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 Miuu ... di Lunadicarta
 
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Giustizia ritardata è giustizia negata.

Montesquieu
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 



Luigi de Magistris (IdV) è Presidente della
Commissione Controllo Bilancio del Parlamento Europeo



L'eurodeputato, appena eletto alla Presidenza della commissione controllo sui Bilanci del Parlamento Europeo, ha dichiarato attraverso il suo profilo su Facebook:
"La lotta per i diritti continua. Il contrasto alle frodi, la lotta alla corruzione e alle mafie, sono una mia priorità."

lm/GQ - 20/07/09
ore 17:15


Le agenzie


PARLAMENTO UE: DE MAGISTRIS PRESIDENTE COMMISSIONE CONTROLLO BILANCIO


(ASCA) - Roma, 20 lug - Luigi de Magistris, dell'Italia dei Valori, e' stato eletto questo pomeriggio presidente della commissione del Parlamento europeo preposta al controllo del bilancio comunitario.

''Esprimo tutta la mia soddisfazione - afferma in una nota bene augurante il presidente dell'IdV, Antonio Di Pietro - per la nomina di de Magistris che rappresenta un segnale importante e positivo che arriva dall'Europa, oltre ad essere una conferma dell'azione politica portata avanti dall'Italia dei Valori.

La lotta allo spreco e alla gestione non trasparente dei finanziamenti pubblici da parte delle amministrazioni nazionali e locali - sottolinea infatti Di Pietro - e' sempre stata un punto irrinunciabile del nostro programma''.

lpe/mcc/ss 20-07-09


PARLAMENTO UE: DE MAGISTRIS, IRRINUNCIABILE CONTRASTO A CORRUZIONE


(ASCA) - Roma, 20 lug - ''Ritengo che in questo momento storico, la Commissione preposta al controllo del bilancio comunitario sia una delle più importanti del Parlamento europeo. Da questa sede, infatti, si procede a verificare in che modo vengono spesi i soldi erogati dall'Unione europea.

Da questa sede, quindi, si può dare un grande segnale di trasparenza e di legalità. Il contrasto alla corruzione, alle frodi e alla criminalità organizzata sarà sicuramente un punto centrale della mia attività di presidente''.

Lo afferma in una nota l'eurodeputato dell'Italia dei Valori, Luigi de Magistris, eletto oggi alla presidenza della Commissione per il controllo del bilancio comunitario del Parlamento di Strasburgo.


com-lpe/mcc/ss 20-07-09

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Di Loredana Morandi (del 20/07/2009 @ 07:26:16, in Osservatorio Famiglia, linkato 1203 volte)
Studio sul bullismo

LA CRIMINALITA' GIOVANILE E' CONTAGIOSA


(AGI) - Washington, 20 lug. - Il bullismo e' 'contagioso'. Mettere infatti assieme ragazzi con problemi di criminalita' crea una cultura della devianza e aumenta le probabilita' per i soggetti di proseguire con comportamenti criminali.

Uno studio ventennale condotto dall'Universita' di Genova, in collaborazione con l'Universita' di Montreal (Canada), e pubblicato sul Journal of Child Psychology and Psychiatry, ha mostrato dei risultati a dir poco sorprendenti: i ragazzi che ricevono aiuto dal sistema giudiziario giovanile hanno piu' probabilita' di indurre in comportamento criminale.

"Sembra un risultato quasi controproducente - ha detto Richard E. Tremblay, professore di psicologia dell'Universita' di Montreal tra gli autori dello studio - ma i ragazzi che hanno problemi con la giustizia e vengono aiutati dal sistema giudiziario giovanile hanno una probabilita' di 7 volte maggiore di avere a che fare con la giustizia anche da adulti.

Piu' e' intenso l'aiuto che la giustizia giovanile offre, piu' e' negativo il suo impatto". Molti paesi spendono grosse quantita' di denaro nella giustizia giovanile, e in molti casi i giovani delinquenti vengono messi assieme per poter essere aiutati.

"Il problema e' che il comportamento criminale e' contagioso, e piu' tempo si passa assieme ad altri giovani delinquenti piu' questo comportamento si rinforza", ha detto Tremblay. "Ci sono delle soluzioni a questo problema: implementare programmi di prevenzione prima dell'adolescenza poiche' i bambini sono piu' sensibili, e ridurre la concentrazione di adolescenti problematici nei programmi di recupero, per ridurre il rischio di 'contagio'", ha concluso.

Nota dalla redattrice di GQ:

Lo studio scopre finalmente l'acqua calda: "mettili tutti insieme ed impareranno l'uno dall'altro". Qui in Italia un analogo fenomeno è osservabile, ma ancora totalmente sconosciuto agli inquirenti e alla massa, nei circuiti delle "Case Famiglia - recupero tossicodipendenze/disagi sociali", nell'associazionismo e nelle strutture amministrative sanitarie e/o psichiatriche, che sono impegnate su questo fronte. Il modus vivendi qui è meramente italiota: tutto si fa per aggiudicarsi denaro pubblico, anche rovinare ragazzi sani. L'assurdo è che tramite questi centri e queste associazioni finiscano come frequentanti schedati dei Sert anche ragazzi che hanno preso una volta sola nella vita uno psicofarmaco, ma che sfortuna vuole siano divenuti oggetto delle attenzioni degli operatori sanitari della neuropsichiatria, che li imbottiranno di sostanze psicotrope "passate dalla mutua" provocando evidenti sindrome da assuefazione.
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Di Loredana Morandi (del 20/07/2009 @ 07:21:49, in Sindacati Giustizia, linkato 1683 volte)
RIQUALIFICAZIONE: ENNESIMA PROPOSTA INDECENTE

 
Si è tenuta Giovedi 16 Luglio 2009 presso il Ministero della Giustizia l’ennesima infruttuosa riunione in materia di riqualificazione e Contratto Integrativo, ancora una volta assente il Ministro per impegni istituzionali. La delegazione di parte pubblica, si è presentata con una proposta a dir poco curiosa se non addirittura ingannevole.
 
In allegato il volantino da affiggere in tutte le bacheche, che spiega le irricevibili proposte dell'Amministrazione

Saluto tutti
Pina Todisco


Si è tenuta Giovedi 16  Luglio  2009 presso il Ministero della Giustizia l’ennesima infruttuosa riunione in materia di riqualificazione e Contratto Integrativo, ancora una volta assente il Ministro per impegni  istituzionali.

La delegazione di parte pubblica, si è presentata con una proposta  a dir poco curiosa  se non addirittura ingannevole:
- un impegno dell’Amministrazione a sviluppare un’azione politica diretta a rendere possibile la progressione tra le aree e la ricomposizione delle figure professionali (per A1 e B3), senza tuttavia precisare i tempi, i denari necessari ed il numero dei destinatari;
- un impegno, per entrambe le parti, a finanziare con le risorse del FUA l’attribuzione della posizione economica superiore a tutto il personale in servizio, ma solo dopo la trasposizione del personale nei nuovi profili professionali come definiti nel nuovo contratto integrativo.

In altri termini un ulteriore tentativo per convincere le OO.SS. meno concertative ad avviare il negoziato sul contratto integrativo, strumento necessario per ridefinire i compiti e le mansioni (sempre all’insegna della massima flessibilità) di tutto il personale giudiziario.

Infatti cerchiamo di vedere nel dettaglio cosa avverrebbe oggi se avviassimo il nuovo contratto integrativo senza alcun provvedimento legislativo:
non potendo più avere una stessa figura professionale in due aree diverse così come avviene oggi per i cancellieri, gli ufficiali giudiziari, gli ausiliari ecc… occorrerebbe decidere a quelle area ascrivere quelle attribuzioni. Pertanto se le mansioni del cancelliere venissero affidate all’area 2^ ex B, così come ha dato ad intendere l’amministrazione, significherebbe che, siccome il profilo giuridico è di area ancorché spalmato su più livelli economici, tutti i lavoratori della ex area B dovrebbero ad esempio, oltretutto, andare in udienza; così come i lavoratori ex B3 dovrebbero sobbarcarsi tutti i compiti previsti dal profilo dell’area 2^. Lo stesso dicasi per gli ufficiali giudiziari, informatici ecc…

A questo punto sorge spontanea una domanda: quale interesse avrebbe l’amministrazione a dare corso all’impegno politico di procedere alla progressione tra le aree se incassa con il Contratto Integrativo la massima flessibilità? La risposta è nessuno e siccome l’esperienza più che decennale ci ha insegnato, che non bisogna firmare cambiali in bianco, ecco spiegato il motivo che ha indotto la RdB P.I. a non accettare la proposta indecente dell’Amministrazione.

Caro Ministro non più parole ma fatti e soprattutto la sua presenza.

E i fatti concreti sono:

• l’emanazione di un provvedimento legislativo che aumenti le dotazioni organiche e che stabilisca con chiarezza il passaggio di tutti gli attuali A1 nell’area 2^ e di tutti gli attuali B3 nell’area 3^;
• il suddetto provvedimento legislativo contenga la ricollocazione di tutto il personale C1 nella posizione C2 e non come previsto in C1S;
• gli attuali B1 e B2 tutti vengano ricollocati nel livello immediatamente superiore; 
• la garanzia della copertura economica;
• la decorrenza giuridica ed economica dei suddetti  passaggi avvenga dall’ 1 gennaio 2009 sottraendo così il fua 2009 allo scellerato disegno sulla meritocrazia tanto caro a Brunetta;
• riforme che vadano nella direzione di snellire tempi e procedure;
• prevedere condizioni e carichi di lavoro più umani;
• dotare il personale di risorse e strumenti idonei a rendere un servizio efficace ed efficiente.
Questo è ciò che la RdB P.I. chiede nell’esclusivo interesse dei lavoratori e fuori da qualsiasi gioco politico tra le parti.
L’amministrazione sappia che a condizioni diverse si annuncia un autunno molto caldo e i lavoratori sono pronti alla battaglia.

Roma, 16 luglio 2009                                            

RdB CUB P.I. – Coord. Nazionale Giustizia
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Di Loredana Morandi (del 20/07/2009 @ 07:05:47, in Magistratura, linkato 1225 volte)
L'intervista

Ingroia: "Scarantino mentì per depistare,
ora luce sui mandanti"

Il Messaggero 20/07/09 pag 5


Roma - Totò Riina dopo tanti anni esce allo scoperto e con una dichiarazione clamorosa indica un misterioso mandante esterno nella seconda strage di Palermo. Quale significato possono avere le affermazioni dell'ex capo di "Cosa Nostra"? Lo chiediamo al pm Antonio Ingroia titolare delle più importanti inchieste sui misteri di Palermo. "Naturalmente le dichiarazioni di un boss del calibro di Riina non vanno prese come oro colato, in ogni caso vanno lette in controluce. C'è un comprensibile interesse verso questa nuova fase processuale che riapre non solo numerosi interrogativi ma di fatto anche un nuovo percorso processuale alla ricerca di quel livello superiore sui mandanti delle stragi mafiose del '92 - '93, tanto a lungo inseguiti dalla procura di Caltanissetta senza mai approdare a qualcosa di concreto".



Sono state determinanti a quanto sembra le dichiarazioni del nuovo pentito Spatuzza?
"Sicuramente si, come oggi (ieri ndr) ha affermato il procuratore antimafia Piero Grasso. Il ruolo di Spatuzza è oggettivo. Lui fornisce una testimonianza, corredata da prove, che è stato lui a confezionare l'autobomba di via Mariano D'Amelio e non Scarantino. Lui dice la verità, sono stati trovati riscontri oggettivi alle sue dichiarazioni e di conseguenza a mentire non può che essere stato Scarantino quando si è autoaccusato di quella strage".

Perché lo fece e come lo spiega oggi Spatuzza?
"Il fatto è che Spatuzza non lo spiega perché non lo sa. Lui racconta soltanto che cosa è accaduto. Perché Scarantino abbia mentito è un percorso ancora da compiere e sarà probabilmente compito del nuovo processo accertarlo. L'ipotesi inevitabile è che le sue dichiarazioni siano all'epoca servite a depistare le indagini che potevano condurre verso un criminale pericoloso".

Che cosa rende possibile questa svolta?
"La disponibilità manifestata da Massimo Ciancimino che ha consentito con la sua testimonianza di illuminare molti passaggi rimasti controversi e del periodo che ha preceduto le due stragi e in particolare di quei cinquanta giorni tra l'assassinio di Falcone e quello di Borsellino".

Lei parla del "papello" ovvero dell'ipotetica trattativa tra mafia e pezzi delle istituzioni?
"Esattamente. Il figlio di Don Vito che è stato un testimone involontario di momenti e di incontri salienti dice che presto consegnerà quel foglietto scritto di pugno da Totò Riina".

Ora l'agenda rossa diventa il simbolo di quella trattativa che mai si sarebbe dovuta scoprire e che invece Borsellino aveva intuito: è così?
"Al momento sembra l'ipotesi più probabile".

R.D.G.
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Lettera al governo su clandestinità e neonati: il provvedimento può compromettere
anche il diritto alla privacy. Colf, Giovanardi contro il reddito minimo

Sicurezza, la legge nel mirino della Ue
Bruxelles vuole chiarimenti dall'Italia

dal nostro inviato ALBERTO D'ARGENIO

BRUXELLES - Dopo le osservazioni del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e le critiche di Onu e Consiglio d'Europa, il pacchetto sicurezza entra nel mirino della Commissione Ue, unico organismo internazionale in grado di imporre modifiche qualora la norma violasse le regole comunitarie. Le critiche di Bruxelles saranno contenute in una lettera al governo italiano che dovrebbe partire con ogni probabilità già questa settimana.

La missiva fa il bis con quella già spedita mercoledì scorso con i dubbi Ue sui respingimenti nel canale di Sicilia firmata da Jonathan Faull, direttore generale del commissario alla Giustizia Jacques Barrot. Un questionario per capire se lo stop dei barconi sia in linea con le regole comunitarie sul diritto d'asilo. In poche parole, la partita si gioca intorno ad una domanda: "Come fa il governo italiano a garantire di non aver violato gli obblighi sul diritto d'asilo? Come avete fatto a valutare che a bordo non ci fossero persone idonee a essere protette nel nostro Paese, come richiedono le regole europee?".

Ma la vera offensiva Ue deve ancora arrivare e toccherà appunto la legge sulla sicurezza, setacciata punto per punto dai tecnici di Bruxelles. Non è ancora stato deciso se la richiesta di chiarimenti sulle nuove norme italiane sarà firmata direttamente dal commissario Barrot o ancora una volta dal suo direttore generale.

Sono invece già stati individuati i rilievi e le domande da rivolgere a Berlusconi. Secondo quanto riferiscono fonti Ue, tra i dubbi di Bruxelles c'è anche il reato di immigrazione clandestina: l'Italia è in grado di garantire che la nuova fattispecie toccherà solo gli extracomunitari? La seconda norma che non convince la Ue riguarda l'iscrizione all'anagrafe dei figli dei clandestini, che secondo i contestatori della legge sarà impossibile e secondo il governo è invece consentita. In terzo luogo i sospetti di Bruxelles sono rivolti all'aggravio dei costi per il permesso di soggiorno. Infine i riflettori della Ue si accenderanno sulle nuove regole per il trasferimento del denaro da parte degli immigrati, i cosiddetti money transfer. La legge prevede che i dati sui versamenti verso il paese d'origine vengano raccolti e immagazzinati dalle autorità, con il timore da parte di Bruxelles di una violazione delle regole sulla tutela dei dati personali.

Ma non finisce qui, perché la Commissione è intenzionata a non fare sconti e si prepara a esaminare a fondo i decreti d'attuazione delle varie disposizioni previste dal dl sicurezza. E se l'Italia non convincerà la Ue, il commissario Barrot potrebbe ingiungere delle modifiche.

Intanto ieri il sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi, che aveva già chiesto con successo la "sanatoria" per le badanti, ha chiesto l'abolizione del reddito minimo per la regolarizzazione delle collaboratrici domestiche: "La proposta del limite di 20 mila euro di reddito per il single e di 25 mila per i nuclei familiari, senza il quale il datore di lavoro non può mettere in regola una colf, crea più problemi di quanti ne risolva. Impone per legge un principio di classe e non tiene conto dei risparmi che spesso generano reddito non imponibile o degli aiuti di familiari che non fanno parte del nucleo".

(20 luglio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 20/07/2009 @ 03:03:25, in Politica, linkato 1299 volte)
Intercettato Salvatore Greco, leader del movimento di Fitto. Al centro di uno degli affari una struttura di proprietà dei Matarrese.

Nell'inchiesta Tarantini
delibere pilotate sulla sanità

di GABRIELLA DE MATTEIS GIULIANO FOSCHINI

BARI - C'è anche la storia di una delibera, approvata dalla giunta Fitto nell'ottobre 2002, su input dell'allora consigliere regionale Salvatore Greco, nel fascicolo della procura di Bari che ha travolto Gianpaolo Tarantini, l'imprenditore che, nell'ottobre scorso, ha portato la escort Patrizia D'Addario a casa del presidente del Consiglio Silvio berlusconi.

Il pm Roberto Rossi, notificando ai 23 indagati (tra loro molti sono medici) l'avviso di conclusione dell'inchiesta, ha depositato gli atti. E nei faldoni, messi a disposizione degli avvocati, ci sono migliaia di intercettazioni. Tra queste anche alcune che, secondo i carabinieri della sezione di pg, dimostrerebbero come gli affari di Greco, considerato il socio occulto di Tarantini, fossero "poliedrici". Spaziavano dalla sanità all'edilizia.

E' l'ottobre del 2003. Greco (ora alla guida del movimento di Fitto "La Puglia prima di tutto") sta curando la procedura per una delibera che interessa il cugino Salvatore al quale in una telefonata, intercettata il 18, dà informazioni sullo stato dell'iter amministrativo, dicendo che il provvedimento è al vaglio della Ragioneria. I contatti tra i due cugini sono frequenti. Il 22 Salvatore dice a Tato Greco di aver una copia della delibera che prevede il trasferimento di una struttura ospedaliera a Villa Patrizia, struttura di proprietà della famiglia Matarrese. Più tardi l'allora consigliere regionale parla con lo zio Amato attribuendosi il merito di aver dato seguito alle richieste del cugino. La ricostruzione dei carabinieri si basa sulle intercettazioni.

"Tato - è scritto nell'informativa - precisa che al momento si trova in Consiglio, e non può avvicinare una persona visto che potrebbe dare all'occhio. Quindi appena finiranno parlerà con quella persona, e a seguito di ciò tra la giornata di domani o dopo domani verrà convocata la Giunta, al fine di completare la procedura relativa alla delibera a loro interessa. Infine Tato rappresenta allo zio che a seguito del suo intervento Rocco Palese (ndr, allora assessore) ha disposto la firma immediata della delibera".
L'interesse di Greco perché l'iter del provvedimento vada in porto è confermato da un'altra conversazione, registrata dai carabinieri. Questa volta l'interlocutore del giovane consigliere regionale è Fitto (non coinvolto nell'inchiesta). "Gli chiede espressamente - scrivono gli investigatori - che la giunta venga convocata per la giornata di giovedì. Quindi il consigliere formula la richiesta come cortesia personale: "... vedi un po' se la riesci a fare per giovedì, Raffaele!? Fammi sta cortesia Raffaè!"".

La delibera verrà approvata. Al cugino, Greco spiega di aver supplicato il via libera al provvedimento e suggerisce anche "in che modo comportarsi nel qual caso si scopra l'irregolarità della procedura".

(La Repubblica, 18 luglio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 18/07/2009 @ 00:36:43, in Magistratura, linkato 2313 volte)
ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI



Paolo Borsellino, diciassette anni dopo:
il nostro ricordo, il nostro impegno



Diciassette anni fa, il 19 luglio 1992, Paolo Borsellino è stato ucciso dalla mafia. Il suo ricordo, il suo impegno, i suoi ideali sono la base su cui l’Anm vuole costruire il proprio futuro.

Ad una eccezionale esperienza professionale, Paolo Borsellino affiancava un forte e convinto impegno associativo: quando morì, era Presidente dell’Anm di Palermo, e molti di noi ricordano la coraggiosa determinazione e la lucida intelligenza con cui Paolo esprimeva il punto di vista della magistratura sulle questioni più rilevanti e delicate del dibattito istituzionale e politico sulla giustizia.

Un mese dopo la strage di Capaci, il 23 giugno 1992, Paolo Borsellino ricordò l’amico Giovanni Falcone con un discorso che ancora oggi esprime con straordinaria forza il patrimonio di valori che li univa. Abbiamo pensato di riproporvelo. Crediamo sia il modo migliore per cogliere fino in fondo l’attualità del suo pensiero.

La Giunta Esecutiva Centrale




Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone


Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.

Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone l’estremo pericolo che egli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state troncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. Perchè non è fuggito, perchè ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perchè è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore!

La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato, che tanto non gli piaceva. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali, per rendere migliore questa città e la Patria cui essa appartiene.

Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche di indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità.

Ricordo la felicità di Falcone quando, in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, mi disse: «La gente fa il tifo per noi». E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza di essa.

Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco, perché ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza per il prezzo che, per la lotta alla mafia, la lotta al male, doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza a una lotta d’amore che costava però a ciascuno, non certo i terribili sacrifici di Falcone, ma la rinuncia ai tanti piccoli o grossi vantaggi, alle tante piccole o grandi, comode abitudini, alle tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità. Insofferenza che finì per invocare e ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su una ubriacatura di garantismo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa Nostra e fornirono un alibi a chi, dolosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsene.

In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì. Cerco di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le ottimali condizioni del suo lavoro. Per poter continuare a “dare”. Per poter continuare ad “amare”. Venne accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Menzogna! Qualche mese di lavoro in un Ministero non può far dimenticare il suo lavoro di dieci anni. E come lo fece! Lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. Per fare il magistrato, indipendente come sempre lo era stato, mentre si parlava male di lui, con vergogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta.

Muore, e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato e perseguitato, hanno perso il diritto di parlare! Nessuno tuttavia ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta. Se egli è morto nella carne ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze, se non si sono svegliate, debbono svegliarsi. La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio. Dal sacrificio della sua donna. Dal sacrificio della sua scorta. Molti cittadini, ed è la prima volta, collaborano con la giustizia. Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupide scuse accademiche.

Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro. Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia. Troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito; dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo.

(Palermo, martedì 23 giugno 1992, Chiesa di San Domenico)
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GIUSTIZIA: ALFANO E BRUNETTA SIGLANO PROTOCOLLO PER INFORMATIZZAZIONE

Roma, 17 lug. - (Adnkronos) - Lunedi' alle 11, a Palazzo Cavalli a Venezia, sede della Corte d'Appello, in S. Luca 3978, il ministro della Giustizia Angelino Alfano e quello per la Pubblica amministrazione e l'Innovazione Renato Brunetta, insieme al presidente della Corte d'Appello di Venezia Manuela Romei Pasetti, con i Consigli degli Ordini degli avvocati di Bassano del Grappa, Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza, firmeranno un Protocollo per la comunicazione dei biglietti di cancelleria per via telematica nei procedimenti civili di secondo grado, la digitalizzazione dei fascicoli di primo grado e l'inserimento in rete dei dati pubblici delle sentenze di primo grado.
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Di Loredana Morandi (del 18/07/2009 @ 00:13:03, in Magistratura, linkato 1330 volte)
GIUSTIZIA: ANM PALERMO,
MAGISTRATURA SEMPRE PIU' SPESSO
DILEGGIATA E DISPREZZATA

Palermo, 17 lug. - (Adnkronos) - I magistrati del distretto di Palermo esprimono "il loro disagio nel veder sempre piu' spesso, e senza alcun rispetto, dileggiata, denigrata e disprezzata la Magistratura intera, accusata indiscriminatamente di ogni nefandezza, e ripetutamente vilipesa con l'uso di un linguaggio volutamente offensivo: arrivando addirittura a definire delinquenti i pubblici ministeri, senza ricordare che quello era il ruolo che ricopriva Paolo Borsellino quando venne barbaramente ucciso". L'atto d'accusa arriva dalla sezione distrettuale di Palermo dell'Anm, nel giorno in occasione della commemorazione di Paolo Borsellino, a 17 anni dalla sua uccisione per mano mafiosa.

"Offese" che per i magistrati palermitani sono "tanto piu' brucianti perche' rivolte ad una parte dello Stato da importanti componenti di altre Istituzioni del medesimo Stato". L'Anm di Palermo esprime l'auspicio che "le istituzioni democratiche lavorino tutte, ciascuna nell'ambito che le e' proprio, con l'obiettivo comune di rendere lo Stato di cui componenti piu' forte, piu' giusto, piu' autorevole e saldo nell'affermare i propri valori e nel difenderli da una criminalita' sempre piu'spregiudicata e mimetizzata nella societa' civile".

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L’ANM di Palermo, si riunisce al Palazzo di Giustizia
per ricordare Borsellino ma l’aula è semivuota.

Scritto da Bruna Italia Massara on lug 17th, 2009

Palermo, 17 luglio 2009. Ci sono il Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, ma anche i vertici del  Tribunale, un capitano dei Carabinieri, qualche aggiunto e alcuni pm e giudici, ma l’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Palermo è rimasta semivuota per ricordare il giudice Paolo Borsellino.Paolo Borsellino

Sono poco più di una trentina i magistrati che si sono riuniti oggi al primo piano del Tribunale per commemorare il giudice Borsellino e i cinque agenti della scorta nel diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio. Una manifestazione organizzata dall’Anm distrettuale di Palermo che ha rievocato, con alcuni interventi, la figura del magistrato ucciso il 19 luglio del 1992. Il primo a prendere la parola è stato il Presidente della Corte d’Appello Vincenzo Oliveri, ex compagno di scuola di Borsellino.

«Paolo – ha detto commosso – era lungimirante. Non parlava mai del suo lavoro, era riservato e operativo nello stesso tempo. Era un giudice dal volto molto umano, sempre pronto alla battuta. Ha dato lustro alla magistratura e per noi il suo ricordo è sempre vico».

 Subito dopo l’intervento del Procuratore generale di Palermo, Luigi Croce, anche lui molto vicino a Borsellino: «Il ricordo di Paolo è solo uno – ha spiegato – l’esempio che ci ha lasciato». Poi, ha aggiunto: «La magistratura non sta vivendo un momento felice, è pieno di polemiche. L’esempio di Borsellino è il viatico giusto per proseguire la nostra attività».

E il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, Enrico Sanseverino: «La mia – ha detto – è la testimonianza di una persona che testimonia come le idee di Paolo Borsellino valevano  sia come magistrato, sia come uomo. Allora come oggi». Ma ha concluso: «Oggi, purtroppo, Paolo Borsellinon non si troverebbe a proprio agio nel periodo n cui stiamo vivendo».

Durante la cerimonia commemorativa è intervenuto anche il vicepresidente dell’Anm, Gioacchino Natoli, anche lui amico di Paolo Borsellino: «L’impegno della figura di Presidente della sezione distrettuale dell’Anm – ha spiegato – è stato scopertop per la prima volta solo grazie a Paolo Borsellino. Ci ha dimostrato che l’attività associativa non è un’attività di serie B, come pensa qualcuno oggi». E ha ricordato l’assemblea «infuocata dell’Anm subito dopo l’uccisione del magistrato Rosario Livatino. Borsellino seppe governare con autorevolezza le istanze da Robespierre che qualcuno avanzò nell’assemblea palermitana».(Adnkronos)

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I giudici ricordano Paolo Borsellino
"Dopo 17 anni la magistratura palermitana è divisa"

17 luglio 2009 17:28

Il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, ma anche i vertici del Tribunale, diversi pm e giudici, e il presidente dell'ordine degli avvocati di Palermo, Enrico Sanseverino hanno partecipato questa mattina, nell'aula magna del Palazzo di Giustizia alla commemorazione del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta nel diciassettesimo anniversario della strage di via D'Amelio. La manifestazione è stata organizzata dall'Anm distrettuale di Palermo. "Dopo 17 anni - ha detto il
pm Antonio Teresi - si é perduta gran parte della rabbia che ha contraddistinto il nostro lavoro di magistrati e oggi assistiamo a una divisione interna della magistratura palermitana. Da un lato ci sono i pm, dall'altra la magistratura giudicante che non ricorda più l'insegnamento di Paolo Borsellino, cioé che bisogna considerare Cosa nostra il male assoluto senza se e senza ma. Oggi ci sono troppi provvedimenti di giudici pieni di se e ma". Il procuratore Messineo ha invece preferito ricordare l'ultima vittoria della magistratura. "Anche una sentenza importante come quella del processo 'Addiopizzo' di ieri sera in cui tutti gli imputati, tranne qualche eccezione marginale, sono stati condannati a pene severe per reati associativi ed estorsioni, è un modo per ricordare Paolo Borsellino - ha detto Nel ricordo di Paolo Borsellino vanno richiamati i successi ottenuti nella lotta alla mafia. Questo è il segno tangibile del livello di successi con cui è avvenuta l'azione di contrasto contro la mafia negli ultimi tempi".

I magistrati del distretto di Palermo esprimono "il loro disagio nel veder sempre piu' spesso, e senza alcun rispetto, dileggiata, denigrata e disprezzata la Magistratura intera, accusata indiscriminatamente di ogni nefandezza, e ripetutamente vilipesa con l'uso di un linguaggio volutamente offensivo: arrivando addirittura a definire delinquenti i pubblici ministeri, senza ricordare che quello era il ruolo che ricopriva Paolo Borsellino quando venne barbaramente ucciso". L'atto d'accusa arriva dalla sezione distrettuale di Palermo dell'Anm, nel giorno in occasione della commemorazione di Paolo Borsellino, a 17 anni dalla sua uccisione per mano mafiosa.

"Offese" che per i magistrati palermitani sono "tanto piu' brucianti perche' rivolte ad una parte dello Stato da importanti componenti di altre Istituzioni del medesimo Stato". L'Anm di Palermo esprime l'auspicio che "le istituzioni democratiche lavorino tutte, ciascuna nell'ambito che le e' proprio, con l'obiettivo comune di rendere lo Stato di cui componenti piu' forte, piu' giusto, piu' autorevole e saldo nell'affermare i propri valori e nel difenderli da una criminalita' sempre piu'spregiudicata e mimetizzata nella societa' civile".

La strage di via D'Amelio, domenica sarà ricordata anche a Trapani, con una manifestazione, organizzata da un gruppo di giovani senza bandiere, che avrà inizio alle ore 21 a piazza Mercato del pesce. Nel corso della serata è in programma un collegamento video con il fratello del giudice ucciso, Salvatore Borsellino. Ornella Fulco reciterà poi la poesia "giudice Paolo" di Marilena Monti. Seguirà un dibattito intitolato "Strage di Stato". Chiuderà la serata l'esibizione di gruppi musicali. "Abbiamo voluto promuovere una manifestazione sobria - dice Pamela Giacomarro, una delle organizzatrici - puntando all'essenza, per testimoniare la volontà che c'é anche a Trapani di proseguire l'impegno di chi è morto per difendere i valori della legalità e della democrazia".

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Di Loredana Morandi (del 18/07/2009 @ 00:01:48, in Giuristi, linkato 1308 volte)
E giustizia per tutti


Gran bel pezzo di cinema, di fresca attualità, con uno strepitoso Al Pacino magistralmente diretto da Norman Jewison. Una tenace, sofferta ricerca della Giustizia Uguale. Per tutti. Con risultati simbolici, oltre che filmici, sicuramente non trascurabili.

E tuttavia risibili, se confrontati con gli esiti (a dir poco) sorprendenti conseguiti nei giorni scorsi dal vertice della nostra giurisdizione ordinaria, la Corte Suprema di Cassazione. Le cui sezioni unite civili, con sentenza n.15976, hanno pronunciato nel merito dei ricorsi a suo tempo proposti dai magistrati di Salerno e Catanzaro, avverso i provvedimenti cautelari irrogati dal CSM nell’ambito della cosiddetta “guerra delle procure”. Una connotazione mediatica non-neutra, alla stregua della rappresentazione che il Consiglio Superiore della Magistratura ha ufficialmente inscenato per quegli eventi, oggettivamente dirompenti, anzi drammatici.

Invero, istituzioni ed opinione pubblica conoscevano, con congruo anticipo, le conclusioni di questa vicenda, grazie alle puntuali esternazioni del presidente dell’ANM in corso di procedura. Insomma, tutto era stato previsto, con mirabile esattezza. O, come si suol dire: scritto. Lode a sì potenti virtù divinatorie. Nel paese di Balsamo-Cagliostro, che balsamo!

Vorremmo provare a riassumere concisamente i termini essenziali della (poco) intricata vicenda.
La Procura della Repubblica di Salerno conduce, nei confronti di alcuni magistrati di Catanzaro, un procedimento scaturito da una serie di informative di reato da questi ultime inoltrate nei confronti dell’ex pm di Catanzaro De Magistris. Accertata la sua estraneità ad ogni e qualsiasi responsabilità, quell’ufficio s’imbatte in gravi ipotesi di reato in capo ai predetti magistrati calabresi. Come, ad esempio, una presunzione di illeciti a favore dell’ex ministro Mastella:la mancanza di alcuni atti nella trasmissione al GIP della domanda di archiviazione della sua posizione. Un fatto d’inaudita gravità, se provato. Ai fini delle doverose (?) investigazioni, bisogna – è di tutta evidenza anche per i non addetti - disporre di quegli atti. Che, infatti, vengono ripetutamente richiesti a Catanzaro, non senza informare il CSM, che tace. Ma questi documenti - indispensabili per “le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale” (art.326 cpp), obbligatoria in forza della Costituzione, art.112 – non arrivano. Ora, è patente che, in ipotesi di omissione, abuso o falsità per occultamento, in testa all’AG di Catanzaro, all’ufficio del pm di Salerno competeva e compete il potere-dovere di indagare e conoscere. Per agire.

Che, poi, siffatte devianze siano occorse nella gestione di un procedimento giudiziario, è circostanza indubbiamente peculiare, ma che non vale a diminuire, la loro gravità. Semmai ad ispessirne la portata. In uno Stato di diritto, ben inteso. E nulla autorizza ad attribuire ai magistrati di Salerno la barbara e demenziale intenzione di sottrarre i procedimenti al competente giudice naturale di Catanzaro, salva l’acquisizione di “copie” conformi degli atti de quibus, da sempre sollecitate.

Né da parte loro era mai stato sollevato il rituale conflitto di competenza. Nulla. Ragionevolmente esclusa la cieca ignoranza, non di un singolo, ma di un intero ufficio! Di processi alle intenzioni, d’altra parte, non si sente il bisogno ed è meglio lasciarli agli Stati-canaglia.

Una semplice osservazione può forse aiutare ad inquadrare correttamente la questione. Se nel corso di un’attività giurisdizionale uno o più magistrati distruggessero documenti od elementi di prova, la competente AG, intervenendo alla ricerca delle relative tracce documentali, di sicuro...interferirebbe. Con il delitto. Anche al fine d’impedire l’”aggravamento ulteriore delle sue conseguenze”, senza, peraltro, con ciò usurpare la competenza naturale in ordine a quella regiudicanda. Come da ampia casistica, oltre che da codice di rito.

Eccoci così giunti al punto più rilevante della determinazione conclusiva della S.C. Che sembra risiedere in una nobile preoccupazione per le sorti della Giurisdizione, messe a repentaglio da “risse” devastanti come quella in argomento. Ora, se esisteva un’alternativa all’operato dell’AG salernitana, quale poteva essere? L’astensione da ogni…interferenza. C’è del vero, in questa posizione, che suona quasi come un invito e un auspicio:in determinati casi, alla “rissa”, è preferibile la…pace.
Prima o poi sapremo anche…per chi.

E ancora, in tema di pace – in un paese fin troppo litigioso - viene in mente quella grande “summa” storico-culturale che è “Guerra e pace” di Tolstoj. Sotto un profilo singolare, però:la sua lunghezza è opportunamente inferiore al decreto di perquisizione e sequestro improvvidamente predisposto dei magistrati campani. 1.400 pagine, un macigno. Esagerati, è il meno che si possa dire. Alla S.C. ne sono bastate 63 per segnare il destino di questi magistrati, a salvaguardia delle “logiche della giurisdizione”. Quale obbrobrio, quel blaterare su fatti estranei alle “finalità” proprie dell’atto. Scrivendo tante pagine inutili, seppure con intento ipermotivante, anziché la consueta, succosa letterina della mamma, si sono dispersi – perdendosi - in sviluppi analitici “inconferenti” – si dice così? Hanno, cioè, mostrato di aver capito ben poco, quasi nulla. Del gioco. E delle sue regole. Di quelle non scritte, segnatamente.

Oppure del sonno del CSM, in (prolungata) fase REM notoriamente caratterizzata da attività onirica con allucinazioni e autorappresentazioni, la cui privazione provoca l'insorgenza rapida di sintomi ansiosi, e se protratta a lungo, di sintomi psicotici, come spunti di depersonalizzazione e di valenze paranoidi.

Il dirigente Apicella, in primis, ha inopinatamente rivelato un’”indole” tutta da rifare, con scarsa propensione alla “comprensione”, perciò finanche indegna della misura – provvisoria - del trasferimento. Rimozione, e non se ne parli più. Conformemente, i media non ne fanno più menzione. In fondo, che cosa c’è da aggiungere a quanto già era noto ed ora viene confermato, in scienza e coscienza, dal giudice supremo della Corte Regolatrice?

Da qui l’addebito di maggiore incisività:l’anzidetta prolissità “tecnico-redazionale” dei salernitani. Davvero imperdonabile agli occhi del censore (mal)cassante. Assai più del delitto medesimo, anche di quello associativo, istituzionale, spregiudicato e scatenato che sia. O dell’ipocrisia, ferocemente stigmatizzata – unica, vera colpa - dal Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. Da stroncare.

Non può che risultarne, di rigore, una sentenza della Cassazione traboccante di legittima suspicione:sospetti – perfino che il decreto incriminato sia opera autografa del De Magistris. Altro lavoro per Perugia, si suppone! – intenzioni, congetture, sfumature, ombre, etc.etc. Si conviene a un provvedimento “giurisdizionale” che si rispetti.

Nelle more, il CSM ha già (per una volta) tempestivamente provveduto ad affidare la direzione della Procura di Salerno ad altro, valoroso magistrato. Senza dannose perdite di tempo. E senza nemmeno attendere l’esito del ricorso in Cassazione del titolare dott. Apicella, sospeso in via cautelare. Non già destituito. Se la linguistica e la semantica, ancor prima che il diritto, conservano un senso.

D’altronde, che bisogno c’era di indugiare, dopo che il presidente dell’ANM aveva già anticipatamente decretato la “conclusione” della vicenda or sono sei mesi? Misteri della chiaro-veggenza.

Per una maggiore precisione. In caso di reintegro del procuratore Apicella, posto che l’ufficio del pm costituito presso il giudice penale di Salerno non avrebbe mai potuto essere retto da una diarchia, il neo nominato avrebbe dovuto far le valigie. Inconcepibile per chiunque, figurarsi per i dotti ermellini del Palazzaccio. Per fortuna, una mera ipotesi. Controfattuale. Carnevalesca. Sul piano della possibilità logico-giuridica, non si sarebbe mai potuta realizzare. E non si è realizzata. Alla S.C. il merito indiscutibile di avere scongiurato altre…”risse”, consacrando lo statu quo ante. L’universo della giurisdizione è finalmente pacificato, in un afflato struggente. Splendido esempio – e monito, soprattutto - per la vita pubblica del Belpaese. Illuminante risposta all’eterno dilemma del:che fare?
Ora lo sappiamo, con il crisma di un apice dello Stato. Mica di un pedice!

Soltanto un dubbio, se consentito. La materia esaminata ed “evasa” dalle sezioni unite civili è la medesima in precedenza delibata dal Tribunale penale di Salerno, che, però, è giunto a conclusioni diametralmente opposte. Prevalgono pulsioni extraprocessuali e la (conclamata) primazia della giurisdizione penale ne esce visibilmente incrinata, non diciamo sbriciolata. Tuttavia, l’altezza della posta in gioco, e il vitale interesse statuale di por fine alle “risse”, e di metterle al bando, debbono rasserenarci, e convincerci che il “bene” tutelato dev’essere apparso decisamente superiore a quelli sacrificati.

Dunque, diamoci…pace. Per l’appunto. Memori del monito - strategico, più che tattico - del grande discepolo di von Clausewitz, von Moltke:”Marciare divisi, colpire uniti”, mediante appropriate manovre di aggiramento sinergico e concentrico. Senza scontri frontali, la rete ferroviaria prussiana – a raggiera - lo consentiva. E’ l’incipit vittorioso del primo Reich. Cui seguirono il secondo e…il terzo. Non v’è dubbio che le sezioni civili della Cassazione siano state…unite.

Mentre scriviamo, continuano a giungere strane voci da Caltanissetta. Stragi di Stato, patti fra mafia e Stato, nomi di qualche vecchio, democraticissimo ministro dell’Interno…Che non si tratti delle “menti raffinatissime” lucidamente evocate da Falcone? A nostro sommesso avviso, bisognerebbe entrare subito in azione, incombono altre “risse”, altri “disastri”, ancora più virulenti di quella qui in discussione. Questa volta, sarà meglio muoversi per tempo, evitando di ripetere gli errori del caso De Magistris. Per la gioia, la tranquillità e la perpetuazione della Repubblica Costituzionale Materiale. E del popolo sovrano. Che rimane in attesa. Educatamente. Fiduciosamente.

Un giorno, si spera non troppo lontano, quando anche noi potremo chiamare davanti a un Parlamento vero - come gli USA davanti al Congresso - qualche alto magistrato, una brezza di senso accarezzerà il paese. Termini come:Resistenza, Costituzione, Diritto, Stato, Comunità, Democrazia, Libertà, Valore, Progresso, cominceranno a recuperare margini di significato. Ma chi più ne ha, più ne o-metta. A scanso di equivoci. E ingorghi. E “risse”.

Sarebbe un magnifico dizionario, da compulsare con i giovani. Spiegando loro: ”Vedete, cari, questo è un linguaggio vero, non una “lingua di legno”, la “langue du bois” dei totalitarismi, il linguaggio come potere, produzione, sistema di relazioni. Menzogne ossessivamente reiterate e imposte come verità”.
Vivremo, allora, entro una relazione di reciproca coniugazione e corrispondenza biunivoca fra parole e cose, concetti e realtà. Infine affrancati dalla tetra previsione orwelliana:la pratica perversa e proterva della cancellazione dal lessico di significanti autentici come strategia politico-statuale di svuotamento, trasfigurazione e sostituzione del reale. Che ha funzionato. Funziona ancora.

Come nel celebre dialogo di Borges fra il democratico vincitore: "Vi abbiamo sconfitti" e il nazista vinto: "No, abbiamo vinto noi. Perché vi abbiamo resi come noi". Secondo autorevoli storici, questi sono ancora problemi del presente, saranno ancora problemi del futuro.

Prof. Giuseppe Panissidi UniCal
(Lettere a Il Messaggero 17 luglio 2009)
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