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 hodie ...... di Loredana Morandi
 
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In generale la giustizia è uguale per tutti, perché è utile nei rapporti sociali; ma in casi particolari, e a seconda dei luoghi e delle condizioni, risulta che la stessa cosa non è giusta per tutti.

Epicuro
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Una legge che ferisce la Costituzione


CARLO FEDERICO GROSSO

La commissione Giustizia del Senato ha approvato a maggioranza gli emendamenti del governo al disegno di legge sulle intercettazioni. Sono previste limitazioni inaccettabili ai poteri dell’autorità giudiziaria, una cappa plumbea di silenzio nei confronti delle indagini penali in corso.

Inoltre, sanzioni severe per i giornalisti che contravvengono al nuovo regime e, soprattutto, per gli editori che consentono le pubblicazioni illegittime. Una disciplina che lascia stupefatti e che, se dovesse diventare davvero legge dello Stato, cambierebbe il volto delle indagini penali e di parte dell’informazione nel Paese.

Nonostante le critiche, le osservazioni e le proteste di una porzione consistente dell’opinione pubblica, l'azione non si è fermata. Non sono serviti i problemi economici urgenti, gli scandali della «cricca», il crollo di credibilità della classe politica, la necessità di affrontare finalmente il nodo della corruzione. In altre parole, le vere urgenze. La priorità, per il governo, era, ed è rimasta, tagliare le unghie alla magistratura che indaga e togliere voce e penna ai giornalisti che informano. Ne prendiamo atto con sconcerto, cercando di fare un bilancio di ciò che il Parlamento sta predisponendo.

In materia di indagini è risaputo che le intercettazioni costituiscono mezzo insostituibile di accertamento di molti gravi reati. Circoscrivere i casi nei quali esse possono essere disposte e stabilire che esse non possono durare più di un periodo prestabilito fisso di settantacinque giorni, e poi automaticamente cessare anche se stanno emergendo elementi utili ad individuare i responsabili, significa rinunciare ad uno strumento fondamentale nella lotta al crimine. Uno strano regalo alla criminalità, da parte di chi di tale lotta, dell’ordine pubblico e della difesa dei cittadini fa, almeno a parole, la sua bandiera. Un regalo, addirittura, alla criminalità organizzata, se è vero, che, come hanno spiegato gli esperti della materia, le restrizioni peseranno anche nelle indagini contro mafia, ’ndrangheta e camorra.

In materia d’informazione dovremo abituarci a non conoscere più nulla sulle indagini disposte dall’autorità giudiziaria. Se un ministro si fa pagare una casa a sua insaputa, non lo sapremo, perché i giornalisti non potranno più pubblicarlo. Come non sapremo più se un parlamentare, un presidente o un sindaco hanno peculato, rubato, si sono fatti corrompere o comprare e sono per questo indagati. A ciò conduce, inesorabilmente, l’avere previsto che non sarà più consentito pubblicare nulla, neppure «il contenuto» non più coperto da segreto, delle investigazioni giudiziarie in corso.

Le sanzioni previste per i contravventori sono, d’altronde, molto elevate. Chi dall’interno degli uffici rivela il contenuto di atti coperti da segreto investigativo sarà punito con la reclusione fino a sei anni, e in tale pena incapperà pure il giornalista che pubblicherà la notizia. Chi pubblica atti di un’indagine penale non più coperti da segreto, ma di cui è comunque vietata la pubblicazione, rischierà l'arresto fino a 30 giorni o il pagamento di un’ammenda da 1000 a 5000 euro, che sarà raddoppiata nel caso si tratti di un’intercettazione. Per l’editore del giornale che pubblicherà la notizia vietata è prevista una sanzione pecuniaria che potrà arrivare a 464.000 euro.

A quanto si è appreso, il varo definitivo in commissione del disegno di legge è stato sospeso fino a lunedì prossimo. In materia di sanzioni la novità più devastante è la pesantissima sanzione pecuniaria prevista per gli editori, che rischierà di alterare la relazione d’indipendenza che ha caratterizzato, fino ad oggi, il rapporto fra proprietà e direzione dei giornali. Pensate a che cosa accadrà quando, se si verificherà un’infrazione prevista dalla nuova legge, l’editore saprà di rischiare ben 464.000 euro. Credete davvero che, di fronte al pericolo di fallire e di chiudere l’azienda, si farà scrupolo d’imbavagliare, lui stesso, i direttori e i giornalisti? A quest’ulteriore scempio, a quanto pare, nessuno, nel palazzo, pensa di rimediare. La libertà di stampa è l’ultima delle preoccupazioni.

L’importante è creare un clima d’intimidazione complessiva in grado di bloccare ad ogni costo le notizie.

Si obietterà, a mali estremi, estremi rimedi. Gli abusi della stampa, con la pubblicazione di notizie coperte dalla privacy, con quella, indiscriminata, d’intercettazioni che non c’entrano con le indagini, con la demolizione mediatica di colpevoli ed innocenti, esigeva una reazione adeguata. L’obiezione è del tutto inconferente: a parare gli abusi sarebbe più che sufficiente la rigorosa applicazione della legge vigente sulla privacy, l’originaria previsione del divieto di rendere pubblici gli atti irrilevanti per le indagini e la predisposizione di un archivio riservato nel quale depositare provvisoriamente tali atti in attesa di una loro distruzione.

La realtà è che, con un colpo solo, governo e maggioranza (con l’avallo, magari, anche di qualche oppositore) vogliono indebolire la magistratura, rendere meno incisive le indagini, evitare che politici e potenti finiscano in prima pagina in ragione delle loro malefatte. Un’indebita limitazione del controllo di legalità e del diritto d’informare che, se dovesse passare, cambierebbe inevitabilmente la costituzione materiale. Speriamo che, nel frattempo, qualcuno che ha potere si accorga che è, anche, violazione della Costituzione formale.

Leggi anche:

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Di Loredana Morandi (del 23/05/2010 @ 09:57:23, in Osservatorio Famiglia, linkato 1329 volte)
Mi dispiace, davvero, per le nuove minacce a Mirabile, ma quest'ultima faccenda solleva altissimo il mio sesto senso per gli imbrogli. Probabilmente è l'effetto della sindrome da iper presenza televisiva della associazione, ma vuole anche dire che troppi media, niente notizia/notizia pilotata.  La lobby dei pedofili in Rai è arcinota e questo Vescovo non aveva poi molto da dire, almeno la figura tracciata dalle dichiarazioni riportate dalla stampa è quella di una persona di poco peso intellettuale. Francamente consiglierei a Mirabile di abbassare il tiro del "crucifige" e  di scendere dalla tigre mediatica per ottenere un processo equo, che non leda i diritti delle parti e della popolazione. Di seguito il comunicato. L.M.

Comunicato stampa del 21 maggio 2010

PEDOFILIA/CASO DON CONTI: MINACCE A LA CARAMELLA BUONA PERCHE’ IN AULA CHIEDE L’INCRIMINAZIONE DEL VESCOVO REALI

Mons Reali: “Non avvisai nessuno dei miei superiori”

“Quel morto che cammina di Mirabile”, riporta così l’ignobile missiva spedita al Presidente del Tribunale Di Fiore e alla Gazzetta di Reggio Emilia dove La Caramella Buona ha sede nazionale. All’interno l’ennesimo proiettile.
La Digos e Carabinieri indagano, il tutto mentre l’udienza a Roma cominciava.
Tensione alle stelle ieri durante l’undicesima udienza del processo a carico di don Ruggero Conti, parroco di Selva Candida a Roma. Duro lo scontro tra l’accusa e la difesa, ancor più duro l’affondo dell’Avv. Nino Marazzita al Vescovo Gino Reali chiamato finalmente a testimoniare:”Voglio capire perché lei non ha agito, perché, nonostante come ha appena ammesso reputasse attendibili i ragazzi venuti da lei, non ha fatto niente!” “Non so”, “Sa,la parrocchia è grande” “Le voci possono essere tante”. Queste le risposte di Mons Reali.
Imbarazzante, scoraggiante ma soprattutto irritante: ieri si è appreso che il Vescovo Reali non solo NON avvisò l’organo competente sulle gravi informazioni di cui era venuto a conoscenza già nel 2006, non solo NON allontanò il parroco, ma nello stesso anno si preoccupò di rinnovare l’incarico a don Conti affinché potesse restare a Selva Candida per altri 9 anni!
“Sono costernato e amareggiato, ma sempre più convinto della nostra posizione” dichiara Roberto Mirabile presidente de La Caramella Buona Onlus. “Per don Ruggero si mette male, sono i fatti a parlare. Insieme all’Avv. Marazzita procederemo contro il Vescovo Reali per favoreggiamento, basta omertà!”
Ancora una volta La Caramella Buona è vittima di deliranti messaggi, ancora una volta i pedofili riescono a prendere parola. I Vescovi non denunciano, i parrocchiani piangono, La Caramella Buona riceve proiettili. Chi da fastidio alla pedofilia? Intanto Istituzioni e politica pare stiano sottovalutando il crimine devastante della pedofilia.

Anna Maria Pilozzi
Resp Ufficio Stampa
http://www.caramellabuona.org 
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Di Loredana Morandi (del 23/05/2010 @ 10:34:21, in Osservatorio Famiglia, linkato 1359 volte)
Nonostante il canto del cigno "d'Oro sonante" che ha parlato di pedofilia tra i preti con ospiti famosissimi per le posizioni pro-pedofilia come Nichi Vendola, si, nonostante il giro di Walter con Socci, e viste le condanne in Cassazione di Apolloni e Bellario per gli abusi all'asilo di Torino, nonché gli esiti delle perizie che hanno permesso l'ammissione delle testimonianze dei minori abusati a Rignano Flaminio, è giusto dire che: 

il primato per numeri e violenza sui casi di pedofilia va alla Scuola. La violenza vera dei pedofili si manifesta negli ambienti laici, e tanto più laici sono gli ambienti e il loro background tanto più laida la violenza.

L.M.

ASILO ORRORI: PISTOIA, 24 GENITORI PARTI CIVILI


(AGI) - Genova, 20 mag. - Si e' conclusa con l'ammissione di 24 genitori come parti civili la prima udienza del processo a carico di Anna Laura Scuderi e Elena Pesce, le due maestre imputate di maltrattamenti nei confronti dei bimbi che venivano loro affidati nell'asilo "Cip Ciop" di Pistoia. Il giudice per le udienze preliminari, Roberto Fucigna, si e' riservato sull'ammissione come parti civili del comune di Pistoia e dell'associazione Onlus Sos Angeli che si occupa di diritti di bambini. I legali delle due donne hanno avanzato una proposta di risarcimento formale di 23mila euro complessivi sulla cui ammissibilità dovrà pronunciarsi il pm Silvio Franz.
L'udienza e' stata aggiornata al 15 giugno. Anna Laura Scuderi ed Elena Pesce dovrebbero rientrare oggi nel carcere Solicciano dopo l'erroneo trasferimento del carcere genovese di Pontedecimo dove sono giunte ieri nel primo pomeriggio formalizzando immediatamente la loro rinuncia a prendere parte al processo.

***

Pedofilia/ Bidello arrestato per abusi su bimbi di un asilo

Indagini dei carabinieri di Mercato San Severino

Roma, 22 mag. (Apcom) - Ha abusato di bambini. Per questo è stata emessa nei confronti di un bidello di 45 anni, d'una scuola della provincia di Salerno, una ordinanza di custodia cautelare in carcere. Sui fatti hanno indagato i carabinieri della compagnia di Mercato San Severino, sulla base di una denuncia presentata dai genitori di un bimbo che da mesi appariva nervoso, strano, ogni volta che doveva passare il portone di scuola. Sulle prima padre e madre hanno pensato a problemi di adattamento. Poi dopo aver intuito qualcosa hanno interessato gli investigatori. Dopo alcune audizioni con l'assistenza di psicologi esperti "si è chiarito il quadro", spiegano gli inquirenti. Agli atti di chi indaga ci sono anche numerose immagini pornografiche trovate sul telefonino e sul personal computer del bidello. E' possibile che scattasse le foto al momento dei suoi 'incontri' nel bagno con "almeno tre bambini". Al momento dell'arresto dell'uomo, molti nel paese non hanno voluto credere, ritenendo impossibile che una persona come il bidello, "che tutti conoscevano e stimavano", potesse essere un pedofilo. Nav mag 10

*** e nella famiglia...

Palermo, abusa sessualmente di bimba 10 anni, figlia convivente

Nel quartiere di Ballarò, la madre ha cercato di 'coprirlo'

Roma, 20 mag. (Apcom) - Abusava sessualmente della figlia della convivente, una bimba di 10 anni: lo scenario della brutta vicenda è il quartiere di Ballarò a Palermo, dove la polizia ha arrestato un uomo di 32 anni, con l'accusa di violenza sessuale, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip Pasqua Seminara su richiesta del pm Carlo Lenzi. A portare alla luce le gravi condizioni di abuso della bimba è stata la scuola che la piccola frequentava, partendo dal ricovero della bimba presso un ospedale cittadino. Nei primi mesi del 2007, infatti, la madre, accorgendosi che la bambina aveva delle tracce di sangue nella biancheria intima e sospettando che la bimba potesse essere rimasta vittima di violenze, l'ha fatta visitare dai medici di un pronto soccorso che l'hanno ricoverata per dei traumi da violenza. Intervenuta, l'autorità giudiziaria ne ha disposto il ricovero presso una comunità alloggio della provincia di Palermo. Le successive indagini hanno portato alla luce un vissuto di violenza cui per tanto tempo era stata soggetta la piccola, sottoposta da tempo ad abusi e maltrattamenti da parte del compagno della madre. La bimba ha raccontato con precisione gli episodi che l'avevano vista vittima di molestie sessuali ed indicato, come autore, il fidanzato della madre. Dopo il racconto della bambina gli agenti sono riusciti ad individuare l'uomo, nonostante la madre cercasse di sviare i sospetti sul suo compagno, che però è stato riconosciuto senza ombra di dubbio dalla bimba che lo chiama "papà". Ieri all'alba i poliziotti lo hanno tratto arrestato nella casa in cui conviveva con la madre della bimba di cui abusava.

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Di Loredana Morandi (del 23/05/2010 @ 12:16:16, in Magistratura, linkato 1315 volte)
18 anni dalla strage di Capaci.


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Di Loredana Morandi (del 23/05/2010 @ 17:51:20, in Varie, linkato 2221 volte)
Inter Campioni al cubo!


 
http://www.giustiziaquotidiana.it/public/inter_campioni_3_2010.jpg

Tanto per la cronaca, Giustizia Quotidiana è una signora...

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/2010-03-05_morandi47.jpg

.. di sana e robusta fede "calcistica".


L.M.
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Di Loredana Morandi (del 24/05/2010 @ 07:53:59, in Magistratura, linkato 1696 volte)
Intercettazioni/ Md: Ddl dimostra sfiducia in magistratura

Napolitano vigili, c'è attacco a istituzioni

Roma, 20 mag. (Apcom) - Magistratura democratica, corrente di 'sinistra' delle toghe, denuncia ancora una volta la pericolosità del ddl di riforma delle intercettazioni e con la segretaria generale, Rita Sanlorenzo, lamenta che con quelle norme "viene introdotta una limitazione pesantissima nell'uso dello strumento che rivela una sfiducia generalizzata nell'operato della magistratura".

Parlando a un convegno in cui Md ripresenta le proprie proposte per la giustizia, Sanlorenzo sottolinea: "Le intercettazioni sono uno strumento irrinunciabile: non venga posto fuori da una normale usabilità da parte di chi vuole accertare la verità". La leader di Magistratura Democratica chiama anche in causa le "numerose valutazioni critiche espresse da giuristi e osservatori" e, stimolata dalle domande dei cronisti, sottolinea che il capo dello Stato saprà far tesoro di queste valutazioni ed esprimerà un suo parere. Sarebbe però bene - insiste Sanlorenzo - che anche chi fa le leggi prestasse attenzione a questi rilievi, perchè altrimenti si dequalifica la funzione legislativa".

Insomma, con questo ddl, per Sanlorenzo, "c'è di nuovo un attacco alle istituzioni, magari involontario, ma di riflesso c'è". Male anche le recenti modifiche introdotte al testo base: "Si tentano aggiustamenti progressivi, ma l'intento fondamentale è sbagliato". E quindi, conclude la segretaria di Md, "ben venga la reazione della libera stampa e dell'opinione pubblica: democrazia significa sapere e conoscere, pur senza abusi ed indebite intromissioni nella vita privata dei cittadini".
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Di Loredana Morandi (del 24/05/2010 @ 07:57:32, in Magistratura, linkato 1879 volte)
Il Caporalato, ieri e oggi


di Nicola Saracino
22 maggio, 2010

Foggia - Il caporalato riemerse in Capitanata intorno agli anni ’70, con l’approdo sempre più massiccio di immigrati, di varia nazionalità, sulle strade della provincia, immigrati che si sono trovati a lavorare spesso per gente senza scrupoli. “Individuare il fenomeno del caporalato nelle nostre terre è diventato sempre più difficile, se si considera che i lavoratori soggiacciono sempre di più alle angherie dei caporali, ed è un fenomeno che interessa soprattutto gli immigrati”,

IL CAPORALATO IERI E OGGI: se n’è parlato ieri, nel corso di un convegno organizzato a Foggia presso la Corte d’Assise di Palazzo di Giustizia da Magistratura Democratica, in collaborazione con l’Ordine degli Avvocati del capoluogo dauno. L’incontro ha rappresentato un’occasione utile per fare il punto e analizzare un fenomeno tutt’altro che scomparso. “Individuare il fenomeno del caporalato nelle nostre terre è diventato sempre più difficile, se si considera che i lavoratori soggiacciono sempre di più alle angherie dei caporali, ed è un fenomeno che interessa soprattutto gli immigrati”, afferma l’Avvocato Marino, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Foggia.

Senza dubbio il caporalato colpisce i soggetti più ricattabili, come gli immigrati clandestini. Il fenomeno ha messo in luce un tipologia di lavoro schiavistico, come segnala l’art. 600 del Codice Penale, il quale distingue la schiavitù – ovvero la condizione in cui il datore di lavoro esercita una forma di proprietà sul lavoratore, facendo spesso ricorso alla violenza, dalla servitù – una forma di subordinazione nella quale il soggetto lavoratore si trova in una condizione di inferiorità rispetto al datore di lavoro, che viene esercitata con mezzi fisici e psichici, e implicano l’accettazione della situazione da parte del lavoratore, spesso costretto da precarie condizioni economiche.

LE NORMATIVE – La legislazione individua tra le condizioni dello sfruttamento la riduzione sistematica dello stipendio, la grave compromissione delle condizioni di sicurezza, la mancanza di disciplina del datore di lavoro sui luoghi di lavoro nei confronti del lavoratore. Spesso, però, i migranti – coloro quindi che sono più soggetti a queste forme di violenza – si trovano sotto ricatto, e ciò rende difficile individuare e scoprire il fenomeno, poiché è lo stesso lavoratore che ha interesse e preferisce mantenere la situazione in cui si trova, a causa delle sue condizioni di debolezza. Con l’introduzione del reato di immigrazione clandestina le cose si sono complicate, perché la denuncia del lavoratore immigrato senza regolare permesso di soggiorno non lo invoglia a denunciare il caporale presso cui lavora, ma accentua il silenzio sul fenomeno.

LE CAUSE – Quali possono essere la cause sociologiche del caporalato? Innanzitutto la “svalutazione delle colture agricole” rispetto al passato. Si pensi ad esempio al prezzo dei cereali, che è diminuito di 2,5 volte rispetto agli anni ’70, quando si registrò un boom delle domande. Oggi queste colture non consentono di ottenere un reddito accettabile, e ciò porta il lavoro dei braccianti a seguire vie alternative di guadagno, come è accaduto tempo fa a Rosarno. A ciò va aggiunta una condizione di frustrazione che interessa il territorio della Capitanata e del Mezzogiorno in particolare, circondati sempre più da forme di rancore per la grave crisi economica che li attraversa. Si può individuare una sorta di conflitto tra città e campagna, nel senso che la città, con i suoi problemi, le sue difficoltà, riversa nella campagna tutte le sue negatività, al contrario di quanto avveniva in passato quando la campagna rappresentava una risorsa per l’insediamento urbano. Infine lo scenario economico attuale, investito da una grave recessione, che certo non aiuta a evitare forme di lavoro sommerso. La difficoltà è anche nei numeri: 13 euro a quintale per il prezzo del grano, 5 euro per quello dei pomodori. Dati che inevitabilmente incoraggiano forme di sfruttamento, che spesso sfociano in un degrado del vivere civile.

LE POSSIBILI SOLUZIONI – Quali possono essere le misure per far fronte al caporalato? I tentativi di porre un freno al fenomeno non sono andati sinora a buon fine. L’ art. 18 del TU sull’immigrazion art. 18 del Testo unico sull’immigrazione e, che prevede il rilascio di un permesso di soggiorno per gli immigrati che si trovano in una condizione di “sfruttati”, non è stata quasi mai applicata. Ciò per svariati motivi: i questori spesso ritengono questi strumenti discrezionali e non obbligatori; inoltre ci sono alcuni requisiti della norma che sono stati interpretati come restrittivi: ad esempio l’incolumità del lavoratore sfruttato viene accettata solo se gravemente compromessa, quindi come una reale situazione di pericolo di morte. Difficoltà che rendono quindi difficile la concreta applicazione della norma. Per porre un freno al fenomeno si potrebbe innanzitutto rilasciare il permesso di soggiorno al clandestini che vengono scoperti in una situazione di sfruttamento, ciò potrebbe indurre gli stessi immigrati a denunciare i loro caporali e venire allo scoperto. Inoltre sarebbe opportuno inasprire le sanzioni per i caporali, in modo da colpire duramente i colpevoli.

http://www.statoquotidiano.it/22/05/2010/il-caporalato-ieri-e-oggi/28204/
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Di Loredana Morandi (del 24/05/2010 @ 07:59:36, in Magistratura, linkato 1740 volte)
Se ne discute oggi al Consiglio Superiore della Magistratura...

Giustizia, taglio del tirocinio contro la fuga dei Pm

23 maggio 2010

Soluzione d'emergenza per l'assenza di pubblici ministeri nelle Procure del Mezzogiorno. Una riunione straordinaria del plenum del Consiglio superiore della magistratura si terrà lunedì per discutere e votare una pratica urgente per contribuire - con il taglio del tirocinio dei magistrati che hanno appena vinto il concorso - alla soluzione della scopertura di organico (pari a 1.202 posti) nelle sedi disagiate. La proposta prevede la riduzione di 2 mesi della durata effettiva del tirocinio, con ciò consentendo una più rapida copertura di parte dei posti scoperti (pari al 12,5%) che non si riusciranno a colmare con i trasferimenti d'ufficio.

Il provvedimento in discussione rientra in un più ampio contesto di interventi che il Csm ha allo studio per risolvere il problema, ma l'ipotesi divide i consiglieri, tant'è che in Commissione la proposta, martedì scorso, è passata con due voti favorevoli (dei consiglieri di Unicost Fabio Roia e Francesco Mannino) e una valanga di astensioni da parte dei consiglieri di sinistra. Questo nonostante la scorsa settimana l'assemblea di Palazzo dei marescialli, a maggioranza, avesse espresso l'orientamento di accorciare il tirocinio, come parte di una strategia complessiva che intende affrontare il problema con i trasferimenti d'ufficio, ma anche con le applicazioni extradistrettuali, vale a dire con prestitì temporanei di sei mesi (e anche "forzosi", se necessario) di toghe da altri uffici giudiziari. Il tutto nella convinzione che i trasferimenti d'ufficio non saranno comunque sufficienti a risolvere il problema visto che in base alla legge si potrà attingere solo da quei non molti uffici giudiziari i cui vuoti di organico sono inferiori al 20%

http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2010-05-23/giustizia-taglio-tirocinio-contro-171200.shtml?uuid=AYPRrNsB
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Di Loredana Morandi (del 24/05/2010 @ 08:01:21, in Magistratura, linkato 2609 volte)
Liquidazione a rate per gli statali


Gianni Trovati
23 maggio 2010

ROMA - Sui tavoli dove si costruisce la manovra i dipendenti pubblici stanno diventando sempre più protagonisti, loro malgrado. Per loro spunta anche la liquidazione a rate, cioè la dilazione in tre anni del trattamento di fine servizio (l'equivalente pubblico del Tfr) se superiore a una certa soglia ancora da fissare. Rimane per ora confermato anche l'allungamento dei tempi di pagamento della buonuscita: le amministrazioni avrebbero 180 giorni, non più 90, per avviare i versamenti senza incappare nel tasso d'interesse del 5 per cento.

Dettagli e soglie per la rateizzazione sono da definire, ma il meccanismo dovrebbe dividere l'assegno in due: una parte, fino al concorrere del tetto previsto, sarebbe pagata nei primi due anni, il resto slitterebbe invece al terzo. Con una soglia da 100mila euro, per esempio, il titolare di una liquidazione da 200mila si vedrebbe versare 50mila euro per ognuno dei primi due anni, rimandando al terzo anno l'appuntamento con gli altri 100mila.

Sembra certo anche il blocco della contrattazione per il 2010/2012, che avrebbe dovuto vedere il debutto della triennalizzazione dei rinnovi (di parte sia giuridica sia economica) sul modello introdotto per il settore privato. Il congelamento contrattuale, secondo le bozze della manovra, riguarda anche le forze di sicurezza, non prevede «possibilità di recupero», ma fa salva l'erogazione dell'indennità di vacanza contrattuale disciplinata dalla finanziaria 2009, che con gli indici attuali si attesta intorno allo 0,9% dello stipendio tabellare, cioè la voce base al netto delle varie integrazioni.

Il risparmio per il bilancio pubblico dovrebbe quindi essere inferiore del 20-30% rispetto ai 5,3 miliardi stimati dalla Corte dei conti come costo complessivo dei rinnovi. Lo stop ai contratti si porta con sé un blocco fino al 2013 degli automatismi stipendiali previsti per il personale non contrattualizzato e per quello di diritto pubblico, dai magistrati agli avvocati dello stato, dai professori universitari a militari, prefetti e diplomatici. Il freno potrebbe anche guardare indietro, ai contratti relativi al 2008/2009 approvati ma non ancora efficaci perché manca il via libera della Corte dei conti: nel loro caso si tratterebbe però solo di una limatura, destinata a cancellare gli eventuali aumenti superiori alla quota del 3,2% prevista per tutti i comparti.

Una sforbiciata del 10% è in arrivo poi per i componenti degli organi di autogoverno delle magistrature (dall'Anm al consiglio di giustizia tributaria), mentre le amministrazioni statali dovrebbero essere chiamate a dimezzare le spese per co.co.co. e contratti a termine.

Ma c'è di più: in "cambio" della gelata contrattuale potrebbe affacciarsi lo stop ai meccanismi «meritocratici» introdotti dalla riforma del pubblico impiego. Le ipotesi bloccano l'applicazione di tutto l'impianto di premi e pagelle ai dipendenti, e affidano al ministro dell'Economia il compito di proporre a Palazzo Chigi il decreto con cui far ripartire il meccanismo una volta passata l'emergenza.

Lo stop non riguarda il codice disciplinare, che dall'entrata in vigore del decreto legislativo 150/2009 ha sostituito i contratti nel disporre procedure e sanzioni fino al licenziamento, né le nuove responsabilità dirigenziali sul fronte organizzativo, anch'esse sottratte alla trattativa con i sindacati. Il blocco si concentra sulla valutazione delle performance individuali e degli uffici e sulla premialità: se il testo diventa legge, dunque, niente fasce di merito, premi graduati con i risultati e ciclo di gestione delle performance, fino a nuovo ordine. Dalla tagliola sarebbe escluso solo l'obbligo assoluto di concorsi per le progressioni di carriera (le vecchie progressioni «verticali», che a differenza delle «orizzontali» migliorano non solo lo stipendio ma anche la qualifica dell'interessato).

Sempre nel tentativo di contenere le uscite la manovra torna poi su capitoli più "tradizionali", a partire dal blocco del turn-over. L'idea è di prolungare fino al 2013 la regola del 20%, che permette alle amministrazioni centrali un'assunzione ogni cinque cessazioni, con la deroga per polizia e vigili del fuoco. Il criterio del 20% si estenderebbe però anche alle università, che oggi invece possono effettuare un'assunzione ogni due addii.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-05-23/liquidazione-rate-statali-080800.shtml?uuid=AYRBwCsB
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Di Loredana Morandi (del 24/05/2010 @ 08:10:30, in Magistratura, linkato 1959 volte)
L'articolo celebrativo del pensiero di Giovanni Falcone sulla Riforma della Giustizia lo potete leggere sul Corriere della Sera a firma di Marco Galluzzo.. L.

Grasso nel giorno di Falcone:

Preservare autonomia dei magistrati

Alfano rassicura. Napolitano: Sostegno a indagini su Falcone

Roma, 24 mag. (Apcom) - L'occasione è il diciottesimo anniversario della strage di Capaci, il ricordo del magistrato Giovanni Falcone. Un altro magistrato, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, prende la parola nell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo per rivolgere un appello affinchè sia preservata "l'indipendenza e l'autonomia della magistratura dal potere esecutivo".

Parole che suscitano l'immediata replica del ministro della Giustizia Angelino Alfano, che assicura: Mai pensato di mettere in discussione questa autonomia. Crediamo che in Italia si possa riuscire ancora a processare anche i 'colletti bianchi' e i corruttori di chi ricopre pubbliche funzioni", sostiene Grasso. Il Guardasigilli prova a rassicurarlo: "Solo una squadra unita, lo Stato, può vincere in questa azione di contrasto".

Dal Pdl, però, Fabrizio Cicchitto rileva: "Ha ragione Grasso, ma in uno stato di diritto la magistratura deve essere indipendente anche dalle forze politiche altrimenti viene meno la sua terzietà". Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, dal canto suo, nel giorno del ricordo del magistrato ucciso a Capaci interviene per sollecitare "il massimo sostegno alle indagini tuttora in corso su aspetti ancora oscuri del contesto in cui si svolsero i fatti devastanti di quel drammatico periodo.

La Rassegna

24/5/2010 (7:4)  - RETROSCENA

Capaci, verità mai trovate tra
buchi neri e strane presenze

I misteri del nostro 11 settembre:  «Non solo la mafia dietro il tritolo»

FRANSCESCO LA LICATA - PALERMO


Il sole splendido di Palermo ieri ha dato il meglio di sé per illuminare i volti puliti dei tremila studenti giunti da tutt’Italia per ricordare Giovanni Falcone. Una giornata memorabile, anche per il riproporsi di un gesto collettivo che sembrava desueto, un gesto che è simbolo di non rassegnazione: l’esposizione dei lenzuoli bianchi ai balconi al passare della catena umana diretta all’albero di via Notarbartolo.

Eppure non basta l’euforia pulita dei ragazzi per scacciare le ombre evocate da più parti, anche dai massimi vertici istituzionali. Sono i buchi neri delle indagini su quel tragico periodo della nostra storia recente. Le stragi della mafia: una mattanza cominciata nel giugno del 1989, col fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone, culminata con un’altra mancata strage (gennaio 1994, allo Stadio Olimpico di Roma), passando per le esplosioni di Roma, Firenze e Milano. E’ inquietante il quadro che sta vendendo fuori dalle indagini riaperte da insperate e imprevedibili testimonianze. Tanto inquietante da indurre il Capo dello Stato a parlare di «aspetti ancora oscuri delle stragi». Una puntualizzazione che dà ancora più forza alla denuncia di Pietro Grasso: «Non solo la mafia aveva interesse a eliminare Giovanni Falcone», e alla successiva esortazione a «cercare ad ogni costo la verità» su quella tragedia collettiva.

Va riletta e modificata, la storia della fine di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e dell’aggressione furiosa portata avanti dalla mafia di Totò Riina per indurre lo Stato ad allentare la repressione avviata dai provvedimenti approntati da Falcone prima che fosse abbattuto. Il ricatto delle stragi per fermare la controffensiva istituzionale che aveva già prodotto risultati eccezionali, grazie al famigerato 41 bis, alle leggi che normalizzavano il pentitismo mafioso e alle indagini sull’economia illegale che sfociavano nelle norme sul sequestro dei beni mafiosi.

Ma, come ricorda Grasso, non era soltanto Cosa nostra interessata a bloccare l’azione di contrasto. C’era qualcos’altro, una presenza immanente e sfuggente nello stesso tempo, come una regìa occulta che guidava la mano assassina di Totò Riina. Perché - altrimenti - già nel 1989, quando insieme coi magistrati svizzeri (Carla Del Ponte in primis) Falcone si accingeva ad entrare nei conti protetti dal segreto bancario, la mafia doveva cercare di ucciderlo con 76 candelotti depositati sulla scogliera sotto la casa dell’Addaura? E perché - come si è saputo di recente - questo «lavoro» avrebbe dovuto svolgersi in sinergia perfetta tra mafiosi rozzi e quelle «menti raffinatissime» percepite dallo stesso giudice scampato all’agguato?

Oggi la Procura di Caltanissetta indaga su strani personaggi «borderline» che facevano squadra coi picciotti operativi all’Addaura. Oggi si ipotizza addirittura che l’agente Agostino (poi ucciso con la moglie) e l’agente Piazza (scomparso nel nulla e mai più ritrovato perché ucciso e sciolto nell’acido) siano stati utilizzati da un «centro istituzionale» per sventare l’attentato dell’Addaura. Ma non erano, i «cattivi» agenti segreti che la bomba la volevano far esplodere, anch’essi dipendenti da una qualche istituzione? Ecco, forse le ombre stanno proprio in questa contraddizione: se i «buoni» erano dalla parte dello Stato, per chi lavoravano gli altri che hanno continuato a godere di protezioni e silenzi fino ad oggi?

Si è detto e scritto che Giovanni Falcone ha cominciato a morire nello stesso momento in cui raggiungeva il massimo del successo, con la sentenza della Cassazione sul maxiprocesso. Una grandinata di ergastoli (diciannove) che azzerava la direzione strategica di Cosa nostra e legittimava gli strumenti del pentitismo e della carcerazione differenziata per i mafiosi, per la prima volta costretti alla detenzione a vita in regime duro. Ma la morte del giudice non fu soltanto un regolamento di conti «personale». Se così fosse stato, Falcone sarebbe stato ucciso a Roma con un tradizionale agguato mafioso eseguito con le armi congeniali a Cosa nostra. E invece le indagini oggi raccontano che all’ultimo momento si cambiò strategia e fu deciso di usare l’esplosivo: cinquecento chili di tritolo e un’autostrada sventrata perché la morte di Falcone prendesse la connotazione di attentato politico e quindi con un movente molto più ampio della vendetta. Una pista investigativa che trova conforto in tutto ciò che accadde prima e dopo Capaci. L’attentato a Falcone si saldava con l’assassinio di Salvo Lima, l’ex sindaco dc di Palermo che col suo assassinio metteva una pietra sulla prima Repubblica. Meno di due mesi dopo toccava a Paolo Borsellino, ma già lo scenario era cambiato e risultava evidente come il «secondo colpo» fosse propedeutico alla buona riuscita della trattativa, che intanto si avviava, tra Stato e mafia.

Le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino hanno rimescolato molte carte. Il primo ha disintegrato la versione del pentito Vincenzo Scarantino, sulla quale poggia la sentenza della Cassazione, adesso rimessa in discussione. Ma non solo: nella sua ricostruzione tornano di nuovo le «strane presenze» estranee a Cosa nostra. Addirittura personaggi delle istituzioni presenti nel momento, anche organizzativo, della strage. Non sfugge la complicazione insorta: Scarantino che mente con la distratta partecipazione di chi indagava, perché ha detto quelle menzogne? Perché è arrivato ad autoaccusarsi di una strage che non aveva compiuto?

E poi, Massimo Ciancimino col racconto della «trattativa» e del «papello» con le richieste di Riina allo Stato: dalla revisione dei processi, all’abolizione del 41 bis, alla cancellazione della legge sul sequestro dei beni. Il racconto del figlio di don Vito ha aperto anche altri scenari, come il coinvolgimento del sig. Franco, o Carlo che sia: un alto funzionario in stretto rapporto coi servizi di sicurezza degli Stati Uniti e dello Stato del Vaticano. Una presenza costante, durante la lunga gestazione della strategia stragista. L’identità di Franco sarà svelata a breve, resta il dubbio che possa divenire oggetto di iniziative giudiziarie, vista la particolare veste del personaggio, forse coperto da immunità diplomatica. Le ombre non svaniranno presto.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/201005articoli/55296girata.asp
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