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 ancient & modern ... ... di Lunadicarta
 
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Il vero valore di un essere umano è rivelato dalla sua capacità di raggiungere la liberazione da se stesso.

Albert Einstein
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Una bellissima massima della Superma Corte di Cassazione in tema di pedofilia: Grazie! Ricambio mostrando in immagine, da google, le istruzioni distribuite dal più famoso centro di documentazione pro pedofili in Italia, da notare il "dictat" di affidare il minore alla valutazione del "perito". L'orientamento giuridico pro pedofili, infatti, professa come nuova religione l'inattendibilità del minore abusato in ogni modo possibile.  L.M.






I minori vittime di abusi sessuali sono credibili anche senza la perizia psicologica se non sono facilmente suggestionabili

Il minore vittima di un abuso sessuale è un testimone credibile, ai fini della condanna, anche senza la perizia psicologica se, in generale, non è propenso alla “suggestione” e all’ “elaborazione fantasiosa”.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione.

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Di Loredana Morandi (del 14/04/2010 @ 18:18:22, in Varie, linkato 1401 volte)

 http://www.giustiziaquotidiana.it/public/emergency-logo.jpg

IO STO CON EMERGENCY

SABATO 17 - ore 14,30
Appuntamento in piazza Navona ROMA

Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.

Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.

IO STO CON EMERGENCY

Sabato a Piazza Navona ci sarà anche la Tavola della pace

L'Italia riapra subito
l'ospedale di Emergency

Flavio Lotti: "L'attacco a Emergency è un attacco a tutti i costruttori di pace"


(1) Riaprire l'ospedale di Emergency in Afghanistan,
(2) liberare i tre italiani e i sei afgani arrestati il 10 aprile,
(3) assicurare pieno sostegno a tutti gli operatori umanitari italiani che operano in Afghanistan.

Sono questi i primi tre obiettivi che deve assumere il governo italiano per ridare un minino di credibilità alla nostra presenza in Afghanistan. Nel nome del rispetto del diritto internazionale dei diritti umani, della legalità e dei doveri che corrispondono ad ogni buon governo.

La Tavola della pace, impegnata nella preparazione del Forum della Pace e della Marcia per la pace Perugia-Assisi del prossimo 16 maggio, chiede a tutti i responsabili della politica italiana di fare ogni sforzo per chiudere rapidamente questa gravissima vicenda.

Berlusconi deve intervenire di persona. Non bastano una lettera del ministro, un ambasciatore e un magistrato. E' necessaria un'azione rapida ed energica. Si è già perso troppo tempo. Invece di prendere le distanze, di seminare dubbi e di gettare fango su chi si assume personalmente la responsabilità di soccorrere le vittime della guerra, il governo italiano deve agire con determinazione sollecitando anche l'immediato intervento dell'Unione Europea e dell'Onu. Ogni governo ha il dovere costituzionale di difendere i suoi cittadini e in particolare quelli che sono impegnati in operazioni di pace, di solidarietà e di cooperazione.

Chiudere il Centro chirurgico di Lashkar-gah vuol dire abbandonare la popolazione civile nella morsa della guerra e mettere in pericolo tutti gli operatori umanitari. In questo senso, l'attacco all'ospedale di Emergency è un attacco a tutti i costruttori di pace.

Per questo, sabato prossimo, dobbiamo essere in tanti. A Roma, in Piazza Navona, alle ore 14.30. Con tutti i colori dell'arcobaleno.

Ps. L'Italia è il paese che ha la responsabilità di coordinare la ricostruzione della Giustizia in Afghanistan e per questo obiettivo ha già speso diverse decine di milioni di euro.

Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace

Perugia, 14 aprile 2010

Nota di Loredana Morandi:

La più grande tristezza è che, nell'evidenza di una appropriazione indebita ai danni della associazione italiana, il governo afghano, più che beneficato dal nostro paese, non sta avendo alcun timore nel fare "martiri" tra medici e civili impegnati a sostegno della popolazione. Per assurdo: in un paese come l'Afghanistan, dove è impossibile camminare in campagna per le mine antiuomo e dove i bazooka si comprano al mercato rionale, "questi scemi" organizzavano un attentato con 4 bombe a mano 4. Questi governativi fanno pensare che i Talebani avessero "classe" da vendere...

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Parla Bruti Liberati

Magistrato progressista si pronuncia contro una giustizia dipietrificata

L’ex presidente dell’Anm “apprezza” le idee di Orlando, apre sulle intercettazioni e e non si allinea ai veti di Spataro e Caselli

Dice al Foglio Edmondo Bruti Liberati, ex presidente dell’Anm e personalità di peso nella corrente di sinistra Magistratura democratica, che “inserire la riforma della giustizia nel calderone delle riforme istituzionali significa non farla”, e quasi sillabando aggiunge: “Prendo atto e apprezzo che nella proposta del responsabile di settore del Pd (Andrea Orlando, Foglio di venerdì scorso ndr) si sia esclusa – come posizione del partito – ogni modifica all’assetto costituzionale della magistratura”. Sembra poco e invece significa molto la professione di un pragmatismo “laico” e la linea di demarcazione rispetto alle tensioni/tentazioni ideologiche.

L'articolo prosegue su Il Foglio

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Di Loredana Morandi (del 14/04/2010 @ 19:12:58, in Magistratura, linkato 1536 volte)
.. in tema di epiteti alla magistratura.

Giudice fannullone per cinque anni

Assolto: "La moglie l'ha lasciato..."

di Redazione

Il tribunale di Brescia ha assolto un collega milanese che per cinque anni non ha trattato neanche una pratica. Lui: "Sto male, mia moglie mi ha lasciato"

Milano - Non stava bene, il giudice. E non da ieri. A dire il vero, erano anni che aveva la testa altrove. Cinque anni. Così preso dai suoi problemi familiari, il magistrato, da accumulare fascicoli sulla sua scrivania. Un monte di carte. Però non s’è arreso. O meglio, non ha mollato la presa. Quell’ufficio l’ha tenuto occupato, pur facendo poco o nulla di quanto gli veniva richiesto. E anche se a mezzo servizio (e forse anche meno), ogni mese è passato all’incasso. Stipendio e anzianità di servizio. Insomma, quel che si dice una carriera. Finché il giocattolo si è rotto. Finché, cioè, qualcuno non ha presentato un esposto al Csm e una denuncia penale. Così il magistrato è stato rinviato a giudizio dal gip di Brescia con l’accusa di omissione in atti d’ufficio. Con il pubblico ministero che ne ha chiesto la condanna a 4 mesi. E con l’imputato che ha ammesso che era vero, aveva accumulato ritardi, ma il fatto è che la moglie l’aveva lasciato e per questo non riusciva più a lavorare. E per dire quanto stava male, ha spiegato che il problema non riguardava solo il caso per cui si trovava a processo, ma qualcosa come 300 (trecento!) fascicoli. E com’è andata a finire? Assolto nel giro di una mattinata. Per mancanza dell’elemento psicologico del reato. Cioè, mica colpa sua. È che da quando la consorte l’ha mollato non ce l’ha più fatta.

L'articolo prosegue su Il Giornale


La storia di Giuseppe Maria Blumetti, giudice della sesta sezione civile del Tribunale di Milano, parte da lontano. E inizia, più o meno, dieci anni fa. Quando sulla sua scrivania finisce una causa di separazione come ce n’è a migliaia nel Palazzaccio del capoluogo lombardo. Una pratica banale. Il magistrato era chiamato a stabilire - sulla base di una perizia - il valore di alcuni beni attribuiti da una precedente sentenza a un marito, ma che la moglie aveva fatto sparire. In altre parole, l’uomo - non potendo mettere le mani su quei beni - chiedeva di poterne almeno monetizzare il prezzo. Nel 2001, inizia la causa per l’accertamento del valore. Nel 2003, viene depositata la perizia (che fissa la cifra di 230mila euro). Poi, il buio. Codice alla mano, il giudice avrebbe avuto 30 giorni di tempo per firmare la sua ordinanza. Ma siccome siamo in Italia, come spesso accade quei trenta giorni vengono dilatati dal processo civile. Due mesi. Tre mesi. Sei mesi. Un anno. Due. Niente. La sentenza non arriva. L’avvocato che segue la causa tra marito e moglie cerca di sollecitare la pratica, ma dall’ufficio del giudice nessuna risposta. I colleghi del magistrato allargano le braccia, ammettendo di essere a conoscenza del problema ma non sapendo come risolverlo. Fino a quando il legale non decide che la misura è colma, e nel 2008 - cioè, dopo cinque anni di inutile attesa - presenta un esposto al Consiglio superiore della magistratura (che avrebbe sospeso la toga dalle funzioni) e una denuncia penale. E così il giudice «lumaca» finisce a processo.

Quel che accade davanti al collegio della I sezione del tribunale di Brescia, però, ha il sapore del grottesco. La prima udienza, infatti, è anche l’ultima. Al pubblico ministero e all’avvocato di parte civile, che si attendevano un’udienza «filtro» per iniziare a discutere del caso, viene comunicato che la vicenda va affrontata senza perdere altro tempo, che si procede all’immediata discussione, che ci sarà la camera di consiglio e la sentenza. È il 18 marzo scorso. Il giudice-imputato spiega al collegio che la ragioni di quel ritardo erano dovute al suo stato di prostrazione psichica (e a riprova porta due perizie), e che le sue difficoltà l’avevano portato a trascurare qualcosa come 300 fascicoli che gli erano stati affidati. Non esattamente un’attenuante. Avrebbe potuto prendersi un periodo di malattia, un’aspettativa, ammettere di non essere in grado di fare fronte al carico di lavoro e passare la mano a qualche collega. Avrebbe potuto - extrema ratio - persino dimettersi. E invece no. Ha accumulato ritardi su ritardi. E pace a chi chiede alla giustizia di essere - se non rapida - almeno decente. Il Tribunale, però, l’ha assolto per mancanza dell’elemento psicologico del reato. Cioè non c’è il dolo, e - soprattutto - l’imputato era afflitto da una condizione che gli impediva sì di assolvere le sue funzioni, ma non di vedersi accreditato lo stipendio ogni mese, per dodici mesi, nei cinque anni in cui non ha fatto nulla. Ma se non poteva lavorare, per quale ragione non l’ha responsabilmente ammesso prima di mettere un’altra zavorra al sistema? Tant’è, assolto. Subito. Nel giro di una mattinata. In due ore. E poi si dice che non esiste il processo breve.
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Di Loredana Morandi (del 14/04/2010 @ 19:18:14, in Magistratura, linkato 1387 volte)
RIFORME: ANM CHIEDE INCONTRO
CON PRESIDENTI CAMERA E SENATO


(ASCA) - Roma, 14 apr - La Giunta dell'Anm (Associazione Nazionale Magistrati) ha chiesto al presidente del Senato e al presidente della Camera dei Deputati un incontro per discutere sulle ipotesi di riforma della giustizia. Analoga richiesta verra' inoltrata successivamente ai gruppi parlamentari.


''L'Associazione nazionale magistrati ribadisce che e' assolutamente prioritario e ineludibile -afferma un comunicato- approvare riforme che restituiscano funzionalita' al sistema giudiziario, temi in relazione ai quali l'Anm ha avanzato gia' da tempo proposte serie, concrete e dettagliate''.


L'Anm ''conferma la propria disponibilita' al confronto sulle riforme dirette a garantire un servizio efficiente e a rafforzare le garanzie dei diritti dei cittadini''. min/sam/alf

 


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Di Loredana Morandi (del 14/04/2010 @ 19:33:26, in Magistratura, linkato 1298 volte)
Si, sono convinta che vi sembrerà strano il mio "evviva la Consulta", ma qualcuno lo deve pur dire: gli omosessuali sono uomini, le transessuali se non operate sono uomini, gli avventori della pornografia e della prostituzione sono uomini. Anche le rappresentanti femminili della diversità di scelta sessuale sono in vendita in tutti i negozi di pornografia per uomini. Inoltre tutti i preti pedofili sono uomini.

Qualcuno deve pur pensare alle donne e ai loro figli. L.M.



Matrimonio civile fra omosessuali,
la Consulta respinge il ricorso: inammissibile


Roma - (Adnkronos) - La Corte Costituzionale ha valutato i ricorsi presentati da tre coppie gay a cui è stata negata la possibilità di sposarsi con rito civile. l Paese che lo consentono (SCHEDA). La Cassazione avverte: dare del gay è reato. Generale Nato accusa: "Il massacro di Srebrenica? Colpa dei soldati gay".

Roma, 14 apr. (Adnkronos) - ''Inammissibile e infondato''. Così la Corte Costituzionale giudica il ricorso presentato in tema di matrimoni omosessuali da tre coppie gay contro la decisione del Tribunale di Venezia e della Corte d'Appello di Trento relativa alla richiesta di pubblicazione di matrimonio tra nubendi dello stesso sesso, rifiutata dall'ufficiale di stato civile. La sentenza è giunta nella tarda mattinata, al termine della seduta in camera di Consiglio dei giudici costituzionali a Palazzo della Consulta.

La sentenza arriva a tre settimane di distanza dall'udienza pubblica davanti alla Corte Costituzionale degli avvocati difensori e dell'Avvocatura generale dello Stato.

"Rimaniamo tranquilli perche' la battaglia per l'affermazione dei diritti non sarebbe comunque finita oggi ed oggi non finisce. C'e' aspettativa rispetto alle motivazioni della sentenza, che conterranno anche le riflessioni della Corte". Cosi' Paolo Patane', presidente nazionale di Arcigay, commenta all'ADNKRONOS la sentenza della Corte Costituzionale.
 
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Di Loredana Morandi (del 14/04/2010 @ 19:49:27, in Sindacati Giustizia, linkato 1255 volte)
Collegato Lavoro. RdB e SdL scrivono alla Commissione Lavoro


Alla cortese attenzione
Del Presidente della XI Commissione Lavoro Pubblico e Privato
On. Silvano MOFFA

E p.c. ai Membri della XI Commissione Lavoro Pubblico e Privato
Camera dei Deputati
Piazza Montecitorio, Roma

Oggetto: contributo sul cd “Collegato Lavoro”



Onorevole Presidente, essendo ripreso presso la Commissione da Lei presieduta l’esame del testo del collegato lavoro alla luce del motivato messaggio di rinvio alle Camere del Presidente della Repubblica, e preso positivamente atto dell’intenzione del Parlamento di confrontarsi con le parti sociali, avevamo richiesto di essere convocati con lettera del 13 Aprile 2010. In pari data è giunta la Sua risposta negativa rispetto all'audizione e la richiesta di un eventuale contributo scritto.
Sappiamo bene di rappresentare persone, ragioni ed una complessiva lettura della società diversa da quella di gran parte dei membri della commissione, e però crediamo che non solo anche tale punto di vista possa e debba esprimersi ma che sia comunque per noi necessario esporvi come il collegato lavoro necessiti di una profonda revisione anche alla luce delle stesse linee di sviluppo economico e sociale che pure vengono formalmente poste a fondamento degli atti dell’attuale maggioranza e che sono invece completamente sconfessate dal testo.
Ed infatti lo stesso Sole24 ore (come noto organo della Confindustia) solo lo scorso 7 aprile rilevava come “l'Italia non sia nelle condizioni di trarre vantaggio né dalla sua relativa arretratezza (testimoniata dalla presenza di vaste aree ancora poco sviluppate), né dalla sua relativa modernità. I problemi principali che limitano la nostra capacità di crescita sono noti. In primo luogo, la forza lavoro è poco istruita. La percentuale di popolazione tra i 25 e i 64 anni con almeno un diploma di scuola superiore è di circa il 52%, contro l'84% della Germania e il 69% della Francia. Inoltre, percentuali enormi di giovani, donne e anziani sono inattive” o condannati ad un continuo regime di precarietà indotto dalle “recenti liberalizzazioni del mercato del lavoro” che per altro “non hanno determinato la formazione di un sistema salariale” adeguato da cui il più imponente crollo del reddito delle famiglie degli ultimi vent’anni e il conseguente drastico arretramento dei consumi. Aggiungendosi come i destinatari di tale precarietà sono “individui giovani e relativamente istruiti, cioè i soggetti che possono meglio contribuire alla crescita economica del paese” a cui per altro va aggiunto come “il sistema degli ammortizzatori sociali” li privi “di adeguata copertura”. Ed inoltre “il sistema della scuola e della formazione superiore è obsoleto e di bassa qualità” e “il sistema fiscale è eccessivamente concentrato sul lavoro e sull'impresa” invece che sulla rendita, per altro all’interno di mercati che – ad eccezione di quello del lavoro precarizzato – rimangono “rigidi e poco competitivi”.

Ebbene, assumendo che tale sia anche la vostra analisi, non possiamo che rilevare come il collegato lavoro non solo non vada nella direzione di risolvere questi problemi ma in quella esattamente opposta.
Quanto alla complessiva tematica dell’arbitrato siamo a richiamarci alle ben esposte ragioni di cui al motivato messaggio del Presidente Napolitano. Riteniamo però indispensabile aggiungere come, proprio in ragione dell’indefettibile obbligo di rispettare “i principi della volontarietà dell'arbitrato e della necessità di assicurare una adeguata tutela del contraente debole” a cui il Presidente ha richiamato le Camere, l’unico strumento posto a tutela di tali principi nell’originario testo – ed evidentemente ritenuto insufficiente stante l’avvenuto rinvio alle Camere - era la previsione della clausola compromissoria “solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale” (art. 31 comma 9). Al riguardo rileviamo come l’unica possibilità di ritenere tale previsione in qualche modo attestante la “volontarietà” del lavoratore e quindi posta a “tutela” della sua debolezza contrattuale sia quello di applicare a tale previsioni gli ordinari criteri civilistici della rappresentanza limitando gli effetti di tali eventuali accordi a quei soli lavoratori che aderiscano ai detti sindacati e che altresì possano quindi democraticamente concorrere alla formazione prima ed eventualmente alla critica e alla modifica o rimozione poi dei detti accordi qualora ritenuti non satisfattivi. Senza tale basilare principio di democrazia sindacale e di rispetto dei diritti e della volontà individuale dei lavoratori è impossibile ritenere tale previsione in modo alcuno strumento di “volontarietà” e “tutela” ed anzi essa risulterebbe null’altro che un abdicare, in favore di soggetti di natura privatistica e al di fuori di qualsiasi criterio di verifica democratica, dei principi statuali in quanto “solo il legislatore può e deve stabilire le condizioni perché possa considerarsi "effettiva" la volontà delle parti di ricorrere all'arbitrato; e solo esso può e deve stabilire quali siano i diritti del lavoratore da tutelare con norme imperative di legge e quali normative invece demandare alla contrattazione collettiva”, come correttamente rilevato dal Presidente Napolitano.
Ma ci teniamo altresì a rilevare come la fuga dalla giurisdizione e dalla cultura dei diritti e della qualità del lavoro, amplificando così tutti i problemi del sistema Italia sopra richiamati, non si ritrovano solo nella previsione della possibilità di imporre al momento genetico del rapporto una clausola di compromesso ad arbitrato secondo equità dei diritti controversi che insorgeranno nel rapporto ma - forse ancor più – nelle ulteriori previsioni del testo. E infatti è lo stesso messaggio del Presidente che afferma come “al di là delle osservazioni fin qui svolte a proposito dell'articolo 31, è da sottolineare l'opportunità di una riflessione anche su disposizioni in qualche modo connesse - presenti negli articoli 30, 32 e 50 - che riguardano gli stessi giudizi in corso e che oltretutto rischiano, così come sono formulate, di prestarsi a seri dubbi interpretativi e a potenziali contenziosi”. Tale affermazione – come reso esplicito dall’avverbio “oltretutto” – non invita le Camere a rivedere il contenuto dei predetti articoli solo per i “dubbi interpretativi” conseguenti alla loro innegabile cattiva fattura, ma prima ancora in quanto gli stessi condividono i medesimi profili di anticostituzionalità trattandosi di “disposizioni in qualche modo connesse”. E quindi l’intera previsione secondo la quale la effettiva "volontarietà delle negoziazioni con speciale riguardo ai rapporti di lavoro ed alla tutela dei diritti del lavoratore in sede giurisdizionale” impone che ogni termine decorra “dalla cessazione del rapporto” richiamandosi appositamente “le sentenze della Corte Costituzionale n. 63 del 1966, n. 143 del 1969, n. 174 del 1972, n. 127 del 1977, n. 488 del 1991, nn. 49, 206 e 232 del 1994, n. 54 e 152 del 1996, n. 381 del 1997, n. 325 del 1998 e n. 221 del 2005” fa conseguire la certa anticostituzionalità anche dei termini decadenziali imposti ai lavoratori precari alla scadenza di ciascun contratto in caso di reiterazione degli stessi, e ai lavoratori trasferiti o oggetto di cessione di ramo d’azienda. Così come ovviamente contrasta con “una adeguata tutela dei diritti più rilevanti del lavoratore (da quelli costituzionalmente garantiti agli altri che si ritengano ugualmente non negoziabili)” sia la previsione della forfetizzazione del danno dei lavoratori precari, il travolgimento delle sentenze relative ai contratti a progetto di cui all’art. 50, i termini decadenziali di 180 giorni per le azioni giudiziarie afferenti ai più rilevanti e costituzionalmente garantiti tra i diritti dei lavoratori. Ed ugualmente contrastano con il “fondamentale principio di statualità ed esclusività della giurisdizione (art. 102, primo comma, della Costituzione)” tutte le previsioni dell’art. 30 e cioè sia la vincolatività della contrattazione individuale certificata sia il limite al vaglio giudiziale.

Al riguardo rileviamo come, qualora tale previsioni dovessero essere riproposte immutate alla firma del Presidente, il necessario punto di caduta del loro combinato disposto e comunque di quelle che riguardano i lavoratori atipici è che l'obbligo di impugnare entro 60 giorni dalla cessazione del rapporto i contratti a termine o co.co.pro o di lavoro interinale, renderà impossibile giustiziare tutti quei casi (e cioè praticamente tutti) ove il lavoratore speri nella richiamata in servizio che avviene solitamente con intervalli maggiori a tale termine. Ed infatti se a ciò si aggiunge che in caso di vittoria non si potrà più avere neppure il pieno risarcimento del danno ma solo alcune mensilità, se ne evince l'assoluta irragionevolezza per il lavoratore di impugnare nei 60 giorni successivi alla scadenza del termine perdendo il posto ancorché precario e rinunciando definitivamente alla aspettativa di essere richiamati in servizio, e l'assoluta irragionevolezza per i datori di assumere a tempo indeterminato essendo i "vecchi" ancora tutelati dall'art. 18 S.L. (con effetti ripristinatori e risarcitori reali) mentre i precari liquidabili, nei rari casi in cui non incappassero nella doppia decadenza o nella clausola compromissoria preventiva ed irrevocabile, con piccolissime somme.

A prescindere ora dai profili di incostituzionalità e di contrasto con la normativa Europea, davvero evidentissimi, rileviamo come l’Italia sia rimasto l’unico paese in Europa a non avere già approvata o in discussione su proposta della maggioranza una legge sul reddito (ed anzi con proposte dell’opposizione parlamentare in alcuni casi addirittura peggiorative rispetto al triste esistente). Ciò che produrrebbe l’approvazione immutata del collegato lavoro diverrebbe quindi un definitivo attacco "generazionale" all'unica forma di reddito esistente: il lavoro e il salario. Al riguardo va ricordato ancora come il lavoro precario nella sua grandissima parte riguardi i giovani (e nella porzione residua per lo più il lavoro femminile e migrante) e che su essi graverà sostanzialmente anche il peso della clausola compromissoria. Ciò detto la scelta di rendere il precariato l’unica ed ingiustiziabile forma futura di lavoro in assenza di qualsivoglia introduzione di forme di welfare e di rimodulazione del carico fiscale, e nell’ulteriore smantellamento della scuola (ricordiamo che l’obbligo scolastico viene ridotto di un anno dall’art. 49 del collegato), all’interno di mercati sempre più oligopolistici e dominati da rendite di posizione lecite e spesso anche illecite, è la precisa scelta di costringere la generazione dei ventenni e dei quarantenni (e le donne e i migranti) a pagare un tributo pesantissimo. E ciò avviene condannando tutto il sistema economico del paese e le future generazioni.

Distinti saluti

Pierpaolo Leonardi per Federazione RDB
Fabrizio Tomaselli per SdL intercategoriale
Carlo Guglielmi e Arturo Salerni per il Coordinamento dei Legali

Roma, 14 Aprile 2010
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Di Loredana Morandi (del 15/04/2010 @ 07:44:05, in Magistratura, linkato 1380 volte)
GIUSTIZIA: PROCEDERE A PICCOLI PASSI
NELL’AZIONE RIFORMATRICE


Roma, 15 aprile ’10 (Fuoritutto) Dopo le timide aperture del Pd al dialogo sulla riforma della giustizia del responsabile di settore Andrea Orlando, anche una toga rossa storica, Edmondo Bruti Liberati, ex componente del C.S.M. ed ex presidente dell’A.N.M., spezza il monolitico blocco della magistratura associata, riconoscendo la necessità di mettere mano ad alcune riforme e prendendo le distanze dai sostenitori di una giustizia pietrificata o più propriamente “dipietrificata”.
Il magistrato progressista, cui va riconosciuta un’onestà intellettuale non comune all’interno dell’associazionismo giudiziario, riconosce finalmente il primato istituzionale del Parlamento cui soltanto spetta il compito di legiferare e la necessità di affrontare il dialogo sulle riforme anche se con l’attuale compagine governativa, abbandonando quelle posizioni preconcette che finirebbero con l’isolare la magistratura dal contesto sociale.
Apre con estrema prudenza, tra vari paletti, sulla necessità di rivedere il sistema delle intercettazioni, di procedere all’accorpamento degli uffici giudiziari più piccoli, di modificare l’attuale sistema delle notifiche, sì da ottenere una velocizzazione dei processi e, anche se si tratta di aperture estremamente timide, talché rimane tuttora da verificare l’effettiva volontà di dialogare, va apprezzata l’iniziativa che incrina il blocco compatto del rifiuto a qualsiasi modifica costituzionale ed ordinamentale.
Presto si vedrà dalla reazione più o meno veemente dei sostenitori della linea più conservatrice (da Spataro, Caselli e Ingroia) se si tratta di effettiva disponibilità al dialogo o di semplice apertura tattica per guadagnare tempo o considerazione all’esterno, ma è troppo presto per iniziare il vero confronto su modifiche che lo stesso Governo non ha finora definito, lasciando aperta la possibilità di procedere ad aggiustamenti di proposte non del tutto maturate e consolidate.
Certamente va condivisa la preoccupazione di Bruti Liberati secondo cui inserire la riforma della giustizia nel calderone delle riforme istituzionali significherebbe non farla e comunque il governo dovrebbe trarre insegnamento dalla bocciatura in toto da parte del corpo elettorale della vecchia riforma costituzionale che pur conteneva talune modifiche condivise dall’opposizione.
Nessuna norma impone, infatti, di fare un’unica legge costituzionale per modificare la carta costituzionale.
Separare le riforme condivise da quelle approvate a colpi di maggioranza potrebbe significare assicurarsi un cambiamento istituzionale più contenuto, ma certo.
Se il governo saprà rinunciare all’idea di una grande unica riforma (di portata storica) che stravolga l’intero assetto istituzionale, procedendo a piccoli passi nell’opera riformatrice, sicuramente potrà trarne maggiori vantaggi.
(Sal)

www.agenziafuoritutto.it
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Di Loredana Morandi (del 15/04/2010 @ 07:51:42, in Osservatorio Famiglia, linkato 1337 volte)

Ros/ Pm Milano chiede 27 anni per generale Ganzer

14:46 - CRONACA- 14 APR 2010

"Promosse e diresse associazione per delinquere"
Milano, 14 apr. (Apcom) - "Il generale Gianpaolo Ganzer promosse e diresse un'associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato e al falso deviando gravemente dai suoi compiti istituzionali". Con queste parole il pm di Milano Luisa Zanetti ha chiesto la condanna del comandante del Ros dei carabinieri Gianpaolo Ganzer imputato insieme ad altre 23 persone per una serie di presunte irregolarità in operazioni di contrasto alla criminalità organizzata. "Emerge una larghissima prova della responsabilità degli imputati a cominciare da Ganzer", ha aggiunto il pm.

***

Claps: Elisa presumibilmente accoltellata, non strangolata
Chiesti a periti esami per verificare tesi morte per emorragia

14 aprile, 20:42

(ANSA)- NAPOLI, 14 APR - E' stata presumibilmente uccisa a coltellate Elisa Claps,la ragazza scomparsa 17 anni fa a Potenza, confermano a Salerno fonti giudiziarie. Gli esami richiesti ai periti nel corso dell'incidente probatorio riguardano infatti l'eventuale presenza di materiali metallici sulle ossa della salma nonche' l'eventuale presenza di tracce compatibili con Elisa sull'ascia acquisita fra i reperti.

L'ipotesi per la quale si cerca una conferma e', appunto, una morte per emorragia e non per strangolamento.

***

Strage di Erba:

Erba: il 20 camera di consiglio sentenza
Frigerio: odio i coniugi Romano.Non li perdonero' mai

(ANSA)- MILANO, 14 APR - Il 20 i giudici della corte d'assise d'appello di Milano si riuniranno in camera di consiglio per la sentenza per la strage di Erba. La difesa dei coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all'ergastolo in 1/o grado per i 4 omicidi, ha chiesto di ascoltare un nuovo teste (richiesta respinta) e ha ribadito la richiesta di sottoporre i 2 imputati a una perizia psichiatrica. Intanto Frigerio, unico sopravvissuto della strage, ha detto di odiare i 2 imputati: 'Non li perdonero' mai'.


"Non sono io il suo aggressore"
Olindo scrive a Mario Frigerio


"Ci chiedevamo come facevano a raggirare, manipolare le persone. Sino quando poi è toccato a noi essere manipolati, usati da chi smaschera questi truffatori. Eppure non ha esitato a usare i loro stessi metodi, con noi e con lei Signor Frigerio". A scrivere, dal carcere, è Olindo Romano: in una lettera che News Mediaset ha ottenuto in esclusiva ribadisce di non essere lui il colpevole della strage di Erba.

"Lei sa che non sono io il suo aggressore. Non sono io che ha visto quella sera", prosegue Olindo nella missiva, scritta di suo pugno e indirizzata a Mario Frigerio, unico superstite del massacro e principale accusatore dei coniugi Romano. Continua Olindo: "In quel periodo drammatico della sua vita - in buona fede - senza rendersene conto - contro la sua volontà - il maresciallo Gallorini le ha fatto dire ciò che lui voleva che lei dicesse, il mio nome, Olindo". Il riferimento è al maresciallo dei carabinieri Enrico Gallorini, il primo a fare il nome di Olindo Romano a Mario Frigerio che, ancora ricoverato in ospedale, non riusciva a riconoscere il proprio aggressore. Pochi giorni dopo, iniziata la lenta ripresa, la testimonianza di Frigerio incastrò i coniugi.

"Poi col tempo si capisce - conclude Olindo -. Non è mai troppo tardi. Noi ci siamo rialzati. Lo faccia anche lei - solo così si può arrivare alla verità. Non quella che da tre anni alcuni vogliono far apparire come tale. Si è mai chiesto cosa c’è dietro tanti errori e indagini mal fatte?". Mercoledì i coniugi Romano, in carcere ormai da tre anni, torneranno in aula per l'ennesima udienza del processo. E, ancora una volta, protesteranno la propria innocenza.

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Pornografia minorile, 34 indagati
Udine,13enne mandava foto per ricariche


Sta scuotendo la provincia friulana la storia di una 13enne al centro di uno scambio di immagini porno in cambio di ricariche telefoniche. La giovane inviava le proprie immagini hard - senza che comparisse il viso - prima ai compagni di scuola, poi a numerosi altri giovani in Friuli e Veneto. Trentaquattro persone sono indagate per reati relativi alla pornografia minorile: 29 indagati sono minorenni e cinque hanno da poco tempo superato i 18 anni.

La vicenda - riferita da Messaggero Veneto e Gazzettino - è stata scoperta dai Carabinieri di Tolmezzo (Udine) che hanno sequestrato decine di telefonini, chiavette usb e hard disk di computer con foto e brevi filmati porno della ragazzina. I sequestri sono stati fatti su ordine della Procura della Repubblica di Tolmezzo e della Procura della Repubblica per i minorenni di Trieste.

L'inchiesta è scattata nei mesi scorsi sulla base di una serie di elementi che i Carabinieri hanno acquisito controllando il mondo giovanile in alcuni comuni della fascia collinare friulana. Le due Procure hanno così deciso di tenere sotto controllo una serie di numeri telefonici e hanno scoperto che la ragazza, che all'epoca frequentava la scuola media, trasmetteva le foto porno e brevi filmati in cambio di ricariche del cellulare.

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Autoscontro per Youtube: 5 denunce
Lucca, tra i ragazzi 3 sono minorenni


Si sono scaraventati contro le auto, parcheggiate in un piazzale privato, a bordo di un furgone a metano. Il tutto per realizzare un video destinato a finire su Youtube, con la speranza di essere cliccatissimo. Questa è la ricostruzione fatta dai carabinieri di Lucca che hanno denunciato cinque ragazzi, fra cui tre minorenni, per violazione di domicilio e danneggiamento aggravato. I giovani hanno anche rischiato di saltare in aria col furgone.

Sembrava proprio un'idea brillante per passare la vigilia di Pasqua. I cinque ragazzi, indicati come di buona famiglia, dopo essersi introdotti nel parcheggio di un'officina meccania, scavalcando la recinzione, si sono messi alla guida di un furgone a metano e hanno dato inizio al gioco.

Si sono lanciati contro le auto parcheggiate nel piazzale della ditta e oltre agli ingenti danni hanno messo a rischio la propria vita, rischiando che il furgone saltasse in aria con loro a bordo. Dopo il primo "giro di autoscontro" del pomeriggio, il gruppo era tornato la sera per ripetere l'esperienza e terminare le riprese.

Ma ad attenderli c'erano i carabinieri. I denunciati, tutti lucchesi, hanno 14, 16, 17, 19 e 23 anni. Nessuno di loro aveva alle spalle segnalazioni alle forze dell'ordine. I cinque ragazzi hanno spiegato ai carabinieri che le immagini della "bravata" dovevano finire su Youtube. Nessuno e' rimasto ferito.


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BENEDUCI (OSAPP): NON SERVONO NUOVE STRUTTURE, MA INVESTIMENTI IN QUELLE GIA' ESISTENTI

Emergenza carceri, sciopero della fame
della polizia penitenziaria nel Lazio

La protesta per denunciare la situazione esplosiva. I dati di Sant'Egidio: oltre 67mila detenuti in spazi per 42mila

ROMA - Scioperi della fame e permanenza a oltranza nelle carceri di Lazio e Piemonte. Leo Beneduci, segretario dell'Osapp (Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria), ha annunciato una clamorosa protesta dopo l’incontro con il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, sul piano carceri. E a fotografare la situazione esplosiva dietro le sbarre ci ha pensato la Comunità di Sant'Egidio che ha diffuso i dati sul sistema giudiziario. A marzo 2010 i penitenziari italiani hanno raggiunto il loro «record storico»: ben 67.271 detenuti in strutture che al massimo potrebbero accoglierne 42 mila. Un sovraffollamento che si registra nonostante il netto calo dei reati. «Il sistema giudiziario italiano è malato, ormai al collasso, perché il carcere non può essere l’unica risposta al problema sicurezza. Bisogna aprire alle misure alternative», afferma il portavoce della Comunità di Sant'Egidio, Mario Marazziti.

SCIOPERO DELLA FAME – Da tempo l’Osapp denuncia le condizioni «insopportabili» di vita e di lavoro nelle carceri. «Nell'attuale disastro penitenziario italiano – denuncia Beneduci - gli unici problemi che si vogliono affrontare sono quelli delle nuove carceri da costruire. In realtà, il sistema ha da tempo perso qualsiasi parvenza di umanità per il personale e per i detenuti». Secondo il sindacato degli agenti penitenziari, il problema va «affrontato nel complesso e non solo dal punto di vista delle infrastrutture. Basta vedere il caso di Rieti: un nuovo carcere pronto e consegnato da mesi e non in grado funzionare in mancanza di personale». Secondo l’Osapp, «i 700 milioni di euro nel 2010 e il miliardo e mezzo di euro nel triennio per le nuove carceri dovrebbero essere destinati a una reale riforma del sistema: aumentare gli addetti di polizia penitenziaria, depenalizzazione dei reati di minore allarme e pericolosità e il reale reinserimento sociale dei reclusi. Così i vantaggi sarebbero molteplici anche in termini di maggiore sicurezza per l'intera collettività”. Per protestare contro questa situazione, gli agenti penitenziari di Lazio e Piemonte hanno deciso lo sciopero della fame e l’autoconsegna nelle caserme, cioè la permanenza all'interno dell'istituto anche dopo il turno di servizio senza quindi raggiungere i propri familiari.

«NECESSARIE MISURE ALTERNATIVE AL CARCERE» - «Il numero incredibile di suicidi, 18 solo in questi primi mesi del 2010, è un evidente segnale delle situazioni insostenibili nei carceri» afferma Marazziti. Anche Sant’Egidio chiede una riforma del sistema giudiziario che ponga l’accento sulle misure alternative. La Comunità ha calcolato che per chi ha scontato tutta la pena in carcere c'è un tasso di recidiva medio del 66%. Mentre, nel 2009, solamente il 5% di chi ha usufruito di misure alternative è tornato in carcere. «Nessun sistema può reggere se ai reati nuovi ogni anno si aggiungono 2/3 di quelli vecchi. In questo senso, il ddl Alfano sul piano carceri va bene – aggiunge Marazziti - e speriamo che il suo iter legislativo proceda. Non si rischia di generare insicurezze nel Paese, se chi deve scontare l'ultimo anno può uscire con misure alternative vere o se addirittura, chi deve scontare condanne fino a tre anni, può già, nel corso del processo, essere assegnato ad altri percorsi. Ma il ddl Alfano non è sufficiente, non è l'unico provvedimento necessario per risolvere l'emergenza carceri».

LA RICETTA DI SANT’EGIDIO - Per Marazziti bisogna far capire alla collettività che c'è più sicurezza nell'inventare misure alternative piuttosto che ricorrere esclusivamente al carcere. «Noi proponiamo alcune soluzioni – aggiunge – per il miglioramento delle condizioni in carcere. La prima è la creazione di strutture socio-sanitarie per permettere di scontare la pena in misura alternativa ad anziani e disabili, donne con bambini, persone senza dimora e malati oncologici. Occorrono poi misure alternative al carcere: per i tossicodipendenti, l'ingresso direttamente in comunità terapeutiche senza passare per il carcere in attesa della convalida dell'arresto; favorire sanzioni amministrative per reati di lieve entità; l'investimento di maggiori risorse per il lavoro interno ed esterno come primo passo per il reinserimento nella società».

LA SITUAZIONE NELLE CARCERI ROMANE – Dai dati di Sant’Egidio emerge anche con chiarezza la situazione nelle carceri capitoline. In primo luogo, a Roma sono diminuiti di molto i reati: nel 2006 se ne contavano 18.448 al mese e mentre nel gennaio 2009 sono stati 12.074. Nel periodo gennaio-agosto 2009 sono diminuiti sia i furti negli appartamenti (-7% rispetto al primo semestre del 2008), le rapine (-17%) e in generale tutti i reati di criminalità in strada sono calati dal 10% al 20%. Aumentano invece le denunce di usura (252 casi, ovvero il 13% in più) e gli omicidi volontari (+6 per cento). «In generale – conclude Marazziti – nella Capitale i reati sono diminuiti. I soggetti denunciati sono scesi da 368mila a 354 mila (-4%) eppure gli arresti sono aumentati del 5%. In media 440 persone entrano in carcere ogni giorno. E questo è un chiaro esempio di quanto il sistema sia malato e abbia bisogno di essere riformato».

Carlotta De Leo
Corriere Sera 14 aprile 2010
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