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 shutoku - hi izuru tokoro no tenshi... di Lunadicarta
 
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Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente.

Bertolt Brecht
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 16/03/2009 @ 02:23:14, in Osservatorio Famiglia, linkato 1560 volte)
Il primo servizio delle Iene in argomento "Sesso e chat". Scioccante diranno alcuni. Certo, rispondo io. Ma considerata la mia esperienza diretta c'è decisamente di peggio in IRC e dentro alcuni forum, dove non di adolescenti disinibiti e/o pedofili di 30 anni ma di vere e proprie società del commercio di pornografia e "adescatrici" fin 40 enni.

La cosa peggiore è che si tratta di un mercato, in cui una grossa fetta dei proventi economici "bagna" una certa avvocatura telematica e alcune "vice presidenze", che non dovrebbero assolutamente fregiarsi di nomi di giuristi e magistrati celebri per questo genere di lavoro.
Il servizio di denuncia della IENA Elena Di Cioccio: chat a luci rosse tra ragazzi e ragazze?

Prima parte

Seconda Parte

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Di Loredana Morandi (del 16/03/2009 @ 01:03:45, in Magistratura, linkato 1225 volte)


Il pubblico ministero e le indagini sul potere


Sintesi del dibattito dell'11 marzo 2009



La professionalità e l'indipendenza del pubblico ministero rappresentano la condizione principale per non offrire pretesti al "potere" (politico, economico; talvolta criminale), da sempre, si potrebbe dire fisiologicamente, in cerca se non dell'impunità, almeno dell'immunità.

La sfida principale della professionalità consiste nel rispetto delle regole processuali, e nel rifiuto della tentazione di perseguire l'accertamento della "verità" e delle violazioni a qualsiasi costo, anche violando o forzando le regole. La prova più significativa dell'indipendenza è quella di esserlo non soltanto dal potere, ma anche dal consenso dell'opinione pubblica. Su questo terreno - se è lecita una sintesi estrema di quattro ore di dibattito, che possono peraltro essere ascoltate integralmente attraverso il sito www.associazionemag
istrati.it - si sono ritrovati tutti i partecipanti al dibattito sul "Pubblico ministero e le indagini sul potere", promosso dall'Anm a Roma (mercoledì 11 marzo, alla Residenza di Ripetta). Sulle soluzioni e sull'adozione dei protocolli investigativi, ed eventualmente dell'attribuzioni di funzioni di indirizzo alla procura nazionale antimafia, il contrasto è invece molto forte.


Le inchieste che non hanno saputo rispettare i requisiti di professionalità - attraverso l'uso improprio o l'abuso di strumenti processuali come le intercettazioni, o i cui titolari hanno cercato di ottenere pubblico consenso attraverso la denuncia rumorosa di non identificati "poteri forti"; o che hanno generato contrasti tra uffici giudiziari, gestiti con modalità abnormi - rappresentano fenomeni gravi e che in alcuni casi hanno suscitato la reazione degli organi disciplinari, ma non giustificano in alcun modo proposte di riforma che limiterebbero in modo irragionevole e non coerente strumenti di indagine come le intercettazioni telefoniche, o che intendono ridimensionare la disponibilità della polizia giudiziaria da parte del pubblico ministero, prospettando perfino (così la relazione del governo al disegno di legge di riforma del processo penale) l'avvio di una "concorrenza" ritenuta salutare tra polizia giudiziaria e pubblico ministero, premessa per un inaudito "controllo reciproco" tra i due organi.

Su queste analisi si sono soffermati soprattutto Luigi Ferrajoli (dell'Università di Roma Tre), Glauco Giostra (dell'Università di Macerata) e Paola Severino (vice rettore della Luiss Guido Carli). Quest'ultima ha tuttavia insistito sull'utilità di recuperare una "normalità" nell'uso degli strumenti di indagine, soprattutto nel senso di adottare di volta in volta quelli più opportuni. Le intercettazioni, anche a prescindere dall'invasività che coinvolge non di rado soggetti estranei alle indagini, in fase di giudizio si rivelano spesso inefficaci sul piano probatorio, laddove indagini di tipo tecnico (analisi contabili, flussi di denaro), sono molto più efficaci per accertare reati economici e di corruzione. L'evoluzione di quest'ultimo fenomeno - dai tempi di Tangentopoli, quando il terminale e la direzione dei flussi era rappresentato dalle segreterie politiche; alla situazione attuale, molto più frammentata ma altrettanto pervasiva, e presente a tutti i livelli di responsabilità delle pubbliche amministrazioni - è stata descritta da Alberto Vannucci, ricercatore all'Università di Pisa e autore di saggi (anche tradotti all'estero) sulla corruzione pubblica; e anche dall'avvocato Maurizio de Tilla, presidente dell'Organismo unitario dell'avvocatura, che ha difeso la necessità delle indagini sul potere, e criticato le ipotesi di separazione delle carriere (pur condivise dalla maggioranza dell'avvocatura) scorgendo il rischio di assoggettamento della magistratura. E perciò ha invitato magistrati e avvocati ad avviare iniziative credibili di autoriforma.

Sui rimedi e le soluzioni per prevenire abusi e patologie nelle indagini, ferme restando l'autonomia e l'indipendenza della pubblica accusa, il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, e il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, sono partiti da una analoga riflessione sulla necessità dei protocolli investigativi per assicurare uniformità dell'esercizio dell'azione penale, ma sono pervenuti a conclusioni opposte, sulle quali certamente molto si discuterà: Spataro ritiene che ogni riequilibrio debba avvenire nell'ambito dell'ufficio di appartenenza, da affidare a magistrati dotati di capacità e competenze elevate, anche sul piano organizzativo, ed eventualmente con l'utilizzo dei rimedi disciplinari e degli altri strumenti previsti dall'ordinamento; Piero Grasso ha invece prospettato un incisivo ruolo di coordinamento e di indirizzo della direzione nazionale antimafia, non solo per prevenire lacerazioni e conflitti tra procure, ma anche per evitare sovrapposizioni e interferenze nelle indagini su fenomeni che si estendono a vaste aree del territorio, o anche internazionali (come il traffico di stupefacenti).

Grasso ha fatto implicito riferimento a casi evidentemente a lui ben noti, dall'osservatorio della procura nazionale, come il coinvolgimento di più procure, di più sostituti della stessa procura (all'insaputa gli uni degli altri) e fino a cinque differenti polizie giudiziarie, in indagini sulle stesse persone. E ha motivato la sua proposta proprio con l'obiettivo di respingere i pretesti di riforme, il cui vero obiettivo non è la funzionalità della giustizia ma il ridimensionamento dei magistrati e della giurisdizione.

La replica di Armando Spataro è stata netta: «Non abbiamo bisogno di una autorità centrale, tocca alla magistratura riaffermare, valorizzare e difendere il suo ordinamento». E questo anche a prescindere, ha proseguito Spataro, dal rischio che il giorno in cui la procura nazionale non fosse più affidata a un uomo come Piero Grasso sarebbe semplicissimo assoggettare la procura nazionale al potere esecutivo e, attraverso i poteri di coordinamento, assoggettare e controllare l'attività di tutti i pubblici ministeri del Paese. In questo senso, l'atomizzazione della pubblica accusa, che pure favorisce alcune delle anomalìe lamentate, costituisce la maggiore garanzia per l'indipendenza del pubblico ministero da ogni potere.

Il presidente dell'Anm, Luca Palamara, e il segretario generale, Giuseppe Cascini, che hanno rispettivamente introdotto e concluso il dibattito, hanno tra l'altro respinto l'insinuazione che la reazione severa dell'Associazione (e del Csm) al conflitto tra le procure di Salerno e Catanzaro, sia dovuta a una sorta di patto tacito o, peggio, esplicito, con la classe politica: fermare le indagini sul potere, per evitare riforme sgradite ai magistrati. Un patto non soltanto illecito e scellerato, ma anche stolto e inefficace, visto che le proposte di riforme (non già sgradite ai magistrati, ma devastanti per la giustizia e quindi per i cittadini) sono tutt'altro che congelate, e anzi si moltiplicano e sono sempre più esplicite.

(Resoconto a cura dell'ufficio stampa dell'Associazione nazionale magistrati)

Il file audio video del dibattito è disponibile sul sito della ANM a questo link:

http://www.associazionemagistrati.it/multimediale.php?id=1849
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Di Loredana Morandi (del 16/03/2009 @ 00:59:36, in Magistratura, linkato 1380 volte)

Censura al “Corriere” e altri yesmen



La nuova Tangentopoli è peggio di quella del ’92: è più semplice e più raffinata nei meccanismi, è più remunerativa e più perfetta. Ed è per questo che è molto più difficile raccontarla su giornali e tv.
E quando qualcuno ci prova, viene “sollevato” dall’incarico. Storia di una censura al Corriere della Sera. E della metastasi degli yesmen tra giornalisti e magistrati.

Non ci sono martiri, né eroi in questa storia.
    E non c’è nemmeno un Humphrey Bogart che dica: “E’ la stampa, bellezza”. Ci sono soltanto giornali e giornalisti. Fatti della vita, che spesso sono fatti scandalosi, e modi diversi di raccontarli. Poteri forti e uomini deboli.
    Come forse qualcuno già sa, per il mio giornale, il Corriere della Sera, mi sono occupato per quasi due anni delle inchieste Poseidone, Why Not e Toghe Lucane dell’ex pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, e delle disavventure, chiamiamole così, di Clementina Forleo, da quando l’ex gip di Milano ha cominciato a occuparsi delle scalate bancarie illegali Unipol-Bnl-Antoveneta-Rcs.
    Su queste cose, e su altre molto simili, ho scritto anche un libro, “Roba Nostra” (il Saggiatore), in cui si narra di una Nuova Tangentopoli italiana: il primo punto fermo sul quale si basa questa riflessione. 
    Molti, a destra e a sinistra, naturalmente interessati a smontare sia il contenuto di queste inchieste, senza conoscerle né discuterle, sia l’idea stessa che possa esserci una Nuova Tangentopoli hanno di volta in volta cercato di liquidare le une e l’altra. Come un rigurgito di giustizialismo, come l’irresistibile mania di protagonismo dei soliti magistrati in cerca di autore, o come l’insopprimibile desiderio di riattivare quel circolo (definito sarcasticamente anche circo) mediatico-giudiziario che porta certe notizie fin sui giornali (ma guarda un po’). Insomma, tutto l’armamentario propagandistico che di fronte a un problema serio sposta sempre il problema un po’ più in là per parlar d’altro e rovesciare le parti. Così il problema, il “caso”, per tornare a noi, sono diventati de Magistris e Forleo.
    Sapete tutti com’è andata a finire. Forleo e de Magistris trasferiti con motivazioni risibili, pretestuose, addirittura inesistenti e le loro inchieste fatte a pezzi. Anche se alcuni mesi dopo la loro defenestrazione e l’uscita di “Roba Nostra” sono stati in molti, a destra e a sinistra, a riconoscere come stanno realmente le cose. Due persone, in modo particolare. L’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e Primo Greganti, sì, proprio l’uomo del “conto Gabbietta” e delle tangenti rosse. Entrambi, Ciampi e Greganti, hanno detto la stessa cosa: oggi non è “come”, ma è “peggio” di Tangentopoli ’92.
    Se la nuova Tangentopoli è più grave della vecchia, allora si capisce meglio perché scriverne e parlarne in tv e sui giornali è cosa molto, molto più difficile di quanto non lo fosse nel ’92. E non solo perché è cambiata l’aria, o perché ci sono dentro tutti (anche allora c’erano dentro tutti, ma alcuni hanno pagato e altri no), quanto perché questa Tangentopoli è davvero “nuova”: innanzi tutto è, al tempo stesso, più semplice e più raffinata nei meccanismi; poi, è più remunerativa e più nascosta; infine è di una trasversalità perfetta, in alcuni casi sembra studiata a tavolino affinché i suoi protagonisti “simul stabunt, simul cadent”.
    Per questa ragione, nessuno di noi (pochi) giornalisti che avevamo deciso di scrivere ciò che sapevamo si è mai illuso che il giorno dopo avrebbe continuato a scrivere sull’argomento. In questi ultimi due anni però, bene o male, ci siamo riusciti. Con prezzi alti, in termini di costi umani e professionali, ma ci siamo riusciti.
   Abbiamo scritto di questa Nuova Tangentopoli nonostante non operassimo in “pool”, come facevano i cronisti ai tempi di Mani Pulite, ma fossimo altrettanti cercatori di notizie “maledetti e solitari”. E nonostante tutti quei “colleghi” che, pur avendo le nostre stesse notizie, sceglievano di non pubblicarle, di non battersi all’interno dei rispettivi giornali per pubblicarle, o addirittura facessero a gara per “smentire” quelle notizie prima ancora di venirne a conoscenza e di verificarle.
   Per questa “presenza” del Corriere della Sera sulle inchieste più delicate del Paese, nell’estate del 2007, i magistrati di Matera indagati in Toghe Lucane mi hanno accusato (assieme ad altri quattro giornalisti e a un capitano dei carabinieri) di “associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”, un reato inedito e delirante, per il quale sono ancora indagato.
    Le indagini  a nostro carico sono state prorogate quattro volte. Ma per questa vicenda nessuna presa di posizione “garantista” da parte dei commentatori un tanto al chilo della “libera stampa”. Per questa vergogna, nemmeno un decimo dell’attenzione riservata da stampa e tv per le proroghe d’indagine, naturalmente subito condannate, decise nelle vicende abruzzesi, campane, toscane, in cui sono indagati politici e imprenditori, cioè i principali protagonisti di ogni tangentopoli che si rispetti.
    Con l’imputazione di “associazione a delinquere eccetera”, i magistrati di Matera mi hanno intercettato e hanno ascoltato tutto ciò che dicevo con i miei colleghi e con il mio direttore, e hanno intercettato - meglio sarebbe dire: spiato -,  anche l’ufficiale dei carabinieri e il pm de Magistris che parlavano delle indagini su quei magistrati indagati. I quali si sono trasformati d’autorità in indagatori dei loro indagatori (una vera e propria anticipazione, quasi un esperimento, di quanto avverrà a dicembre 2008, nella cosiddetta “guerra” tra le procure di Salerno e Catanzaro).
    Quando accadde tutto questo, che se non è un vero e proprio golpe giudiziario molto vi somiglia, tra i pochi a capire cosa stesse succedendo e cosa ci stessero combinando - come giornale e come informazione libera, intendo -, fu proprio Paolo Mieli. L’ho scritto anche in “Roba Nostra”, in un momento non sospetto. Quindi il valore di questa testimonianza è doppio.
    Mi disse Mieli: “La cosa più grave, più terribile che possano fare a uno di noi, a un giornalista, è questa. Intercettarlo e metterlo sotto controllo in questo modo. Dopo di che, possono solo sparargli”.
    Io lamentai il silenzio degli altri giornalisti. Ma capii che anche il direttore del mio giornale era sotto tiro e sotto pressione come me, a causa di quelle inchieste raccontate dal Corriere, e uscii dalla sua stanza forte di una convinzione: che “l’intesa” con un direttore che rischiava di suo facendomi scrivere certe cose valesse molto di più di scontate dichiarazioni di solidarietà dei “colleghi” e della “categoria” (che in ogni caso non ci sono state). Insomma, la migliore dimostrazione che non fossi solo e che non rischiassi l’isolamento era nel fatto che i miei articoli su quelle vicende, che ormai erano diventate il più grave scandalo giudiziario dal dopoguerra, potessero continuare a essere pubblicati.
    Invece, il 3 dicembre scorso, dopo un mio articolo ricco di nomi eccellenti sulle perquisizioni e sui sequestri ordinati dai magistrati di Salerno nei confronti dei magistrati di Catanzaro, sono stato improvvisamente “rimosso” da quel servizio. Stop. Basta. Senz’alcuna motivazione. E da quel momento non posso più scrivere di Salerno, Catanzaro, Poseidone, Why Not, Toghe Lucane.
    Ma come, lo stesso Mieli che fino a quel momento si era fatto “garante” della mia libertà e quindi della mia incolumità, proprio lui dice basta? Articoli fatti male? Tutt’altro. Qualche grave “scivolone” su un fatto, su una circostanza di rilievo, su un dettaglio? Nemmeno.
   Dopo, molti giorni dopo, nel mio giornale circolerà voce che ero stato rimosso perché ero “indagato”. Un tentativo debole di dare una motivazione alla mia rimozione. Ma anche un tentativo maldestro, perché non specificava che ero, e sono, indagato per quella acrobazia giuridica definita “associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”, elaborata strumentalmente dalla procura di Matera. Avrebbe dovuto scattare come un sol uomo, la “categoria”, di fronte a un fatto così grave e così palesemente fuori dalle regole del diritto. Per difendere me, ma soprattutto per difendere il principio di libertà e indipendenza dell’informazione. E invece eccola pronta a farne un motivo di autogiustificazione della propria condotta.  
    Ma poi, cosa c’entra Matera con la cosiddetta “guerra” tra le procure di Salerno e Catanzaro, che stavo seguendo?
    E in ogni caso, cosa c’entra accampare questa motivazione balorda basata su una figura di reato balorda, a sua volta basata sull’assenza di qualsivoglia processo o sentenza che abbia definito diffamatori i miei articoli? Articoli che, al contrario, in questi due anni hanno trovato via via conferma negli sviluppi delle indagini. Articoli che in diversi casi sono stati inchieste giornalistiche dalle quali – dopo – sono scaturite inchieste giudiziarie.
    Ancora. Si può davvero credere che siccome un giornalista viene querelato da un cittadino, o peggio da un indagato, debba per ciò stesso smettere di occuparsi dei fatti che coinvolgono quel cittadino o quell’indagato?
    Se siamo a questo punto, allora chiunque (ma già siamo su questa strada) userebbe la querela (e ormai anche la citazione al risarcimento danni) proprio per centrare l’obiettivo di togliersi (o far togliere) dai piedi il giornalista “indesiderato”. Come del resto è stato fatto per il pm Luigi de Magistris, quando ha iscritto tra gli indagati Clemente Mastella. Qual è stata l’abnormità logica, prima che giuridica, concepita in quel caso per trasferire de Magistris? Si è detto: un pm che indaghi sul ministro si mette in una posizione di conflitto di interessi con il ministro indagato… Ne consegue, quindi, che non si può indagare un ministro (nemmeno quando quel ministro, come nel caso di Mastella, era indagato per fatti risalenti al periodo in cui era senatore). Ma per favore!
    La verità è che io dovevo smettere di occuparmi di ciò che avevo seguito per due anni per una ragione molto semplice. Una ragione che trascende i direttori di testata. In Italia, poi, li sopravanza di parecchie lunghezze, non c’è gara. Ed è la ragione della forza.
    La forza dei poteri forti, che si sono sentiti in pericolo per le inchieste di magistrati che svolgevano il proprio compito di servitori dello Stato senza accucciarsi sotto l’ala protettiva dei politici e dei magistrati come loro. Ma, al contrario, hanno messo sotto accusa proprio i magistrati, come mai era stato fatto prima, facendo emergere un dato sconvolgente, che nessun procedimento disciplinare e nessun trasferimento potranno mai fiaccare.
    Questa storia, che non ha martiri e non ha eroi, è, pensateci bene, anche una storia di trasferimenti decisi da altrettanti poteri forti: la magistratura ha trasferito Forleo da Milano a Cremona e de Magistris da Catanzaro a Napoli, il Vaticano ha fatto cambiare aria al vescovo di Locri, monsignor Giancarlo Bregantini, mandandolo a Campobasso, l’Arma dei carabinieri ha trasferito nelle Marche il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris in Basilicata, la procura generale di Catanzaro (quella che secondo i magistrati di Salerno ha avocato illegittimamente l’inchiesta Why Not) ha sollevato dall’incarico il consulente informatico del pm de Magistris, Gioacchino Genchi. Mancava un giornalista. E’ toccato a me.  
    I poteri forti, dicevamo. Tra questi, vi è senz’altro la magistratura. Ma cosa fa paura davvero in tutta questa storia? Qual è la novità indicibile? Eccola. Partendo dalla Calabria e dalla Lucania, su su per l’Italia intera, stava venendo fuori ciò che in fondo tutti pensavano ma non osavano confessare nemmeno a se stessi. E cioè che non c’è mafia e non c’è tangentopoli e non c’è corruzione e non c’è sistema di malaffare che regga e prosperi, come purtroppo accade in Italia, se non ci sono interi pezzi di magistratura, soprattutto ai livelli direttivi, che garantiscono e coprono questo sistema di nefandezze e in moltissimi casi vi partecipano a pieno titolo.
    E’ stata la prima volta che un potere forte come la magistratura si è trovata a doversi confrontare non con il problema di alcune “mele marce” al suo interno, ma con una realtà ben più estesa e radicata, che minacciava, partendo da Toghe Lucane, di provocare uno sconquassante effetto domino per “il sistema”.
    Ecco dunque spiegata la corsa del ceto politico – ma non era l’avversario “storico” della magistratura? – a difendere i magistrati inquisiti per reati gravissimi e a garantirli nei loro posti e nelle loro funzioni. Mentre, insieme con il Csm e l’Anm, preparava il rogo per tutti i magistrati liberi, appassionati al loro lavoro, pronti a fare il proprio dovere, impartendo così una durissima lezione, che fosse d’esempio per tutti gli altri, ai due giudici “senza partito”, le pietre dello scandalo Clementina Forleo e Luigi de Magistris.
   Il potere forte “magistratura”, per esempio, prima ancora che il potere forte “politica”, non gradisce che si dica, e infatti non lo dice nessuno, che nel Palazzo di giustizia di Milano è rimasta chiusa nei cassetti per due mesi la risposta della giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato riguardante l’iscrizione del senatore Nicola Latorre sul registro degli indagati (sempre per la vicenda delle scalate bancarie).
    Siamo nella primavera-estate 2008. Il caso doveva essere trattato dal giudice competente, che era ancora il gip Clementina Forleo. Invece le carte, regolarmente trasmesse dal Senato il 29 maggio al presidente del tribunale di Milano, Livia Pomodoro, sono state tenute letteralmente nascoste negli uffici del Palazzo di giustizia fino al 29 luglio. Fino a quando cioè la Forleo, per un piccolo incidente domestico, ha dovuto ricorrere a qualche giorno di congedo per malattia. Appena la Forleo va in malattia, con la motivazione della “urgenza a provvedere” (l’urgenza? due mesi dopo?) le carte vengono tirate fuori e assegnate ad altro gip, Pietro Gamacchio. Il quale “in tempo reale” studia un processo complesso, che non conosce, e il primo agosto (il giorno prima del rientro della Forleo) rinnova la richiesta di autorizzazione all’iscrizione del parlamentare nel registro degli indagati.
    Dov’è l’inghippo? Nel fatto che a quel punto la procura di Milano poteva tranquillamente iscrivere Latorre nel registro degli indagati (e così D’Alema e gli altri parlamentari, perché la Camera dei deputati aveva già dato il nulla osta, affermando che non era necessaria l’autorizzazione del Parlamento). Ma non lo ha fatto. Grazie al gip Gamacchio. Infatti, in un caso del genere, dice la legge, il giudice “può” (può, non deve) rinnovare la richiesta di autorizzazione.
    Se Gamacchio non avesse fatto ciò che con ogni probabilità non avrebbe fatto la Forleo (qualora le avessero trasmesso gli atti che le spettava avere), a quest’ora le cose starebbero diversamente. Non ci sarebbero state tutte le danze inutili tra Roma e Strasburgo, tra parlamento italiano ed europeo, e Latorre, D’Alema e gli altri telefonisti, a loro garanzia si capisce, come per ogni altro cittadino, risulterebbero iscritti nel registro degli indagati.
     Ma questo, in Italia, non si può dire. Non si può dire che il “caimano” Berlusconi, bene o male, nelle aule di giustizia ci è entrato (giustamente) affinché alcuni processi a suo carico fossero celebrati. Mentre per il “caimano” D’Alema (e compagni) non ci può essere nemmeno la semplice iscrizione in un registro degli indagati.
     Ognuno a questo punto tragga le conclusioni che vuole, anche quelli ancora convinti che la logica del “meno peggio” sia opportuna o necessaria. Per la cronaca, resta  l’esito finale: Forleo trasferita e Gamacchio promosso a presidente di sezione.
    Queste cose, per chi volesse conoscerne tutti i passaggi e i dettagli, sono state da me già scritte in una nota (“Su Forleo e de Magistris è calato il silenzio totale”) pubblicata non sul giornale per il quale lavoro, bensì sul blog del giudice Felice Lima, “Uguale per tutti”. Quella nota è stata poi ripresa da “Dagospia” e ora è anche sul mio blog, carlovulpio.it. “Ne dobbiamo scrivere in rete, quasi fossimo esuli o clandestini”, così concludevo quella ricostruzione, che in qualunque altro Paese “a democrazia occidentale” avrebbe trovato almeno un giornale o una tv disposti a parlarne.
     Forse adesso si comprende meglio perché non è il 3 dicembre, non è la mia “rimozione” dai fatti di Catanzaro il cuore del problema. Quell’episodio è solo l’acme di una patologia. Di un sistema malato. In cui vi sono poteri forti non controllati né temperati da necessari contrappesi, tra i quali - essenziale, vitale – l’informazione. Che invece è fatta da “uomini deboli”, i giornalisti, una  categoria che non c’è.
    Per i giornalisti, o per la maggior parte di loro, l’idea che l’informazione sia prima di tutto un mezzo per difendere e garantire la democrazia è un’idea superata, o peggio, inservibile per far carriera e per scalare posizioni di potere.
     Se non fosse così, se fosse vero il contrario, non sarebbe passata sotto silenzio la intimidazione messa in atto da magistrati inquisiti che intercettano un intero giornale per sapere come ragionano i suoi giornalisti e per conoscere in anticipo cosa pubblicheranno. Se non fosse così, quei magistrati inquisiti e coloro che li hanno sostenuti, a tutti i livelli istituzionali, si sarebbero ben guardati dall’attuare l’azione eversiva di spiare i magistrati che indagano su di loro.
     Su questo, non c’è stata ancora una sola procura della Repubblica che abbia aperto un’inchiesta. Mentre il sistema dell’informazione si è ben guardato dal trattare l’argomento. Ma il silenziatore non ha funzionato. Non può più funzionare. Perché c’è un mondo reale, ormai, fatto di persone reali, che utilizzano lo strumento virtuale della Rete e che si parlano, si informano, si confrontano. E’ molto difficile ingannarle. E infatti, che questa mia “rimozione” dal “caso Catanzaro” non fosse solo un deprecabile episodio, ma il sintomo di una malattia ben più grave, che va ben oltre la mia persona e il mio lavoro, lo hanno capito subito qualche milione di frequentatori della Rete. Associazioni, singoli individui, blog noti come quelli di Beppe Grillo e di MicroMega, o meno noti (elencarli tutti non si può), e finanche un migliaio di giornalisti (ebbene sì, ce ne sono ancora) che hanno firmato un documento senza sbavature “corporativistiche”.
     Tutto questo ha un valore ancora più grande se pensiamo che negli altri Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, esiste una più o meno profonda convinzione che la stampa debba essere libera e indipendente. Mentre in Italia libertà di espressione e di informazione (sia come diritto a informare, sia come diritto a essere informati) sono ormai considerati beni di lusso, o armi improprie. O entrambe le cose. E quindi vanno tenute sotto controllo.
     Ecco, appunto, il controllo. Come si fa a controllare, a purgare, a troncare e a sopire, a narcotizzare, a seppellire? E qual è la “linea rossa” oltre la quale scatta il controllo e, zac, la tagliola si chiude?
    Rispondere a queste domande sembra facile. Si dirà: ci sono tanti modi per modificare un articolo, o per censurarne le parti più scomode. Si potrebbe cominciare da quel “taglia e cuci” praticato all’insaputa dell’autore da tempo immemore in tutte le redazioni, magari in nome della esiguità dello spazio, e si potrebbe finire con il pressing e con le “raccomandazioni” di un caporedattore, o di un membro della direzione, o del direttore in persona: raccomandazioni che in certi casi sono più cogenti di quelle emanate dalla Unione europea…
    Ma tagliare brutalmente un articolo è ormai considerato un modo primitivo di raggiungere l’obiettivo. Mentre il pressing e la “raccomandazione”, oltre a scoprire i giochi, possono creare antipatici incidenti diplomatici.
    E allora come si fa? Non si fa. Siamo in una nuova era, ormai. Nella quale, l’Uomo Nuovo – immaginiamolo come la creatura di Aldous Huxley trasferita in tutti i mezzi di comunicazione di massa – è uno Yes Man perfetto.
    Ecco, i giornalisti oggi sembrano dei replicanti, altrettanti Yes Men pronti a ubbidire. Ma la grandezza di questa ultima fase dell’evoluzione della specie è nel fatto che costoro ubbidiscono senza nemmeno attendere gli ordini. Che, attenzione, non sono sempre e necessariamente gli ordini di un Altro. Sono, ormai, gli ordini che lo Yes Man ha imparato a impartire a se stesso. Se non lo facesse si sentirebbe perduto. Oltre ogni autocensura, dunque, che pure si pensava fosse il massimo stadio del controllo della stampa “libera”.
    Poteri forti e uomini deboli, affinché il controllo totale delle notizie e delle loro chiavi di lettura sia sempre più efficace. La perfezione però si raggiunge quando il controllo si evolve in riflesso condizionato. La tomba di ogni senso critico. I cani di Pavlov.
    Se invece il meccanismo dell’autoimposizione non dovesse funzionare per una ragione qualsiasi, scatta il sistema d’allarme tradizionale. La catena di sant’Antonio delle telefonate. Da un giornalista all’altro, come dal brigadiere al maresciallo al colonnello, fino al generale e oltre. E naturalmente anche in senso contrario, poiché non si telefona mica soltanto “dal” giornale (o dalla tv). Si telefona anche “al” giornale (o alla tv). E le telefonate da un Palazzo all’altro non sono mica soltanto chiamate urbane, è ovvio.
    “E’ la stampa, bellezza”. Sollevarne uno per far sentire sollevati tutti gli altri. Ma non dura, vedrete.
 
Carlo Vulpio (da MicroMega di gennaio/febbraio 2009)

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Presentato a Trieste il Libro Bianco sulla Fini-Giovanardi


Le associazioni Antigone, Forum Droghe e La società della Ragione hanno presentato oggi a Trieste il “Libro bianco sulla Fini Giovanardi” (l. 49/2006). Nel rapporto sono illustrati e commentati i dati sulle conseguenze penali e sulle sanzioni amministrative della legge.

In primo luogo, occorre registrare che è aumentato notevolmente il numero dei tossicodipendenti presenti in carcere. Subito prima dell’approvazione dell’indulto (varato nel luglio 2006) i tossicodipendenti in carcere erano il 26,4% dei detenuti. Con l’indulto la percentuale è scesa notevolmente (21,4%), perché i tossicodipendenti sono spesso condannati per reati di modesta entità, e quindi molti di essi hanno potuto beneficiare del provvedimento. Nonostante questo, già alla fine del 2007 la percentuale di tossicodipendenti in carcere era risalita al 27,6%. Il numero dei tossicodipendenti detenuti cresce, dunque, con una velocità mai vista prima. Il fenomeno è ormai fuori controllo.
Rispetto a prima dell’indulto, infatti, cresce del 3,6% la percentuale di persone che quotidianamente entrano in carcere dalla libertà per violazione dell’art. 73 del DPR 309/90 (cioè l’imputazione di reato che riguarda la produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope), ma soprattutto aumenta l’ingresso dei tossicodipendenti: +8,4%. E se si entra facilmente, non altrettanto facilmente poi si esce. Il numero delle misure alternative è ancora fermo ad un quinto rispetto a quelle concesse alla metà del 2006.

Un dato fondamentale per comprendere quanto la legge Fini Giovanardi stia cominciando a incidere sulle imputazioni di reato riguarda i procedimenti pendenti. Rispetto a prima dell’approvazione dell’indulto, cresce del 31,5% il numero dei procedimenti pendenti per art. 73, e addirittura del 44,5% il numero di persone implicate in tali procedimenti. La macchina della criminalizzazione è lanciata a pieno regime, e gli effetti – che già si vedono sul sistema penitenziario per i tossicodipendenti – sono destinati ad aggravarsi.
Il dato relativo al numero delle persone in carcere (anche) per spaccio, tuttavia, resta invece per il momento stabile, per quanto comunque impressionante. Alla metà del 2008 il 38,2% dei detenuti è ristretto per l’art. 73, e addirittura il 49,5% dei detenuti stranieri. L’impatto del reato di spaccio sul carcere è incomparabile rispetto a qualunque altro reato per numero di presenze negli istituti di pena.
Ciò si spiega con il fatto che la legge Fini Giovanardi ha provocato una forte impennata nelle imputazioni, ma non ancora negli ingressi in carcere, ad eccezione – come detto sopra – dei tossicodipendenti.

È da segnalare che questa impennata nelle imputazioni (e, presumibilmente, tra non molto, negli ingressi in carcere), a seguito dell’approvazione della Legge Fini Giovanardi, non evidenzia una maggiore capacità di colpire il traffico di stupefacenti, quanto la volontà di punire o persone che, in realtà, detengono per proprio uso le sostanze ma assai più facilmente possono essere accusate di un reato che comporta dai 6 ai 20 anni di carcere o il piccolo spacciatore, italiano o immigrato, spesso tossicodipendente, che sopravvive e/o si procura le proprie dosi attraverso un’attività di spaccio “al minuto”. Ancora una volta, a pagare sono i più deboli, le principali vittime dell’ondata securitaria che ha investito il nostro Paese.

Infine, è da rilevare che è in aumento anche il numero delle sanzioni amministrative: al 31-12-2008 sono addirittura +62,6% rispetto al 2004.


TRE ANNI DI APPLICAZIONE DELLA LEGGE 49/2006 SULLE DROGHE
LIBRO BIANCO SULLA FINI-GIOVANARDI

Scarica il libro in formato pdf (252kb dal sito di fuoriluogo.it)


http://www.fuoriluogo.it/blog/2009/03/13/presentato-a-trieste-il-libro-bianco-sulla-fini-giovanardi/

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Di Loredana Morandi (del 16/03/2009 @ 00:26:19, in Magistratura, linkato 1304 volte)

Blitz dei carabinieri. Il poliziotto: Finalmente hanno gettato la maschera

Genchi perquisito, sequestrato l'archivio

L'ipotesi dei pm: tabulati telefonici acquisiti illecitamente, danneggiati politici e 007

ROMA — Adesso il presunto «archivio segreto» di Gioacchino Genchi, messo insieme grazie alla collaborazione nelle indagini dell'ex pubblico ministero di Catanzaro De Magistris, è sotto sequestro. I carabinieri del Ros sono entrati nei computer del poliziotto che fa il consulente privato delle Procure di mezza Italia, per estrarre i dati accumulati nel suo lavoro al fianco di De Magistris, vedere quali sono e come il perito li ha utilizzati. In particolare quelli sui contatti telefonici di parlamentari ed appartenenti ai servizi segreti. Ma anche per stabilire le procedure seguite per conservare, analizzare e sovrapporre gli elementi raccolti nelle indagini.

Il capo d'accusa mosso dalla Procura di Roma, firmato dagli «aggiunti» Nello Rossi e Achille Toro, fa esplicito riferimento a queste due presunte violazioni di legge. La prima: abuso d'ufficio «perché in più azioni esecutive nell'ambito di un medesimo disegno criminoso », Genchi «acquisiva, elaborava e trattava illecitamente i tabulati telefonici in uso a parlamentari, intenzionalmente arrecando agli stessi un danno ingiusto consistente nella conoscibilità di dati interni di traffico relativi alle loro comunicazioni, in assenza di vaglio ed autorizzazione preventiva delle Camere di appartenenza »; violando in questo modo, le garanzie sancite dalla Costituzione per deputati e senatori. Secondo ipotetico reato: abuso d'ufficio perché, sempre nell'ambito del «medesimo disegno criminoso», l'ex consulente di De Magistris «acquisiva i tabulati telefonici relativi ad utenze in uso ad appartenenti ai Servizi segreti, senza il rispetto delle relative procedure, con danno per la sicurezza dello Stato».

E questo non basandosi sul presupposto che tutti i telefoni di appartenenti agli apparati di intelligence siano coperti da segreto, ma in quanto secondo i carabinieri il perito non avrebbe attivato i procedimenti previsti dalla legge dopo l'opposizione di almeno un segreto di Stato. Genchi ha sempre negato questa circostanza, anche quando gli è stata contestata nell'audizione davanti al comitato parlamentare di controllo sui Servizi, ma ora la Procura — che ha ricevuto gli atti da Catanzaro e dallo stesso comitato presieduto da Francesco Rutelli — vuole verificare ogni ipotesi. Quando i carabinieri sono arrivati nel suo ufficio palermitano con l'ordine di perquisizione e sequestro (e nella casa di città e di campagna, nonché negli uffici dove ha sede la sua società), Genchi era fuori città. Poi è tornato e ha commentato: «Finalmente sono usciti allo scoperto e hanno gettato la maschera».

Più tardi, mentre si veniva a sapere che è in corso un procedimento disciplinare a suo carico per il contenuto di un'intervista, al telegiornale de La7 ha aggiunto: «Il motivo della mia delegittimazione nasce dalle inchieste sui mandanti esterni della strage di via D'Amelio in cui morirono il giudice Borsellino e la sua scorta». Il suo avvocato ha spiegato che parte dell'inchiesta romana riguarderebbe degli accessi all'anagrafe tributaria segnalati dalla Procura di Marsala, con la quale Genchi collaborava alle ricerche della bambina scomparsa Denise Pipitone. In una memoria consegnata a Roma il perito, che ribadisce di non aver mai violato le leggi e di non possedere alcun «archivio segreto», ha contestato la competenza degli inquirenti della Capitale a indagare sul suo lavoro. Ma i pm sono andati avanti con una perquisizione che — hanno voluto precisare — non ha intaccato né interferito col lavoro che Genchi continua a svolgere al fianco di altre Procure.

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Di Loredana Morandi (del 16/03/2009 @ 00:21:25, in Estero, linkato 1131 volte)

Pakistan: la “grande marcia” arriva a Islamabad e sale la tensione


marzo 16, 2009

Mentre è atteso per oggi l’arrivo a Islamabad, in Pakistan, dei partecipanti alla “Grande Marcia” iniziata giovedì per volontà degli avvocati che chiedono un sistema giudiziario più indipendente, nelle ultime ore è stata la fronda politica della protesta ad aver fatto salire la tensione.

Dopo che ieri il capo dell’opposizione Nawaz Sharif, posto apparentemente agli arresti domiciliari nella sua casa di Lahore, ha violato l’ordine, definito “illegale e immorale” e si è unito ai manifestanti, disordini si sono verificati in varie zone. Scontri e tafferugli tra manifestanti e poliziotti hanno avuto luogo soprattutto a Lahore, dove almeno 250 persone sono state arrestate. 

Ad alzare i toni soprattutto la notizia, smentita dal ministero dell’Interno, dell’ordine restrittivo nei confronti del capo dell’opposizione, il quale intendeca mettersi alla guida della ‘lunga marcia’ dal capoluogo del Punjab alla capitale Islamabad. 

Lo scaldarsi degli animi ha fatto cadere nel vuoto, almeno apparentemente, l’apertura del neo-presidente Asif Zardari, il quale sabato aveva offerto una soluzione di compromesso appoggiando la revisione del provvedimento giudiziario che ha escluso Sharif e suo fratello Shahbaz dalle elezioni in cambio della sospensione della protesta. 

La protesta degli avvocati

Cavalcata dall’opposizione politica, la “grande marcia” era stata organizzata dagli avvocati pachistani per chiedere maggior libertà per il sistema giudiziario da quello politico.

Una protesta analoga. due anni fa costrinse  alle dimissioni il presidente del Pakistan Pervez Musharraf.

La manifestazione dovrebbe toccare il suo apice oggi con un grande sit-in di fronte al Parlamento di Islamabad per spingere il nuovo presidente Asif Ali Zardari - capo del partito di governo Partito del popolo pakistano (Ppp) - a mantenere la promessa fatta in campagna elettorale di reintegrare i circa 60 giudici cacciati nel novembre 2007 dall’ex-capo di Stato Musharraf e sostituiti con uomini di sua fiducia.

Tra i nomi da reintegare spicca quello dell’ex-capo della Corte Suprema, il giudice Iftikhar Chaudhry, cacciato da Musharraf perchè poco controllabile. 

E quella dell’opposizione

Memore del successo della protesta degli avvocati nel 2007, il capo dell’opposizione ed ex primo ministro Nawaz Sharif ha quindi scelto di cavalcarla chiedendo ai suoi sostenitori di unirsi alla manifestazione degli avvocati e dandole un connotato politico ancora più marcato.

Nawaz Sharif, principale rivale politico di Zardari, accusa quest’ultimo di essere dietro la recente decisione della Corte Suprema che, in seguito a vicende giudiziarie, lo ha escluso dal diritto di candidarsi alle elezioni e dal ricoprire incarichi pubblici, divieto che riguarda anche suo fratello Shahbaz, la cui elezione a capo dell’esecutivo della provincia del Punjab è stata annullata dalla Corte.

Il rifiuto di Zardari di reintegrare il giudice Chaudhry era stata la ragione della rottura tra il Ppp e il partito di Nawaz Sharif, uscito secondo alle ultime elezioni, e passato all’opposizione.

Chaudhry era noto per le sue accuse nei confronti del governo del presidente Musharraf ma anche per la sua ostilità all’amnistia concessa a Zardari e alla moglie, l’ex primo ministro Benazir Bhutto, riguardo a processi aperti per corruzione, al fine di permettere il loro rientro in Pakistan e concorrere alle elezioni.


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Di Loredana Morandi (del 13/03/2009 @ 08:21:19, in Osservatorio Famiglia, linkato 1171 volte)

Le stragi nelle scuole in Europa, una lunga lista

Mercoledí 11.03.2009 18:10

Le stragi delle scuole, fenomeno tristemente ricorrente negli Stati Uniti, negli ultimi anni hanno funestato piu' volte anche l'Europa:

- Marzo 1996 - Gran Bretagna: Un uomo fa irruzione in una scuola elementare a Dunblane, in Scozia, uccidendo 16 bambini e i loro insegnanti prima di togliersi la vita.

- Febbraio 2002 - Germania: A Freising, in Baviera, un ex studente entra nell'istituto commerciale che lo aveva bocciato, e apre il fuoco uccidendo tre persone prima di suicidarsi.

- Aprile 2002 - Germania: A Erfurt, un ragazzo di 19 anni entra nella sua scuola e apre il fuoco su compagni e professori uccidendo 15 persone prima di togliersi la vita. Il motivo: non voleva fare il compito di matematica.

- Novembre 2006 - Germania: a Emsdetten, un ex studente di 18 anni entra nella sua scuola armato di esplosivo e fucili e apre il fuoco all'impazzata ferendo 11 persone prima di uccidersi.

- Novembre 2007 - Finlandia: A Tusula, a pochi chilometri da Helsinki, uno studente entra nel suo liceo e uccide a colpi di pistola sei compagni, un'infermiera scolastica e la preside prima di togliersi la vita.

- Settembre 2008 - Finlandia: A Kauhajoki, nel nordovest del Paese, apre il fuoco uccidendo 9 compagni di scuola e un impiegato prima di uccidersi.

- Gennaio 2009 - Belgio: Un uomo con il volto dipinto entra in un asilo di Termonde e uccide a coltellate due bambini e una maestra.

Affari Italiani

*****

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Stoccarda: ex studente fa strage a scuola, 16 morti
Poi si suicida davanti alla polizia


Strage della follia in Alabama
Uccide 10 persone e si suicida



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Qualche vecchio bloggers me ne vorrà sicuramente. Mi dispiace per ADUC, sì, ma è pur vero che consentire l'insulto per l'insulto è di per se una cosa stupida, e non serve a migliorare la libertà di espressione di nessuno. Soprattutto mostra il lato violento dell'anticlericalismo e se diviene pari alla violenza da Stadio val la pena di tacitarne i riottosi, essi null'altro costruiscono e a nulla partecipano nella società civile italiana se non all'insulto stesso.

La Cassazione ha ragione.

Quello che andrebbe fortemente censurato è sempre il commercio, specie quello di sesso. E mi dica Tiscali perché la community di scambisti di video porno è ancora aperta e attiva, mentre spende il mio nome per pubblicizzarsi e alzare il rank sui motori di ricerca. Soru, per questo genere di rapporti di forza, ha perso la Regione. E ben gli sta, perché gli affari sporchi e i voti di scambio li ha trattati anche ai danni di chi è del suo partito ...

Vero che il web abbia bisogno di una riallineata generale e smettiamola di beatificare Pirate Bay sulle pagine di Repubblica, per piacere. Oggi, su 4chan, è in distribuzione il link torrent a 3 video hard in cui il sesso si fa a "bagno di sangue". Alla lettera. Una distribuzione identica in tutto e per tutto a quella delle foto necrofile per pedofili.

L'associazione italiana Pirate Bay, infatti, ha tutto in mente fuorché la libertà di espressione o baggianate come lo sviluppo sostenibile. E il loro incensato avvocato sappiamo essere uno dallo stomaco di ferro. Lo abbiamo visto di persona su questo sito web, che gli sia di alloro questo e l'istigazione a delinquere correlata con le sue azioni.

In questo web, purtroppo, vige la sola legge delle tre "S", soldi, sporchi e subito.

L'articolo da Adnkronos

E in generale per altri spazi web come newsletter, mailing list, etc.

Giro di vite della Cassazione: la libertà di stampa non vale per blog e forum


La Suprema Corte respinge il ricorso dell'Aduc sottolineando che sono off limits tutte quelle manifestazioni contrarie al buon costume: "I nuovi mezzi di comunicazione del pensiero non soggiacciono alle regole del giornalismo".

ultimo aggiornamento: 10 marzo, ore 18:59
Roma, 10 mar. - (Adnkronos) - La Cassazione opera un giro di vite nei confronti dei blog, dei forum on line e di tutti i ''nuovi mezzi di comunicazione del proprio pensiero'' sottolineando che sono off limits tutte quelle manifestazioni contrarie al buon costume. Il motivo? ''I messaggi lasciati su un forum di discussione che a seconda dei casi può essere aperto a tutti indistintamente -dice la Suprema Corte- sono equiparabili ai messaggi che possono essere lasciati in una bacheca e non entrano nel concetto di stampa, sia pure in senso ampio''.

Applicando questo principio, la terza sezione penale (sentenza 10535) ha respinto il ricorso dell'associazione di consumatori Aduc contro la decisione del Tribunale del riesame di Catania che, lo scorso 30 giugno dopo aver revocato il sequestro di una parte del sito internet dell'Aduc aveva ordinato la rimozione delle espressioni e dei messaggi arrivati su un forum on line, inibendone l'ulteriore diffusione.

Come ricostruisce la sentenza di Piazza Cavour, alcune delle frasi incriminate, oltre ad avere offeso la religione cattolica mediante il vilipendio dei suoi fedeli e dei suoi ministri ''avevano travalicato limiti del buon costume alludendo espressamente a pratiche pedofile dei sacerdoti per diffondere il 'sacro seme del Cattolicesimo'''.

Inutile il ricorso dell'Aduc in Cassazione che tra l'altro ha contestato l'illegittimità del sequestro preventivo delle pagine web perché l'offesa ad una confessione religiosa non è contraria al buon costume. Piazza Cavour ha respinto il ricorso e ha ricordato che ''gli interventi dei partecipanti al forum on line non possono essere fatti rientrare nell'ambito della nozione di stampa''.

Questo perché ''si tratta di una semplice area di discussione dove qualsiasi utente o gli utenti registrati sono liberi di esprimere il proprio pensiero, rendendolo visionabile a tutti gli altri soggetti autorizzati ad accedere al forum, ma non per questo il forum resta sottoposto alle regole e agli obblighi cui è soggetta la stampa''.

Anche perché, annotano ancora i supremi giudici, ''il semplice fatto che i messaggi e gli interventi'' ospitati in un forum on line o in un blog ''non fa sì che il forum stesso possa essere qualificato come un prodotto editoriale o come un giornale on line o come una testata giornalistica informatica''. Il giro di vite, dunque, mette in chiaro la Cassazione riguarda tutti i nuovi mezzi di comunicazione del proprio pensiero vale a dire ''newsletter, blog, forum, newsgroup, mailing list, chat, messaggi istantanei''.

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Di Loredana Morandi (del 13/03/2009 @ 05:14:05, in Sindacati Giustizia, linkato 1201 volte)
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Di Loredana Morandi (del 12/03/2009 @ 22:14:24, in Sindacati Giustizia, linkato 1210 volte)
NAPOLI: PROTESTA PER LICENZIAMENTO PERITO INFORMATICO TRIBUNALE APPRODA AL SENATO

Napoli, 12 mar. - (Adnkronos) - La protesta dei 70 magistrati di Napoli contro il mancato rinnovo del contratto di lavoro di uno dei tecnici informatici del personale esterno approda al Senato. A farsi portavoce della protesta sono i senatori Teresa Armato, Maria Fortuna Incostante ed Enzo De Luca, che hanno presentato un'interrogazione al ministro della Giustizia Angelino Alfano e al ministro del Lavoro, salute e politiche sociali Maurizio Sacconi. La vicenda riguarda il licenziamento di un professionista dei sistemi informatici, Di Spirito, che negli ultimi 7 anni ha lavorato fianco a fianco alla magistratura in settori delicati ma che due mesi fa non ha visto rinnovarsi il contratto dalla Td-Group, la societa' ora in subappalto di Telecom Italia del servizio di assistenza informatica Spc.

"Ora neppure la Td-Group potra' piu' tacere - si legge in un comunicato stampa del Comitato lavoratori Atu - in quanto se i 70 magistrati, ovvero la stragrande maggioranza dell'organico del settore penale del Tribunale di Napoli, piu' il magistrato referente per l'informatica del Distretto di Napoli, Pierluigi Di Stefano, chiedono a gran voce ed in modo formale 'Perche' mai avete licenziato il Di Spirito, persona capace e di nostra fiducia?', i tre senatori campani chiedono al governo se sia lecita alla Td-Group una simile gestione privatistica della cosa pubblica in un Tribunale della Repubblica Italiana".

La richiesta al Governo della senatrice Armato e dei suoi colleghi, spiega il Comitato, e' quella di "prendere informazioni approfondite sulla societa' pisana Td-Group, il cui comportamento ad oggi e' decisamente inspiegabile e apparentemente votato all'ostilita' verso una singola persona - sostiene il Comitato - anche contro le dichiarazioni spontanee e firmate di 70 magistrati + 1". I senatori Armato, De Luca e Incostante invitano il Governo ad aprire un Tavolo di dibattito sindacale "per valutare procedure concorsuali agevolate finalizzate all'assunzione diretta degli attuali tecnici sistemisti impegnati nei vari appalti esternalizzati al fine di garantire in seno agli uffici giudiziari italiani la presenza di personale gia' formato, affidabile e perfettamente integrato con la struttura preesistente". (segue)

http://www.libero-news.it/adnkronos/view/77599


NAPOLI: PROTESTA PER LICENZIAMENTO PERITO INFORMATICO TRIBUNALE APPRODA AL SENATO (2)

(Adnkronos) - "Quello di Giuseppe Di Spirito - prosegue il Comitato di lavoratori Atu - non e' infatti un caso isolato in Italia, ma una penosa situazione di precarizzazione che si sta generalizzando sul territorio e che allarma la Magistratura. In Sicilia e' stato appena diffuso un comunicato Sindacale dei tecnici Atu che protestano per 2 mesi di stipendio arretrato". "In relazione alla mia vicenda - dice Di Spirito - il Comitato ha ricevuto proprio ieri una email di accorata solidarieta' dal magistrato capo della sede di Marano. Non solo Napoli, quindi, ha avuto modo di dolersi del mio allontanamento. Mi chiedo come mai sia accaduto tutto questo, visto che non ho mai avuto alcun tipo di segnale di non essere gradito alla societa'".

"Durante gli ultimi anni ho soltanto lavorato collezionando attestati di stima dalle strutture giudiziarie - prosegue Di Spirito - ed ho svolto nel contempo una attivita' di sensibilizzazione del mondo giustizia sulla condizione di precarieta' dei lavoratori Atu. E avrei ben donde di essere io contrariato di fronte ad un percorso lavorativo che mi ha visto retrocedere da un contratto a tempo indeterminato (con la precedente societa') ad uno a termine con la subentrante consorziata. Spero che il mio episodio serva ad accendere finalmente i riflettori su queste gravi vicende ignorate solitamente dai grandi media, in relazione alla gestione dei sistemi informatici del Ministero della Giustizia, a tutt'oggi sconcertante".

"Voglio ricordare - conclude Di Spirito - che in seguito al mio frettoloso allontanamento, a Napoli si era bloccato l'Ufficio Pagamenti del Tribunale e nessuno dei tecnici messi al posto mio e' stato in grado di sopperire. Benche' licenziato ho fornito una consulenza per rimetterlo in moto, semplicemente per il mio senso del dovere nei confronti di una struttura presso la quale ho lavorato per molti anni e nella quale ho tanta gente che mi stima, evidentemente chi mi ha conosciuto sa quanto valgo, diversamente da chi si e' limitato a prendermi dalla vecchia ditta che ha lasciato la commessa e poi licenziarmi dopo un anno, sulla base non si sa di cosa".

http://www.libero-news.it/adnkronos/view/77624


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