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Io non posso nascondere reati.

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 06/08/2009 @ 00:10:00, in Magistratura, linkato 1215 volte)
STALKING: MAGISTRATO E AVVOCATO DENUNCIANO PERSECUTORE


(AGI) - Genova, 5 ago. - Una giovane e avvenente magistrato donna e un giovane avvocato, entrambi genovesi, hanno ottenuto dal tribunale di Torino (i cui giudici sono competenti per le questioni che riguardano i magistrati del capoluogo ligure) l'obbligo di dimora nei confronti di un ventiseienne, pure lui genovese, accusato di stalking e calunnia. Il magistrato e l'avvocato, che tra loro intrecciano un rapporto di amicizia, sono stati oggetto di ripetuti pedinamenti, aggressioni, appostamenti e di una pesantissima campagna diffamatoria.

Il ventiseienne, sedicente imprenditore e' attualmente costretto a non allontanarsi da Sestri Levante. In almeno due occasioni avrebbe calunniato il magistrato dicendo, anche in sede giudiziaria e senza averne alcuna prova, che era in possesso di stupefacenti. La stessa calunnia e' stata rivolta al giovane avvocato, oggetto anche di una plateale perquisizione di fronte ad un frequentato locale genovese. Il controllo, effettuato dalla polizia, aveva dato esito negativo. Il legale aveva infatti immediatamente denunciato il ventiseienne per calunnie.

Piu' grave la posizione del magistrato, costretta a subire i pedinamenti e violazioni della privacy da parte del presunto stalker. Il caso e' all'attenzione del pm Paolo Toso della procura di Torino. Secondo quanto appreso, gli episodi avrebbero avuto inizio nel giugno del 2008. Intanto l'indagato si e' affidato per la difesa all'avvocato Mario Sossi. Sabato i due hanno indetto una conferenza stampa per esporre le motivazioni del ventiseienne.
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Di Loredana Morandi (del 05/08/2009 @ 03:11:43, in Politica, linkato 1506 volte)
Mafia, Lumia (Pd) presenta interrogazione su figlia generale Subranni



Palermo, 4 agosto 2009 – Il senatore del partito democratico Giuseppe Lumia ha presentato un’interrogazione parlamentare al Presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, e al Ministro della giustizia, Angelino Alfano, sulla portavoce di quest’ultimo Danila Subranni.
«Premesso che – scrive - da un comunicato stampa dell’onorevole Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993 e parlamentare europeo, si apprende che il capo ufficio stampa e portavoce del Ministro della giustizia onorevole Angelino Alfano è Danila Subranni, figlia del generale Antonio Subranni, “già comandante del Ros” dell’Arma dei carabinieri, “a conoscenza della trattativa fra Stato e Cosa Nostra condotta dai suoi subordinati Mario Mori e Giuseppe De Donno, e, soprattutto, allo stato ancora indagato dalla Procura della Repubblica di Palermo per il favoreggiamento della latitanza del capomafia Bernardo Provenzano”; in effetti, all’atto del suo insediamento, il ministro Angelino Alfano nominò la suddetta dottoressa Danila Subranni alla guida del proprio ufficio stampa, assegnandole anche il ruolo di portavoce del Ministro; tali ruoli sono tuttora svolti dalla suddetta dottoressa Danila Subranni, che in tale veste esprime la voce del Ministro, cioè del primo interlocutore politico della magistratura per l’apprestamento di mezzi e soluzioni utili al buon funzionamento dell’attività giurisdizionale; come accertato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere della XIII Legislatura nell’inchiesta sull’omicidio del giornalista Peppino Impastato e sulle anomalie che ne caratterizzarono le indagini, il generale Antonio Subranni, allora maggiore, fu nel 1978 il comandante del Reparto operativo del Gruppo Carabinieri di Palermo che guidò le indagini sull’omicidio di Giuseppe Impastato, avvenuto a Cinisi (Palermo) il 9 maggio1978 e che, quindi, fu il primo responsabile dei depistaggi commessi dall’Arma dei Carabinieri per affermare la falsa teoria secondo cui Impastato si era ucciso nel compimento di un attentato dinamitardo e per scartare la vera causale (poi affermata dalle sentenze) dell’omicidio di mafia compiuto su diretto ordine del capomafia di Cinisi Gaetano Badalamenti; la stessa sentenza emessa dalla Corte d’assise di Palermo nei confronti di Gaetano Badalamenti rilevò criticamente l’operato investigativo dei carabinieri allora guidati dal maggiore Subranni; nel 1990 il generale Antonio Subranni divenne il comandante del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dell’Arma; secondo quanto può leggersi nella motivazione della sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Firenze nel processo per le stragi mafiose del 1993, nella predetta qualità di comandante del Ros egli fu il più alto punto di riferimento istituzionale di un’inconcepibile trattativa instaurata con l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra da due ufficiali suoi subordinati, l’allora colonnello Mario Mori e l’allora capitano Giuseppe De Donno, trattativa criminogena che sarebbe in atto al centro delle indagini delle Procure distrettuali antimafia di Palermo e Caltanissetta; ancora oggi il generale Subranni è indagato dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo, anche se per lui il Pubblico ministero ha proposto richiesta di archiviazione (sulla quale ancora il Giudice per le indagini preliminari non si è pronunciato), per la gravissima ipotesi delittuosa di favoreggiamento della latitanza del boss corleonese Bernardo Provenzano, vicenda per la quale è in corso innanzi al Tribunale di Palermo il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, entrambi già alle dipendenze del generale Subranni al Ros».
Lumia chiede di sapere: «se effettivamente la dottoressa Danila Subranni, capoufficio stampa e portavoce del Ministro della giustizia, sia la figlia del suddetto generale Antonio Subranni; in caso affermativo, se non si ritenga tale circostanza, cioè che ad esprimere la voce del Ministro chiamato istituzionalmente ad interloquire con la magistratura e con il suo organo di autogoverno sia una stretta congiunta di un personaggio che allo stato riveste la qualità di indagato presso la Procura di Palermo come presunto favoreggiatore del capomafia Bernardo Provenzano, un gravissimo ed irreparabile vulnus all’immagine della giustizia italiana».


Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-00903

Atto n. 3-00903

Pubblicato il 1 agosto 2009
Seduta n. 251

LUMIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. -


Premesso che:


da un comunicato stampa dell’onorevole Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993 e parlamentare europeo (si veda l'“Osservatorio Sicilia” del 30 luglio 2009), si apprende che il capo ufficio stampa e portavoce del Ministro della giustizia onorevole Angelino Alfano è Danila Subranni, figlia del generale Antonio Subranni, "già comandante del Ros" dell’Arma dei carabinieri, "a conoscenza della trattativa fra Stato e Cosa Nostra condotta dai suoi subordinati Mario Mori e Giuseppe De Donno, e, soprattutto, allo stato ancora indagato dalla Procura della Repubblica di Palermo per il favoreggiamento della latitanza del capomafia Bernardo Provenzano";

in effetti, all’atto del suo insediamento, il ministro Angelino Alfano nominò la suddetta dottoressa Danila Subranni alla guida del proprio ufficio stampa, assegnandole anche il ruolo di portavoce del Ministro;

tali ruoli sono tuttora svolti dalla suddetta dottoressa Danila Subranni, che in tale veste esprime la voce del Ministro, cioè del primo interlocutore politico della magistratura per l’apprestamento di mezzi e soluzioni utili al buon funzionamento dell’attività giurisdizionale;

come accertato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere della XIII Legislatura nell’inchiesta sull’omicidio del giornalista Peppino Impastato e sulle anomalie che ne caratterizzarono le indagini, il generale Antonio Subranni, allora maggiore, fu nel 1978 il comandante del Reparto operativo del Gruppo Carabinieri di Palermo che guidò le indagini sull’omicidio di Giuseppe Impastato, avvenuto a Cinisi (Palermo) il 9 maggio 1978 e che, quindi, fu il primo responsabile dei depistaggi commessi dall’Arma dei Carabinieri per affermare la falsa teoria secondo cui Impastato si era ucciso nel compimento di un attentato dinamitardo e per scartare la vera causale (poi affermata dalle sentenze) dell’omicidio di mafia compiuto su diretto ordine del capomafia di Cinisi Gaetano Badalamenti;

la stessa sentenza emessa dalla Corte d'assise di Palermo nei confronti di Gaetano Badalamenti rilevò criticamente l’operato investigativo dei carabinieri allora guidati dal maggiore Subranni;

nel 1990 il generale Antonio Subranni divenne il comandante del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dell’Arma;

secondo quanto può leggersi nella motivazione della sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Firenze nel processo per le stragi mafiose del 1993, nella predetta qualità di comandante del Ros egli fu il più alto punto di riferimento istituzionale di un'inconcepibile trattativa instaurata con l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra da due ufficiali suoi subordinati, l’allora colonnello Mario Mori e l’allora capitano Giuseppe De Donno, trattativa criminogena che sarebbe in atto al centro delle indagini delle Procure distrettuali antimafia di Palermo e Caltanissetta;

ancora oggi il generale Subranni è indagato dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo, anche se per lui il Pubblico ministero ha proposto richiesta di archiviazione (sulla quale ancora il Giudice per le indagini preliminari non si è pronunciato), per la gravissima ipotesi delittuosa di favoreggiamento della latitanza del boss corleonese Bernardo Provenzano, vicenda per la quale è in corso innanzi al Tribunale di Palermo il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, entrambi già alle dipendenze del generale Subranni al Ros,

si chiede di sapere:

se effettivamente la dottoressa Danila Subranni, capoufficio stampa e portavoce del Ministro della giustizia, sia la figlia del suddetto generale Antonio Subranni;

in caso affermativo, se non si ritenga tale circostanza, cioè che ad esprimere la voce del Ministro chiamato istituzionalmente ad interloquire con la magistratura e con il suo organo di autogoverno sia una stretta congiunta di un personaggio che allo stato riveste la qualità di indagato presso la Procura di Palermo come presunto favoreggiatore del capomafia Bernardo Provenzano, un gravissimo ed irreparabile vulnus all’immagine della giustizia italiana.

Il testo sul sito del Senato
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Di Loredana Morandi (del 05/08/2009 @ 01:49:23, in Politica, linkato 1183 volte)
Elezioni e Sorvegliati Speciali,
Una Legge Attesa per Sedici Anni



Ha compiuto un importante passo avanti negli ultimi giorni, presso la Commissione giustizia della Camera, grazie alla elaborazione di un testo unificato tra analoghe proposte provenienti da deputati dei più diversi schieramenti (da Angela Napoli a Sabina Rossa e Rosa Calipari), il disegno di legge diretto a vietare lo svolgimento di propaganda elettorale a certe persone sottoposte a misure di prevenzione. Si tratta di un testo risalente ad un progetto promosso oltre 16 anni fa dal centro studi "Giuseppe Lazzati" di Lamezia Terme (specialmente dietro impulso di Romano De Grazia), e più volte già presentato nelle aule parlamentari, ma finora rimasto senza effetto, sebbene sia rivolto a colmare una obiettiva lacuna e, nel contempo, a risolvere una non lieve incoerenza all'interno del nostro sistema.
Una lacuna ed una incoerenza evidenti quando si pensi che le persone sottoposte dal tribunale alla misura della sorveglianza speciale di polizia, in quanto soggetti socialmente pericolosi (tra i quali, in particolare, gli indiziati di appartenere ad associazioni di stampo mafioso), sono bensì private per legge dell'elettorato attivo e passivo, ma non incontrano alcun limite sul terreno delle attività di propaganda elettorale.
E, pertanto, rimangono libere di esercitare una loro specifica influenza nell'ambito delle competizioni politiche, in favore o in pregiudizio di determinate liste o candidature.
Tutto ciò appare palesemente contraddittorio, oltreché fonte di gravi conseguenze, soprattutto dinnanzi al rischio che simili persone (tanto più per la loro vicinanza a gruppi mafiosi) possano, anche attraverso persuasivi strumenti di pressione, influire sulle scelte degli elettori, specialmente nei piccoli centri. Anche per evitare che, in tal modo, ne risultino favoriti oscuri intrecci di interesse tra tali gruppi e questo o quel candidato, il disegno di legge stabilisce, dunque, un chiaro divieto di qualsiasi attività di propaganda elettorale in capo a personaggi del genere, estendendo giustamente la punibilità (con decadenza della carica, se eletti) anche ai candidati che abbiano consapevolmente richiesto o sollecitato il loro sostegno.

Vittorio Grevi
Corriere Sera, pag. 8, ed 4/08/09
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Di Loredana Morandi (del 05/08/2009 @ 01:27:48, in Magistratura, linkato 1510 volte)
Vi posto questo articolo del Dott. Cantone, che narra di Camorra, l'organismo criminale che io definivo "l'Idra senza testa". Avrei una curiosità in merito alla descrizione delle attività gestite da questa criminalità: a mio avviso a Napoli e in Campania ormai la prostituzione è gestita a livello di etnie locali. I rumeni per le donne dell'est, i neri per le schiave di colore, mentre per i servizi e i confort e la prima accoglienza (vitto e alloggio) provvede sempre la camorra. Sarà d'accordo il dott. Cantone?

La parola è Camorra


Criminali campani a rischio di consenso

Raffaele Cantone
Magistrato e Scrittore

Spiegare cosa sia la "camorra" non è semplice, perché il fenomeno è stato per lungo tempo sottovalutato e oggetto di scarso approfondimento, anche da parte degli studi sociali. La stessa parola, del resto, ha un'incerta provenienza etimologica; secondo alcuni deriva da giacca ("gumurri") indossata da banditi spagnoli; secondo altri trae origine da "morra", parola ancora utilizzata nel dialetto napoletano per indicare una "frotta di persone" o un raggruppamento di malfattori; secondo altri, infine, indicherebbe la tassa sul gioco d'azzardo che bisognava pagare a chi proteggeva dai rischi di risse i locali dove si scommetteva. Con quest'ultimo significato compare nei documenti ufficiali del regno di Napoli della metà del '700. Nel linguaggio attuale, si riferisce alle organizzazioni criminali in Campania e presenti soprattutto nelle provincie di Napoli e Caserta e in parte di Salerno.
I gruppi criminali definibili come "camorristici", però, hanno strutture molto diverse fra loro, così il termine finisce per individuare soltanto la provenienza campana e l'operatività in questo territorio, oltre all'assenza di qualsivoglia organo di coordinamento centralizzato fra gli stessi gruppi. Gli adepti dei clan non si definiscono quasi mai camorristi ma, soprattutto in alcuni quartieri della città, preferiscono indicarsi come inseriti nel "sistema".
I soldalizi a Napoli hanno una struttura che li avvina molto alle organizzazioni gangsteristiche tipiche di tutte le città occidentali; operano in un singolo quartiere e si occupano di tutte le attività illecite che vanno dallo spaccio di droghe, alle estorsioni, fino a reati minori come furti, ricettazioni, i "cavalli di ritorno" (cioè le richieste di riscatto per riavere merce rubata) e il parcheggio abusivo. Ma se in metropoli come Parigi o Londra i gruppi malavitosi sono radicati e operano soltanto nelle periferie degradate, a Napoli esistono in tutti i quartieri. Tali gruppi sono caratterizzati da un numero non elevato di affiliati e dalla continua mutevolezza degli equilibri interni ed alleanze esterne, che sono poi la causa delle esplosioni di violenza e dell'alto numero di omicidi.
Nella provincia i clan hanno un'organizzazione diversa, molto più simile alla mafia siciliana: la forte gerarchizzazione interna dei numerosi affiliati porta a una rilevante capacità di controllo di un territorio spesso vasto; l'uso mirato della violenza e dell'intimidazione si abbina, soprattutto, a una propensione ad ingerirsi nelle attività economiche ed imprenditoriali. E' in questa realtà che prospera la "camorra imprenditrice", capace di creare occasioni di lavoro e di svolgere funzioni di intermediazione sociale ed economica. I clan, così, creano intorno a loro un pericoloso clima di consenso e complicità, che coinvolge parti della società civile. E' attraverso questa fascia - definita "zona grigia" - che i clan si inseriscono, poi, nella politica e nelle istituzioni, cercando di controllare le macchine amministrative soprattutto degli enti locali.

L'Unità 4/08/09, pag. 31/31
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Di Loredana Morandi (del 05/08/2009 @ 00:17:58, in Magistratura, linkato 1393 volte)
Assistenzialismo selvaggio e profittatore: non ci crederete, ma è così. I vigili hanno sempre torto sulla vita umana o animale, loro mirano a soldi per gli stipendi in esubero di tutti i Comuni d'Italia, in tutta Italia, e la povera bestiola è stata vista in termini monetari: un bel gruzzolo di centinaia di euro + il carro attrezzi + l'intervento del canile, insomma un bottino da pacca sulle spalle. I consulenti esterni del Tribunale lavorano solo per soldi e il Canile Municipale, come centinaia di strutture identiche, versa nelle condizioni di un vecchio carcere sovraffollato, con in più che nel 99% dei casi è sporco e maltenuto come i carceri africani, ed i carcerati malnutriti costretti a soggiornarvi nelle proprie feci dietro le sbarre. Così un animale strappato alla propria famiglia muore. A buon conto a causa di una infezione virale. Sicuri che l'animale di razza non sia stato dato a qualche farmaceutica per la vivisezione o addirittura venduto? Io indagherei, perché è ingiustificato che sia il Tribunale a dover cercare il cane e non il Canile a notificare documentando l'avvenuta morte del "bene" vivente sequestrato dai magistrati. L.M.

Di seguito l'articolo di Luigi Ferrarella, che ringrazio per avermi fatto ricordare come salvai il mio adorato Black, un pastore tedesco purissimo di soli nove mesi ancora in dentizione, pronto per finire alla vivisezione direttamente dal canile municipale. Il cucciolone, forse fuggito giocando da una villa, era stato investito e fu raccolto dagli uomini del canile in stato di choc sul bordo della strada. Una lieve ma dolorosa lesione ad una vertebra ne decise la sorte, poi intervenni io. Dopo le mie cure prevalentemente a base di calcio per aiutarlo nella crescita la bestiola poteva correre felice in pineta, immemore della lesione guarita perfettamente. Effetti collaterali: una brillante e possente dentatura.

Maltrattamenti, padrone condannato: a vuoto i tentativi di restituirgli l'animale


Tribunale, il cane muore in attesa di giudizio

di Luigi Ferrarella


Giudici, pm, avvocati, ufficiali giudiziari, veterinari, funzionari dell'Asl: una legione di inquilini (a vario titolo) del Palazzo di giustizia impegnata a ottenere un provvedimento giudiziario un poco inconsueto, come un "decreto di restituzione" di cane sottoposto a sequestro, e parecchio difficile da eseguire se non si sa più dov'è finito il cane.
Era un bel boxer, a pelo fulvo e di grossa taglia, inopinatamente legato dal suo padrone con il guinzaglio al volante di un'auto e lì lasciato un giorno di giugno di due anni fa.
Dal verbale dei vigili era scaturita, per il padrone, un'accusa di maltrattamenti d'animale, per aver lasciato il cane in auto "in condizioni incompatibili con la sua natura e pertanto produttive di gravi sofferenze".
Il pm chiede un decreto penale di condanna, il giudice lo emette, l'imputato è condannato a pagare una ammenda di 1.750 euro e nella sentenza il giudice "ordina il dissequestro in data 25 giugno 2007", e cioè la riconsegna del boxer al suo padrone. Facile a dirsi. Comincia la giostra degli ufficiali giudiziari: il padrone non si trova più. gli ufficiali vanno dal primo avvocato e il legale rifiuta la notifica, perché nel frattempo il cliente ha cambiato avvocato, ma anche lui la rifiuta perché nemmeno sapeva di essere stato nominato. Finalmente si trova a chi notificare, ma non si sa più cosa notificare: perché il cane non si sa più dove sia finito.
Fin quando le ricerche dell'Asl lo trovano. Ma postumo: "Si precisa che il bene sequestrato e da restituire al legittimo proprietario risulta essere deceduto il 6 marzo 2009 presso il canile municipale".

Corriere Sera - Milano 4/07/09
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Di Loredana Morandi (del 04/08/2009 @ 12:09:29, in Politica, linkato 1492 volte)
La pena gli verrà cancellata dal casellario giudiziario

«Regalo di compleanno» per Cusani:
l'ex manager potrà tornare a votare

Cusani, ideatore della maxitangente «Enimont», fu accusato di falso in bilancio: scontò 4 anni di carcere

NAPOLI - È un bel regalo di compleanno per Sergio Cusani: l'ex manager compirà 60 anni il 4 agosto e il tribunale di sorveglianza di Milano gli ha dato la possibilità di votare e ricoprire pubblici incarichi, restituendogli così la pienezza dei diritti civili. Cusani, uscito dal carcere il 30 marzo 2001, aveva presentato istanza per la riabilitazione al Tribunale di sorveglianza e l'ufficio della Procura generale aveva dato parere favorevole. Inoltre la pena gli verrà cancellata dal casellario giudiziale.

IL PERSONAGGIO - Cusani è un ex manager napoletano finito in carcere nell'ambito dell'inchiesta «Mani pulite» con l'accusa di falso in bilancio: è ritenuto l'ideatore dei meccanismi che crearono la «madre di tutte le tangenti», quella Enimont. Braccio destro di Raul Gardini, è stato il principale condannato nell'inchiesta scontando in cella 4 anni di carcere (la pena a 5 anni e 10 mesi) ed ha dovuto restituire 35 miliardi di lire. Al giudice Ghitti dichiarò di essere colpevole dei reati per i quali era stato accusato dall'allora pm Antonio Di Pietro. Nel 2000 ha creato un movimento politico per tutelare i diritti dei poveri e dei detenuti: il «Partito della solidarietà». Con l'ex terrorista Sergio Segio ha lanciato una campagna per l'indulto e l'amnistia in occasione del Giubileo e per la riforma penitenziaria, con il progetto «Piccolo piano Marshall per le carceri». Attualmente è impegnato in progetti di recupero detenuti e sta partecipando al presidio degli operai della fabbrica Innse, alla periferia di Milano.

DI PIETRO - «Cusani merita di riavere i propri diritti individuali», afferma il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro che aggiunge: «Il problema non sta nella riabilitazione di Cusani, che si è pur difeso in un processo. Il problema sta nei tanti impuniti che non si riabiliteranno mai perché hanno preferito difendersi da un processo con leggi "ad personam". Sul piano personale - prosegue l'ex magistrato e grande accusatore proprio di Cusani - lui è stato uno dei pochi ad aver saldato i conti con la giustizia senza ricorrere a mezzucci come hanno fatto invece tanti altri. Cusani, da imputato - sottolinea - si è difeso in aula. Quando è stato condannato, è andato in galera. E dopo si è pure dedicato ai servizi sociali».


Corriere del Mezzogiorno, 03 agosto 2009
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Di Loredana Morandi (del 04/08/2009 @ 10:31:51, in Magistratura, linkato 1366 volte)
«Io, toga del Csm,
dico no allo strapotere delle correnti»



di Redazione

«Insisto nel sostenere che l’ampio sorteggio dei candidati per l’elezione dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura vada seriamente preso in considerazione e che, comunque, il sistema di elezione attuale sia da superare al più presto». A parlare, in questa intervista al Giornale, è Cosimo Maria Ferri, giudice e membro togato del Consiglio superiore della magistratura. Il sorteggio, le correnti e tutto il resto: sono parole controcorrente le sue, a cominciare dall’apertura sulla riforma elettorale del Csm avanzata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, una proposta, questa, fortemente contrastata dall’Anm, l’Associazione nazionale magistrati presieduta da Luca Palamara.
Giudice Ferri ma lei è davvero favorevole alla proposta del ministro Alfano?
«Da iscritto attendo risposte concrete. Con il presorteggio dei candidati si amplierebbe la rosa dei candidati per renderla più rappresentativa. Insomma, si eviterebbe che fossero le correnti a predesignare chi si debba candidare».
Secondo lei cosa c’è che non va nell’attuale sistema elettorale del Csm?
«Il correntismo - questo il messaggio che vorrei far arrivare ai miei colleghi magistrati - non ha nulla a che vedere con l’autogoverno, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, a cui tengo molto. Io ho faticato di più per farmi candidare dalla mia corrente, Magistratura indipendente, che per venire eletto al Csm. Dalla mia corrente sono stato candidato per un solo voto di scarto. Deve tener presente alcuni dati per capire appieno il peso correntizio in magistratura».
Quali dati?
«Alle ultime elezioni del Csm su 16 posti per togati (2 per giudici di Cassazione, 4 per Pubblici ministeri, 10 per Giudici di merito), e con 9mila magistrati aventi diritto al voto, si sono presentati soltanto 20 candidati. In quota giudici - ad esempio - le candidature sono state 12 e solo due colleghi, pertanto, sono rimasti esclusi; nella quota dei pubblici ministeri, invece, si sono candidate 5 persone per 4 posti (sempre con 9mila magistrati che votano) e per la Cassazione c’erano tre candidati per due posti. Quindi, una volta ottenuta la candidatura, grazie all’appoggio della propria corrente, viene eletto l’80% dei candidati».
Insomma, se si ha l’appoggio di una corrente ci sono 8 possibilità su dieci di farcela, altrimenti nisba?
«È vero che la legge consente a chiunque di candidarsi però di fatto - se non in casi isolatissimi - nessuno al di fuori delle correnti ha l’ardire di proporsi e difficilmente, se rimarrà questa legge in futuro aumenteranno i candidati. Non è facile per un magistrato di valore che è fuori da questi schemi farsi eleggere senza una corrente d’appoggio. Per questo diventa determinante la designazione da parte della propria corrente di appartenenza. È questa situazione che va superata».
Come?
«Io sono aperto a qualsiasi tipo di nuovo sistema purché si svincoli il Csm dalle correnti, dato che l’associazionismo è un indiscutibile valore quando non sfocia negli effetti negativi del correntismo».
Lei, qualche tempo fa, ha parlato di disaffezione dei magistrati verso le scelte del Csm. Può spiegare meglio?
«Le scelte del Csm, da un po’ di tempo, vengono impugnate con più frequenza davanti alla giustizia amministrativa. Ribadisco che oggi c’è disaffezione e stanchezza da parte di molti magistrati. C’è uno scollegamento tra i dirigenti e la base, la quale non capisce più la linea dell’Anm e le decisioni del Csm».

Il Giornale
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Ricevo e trasmetto ...

Dai Tribunali nessuna giustizia:

lettera ai quotidiani locali della madre di Luca Vertullo


 
La chiusura dell’ udienza del 27 luglio scorso, e’ stata l’ennesima delusione.

Dopo 3 anni non ci si aspettava che su 11 imputati solo 3 fossero condannati, per non parlare delle pene afflitte.

Mi dispiace contraddire le parole del Sindaco che dice che non è stata una fatalità, ma vedendo il risultato dell’ultima udienza non mi sembra siano state date delle grosse colpe. Per la morte di un ragazzo non si raggiungono i due anni di reclusione ???… mi chiedo, ma la vita di mio figlio vale cosi’ poco !?!? Io non posso accettare come genitore che  i colpevoli (e mi riferisco a tutti quei bei incarichi chiamati manager o legali rappresentanti, capo nave e capo turno) possano uscirne puliti da questa tragedia, se ero io a poterli condannare li avrei messi in galera a vita ma purtroppo non sono nessuno ma non accetterò mai la decisione del Giudice.

Dico questo perché vorrei far sapere ai cittadini che giustizia non esiste !

..ormai danno delle condanne più pesanti a chi commette dei piccoli furti.


Sono molto delusa.

Mio figlio Luca non è morto per cause naturali, me lo hanno ammazzato!!

La responsabilità sta nella ricerca del profitto ad ogni costo, i contratti interinali, i ritmi di lavoro, la paura di non avere il contratto riconfermato.

Le merci contano più della vita di un lavoratore!

Non abbiamo mai detto che al Porto la situazione sia migliorata.

Certo, c’e’ la pesa ma bisogna fare ancora molto per migliorare la sicurezza sul lavoro.

Noi siamo stati lasciati soli.

A parte la mobilitazione cittadina e nazionale della Rete sicurezza sul lavoro, lo Slai Cobas, nessuna forza politica e sindacale ha fatto qualcosa.

Siamo stati lasciati soli anche dagli stessi colleghi di Luca (li chiamiamo colleghi ma non hanno avuto nemmeno il tempo di conoscerlo), solo pochissimi hanno collaborato per la giustizia di Luca.

Tanta omertà e paure. Ma perché?

Perché non e’ stata processata l’agenzia Intempo che aveva assunto nostro figlio?


Abbiamo scritto una lettera al Presidente Napoletano che si era pronunciato perché i processi per morti sul lavoro si svolgessero in tempi brevi.

La realtà dimostra che ancora ad oggi non e’ affatto così.

Ci rivolgiamo nuovamente a Lei, Signor Presidente perché si pronunci nuovamente sui processi che restano ancora troppo lunghi.

E ci auguriamo che non metta la sua firma al Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro di questo governo nella parte che salva i manager dalla condanna  per migliorare la Legislazione sulla sicurezza sul lavoro.

Abbiamo deciso  di scrivere questa lettera perché  alla fine della lettura della sentenza eravamo troppo amareggiati e addolorati da non riuscire a parlare.

Ci auguriamo che questa lettera possa servire a qualcosa, a sensibilizzare la coscienze, perché ci sia vera giustizia.

Perché sul lavoro non debba morire più nessuno.

 

La Mamma di Luca Vertullo
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Di Loredana Morandi (del 04/08/2009 @ 00:56:49, in Politica, linkato 1317 volte)
Probabilmente ha ragione chi dice che 20 anni per strage sono pochi. Vi prego di notare il neppur velato doppiogiochismo (e non solo) del nazifascista, buon amico di Francesco Storace che: si dichiara "uomo di destra", lavora con una agenzia del Partito Radicale, ed esprime i concetti tipici del filo israelianesmo radicale e del filo sionismo più gretto. Dopo Capezzone, questo è l'esempio più "chiaro" della scarpa radicale nella destra sociale di Alleanza Nazionale. Se qualcuno cercava la prova dell'ingerenza del Mossad e dei servizi deviati nella strage di Bologna, ebbene l'ha appena trovata. L.M.

Parla l'ex leader Nar, scarcerato dopo 20 anni di carcere, 4 di semilibertà e 5 di condizionale "A 20 anni ero disperato, pensavo fosse necessaria la lotta armata"


Fioravanti: "Ora la Procura lavori
sulla pista palestinese"


di CONCETTO VECCHIO

ROMA - "Sarebbe stato più comodo ammettere che fummo noi, che fu un incidente, ci avrebbero pure pagato. Questa storia sarebbe finita cento anni fa, e avremmo fatto contenta un sacco di gente. Ma non fummo noi, e il fatto che una sentenza definitiva lo stabilisca, che la gente lo pensi, mi dà una punta di angoscia. Perciò dico: si continui ad indagare sulla strage di Bologna". L'ex Nar Valerio Fioravanti, 51 anni, cinque ergastoli, un certificato penale di 27 pagine, esce dal dentista, zona Nord di Roma. Ora è un uomo libero: entrò in carcere nel febbraio 1981, vi rimase 20 anni difilato, più quattro di semilibertà e altri cinque di libertà condizionale. Non nega 26 pagine e mezzo del suo curriculum terroristico: salvo la mezza paginetta, ma pesantissima, su Bologna.

Se non siete stati voi dei Nar, chi ha messo la bomba?
"La pista palestinese implica almeno quattro diverse ipotesi, tra cui quella indicata da Cossiga - "un incidente" - o quella del terrorista Carlos, il cui braccio destro Thomas Kram era a Bologna la sera prima della strage. Sono tutte molto suggestive e nessuna è provata. Mi chiedo: perché non si procedette già allora? Risposta: era interesse del governo e dei servizi segreti tenere nascosti una serie di accordi sottobanco che erano stati raggiunti con alcuni dei principali terroristi internazionali. La cosa era estremamente imbarazzante, lo è tuttora, visto che non abbiamo una conferma ufficiale. Carlos in due interviste ha ammesso che l'esplosivo era il loro, ma che la strage fu "un incidente provocato" dagli israeliani o dagli americani per danneggiare gli ottimi rapporti che coltivava con i nostri 007. Questi filoni d'inchiesta non furono presi in considerazione dalla magistratura. Si preferì da subito improvvisare, da parte dei nostri servizi segreti, una pista neofascista".

Ma due ufficiali del Sismi, Musumeci e Belmonte, e Licio Gelli, furono condannati per depistaggio nel vostro stesso processo. Non è una contraddizione?
"Quella fu una grave forzatura di quel processo. Del resto la sentenza di primo grado non stabilisce il movente, i mandanti, dove venne preso l'esplosivo, colui che lo collocò, riconosce che nessuno ci riconobbe alla stazione. Tutto questo sarebbe stato affermato da un'inchiesta bis, che però non è mai arrivata. In più noi Nar eravamo i più lontani dalla linea stragista. Non a caso la sentenza fu definita dal senatore Pellegrino "appesa nel vuoto". Ora ogni 2 agosto c'è il rito stanco per cui ci viene chiesto di rivelare i nostri complici, ma in tutti questi anni la Procura non è riuscita a trovare questi importanti elementi indicati allora dai giudici".

Veramente i magistrati stanno già indagando, è del 2005 un'inchiesta bis proprio sulla pista Carlos.
"Non mi faccio illusioni, capisco che una marcia indietro danneggerebbe troppe persone che hanno costruito la propria carriera su questo processo. Né mi pare ci sia un'enorme impazienza della Procura di Bologna di smentire se stessa, anche se le indagini sono state affidate ad un magistrato molto più serio e molto più scrupoloso, però senza la collaborazione di tutti non credo che possa fare più di tanto".

Č un fatto che nessuno vi riconobbe in stazione, ma è anche vero che voi inizialmente non ricordaste dove eravate il 2 agosto, fornendo più versioni: tutti gli italiani ricordano dov'erano quel giorno.
"L'abbiamo spiegato più volte, invece. Č la prova del resto che non c'eravamo costruiti un alibi. So che molti pensano che il mio sia un trucco, che voglia allontanare da me il sospetto dalla strage: non posso farci niente. So per converso che alcune delle vittime non sono affatto convinte che la sentenza abbia affermato la verità".

Un anno fa il presidente Fini disse che su Bologna c'erano "molte zone d'ombra". Si aspetta "una sponda" da questo governo?
"No, non credo che il governo abbia interesse a farlo. Né la destra né la sinistra hanno intenzione a rivelare i termini di quel lontano accordo con l'Olp. Le aggiungo anche che sono freddo sull'amnistia: chi è stato in carcere ha già pagato, e la punizione è stata severa ma giusta, i latitanti avranno le loro prescrizioni, chi è stato in Francia ha vissuto bene".

Secondo Bolognesi, il rappresentante dei familiari delle vittime, è stato un errore concederle il beneficio della libertà condizionale.
"Vorrei che avesse più rispetto per le sentenze che non gli piacciono, e non applaudire solo quelle che fanno comodo a lui. Il nostro sistema prevede delle garanzie, e io, da uomo di destra, dopo tanti anni sono fuori grazie a una Costituzione scritta da persone che erano considerate dal regime dei terroristi. Garanzie che loro hanno votato, forti della loro esperienza".

A 51 anni la sua vita ricomincia. Cosa vede se si guarda indietro?
"A vent'anni ero disperato, pensavo che ce l'avessero tutti con noi, e quindi che fosse necessaria la lotta armata: non lo penso più ovviamente. Vivo con Francesca Mambro, abbiamo una figlia di otto anni, lavoriamo a "Nessuno tocchi Caino", una vita tranquilla, serena".

(La Repubblica, 4 agosto 2009)
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Di Loredana Morandi (del 04/08/2009 @ 00:16:11, in Indagini, linkato 1340 volte)
Un identico reato può essere contestato sulle azioni della animatrice di chat Mitsuru, che mi disturba in continuazione sul canale che ho lasciato aperto per dialogare con chi potrebbe aver bisogno di me. L'intento della donna è farmi retrocedere dalla ferma intenzione di offrire protezione ai giovani che furono circuiti da una società del porno commerciale. Tanto è vero che, dopo la vendita di Pirate Bay, io ho ricevuto dozzine di attestati di stima ad indicarmi, che quanto ho sempre sostenuto era verità sacrosanta.

Gli sms indesiderati?
Possono essere "una vera e propria violenza privata"

Data: 31/07/2009 14:56

Condannabile in base al reato punito dall'art. 61 c.p

Roma, 31 lug. - (Adnkronos) - Gli sms indesiderati? Possono essere condannabili come vera e propria violenza privata. Il giro di vite viene applicato dalla Cassazione che sottolinea come un messaggino inviato a un coniuge tradito per indurlo magari a tirarsi indietro dal tentativo di riconciliazione con la moglie sia qualcosa di più di una semplice molestia, una vera e propria ''violenza morale'' condannabile in base al reato punito dall'art. 61 c.p. In questo modo la quinta sezione penale (sentenza 31758) ha confermato la condanna per violenza privata nei confronti di un napoletano di 55 anni, Carmine S., per avere inviato sms al marito della sua amante affinché recedesse dall'intento di riconciliarsi con la moglie Ester.

L'uomo, inoltre, è stato pure condannato per reato di minaccia avendo tentato di indurre l'amante a riprendere la loro relazione, minacciandola di diffondere materiale audiovisivo con i rapporti sessuali avuti con la stessa. Inutilmente Carmine S. ha tentato di alleggerire la sua posizione in Cassazione (la condanna per violenza privata e per minaccia era stata inflitta sia dal gup di Santa Maria Capua Vetere che dalla Corte d'Appello di Napoli, nel maggio 2007) sostenendo che i messaggini spediti al marito della sua amante non potevano essere condannati per violenza privata. Piazza Cavour ha respinto il ricorso e ha rilevato che ''i messaggi inviati al marito adombrano chiaramente una condotta di violenza privata ai danni del marito di Ester C. e denotano la conferma solare della violenza morale attuata nei confronti della donna''.

Insomma, conclude Piazza Cavour, i messaggini inviati al marito e le minacce rivolte all'amante non escludono ''il dolo dell'illecito contestato che consiste nella finalità di costringere la donna a riprendere la relazione extraconiugale''. Il ricorso di Carmine S. è stato dichiarato così inammissibile e, oltre a dover pagare le spese processuali, l'uomo dovrà pure versare 1.500 euro alla cassa delle ammende.

Adnkronos da Studio Cataldi
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