano quando gli studenti di Casal di Principe dicono che Saviano poteva farsi i fatti suoi. Per l’ex presidente della Camera Luciano Violante la camorra da quelle parti è «società», e i boss riempiono i vuoti dello Stato. E danno lavoro, soldi, la finta illusione di riscattare una vita ai margini. Cantone racconta di quei ragazzi uccisi vestiti come «yuppies disgraziati» che scelgono di diventare carne da macello per inseguire un miraggio di ricchezza. Il magistrato fa emergere il ventre molle dell’illegalità in giacca e cravatta e passa in rassegna anni di attività. C’è l’anziano padre che si rivolge a lui dopo la morte del figlio per un caso di malasanità e ci sono le indagini con i Ros per catturare Michele Zagaria, la primula rossa dei Casalesi. C’è la banalità del male e il pentimento di Augusto La Torre , il capo del clan di Mondragone, che rivela di aver fatto pedinare Cantone perché pensava ad un attentato contro di lui. 
Nonostante il governo abbia deciso di inviare i parà della folgore, i ragazzini di 12-13 anni continuano ad essere utilizzati come vedette o corrieri della droga, e una mamma scrive a un capoclan perché è preoccupata per il futuro del figlio. L’esercito non basta, la camorra si acquatta e si radica. Per non lasciare traccia si serve dei «dei colletti bianchi» e continua a svolgere un ruolo di intermediazione sociale. Cantone chiede allo Stato schiena diritta e legalità. «La repressione si deve accompagnare a un pacchetto di interventi per stroncare le connivenze incestuose con imprese e politica». Specie dopo il processo Spartacus, mentre tra i Casalesi è in atto una riorganizzazione interna e un ricambio dei vertici.
C’è ancora molto da fare. A preoccupare il magistrato di Giugliano non sono le minacce né l’isolamento ma la sensazione che «tutto quello che si fa possa sembrare inutile». Cantone ha paura che la gente perda fiducia nelle istituzioni e ceda alla rassegnazione. Già, la gente. Quella che lo ho guardato male, e piuttosto che averlo come vicino di casa, ha organizzato una raccolta di firme per mandarlo via. Perché non voleva problemi, perché «quel magistrato pensava solo a far carriera». Su di lui ne giravano tante. Corrotto, perché possedeva un’auto di lusso. Spregiudicato, perché aveva ambizioni politiche. A Gomorra i veleni sono nella terra, riempiono l’aria e rovinano la vita di un magistrato onesto. Anche l’innocenza di tuo figlio che ti chiede di andare allo stadio perché c’è la partita può essere usata contro di te. Cantone ricorda ancora quella domenica, il maresciallo che si presenta con un amico e la rabbia del giorno dopo in Procura quando gli chiedono se era stato allo stadio e con chi. Perché l’amico del maresciallo era stato intercettato nell’ambito di un’inchiesta sugli affari dei Casalesi mentre rassicurava uno degli indagati che quell’incontro poteva essere sfruttato a suo vantaggio se e quando ne avesse avuto la necessità. Quando si è in prima linea non ci si può fidare di nessuno. La diffidenza è un’armatura per sopravvivere, la migliore protezione possibile. «La calunnia fa più danni di un proiettile in testa». Cantone non ha dubbi. E ha ancora i brividi se ripensa a quel volantino in cui veniva accusato di non essere un magistrato onesto arrivato sul tavolo di tutti i colleghi, dei giornali, del Csm e perfino di Caselli e Borrelli. Un piano diabolico per screditare un sostituto procuratore che stava svolgendo un’indagine su una gigantesca truffa assicurativa. «Mi sentivo come se cercassero di fare una cosa peggiore che eliminarmi fisicamente». Cantone spiega che la distruzione di un magistrato passa attraverso la sua delegittimazione e ricorda come analogo tentativo fu esperito per screditare il lavoro di Falcone. L’ex pm si dice spaventato «sia dalle divisioni che spesso dilaniano il mondo dell’Antimafia, e lo rendono più debole, sia dalla capacità delle mafie di provare a distruggere l’onorabilità, e la dignità di chi li combatte». Ci hanno provato con lui, ci continuano a provare anche con Roberto Saviano. Ma se l’ex pm dice di essere riuscito a trovare un equilibrio «perché ho moglie e figli, un microcosmo in cui tornare ogni sera, penso che lui farebbe bene a lasciare l’Italia per riprendersi la sua vita da trentenne».
Cantone insiste sulla forza delle scelte e delle azioni positive per far crescere la società ma mette in guardia dalla diffamazione e dalla maldicenza. Quel virus occulto di cui la criminalità si serve per toglierti autorevolezza. Perché a Gomorra sfidare un Sistema che ha soldi, armi e collusioni vuol dire iniziare e non sapere come andrà a finire. Perché la lotta alla camorra significa lavorare in silenzio, senza preoccuparsi di ricevere nulla in cambio. Come fanno i magistrati, gli agenti della scorta, i preti di frontiera, e tutti gli eroi normali che si ribellano allo strapotere delle organizzazioni criminali. È al coraggio di questi uomini che il libro di Cantone rende giustizia. Perché si può anche pensare che non basterà, eppure provarci lo stesso. Perché certe scelte si fanno, e poi non ci si arrende ma si continua a cercare. Per amore del diritto. Solo per giustizia. Comunque sempre per la libertà di non rassegnarsi a chi dice che tanto nulla potrà mai cambiare.

Iniziativa
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 06:51:16, in Magistratura, linkato 1342 volte)
Lunedì 02 Marzo 2009 | Ultimo aggiornamento 14:43

Indagini a tutto campo

L'autobomba al Palazzo di Giustizia di Imperia:
nominato consulente dei Vigili del Fuoco

Imperia - In tale ottica sono stati esaminati diverse migliaia di fascicoli processuali del Tribunale di Imperia relativi agli ultimi anni. Questa mattina sono stati eseguiti ulteriori sopralluoghi tecnici sull’autovettura utilizzata per l’attentato.

La Procura della Repubblica di Imperia ha nominato un funzionario dei Vigili del Fuoco, l'ingegnere Alessandro Segatori, di Genova, quale perito nell'ambito delle indagini finalizzate a rintracciare gli autori dell'autobomba - una Fiat Punto, targata Savona, rubata alcuni prima, ad Alassio – piazzata, il 2 novembre scorso, sul retro del Palazzo di Giustizia di Imperia e non esplosa per un caso fortuito. Questa mattina e' stato eseguito un nuovo sopralluogo sulla vettura che conteneva due bombole del gas da cucina e due taniche di combustibile, pronte per esplodere se le fiamme appiccate alla striscia di gasolio avessero avvolto del tutto l'auto. Compito del perito sara' quello di stabilire la potenzialita' offensiva dell'ordigno, in relazione anche al posizionamento della vettura.

L'autobomba venne scoperta, alle 7 del mattino, da un agente della vigilanza, durante un giro di perlustrazione della zona. Continuano, nel frattempo, le indagini della Squadra Mobile di Imperia, in collaborazione con la Squadra Mobile di Genova, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Genova. Le indagini non hanno trascurato alcuna pista, anche quella riconducibile alla criminalità organizzata e o alla matrice eversiva, sia interna che internazionale.

Gli investigatori stanno anche valutando la posizione di soggetti, non necessariamente di alto spessore criminale, che possano avere motivi di intimidazione o vendetta verso tutti quei soggetti che a vario titolo hanno un ruolo attivo nell’amministrazione della giustizia imperiese; motivi di risentimento da ricondurre a procedimenti, civili o penali, tuttora in corso o conclusi con condanne. In questa ottica, sono stati esaminati diverse migliaia di fascicoli processuali del Tribunale di Imperia relativi agli ultimi anni.

di Fabrizio Tenerelli
Riviera 24
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 06:42:01, in Magistratura, linkato 1430 volte)
La guerra delle procure ha avuto effetti di gran lunga più devastanti, di ogni altro attacco politico alla libertà di giurisdizione della magistratura. Questi i risultati ...

Giustizia, la riforma deve partire dai magistrati

di ANGELO MIELE
Lunedì 02 Marzo 2009 12:42

Nel suo appassionato e appassionante intervento sul tema, tanto dibattuto, del testamento biologico (che evoca la morte quale rimozione della sofferenza), apparso sull’Avanti! di domenica 24 febbraio, dal drammatico titolo “Io, assassino confesso di mia madre terminale”, Aldo Chiarle - emblema vivente del verace socialismo italiano -, con riferimento al mio articolo del 17 febbraio, da una parte, mi gratifica dell’appellativo di “illustre giurista”, che non credo mi si addica, dall’altra, mi attribuisce conclusioni sul caso Englaro, da lui non condivise, che io certamente non ho inteso esprimere, posto che avevo portato la mia riflessione sulla competenza (il potere) a decidere della vita e della morte di un essere umano, finendo con il disapprovare l’intervento di magistratura, governo e capo dello Stato. Probabilmente mi espressi in modo non chiaro.

Detto questo, desidero esternare fraternamente al caro compagno Aldo tutta la mia comprensione per la sua personalissima e tragica esperienza, che certamente ha segnato e accompagnato il suo percorso vitale. Se può essergli di conforto, sappia che anche la mia vita è stata un susseguirsi di dolorose vicende, fin dalla giovanissima età: persi mio padre - socialista aderente al gruppo che a Benevento faceva capo all’onorevole Basile; persi di lì a qualche anno il mio caro e giovane fratello, vittima innocente dell’epidemia di tifo (allora, la penicillina, scoperta da Fleming, non era ancora in commercio in Italia), che seminò numerosi lutti tra la popolazione; seguì la distruzione della mia casa ad opera dei bombardieri americani, che rasero al suolo mezza città. Avevo appena quattordici anni!

E qui mi fermo, per non correre il rischio di scrivere, sia pure in breve, una specie di diario. Ho fatto cenno ad alcune vicende della mia vita solo per dire che la sofferenza è parte inseparabile della nostra (nostra: di tutti) esistenza ed è, allo stesso tempo, una scuola che ci forgia, e tanto più quanto la sofferenza ci tocca in profondità. Avrò modo di tornare su questo tema del destino esistenziale dell’uomo, che continua per me a essere motivo di angoscia e questa volta Aldo non dissentirà da me. Anche il tema del diritto, in quanto racchiude ed esprime l’esperienza umana, è un tema che è permeato dalla sofferenza, come appunto, il caso di Eluana Englaro, che ha riguardato non solo la sfortunata giovane, cui la vita non ha arriso che per breve tempo, ma per i di lei genitori e, perché no, per buona parte della collettività. Oggi si discute del diritto alla vita ma anche del diritto alla morte per eliminare la sofferenza senza speranza, a vuoto, e in Parlamento si sta approntando - tra irriducibili contrasti - la legge sul testamento biologico, che è ritenuto conquista di civiltà: io, non credente, ho qualche dubbio. E la sofferenza non è solo quella fisica, ma anche quella psichica, ad esempio la sofferenza per la giustizia che il Cristianesimo ha elevato alla beatitudine: beati coloro che soffrono per la giustizia ché di essi è il regno dei cieli!

Quando decisi di abbracciare la professione di avvocato - scartando quella del giudice che è, invece, chiamato ad applicare il diritto e, quindi a infliggere sofferenze - scelsi di dedicarmi al processo penale, che è un po’ l’inferno della giustizia, dove, come non mai, la sofferenza umana raggiunge indicibili livelli (il grande Carnelutti, lui si giurista illustre, affermava, nel suo “Colloqui della sera”, che il processo fa soffrire l’uomo non tanto perché è colpevole, quanto per scoprire se lo è). E il processo penale fa soffrire non solo il colpevole (e i suoi familiari), ma anche e soprattutto l’innocente, spesso esposto alla gogna della pubblica opinione. L’esperienza professionale mi ha convinto che la giustizia umana è in balia continua dell’errore (errare humanum est). Voltaire, nel suo “Dizionario Filosofico”, ammoniva che bisogna cancellare dal vocabolario la parola “certezza”, perché quando i giudici dicono di essere certi nel giudicare non sospettano che l’errore è un’insidia che si nasconde di continuo sul loro cammino. Ma, una cosa è l’errore effetto della limitatezza umana nel pervenire alla reale conoscenza delle cose (e perciò, per dir così, errore normale), altra cosa è, invece, l’errore che dipende dalla deficiente organizzazione dello Stato e della giustizia. Come dire: errore strutturale (che perciò è destinato a riprodursi). Gli errori della nostra giustizia sono all’ordine del giorno, come informano le cronache quotidiane e le periodiche statistiche.

Certo, da avvocato difendo (devo difendere) anche il colpevole, perché anche questi è un uomo, per quanto malvagio sia, e quindi anche questi ha diritto a un giusto processo, secondo la legge che lo regola, e a una giusta pena. Ma lungo la mia carriera, una carriera (ahimè) di quasi mezzo secolo, è maturata in me la convinzione che non basta più fare la storia degli errori giudiziari (ed è già una storia lunga), occorre che si riveda tutto il sistema giustizia per limitare, al massimo, l’incidenza dell’errore del giudice e, quindi, la sofferenza di chi è coinvolto, a qualsiasi titolo, nel processo. Penso, perciò, che per l’alta funzione cui sono chiamati, i sacerdoti della legge debbano avere una professionalità adeguata e portare la responsabilità dei propri atti. Invece tutti possono constatare la mancanza dei due requisiti: in un saggio dal titolo “Il magistrato senza qualità”, Vito Massimo Caferra, magistrato, esponeva assai realisticamente la situazione nella sua corporazione e metteva, soprattutto, l’accento sulla politicizzazione di alcuni settori della magistratura, che ha fatto perdere credibilità all’intera classe di magistrati.

Poi, persino le pietre sanno che il magistrato non paga mai per i suoi errori: certamente non paga sul piano politico, perché essendo mero impiegato dello Stato non è soggetto al rendiconto al popolo; non paga neppure sul piano civilistico, perché la legge 117/1988 sulla responsabilità dei magistrati ne esclude la responsabilità “nell’attività d’interpretazione della legge e di valutazione dei fatti” (quanto dire l’intera attività); infine, non paga quasi mai in via disciplinare, perché la disciplina, essendo gestita dal Consiglio superiore della magistratura, che è una specie di consorteria di correnti a sfondo politico, non dà ampie garanzie di obiettività.Pertanto, la carriera basata sulla sola età e la irresponsabilità sono i due maggiori fattori genetici degli errori dei giudici e dei pubblici ministeri (la malagiustizia). Ecco perché ho approfondito i miei studi sull’organizzazione e sul funzionamento della giustizia, pervenendo alla conclusione che bisogna rivedere la macchina della giustizia, ma anche l’aspetto relativo ai soggetti addetti ad essa.

L'Avanti
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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 10:36:11, in Magistratura, linkato 3987 volte)

Il titolo sembra l'ennesima bordata, ma l'articolo non è tanto male. Ormai certe testate trattano la magistratura come una volta trattavano i no global, durante il dopo Genova e prima di certi "storici" chiarimenti. E no, non è proprio una cosa buona. Ad ogni modo io ne approfitto per rinnovare i miei auguri per la promozione alla dottoressa Elena Riva Crugnola, come già anni fa quando seguivo le sedute del Consiglio Superiore della Magistratura.

E buon lavoro a Tutti da parte di Giustizia Quotidiana!


Il «Risiko» dei giudici: valzer di poltrone nelle aule del palazzo

di
Luca Fazzo

Una informata di nomine cambia il volto della giustizia milanese. Nel giro di pochi giorni il Consiglio superiore della magistratura ha dato il via ad una serie di decisioni che - mentre colmano i numerosi buchi vuoti nell’organico del tribunale - segnano l’approdo a posti chiave di un gruppo di magistrati - diversi per età, esperienze, orientamento - destinati a costituire il gruppo dirigente della giustizia meneghina nei prossimi anni. Sono i presidenti delle sezioni penali e civili del tribunale e d’appello, i magistrati che gestiscono in prima persona la delicata macchina dei processi.

Già definitiva è la nomina a presidenti di sezione in tribunale penale di Lucio Nardi e di Giovanna Ichino, per molti anni pubblico ministero. Nella commissione che screma le candidature si è registrato consenso unanime di tutte le correnti - e la nomina è quindi sostanzialmente scontata - anche per un altro gruppo di presidenti di sezione penale: sono Pietro Gamacchio, Aurelio Barazzetta e Guido Piffer, tutti già in servizio all’ufficio per le indagini preliminari, nonchè Annamaria Gatto e Oscar Magi, il giudice che sta conducendo in questi mesi il complicato processo agli 007 accusati di avere rapito l’estremista islamico Abu Omar.
Sempre nella giustizia penale, vanno a presiedere sezioni di corte d’appello i magistrati Carlo Crivelli, Marta Malacarne, Luigi de Ruggiero e Vito Tucci. De Ruggiero, ex pm ai tempi degli anni di piombo, faceva parte della Corte d’appello che condannò gli assassini del commissario Calabresi. Crivelli è un magistrato di grande esperienza, la cui carriera ha come unico neo l’infelice frase rivolta ad un pm durante uno dei processi a Berlusconi («è il sistema del bastone e della carota») che causò il rifacimento del processo. Anche Vito Tucci è un magistrato di grande esperienza, la cui nomina era stata finora ostacolata dal fatto di avere un fratello che fa l’avvocato a Milano: una incompatibilità che ora il Csm deve avere ritenuto superata (o almeno, in qualche modo, superabile).
Novità in arrivo anche per la giustizia civile, dove alla carica di presidenti di sezione la commissione del Csm ha nominato Elena Riva Crugnola, Laura Cosentini, Carla Maria Gatto e Filippo Lamanna.
Il quadro dei «colonnelli» della giustizia milanese sembra in questo modo sostanzialmente definito. Resta aperta la partita per i «generali», cioè i capi degli uffici, innescata dal pensionamento del procuratore generale Mario Blandini e del presidente della Corte d’appello Giuseppe Grechi. Per il posto di Blandini, dopo lunghe riflessioni, ha deciso di concorrere l’attuale procuratore della Repubblica Manlio Minale. Che, se ottenesse la promozione, lascerebbe libera una poltrona assai ambita. In pole position, il pm Ferdinando Pomarici (il cui collega Armando Spataro rinuncerebbe a correre per sostenerne la candidatura) e il procuratore aggiunto Nicola Cerrato.

Il Giornale
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CORTE DI APPELLO DI NAPOLI

Ufficio del Referente per l'Informatica del Distretto
 
Napoli, 14 gennaio 2009.
 
Prot. 4/09/R.I.D.
 
Ai sigg. Responsabili della Società che svolge assistenza informatica presso il Tribunale di Napoli
Al sig. Dirigente il Cisia di Napoli
 
E p.c.
 
Al sig. Presidente del Tribunale di Napoli
Al sig. Dirigente Amministrativo del Tribunale di Napoli
Ai magistrati e dirigente della sezione informatica del Tribunale
Al sig Presidente della Sezione Gip
Al sig. Presidente coordinatore della Corte di Assise
Al sig. Presidente coordinatore delle Sezioni Riesame
 
 
Oggetto: Cessazione della attività di assistenza fornita dall'esperto informatico sig. Giuseppe Di Spirito.
 

Ho ricevuto varie note scritte dal Tribunale di Napoli in riferimento alla cessazione dal servizio del signor Giuseppe di Spirito, tecnico informatico addetto all'assistenza presso gli uffici Giudiziari di Napoli.
 
In particolare, pressoché tutti i magistrati della sezione del Giudice per le indagini Preliminari e della Corte di Assise (e mi risulta che analoga nota è stata inviata, e mi deve ancora pervenire, dai giudici delle sezioni riesame) hanno segnalato il forte disagio dovuto al venir meno del servizio prestato dal sig. Di Spirito che è stato il principale referente tecnico per l'assistenza alle postazioni, tra l'altro, dei giudici.
 
Poiché, come mi è stato riferito in modo informale in occasione di una prima richiesta di notizie, la cessazione del rapporto con il signor Di Spirito non sarebbe collegata ad una riduzione del personale operante presso il tribunale di Napoli per conto del predetto consorzio, devo osservare come sia comprenzibile che tale decisione di estromettere dal servizio di assistenza il citato tecnico abbia effettivamente comportato un effettivo e profondo disagio per i magistrati ed il personale amministrativo.
 
Difatti, a parte la assoluta soddisfazione per il servizio fornito dal signor Di Spirito sotto il profilo strettamente tecnico, ritengo necessario sottolineare come lo stesso abbia acquisito la piena fiducia dei magistrati del tribunale; ciò risulta di importanza ancor maggiore per i magistrati della sezione dei giudici per le indagini preliminari, i quali hanno normalmente dati particolarmente segreti sui quali lavorano con i computers di ufficio e che manifestano la loro difficoltà a consentire l'accesso, di fatto incontrollato, alle proprie macchine da parte di personale a loro non ancora conosciuto. Questo significa che il venir meno della prestazione del signor Di Spirito, risulterà, certamente per vari mesi, probabilmente anche più a lungo, ragione per la quale sarà difficile avere prestazioni adeguate per il probabile rifiuto dei colleghi di lasciar operare i nuovi tecnici senza il diretto ed assiduo controllo del magistrato.
 
Al di là di quelli che sono i formali ed immediatamente apparenti vincoli contrattuali, devo far notare che il mantenimento in servizio di coloro che hanno operato adeguatamente ed hanno acquisito una capacità di adeguarsi alle esigenze dell'utenza, di garantire la assoluta affidabilità per quanto riguarda l'accesso a dati riservati (di fatto possibile per colui che compie attività di assistenza soprattutto alle macchine dei magistrati) è una fondamentale esigenza per una adeguata esecuzione delle attività demandate al consorzio. Il ricambio di personale senza ragioni oggettive che lo impongano finisce per ridurre la qualità della prestazione attesa laddove risultino necessari sia la specifica conoscenza dell'ambito di intervento - il che avviene anche per la assistenza diretta alle postazioni di magistrati e personale - che l' "affiatamento" con le persone con le quali operare.
 
Ritengo quindi chiedere alla dirigenza dell'azienda erogatrice del servizio di assistenza sistemistica, nonché al Cisia per quanto di competenza, in via principale che venga garantito la immediata ripresa del servizio da parte del signor Di Spirito; laddove vi siano oggettivi motivi ostativi prego di comunicarmeli con immediatezza in quanto devo rendere conto al Presidente del Tribunale di quanto sta avvenendo; il Presidente è stato allertato dai colleghi degli uffici indicati ed ha necessità di informazioni per un suo eventuale intervento atteso che sono investiti, fra le altre, attività in cui si pongono questioni di riservatezza e segretezza rispetto alle quali la continuità del personale in servizio è una esigenza fondamentale.
 
Ringrazio dell'attenzione e saluto cordialmente.
 
Magistrato Referente per l'informatica per il Distretto di Napoli - settore penale
Pierluigi Di Stefano
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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 09:06:36, in Sindacati Giustizia, linkato 2580 volte)
INFORMATIZZAZIONE SELVAGGIA
RE.GE. WEB: UFFICI GIUDIZIARI IN TILT

Assistenza Tecnica: Siamo Ostaggio dei Privati

LA SICUREZZA DEI DATI E' A RISCHIO



Nonostante i proclami del ministro Alfano sulla digitalizzazione e l'informatizzazione dell'amministrazione giudiziaria nessuno, o almeno troppo pochi per il momento, alza la voce sulla vergognosa gestione dei servizi informatici, ... e come sempre a pagare sono i lavoratori, giudiziari e non, ... ed i "non" sono i precari esternalizzati dell'Assistenza Tecnica.

I primi in affanno per la lentezza e la farraginosità del nuovo sistema di gestione dei registri informatici che dalla sua entrata in funzione ha gettato nella paralisi gli uffici giudiziari, ed i secondi che subiscono i tagli alle risorse finanziarie stanziate per l'informatica, ... o almeno così la vogliono far passare la politica selvaggia di licenziamenti degli esternalizzati delle ditte consorziate per l'assistenza.

Nonostante il coro di proteste levatosi per il licenziamento in tronco di uno dei tecnici più preparati ed affidabili del Tribunale di Napoli nulla è accaduto perché si arrivasse al reintegro nelle sue funzioni.
Siamo ostaggio dei privati, ... che continuano a gestire le attività nevralgiche degli uffici giudiziari con una mentalità da bottega.

Quindi? ... Giuseppe Di Spirito paga per tutti!!!
Cosa paga? ... il prezzo di aver visto bene dal primo momento e denunciato la vergognosa gestione delle esternalizzazioni.

Alfano? ... forse si meraviglierà ancora una volta chiedendo spiegazioni al DGSIA.

Intanto a Giuseppe va tutta la nostra solidarietà e ringraziamento, ... con l'impegno a denunciare tale deplorevole vicenda, auspicando in tempi brevi l'apertura di un confronto serio e serrato con i vertici ministeriali, ... aspettando che i responsabili di questa vergogna paghino!

Luigi Montesanto
http://uidagnapoli.org/download/notiziario/UILPA_UIDAG_NEWS32_FEB_09.zip
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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 09:00:11, in Sindacati Giustizia, linkato 2361 volte)
RITORSIONE CONTRO UN INFORMATICO A NAPOLI
- INFORMATICI "USA E GETTA" -

Venerdì 20 Febbraio 2009 00:00

Questa è l'incredibile storia di come le ditte private che operano nel Ministero della Giustizia gestiscono i Lavoratori e rispettano l’Amministrazione committente.
Il Sig. Giuseppe Di Spirito operava da molti anni come tecnico “ATU”, informatico esternalizzato presso il Tribunale di Napoli oltre che per l’ottimo lavoro svolto e la fiducia acquisita dall’Utenza, si era distinto per il suo costante impegno di carattere sindacale a difesa dei diritti fondamentali della sua categoria. La società “Td Group” (consorzio OIS.COM) subentrata l’anno scorso al posto della “Cm Consit” (dopo che i lavoratori erano rimasti senza stipendio!!!) lo ha mandato via alla prima occasione, confermando tutti gli altri e sostituendolo con un neo-assunto.

Alle proteste ufficiali della sede giudiziaria, che ha avuto disservizi, nessuno si è degnato di rispondere.

Ai Magistrati che chiedevano lumi nessuno ha fornito spiegazioni.

Queste sono le conseguenze delle privatizzazioni dei pubblici servizi.

Nessuna tutela per gli operatori e nessuna sicurezza che i compiti svolti siano sicuri ed affidabili.

Non importa se lavori con efficienza, i dati sensibili dei sistemi informatici degli Uffici Giudiziari si affidano a personale “usa e getta”! .

Associazione Nazionale Informatici Pubblici e Aziendali
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Mail/ Licenziamento informatico al Tribunale senza spiegazioni

Il Mattino

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Metropolis Napoli

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NAPOLI: MAGISTRATO CHIEDE CHIARIMENTI SU LICENZIAMENTO PERITO INFORMATICO ESTERNO

http://libero-news.it/adnkronos/view/67577

http://www.libero-news.it/adnkronos/view/67581

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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 08:10:56, in Osservatorio Famiglia, linkato 2179 volte)

Napoli, abusa di bimbo romeno di 8 anni
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- Pedofili, i quattro volti dell’orco: dal “cyber” al padre-padrone 

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ROMA (28 febbraio) – Tragedia familiare nel Comune di Nerola: una madre ha sparato alla figlia distesa sul letto accanto a lei, poi si è uccisa...

Pedofili, i quattro volti dell’orco:
dal “cyber” al padre-padrone


di di Massimo Martinelli
ROMA (28 febbraio) - L’orco del terzo millennio ha facce diverse. Almeno quattro; con voci differenti e differenti modi di agire. Lo chiamano ”criminal profiling”: disegna l’identikit del delinquente che stai cercando. Ma è roba da psicologi; perché se lo chiedi agli investigatori puri, quelli che vanno per le strade e sulla Rete a caccia di aguzzini, scopri che il criminale più odioso, quello che insidia i più indifesi, un profilo vero non ce l’ha: «Nessun ceto sociale e nessuna fascia d'età è immune da questi comportamenti - spiega Elvira D’Amato, responsabile del Centro di contrasto alla pedopornografia della Polizia Postale - abbiamo individuato pedofili di vent’anni e anche molto avanti di età, quasi ottantenni». Marco Strano è il presidente dell’International Crime Analisys Association, psicologo e criminologo. I pedofili li studia da vent’anni e li ha catalogati: «il profilo è eterogeneo, nel senso che non è univoco ma esiste una tipologia: almeno quattro categorie diverse». Ne parla a fatica, Marco Strano. E come lui stringe in denti Elvira D’Amato, che poi è una di quelle che deve sporcarsi le mani per catturarli, gli orchi che buttano la lenza sul web per adescare ultraminorenni. «Perché prevenire è conoscere. E per conoscere devi scendere in mezzo a loro, infiltrarti e inorridire per capire i meccanismi mentali di questa gente» spiega Elvira D’Amato. E la voce tradisce più di una emozione, più di una notte sveglia, più di un conato di vomito di fronte a certe storie, a certe immagini.

Marco Strano disegna i suoi quattro profili: «Il primo è il padre-padrone: livello culturale bassissimo, vive nei piccoli centri abitati, considera la moglie e i figli alla stregua dell’asino che ha nella stalla». Sono i più catturati, precisa lo psicologo: «Perché sono i meno capaci a sfuggire alle indagini, a nascondere gli indizi che li riguardano». E chissà perché, viene da pensare agli ultimi due arresti di Napoli.

La seconda categoria è quella dei pedofili di livello culturale medio-alto, la maggioranza: «Fanno turismo sessuale, navigano in rete, vanno anche con le donne, spesso sono sposati». Hanno problemi sessuali - spiega Strano - le donne li spaventano: «E hanno ripiegato sulle bambine e sui bambini». L’agghiacciante conferma di questa patologia arriva dall’abbassamento dell’età delle vittime: «E’ successo che quando le bimbe dodicenni hanno cominciato ad imitare gli atteggiamenti delle donne sicure della televisione, i pedofili hanno cercato vittime ancora più piccole».

Terza categoria: sono pochissimi e i più disturbati: «Il livello di parafilia, cioè di disturbo sessuale, è altissimo». Sono quelli che hanno preso coscienza del loro disturbo da giovani, anche a 15 anni, e hanno organizzato la loro vita in modo tale da avere stretti contatti con i bambini. «Di solito - spiega Elvira D’Amato - chi è consapevole di avere questo disturbo si sceglie anche un mestiere che agevoli la sua propensione: l’allenatore di bambini, l’istruttore di palestra, il maestro elementare».

La quarta categoria è fatta da cyber pedofili esclusivi: «Possono avere anche 65mila fotografie scaricate da internet e pagate venti dollari l’una; si dedicano alla masturbazione compulsiva - spiega Marco Strano - l’ottanta per cento di loro non cerca contatti reali e gli altri - almeno secondo una statistica americana - cercando di adescare in Rete». Internet è il loro terreno di caccia, ma anche il tallone d’Achille. Perché sulla rete prima o poi si lascia qualche traccia, e non è un caso che a pattugliare il web ci siano investigatori del calibro di Elvira D’Amato. Marco Strano conferma: «Fino al ’95, al ’96, quando internet non era diffuso, gli arresti erano molti di meno. Anche il turismo sessuale è difficile da inseguire, perché molti Stati difendono queste persone. Adesso è diverso».

C’è il problema dei tribunali colabrodo, inoltre. Il pedofilo di Napoli, ci fosse stata una sensibilità diversa in Procura, forse non si sarebbe trovato in libertà. Ma esiste un problema oggettivo: quello della piena attendibilità delle vittime, spesso in età infantile: «I minori riportano la ”loro” verità, che può essere reale oppure frutto delle suggestioni provocate, ad esempio, da quello che vedono in tv, quando nessuno li controlla. E anche lì vedono talvolta cose shoccanti - spiega Elvira D’Amato - e allora occorre cautela, perché c’è il rischio di creare dei mostri, accusare innocenti». E poi, forse, ci penserà il Parlamento a dare una mano a lei e agli altri investigatori della Postale: «Dovrebbe essere recepita una normativa europea: rendere reato anche l’adescamento. Finora la legge ci ha aiutato; ma se potessimo intervenire anche solo quando c’è adescamento, tutto andrebbe meglio».

Il Messaggero
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