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Se subisci un'ingiustizia, consolati: la vera infelicità consiste nel commetterla.

Democrito
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Di Loredana Morandi (del 03/06/2010 @ 09:11:17, in Estero, linkato 1552 volte)
A mio personalissimo avviso la sola Corte, che potrà giudicare Israele per i crimini commessi contro la Freedom Flotilla, è la Audiencia National de Spagna. Nell'articolo che segue l'avvocato José Maria Ruiz Soroa analizza le violazioni al diritto internazionale, ed in particolare quelle all'articolo 101 del trattato Unclos e agli articoli 6.1 e 6.2 del trattato sulla sicurezza marittima SUA (il trattato del 1988, voluto dalla comunità internazionale dopo i fatti della Achille Lauro e sottoscritto da Israele nel 2009). L.M.


ANÁLISIS: El conflicto de Oriente Próximo

Un ilícito internacional

JOSÉ MARÍA RUIZ SOROA 02/06/2010

 La actuación de las Fuerzas Armadas israelíes al tomar por la fuerza el control de buques mercantes de otra bandera en alta mar (la Zona Económica Exclusiva, si existiera, sería considerada como alta mar a efectos de navegación), y al causar la muerte violenta a varios de sus tripulantes, viola patentemente el Derecho Internacional en lo que se refiere al principio de libertad en alta mar. Ningún Estado puede arrogarse facultades para restringir la libertad de circulación de cualquier buque por ese ámbito, ni menos ejercer la fuerza contra buques mercantes de otra bandera salvo en los contados casos en que lo autoriza el propio Derecho Internacional (piratería, trata de esclavos, sospechas de falsa bandera, etcétera). Y no cabe recurrir a la noción de zona o puerto bloqueado, propia del Derecho Marítimo de Guerra, cuando no existe tal guerra.

Sin embargo, los actos de los israelíes no pueden considerarse como un delito de piratería (susceptible de jurisdicción universal) de acuerdo con el Convenio del Derecho del Mar (UNCLOS 101), por la sencilla razón de que la piratería exige ineludiblemente para existir que el acto de fuerza se cometa "por un motivo personal", y aquí estamos ante motivaciones políticas o públicas.

Para salvar este vacío de tipificación se acordó en 1988 (precisamente con motivo del caso de terrorismo cometido contra Leon Klinghoffer, un judío-norteamericano a bordo del Achille Lauro) el Convenio Internacional para la Supresión de Actos ilícitos contra la Seguridad de la Navegación Marítima (SUA) que, este sí, tipifica como delito el apoderarse por la fuerza de un buque o de su control, o el realizar actos de violencia contra las personas embarcadas, por cualquier motivo que se efectúe, sea privado o público, económico o terrorista. Curioso: el Estado israelí ratificó hace muy poco este Convenio (entró en vigor para él en abril de 2009) casi justo a tiempo para poder violarlo.

El artículo 6.1 del SUA establece la jurisdicción obligatoria para sancionar los actos ilícitos en cuestión del país cuya bandera enarbola el buque en el cual o contra el cual se ha realizado el acto de fuerza. En este caso, si nos fijamos en el buque en el que se han realizado los actos más flagrantemente ilícitos, que es el buque turco Mavi Mármara, en el que se han causado varios muertos, sería Turquía como Estado de bandera el país legitimado para perseguir a los culpables y solicitar el amparo del Derecho Internacional para su entrega, incluyendo la posibilidad de acudir al Tribunal Internacional de Justicia en caso de que Israel se niegue a entregarlos.

Con carácter adicional, el artículo 6.2 del SUA establece la jurisdicción potestativa de otros Estados implicados, como aquellos de los cuales son nacionales las personas físicas afectadas: lo que confiere jurisdicción a los tribunales españoles, si quieren ejercitarla, puesto que existen ciudadanos patrios detenidos.

José María Ruiz Soroa es abogado.

El Pais
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Perché la strage della Flotilla è terrorismo


Mercoledì 02 Giugno 2010 21:01
di Claudia Milani – Megachip.


Le organizzazioni pacifiste attaccate affermano che al momento dell’assalto la nave Mave Marmara, battente bandiera turca, si trovasse a 75 miglia marine dalla costa della Striscia di Gaza e di Israele e avesse issato bandiera bianca. Israele non ha finora negato che l’assalto compiuto dalla Marina Militare Israeliana nei confronti della flotta si sia compiuto in acque internazionali.

Al Jazeera riporta, anzi, una dichiarazione di Avital Leibovich, portavoce dell’Esercito Israeliano, in cui si afferma «… è accaduto in acque esterne a quelle israeliane ma noi abbiamo il diritto di difenderci.» In questa frase si riassume, sotto il profilo strettamente giuridico, l’illegalità dell’azione militare in oggetto. Per poter comprendere quali diritti Israele potesse esercitare in acque internazionali e di quali crimini possa essersi macchiata, è necessaria una breve disamina di alcuni concetti basilari del Diritto Internazionale Marittimo e del Diritto Internazionale Umanitario.

La prima affermazione del principio per cui ciascuno è libero, per il diritto delle genti, di «viaggiare sul mare in quei luoghi e presso quelle Nazioni che a lui piaccia», si deve a Hugo Grotius, che nella sua Dissertazione «Mare Liberum» del 1601, sostenne la tesi della libertà di navigazione degli Olandesi contro le pretese portoghesi di esercitare diritti sovrani nell’Oceano Indiano.

Il concetto affermato da Grotius, relativo al mare come bene non suscettibile di appropriazione esclusiva e perciò aperto alla libera navigazione, è sopravvissuto a quattro secoli di Storia, trovando collocazione nella nuova Convenzione per la ricodificazione del Diritto Internazionale Marittimo (DIM), o Convenzione del Diritto del Mare, firmata a Montego Bay nel 1982, costituita da 320 articoli, entrata in vigore nel novembre del 1994, integrata da un Accordo applicativo che modifica la sua parte XI e che, secondo il disposto dell’art. 311, sostituisce le 4 precedenti Convenzioni di Ginevra.

Testo vincolante per i 2/3 della comunità internazionale e che molti Stati, che pur non l’hanno ancora ratificato, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno riconosciuto come testo guida in materia.

Il principio generale che informa l’intero Diritto Internazionale Marittimo è, secondo la Convenzione, che ogni nave è sottoposta esclusivamente alla sovranità dello Stato di cui ha nazionalità, ovvero il cosiddetto Stato di bandiera o Stato nazionale, al quale è riservato il diritto all’esercizio esclusivo del potere di governo sulla comunità navale, potere esercitato attraverso il comandante, che viene considerato quale organo dello Stato.

Esistono, tuttavia, ovvie limitazioni a detto principio. La prima e più rilevante è costituita dalle acque territoriali.

L'Articolo prosegue su Megachip.



Queste sono una zona di mare sulla quale si estende la sovranità dello Stato costiero, al di là della terraferma e delle acque (Ginevra, I,1,1, UNCLOS 2,1). L’ampiezza massima delle acque territoriali è attualmente stabilita in 12 miglia marine misurate a partire dalle linee di base (UNCLOS 3). Sulle acque territoriali ogni Paese ha la stessa sovranità di cui gode sulla propria terraferma. E tuttavia il principio della libertà dei mari trova spazio e parziale riconoscimento anche nelle acque territoriali, giacché vi è previsto il diritto di transito inoffensivo persino delle unità militari e mercantili straniere.

In linea generale si può affermare che i Paesi rivieraschi del Mediterraneo hanno adottato il limite delle 12 miglia delle acque territoriali. Anche la Siria ha ridotto a 12 miglia, con la legge n. 28/2003 del 19 novembre 2003, la propria precedente pretesa di 35 miglia di acque territoriali. La Grecia mantiene tuttora il limite di 6 mg dalla costa stabilito con la legge 17 settembre 1936, n. 230 nel 1936. Egualmente di 6 miglia è l’estensione generale delle acque territoriali della Turchia -che pure non ha ratificato la Convenzione del Diritto del Mare del 1982-, secondo l’art. 1 della legge n. 2674 del 26 maggio 1982.

In tema di acque territoriali è da osservarsi, altresì, che nell’ambito dell’Accordo del 4 maggio 1994 sulla Striscia di Gaza tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), con cui è stato attuato un primo riconoscimento dell’OLP come entità giuridica rappresentante il popolo palestinese, è stata prevista (Annesso I, art. IX) la creazione di una Maritime Activity Zone, ovvero una zona di attività marittima lungo la costa della Striscia di Gaza, estesa 20 miglia verso il largo, e pertanto sostanzialmente corrispondente alle cosiddette acque territoriali, divisa in tre zone di cui:

— le zona «K» e «M» contigue alle acque territoriali di Israele ed Egitto, della larghezza rispettiva di 1,5 ed 1 miglio, che costituiscono «closed areas», ovvero aree interdette alla navigazione palestinese, in cui la navigazione è riservata alle attività della Marina Israeliana;

— la zona «L», compresa tra le due zone precedenti», aperta alle attività di pesca e ricreative riservate ai battelli autorizzati dall’Autorità della Palestina.

Di fatto con la suddetta suddivisione si sono create le premesse per l’attribuzione di una fascia di acque territoriali al futuro Stato della Palestina.

Pertanto Israele gode di piena sovranità sulle acque prospicienti la propria costa fino al limite di 12 o 20 miglia marine e in tale tratto ben può esercitare poteri atti a tutelare la propria sicurezza nazionale. In linea meramente teorica, anche la Striscia di Gaza godrebbe di analoga sovranità.

Oltre il limite delle 12 miglia nautiche dalla linea di base, si estende un tratto di ulteriori 12 miglia –e quindi 24 miglia nautiche dalla costa - in cui lo Stato può continuare a fare valere le proprie leggi rispetto – principalmente - al controllo del contrabbando o dell'immigrazione clandestina. Si tratta della cosiddetta zona contigua.

In essa uno Stato può esercitare i controlli necessari a prevenire e reprimere le violazioni alle leggi di polizia doganale, fiscale, sanitaria o d’immigrazione vigenti sul proprio territorio (Ginevra, I, 24, 1.;UNCLOS 33, 1).

E’ oggetto di contestazione e dibattito la possibilità di esercizio della giurisdizione ai fini della sicurezza nazionale anche nella zona contigua. Pertanto, già nel tratto di mare compreso tra le 12 e le 24 miglia marine dalla costa, non è pacifico che lo Stato possa avere poteri atti a tutelare la propria sicurezza nazionale.

E’ inoltre pacifico che all’interno di essa le navi e gli aeromobili di tutte le nazioni, godano delle libertà dell’alto mare in analogia a quanto espressamente stabilito per la zona economica esclusiva (UNCLOS 58).

I battelli stranieri vi possono esercitare la pesca, a meno che lo Stato costiero non abbia proclamato la zona economica esclusiva o la zona riservata di pesca. Le navi da guerra straniere possono, in particolare, svolgere attività operative e di addestramento che prevedano anche l’uso di armi, senza che lo Stato costiero possa pretendere di interferire. La zona contigua, che per poter esistere deve essere formalmente proclamata, costituisce una porzione delle acque internazionali. Algeria, Cipro, Egitto, Francia, Marocco, Malta, Siria e Tunisia hanno dichiarato di avere istituito una propria zona contigua. Israele no. Questo significa che la giurisdizione di Israele passa direttamente dall’essere totale sulle proprie acque territoriali, ovvero dalla costa fino a dodici o venti miglia, ad essere nulla, poiché versa direttamente in acque internazionali. Ovviamente conserva il diritto di sfruttamento esclusivo delle risorse naturali nella zona economica esclusiva, anche nota con l'acronimo ZEE, ovvero l’area di mare che si estende per 200 miglia nautiche dalla linea di base.

Pertanto, al di là dei diritti di natura prettamente economica e di sfruttamento sulla ZEE e di quelli eventuali su una presunta zona contigua, è possibile affermare che il potere sovrano di Israele si esaurisce al limite delle proprie acque territoriali, ovvero entro e non oltre le dodici o venti miglia marine dalle proprie coste.

Oltre le acque territoriali di ogni Paese che si affacci sul mare, si estendono le cosiddette acque internazionali, categoria generale che comprende la zona contigua e la zona economica esclusiva- esse si estendono fino alle 200 miglia marine della costa e si fondono, per regime e dimensioni, con l’alto mare.

Al di là dei poteri dei singoli Stati sulla zona contigua e sulla zona economica esclusiva, che sono sostanzialmente diritti di natura economica e di sfruttamento delle risorse marine, le acque internazionali sono sottoposte al medesimo regime dell’alto mare, ovvero della zona di mare ulteriore rispetto a alle acque internazionali stesse. Secondo nozione consolidata (Ginevra, I, 1) per alto mare si intendono tutte quelle parti del mare che non appartengono al mare territoriale. Il termine alto mare indica gli spazi marini al di là della zona economica esclusiva e quindi non sottoposti alla sovranità di alcuno Stato. Negli spazi marini situati oltre la zona economica esclusiva cessa ogni tutela degli interessi degli Stati costieri.

L’alto mare è aperto a tutti gli Stati, sia costieri che interni, che possono esercitarvi, con l’unico limite di non intaccare le libertà degli altri Stati, tra le altre, le attività di navigazione.

Ogni Stato, sia costiero che interno, ha diritto di navigare in alto mare con navi battenti la sua bandiera le quali sono soggette alla sua giurisdizione esclusiva. Dal punto di vista giuridico il principio di riferimento è quello della «perfetta eguaglianza e completa indipendenza» di tutti gli Stati in un luogo come l’alto mare in cui non esiste alcuna autorità.

L’alto mare deve essere riservato a scopi pacifici e nessuno Stato può pretendere di assoggettarne alcuna parte alla sua sovranità.

L’alto mare è l’unica zona in cui trova ancora applicazione il classico principio della “libertà dei mari”, che ha dominato per secoli il DIM, il quale indica che il singolo Stato non può impedire e neanche soltanto intralciare l’utilizzazione degli spazi marini da parte degli altri Stati né delle comunità che da altri Stati dipendono. L’utilizzazione degli spazi marini incontra l’unico limite della pari libertà altrui. Sulle navi che vi transitano vige la legge di bandiera, cioè quella del Paese di appartenenza.

Anche nei confronti di navi sospettate di attività terroristiche, sono stati confermati i tradizionali principi della libertà dei mari secondo cui nessuno Stato può interferire in alto mare con la navigazione di un mercantile a meno di espressa autorizzazione del Paese di bandiera, ed è pertanto da escludersi l’esercizio di poteri di enforcement.

In linea generale, nessuno Stato può fermare o abbordare navi battenti bandiera straniera in acque internazionali.

I casi in cui uno Stato, in tempo di pace, pretenda di esercitare giurisdizione in acque internazionali nei confronti di mercantili stranieri senza la preventiva autorizzazione dello Stato di bandiera, costituiscono dunque un’eccezione alla regola generale e, come tali, devono essere rigorosamente giustificati.

Il principio è che nessuno Stato ha il diritto di interferire in tempo di pace con una nave di altra bandiera che navighi in alto mare, a meno che non si verta in una delle ipotesi in cui è esercitabile il diritto di visita o il diritto d’inseguimento.

Il diritto di visita è la facoltà attribuita alle navi da guerra di sottoporre a visita in alto mare, in tempo di pace, una nave mercantile straniera nei soli casi (Ginevra II, 22; UNCLOS 110, 1) in cui vi sia fondato sospetto che questa sia dedita alla pirateria o alla tratta degli schiavi, effettui trasmissioni radio o televisive non autorizzate, sia priva di nazionalità ovvero usi più bandiere come bandiere di convenienza.

La più recente prassi internazionale, recepita peraltro in accordi sul contrasto a traffici illeciti in mare (si pensi al terrorismo marittimo, o al traffico e trasporto illegale di migranti in mare), evidenzia comunque, nell’esecuzione in mare di visite ed ispezioni a mercantili, la necessità di operare secondo stringenti misure di salvaguardia per la tutela dell’integrità fisica, dei diritti umani e della dignità delle persone trasportate e della sicurezza dei mezzi e del carico, tenendo anche conto che i pericoli connessi alla messa in atto di abbordaggi in mare possono consigliarne la loro esecuzione in porto.

Qualora, a seguito della visita, i sospetti si rivelassero fondati, la nave mercantile potrebbe essere condotta, per gli opportuni provvedimenti, in un porto nazionale o in un porto estero ove risieda un’autorità consolare, purché si tratti di:

- una nave nazionale che eserciti pirateria o tratta degli schiavi, o che abbia commesso gravi irregolarità occultando la propria nazionalità (CN 200 e 202) o falsificando i documenti di bordo;

- una nave straniera dedita alla pirateria (UNCLOS 105);

- una nave priva di nazionalità (stateless);

Al di fuori di queste ipotesi, alla nave da guerra è solo consentito di raccogliere le prove dell’attività illecita, trasmettendo un dettagliato rapporto alle autorità superiori nazionali per l’inoltro allo Stato di cui la nave batte la bandiera: è questo, per esempio, il caso del danneggiamento di cavi e condotte sottomarine. Se l’esito della visita porti a ritenere infondati i sospetti, la nave fermata deve essere indennizzata per le perdite e i danni subiti.

Non risultando integrati gli elementi della fattispecie, Israele non avrebbe potuto neppure legittimamente esercitare il mero diritto di visita, il quale, come visto, benché a carico di navi sospettate dei crimini più odiosi quali la tratta degli esseri umani, deve comunque obbligatoriamente essere condotto dalla nave da guerra nel rispetto dei diritti e dell’integrità dei passeggeri.

E’ altresì da escludersi che Israele abbia legittimamente esercitato il diritto di inseguimento, che si sostanzia nel potere attribuito alle navi da guerra, alle navi in servizio governativo e agli aeromobili militari di inseguire una nave straniera quando si abbiano fondati sospetti che questa abbia violato leggi o regolamenti nazionali (Ginevra, II, 23; UNCLOS 111). L’inseguimento deve essere iniziato quando l’imbarcazione sospetta si trovi nelle acque interne, nelle acque arcipelaghe o nel mare territoriale dello Stato che effettua l’inseguimento o nelle acque contigue al proprio mare territoriale e può continuare in alto mare, al di fuori delle aree di giurisdizione nazionale, soltanto se non sia stato interrotto. Per potersi configurare un legittimo esercizio del diritto d’inseguimento è necessario che si siano realizzate cumulativamente tutte le condizioni previste dall’art. 111 della Convenzione del Diritto del Mare del 1982. Pertanto Israele avrebbe avuto diritto d’inseguimento qualora fossero stati integrati i seguenti requisiti: l’imbarcazione si sarebbe dovuta trovare, originariamente, in acque a sovranità israeliana o in acque ad esse contigue e dovrebbe, altresì, aver violato la legge israeliana.

Come conseguenza dell’esercizio illegittimo, sarebbe stato perfettamente congruo sotto il profilo strettamente giuridico l’intervento in alto mare di una nave da guerra della stessa bandiera del mercantile inseguito, al fine di proteggerlo dall’azione coercitiva della nave inseguitrice, cioè a dire l’intervento di una nave da guerra turca, il che tuttavia non si è verificato. E’ appena il caso di osservare che, qualora una nave sia stata fermata o catturata al di fuori delle acque territoriali in circostanze che non giustificavano l’esercizio del diritto d’inseguimento, essa deve essere risarcita per i danni e le perdite subite (Ginevra, II, 23, 7; UNCLOS, 111, 8).

Ma allora, vi è da chiedersi, se dalle considerazioni innanzi svolte appare evidente come Israele non avesse alcun diritto di interferire con la navigazione della «flottilla» in acque internazionali, né di esercitare neppure un semplice diritto di visita, né tantomeno di esercitare un legittimo diritto di inseguimento, in base a quale norma Israele è comunque intervenuto?

Nella nota rilasciata oggi dall’ambasciata israeliana in Italia, si legge una dichiarazione dell’Ambasciatore israeliano a Roma, Gideon Meir, il quale sottolinea che «Israele ha dichiarato, dal 2007, un blocco navale davanti alle coste di Gaza. Il blocco navale è completamente in linea con il diritto internazionale marittimo e, come previsto nella normativa, è vietato il passaggio a qualsiasi nave civile e militare non autorizzata».

Il blocco navale, o naval blockade, è una misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di uno Stato belligerante. Si tratta di una misura di interferenza con la navigazione neutrale e, ovviamente, con quella nemica, volta a impedire tutte le comunicazioni marittime, in ingresso ed in uscita dalle coste nemiche nel corso di un conflitto armato e, di regola, dovrebbe svolgersi in prossimità delle acque territoriali nemiche.

La prassi del blocco è disciplinata, se si esclude la Dichiarazione di Parigi del 16 aprile 1856 sui Principi della Guerra Marittima, da norme di natura consuetudinaria, non essendo mai entrata in vigore la Dichiarazione di Londra del 26 febbraio 1909 sul Diritto della Guerra Marittima destinata a regolamentarla.

Tuttavia, con l’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite del 1945, il blocco non può ritenersi consentito al di fuori dei casi di legittima difesa di cui all’art. 51 della stessa Carta: esso contrasta infatti con l’art. 2, nn. 3 e 4 che vieta il ricorso all’uso della forza nelle relazioni tra gli Stati, come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Per questo motivo «il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato» è compreso tra gli atti di aggressione (ci sia stata o no dichiarazione di guerra) dall’art. 3, lettera c della Risoluzione dell’Assemblea Generale delle NU 3314 (XXXIX) del 14 dicembre 1974.

Ammesso in ipotesi che sussistessero le condizioni di legittima difesa tali da sostenere la legittimità di un simile blocco imposto sulla Striscia di Gaza, la presenza del blocco stesso configurerebbe pacificamente Israele quale stato occupante e perciò lo vincolerebbe al disposto della Quarta Convenzione di Ginevra, ovvero la Convenzione per la protezione delle persone civili in tempo di guerra firmata a Ginevra nel 1949 e che è posta alla base delle fonti del Diritto Internazionale Umanitario. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite già nel 1979 dichiarò che ai territori occupati da Israele nel 1967 si dovesse applicare la Convenzione in oggetto. Pertanto, anche nell’ipotesi in cui il blocco fosse legittimo, Israele sarebbe comunque obbligato a garantire alla popolazione di Gaza il rispetto del diritto umanitario e men che mai potrebbe, pertanto, opporsi all’arrivo di una flotta carica di aiuti umanitari. Al contrario, sarebbe obbligata a consentirne l’accesso, pena la violazione della Convenzione stessa.

Tuttavia, Israele ha sempre sostenuto che la Quarta Convenzione sia inapplicabile ai territori occupati, giacché la Convenzione è destinata ad essere applicata solo ai territori occupati ma dotati di sovranità, sovranità che Israele non riconosce ai territori occupati. Una simile affermazione sfugge a qualunque inquadramento non solo giuridico ma anche meramente logico induttivo.

Vi è altresì da osservare come, a dispetto di quanto affermato oggi dall’Ambasciatore israeliano, Israele continua a sostenere di non occupare più Gaza dal 2005.

E tuttavia, al di là degli abiti più o meno giuridici con i quali si voglia vestire l’occupazione, il ragionamento è stringente: se sussiste un blocco, si deve rispettare la Convenzione di Ginevra e permettere l’ingresso degli aiuti umanitari; se il blocco non sussiste, non sussiste neanche la questione, giacché qualsivoglia imbarcazione sarebbe libera di raggiungere il porto di Gaza.

La succitata dichiarazione del portavoce dell’Esercito Israeliano, in cui si afferma «… è accaduto in acque esterne a quelle israeliane ma noi abbiamo il diritto di difenderci» potrebbe integrare una volontà di ascrizione dell’accaduto nella Legittima Interdizione Marittima, riconducibile alla figura elaborata dalla marina statunitense di Maritime Interdiction Operations. Le MIO, inquadrate nell’ambito più generale delle Maritime Security Operations (MSO), indicano l’attività di sorveglianza e interdizione del traffico marittimo commerciale di qualsiasi bandiera posta in essere da navi da guerra sulla base di un embargo navale decretato dall’ONU o nell’ambito dell’esercizio del diritto di legittima difesa internazionale.

Sebbene di norma le MIO costituiscano misure applicative di specifiche Risoluzioni ONU che stabiliscano un embargo navale - come nel caso del regime sanzionatorio marittimo verso la ex Iugoslavia adottato con le Risoluzioni 713, 724, 757, 787 e 820 nel periodo 1992-1995, o dell’embargo nei confronti dell’Iraq iniziato nel 1991 sulla base della Risoluzione 665 -, esse possono trovare substrato giuridico nel principio della legittima difesa internazionale, ex art. 51 della Carta, o anche nella difesa preventiva.

Questa può assumere la forma della anticipatory self-defence, quando si è nell’imminenza di un attacco armato, ed è da escludersi che tale forma risultasse integrata giacché Israele non stava per subire alcun attacco armato, o della pre-emptive self defence, qualora si voglia evitare una potenziale minaccia. Ed è questa l’unica categoria nella quale potrebbe rientrare una qualsiasi pur pacifica interferenza della Marina Militare Israeliana nei confronti di imbarcazioni straniere in acque internazionali. Peraltro la giustificazione della pre-emptive self defence è già stata storicamente posta a fondamento di operazioni marittime: si pensi al blocco di Cuba messo in atto dagli Stati Uniti nel 1962, definito «Maritime Quarantine», o a quelle più recenti condotte a partire dal 2002 contro al-Qa‛ida nel Golfo Arabico, integrante un vero e proprio blocco navale.

In tali ipotesi, le navi da guerra impegnate in operazioni di interdizione adottano misure navali di interferenza con la libertà di navigazione dei mercantili di bandiera straniera. E tuttavia risulta arduo riuscire a riscontrare la radice giuridica della loro legittimità, che potrebbe sussistere solo sulla base di un generico riferimento al regime della neutralità marittima proprio dei conflitti armati sul mare. Cioè a dire che Israele attuerebbe non già un’autodifesa anticipata rispetto ad un eventuale attacco armato ai suoi danni - anticipatory self-defence-, ma un’autodifesa preventiva -pre-emptive self defence- atta a contrastare una minaccia generica e solo potenziale, e sulla base di tale temuta minaccia attuerebbe un’interdizione marittima delle acque internazionali mediterranee.

E’ appena il caso di ricordare che, anche in caso di legittime interdizioni marittime, le misure adottabili dalla marina sono nell’ordine:

- query, ovvero richiesta di identificazione e di informazioni circa destinazione, origine, immatricolazione e carico;

- visit and search, ossia fermo, visita e ispezione;

- diversion, dirottamento in porti diversi da quelli di destinazione anche in vista dell’eventuale sequestro del carico qualora ciò sia autorizzato da Risoluzioni ONU;

- uso della forza secondo principi di necessità, proporzionalità e gradualità contro i mercantili che non obbediscono all’intimazione di fermo.

Questo è quanto, secondo il diritto consolidato, pur sulla base delle suesposte fragili motivazioni poste alla basa di una simile necessità, si sarebbe potuto legalmente verificare.

Appare opportuno smentire le voci che qualificano l’intervento israeliano come un atto di pirateria. Difatti, costituiscono pirateria gli atti di depredazione o di violenza compiuti in alto mare o in zone non soggette alla giurisdizione di alcuno Stato per fini privati dall’equipaggio di una nave o aereo privato ai danni di altra nave o aereo privato (Ginevra II,15; UNCLOS, 1O1 e 102).

Il fine privato può anche essere diverso dallo scopo di depredazione (animus furandi) ma la nave che esercita l’atto di violenza deve essere comunque privata e non statale. Allo stesso modo non rientrano nella relativa nozione gli atti di violenza o depredazione posti in essere da una nave ai danni di un’altra nave per fini politici.

Si potrebbe, al contrario, ravvisare un ben più grave atto di terrorismo marittimo. La materia costituisce oggetto della Convenzione di Roma del 10.3.1988 per la repressione dei reati diretti contro la sicurezza della navigazione marittima, la quale è stata conclusa sotto gli auspici dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) per porre rimedio alle lacune della normativa internazionale in tutti quei casi in cui l’aggressione, difettando di alcuni requisiti per l’inquadramento nella nozione di pirateria, sarebbe rimasta scoperta di qualsivoglia abito giuridico.

Rientrano, pertanto, nella nozione di terrorismo marittimo tutti i casi di violenza commessi per finalità politiche o terroristiche a bordo di una nave privata che non possono essere considerati come pirateria. Tra le ipotesi criminose previste vi sono gli atti di violenza e minaccia per impadronirsi di una nave o causare danno a una persona imbarcata.

La Convenzione si applica nel caso in cui le azioni suindicate, che debbono essere commesse per mettere in pericolo la sicurezza della navigazione latamente intesa, in aderenza alla nozione di safety, vengano compiute quando la nave è in acque site «al di là dei limiti esterni del mare territoriale di un solo Stato» o, in base alla sua rotta, stia per navigare in tali acque o provenga dalle stesse. L’azione condotta dalla Marina Militare Israeliana potrebbe integrare tutti i requisiti per essere qualificata come atto di terrorismo marittimo.

Ma vi è di più. L’azione condotta dalla Marina Militare Israeliana potrebbe integrare anche una fattispecie di terrorismo tout court, stando alle definizioni del terrorismo date dall’ONU.

Si pensi alla definizione di terrorismo adottata per consensus dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella Risoluzione 49/60 del 9 dicembre 1994: «atti criminali finalizzati o volti a provocare uno stato di terrore tra la popolazione, all’interno di un gruppo di persone o tra determinate persone per fini politici. –Tali atti- sono, in ogni circostanza, ingiustificabili, quali che siano le considerazioni di natura politica, filosofica, ideologica, razziale, etnica, religiosa o di qualsiasi altra natura che possano essere addotte per giustificarli.»

Ancor più utile appare la cosiddetta definizione globale “indiretta” di terrorismo della Convenzione delle Nazioni Unite del 1999 per la soppressione delle attività di finanziamento del terrorismo che, all’art. 2, definisce indirettamente il terrorismo come «ogni atto finalizzato a causare la morte o lesioni personali gravi ad un civile o ad ogni altra persona che non prende attivamente parte alle ostilità in una situazione di conflitto armato, quando lo scopo di questo atto, per propria natura ovvero per il contesto nel quale viene commesso, è quello di intimidire una popolazione ovvero di costringere un governo od una organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un determinato atto.»

Secondo Antonio Cassese, vi sarebbe la convergenza della Comunità internazionale su una nozione di terrorismo basata sui seguenti tre elementi: 1) gli atti posti in essere devono essere atti penalmente rilevanti per la maggior parte dei sistemi giuridici nazionali (omicidio, sequestro di persona, tortura ecc.); 2) essi devono avere la finalità di imporre ad un governo o ente internazionale di compiere o astenersi dal compiere un determinato atto, spargendo il terrore nella popolazione; 3) tali atti devono essere commessi sulla base di motivazioni politiche, religiose ovvero ideologiche, non devono pertanto essere motivati dal perseguimento di fini di lucro o interessi privati.

Il terrorismo come crimine internazionale autonomo. Gli atti terroristici possono essere qualificati come crimini internazionali laddove possiedano le seguenti caratteristiche: 1) devono esplicare i loro effetti in più Stati per persone coinvolte, mezzi impiegati, grado di violenza sprigionata; 2) devono essere commessi con il sostegno, la tolleranza o l’acquiescenza dello Stato nel cui territorio è insediata l’organizzazione terroristica. Il fatto che uno Stato sia incapace di debellare un’organizzazione terroristica che si trovi sul suo territorio (acquiescenza), oppure incoraggi o tolleri (sostegno o tolleranza) la sua presenza attribuisce internazionalità all’attività terroristica. Tale connotazione internazionale dell’atto terroristico lo rende una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, la terza e ultima caratteristica necessaria per poter qualificare l’atto terroristico come un crimine internazionale.

Atti di terrorismo e crimini contro l’umanità. Un atto di terrorismo è un crimine contro l’umanità laddove possa essere inserito nel contesto di una politica, statale o non statale, diretta alla commissione sistematica e generalizzata di atti inumani. Non vi è dubbio che l’attacco armato ad una missione umanitaria composta da volontari pacifisti in acque internazionali ben possa integrare un crimine contro l’umanità.

Competente a giudicare sui «più gravi crimini di portata internazionale», che costituiscono «motivo di allarme per l’intera Comunità internazionale» (artt. 1 e 5 Statuto CPI) è la Corte Penale Internazionale, il cui trattato istitutivo è entrato in vigore il 1 luglio 2002, al raggiungimento del deposito della 60a ratifica. Essa ha competenza a giudicare, tra gli altri, sui crimini contro l’umanità (art. 7), sui crimini di guerra (art. 8), e, formalmente, anche sul crimine di aggressione (art. 5, par. 2). Tuttavia, la competenza della CPI sull’aggressione è sospesa fino a quando l’Assemblea degli Stati parti della CPI non adotterà una definizione del crimine contro la pace costituito dall’aggressione. La CPI può intervenire sui crimini commessi nel territorio di uno Stato parte dello Statuto - ma Israele non ha mai ratificato il Trattato istitutivo -, oppure sui crimini commessi da persone aventi la nazionalità di una Parte contraente. L’attività della Corte è incentrata sul principio di complementarietà (art. 1), nel senso che la repressione dei crimini internazionali è riservata alla CPI solo laddove si riscontri che lo Stato che ha giurisdizione sia unable or unwilling, incapace o non intenzionato ad avviare e svolgere il processo (art. 17).

Una situazione nella quale siano stati commessi crimini internazionali può essere portata all’attenzione della Corte secondo tre diverse modalità.

E’ riconosciuto un potere generale di ogni Stato parte dello Statuto di richiedere alla Corte di indagare su ipotesi di commissione di crimini.

Il procuratore della CPI ha il potere di avviare un procedimento ex officio, dunque di aprire un’indagine di sua iniziativa, previo controllo della Pre-Trial Chamber, la Camera preliminare composta da tre giudici.

Infine, il Consiglio di Sicurezza può richiedere alla CPI di indagare su una situazione, nell’ambito delle azioni prevista dal Capitolo VII della Carta ONU (art. 13 dello Statuto CPI).

In conclusione, in aderenza al Diritto Internazionale Marittimo e al Diritto Internazionale Umanitario è possibile affermare che la sovranità di Israele sul mare si esaurisce all’interno delle sue acque territoriali e non si estende alle acque internazionali. Pertanto Israele non aveva il diritto di interferire con una nave di altra bandiera che navigasse in acque internazionali, neppure attraverso l’esercizio del diritto di visita o del diritto d’inseguimento.

Il blocco navale, qualora legittimamente effettuato, vincolerebbe Israele al disposto della Quarta Convenzione di Ginevra, e quindi a permettere il pacifico transito degli aiuti umanitari.

La Legittima Interdizione Marittima, qualora legittimamente effettuata, obbligherebbe Israele ad un uso della forza secondo principi di necessità, proporzionalità e gradualità.

La fattispecie di pirateria non risulterebbe integrata.

L’azione condotta dalla Marina Militare Israeliana appare integrare fattispecie di terrorismo marittimo, terrorismo tout court, terrorismo internazionale e crimini contro l’umanità, sottoponibili al giudizio della Corte Penale Internazionale.
 

Claudia Milani
Avvocato e Giurista

FONTI

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Ritengo utile, per coloro che vogliano documentarsi sul caso internazionale dell'attacco israeliano alla Flotilla pacifista, dare corso alla pubblicazione di alcune fonti davvero interessanti (largo ai giovani).

La pirateria ed il terrorismo marittimo (la convenzione di Roma cap. 3.2)
tesi di laurea di Alessio Miovich - Pisa

I poteri di intervento dello stato costiero nel mare libero
tesi di laurea di Eufrasia Longo - Bari

Terrorismo e trasporto marittimo di persone: profili di responsabilità e assicurativi nella Convenzione di Atene
tesi di laurea di Eleonora Pittaluga - Genova

E' inoltre di grande interesse visitare il sito del Tribunale internazionale del Diritto del Mare, l' ITLOS, fondato nel dicembre del 1982 e che ha sede ad Amburgo, in Germania. Il dott. Tullio Treves è il giudice delegato per l'Italia presso il tribunale del Diritto del Mare fino al 30 settembre 2011.

Il tribunale, composto di tre sezioni e da 21 giudici, lavora anche in virtù del requisito giuridico del "Forum prorogatum", cosicché se la parte offesa cita la controparte di uno Stato che non ha ratificato la convenzione che istituisce il tribunale internazionale, la "giurisdizione" viene consolidata.


Tale requisito giuridico è esteso anche alla Corte penale internazionale, l'organismo deputato alla trattazione dei crimini mentre l'Itlos segue soprattutto temi ambientali, ma è purtroppo prassi mediatica una certa arrendevolezza sulle citazioni giudiziarie contro Israele, solo perché quello stato non firmò il Trattato di Roma. In buona sostanza il requisito giuridico del forum prorogatum dovrebbe impedire ai "pirati somali o israeliani", quando militari regolari di uno Stato, di dichiararsi superiori allo stato di diritto internazionale cui fanno riferimento le Comunità Sovranazionali e gli altri Stati Sovrani.

L.M.
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Di Loredana Morandi (del 03/06/2010 @ 14:31:41, in Estero, linkato 1518 volte)
Questo mondo si sta avviando, irrimediabilmente, alla pazzia... L.

Belgio, spari in tribunale: 2 morti
Uccisi un giudice e un cancelliere


Un giudice di pace e un cancelliere sono stati uccisi a fucilate all'interno del palazzo di Giustizia di Bruxelles, in Belgio. L'omicida, subito dopo aver assassinato i due uomini, si è dato alla fuga, mentre sul posto è arrivato il ministro della Giustizia belga, Stefaan De Clerck, che ha raccontato quanto accaduto alla tv pubblica. La notizia era stata data inizialmente dall'Agenzia Belga.

Tutto sarebbe avvenuto, secondo una primissima ricostruzione dei fatti, a fine mattinata quando "dei colpi di fuoco hanno risuonato al Palazzo di giustizia di Bruxelles". Tuttavia, il portavoce della polizia di Bruxelles si è rifiutato di confermare o commentare la circostanza.

A confermare l'uccisione del giudice e del cancelliere è stato, ai microfoni della televisione pubblica Rtbf, il ministro della Giustizia belga Stefaan De Clerck, che è arrivato sul posto. "E' la prima volta che accade una cosa del genere ed è assolutamente drammatica", ha aggiunto il ministro.

Secondo una prima sommaria ricostruzione dell'accaduto fatta dai testimoni, la sparatoria è avvenuta nell'aula allestita in un annesso del Palazzo di Giustizia. E dopo aver sparato e ucciso, l'omicida si è poi dato alla fuga dirigendosi verso il quartiere popolare di Marolles, poco distante dal tribunale.

Con il ministro, sono arrivati sul luogo della sparatoria anche il capo della polizia di Bruxelles, Guido Van Wymersch, e il presidente della Corte d'Appello, Antoon Boyen.

Le autorità non hanno ancora diffuso il nome del cancelliere che, scrive l'agenzia di stampa Belga, era ormai vicino alla pensione. La sparatoria sarebbe avvenuta alle 11,15 della mattina. Sul posto sono arrivate due ambulanze e un'auto del servizio medico, mentre la strada dove si trova il Palazzo, la rue Ernest Allard, è stata chiusa.

http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo483182.shtml
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Di Loredana Morandi (del 03/06/2010 @ 14:37:31, in Magistratura, linkato 1511 volte)
Aggiornamento... L.


Giustizia: delegazione Ucraina visita Tribunale Roma

Roma, 3 giu. - (Adnkronos) - Una delegazione di magistrati e avvocati ucraini componenti del 'Centro culturale di scambi professionali', e' in visita a Roma ed in altre citta' per conoscere qual e' il sistema giudiziario italiano soprattutto con riferimento ai processi di natura societaria, amministrativa e civile. Le conoscenze acquisite dai magistrati, che in patria operano a vari livelli consentiranno loro di fare proposte per migliorare il sistema giudiziario ucraino e renderlo piu' moderno.

Nella visita la delegazione si e' incontrata con magistrati della capitale ed e' stata accompagnata da Marianna Solonevica, direttrice del periodico 'Gazeta Ukkrainska' che mensilmente viene pubblica in Italia. Cronaca | 03/06/2010 | ore 12.54 »

***

Giustizia: a Gela 8 giudici su 12 andranno via
Presidente tribunale rassicura: attivita' non si fermera'

(ANSA) - PALERMO, 3 GIU - Al tribunale di Gela i giudici in partenza sono otto su dodici. A rischio mille processi penali e 800 cause da lavoro.

''L'attivita' giudiziaria non si fermera''', ha assicurato il presidente del tribunale, Alberto Leone, che sta cercando di correre ai ripari per impedire la paralisi degli uffici con l'arrivo massiccio, a ottobre, dei ''giudici-ragazzini'', i magistrati di prima nomina che completeranno l'organico ma non potranno essere utilizzati in ruoli giudicanti autonomi fino a quando non compiranno i 4 anni di anzianita' previsti.(ANSA).
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Di Loredana Morandi (del 03/06/2010 @ 14:42:01, in Magistratura, linkato 1644 volte)
La rivolta dei magistrati
"Così vince la camorra"


Allarme su intercettazioni e tagli agli stipendi. "L'unico aspetto che andrebbe meglio regolato è la pubblicazione delle conversazioni". "Basta che un delinquente denunci il pm e quello deve cedere il fascicolo"

di CONCHITA SANNINO

Da un lato, "privati dello strumento delle intercettazioni, con tutte le carenze che già pesano su un distretto giudiziario impegnato nella lotta contro le più potenti cosche criminali". Dall'altro, "colpiti in maniera iniqua dai tagli di una manovra che chiede sacrifici sempre ai soliti". Magistrati napoletani contro i tagli e i bavagli. Parte infatti da qui la richiesta di uno sciopero delle toghe, "una risposta forte", contro le misure della finanziaria.
Parlano il procuratore generale Vincenzo Galgano, il procuratore capo Giandomenico Lepore, il presidente aggiunto dell'ufficio Gip Bruno D'Urso, il pm antimafia, già impegnato con gli altri colleghi nell'azione di contrasto al gotha dei casalesi, Marco Del Gaudio. Voci emblematiche di un clima, ma sono tanti i magistrati in trincea. Doppia. Contro le "gravi conseguenze" del ddl intercettazioni sull'anticamorra; e contro le decurtazioni imposte dalla finanziaria agli stipendi della categoria. Una mobilitazione nutrita, per ora, di mail e diffuso malessere. Ma che potrebbe portare allo "sciopero bianco". O all'astensione tout court: proposta che sarà sostenuta dopodomani, a Roma, all'assemblea dei magistrati, dal pm Sergio Amato, del direttivo dell'Anm nazionale ed esponente di Magistratura indipendente, corrente moderata delle toghe. "Uno sciopero come unica risposta a quello che stiamo subendo".

L'articolo prosegue su Napoli La Repubblica


Con altri toni, Vincenzo Galgano, l'alto magistrato che ha sempre praticato il coraggio della denuncia, firma la sua severa analisi. Si parte dalle norme-bavaglio. "Abbiamo un dato di fatto dal quale partire: - ragiona - è il momento in cui è iniziata questa ipersensibilità per le indagini mediante intercettazioni e per la privacy che, fino ad allora, mai erano state così protette. Su questo dato di fatto, chi è in grado di ricordare, lo faccia: e vedrà qual è la vera causa che ha determinato tale prevenzione. Ma ormai, contro ogni resistenza, la normativa è quasi pronta e produrrà notevolissimi vantaggi a coloro che intendono compiere reati di ogni fattispecie, viste anche le oggettive difficoltà che incontra il pm a raggiungere la verità per altre strade, in particolare al sud, dove mancano i testimoni. Di qui - aggiunge Galgano - deriva l'estrema difficoltà che c'è nel reprimere condotte gravissime: dall'associazione per delinquere alla bancarotta, ai reati contro la pubblica amministrazione o la salute pubblica". Un disegno di legge che va, quindi, contro l'interesse della giustizia? "Esistono solo gli interessi dei cittadini", scandisce Galgano. "E l'unico mezzo che hanno i cittadini per potersi difendere dal crimine è la giustizia. Parlo di quelli onesti, gli altri si difendono commettendo delitti".

Quanto al blocco degli stipendi, Galgano non è meno affilato: "I magistrati, pur meritevoli di critiche in alcuni casi, esprimono un concetto che non può essere contraddetto: il vero peso della manovra lo subisce l'esercito dei dipendenti dello Stato, molti dei quali contano su retribuzioni di fame; ed i più importanti dei quali ha un reddito forse inferiore a quello delle migliaia di portaborse che infestano i vari Palazzi del potere".

Dal vertice della Procura, Giandomenico Lepore condivide la perentorietà dei toni. "Ho sempre sostenuto necessità e validità delle intercettazioni - chiarisce il procuratore capo - Che non sono solo mezzi di acquisizione di prova. Nei nostri territori così inquinati, diventano mezzi del controllo del territorio, che in tempo reale ci "raccontano" geografie, alleanze". Lepore è tranciante, sui danni che l'attuale disegno di legge arrecherebbe all'anticamorra. "Avremmo una grave limitazione del controllo di legalità. L'unico aspetto che, invece, andrebbe meglio regolato è la pubblicazione delle conversazioni". Lepore non fa sconti neanche alla manovra. "I sacrifici li debbono fare davvero tutti, non soltanto le categorie che assicurano le entrate allo Stato. I giovani magistrati sono demotivati. Diamo uno sguardo ai concorsi, o ai posti rimasti vuoti negli uffici giudiziari come Nola o Torre Annunziata".

Assai critico, ma con qualche distinguo, anche il presidente aggiunto del Gip, Bruno D'Urso. Che, sul tema intercettazioni, tiene a far chiarezza. "Come ufficio del giudice per le indagini preliminari valutiamo di continuo le richieste di intercettazioni avanzate dai pm. E non di rado capita che si dica no - sottolinea D'Urso - . Questo vuol dire che il sistema è già dotato di contrappesi, regolato da una dialettica che funziona. Comprendo che in passato ci siano state fughe di notizie, e pubblicazioni integrali di intercettazioni: inaccettabili, salvo che per i giornalisti che esercitano il loro mestiere. Ma anche qui va ribadito che le norme ci sono: auspicherei solo che le inchieste per rivelazione di segreto d'ufficio, a carico di magistrati o polizia giudiziaria, giungessero più spesso a buon fine. Purtroppo è il cattivo uso che, talvolta, si fa di mezzi importanti a prestare il fianco a iniziative legislative che hanno altri obiettivi".

Esprime invece "profonda preoccupazione" il pm Marco Del Gaudio, al lavoro in quel "pool casalesi" con cui, spesso, i ministri Maroni ed Alfano si sono congratulati. "Chi dice "questo disegno di legge non tocca i reati mafiosi" mente. Le norme che danneggiano l'antimafia? Non è sufficiente la dichiarazione di un pentito per avviare un "ascolto" ma occorre un riscontro; se cambia la qualificazione giuridica di un reato, ex post, si perde tutto ciò che hai raccolto prima; non basta un giudice, ma ci vuole un collegio, per dare l'ok a "registrare". Senza contare che, per motivare un'intercettazione, dovremmo inviare non solo gli atti necessari, ma l'intero fascicolo. Nel caso della lotta ai clan, significa inviare migliaia di pagine; esporsi al rischio di intralci, ritardi, fughe di notizie". Per Del Gaudio, insomma, "sono norme anche logicamente non sostenibili". Il sostituto, infine, giudica "gravissima la norma che offre una micidiale arma ai clan: basta che un delinquente denunci il pm e quello deve cedere il fascicolo. Ecco come si vanifica l'impianto stesso della lotta antimafia basata sulle competenze dei magistrati e sulla memoria storica in grado di sconfiggere le "metamorfosi" delle cosche".

(Napoli Repubblica 03 giugno 2010)
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Avviso sulla porta del gip Campoli contro le misure nel settore pubblico

Il giudice contro i tagli in Finanziaria:
«Oggi per protesta non ricevo»



Tribunale di Napoli, iniziativa isolata del magistrato: niente incontri con avvocati e amministratori giudiziari

NAPOLI— Il gip Enrico Campoli ha scelto una maniera di protestare contro i tagli della Finanziaria che farà discutere: non riceve gli avvocati, gli amministratori giudiziari, i consulenti e quanti altri avessero necessità di parlare con lui per vicende legate a inchieste e processi. Ha comunicato la decisione ai diretti interessati con un avviso affisso sulla sua porta, al 14˚ piano della torre B di palazzo di giustizia: «Come prima forma di protesta contro la manovra finanziaria, che non si limita a chiedere ai magistrati — come sarebbe condivisibile— un loro contributo alla crisi economica, ma intacca con palese volontà punitiva la stessa struttura della retribuzione, ed in attesa di più ampie forme di protesta collettiva, questo giudice non riceve difensori, amministrazioni giudiziari eccetera».

L’avviso è stato affisso ieri, suscitando malumori e mugugni tra gli avvocati. Stimato da colleghi e avvocati come un giudice equilibrato, Campoli, 45 anni, ha l’hobby della scherma (e fa il giudice nelle gare) e nonè nuovo a comunicare attraverso gli avvisi sulla sua porta. In occasione delle ultime elezioni del consiglio giudiziario, affisse un cartello in cui chiedeva ai colleghi di non disturbarlo per chiedere voti.

L'articolo prosegue sul Corriere del Mezzogiorno



È noto ai non addetti ai lavori soprattutto perché, al termine del processo con rito abbreviato, il 19 marzo scorso ha assolto quasi tutti gli imputati del processo Romeo: ha condannato solo l’imprenditore e l’ex provveditore alle Opere pubbliche, Mario Mautone, per un unico episodio di corruzione: la promessa di assunzione, da parte dell’immobiliarista, di due persone segnalate da Mautone in cambio di un parere favorevole di quest’ultimo sulla congruità dei prezzi per la manutenzione stradale. Nel dicembre del 2002, sempre come gup, assolse, «perché il fatto non sussiste», venti amministratori comunali e provinciali (Antonio Bassolino e Amato Lamberti, in qualità di sindaco e presidente della Provincia, e i loro assessori) accusati di abuso d’ufficio perla vendita del 70% della quote Gesac alla Baa. I pm fecero ricorso in Appello, ma la sentenza fu confermata. Più di recente, ha condannato.

In passato il gip è stato protagonista di una accesa polemica con l’ufficio inquirente partenopeo: nell’agosto del 2008, non convalidò la custodia cautelare nei confronti del presunto affiliato agli scissionisti (e nipote omonimo del famigerato boss di Secondigliano) Raffaele Amato e del giovane che si trovava in sua compagnia quando violarono un posto di blocco dei carabinieri. In quell’occasione un intero rione scese in strada a difesa dei due malviventi e in rivolta contro imilitari. Campoli convalidò l’arresto, ma decise che non fosse necessaria la custodia in carcere, ritenendo che fosse assente l’aggravante di aver agito per agevolare un’associazione mafiosa. Criticato dalla Procura, scrisse a «Repubblica» per difendere la sua posizione.

Titti Beneduce
02 giugno 2010
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HANNO PASSATO IL SEGNO!
SABATO 5 GIUGNO TUTTI IN PIAZZA
CONTRO LA CRISI,
LA FINANZIARIA,
L’ATTACCO AL LAVORO
 

Con la firma del Presidente della Repubblica la manovra correttiva dei conti pubblici è divenuta ufficialmente legge dello stato e comincerà ad operare immediatamente.

I contenuti sono ormai noti a tutti, [Scarica il testo completo] anche se le varie lobby di potere sono state all’opera fino all’ultimo secondo per far modificare i pezzi che a questi signori non piacevano.

· attacco al welfare attraverso la riduzione dei trasferimenti economici agli Enti locali con conseguente aumento, fino al raddoppio, delle tasse locali e la riduzione della sanità, riduzione delle disponibilità di bilancio delle Amministrazioni che inevitabilmente produrrà meno servizi e minore qualità

· attacco al pubblico impiego, con il congelamento dei contratti e degli adeguamenti salariali per tre anni dal 2011, il blocco del turn over che comporterà la perdita di 400.000 posti di lavoro e conseguente ulteriore aumento dei carichi di lavoro, il dimezzamento dei precari nella pubblica amministrazione e nessuna prospettiva di stabilizzazione.

· attacco alle pensioni, con la chiusura delle finestre d’uscita che comporterà l’allungamento della permanenza al lavoro per tutti, la modifica della liquidazione per il pubblico impiego, che saranno pesantemente decurtate, l’accelerazione dell’aumento dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego e con la stessa prospettiva anche per chi opera nel privato, aumento della percentuale di invalidità dal 74% all’ 85% per avere diritto all’accompagno

NESSUN SERIO PROVVEDIMENTO PER COLPIRE I VERI PRIVILEGI, L’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA, LE BANCHE, LA SPECULAZIONE FINANZIARIA ED EDILIZIA!

Ma intanto il Governo va avanti spedito nella sua volontà di portare in profondità l’attacco al lavoro e ai diritti dei lavoratori, infatti mentre è imminente il varo del collegato lavoro, quello che liberalizza i licenziamenti e abroga il diritto a difendersi davanti al magistrato nelle questioni di lavoro, Sacconi prepara, con la complicità dei sindacati concertativi lo stravolgimento dello Statuto dei lavoratori e la scomparsa definitiva del diritto di sciopero a partire dal settore Trasporti.

LA CRISI VA PAGATA DA CHI L’HA PROVOCATA!

SABATO 5 GIUGNO ORE 14,30 P.zza della Repubblica - ROMA

 

Saluto tutti
Pina Todisco
 

Rappresentanze di Base - Pubblico Impiego

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Di Loredana Morandi (del 03/06/2010 @ 15:27:27, in Sindacati Giustizia, linkato 1311 volte)


MANOVRA ECONOMICA

LE RAGIONI DELLO SCIOPERO


Nel testo definitivo del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 pubblicato sulla gazzetta ufficiale vi e’ la conferma alle dure misure previste in materia di pubblico impiego che brevemente riassumiamo:

 - blocco delle retribuzioni individuali, comprensive del trattamento accessorio fino a tutto il 2013 (per l'intero triennio contrattuale 2010-2012 e per un anno del successivo triennio) per tutte le amministrazioni inserite nel conto economico;
 - blocco della contrattazione 2010-2012 in tutti i comparti, fatta salva l'indennita' di vacanza contrattuale;
 - bocco del turn-over fino al 2014;
 - soppressione e accorpamento di enti pubblici con conseguente mobilita' di personale;
 - interventi in materia previdenziale con finestre di uscita per le pensioni di anzianita' e di vecchiaia posticipate di un anno;
 - differimento del pagamento della liquidazione per somme superiori a 90.000 euro;
 - applicazione delle regole sul tfr vigenti nel settore privato;
 - tagli lineari alle risorse delle pubbliche amministrazioni.

Il complesso di queste e delle altre numerose norme di dettaglio contenute nel decreto legge dimostrano come il peso maggiore dei sacrifici ricada sui dipendenti pubblici che pagheranno circa il 50%  dell'intera manovra economica.
I dati forniti dal governo per giustificare il blocco delle retribuzioni, secondo cui nel pubblico impiego ci sarebbero stati aumenti superiori di quasi il doppio rispetto a quelli registrati tra i privati sono sbagliati e scorretti poiche' non prendono in considerazione:

- i periodi dal 1991 al 1995 in cui si e' registrato il blocco delle retribuzioni per una intera tornata contrattuale;
- la diversa composizione della platea di destinatari e la maggiore incidenza di personale impiegatizio e dirigenziale nel settore pubblico;
- la presenza di categorie non contrattualizzate che hanno retribuzioni notevolmente piu' elevate (magistrati, diplomatici, professori universitari, dipendenti organi costituzionali, carriera prefettizia ecc..)

Le cose non stanno propriamente come ce le stanno raccontando in questi giorni e come i mass media le presentano all’opinione pubblica.
Invitiamo quindi il governo a consultare gli studi e le analisi fornite dall'istat e seguire i consigli dello stesso istituto quando afferma che "occorre eliminare dalle analisi stesse  i motivi di eterogeneita'  dei valori confrontati". Cosi' facendo avrebbe scoperto che lo stesso differenziale retributivo e' presente nel settore privato tra impiegati/dirigenti ed operai!

Ci troviamo dunque di fronte ad un attacco strumentale senza precedenti, basato su dati veri ma male utilizzati, che richiede risposte forti da parte della categoria. Dobbiamo spiegare ai lavoratori ed all'opinione pubblica che la nostra non e' una protesta corporativa ma si fonda su motivi seri che hanno alla base la difesa del potere d'acquisto delle retribuzioni, tra le piu' basse in europa, e della dignita’ di una intera categoria di lavoratori.

Con queste misure il differenziale e' destinato ad accrescersi in un momento di crisi economica in cui servirebbe invece incentivare i consumi e combattere seriamente i veri mali della nostra economia, primo tra tutti il vergognoso livello raggiunto dall'evasione fiscale.
Per questo abbiamo programmato a livello regionale attivi di quadri ed eletti nelle rsu in preparazione dello sciopero proclamato per il 28 giugno 2010.
Cone le prossime comunicazioni forniremo un’analisi completa della manovra e le considerazioni sull’impatto della stessa all’interno dei nostri comparti.

Fraterni saluti  

il segretario generale
Salvatore Bosco

Allegato:

- il testo della manovra economica: le ragioni dello sciopero del 28 giugno
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Di Loredana Morandi (del 03/06/2010 @ 20:10:01, in Magistratura, linkato 1298 volte)
COMITATO DI COORDINAMENTO FRA
LE MAGISTRATURE E
L’AVVOCATURA DELLO STATO

 

Il Comitato Intermagistrature delibera una comune iniziativa di astensione dal lavoro di tutte le magistrature contro gli effetti della manovra economica varata dal Governo.

L’iniziativa sarà effettuata secondo le modalità e i tempi previsti dai rispettivi codici di autoregolamentazione, ma con il costante coordinamento tra le diverse associazioni. 

Il Comitato ribadisce assoluta contrarietà alle misure eccessivamente penalizzanti per i magistrati contenute nel decreto legge n. 75/2010 che, invece, non incide su alcuna delle fonti di spreco delle risorse del settore più volte segnalate.

Partecipare consapevolmente allo sforzo di risanamento richiesto al Paese non significa accettare tagli iniqui alle retribuzioni e un’ulteriore destrutturazione del servizio giustizia.

 
Roma, 3 giugno 2010
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