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 risveglio dorato... di Lunadicarta
 
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Vista la "cannibalizzazione telematica" di uno dei motti storici della Magistratura Associata, si informano Luigi de Magistris e Italia dei Valori che i nomi e i loghi di Artists Against War in Italia sono copyright della Associazione Argon.

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 10/04/2010 @ 19:55:23, in Osservatorio Famiglia, linkato 1466 volte)

Estero

Pedofilia: in dieci anni radiati 36 allenatori di nuoto

Il Secolo XIX
Almeno 36 allenatori sono stati banditi a vita negli ultimi 10 anni dalla Federazione statunitense di nuoto perché ritenuti responsabili di aggressioni a ...

Italia

Bimba sola in auto travolge e uccide anziana

Rainews24
Una bambina di 9 anni lasciata sola dalla zia ha messo in moto l'automobile che ha percorso 15 metri, travolgendo una donna di 86 anni. Portata al Cto, l'anziana è morta Una donna di 86 anni e' morta, oggi pomeriggio, al Cto di Torino, ...

Donna uccisa e gettata nel lago di Como, aspettava un bambino

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Milano - (Adnkronos) - Dall'autopsia risulta che Beatrice Sulmoni era giunta al quarto mese. Si aggrava così la posizione del marito, Marco Siciliano, accusato dell'omicidio della moglie. Le esequie oggi nella chiesa di Castel San Pietro Milano, ...

Photostory: pensionata uccisa e bruciata in Sardegna

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CAGLIARI - Il cadavere semicarbonizzato di una donna di 71 anni, uccisa e bruciata la scorsa notte nella sua abitazione a Siliqua, è stato rimosso nella tarda mattinata e trasportato nell'Istituto di medicina legale di Cagliari, nel Policlinico di ...

Uccide il convivente della madre e picchia la donna: arrestato ...

Corriere della Sera
MILANO - Tragedia a Torriglia, piccolo comune montano nell'entroterra di Genova. Un 34enne, Marco Ferrera, ha ucciso a coltellate il convivente della madre e ferito gravemente con la stessa arma la donna. È successo sabato all'alba, poco dopo le 6. ...
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Ingroia: “Riforma della giustizia?
La politica vuole regolare i conti con la magistratura”

Scritto da Antonino Gerbino e Enrico Paduano
 
Intervista a Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della Procura distrettuale antimafia di Palermo.
 
Un magistrato da sempre in prima linea nella lotta alla mafia, “senza calcoli”, rischiando in prima persona senza mai cedere al compromesso, come gli ha insegnato il suo “maestro”, Paolo Borsellino.

Un uomo che ama parlar chiaro e che non conosce il politichese: nettamente contrario alla legge sulle intercettazioni e alla riforma della giustizia proposta dal governo Berlusconi, definita “l’anticamera del regime”. Avrebbe voluto rappresentare queste idee al Csm, ma (si sa) anche gli altri magistrati non amano le “prime donne”.

Dopo la vittoria del Pdl alle elezioni regionali, Silvio Berlusconi ha annunciato che rilancerà la riforma della giustizia: il primo passo sarà quindi la legge sulle intercettazioni. Lei si è già espresso su questo progetto di riforma negli ultimi mesi, nel libro C’era una volta l’intercettazione. Mercoledì è arrivato però l’ennesimo rinvio e molti credono, anche per le resistenze dell’ala finiana nella maggioranza, che il percorso non sarà così semplice come vorrebbe il Premier.

Crede che questo governo abbia la forza di far approvare questa legge? Quali saranno le conseguenze se dovesse avere successo?

Ingroia: Previsioni sull’approvazione o meno implicano valutazioni politiche che non mi sento di fare. Del resto è difficile fare qualsiasi previsione. Quasi quotidianamente si rincorrono notizie contrastanti e contraddittorie. In teoria il governo ha la maggioranza per poterla approvare, in teoria c’è l’unanimità, o almeno posizioni abbastanza convergenti all’interno della stessa maggioranza e infatti il progetto è stato già approvato da uno dei due rami del Parlamento. Perciò è ben possibile che venga approvato anche in tempi brevi.

Bisogna perciò far sapere il più possibile agli italiani, ai cittadini, quali saranno le conseguenze. Saranno direi quasi “catastrofiche”.

In questi anni le intercettazioni sono state lo strumento investigativo più importante, più penetrante, che consente di acquisire notizie sui reati più nascosti, più occulti, sulla criminalità mafiosa, la criminalità organizzata, la “criminalità del potere”. È quella che sa meglio nascondere le tracce dei proprio reati.

Le intercettazioni, telefoniche e ambientali, permettono di rivelare proprio questi reati più nascosti. Questo disegno di legge, che, secondo le intenzioni “ufficiali del governo”, serve a tutelare meglio la privacy dei cittadini minacciata da una magistratura invadente, in realtà finisce per annullare, distruggere, rendere inefficace, vanificare, questo strumento fondamentale. Tra qualche settimana, mese o anno, quando verrà approvato questo disegno di legge, gli italiani per bene saranno più inermi e disarmati di fronte alla criminalità, mentre i delinquenti più impuniti.

L'articolo continua su Corriereweb.net

Eppure alcuni esponenti politici del centrodestra, come anche del centrosinistra, accusano i magistrati di aver abbandonato i “classici” metodi di indagine e di abusare delle intercettazioni. Quali sono questi “classici” metodi di indagine e cosa riuscivano a ottenere?

Vorrei saperlo anch’io. Per decenni si sono viste indagini e processi senza colpevoli, indagini e processi costellati da assoluzioni per insufficienza di prove, soprattutto nelle indagini più complesse come quelle sulla criminalità organizzata. Questa sequenza di assoluzioni si è interrotta quando la magistratura ha cominciato ad avere strumenti di investigazioni più penetranti, che sono costituiti da due strumenti principali: i cosiddetti “pentiti”, i collaboratori di giustizia, e le intercettazioni.

I pentiti, meno di dieci anni fa, sono stati zittiti, banditi con una legge che li criminalizza, che ha determinato una dissuasione dalla dissociazione (i pentiti ormai si contano sulle punte delle dita di una mano), e anche quei pochi che si pentono si guardano bene dall’affrontare temi particolarmente rischiosi, come i rapporti mafia-politica, mafia-economia. Lo strumento rimasto quindi, sono le intercettazioni. Tolte le intercettazioni non ci saranno più strumenti. Il rischio è di tornare a una fase che nel libro definisco “Medioevo prossimo venturo”, un ritorno al passato di quarant’anni.

Cosa pensa invece di quelle intercettazioni, talvolta anche penalmente irrilevanti, che finiscono sui giornali spesso prima del processo? Chi può trarre beneficio dalla pubblicazione delle stesse sui quotidiani di informazione? Chi  fa le indagini o chi le subisce?

Bisogna fare una distinzione. La pubblicazione intempestiva delle intercettazioni, specie se si tratta di indagini ancora segrete, il danno principale lo fa alle indagini, le quali spesso, per essere fruttuose, devono rimanere segrete. Quando gli indagati vengono a conoscenza delle indagini, i telefoni ammutoliscono.

Però spesso si fanno polemiche assolutamente sul nulla. A volte quelle che escono, ad esempio quelle dell’indagine a carico di Bertolaso, sono intercettazioni già a disposizione della parti in quanto contenute nei provvedimenti cautelari, non sono coperte dal segreto. Dal momento in cui sono a disposizione della parti, anche se, volendo spaccare il capello in quattro, è vietata la pubblicazione fino all’udienza preliminare, queste non sono più segrete. Non si può mettere sullo stesso piano la violazione del segreto istruttorio con la pubblicazione anticipata di atti che non sono più segreti. In Italia invece tutto fa brodo pur di fare polemiche per attaccare la magistratura.

Berlusconi e Alfano hanno altresì annunciato che in tempi brevi verrà approvata una riforma della giustizia che interverrà anche sulla Costituzione. I punti principali sui quali si interverrà: separazione delle carriere, semplificazione delle procedure per velocizzare i processi, rafforzamento dei diritti della difesa, discrezionalità dell’azione penale al posto dell’obbligatorietà e riforma del Csm.

Quale la sua opinione sul progetto governativo? Potrà causare una rivoluzione positiva nel mondo della giustizia?

E’ un progetto accarezzato da anni da ampi settori della classe politica, che vuole regolare i conti con la magistratura, un regolamento di conti mediante una revisione istituzionale e costituzionale, che tende ad annullare ogni potere autonomo e indipendente di controllo sull’azione dell’esecutivo. L’Italia dovrebbe essere uno Stato democratico di diritto fondato sulla separazione dei poteri, mentre negli ultimi anni si registra una accentuazione dei poteri dell’esecutivo, dove si tende a limitare gli spazi di controllo autonomo del potere giudiziario e anche del potere legislativo, perché spesso oggi il Parlamento si limita ad approvare leggi già preconfezionate dal governo. Dall’altro lato si attacca l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, si attacca il Csm, che ne costituisce il caposaldo, si attacca la Corte Costituzionale, un altro elemento di controllo sull’esercizio del potere esecutivo e legislativo, si attacca la libertà d’informazione, il pluralismo degli organi di informazione, per creare una sorta di monopolio concentrato in una sola mano che, di fatto, spesso ha a che fare con lo stesso potere esecutivo. Un quadro di concentrazione di poteri particolarmente allarmante.

In questo contesto va inserito il dibattito sulla separazione delle carriere. Se fossimo in una paese come gli Stati Uniti dove il bilanciamento dei poteri funziona, forse la separazione delle carriere potrebbe anche essere uno strumento che ha una sua funzione.

In un paese come il nostro, dove invece tutto è squilibrato a favore del potere esecutivo, la separazione delle carriere, assieme all’inserimento della discrezionalità dell’azione penale affidato alla magistratura inquirente controllata dal potere esecutivo, costituisce l’anticamera del controllo del potere esecutivo su quello giudiziario. Significa di fatto annullare qualsiasi istanza di controllo giudiziario dell’esercizio del potere politico, l’anticamera del regime.

La gente probabilmente non ha le idee chiare su ciò che significa separazione delle carriere. Siamo proprio certi che un giudice separato dai pubblici ministeri è più affidabile soltanto per questo. Non è vero invece che la professionalità di un magistrato si completa nell’excursus professionale.

Secondo molti però un magistrato si potrebbe trovare ad accusare qualcuno e poi doverlo giudicare dieci anni dopo.

Nell’ordinamento sono già previsti meccanismi di incompatibilità in questi casi. Ormai è impossibile anche fare ciò che avveniva fino a qualche anno fa: un pm poteva diventare giudice scendendo di un piano. Oggi deve cambiare sede, addirittura deve cambiare regione.

Non credo che così si risolvano problemi. Perché un pm non può fare il giudice di primo grado e il giudice di primo grado può fare il giudice d’appello. Dovrebbe innescarsi un meccanismo di separazione all’infinito.

Tutto ciò attiene ad altro. Attiene a dei meccanismi di astensione, di incompatibilità, che sono già previsti.

Per ultimo aggiungo degli esempi. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati pubblici ministeri e giudici. E’ evidente che nella loro formazione professionale l’essere stati per un certo periodo pubblici ministeri e poi giudici gli abbia fatto bene.

Spesso in questi anni i magistrati sono inoltre accusati di un eccessivo “protagonismo”, di fare politica sottraendo tempo al lavoro investigativo. Tempo fa il magistrato Davigo si difese così: “Non ci attaccano per ciò che diciamo ma per ciò che facciamo”. Lei come risponde a queste accuse?

Le stesse accuse si facevano a Falcone e Borsellino. Non credo che siano i giudici ad inseguire i riflettori. Bisognerebbe chiedersi perché i riflettori inseguono questi giudici, perché in Italia i magistrati divengono modelli di riferimento più che in altri paesi. Questo ha a che fare con un’esigenza di giustizia insoddisfatta molto diffusa nel paese. Si polarizza su alcune figure di magistrati questa sete di giustizia non sufficientemente soddisfatta.

Se si vuole evitare il protagonismo dei magistrati si renda la giustizia più efficiente e si soddisfino le esigenze dei cittadini. Se avremo una giustizia ordinaria nella quale non ci sono politici e potenti che cercano l’impunità non avremo magistrati eroi, avremmo una giustizia però che funziona.

Parliamo della sua attività di procuratore. Com’ è fare il magistrato a casa propria, nella regione in cui si è nati, accanto alla propria famiglia e agli amici di gioventù?

Dipende dagli ambiti in cui si esercita. Di certo se l’ambito è molto ristretto, nei piccoli centri, può creare certamente maggiore difficoltà. Quando lo si fa in grandi città, come Palermo o altrove, l’importante è essere molto attenti, mantenere una totale autonomia, indipendenza e imparzialità, inevitabilmente precludersi un po’ di vita pubblica, dedicarsi più ai propri affetti privati e familiari.

Nicola Gratteri in un’intervista da Fazio qualche giorno fa disse non solo di aver avuto qualche compagno di scuola mafioso, ma di averlo fatto arrestare. Il compagno di banco.

Le è mai capitato qualcosa del genere?

Non ho avuto il disagio di far arrestare direttamente. Ho avuto però situazioni in cui colleghi e collaboratori, persino amici, sono stati indagati e anche arrestati, dai quali quindi mi sono sentito in un certo qual modo tradito. Purtroppo viviamo in una terra in cui la contiguità con la mafia è forte, si infila dappertutto, mostra spesso un volto pulito. L’importante è mantenere la schiena diritta e non cedere ad alcun compromesso.

Il processo Mori-De Donno è alle battute finali. Se lei riesce a svelare la trattativa, e dimostra l’esistenza di un patto tra Stato e mafia, rendendolo pubblico, il patto salta ed i primi a rischiare sono proprio i magistrati e le forze dell’ordine. Potrebbe riniziare la guerra tra la mafia e quella parte dello Stato che non porge l’altre guancia.

C’è questa possibilità. E’ chiaro che nel nostro lavoro non bisogna mai fare calcoli e ragionamenti di opportunità, noi dobbiamo semplicemente applicare la legge e trovare la verità, e applicare la legge penale in modo giusto ed uguale nei confronti di tutti i cittadini senza considerare i contraccolpi che ne possono derivare. E’ chiaro che se questa trattativa ci fu, qualunque ostacolo o ogni uomo, mezzo o strumento che possa contribuire a svelarla potenzialmente è a rischio.

Martelli, nell’udienza di mercoledì, ha confermato che Borsellino fu informato della trattativa portata avanti dal Ros. A quanto pare il magistrato era nettamente contrario. Potrebbe essere stata questa la causa della strage di Via d’Amelio?

Secondo una certa tesi investigativa, oggetto di approfondimento e verifica, Paolo Borsellino potrebbe anche essere stato ucciso perché percepito come ostacolo alla trattativa. La cosa importante è andare comunque avanti ispirandosi a questi nobili modelli, come Borsellino e Falcone, che avevano fatto della loro intransigenza etica e morale una bussola personale.

Finalmente si sta cercando di far luce su quegli anni bui, anche grazie alla collaborazione di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco-mafioso di Palermo. Sono molti però a sollevare dei dubbi sulle reali intenzioni di Ciancimino jr.

Alcuni sostengono che abbia iniziato a collaborare per proteggere il suo patrimonio, anche se negli ultimi anni gli sono già stati sequestrati più di 150 milioni di euro. Ne ha ancora molti?

Tutte le indagini bancarie e finanziarie possibili su Ciancimino si sono fatte. È ben possibile che in qualche angolo del mondo, qualche paradiso fiscale, ci sia ancora un gruzzolo di Ciancimino padre che questo figlio vuole conservare. Ma collaborare non è certo il sistema migliore per proteggerlo.

Ha un processo, in quel processo poteva continuare a fare l’imputato sino in fondo, sarebbe stato condannato o assolto con sentenza definitiva, ma nessuno, a processo finito, avrebbe continuato a fare altre indagini. Se il suo scopo fosse stato quello di proteggere il suo patrimonio avrebbe continuato a fare l’imputato e non il collaboratore. Così si è esposto a tutte queste polemiche e queste accuse.

E’ possibile che abbia iniziato a parlare perché sente di aver perso quegli appoggi che in questi anni lo avevano protetto?

Credo che sia un uomo che, fintanto che era libero, godeva di una certa fama anche negli ambienti dell’economia e della finanza globale, dove il nome Ciancimino è un nome che serve anziché un nome che ti allontana. Nel momento in cui è stato arrestato e processato è stato bruciato. Da un lato aveva difficoltà ad entrare di nuovo in quel circuito, dall’altro si era creato questa cattiva fama. Per cui ha cercato per un’altra via di recuperare terreno e costruirsi un nuovo personaggio collaborando con la giustizia.

Comunque noi magistrati non facciamo mai atti fede. Nessuno è credibile sino in fondo né incredibile. Noi operiamo in modo molto laico, un passo alla volta, verificando puntualmente dichiarazione per dichiarazione i riscontri. Se supportata da questi riscontri sarà attendibile, altrimenti sarà inattendibile. Procediamo con grande rigore e attenzione.

Le prime dichiarazioni di Ciancimino alla Procura di Palermo risalgono all’aprile 2008. Sono già due anni di interrogatori, di accertamenti, verifiche e riscontri. Verifichiamo sempre attentamente perché ne va anche dell’’indagine e del buon nome della Procura di Palermo. Siamo molto prudenti e attenti.

Da tempo ripete che bisognerebbe concentrare le indagini sul rapporto tra mafia e politica, il vero centro del sistema di potere siciliano. Ora forse lo si sta facendo grazie alle dichiarazioni rese da Spatuzza e dallo stesso Ciancimino. Ciò che vorrei sapere è perché non ci si è mossi negli ultimi dieci anni?

Le indagini sulla mafia si devono fare a tutti i livelli, su tutti i fronti e rispetto a ogni profilo della mafia. Non va mai trascurata la mafia militare e non va mai trascurata la mafia finanziaria e la mafia politica. Ci sono stati periodi della storia, della storia di questo Palazzo, dove si è preferito fare indagini prevalentemente sulla mafia militare e poco su quella finanziaria e politica. Non si devono fare indagini solo sulla mafia politica, ma non si può fare a meno di fare queste indagini se si vuole essere completi, organici e giusti.

Saverio Lodato, nel libro Trent’anni di mafia, per descrivere la situazione attuale di Cosa Nostra, parla di “mafia buona”, la mafia degli affari, non più dei colpi di pistola. Infatti dopo il medico boss, qualche anno fa, Guttadauro,  qualche giorno addietro è toccato all’architetto boss Liga. Ci può spiegare qual è la situazione, perché questo cambio di prospettiva della mafia. Perché l’apparato militare è stato definitivamente sconfitto?

Credo che si sia determinato un riequilibrio dei rapporti di forza. Il fatto che le indagini degli ultimi anni si siano concentrate sulla parte militare ha certamente indebolito la mafia militare, che ha effetti sicuramente benefici perché si è allentata un po’ la morsa del controllo del territorio e alcune delle fonti principali di reddito, come racket ed estorsioni. Contemporaneamente la mafia sta cercando di cambiare strategia e quindi si è dedicata di più agli affari, agli investimenti nei flussi finanziari, anche perché investire in terreni e palazzi è più rischioso, più facile da sequestrare e confiscare. Quindi oggi la mafia è mafia della finanza.

In più, dato che la mafia militare si è indebolita, quel pezzo di zona grigia non più grigia, perché è ormai perfettamente organica alla mafia, che un tempo era chiamata “borghesia” mafiosa, ha assunto le redini dell’organizzazione, e assume ormai ruoli di comando, come il medico Guttadauro, o l’architetto Liga.

Vorrei parlare del Presidente Lombardo, senza entrare nei particolari dell’inchiesta che lo vedrebbe coinvolto, a Catania, per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Presidente, al momento di formare la Giunta, ha inserito due magistrati proprio per dimostrare il suo impegno nella lotta alla mafia, e forse per proteggersi da coinvolgimenti in inchieste di questo tipo.

Cosa pensa di questi magistrati che, accettando gli incarichi offerti dal Presidente della Regione, hanno in qualche modo “legittimato” Lombardo e la sue giunta?

Mi sono già espresso al tempo, quando si formò la giunta Lombardo. Manifestai il mio scetticismo sul fatto che alcuni magistrati assumessero ruoli politico amministrativi, peraltro sulla base di una cooptazione dall’alto da parte dell’autorità politica. Si tratta di assessori che non sono passati attraverso una elezione ma nominati dal Presidente Lombardo. Ritengo che sia inopportuno da un punto di vista deontologico che un magistrato assuma ruoli politico-amministrativi nello stesso territorio dove ha svolto la sua attività di magistrato.

Quindi anche se si candida?

Per quanto riguarda la candidatura si tratta di problemi di sensibilità e di opportunità. Non si può arrivare al punto che i magistrati siano cittadini di serie b a cui viene sottratto il diritto di elettorato passivo. Ritengo però che ci sono appunto casi e casi. Se un pubblico ministero si è caratterizzato per indagini che hanno colpito spesso uomini politici di un certo colore piuttosto che di un altro, forse è inopportuno anche che si candidi.

Lei ha scelto di candidarsi alle primarie del Csm, alle quali però è stato sconfitto. Vorrei che spiegasse ai nostri lettori e ai siciliani che la seguono il perché di questa candidatura. Il Palazzo dei Veleni la ha annoiata e ha deciso di lasciare Palermo?

Assolutamente no. Devo dire che ero stato molto combattuto, incerto e perfino perplesso. Certamente non sono contento di aver perso, ma devo dire che mi piace il lavoro che faccio, svolgo le funzioni di Procuratore aggiunto da un anno circa e mi sarebbe dispiaciuto lasciare questo incarico.

Avevo ricevuto delle sollecitazioni da molti amici siciliani e di altre parti d’Italia, per un’esigenza politica, di rappresentanza. Rappresentanza di un pezzo di magistratura. Io, come altri, colgo in modo particolare la crisi patologica della democrazia e dello stato di diritto in questo momento e quindi ritengo di poter dare il mio contributo al Csm, ora sotto attacco, per difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sino in fondo, a tutti i costi.

Il mio avversario, e tra l’altro amico, il Procuratore di Venezia Vittorio Borraccetti, era portatore di una linea diversa, più politica rispetto alla mia che viene considerata più oltranzista.

Può darsi che ci fosse bisogno, nel prossimo Csm, di linee più diplomatiche anziché di quelle più intransigenti come la mia. Sapevo già, dato che Borraccetti ha una lunga carriera all’interno di Magistratura democratica e ha avuto già incarichi all’Anm, quindi ha fatto un’attività politico sindacale di lungo corso, che sarebbe stato difficile spuntarla. Ciononostante ho ritenuto di candidarmi per dare, spazio, voce e rappresentanza a questa parte di magistratura di cui Borraccetti terrà conto dato il mio buon risultato elettorale, sottolineatura di una posizione di cui si farà interprete. Sempre se non dovesse andare in porto la proroga della riforma del Csm che il governo sembra aver pronta nel cassetto, che renderebbe inutili le primarie .

Cosa pensa dell’atteggiamento che hanno da sempre gli altri magistrati nei confronti delle “prime donne”.C’è una strisciante guerra contro quelli che sono considerati “protagonisti” all’interno della stessa magistratura?

Come si suol dire: nemo profeta in patria. Non voglio fare alcun confronto, ma anche Giovanni Falcone si candidò al Consiglio Superiore della magistratura  e fu sconfitto. Perfino un magistrato all’apice della sua fama, notorietà e importanza di carriera, non ha avuto successo elettorale. Evidentemente c’è una parte della magistratura che ritiene di essere meglio rappresentata per certi incarichi da persone che sono meno protagoniste dal punto di vista mediatico con le loro indagini e magari più impegnati su altri fronti.

Nel libro Toghe rotte, Tinti e altri magistrati, che hanno però preferito rimanere anonimi, hanno analizzato il sistema giudiziario dall’interno, mettendo in evidenza il ruolo avuto dalla legislazione in questi anni che ha praticamente distrutto le capacità di azione della magistratura: “la giustizia italiana non funziona perché programmata per non funzionare”.

Ne emerge un quadro desolante che spesso rende completamente inutile il lavoro dei magistrati. Oggi anche i sacrifici di quei magistrati che hanno dato la vita per difendere la legalità risultano vani. Si può fermare questa deriva?

Siamo in una fase di grande difficoltà, di opera costante di una campagna di denigrazione e di persuasione, più o meno occulta, dell’opinione pubblica per metterla contro la magistratura. Siamo in presenza anche di un incomprensibile atteggiamento di sfiducia dei cittadini nei confronti della giustizia, che finisce per coinvolgere i principali operatori della giustizia che sono i magistrati.

Spesso quello che prevale è la disinformazione, la rissa mediatica fine a se stessa, il rovesciamento della verità. Perciò è importante anche l’opera nei piccoli spazi, nei piccoli ambiti, sulla rete, di realtà d’informazione che possano in qualche modo incidere su questo moloch del pensiero unico. Bisogna creare sempre più spazi d’informazione libera, nel quale un maggior numero di cittadini possa formarsi un’opinione con la propria testa. Quest’oggi è molto difficile. Occorre molto impegno da parte di chi deve informare e molto impegno da parte di ciascun cittadino per informarsi. Ciascuno di noi ha il dovere di darsi da fare. Abbiamo sempre più bisogno di cittadini attivi per non diventare tutti sudditi teledipendenti.

Un ringraziamento particolare al dott. Salvatore Gerbino, che ha reso possibile questa intervista.
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Di Loredana Morandi (del 11/04/2010 @ 10:31:59, in Politica, linkato 1331 volte)
.. uno dei problemi maggiori della nostra Italia è che al dibattito politico manchino i "contenuti"..


Giustizia/ Orlando: Dialogo? Via processo breve e intercettazioni
"Bisogna togliere di mezzo le 'tegole'"

Roma, 10 apr. (Apcom) - Se la maggioranza vuole il contributo dell'opposizione sulla riforma della giustizia deve togliere di mezzo le "tegole", ovvero mettere da parte i provvedimenti sul processo breve e sulle intercettazioni. Lo dice il responsabile giustizia del Pd Andrea Orlando: "Sono lieto che il ministro Alfano abbia colto il senso del mio ragionamento. Se però vogliamo dare un contributo serio affinchè il parlamento sia messo nelle condizioni di affrontare i problemi del servizio giustizia è necessario che la maggioranza tolga di mezzo le tegole che rischiano di cadere su qualsiasi vera intenzione riformatrice. Si dica con chiarezza che la legge sul cosiddetto processo breve è morta, si accantoni quella sulle intercettazioni e si stabilisca il principio che il settore della giustizia non sarà oggetto di interventi legislativi di rango costituzionale".

Giustizia/ Alfano: Da Orlando (Pd) proposta positiva
"Da lui sforzo che coincide con nostri propositi"


Roma, 10 apr. (Apcom) - Il ministro della Giustizia Angelino Alfano accoglie la proposta del Pd in materia di giustizia. Parlando al Tg1, Alfano commenta positivamente l'apertura fatta ieri dal responsabile giustizia del Pd Andrea Orlando dalle pagine del Foglio: "Andrea Orlando - dice Alfano - ha fatto sforzo che in termini di proposta coincide con quanto noi andiamo facendo e intendiamo fare".

Giustizia/ E.Letta: Fuori luogo polemiche su proposte Orlando
"Siamo credibili se mettiamo in campo proposte equilibrate"


Roma, 10 apr. (Apcom) - Le polemiche verso la proposta del Pd in materia di giustizia sono "fuori luogo", secondo il vice-segretario democratico Enrico Letta. "Sono fuori luogo le polemiche sulle proposte sulla giustizia che ha presentato a nome del Pd Andrea Orlando. Siamo credibili nei nostri 'no' a Berlusconi se mettiamo in campo proposte credibili ed equilibrate come quelle che hanno elaborato Orlando e gli altri parlamentari che si occupano di giustizia per il Pd".
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Son contenta che anche Don Di Noto faccia sentire la sua voce, tutti gli altri operatori dell'antipedofilia, chi più chi meno, li abbiamo letti ognuno affetto da campanilismo proprio, anche quando impegnati su casi veri e pedofili "sessualmente attivi".
Sul chi muove i fili di questo attacco alla Chiesa mi son già cimentata, perché i toni si arroventano contro i preti pedofili sempre durante un attacco unilaterale di Israele contro i palestinesi. E, dopo i primi fasti durante il bombardamento dei 23 giorni su Gaza, ritornano oggi con il nuovo bombardamento della striscia e il niet americano alla realizzazione di nuovi insediamenti a Gerusalemme est. 
Resterebbe da capire come mai, gran parte di quanto pubblicato negli states provenga proprio dall'Italia dei quotidiani, dai quali i giornalisti americani copiano a piene mani, e chi muove questi fili.
E' presto detto: la Politica italiana in questi ultimi "sporchi" mesi si è espressa in tutto il suo potenziale di corruzione con gli scandali sulla sanità, gli appalti, le escort e le transessuali. Abbiamo avuto anche lo stupratore seriale del PD e una donna violentata dentro ad una vecchia sede di Rifondazione. Il prossimo scandalo riguarderà gli interessi della lobby dei Pedofili: in Rai, al Parlamento, nelle Amministrazioni Pubbliche, nelle Istituzioni (Tutte, perché qualcuno si vede già anche in Istituzioni che rappresentano i poteri dello Stato), nelle grandi Catene Editoriali e nella linea delle Redazioni, nell'Associazionismo come quello che investiva denaro piovuto dal cielo come i missili su Gaza e nello stesso periodo.
Allora dovremo contare sulla "resistenza" intellettuale di uno o due eroici pubblici ministeri (che si troveranno contro anche il primo scudo rappresentato da Italia dei Valori e i dipietristi)  alle prese con uno scenario in cui il fornitore di innocenza è di sinistra e l'utilizzatore finale è di destra. Se dovessero cedere e solo allora.. potremo sempre sperare in una misericordiosa bomba atomica da Al Qaeda. L.M.


Pedofilia: Don Di Noto,
Vicenda Preti a Rischio Strumentalizzazione


(ASCA) - Avola (Sr), 9 apr - ''Da un mese non si fa altro che parlare dei preti pedofili e basta. Io e Meter abbiamo fatto qualcosa come 142 denunce (ossia 1200 indirizzi circa, una sola segnalazione ne ha contenuti 500) di siti pedopornografici e riferimenti a pedofili e abusatori, in cui i pedofili si mostrano a viso scoperto mentre tranquillamente stuprano un bambino di appena un anno, e nessuno scrive niente.

Impressiona che nessun quotidiano riporti queste denunce, che nessuno protesti e gridi allo scandalo.

La denuncia viene oggi da don Fortunato Di Noto, il sacerdote fondatore dell'associazione Meter che da 20 anni è impegnato nella lotta alla pedofilia. ''A questo punto comincio a chiedermi se e quanto sia possibile credere che quest'ondata di informazione, per doverosa sia chiaro, in merito agli abusi perpetrati dai sacerdoti altro non serva che a nascondere una strumentalizzazione o, addirittura, un vero e proprio attacco contro la Chiesa'', aggiunge il sacerdote.
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Di Loredana Morandi (del 11/04/2010 @ 15:18:19, in Sindacato, linkato 1507 volte)
.. l'avevo detto qualche tempo fa. Per comprendere come vanno le cose in Italia bisogna leggere Il Fatto e Il Giornale. Un consiglio generale: non comprate i libri di nessuno.. L.M.

Sbugiardato lo scoop che aveva reso famoso Travaglio


di Antonio Selvatici

Marco Travaglio tace. Non ha ancora risposto alle critiche che il mensile Libero Reporter ha pubblicato con grande evidenza. Le accuse sono penetranti e fastidiose: l’ospite fisso della trasmissione televisiva Annozero su dell'Utri avrebbe raccontato e scritto fatti non corrispondenti alla verità

Marco Travaglio tace. Non ha ancora risposto alle critiche che il mensile Libero Reporter ha pubblicato con grande evidenza. Le accuse sono penetranti e fastidiose: l’ospite fisso della trasmissione televisiva Annozero avrebbe raccontato e scritto fatti non corrispondenti alla verità. I soggetti della ricostruzione non corretta, anzi, «falsa» come scrive il mensile, sono il senatore Marcello Dell’Utri, e indirettamente Silvio Berlusconi. Il tema della dissertazione è noto e rientra nel teorema travagliano: Dell’Utri e il suo datore di lavoro sono in qualche modo entrambi legati alla mafia siciliana. Senza dimenticare il tramite: il defunto stalliere Vittorio Mangano.

L’ESORDIO - Travaglio divenne famoso la sera del 14 marzo 2001 quando su Rai2, vale a dire alla vigilia delle elezioni politiche, fu ospitato da Satyricon, programma condotto dal comico Daniele Luttazzi. L’autore del libro L’odore dei soldi, scritto insieme a Elio Veltri, narrò ai telespettatori anche i rapporti tra Dell’Utri e Mangano, quest’ultimo per un breve periodo aveva lavorato come giardiniere e uomo tutto fare nella villa di Arcore. Il giornalista, futura spalla di Michele Santoro, nel libro che stava presentando riportava il testo di un’intervista dove il senatore, rivolgendosi a Mangano, avrebbe parlato di «cavalli da mandare in un albergo». Ma chi manda un cavallo in un albergo? Anomalia spiegata dalla probabile consuetudine in uso tra malavitosi che quando usano il termine «cavalli» in realtà intendono partite di droga. La conclusione appare evidente: quelli di Arcore sembravano essere dediti anche al commercio di stupefacenti. Com’è prevedibile la puntata suscitò un putiferio.

LA FONTE - Travaglio per formulare il suo teorema usa una famosa intervista. Quella che il giudice Paolo Borsellino rilasciò pochi mesi prima di essere assassinato (era il pomeriggio del 21 maggio 1992) a due giornalisti francesi, Fabrizio Calvi (pseudonimo di Jean-Claude Zagdoun) e il regista Jean-Pierre Moscardo. Il magistrato rispose con pacatezza alle domande incalzanti dei giornalisti. L’inchiesta dei due francesi non è mai stata mandata in onda: evidentemente non era così sensazionale. Della famosa intervista vi sono due versioni: la prima corrisponde al «girato», vale a dire la registrazione completa senza tagli. La seconda versione, molto più breve della prima, è quella «montata», cioè tagliata non si sa ancora se da un tecnico o dagli stessi autori. La tragica scomparsa dell’intervistato ha lasciato campo libero a interpretazioni e a tagli. Il 21 settembre 2000, il canale d’informazione satellitare Rainews 24 manda in onda la parte montata dell’intervista al compianto Borsellino. L’iniziativa fa alzare un sopracciglio anche all’ex giornalista del Manifesto, Guido Ruotolo, che sul quotidiano la Stampa evidenzia alcune anomalie nella versione montata del filmato. È dunque la trascrizione del filmato messo in onda da Rainews 24 che Veltri e Travaglio riportano nel loro libro L’odore dei soldi. Si scatena un altro putiferio.

LA MENZOGNA - Ciò che alla fine emerge è che quanto raccontato da una fonte attendibile e rispettabile come il giudice Borsellino non può che far pensare che i soggetti siano i protagonisti di loschi traffici: la prova è la telefonata tra il senatore Dell’Utri e «lo stalliere» Mangano che in codice parlano di «cavalli da mandare in un albergo» trattandosi in realtà di droga. Così non è. La ricostruzione non è vera. Ed è lo stesso Veltri a prendere le distanze dall’ipotesi. È tutto scritto in una mail che il coautore dell’Odore dei soldi ha inviato a Gabriele Paradisi, il curatore dell’articolo pubblicato su Libero Reporter: Mangano «a proposito dei cavalli, come sostiene Paolo Borsellino, parlava con un esponente degli Inzerillo e non con Dell’Utri». Dunque la famosa telefonata dei «cavalli da mandare in un albergo» su cui sono stati costruiti tanti teoremi, con Dell’Utri non ha niente a che fare. Veltri evidenzia anche che Borsellino «alle domande dei due giornalisti francesi che con insistenza cercano di fargli pronunciare i nomi di Berlusconi e Dell’Utri, si sottrae, dicendo che non conosce i fatti». Certamente fare apparire il fondatore di Forza Italia al posto di un membro della famiglia Inzerillo è stato un gioco di prestigio che ha permesso la diffusione di manipolazioni.

Il Giornale
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Questi sono gli americani che la sinistra dei quotidiani del "Capitale" vuol salvare da Benedetto XVI.  Immaginate la violenza psicologica subita dal piccolo Artiom.. L.

Bimbo russo di 7 anni adottato in America e poi rispedito a casa


La mamma adottiva, una donna single del Tennessee, visto che il piccolo era scatenato e difficile da gestire non ci ha pensato due volte: come si fa con gli acquisti difettosi, l'ha respinto al mittente

MOSCA, 11 aprile 2010 - Artiom Saveliev ha sette anni, è biondo  e carino, ed era stato adottato in America da  Torry Hansen, una donna single del Tennessee. Solo che poi le cose non sono andate come capita nelle famiglie del Mulino Bianco: il piccolo era scatenato, difficile da gestire. Che fare? La mamma adottiva non ci ha pensato due volte: come si fa con gli acquisti difettosi, l'ha respinto al mittente.

"Non voglio essere più sua madre": ecco l'incredibile testo del bigliettino con cui il figlio-pacco è stato rispedito all'orfanatrofio di provenienza. Il motivo della restituzione? L’orfanatrofio aveva mentito sulle sue reali condizoni. Neanche un cenno al fatto che Artiom potesse essere considerato qualcosa di diverso da una lavatrice malfunzionante.

La notizia comunque ha avuto un'eco che la madre adottiva pentita non s'aspettava: il presidente Dmitri Medvedev, in una intervista a Good Morning America, ha definito "un atto mostruoso" quello commesso da Torry mentre il ministro degli esteri Sergiei Lavrov ha minacciato di sospendere tutte le adozioni di bambini russi da parte di famiglie americane, dichiarando: "Questa e’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso".

In tutto ciò la vera vittima, Artiom, è stato portato in ospedale per una valutazione psichiatrica. Un video, girato all’arrivo, lo mostra confuso e disorientato mentre gli assistenti sociali lo prendono in custodia.

Quotidiano.net
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Secondo i giudici della V  Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione il reato di stalking si caratterizza per la reiterazione nel tempo dei reati (con cadenza anche quotidiana) onde ottenere una alterazione dell'equilibrio e della serenità della vittima, forzandone addirittura l'attenzione. Potete vedere un efficace esempio dei reati ai miei danni qui (inoltre gli autori di questo sito hanno pubblicato ripetutamente le foto dei miei figli e ne pubblicano i nomi anche oggi nei commenti). L. Morandi


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
QUINTA SEZIONE PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.:
 
Dott. ANIELLO NAPPI
Presidente

Dott. ANTONIO BEVERE
Rel. Consigliere

Dott. PAOLO OLDI
Consigliere

Dott. VITO SCALERA
Consigliere

Dott. SILVANA DE BERARDINIS
Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

1) AAA N. IL XXX avverso l’ordinanza n. 640/2009 TRIB. LIBERTA’di MESSINA,
del 04/08/2009 sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. ANTONIO BEVERE;
lette/sentite le conclusioni del PG Dott. Vito Monetti che ha chiesto il rigetto.
Udito il difensore Avv. Filippo Mangiapane

FATTO E DIRITTO

Con ordinanza emessa in sede di riesame il 4.8.2009, il tribunale di Messina ha confermato il provvedimento del g.i.p. del tribunale di Barcellona, con il quale è stata disposta la misura cautelare degli arresti domiciliari, nei confronti di AAA, in ordine al reato ex art. 612 bis c.p.
Il difensore ha presentato ricorso per violazione di legge in riferimento all’art. 612 bis c.p., agli artt. 273, 274, 275, 282 c.p.p., nonché per vizio di motivazione.

Secondo il ricorrente, il tribunale ha ridotto la parte motiva relativa alla qualificazione giuridica del fatto a poche espressioni con cui esprime giudizio positivo sulle argomentazioni contenute nell’ordinanza cautelare, senza specificare per quali ragioni i comportamenti dell’imputato avrebbero integrato l’ipotesi di molestia o avrebbero il carattere di abitualità.

Quanto all’elemento psicologico il tribunale esprime la sussistenza del dolo generico, senza fornire alcun elemento a sua giustificazione.
A giudizio del ricorrente, il giudice del riesame ha complessivamente omesso di effettuare un’analitica dimostrazione della sussistenza di tutti gli elementi legittimanti il riconoscimento della base indiziaria del provvedimento coercitivo e delle esigenze cautelari.
Altra censura riguarda l’assenza di valutazione sull’adeguatezza e proporzionalità della misura degli arresti domiciliari, valutazione sollecitata dai rilievi critici della difesa.

I motivi del ricorso sono manifestamente infondati.

II tribunale del riesame, ha delineato il quadro indiziario grazie a un’accurata analisi delle principali fonti conoscitive, attivate nel corso delle indagini preliminari. Ha fondato così il suo convincimento sulle dichiarazioni della minore nonché su quelle della nonna, BBB, e della madre CCC, con le quali la fanciulla si era confidata. Dalle loro deposizioni è emerso che, in più giorni, compresi tra fine marzo e fine aprile dell’anno allora in corso, spesso quotidianamente, la minore, dell’età di 12 anni, mentre era in attesa dell’autobus di linea, alla fermata posta nei pressi della propria abitazione, era stata avvicinata da un uomo, alla guida di un furgone, che le aveva rivolto apprezzamenti, mandandole dei baci e l’aveva invitata a salire sul veicolo. Il giorno 3 aprile, l’uomo si era recato alla scuola della minore, rimanendo dinanzi all’istituto, rivolgendole sguardi insistenti e minacciosi.
Questi fatti avevano fortemente turbato la minore, tanto da indurla a chiedere ai familiari di non recarsi più a scuola per timore per la propria incolumità fisica.

Grazie ad operazioni di osservazione, effettuate dai carabinieri è risultato che effettivamente il conducente del furgone - identificato con certezza nell’attuale indagato - era più volte, anche a brevi intervalli, passato dinanzi all’abitazione della minore rivolgendovi lo sguardo con insistenza. Sulla base di questa ricostruzione dei fatti, l’ordinanza del tribunale del riesame - esaminata adeguatamente la piena credibilità delle principale fonte conoscitiva - ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza, in ordine al reato ex art. 612 bis c.p., esponendo argomentazioni tecnicamente corrette, in ordine alla collocazione dei comportamenti del AAA nell’ipotesi criminosa (cd stalking, letteralmente “atto di fare la posta alla preda”) introdotta con l’art. 7 del decreto legge 23.2.2009 n. 11, convertito in legge 23.4.2009 n. 38.

Come è noto, la norma sul reato di “atti persecutori”è stato inserita nel nostro ordinamento a tutela della libertà morale della persona e ha ad oggetto condotte reiterate di minaccia e molestia che determinano nella vittima, alternativamente:

-   un perdurante e grave stato di ansia o paura,
-   un fondato timore per la propria incolumità o per quella di persona comunque affettivamente legata,
-   la costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita.

Č evidente la precisa conformità alla norma in esame, della qualificazione giuridica delle condotte del AAA contenuta nella motivazione dell’ordinanza impugnata, laddove pone in evidenza i caratteri di reiterazione nel tempo delle illecite condotte del AAA, che si sono succedute per un ampio arco di tempo, con cadenza anche quotidiana, tanto da giustificare, nel corso delle indagini preliminare, l’accertamento del perdurante stato patologico da esse causato nella vittima. Pienamente corretta è la definizione di tali atti come molesti, cioè forieri di alterazione della serenità e dell’equilibrio della minore, in quanto diretti a forzare la sua attenzione e a stringere con lei un rapporto, percepito evidentemente come anomalo e pericoloso dalla destinataria. L’ordinanza ha poi analizzato la realizzazione di uno dei tre tipici eventi, delineati dalla norma in esame e cioè il perdurante e grave stato di ansia e di paura, in quanto ha compiutamente descritto il destabilizzante turbamento psicologico della minore, che ripetutamente ha manifestato il suo stato nei racconti alla nonna e alla madre, giungendo fino a esprimere l’intento di rinunciare a recarsi a scuola. La non realizzazione di questo intento ha evitato che la condotta del AAA determinasse anche un altro evento previsto dalla norma (l’alterazione delle proprie abitudini di vita). Sul dolo generico ravvisabile in questi comportamenti seriali del AAA, l’ordinanza si è ugualmente espressa in maniera del tutto adeguata e completa, avendo messo in risalto come l’indagato, passando ripetutamente nei luoghi frequentati dalla minore, proprio negli orari in cui ella era solita ivi trovarsi, abbia dimostrato di rappresentarsi gli effetti psicologici concretamente realizzati.

L’ordinanza ha dato una giustificazione pienamente corretta alla prognosi negativa, ex art. 274 lett. c) c.p.p. sui futuri comportamenti del AAA, mediante

a) il richiamo alla gravità dei fatti e alle modalità di esecuzione in danno della persona offesa,
b) il richiamo ad altro gravissimo comportamento del AAA, tenuto il 2 luglio successivo, in danno di altra minore.

Ugualmente è aderente alla disciplina sui requisiti di adeguatezza e proporzione della coercizione personale in atto, il rilievo dato dall’ordinanza alla capacità a delinquere del AAA e all’inidoneità di altra misura meno gravosa a far fronte a esigenze di prevenzione speciale di così alto spessore. La manifesta infondatezza dei motivi del ricorso comporta la declaratoria della sua inammissibilità, cui consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000 alla cassa delle ammende.
 
P.Q.M.
 
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000 in favore della cassa delle ammende.
 
Roma, 12.1.2010
Depositato in cancelleria il 26 marzo 2010.
 
Il Consigliere estensore
Dott. Antonio Bevere     

Il Presidente
Dott. Aniello Nappi
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Di Loredana Morandi (del 12/04/2010 @ 13:50:12, in Osservatorio Famiglia, linkato 1346 volte)


Cari genitori dell'Emilia Romagna,



mi scuso dal più profondo del cuore con voi, "giuro, io non lo sapevo" perché non seguo le regionali altro che per la mia regione, o per i fatti eclatanti che riguardano l'intera penisola. Ma vi domando: Onestamente, chi?



In questo tempo in cui si parla in toni a dir poco terroristici di preti pedofili, su casi vecchi e il più delle volte anche archiviati o risolti dalle autorità giudiziarie americane, desta allarme che la giunta da voi eletta alla Regione abbia sdoganato nelle scuole "l'eletto" di Italia dei Valori Franco Grillini.

Cari compagni e genitori, non vi sfugga in nome di una politica che non c'è più e di un giustizialismo grossolanamente falso, come quello di Di Pietro e de Magistris, il progetto "efebofilo" condotto dall'esimio rappresentante del movimento omosessuale.



Quel che mi domando è come abbiate potuto votare un Grillini e dimenticare completamente la tradizione rossa e contadina dell'Emilia Romagna, barattandola con una trista riedizione del film americano "Zoolander" in versione omosessuale. Una domanda che ritengo lecita. Per carità, avete ragione: Roma è nera, ma nessuno a sinistra avrebbe mai votato Tinto Brass proposto dalla Bonino. Specialmente dopo lo stupratore seriale. Nessuno. E l'elezione della Polverini ne è la prova.

Un consiglio spassionato: tenete a casa i vostri ragazzi. Almeno fino alla maggiore età. E non invitate nessuna organizzazione omosessuale a visitare i vostri figli, frequentanti le scuole dello Stato.

Per quei ragazzi che fossero già stati irretiti da politiche false ed interessate e che dichiarassero di voler partecipare al prossimo Gay Pride, cari genitori, ritrovate la più sana delle tradizioni popolari. "Per Dio"!

Due sonori schiaffoni, dati bene alla maniera di Peppone, non hanno mai fatto del male a nessuno. Ma certo avranno evitato strani "grilli" in testa a ragazzi inesperti. Per sicurezza, poi, preferite sempre l'oratorio alla sezione del partito.

In merito alle scelte politiche di Di Pietro ribadisco e confermo quanto già detto in precedenza. La nomea di "partito dei giudici" è abusata e sciocca anche in bocca al Premier: Non lo sono più e ne han perso la memoria.

Salute a tutti i compagni.

Loredana Morandi
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Di Loredana Morandi (del 12/04/2010 @ 14:06:53, in Magistratura, linkato 1423 volte)
GIUSTIZIA: SPATARO, PROPOSTE ORLANDO
APPROVATE DA GIURISTI PD?

 
(ANSA) - ROMA, 11 APR - "Quelle di Orlando sono proposte personali o sono state discusse e approvate dai giuristi del PD?": a porre la domanda è Armando Spataro, procuratore aggiunto di Milano e segretario a Milano della corrente della magistratura "Movimento per la Giustizia/Articolo Tre, commentando l' articolo del responsabile giustizia del Pd Andrea Orlando pubblicato venerdì scorso dal quotidiano "Il Foglio". "Detto diversamente - chiede il magistrato - quanto seguito hanno in quel partito le teorie di quanti vorrebbero i magistrati 'leoni, ma sotto il trono'? Basta saperlo".

 Spataro, interpellato dall' ANSA per un commento sulle posizioni espresse da Orlando, sottolinea di parlare "con l'ovvio rispetto per le scelte della politica" e osserva: "Il testo del responsabile giustizia del PD parte da scontate osservazioni, da tutti gli studiosi ripetute da anni (anche al tempo in cui i governanti erano di altro colore), ma giunge poi - attraverso non sempre chiare giustificazioni - a proporre una indefinita 'rimodulazione' dell'obbligatorietà dell'azione penale (cioé il principio-cardine della giustizia in un sistema democratico); una riforma del sistema elettorale del CSM in senso maggioritario e localistico, precludendo o limitando l'accesso all'autogoverno dei magistrati, specie se pm; la creazione di una sezione disciplinare presso la Cassazione che ricorda tempi andati; un processo breve parametrato per distretti (breve, cioé, a seconda di organici e dotazioni) e, tanto per cambiare, la separazione delle carriere senza però chiamarla in questo modo". (ANSA).  FM 11-APR-10 19:56 NNNN

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Di Loredana Morandi (del 12/04/2010 @ 14:08:05, in Magistratura, linkato 1635 volte)
La scomparsa di Ascione,
per primo indagò su Di Pietro


LUTTO NEL FORO SCALIGERO. Stroncato da un infarto ieri pomeriggio a casa sua, avrebbe compiuto 62 anni in luglio. Dopo vent'anni di magistratura, nel 1999 tornò a fare l'avvocato Presiedette il tribunale che scrisse il verdetto sui «narcos» veronesi

12/04/2010 - Avrebbe compiuto sessantadue anni il prossimo 12 luglio. Guglielmo Ascione, avvocato ed ex magistrato, per lungo tempo protagonista del foro veronese e di quello bresciano, è morto ieri verso le 15 nella sua abitazione, colpito da un infarto. Stava trascorrendo la giornata in famiglia.

Da poco più di dieci anni era tornato professionalmente laddove era partito, in uno studio legale, perché, come disse nell'autunno 1999, poco prima di lasciare la magistratura, «adesso ho bisogno di rimettermi in discussione sul terreno professionale». E in discussione s'era rimesso, ripartendo da zero, visto che in magistratura aveva trascorso vent'anni, dei quali tanti in prima linea. Fu pretore a Caprino dal 1980, poi, dal 1985 al 1996, ricoprì il ruolo di pubblico ministero a Brescia, incrociando durante la sua carriera inchieste delicatissime.

Come quelle nel periodo di Mani Pulite, nei primi anni Novanta, quando gli toccò di aprire la prima indagine sul suo collega Antonio Di Pietro, all'epoca accusatore di Tangentopoli a Milano. Ascione a Verona era tornato nel 1996, proprio dopo quella cosiddetta stagione dei veleni, culminata con vicende che lo avevano portato in prima pagina sui giornali di tutta Italia.

Non tornò a palazzo di giustizia come pubblico ministero, bensì come giudice della sezione penale, presieduta dal magistrato Mario Sannite. Si mise a lavorare sodo, com'era solito fare e come ha fatto anche da avvocato, fino al giorno prima della sua scomparsa. Esperto nella ricerca delle prove per i suoi trascorsi in procura a Brescia, condusse un po' con quel metodo numerosi processi penali da presidente di collegio. A uno è legato il suo nome in maniera particolare, perché, per portarlo a compimento, lui e i suoi colleghi s'impegnarono a fondo in decine di udienze. È il maxi processo ai narcotrafficanti veronesi degli anni Ottanta, un procedimento con oltre cento imputati, avviato dagli accertamenti del procuratore Guido Papalia.

Alla fine, Ascione e i giudici a latere Enrico Sandrini e Marco Zenatelli si rinchiusero per una settimana nel Centro monsignor Carraro sul lungadige Attiraglio e lì fu scritta la sentenza, centinaia di pagine che oggi rappresentano un capitolo di storia della giustizia veronese su uno dei periodi più bui per decine e decine di giovani veronesi caduti nelle grinfie della droga. Per Ascione, la camera di consiglio e la stesura della sentenza furono un'esperienza che definì «bellissima, indimenticabile». Poco dopo quel verdetto, decise di lasciare la magistratura. Lo fece senza toni polemici, spezzando sul nascere qualunque ipotesi che potesse far associare la sua scelta a un ammonimento ricevuto dal Csm per questioni legate al periodo di Mani Pulite.

Sorridendo, come faceva spesso, spiegò che quel provvedimento non lo aveva turbato, che pure altri magistrati ben più in vista di lui l'avevano ricevuto. Sottolineò invece che voleva tornare a indossare la toga da avvocato perché, oltre alla sfida professionale, c'era una sorta di attrazione verso l'avvocatura che riteneva molto più evoluta rispetto a quando aveva incominciato lui. E per onorare il suo ritorno dall'altra parte della metaforica barricata giudiziaria, andò a cercare con tanta umiltà e voglia di fare il suo maestro, l'avvocato veronese Sergio Mancini, dal quale aveva iniziato il suo praticantato da procuratore legale. Poi, si trasferì nello studio di corso Porta Nuova, dove ha esercitato la professione con la passione di un giovane avvocato.L.G.

L'Arena
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