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Non rammento: il blogger Luigi de Magistris è stato magistrato?

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 24/07/2009 @ 14:33:51, in Osservatorio Famiglia, linkato 1311 volte)
Bambini sottratti ai genitori,
un business miliardario


Questo è il titolo del video, suggeritomi via FB dal presidente della associazione IoSoCarmela (www.iosocarmela.net), gli organizzatori di un convegno sulla Medicalizzazione del disagio dei minori qui in Roma a settembre, e riguarda il caso di Partinico in Sicilia.

Ma il novello scandalo delle Case Famiglia non è un fenomeno legato alla sola Sicilia, perché il mercato dell'assistenza sociale da molti anni è approdato finanche nella Capitale. Roma, Municipio XIX, Asl Roma E: è il caso più recente, che ho potuto vedere. Coinvolti una neuropsichiatra, con l'incarico preciso di somministrare farmaci al paziente sottratto dalla famiglia, operatori pseudo sanitari e pseudo volontari assunti da Associazioni a carattere lucrativo. Il paziente, oggi maggiorenne, non ha veri disturbi psichiatrici, ma soffre di fenomeni fisici e psicologici per la protratta somministrazione di farmaci psicotropi.

Inoltre su questo tema potrei documentare, seduta stante, che i fondi per il welfare del Municipio XIX siano stati sottratti a beneficio di una associazione, per l'operato di una scaltra assistente sociale in almeno 1 caso. Di questo caso è possibile documentare, inoltre, l'intelligenza del Magistrato che non volle farsi abbindolare, né dalla assistente sociale, né dalla associazione.

Sappiamo però, che sono tanti i magistrati che cadono in perfetta buona fede in queste trappole, ordite in nome della sola apparenza umanitaria, di professioni psichiatriche usate a proprio beneficio e di un millantato perbenismo di facciata.

Il video.






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Di Loredana Morandi (del 24/07/2009 @ 10:30:16, in Sindacati Giustizia, linkato 1241 volte)
Giustizia, grave carenza organico in Lombardia


"Da un punto di vista pragmatico, il ministro Brunetta dice la verità: in Lombardia la procedura telematica per il decreto ingiuntivo è stata attivata; e, precisamente, al Tribunale di Milano (dove è già operativa dall’11/12/06), in tutto il distretto di Milano e al Tribunale di Brescia (dove è già operativa dal 22 luglio 2009)". E' quanto si legge in una nota della Fp Cgil della Lombardia.

Sempre presso il Tribunale di Milano, spiega il comunicato, sono già attive la procedura delle notifiche telematiche civili e il processo civile telematico, mentre è in via di ultimazione il progetto del fascicolo informatico, finanziato dalla Cassa delle Ammende (con l’aiuto e la collaborazione di un gruppo di detenuti in semi libertà).

"Tutti questi progetti - specifica - sono stati però messi in atto dalla precedente amministrazione. E se ciò si è potuto realizzare è grazie all’impegno, alla tenacia e caparbietà del Presidente del Tribunale di Milano, dott.ssa  Livia Pomodoro, del dott. Claudio Castelli e dei suoi collaboratori; grazie al lavoro e all’impegno (anche di sabato e domenica, anche con numerose ore di straordinario non pagato e auto formazione) dei dipendenti del CISIA* e DGSIA** di Milano, dei dipendenti degli uffici giudiziari di Milano e della Lombardia, con la collaborazione e l’impegno finanziario dell’Ordine degli Avvocati di Milano. Non, dunque, grazie agli spot pubblicitari e autoreferenziali, privi di contenuto, del tandem Brunetta - Alfano".

Finora, secondo il sindacato, "l’attuale amministrazione ha provveduto a tagliare risorse (vedi Legge 113/08) e a ignorare i lavoratori della giustizia che attendono e chiedono da anni il giusto riconoscimento professionale. Purtroppo, data la carenza di organico, non c’è sufficiente personale che faccia funzionare tutti gli uffici giudiziari di Milano e della Lombardia - conclude -: ma su come risolvere questi problemi il duetto Brunetta – Alfano tace".

Rassegna.it  24/07/2009 13:55
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Di Loredana Morandi (del 24/07/2009 @ 09:51:32, in Magistratura, linkato 1306 volte)
Cassazione: toccare le colleghe, senza libidine si può

Assolto straniero condannato per violenza sessuale a Ferrara


(ANSA) - BOLOGNA, 24 LUG - Toccare le colleghe di lavoro senza provare ''ebbrezza sessuale'' si puo'.

Lo ha stabilito la Cassazione, confermando l'assoluzione a un extracomunitario.

Condannato ad un anno e due mesi in primo grado dal tribunale di Ferrara, ma assolto in appello a Bologna dall'accusa di violenza sessuale, Kadri O. e' definitivamente scagionato.

Dalle testimonianze era emerso che l'uomo, denunciato da una collega, ''non voleva soddisfare la propria libido''.

Una ''sentenza nauseante'' e' stato il commento della presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Moscatelli.

ANSA 2009-07-24 15:56


Udi, senza libidine e' un'aggravante

ROMA - L'assenza di libidine, nel toccare una donna, "non è un'attenuante ma casomai un'aggravante perché vuol dire che c'é la percezione della donna come di un oggetto che si può toccare indifferentemente e con una padronanza che prescinde da quello che la donna vuole e sta comunicando".

Lo ha detto Pina Nuzzo, presidente dell'Unione donne in Italia, sulla sentenza relativa al palpeggiatore assolto. "Si sente dire fra i giovani che toccare le compagne di scuola è un fatto naturale ed anche apprezzato.

A me - ha aggiunto Nuzzo - sembra che questo giudice abbia avuto un comportamento adolescenziale. E' una sentenza che mi lascia allibita".

"In altre sentenze sulle violenze e le molestie - ha precisato ancora - i giudici hanno criticato le donne che si difendono troppo.

Insomma, mi sembra che giudici oscillino fra i giudizi morali che non c'entrano con la legge, e che valutino le persone, uomini o donne, non come soggetti di diritto".


Telefono Rosa: "Siamo nauseate, come si Misura la libidine? La donna non è un oggetto"

Cassazione: toccare le colleghe non è reato se fatto senza «intenti libidinosi»

Confermata l'assoluzione ottenuta in appello da un lavoratore straniero, dopo la condanna in primo grado

ROMA - Toccava le colleghe di lavoro. Ma in maniera scherzosa, come modo di fare abituale, senza provare alcune «ebbrezza sessuale» o intenti libidinosi. Per questo la Cassazione ha confermato l'assoluzione di un lavoratore extracomunitario, Kadri O., dall'accusa di violenza sessuale per la quale, in primo grado, era stato condannato ad un anno e due mesi di reclusione (pena sospesa dalla condizionale). In appello, invece, Kadri era stato assolto, il 28 novembre 2008, con la formula perchè il fatto non sussiste.

LA SENTENZA - Il processo era nato dalla denuncia sporta da una collega di Kadri, stanca delle sue mani lunghe. In tribunale era emerso che (come rileva la Cassazione nella sentenza 30969) «Kadri O. era solito praticare scherzi di cattivo gusto toccando le colleghe di lavoro e così ponendo in essere un comportamento di certo poco raffinato e abituale». Tuttavia dalle stesse testimonianze era anche risultato che nel comportamento dell'uomo non era ravvisabile alcune «ebbrezza sessuale» in quanto, toccando le colleghe «non voleva soddisfare la propria libido». Contro l'assoluzione di Kadri O. aveva fatto ricorso in Cassazione la Procura generale della Corte d'Appello di Bologna.

IL LEGALE - L'avvocato Marcello Rambaldi, legale dell'imputato, ha spiegato che Kadri O. «era solito abbracciare con trasporto tutte le colleghe.» Alcune, come quella che lo ha denunciato, le abbracciava con un tale trasporto da sollevarla da terra. «Ma tutto avveniva per affetto, non per soddisfare istinti sessuali». E aggiunge: «Ma quale violenza, il mio cliente abbracciava tutte le colleghe. In quel caso sollevando la collega da terra, le sfiorò il seno. Avvenne nel 1996. Addirittura una collega che lo difese conoscendo le abitudini di Kadri si ritrovò accusata di favoreggiamento». Poi fu assolta. Teatro degli abbracci tra Kadri e le colleghe, un mercato ortofrutticolo della provincia di Ferrara dove l'immigrato baciava e abbracciava tutte «ma con affetto, ci mancherebbe», ribadisce Rambaldi. «Ora il mio cliente ha cambiato mestiere ma per ragioni di opportunitá e si occupa del settore dell'edilizia. Si è sposato e ha tre figli». E probabilmente non "abbraccia" più con trasporto.

"NAUSEATA" - È una sentenza «nauseante»: così la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Moscatelli, definisce la decisione della Cassazione di annullare la pena ad un uomo che toccava le colleghe. «Intanto - dice - vorrei sapere come è stata misurata la libidine, ma sono molto preoccupata per il messaggio, assurdo, che la sentenza lancia agli uomini. Vorrei che fosse chiaro: anche se si sfiora una mano e non è gradito, è un comportamento da non tenere. Le donne non sono oggetto». La presidente, che guida l'associazione che si occupa di violenza alle donne, sottolinea poi che «è inutile inasprire le pene, fare nuove leggi, se poi si mandano messaggi così assurdi e così sbagliati. È un fatto del tutto dannoso».
Sulla stessa lunghezza d'onda anche Pia Covre, del Comitato diritti delle prostitute: la sentenza dimostra «che ancora la donna non è rispettata», dice. È una sentenza - osserva Covre - «non giusta e non vera. Sono io a determinare se uno mi può toccare o meno. E se una persona si è rivolta ad un tribunale vuol dire che c'è stato un abuso e che quindi quell'atto non era permesso. Spetta alla donna decidere se farsi toccare e come, secondo i propri gusti».


24 luglio 2009 Corriere della Sera




Nota: questa sentenza è un macigno contro le denunce per stupro e tentato stupro.
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Di Loredana Morandi (del 24/07/2009 @ 09:47:06, in Magistratura, linkato 1373 volte)
Il Csm chiede il trasferimento d'ufficio per Canali


(23/07/2009)

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha avviato la procedura per il trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale. Era atteso da tempo il verdetto nei confronti del Sostituto Procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto, Olindo Canali. Tutto è scaturito da una lettera in cui lo stesso espresse perplessità sulle colpe di Giuseppe Gullotti, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giornalista Beppe Alfano. Proprio in quel processo, Canali, era il Pm.

Il Csm, dunque, dopo l'apertura di una procedura di trasferimento punisce Canali anche per le sue frequentazioni con personaggi legati ad organizzazioni criminali. Ma i risvolti di questa vicenda potrebbero mettere fine definitvamente alla carriera del giudice Olindo Canali.

La lettera saltò fuori nel corso del processo "Mare Nostrum" celebrato presso la Corte d'Appello di Messina. La Commissione del Csm ha ritenuto che questo documento, insieme ad altri comportamenti dimostra la distorsione, da parte di Canali di intepretare il suo ruolo. Il particolare rilevato si riferisce alle testimonianze determinanti (per la condanna di Gullotti) del pentito Maurizio Bonaceto a proposito delle responsabilità nell'omicidio Alfano. Infatti i dubbi di Canali sarebbero dovuti essere segnalati immediatamente agli organi comptenti.

Tra i fatti imputabili allo stesso Canali, anche una corrispondenza con il professor Adolfo Parmaliana, suicidatosi nel 2008. Proprio in quelle lettere si evince come il Pm abbia espresso giudizi e annunciato le battaglie sui casi di mafia affrontati dallo stesso Parmaliana. In questo caso gli si contesta la violazione del segreto d'ufficio.

Oltre ai dubbi ed alle lettere con Parmaliana ciò che fa propendere il Csm verso il trasferimento o un'eventuale interruzione della carriera di Canali, sono i rapporti che questi ha tenuto il medico Salvatore Rugolo, figlio del boss Francesco, cognato di Gullotti e legato ad organizzazioni criminale. Sebbene Canali non potesse sapere della sua appartenenza ad organizzazioni criminali ha commesso l'errore di non informarsi  sul conto di questa persona. Di questa vicenda si occuparono anche i carabinieri e Canali andò in sala intercettazioni per capire chi ci fosse dietro. Questo comportamento è stato considerato dalla Commissione del Csm poco consono al suo ruolo.

Orazio Bonfiglio per Omnia Press
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Verissimo Informatizzazione:

Windows 2000 sui pc del Ministero della Giustizia





Quelle che potete vedere nell'immagine sono le ultime 15 visite di questo blog, registrate dal counter (contatore ingressi) ShinyStat, tra le 10:59 e le 11:33 di oggi. Gli IP sono invisibili, pertanto è da me inviolata la privacy degli User, mentre le connessioni sono registrate in "chiaro".

Gli elementi interessanti sono i sistemi operativi (nella colonna OS) e i browser utilizzati.

La media nazionale dei 15 visitatori proclama Windows XP come il sistema operativo più usato, ed explorer come browser di navigazione. Si distinguono per modernità le connessioni dal Senato e dalla Wind telecomunicazioni, rispettivamente utilizzatori di Firefox 3 e Explorer 8 come browser e il sistema operativo più avanzato, Windows Vista, mentre il Ministero della pubblica istruzione è nella media nazionale con XP e I.E. versione 6.

Eccezionale la rivelazione che: al Ministero della Giustizia siano in uso computer dotati ancora dell'ormai obsoleto sistema operativo Windows 2000 (vedere il quarto risultato dall'alto), che certamente dà problemi di lentezza con explorer 6 e blocca letteralmente l'hard disk ove è installato il sistema operativo in caso di malfunzionamento.

E come si dice in questi casi, evviva l'innovazione tecnologica!

Loredana Morandi
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Di Loredana Morandi (del 23/07/2009 @ 23:44:11, in Magistratura, linkato 1474 volte)
Limature e sostanza del parere del Csm

Il secondo “corregge” il parere sulla riforma del processo penale.

Liquidarla come questione puramente semantica sarebbe quantomeno riduttivo. Chiamare il parere sulla riforma del processo penale che porta la firma del ministro Alfano – approvato ieri a grande maggioranza dal plenum del Csm – «articolato », come si premura di sottolineare Nicola Mancino che l’ha votato, è infatti una cosa. Definirla «bocciatura», come titolano giornali e agenzie, è un’altra.
Eppure il vicepresidente, dopo il rinvio di una settimana del voto sul documento – che pure era stato approvato all’unanimità dalla sesta commissione – perché era opportuna «una profonda riflessione» e c’erano «alcune forzature che vanno eliminate », aveva detto, è tornato ieri a battere lo stesso tasto: «Il consiglio superiore della magistratura non approva e non boccia nulla». A ben vedere, il testo originario e quello della risoluzione finale approvata ieri per parti separate (contro i laici del centrodestra, e su un capitolo anche i togati di Mi e il laico Udc Bergamo che si è astenuto sul resto) non divergono nella sostanza. Evidentemente, resta il “peso” del significato di alcune parole scritte piuttosto che altre, forse utili a motivare il rinvio del voto ma non a spegnere la reazione condizionata – e immediata – di esponenti del Pdl come Bocchino che accusa il Csm di essere «la terza camera» per il solo fatto di esprimere un parere previsto dalla legge su riforme che avranno, ineluttabilmente, ricadute sull’amministrazione della giustizia e sull’«equilibrio dei poteri».
Per dire: è stato aggiunto un «possibile» alla «violazione anche del principio della ragionevole durata del processo» per l’estensione della competenza della corte di assise; sulla ridefinizione del rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria – punto maggiormente contestato della riforma – prima si evidenziava che «dette norme non sfuggono a dubbi di costituzionalità », ora: «come è stato evidenziato da autorevole dottrina, le norme appaiono censurabili» con riguardo agli articoli 109 e 112 della Costituzione. E sempre sul tema: invece di «devastanti conseguenze che da tanto derivano », si è passati a «gravi conseguenze che da ciò possono derivare».
Le limature – di certo condivise con il Quirinale – che il vicepresidente del Csm ha ottenuto, non cambiano la sostanza dei rilievi. Ma «è la Costituzione con l’articolo 109 a fissare quale deve essere il rapporto tra pm e polizia giudiziaria – ha ricordato Carrelli Palombi di Unicost –. La scelta dei costituenti fu quella di garantire piena indipendenza e autonomia dei magistrati da qualunque altro potere dello stato ed escludere interferenze».
Laddove è evidente che sottraendo al pm il potere di iniziativa di ricerca delle notizie di reato, tutto resterebbe affidato alla scelte investigative degli organi di polizia che, com’è noto, dipendono gerarchicamente dal potere esecutivo.
Senza contare che questo indebolimento dell’accusa contrasta anche con l’«obbligo di esercitare l’azione penale» previsto dall’articolo 112.
Tutto questo, per il vicepresidente del gruppo Pdl al senato, Quagliariello, il Csm non può esprimerlo in un parere. Con fare minaccioso ieri l’ha bollato come «vulnus istituzionale di inaudita gravità» richiamandosi al monito lanciato un anno fa da Napolitano al Csm «a non esprimere un vaglio di costituzionalità che compete ad altre istituzioni », pronto a verificare se lo stesso Mancino abbia «disatteso » quel monito.
Quelle limature, a Quagliariello, non bastano. Il ministro Alfano invece, forse più attento agli inviti di Napolitano alla collaborazione per riforme condivise, sposa le parole di Mancino e dice: «Quello del Csm è un parere, non una bocciatura, perché è solo il parlamento che può promuovere o bocciare i disegni di legge». E al senato l’iter è appena iniziato. Certo il parere, questa volta, non arriva a ridosso della discussione parlamentare.

Gabriella Monteleone
Europa 24 luglio 2009
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Di Loredana Morandi (del 23/07/2009 @ 23:21:30, in Osservatorio Famiglia, linkato 1198 volte)
Fratellini Gravina: gip archivia

Morirono dopo una caduta accidentale in una cisterna

(ANSA) - BARI, 23 LUG - Il gip del tribunale di Bari Romanazzi, ha disposto l'archiviazione nei confronti di Filippo Pappalardi,il papa' dei fratellini di Gravina. Ciccio e Tore,13 e 11 anni,scomparvero il 5 giugno 2006 e i loro resti vennero trovati in una cisterna, il 25 febbraio 2008.

Il padre,accusato di abbandono di minori seguito da morte,fu arrestato il 27 novembre 2007.Provvedimento annullato dalla Cassazione. Nel frattempo erano stati trovati i bimbi, morti dopo una caduta accidentale nella cisterna. 2009-07-23 22:51


NB: questo è un caso che lascia aperti tanti dubbi, il primo è il perché quei pozzi non furono ispezionati bene prima, invece di lasciar passare 2 anni.
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Ecco il giudice dal martelletto a salve,
che grazia pirati della strada e ultrà

da Il Giornale

Roma - Giovanni De Donato è un giudice schivo, che preferisce non farsi notare. Nei corridoi chiassosi del tribunale di piazzale Clodio cammina sempre a passo spedito, a testa bassa, quasi sforzandosi per non dare nell’occhio, ogni mattina, con quel grosso casco da motociclista che regge sotto il braccio. È un tipo sportivo, poco formale e parecchio riservato, che dà la precedenza ai fascicoli e non alle chiacchiere con i colleghi.

Si tiene alla larga dalle riunioni litigiose dell’Associazione nazionale magistrati e preferisce non schierarsi, non sposare questa o quella corrente, o almeno esporre sulla pubblica piazza il colore politico delle sue convinzioni.

Al suo posto, però, parlano le sentenze che pronuncia e le motivazioni che compila con ineffabile solerzia.

Frasi che tradiscono un ideale ben preciso, o almeno ben delineabile di giustizia. Che stridono con il suo silenzio, con il suo profilo basso per definizione. Che fanno discutere, agitano gli animi, scatenano polemiche: è stato lui a condannare ad appena tre anni il romeno ubriaco e senza patente, che guidando contromano un’auto rubata ha ucciso un uomo e ferito gravemente la sua ragazza.

Ed è stato sempre lui a comminare la stessa identica pena a un croato che, la mattina del 5 novembre del 2008, sotto l’effetto di alcol e di droga, ha investito e ferito undici persone che aspettavano l’autobus ad Acilia, un quartiere alle porte di Roma.

Ancora De Donato, appena una settimana fa, ha concesso gli arresti domiciliari ai due ultrà della Lazio che avevano lanciato sassi e petardi contro una macchina della polizia, infuriati e determinati, a modo loro, a lavare l’onta per la sentenza dell’omicidio Sandri. Nessuno è stato colpito, però poteva finire veramente male. Il pm li voleva in carcere, il gip ha preferito rispedirli a casa.

Con lui, insomma, il martelletto batte, ma non sempre con la giusta forza. Il rumore è attenuato, la punizione c’è ma fa meno male. Lo rileva pure Francesco Storace, che è andato a cercare dettagli sul profilo del giudice e ha scoperto un suo contributo al volume La magistratura progressista nel mutamento istituzionale dal titolo Giurisdizione e cultura democratica nella crisi dello Stato sociale e dello Stato-nazione.

«I titoli - sottolinea il leader della Destra - li fa l’autore. Da quello che leggo mi sembra di intuire un preciso orientamento politico, figlio di una cultura impregnata di pietismo, innanzitutto nei riguardi degli stranieri. Non posso affermarlo con certezza, ma immagino sia orientato a sinistra. Al di là delle ipotesi, io vorrei solo sapere se quest’uomo ha dei figli. Cosa avrà potuto raccontargli, l’altra sera, dopo aver pronunciato un verdetto del genere?».

Di certo, anche affrontandolo in corridoio e chiedendoglielo, De Donato abbasserebbe gli occhi e procederebbe oltre. I genitori della vittima dell’incidente sulla via Prenestina gli hanno inviato una lettera-appello esattamente di questo tenore, che conteneva una richiesta precisa: «Se ella ha figli o fratelli - c’era scritto - provi solamente a immaginare da genitore, o da fratello, la sofferenza che ogni giorno viviamo, ripensando al nostro Marco. E si domandi se quella pena sia sufficiente per il male e il dolore che l’omicida ha causato». Giovanni De Donato ha letto quelle righe e le ha messe da parte, in un angolo della scrivania. Poi ha alzato verso il soffitto il suo martelletto e, senza nessun lirismo, a quella lettera ha risposto. A modo suo.
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Di Loredana Morandi (del 23/07/2009 @ 12:24:58, in Magistratura, linkato 1605 volte)
Elena Coccia - Una toga in trincea
La donna che difende i diritti degli ultimi

di Tiziana Cozzi

Arriva fino in fondo, in quel territorio di nessuno dove diventa lecito combattere battaglie credute perse. Dove i perdenti si rassegnano ad accettare le sconfitte. Lei scava la sua trincea fino a sfiancarsi con la dialettica e l´impegno umano. Le è compagna una grande forza che la trascina verso non facili vittorie in tribunale. Così risolleva casi giudicati fuori gioco, regalando un pezzo di sana dignità civile ai suoi assistiti. Elena Coccia, avvocato penalista esperta in diritto di famiglia, ha alle spalle trent´anni di esperienza giudiziaria.
«Mi sono sempre battuta per le minoranze, più una battaglia è perdente più vale la pena di combatterla perché non lo sia». Tra una miriade di casi impossibili, le è passata tra le mani la più epocale rivoluzione dei diritti civili: il femminismo, il referendum per l´aborto e per il divorzio, i primi processi per violenza sessuale.
1976, prima udienza dello stupro del Circeo. Uno choc per l´opinione pubblica, è il primo processo trasmesso in televisione. Al banco della difesa di Donatella Colasanti, la ragazza rimasta viva, c´è Tina Lagostena Bassi, l´avvocato dei diritti delle donne. Elena è praticante al suo studio in quegli anni. «Ho cominciato proprio allora. Ricordo quanto fosse forte l´interesse delle donne a quelle udienze, era la prima volta che se ne parlava così apertamente». Allo studio della Lagostena Bassi ci resta due anni, giusto in tempo per partecipare a battaglie rimaste storiche. La raccolta delle firme per la legge sull´aborto e per la violenza sessuale, «ricordo che le spingemmo su un carretto fino al Parlamento con una marea di donne che ci seguiva. Anni indimenticabili». Poi sceglie di ritornare a Napoli. Il suo primo caso è ancora una volta uno strupro, una brutta storia di violenza su Annamaria, ragazza poverissima della periferia di Giugliano, sequestrata e violentata da un gruppo di giovani. «Annamaria era una ragazzina bellissima. Arrivò da me con la madre. Mi disse: "faccio la cameriera, non abbiamo i soldi per pagare l´avvocato ma vogliamo denunciarli". Una scelta coraggiosa. Da allora niente le ha fermate, nemmeno i cinque milioni che le furono offerti dalle famiglie degli stupratori. Il processo fu difficilissimo, fummo aggredite in aula, la Lagostena Bassi si beccò un´ombrellata in testa ma alla fine vincemmo». Anni passati a lottare più che negli uffici di via Marina, e poi nello studio associato di via Roma con gli avvocati Farina, Senatori, Cesa e Fabbri, per le strade, nei vicoli, a incontrare le donne, i detenuti di Soccorso Rosso (l´organizzazione per l´aiuto legale ai carcerati), i senzatetto, i bambini. Anni che ricorda con un bagliore speciale nello sguardo, come di chi ha attraversato un ciclone e ancora ne porta i segni. Casi giudiziari che sono stati soprattutto contatti umani. Con i pazienti emofiliaci vittime dello scandalo del sangue infetto. Elena negli anni ‘90 è alla direzione del Tribunale del Malato, crea il primo comitato degli emotrasfusi, proprio mentre esplode il caso Poggiolini. Con le donne diventate madri grazie alla fecondazione assistita. La prima causa italiana contro il disconoscimento della paternità dopo una fecondazione eterologa parte proprio dallo studio della Coccia. «Fu un successo, il parere della Corte costituzionale aprì altri due casi archiviati a Como e a Brescia: padri che dopo la nascita dei bambini in seguito a una procreazione eterologa avevano negato la paternità nonostante il consenso dato prima della nascita. Con la nostra battaglia si rese impossibile tornare così platealmente sui propri passi». Con i bambini vittime di abusi. Arrivati da lei con gli occhi bassi, ammutoliti. Poi diventati adulti e magari rincontrati. È a loro che va il suo pensiero più tenero. «Avrei voluto tenerli qui con me, in questa stanza, ma sapevo che era impossibile. Allora ai più indifesi regalavo dei biglietti rosa. Gli dicevo: "Questo è il mio numero segreto, chiamami quando vuoi, a qualsiasi ora". Qualcuno mi ha chiamato, molti non l´hanno mai fatto. Poco tempo fa un nuovo cliente al primo colloquio ha tirato fuori dalla tasca il mio biglietto rosa e mi ha detto: "Sa, sono passati molti anni ma ce l´ho ancora il suo numero segreto"».

Una vita densa di emozioni difficili da arginare, vissuta in equilibrio tra il ruolo di moglie e mamma e l´impegno civile e professionale. Lei, donna avvocato in tempi in cui l´accesso alla professione era quasi esclusivamente al maschile, in tribunale si presenta con un diverso aplomb che la identifica e che negli anni diventa il suo guscio protettivo. Assieme alla saggezza contadina trasmessa dal padre che per una vita intera ha lavorato la terra di Agerola dove Elena è nata. «Mi ha sempre commosso il lavoro con le mani, mi ricordava mio padre. Lui mi diceva "chi semina carta raccoglie carta" e io ho cercato di far diventare anche il mio lavoro produttivo di qualcosa e cioè di giustizia. Anche se non tutto ciò che è legale è giusto e questo è per me una ferita». E di lacerazioni Elena ne ha accumulate negli anni. Assieme alle giornate vincenti ha raccolto anche tante vicende dolorose, difficili da dimenticare. La ragazza che ha squartato il padre con i cocci di una bottiglia «gli ha tirato fuori le interiora con le mani e poi si è fermata perché diceva "non veniva fuori il cuore". Una storia che mi ha perseguitato per vent´anni da cui sono venuta fuori soltanto raccontandola in un libro». Una vecchia ambizione, quella di fare la scrittrice, coltivata in silenzio e per qualche tempo parallelamente agli studi di giurisprudenza. Accantonata per vent´anni e poi ripresa in punta di piedi con una produzione sistematica di racconti e romanzi brevi. «Quando ho bisogno di "resettare" il cervello cucino la mia pasta fatta in casa e scrivo. La gente arriva e ti butta addosso tonnellate di dolore. Ho i miei sistemi per liberarmene». Una casa colonica ad Agerola divisa con tre dei suoi cinque fratelli in cui si rifugia quando può, un gruppo di pochi amici fidati «nessuno del mio ambiente, persone che mi accompagnano da sempre» con cui organizza gite archeologiche e sogna una Napoli migliore. «Soffro molto per questa città, ho avuto una grande speranza nel rinascimento napoletano. Ricordo che scrivevo a mio fratello "venite a Napoli, è bellissima". Ma ora quel momento è finito. Penso che così come Napoli è stratificata geologicamente lo è socialmente. Ci sono due città che poco si incontrano, qualche volta hanno momenti felici ma sono rari, il più delle volte si respingono».
Ci ha provato anche lei a cambiarla la sua Napoli. Ingaggiando l´ennesima battaglia. Perduta. Nel 2002 crea assieme ad un manipolo di appassionati intellettuali, l´Assise per la giustizia e la democrazia. Contro il primo governo Berlusconi, per dare una spinta alla sinistra schiacciata e incapace di reagire, il gruppo scrive un manifesto sui pericoli che stanno minando la Costituzione. Di lì a poco sarebbe sceso in piazza anche Nanni Moretti con i girotondi. È il momento della protesta dell´opposizione. «C´era tanta voglia di fare allora. Alla riunione alla Casina dei Fiori c´erano 600 persone, alla fiaccolata a piazza del Gesù qualcuno ne ha contati 30 mila. Una cosa impensabile che meravigliò noi per primi. Fu chiaro allora che questa città non aveva chi la rappresentasse realmente e questo è il problema ancora oggi. Una interferenza politica ha fatto concludere quella esperienza, ormai acqua passata». La sua toga anche stavolta l´ha travolta. Trascinandola in un incontro speciale. Matilde Sorrentino, la madre di uno dei bambini del Rione Poverelli di Torre Annunziata. Una donna-coraggio, quasi il suo doppio calato in un degrado difficile da immaginare. Matilde testimonia contro gli strupratori dei bambini, è una figura-chiave del processo che Elena conduce fino alla vittoria, la condanna. Sulla quale ancora pesa un rimpianto, quello di non aver capito una richiesta d´aiuto. «Io e Matilde eravamo diventate amiche. Mi chiamava, mi diceva "speriamo che questa storia finisce" e io le ripetevo "Matilde ma che deve finire, è già finita, sono stati condannati"». Invece la donna subisce minacce, vive in un clima di terrore e poco dopo morirà in un agguato. Lo sguardo diritto si increspa ma torna sereno ad altri ricordi. La camicia e il pantalone rosso fuoco, cuciti dalla mamma e indossati da bambina come una "vera comunista". L´albero di noci del suo giardino, le ragazze del suo studio "tutto al femminile", le ambizioni da musicista del figlio ventiseienne. E la sua barricata, soprattutto. Irrinunciabile.

(Napoli, La Repubblica - 16 luglio 2009)
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Di Loredana Morandi (del 23/07/2009 @ 09:27:40, in Osservatorio Famiglia, linkato 1258 volte)
Effetto del martellamento mignottocratico degli ultimi 3 mesi? Forse....

NAPOLI, UCCIDE COMPAGNA A COLPI D'ACCETTA


ROMA - Una donna, a Napoli, e' stata uccisa, molto probabilmente a colpi di accetta, dal suo compagno. E' accaduto in un'abitazione di via Camillo Guerra, nel quartiere Camaldoli. L'uomo, Renato Valboa, 43 anni, ha riportato ferite da arma da taglio ai polsi: e' in corso di verifica se abbia tentato il suicidio o se si sia ferito durante la colluttazione.

A dare l'allarme e' stata la figlia 18enne dell'uomo. Alla polizia ha raccontato di essere preoccupata per le sorti della compagna del padre dopo aver sentito, la scorsa notte, urla e discussioni nel loro appartamento e dopo aver visto l'uomo molto agitato. Scattati immediatamente i controlli della Squadra mobile di Napoli, all'arrivo nell'appartamento la macabra scena. La donna, 35 anni, era riversa nel salotto in una pozza di sangue.

L'omicida, secondo la ricostruzione degli inquirenti, e' un uomo violento, tanto che la vittima in passato anche picchiata e violentata, aveva sporto contro di lui denuncia per lesioni gravissime nel novembre 2008. Valboa, che in passato subi' anche un ricovero psichiatrico, aveva poi nel 2002 tentato di uccidere la ex moglie. con la stessa modalità con la quale oggi ha ucciso la sua compagna, con un coltello. Valboa la colpì con così tanta violenza che la lama del coltello si spezzò nell'addome della donna che per fortuna riuscì a salvarsi.

L'omicidio di oggi, secondo una prima ricostruzione della polizia, e' avvenuto durante una violenta lite tra i due. L'uomo non e' scappato via dopo aver ucciso la sua compagna. Gli agenti della squadra mobile di Napoli lo hanno, infatti, trovato nel salotto di casa, accanto al corpo della vittima: guardava la donna raggomitolato su stesso. Trasferito in ospedale per le ferite riportate ai polsi, e' ora piantonato al Cardarelli. 2009-07-23 16:35

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Palermo: spara alla fidanzata e si uccide, lei e' grave


PALERMO - Un ragazzo palermitano di 20 anni, Antonino Garofalo, militare dell'esercito, ha sparato alla fidanzata di 17 anni, Rosalia D'Amico al culmine di una lite, poi si è suicidato. La giovane, colpita in testa, e' stata operata ma resta in prognosi riservata.

Lei aveva deciso di lasciarlo ed era uscita con lui per comunicarglielo. "Non ha accettato la mia decisione", ha detto la vittima ai poliziotti prima di perdere i sensi. Stravolto, dunque, il militare ha sparato alla fidanzata colpendola alla testa e poi si è puntato contro la pistola e si è ucciso.

La ragazza è stata immediatamente soccorsa dal 118 e portata all'ospedale Civico di Palermo dove i medici l'hanno sottoposta ad un intervento chirurgico. Alla D'Amico è stato estratto un proiettile rimasto conficcato nella scatola cranica. La ragazza, comunque, non è in coma. Garofalo, in servizio a Verona, si trovava a Palermo per trascorrere alcuni giorni di ferie.

Il militare non ha usato la pistola d'ordinanza, come appreso in un primo momento, ma "un'arma la cui tipologia e provenienza non è nota". Lo precisano fonti dell'Esercito, sottolineando che il caporale apparteneva al 1/o Reggimento Bersaglieri di Cosenza.

La vicenda è accaduta in piazza 13 Vittime, in una zona centralissima della città. Secondo la ricostruzione della squadra mobile, il ragazzo, un militare dell'esercito in servizio a Verona, era a Palermo per un congedo. 2009-07-23 16:35

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Botte e insulti alla convivente incinta
Arrestato un ragazzo di 25 anni



L’uomo residente a Porto Sant’Elpidio, è accusato di continui maltrattamenti fisici e psicologici nei confronti della compagna. Quando polizia e carabinieri sono intervenuti, si è scagliato anche contro di loro.

Fermo, 23 luglio 2009 - Questa notte all'1 e 30, personale della squadra volante in collaborazione con personale del nucleo radiomobile dei carabinieri di Fermo, ha tratto in arresto H.M di anni 25 responsabile dei reati di maltrattamenti in famiglia, lesioni e violenza e resistenza a pubblico ufficiale.

L’uomo residente a Porto Sant’Elpidio, è accusato di continui maltrattamenti fisici e psicologici nei confronti della convivente, tra l'altro in stato di gravidanza. Ieri sera rientrato a casa a tarda notte l’avrebbe picchiata al volto provocandole anche dei lividi. La donna, madre di una bambina di pochi mesi, è riuscita a sottrarsi alle violenze ed è uscita di casa chiamando il 113.

Gli agenti della volante giunti sul posto, riconosciuto l’individuo come soggetto già noto alla polizia per violenze, risse e altri reati, sono intervenuti con l’ausilio dei carabinieri. Lo straniero alla vista dei militari, si è scagliato contro di loro procurando lesioni ad uno di essi. Ha anche cercato farsi del male rompendo con la testa una finestra dell’abitazione. Lo stesso è stato poi condotto in Commissariato ed arrestato.

Dopo le formalità di rito è stato associato alla locale casa circondariale a disposizione del Sostituto Procuratore della Repubblica Dottoressa Daniela Chimenti che coordina le indagini.
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