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 .. un aiuto dall'alto ..... di Lunadicarta
 
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Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie, ma a causa di quelli che osservano senza dire nulla.

Albert Einstein
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Ho appena inviato l'adesione del blog Giustizia Quotidiana.it

Federazione Nazionale della Stampa Italiana


Roma, 7 settembre 2009
Prot. n. 196


La Federazione Nazionale della Stampa Italiana comunica:

“L’iniziativa per la libertà d’informazione, promossa dalla Federazione Nazionale della Stampa, si svolgerà sabato 19 settembre a Roma in Piazza del Popolo a partire dalle ore 16.

La Fnsi rivolge un appello a tutte le forze sociali, sindacali, associative e a tutte le cittadine e i cittadini, affinché senza distinzione di parte o di schieramento, vogliano raccogliere questo invito e partecipare a questa grande iniziativa.

La manifestazione si propone, in primo luogo, di rafforzare e di tutelare i valori racchiusi nell’articolo 21 della Costituzione e il diritto inalienabile di ogni cittadino alla conoscenza, alla informazione  completa e plurale e alla comunicazione, che per essere tale non può subire forma alcuna di bavaglio.”
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Di Loredana Morandi (del 07/09/2009 @ 09:10:59, in Magistratura, linkato 1281 volte)
La seconda è Roma....

Beni confiscati alla Mafia, Palermo è prima



Che le cosche mafiose abbiamo conquistato Roma e buona parte del Norditalia non lo dicono i sempre più frequenti arresti di boss e latitanti ma, soprattutto, la consistenza dei patrimoni di provenienza illecita confiscati dai magistrati ai mafiosi in attuazione della legge Rognoni-La Torre. Con 14.973 beni posti sotto sequestro o confisca, Palermo è la città in testa alla classifica dei capiluogo dove l'Antimafia ha colpito di più. Al secondo posto è Roma, con 11.648 beni sottratti ai mafiosi, che è doppia» Reggio Calabria, al terzo posto, con con 5.248. La speciale graduatoria, diffusa dal settimanale Asud'Europa edito dal Centro studi Pio La Torre (www.piolatorre.it), è stata realizzata sulla base della relazione annuale del Ministero della Giustizia sui beni sequestrati e confiscati alle organizzazioni mafiose.

"Può stupire il primato della Capitale - spiega il Presidente del Centro Pio La torre, Vito Lo Monaco - ma ciò è sintomo della ormai consolidata trans-nazionalità degli investimenti della criminalità mafiosa". E' di quasi un miliardo di euro (916 milioni) il valore dei beni sequestrati a Roma di proprietà di condannati per associazione mafiosa. Un valore economico che supera di gran lunga quello degli immobili posti sotto sequestro a Palermo, 42 milioni o Napoli, 29 milioni.

Dal punto di vista regionale, è comunque la Sicilia in testa alla classifica con oltre 21 mila beni mafiosi (21.141) attualmente sotto il controllo delle autorità giudiziarie, di cui 1486 definitivamente sottratti al controllo della mafia. Dei 3.888 beni attualmente posti sotto il regime di confisca in Italia il 38% risiede in Sicilia, seguono il Lazio con 625 (16%) e la Campania (13%). Il primato spetta anche in questo caso a Palermo con 946 beni sottratti, seguono Roma con 590 e Milano con 374.

(La Repubblica 07 settembre 2009)
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Di Loredana Morandi (del 07/09/2009 @ 09:04:46, in Magistratura, linkato 1333 volte)
GIUSTIZIA: CHIODI, ORGOGLIOSO
PER LAVORO OPERATORI TERAMANI



IL PRESIDENTE, DA NUOVI MAGISTRATI OSSIGENO PER IL TRIBUNALE


(REGFLASH) Pescara, 7 set. "Il palazzo di Giustizia di Teramo ha visto percorrere tutte le fasi della mia vita professionale e mi ricorda anche le attività che da sindaco di questa città ho posto in essere per cercare di migliorare questa struttura perchè, attraverso ciò, si potesse arrivare a migliorare anche la sua funzionalità e quindi la qualità del lavoro di quanti, a vario titolo, ne usufruiscono quotidianamente". Lo ha affermato il presidente della regione, Gianni Chiodi, questa mattina, in apertura del suo indirizzo di saluto al convegno "Prassi condivise, tecnologie e giovani magistrati al servizio della Giustizia nella società moderna", in corso di svolgimento al Palazzo di Giustizia di Teramo.

Un evento che vede la presenza, tra gli altri, di Ciro Riviezzo, componente del CSM e direttore scientifico della rivista "Giurisprudenza di merito", del presidente della Corte d'Appello dell'Aquila, Giovanni Canzio, del segretario nazionale dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, e del presidente del Tribunale di Teramo, Giovanni Spinosa. "Vedere oggi realizzato quanto anni fa avevamo pensato e progettato grazie anche a fondi stanziati dall'amministrazione comunale, fondi per intero della comunità teramana - ha ricordato il presidente Chiodi - rappresenta, oltretutto, un motivo d'orgoglio in più e mi dà l'opportunità di ringraziare pubblicamente l'intero mondo della giustizia teramana, magistrati, funzionari, impiegati ed avvocati, che svolgono il loro lavoro con grande professionalità, sobrietà ed equilibrio". Il presidente della Regione ha, inoltre, voluto sottolineare, l'importante circostanza legata alla presa di servizio di nuovi magistrati che andranno da subito a rafforzare l'organico del Tribunale di Teramo.

"Chi come me è stato negli anni anche consulente tecnico di magistrati - ha proseguito Chiodi - sa quanto sia grave il problema della storica carenza di figure chiave come loro per il sistema giudiziario. Anche nella pubblica amministrazione - ha aggiunto il Presidente - esiste l'analogo problema del progressivo avanzamento dell'età di dirigenti e funzionari e si può facilmente intuire quanto, invece, sarebbe importante poter contare su forze fresche in grado di fornire un contributo determinante in termini di carica innovativa e di capacità progettuale". Alla fine, il Presidente Chiodi ha augurato buon lavoro ai nuovi magistrati non prima di aver espresso l'apprezzamento per la scelta di intitolare le sale del Tribunale teramano a magistrati illustri come Falcone, Borsellino ed Alessandrini, al maresciallo dei carabineri, Francesco Mignozzi, allo statista Aldo Moro, al magistrato e poeta teramano Domenico Leferza, a Giannino Losardo, segretario giudiziario della Procura di Paola e vittima della n'drangheta, ed all'avvocato Adolfo Pirocchi.

(REGFLASH) DR090907
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Di Loredana Morandi (del 07/09/2009 @ 04:01:29, in Indagini, linkato 2880 volte)


24 mesi di indagini,
ma il caso è sempre risolto

ATTENZIONE LA LORO PROSSIMA MOSSA
E' PUBBLICARE LA FOTO DI MIO FIGLIO



Sono certamente molti gli utenti del famoso social network Facebook ad aver visto il gruppo, che presuntuosamente intende diffamare la sottoscritta.

I testi della prima pagina di questo gruppo sono quelli di Duna, una ragazza barese che io ho perdonato in occasione dell'appello di Artists Against War contro il bombardamento di Gaza e che qui non cito, perché a tutt'ora con questa gente non ha nulla a che fare. Mi riservo egualmente di nominarla, non appena i criminali incalliti provvederanno alla ennesima pubblicazione della foto di mio figlio.



Gli autori e scrittori del gruppo sono personaggi notissimi al mio web di indagine: Sissimo Neuro, conosciuto per il suo essere una sorta di "Radio Serva" da e per i blog filo pedofili italiani e Maxi Fasso, iscritto al gruppo addirittura nella sua veste ufficiale di clonatore, ovvero reo all'art. 494 c.p., che si sostituisce alla persona del prof. Massimiliano Frassi della Associazione contro la pedofilia "Prometeo Onlus". La figura di Maxi è emblematica, perché lui è uno che accende la candelina del Boy Love Day in occasione delle 2 edizioni della giornata dell'orgoglio degli Orchi: ovvero a Natale e a Giugno di ogni anno.



Sissimo lo trovate tra i commenti del blog di Maxi Fasso, qui: Piedofilia, L'Interno Dell'Agnello, cioè il blog che clona esattamente le iniziali del titolo del blog del professor Frassi della Prometeo Onlus e ne riprende il contenuto in versione oscena. Qui l'originale: Pedofilia, L'Inferno Degli Angeli (notare le iniziali).

Un personaggio conosciutissimo sì, che insieme al suo partner Sissimo, naviga un web orripilante che in Italia inoltre è prodotto addirittura da periti, sociologi e psicologi dalla parte dei pedofili, che diffamano senza posa TUTTI gli operatori dell'antipedofilia e i Magistrati dei casi più famosi. (Vero Giustiziere !?)

Update: Maxi Fasso ha lasciato oggi la sua firma elettronica visibile proprio nelle note del profilo dell'amico Sissimo Neuro, il pedofilo infatti salva sempre i file di immagine (screen shot) in formato PNG e li posta sul suo profilo di Imageshack. (vedi immagine sotto)

Ma veniamo a Noi...


Chi sono coloro che diffamano Loredana Morandi?

Sono sempre gli stessi: la società del Porno rappresentata da Sissimo Neuro e Maxi Fasso, i 2 internet point del file sharing illegale e i membri - utenti - collaboratori delle chat hard collegate alla società del porno sarda. Nonostante la noia, giuro, di non potermi capacitare come personcine simili a Helene Benedetti e Cinzia Lacalamita siano finite in questo vespaio, di propria spontanea iniziativa. Forse, ma mi intristisce il pensiero, quando la superbia regna è l'ignoranza che ci rappresenta davvero. La prima delle due, Helene, mi risulta attualmente completamente circuita da questi due personaggi.



Le animatrici/adescatrici delle chat presenti nel gruppo

E' una attività ludica certamente divertente quella di diffamare Loredana Morandi, ma è così che cade l'asino di nome Vi per Violetta, detta "la tetta perfetta", cioè una delle animatrici - adescatrici del circuito di chat hard collegato al gruppo diffamatorio di FB. La donna cade per la logica del branco, che l'ha indotta ad iscriversi al gruppo diffamatorio insieme ai suoi partner e collaboratori.



Violetta è una delle animatrici - adescatrici più in voga, amica di Marta (identificata Questura di Lucca il 14 settembre 2008, dietro mia richiesta) ed è solita postare in giro per i forum dedicati ai cartoni animati giapponesi le sue foto pornografiche amatoriali. Si veda la foto estratta da un forum ad alta frequentazione di Minori:



E non sussiste dubbio che la donna sia la stessa del profilo di FaceBook perché, nonostante un avatar dal volto cancellato, lei la faccia ce la mette e non solo quella...



I due internet point

La mia denuncia sull'uso in reato di peculato del server UniNa, di proprietà dell'Università Federico II di Napoli, verteva proprio sulla connessione del computer server universitario ad una rete illegale per il file sharing. Non desta pertanto alcuna sorpresa che implicati in questo strano giro di scambio di materiali hard siano interessati ben 2 internet point: uno a Viareggio e uno a Brescia.

Questo, nell'immagine tratta dagli iscritti al gruppo FB diffamatorio ai miei danni, è quello di Viareggio ed è il punto di riferimento per Vi, Marta ed altri utenti/animatori/soci del circuito delle chat hard.



Il secondo è a Brescia, un internet point gestito da Albanesi e da Julian Kackini, noto al secolo del web degli scariconi e dei contraffatori come Orochimaru83 per il suo ruolo di Raw Hunter, letteralmente "cacciatore di Raw", ovvero un cacciatore di file originali, dal film nelle sale a materiale molto più specialistico, da contraffare per l'utenza italiana con la sostituzione dell'audio italiano rubato al cinema, o con i sottotitoli per quei file dove non esiste affatto un audio italiano. Qui con i due Daniele suoi collaboratori: Darath di Bagheria e l'appena maggiorenne Cusy.



Qui ancora Orochimaru83 iscritto al gruppo diffamatorio contro la Morandi.

ATTENZIONE: se qualcuno conosce la signora Carmen Rita, raffigurata nella foto con sua figlia, è pregato di avvisarla del luogo e delle sue attuali frequentazioni.



Ah, non voglio dimenticare assolutamente il loro avvocato, autore reale della istigazione a questi comportamenti lesivi, della diffamazione, dello stalking e delle minacce di morte rivolte alla sottoscritta nell'ottobre 2008. Tranquilli: l'ho denunciato anche oggi, perché...

Il Nome, che poté essere pronunciato, NON è il vero Nome, ma soprattutto G.B. Gallus famoso per le mani in pasto con altri capitoli sporchissimi dell'illegalità del file sharing, non ha nessun potere su di me.

Loredana Morandi

Nota all'Articolo: tutto il materiale fotografico è liberamente scaricabile dal web. :)

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Di Loredana Morandi (del 07/09/2009 @ 02:34:17, in Magistratura, linkato 1399 volte)
Lettera di Vendola alla pm Digeronimo:
oggi decide il Consiglio Superiore della Magistratura



ROMA - Dalle accuse rivolte dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ai magistrati del processo Mills, e in particolare al giudice Nicoletta Gandus, agli attacchi ricevuti dalla Cassazione da esponenti del governo e del Pdl per la decisione sul caso di Eluana Englaro. Avverrà su temi caldi nella prossima settimana la ripresa dell’attività del Csm dopo la pausa estiva. E la giornata clou sarà giovedì prossimo, quando il plenum, incassato il via libera del Quirinale, discuterà pratiche a tutela dei magistrati che erano congelate da tempo, alcune da più di un anno, come quelle appunto sui casi Gandus e Eluana.

Mentre già oggi la Prima Commissione di Palazzo dei marescialli potrebbe decidere se intervenire a difesa del pm di Bari Desirèe Digeronimo, titolare di una delle indagini della procura su un presunto intreccio tra politica e affari nel settore della sanità, dopo le accuse che le ha rivolto il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola; un caso posto dal vice presidente del Csm Nicola Mancino.

Sulla mancata messa all’ordine del giorno dei fascicoli più delicati – il cui esame era stato sospeso in attesa di un intervento regolamentare che a luglio ha limitato il ricorso alle pratiche a tutela e che era stato auspicato dal capo dello Stato – si era aperta una dura polemica a Palazzo dei marescialli, prima della sospensione dei lavori: il consigliere di Magistratura democratica Livio Pepino aveva anche minacciato le dimissioni, denunciando “l'espropriazione delle competenze del Csm”. Mancino aveva fatto sapere allora che intendeva fissare al 10 settembre la discussione di tutte le pratiche a tutela congelate, ma che era in attesa dell’assenso del capo dello Stato. Un sì che è evidentemente arrivato, visto che i fascicoli in questione sono all’ordine del giorno della seduta di giovedì. Il documento sul caso Gandus è una bacchettata a Berlusconi, che aveva accusato la presidente del collegio del processo Mills -in cui lui stesso è imputato- e il pm Fabio De Pasquale, di agire per finalità politiche: rispetti i magistrati, chiede la proposta di delibera della Prima Commissione, che imputa invece al premier di aver denigrato e delegittimato giudice e pm.

Un richiamo analogo a quello contenuto in altre due pratiche a tutela, che hanno per oggetto accuse rivolte da Berlusconi ai pm di Napoli dell’inchiesta Saccà e dell’indagine sul termovalorizzatore di Acerra. Stesso invito a rispettare i magistrati nel documento sugli attacchi alla Cassazione per il caso di Eluana: “non può consentirsi – scrivono i consiglieri -che magistrati soggetti solo alla legge siano coinvolti, loro malgrado per il solo fatto di aver emesso una sentenza, nell’agone politico”. E giovedì si dovrebbe parlare anche della vicenda Abu Omar, visto che una delle pratiche riguarda gli attacchi ricevuti dal pm di quel processo Armando Spataro.

Gazzetta del Mezzogiorno - 07 Settembre 2009
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Le vittime del Circeo non parlano
ma il loro grido si sente ancora



di Sergio Talamo

ROMA (6 settembre) - Ancora una volta ci siamo accapigliati su loro tre, Guido-Ghira-Izzo, e non commossi per loro due, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez. Per 34 anni, nel delitto del Circeo hanno sempre fatto più notizia i carnefici che le vittime. Forse perché in quel 1975 gonfio di furori politici, la violenza dei ragazzi-bene contro le ragazze di borgata sembrava scritta apposta per confermare uno slogan. Ricchi contro poveri, uomini contro donne. Forse per questo, in oltre tre decenni i cinque protagonisti sono sempre rimasti attori di un brutto film ideologico. Se fossero tornati persone, non staremmo qui a discutere se Guido è stempiato, imbruttito, dimagrito. Non staremmo a sentire i suoi vicini che dicono «è tanto una brava persona». Non saremmo così comprensivi con la sua famiglia «che gli è sempre stata vicina». Se quei cinque fossero tornati persone, non avremo tutta questa voglia di archiviare. Magari, rivedremmo il Circeo con gli occhi di Rosaria che morì quella notte. Con gli occhi di Donatella che morì lungo i 30 anni che vennero dopo.

Non vide il 2006, Donatella Colasanti. Nel settembre del 1975 aveva 17 anni, e di colpo la sua fresca gioventù fu gelata da un massacro spuntato in una notte qualunque. Si salvò per caso, mentre la sua amica Rosaria Lopez veniva seviziata e poi affogata in una vasca da bagno: «Questa non muore mai», disse spazientito Guido. E lei capì che doveva chiudere gli occhi, tremare e sperare. Si finse morta per un giorno intero, poi qualcuno udì i suoi flebili lamenti dal bagagliaio di una 127 rossa. I giornali tuonarono, l’Italia fu percorsa da mille cortei... Poi, però, il tempo passa.

Donatella è morta il 30 dicembre 2005 in un letto d’ospedale. Ma c’è una sua frase, detta qualche mese prima, che ha segnato la sua vera fine, cioè la resa all’ingiustizia di tanti anni prima: «Ora basta. Che nessuno parli più del massacro del Circeo. L’unica titolata sono io, che in tutti questi anni ho lavorato da sola, mente tutti facevano finta di niente, dai magistrati ai ministri, ai giornalisti che pur di fare uno scoop intervistavano Izzo».

Poche amare parole per una sola verità: accanto a me non c’è nessuno, non lo Stato né la politica né i giudici né la stampa. Sono sola, io con i miei incubi, io con la mia vita spezzata. Perché, per tutti gli altri, quella notte al Circeo è solo folclore d’epoca. Per me, quella notte è il volto mostruoso del mondo.
E da quel mondo Donatella se ne andò quando scoprì che Angelo Izzo, uno dei suoi massacratori, non solo era libero ma faceva anche l’assistente sociale ed il collaboratore della polizia. L’Italia si era fidata di lui fino a lasciarlo agire indisturbato, fino a dover scoprire che il giovane folle del 1975 era tale anche 30 anni dopo; ed infatti aveva ucciso di nuovo. Izzo era ancora protagonista di una storia di morte e di stupro; ancora due donne come vittime (allora due amiche, questa volta una madre e una figlia); ancora una villetta discreta ed appartata, allora sul mare del Lazio oggi su una collinetta del Molise; ancora un gioco sadico, a metà fra sesso estremo e violenza brutale.

Angelo Izzo ricomparve alle cronache ingrossato, con gli occhiali spessi. Ma dietro le lenti, ecco quei fari raggelanti che nel 1975 animavano un visino da rampollo viziato dai soldi e dai privilegi.

Donatella fu uccisa dai suoi ricordi offesi, dalla storia di Izzo raccontata come un romanzo d’appendice: il semi-detenuto che faceva volontariato e oggi uccideva la moglie e la figlia di un ex boss della Sacra Corona Unita. Che affascinante giallo nel giallo!

Donatella guardava e pensava a quell’altro Angelo Izzo che aveva torturato lei e Rosaria per ore, poi le aveva gettate in un bagagliaio chiuse in buste di plastica come la spazzatura; poi era andato con i suoi amici in pizzeria; poi per decenni era stato risparmiato, insieme ai suoi amici, da una giustizia compiacente e da premurose famiglie che perdonavano facilmente lo strazio inflitto agli altri.

Donatella Colasanti si chiese: «Perché Izzo è libero? Come mai la giustizia ha dato fiducia a lui che aveva dato informazioni sempre false, a lui che aveva tentato tante volte di evadere?». Si domandò queste cose e non si seppe dare risposta. Non poteva più credere al suo Paese. Si piegò su se stessa, chiuse gli occhi. Questa volta morì davvero.

Dopo che è stato liberato Gianni Guido, ripercorriamo la stessa traccia di scandalismo a buon mercato. Cerchiamo il colpo di scena, l’effetto spettacolare dell’ex belva addomesticata dagli anni, che pianse quando morì Ghira, che «rispetta il dolore delle famiglie delle vittime». Le torturiamo ancora, quelle due povere figlie del ’75. Loro non possono parlare, ma è come se gridassero ancora.

Il Messaggero
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Di Loredana Morandi (del 07/09/2009 @ 00:10:02, in Magistratura, linkato 1283 volte)
OMICIDIO BASILE:
"INQUIRENTI E MAGISTRATI, FATE PRESTO"



L'appello della vicepresidente della Regione Puglia Loredana Capone dopo le scritte apparse vicino la parrocchia di Don Stefano Rocca e la possibilità che ora il sacerdore possa lasciare il paese

Loredana Capone, vice presidente della Ragione Puglia
L’ultimo suo intervento pubblico Don Stefano Rocca, il parroco della chiesa di San Giovanni Bosco di Ugento in prima linea contro l’omertà che circonda il delitto Basile, lo aveva fatto lo scorso 11 agosto (http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=15905) con una lettera, a pochi giorni da Ferragosto, quando sarebbe scoccato il quattordicesimo mese senza notizie sul nome di chi impugnò il coltello che trafisse più volte il consigliere comunale e provinciale dell’Idv, fino ad ucciderlo.

“Sono passati quattordici mesi e il suo delitto resta ancora avvolto in uno scandaloso mistero – aveva scritto rivolgendosi anche ai politici – e molte sono le orecchie da mercante. Numerose sono state le provocazioni lanciate in questi mesi e giorni: presentazioni di libri, lettere indirizzate a politici e presidenti vari. Mi chiedo – scrisse don Stefano -, perché ancora oggi si preferisce tacere?”

Già. Ed ecco allora che alla luce dell’ennesimo avvertimento che raggiunge il prelato per le sue scomode parole e all’ipotesi che possa lasciare definitivamente il paese a sud di Lecce per motivi di sicurezza - scritte offensive apparse ultimamente nei pressi della sua parrocchia -, interviene la vicepresidente della Regione Puglia Loredana Capone: “Esprimo solidarietà a Don Stefano e lo invito a continuare nella sua opera pastorale e civile ad Ugento, ben voluta dai cittadini perchè rappresenta un incitamento costante a tenere sempre sveglia la coscienza civile, la sete di giustizia e di pace.”

Poi, Capone fa un accenno alle scritte offensive nei confronti di Don Stefano: “Le scritte offensive contro la chiesa e contro Don Stefano rappresentano –sostiene - un altro vile attacco verso chi dimostra ogni giorno la virtù di stare vicino ai deboli e a chi non può difendersi. Non sappiamo se i continui attacchi al parroco che tanto si è battuto perché siano scoperti gli assassini del povero Peppino Basile siano collegati a questo impegno civile. Dobbiamo auspicare però – è l’invito della vicepresidente della Regione - che l’indagine possa procedere con rapidità e che si capisca presto perché e da chi sia stato barbaramente ucciso un uomo, politico, Peppino Basile, consigliere comunale e provinciale impegnato ogni giorno per le istituzioni che rappresentava. È passato più di un anno e ancora non si conoscono gli autori o l’autore del delitto. Ad attendere la verità non c’è soltanto la città di Ugento ma tutta una comunità politica impegnata a garantire che la libertà di manifestazione del pensiero e la tutela dei diritti pubblici siano non solo diritti costituzionalmente garantiti ma abbiano concrete possibilità di attuazione. Da qui - conclude - il mio appello agli organi inquirenti e alla magistratura, in cui riverso piena fiducia, a far presto!”.

Lecce Prima.IT - 06/09/2009
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Di Loredana Morandi (del 06/09/2009 @ 23:51:27, in Osservatorio Famiglia, linkato 1165 volte)

SAN PIETRO IN CASALE

Anziana uccisa, confessa il figlio minore
"Era cattiva, mi faceva arrabbiare"

Giovanni Franceschini, 40 anni, affetto da gravi disturbi psichici, sottoposto a fermo di polizia giudiziaria. In due ore di interrogatorio non l’ha mai chiamata mamma, si è sempre riferito a lei parlando della signora Mellino


BOLOGNA

Il padre di Cristina, in coma da 28 anni:
"Sono vecchio, non ce la faccio più"

Appello disperato di Romano Magrini, 76 anni, il padre di Cristina, 43 anni, in coma dal novembre 1981. "L'aiuto che riesco a dare a mia figlia diminuisce di giorno in giorno. Sono preoccupato. Vi prego aiutatemi"


UN FORLIVESE A RICCIONE

Irrompe in chiesa durante un funerale,
bestemmia, sputa e poi si denuda

L'uomo di 42 anni (che il 27 agosto aveva tentato di buttarsi dal faro) è piombato in chiesa e ha iniziato a inveire contro tutti. Poi i carabinieri lo hanno bloccato e arrestato

ROMA

Labaro, uccide la moglie a coltellate
le dà fuoco e si suicida


ROMA (6 settembre) - Un uomo di 40 anni, Luigi Scacchioli, si è ucciso la scorsa notte intorno...


Mense scolastiche, i Nas: una su tre
fuori legge per pasti scadenti


ROMA (6 settembre) - Cibo scadente non a norma rispetto agli standard previsti dai capitolati delle...
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La nostra sinistra è un malato terminale. Il caso Tedesco è scomparso dalle cronache di tutti i quotidiani di sinistra e sopravvive solo sulle pagine delle testate di destra. C'è da augurarsi che sia così solo per ritardare fino a compimento indagini l'azione squadrista nei confronti della magistratura impegnata. Lascia l'amaro in bocca nel vedere la stampa chiedere l'indipendenza e contestualmente tremare per i dictat di partito ... Ma non tutti sanno che "il Nome che poté essere nominato, NON è il vero Nome"... L.M.

Nella sanitopoli rossa di Bari
spunta un pentito di mafia



di Bepi Castellaneta


Bari - Un pentito della criminalità organizzata barese. È lui il misterioso testimone che è stato ascoltato nei giorni scorsi dal sostituto procuratore antimafia Desirée Digeronimo, il magistrato che indaga su un intreccio a doppio filo tra affari e politica nella gestione della sanità pubblica pugliese.

La pm, che ha inferto colpi durissimi alla mafia e vive sotto scorta dopo aver ricevuto minacce di morte dalle cosche, è volata in gran segreto a Milano insieme a un ufficiale dei carabinieri per sentire il collaboratore.

L’interrogatorio si è tenuto il primo settembre scorso: sulle dichiarazioni del pentito gli investigatori mantengono il massimo riserbo, ma potrebbero rivelarsi utili per le indagini e in particolare per il filone degli appalti. Negli accertamenti figurano anche le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, affiliato a uno dei clan più agguerriti della criminalità organizzata, il quale avrebbe riferito di un patto scellerato che prevedeva consistenti pacchetti di voti in cambio di un’accelerazione sulle autorizzazioni rilasciate a circoli ricreativi, ritrovo per esponenti di spicco della malavita barese.

Il nocciolo dell’inchiesta condotta dalla pm Digeronimo riguarda l’esistenza di un sistema corruttivo che avrebbe pilotato gli appalti e condizionato persino le scelte di primari e dirigenti sanitari, che sarebbero stati nominati sulla base all’eventuale ritorno di voti. Il personaggio chiave delle indagini è Alberto Tedesco, attualmente senatore del Partito democratico, ex assessore regionale della prima giunta di sinistra guidata da Nichi Vendola.

Secondo gli inquirenti proprio Tedesco sarebbe stato il collegamento tra mondo degli affari e politica, ma il senatore Pd respinge le accuse e in una memoria di dieci pagine depositata al gip si proclama innocente: ripercorre la fase delle dimissioni e lo «stillicidio continuo di notizie», sottolinea di essere venuto a conoscenza dei fatti contestati solo dai giornali e si dice comunque fiducioso di poter dimostrare di aver lavorato per il «pubblico interesse».

Le indagini vanno avanti a ritmo serrato. I carabinieri del nucleo investigativo non tralasciano alcun particolare. E conducono gli accertamenti su un doppio binario: da una parte gli interrogatori, le testimonianze di persone informate sui fatti; dall’altra le carte, una valanga di documenti che in queste ore vengono spulciate dagli esperti. Il magistrato inquirente ha infatti affidato a consulenti l’incarico di esaminare i bilanci acquisiti a fine luglio nelle sedi pugliesi delle formazioni politiche, quando sono state anche prelevate le carte relative ai contratti e ai rapporti «intrattenuti – c’è scritto nel provvedimento che dispone l’esibizione della documentazione – dai partiti con istituti di credito».

Ma nell’inchiesta figurano anche numerose intercettazioni telefoniche e ambientali. E proprio in una conversazione tra Tedesco e alcuni imprenditori sarebbero spuntati riferimenti a finanziamenti e a nomi del centrosinistra nazionale: per questa ragione l’inchiesta potrebbe valicare i confini pugliesi.
Intanto oggi, proprio mentre il Csm valuterà se intervenire pubblicamente a difesa della pm Digeronimo dopo gli attacchi pubblici da parte di Vendola, arriverà a Bari la commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale, per avviare audizioni sullo scandalo che totalmente ha travolto la gestione politico-amministrativa della sanità da parte della Regione Puglia.

Le audizioni si terranno nella prefettura di Bari, e domani sarà ascoltato il presidente Nichi Vendola e l’attuale assessore regionale alla Sanità, Tommaso Fiore. Oltre ai politici sarà ascoltato anche il procuratore della Repubblica uscente Emilio Marzano, e i due sostituti procuratori titolari di inchieste, proprio Desirée Digeronimo e Lorenzo Nicastro.

Il Giornale

***

Regione Puglia

Il «metodo Gianpi» e il centrosinistra

Tarantini per tre ore dal pm della sanità

L’imprenditore ricostruisce gli affari con il figlio del senatore Tedesco


BARI — Ma il sistema Ta­rantini, di accaparrarsi appal­ti e forniture con ogni mezzo più o meno piccante, era lo stesso già quando Gianpi era in affari con il figlio del sena­tore Pd Alberto Tedesco? E il metodo di oliare i rapporti con favori più o meno confes­sabili ha funzionato anche in ambienti di centrosinistra?

Ha cercato di scoprirlo ieri il pm antimafia Desireé Dige­ronimo che lo ha interrogato per tre ore. Una deposizione che segna il debutto ufficiale dell’imprenditore, arcinoto per aver pagato Patrizia D’Ad­dario per la prestazione ses­suale fornita al premier Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli, nell’inchiesta sulla sanità pu­gliese. L’indagine che ipotiz­za l’esistenza di una sorta di «cupola» interna all’assesso­rato alla Sanità che spartiva affari, voti, denaro da destina­re a partiti di centrosinistra e favori a boss locali. Indagato chiave l’ex assessore Alberto Tedesco, dimessosi dall’inca­rico appena raggiunto dalla notizia dell’inchiesta e ripe­scato dal Pd al Senato dopo l’elezione alle Europee del se­natore Paolo De Castro. All’in­terrogatorio Gianpi, che non era indagato in questo proce­dimento ma in altri connessi, si è presentato con uno dei suoi avvocati, Guido Quaran­ta. L’altro suo difensore, Nico D’Ascola, non ha voluto con­fermare né smentire che la sua posizione di persona in­formata sui fatti di Tarantini sia rimasta inalterata alla fine della deposizione. Nessuna smentita nemmeno sul fatto che nell’interrogatorio si sia parlato di escort. Finora le amichette festanti di Gianpi non avevano fatto la loro comparsa in questa inchie­sta.

Ma cosa ha detto Gianpi? Il pm Digeronimo ha ripercor­so le tappe della carriera di Ta­rantini come imprenditore. Si è tornati indietro al 2004 quando Tarantini era amico di Giuseppe Tedesco e assie­me si occupavano di un’azien­da di forniture di protesi. Un sodalizio che poi finì con il deteriorarsi dei rapporti fra i due. Gianpi cominciava a «fa­re le scarpe» al suo amico, malgrado lui lo avesse aiuta­to al momento della morte del padre di Tarantini, a risol­levare l’azienda. All’epoca il senatore Tedesco era consi­gliere di opposizione, ritenu­to da molti «morbido» nei confronti della linea Fitto sul­la Sanità. La frattura tra i Te­desco e Tarantini ad un tratto divenne insanabile come di­mostra un’intercettazione agli atti tra l’ex assessore e l’ex consigliere regionale Udc Tato Greco. In cui Tedesco chiede all’amico: «Senti Tato, ti volevo parlare, c’è una si­tuazione che sta diventando incresciosa tra i Tarantini e i miei figli (...). È successo che si stanno comportando in ma­niera poco corretta. Nel sen­so che stanno rompendo le p... sui clienti. Hanno fatto scherzetti vari con alcuni listi­ni eccetera eccetera». Tato: «E io cosa posso fare? Dim­mi... ».

Virginia Piccolillo
Corriere Sera - 05 settembre 2009
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Di Loredana Morandi (del 06/09/2009 @ 23:40:27, in Magistratura, linkato 1324 volte)
L'ex ministro della Giustizia, Castelli

"Caso Recco, parli Alfano"


"Lo so che successe anche a me. E successe anche con la legge Bossi-Fini. Bisogna intervenire subito e non mollare un millimetro". Roberto Castelli, senatore della Lega ed ex ministro della Giustizia, legge il caso di Recco e s'inalbera

«Vede quel giudice di pace che manda di fatto "«assolto" un immigrato accusato del nuovo reato di clandestinità perché si tratta di un fatto "tenue"? È una cosa che accade soltanto in Italia», aggiunge l'ex Guardasigilli.

Che cosa, senatore, accade solo da noi?
«Che viene fatta una legge e poi il magistrato, invece di fare il suo dovere che è quello di applicarla, decide quali sono le parti da prendere in considerazione. Le altre le ignora».

 Come le ignora?
«E già, succede così. Ci sono magistrati che si sentono in diritto di stabilire che di una legge si possono applicare solo le parti che si condividono. È una visione ideologica del proprio lavoro». Senatore, il caso di Recco rischia di mandare a monte una parte fondamentale della legge. La decisione del giudice di pace potrebbe fare giurisprudenza. «Non c'è dubbio. Infatti mi auguro che il ministro della Giustizia intervenga immediatamente».

E che cosa dovrebbe fare?
«Guardi, non mi permetto di dare suggerimenti all'attuale ministro. Però io, quando ero Guardasigilli, in casi analoghi, avviavo immediatamente un'azione disciplinare e chiedevo al Csm di intervenire. In questo caso però prenderei nota del nome del giudice e, quando scade il mandato, non lo riconfermerei».

Ed è servito a qualcosa?
«È servito fin quando si arriva al Csm. I magistrati togati non sono cittadini italiani e dunque rispondono solo a loro stessi di quello che fanno. E a quel punto si autoassolvono».

Suvvia, senatore, non esageri.
«Esagero nel senso che sono troppo buono. Guardi che con l'altro governo accadde che un giudice sollevò eccezioni sulla Bossi-Fini. Ebbene, mandai un'ispezione, poi le carte al Csm e l'hanno assolto. E non è finita qui. Siccome questo giudice aveva un blog mi sono dovuto anche sorbire questo signore che mi dileggiava su internet. Pensi che neanche in Uganda accadrebbe una cosa del genere. E cioé che un funzionario dello Stato si metta a deridere il ministro dal quale dipende».

Se la mette così però perché Alfano dovrebbe perseguire la stessa strada?
 «Perché la stragrande maggioranza dei magistrati, mi riferisco in particolare a coloro che vogliono fare il loro dovere, non amano questa situazione. Giustamente vorrebbero vedere premiato chi lavora e bene e punito chi sbaglia».

E non era anche prima così?
«Sì ma ora è cambiato il clima. Quando ero ministro contro il governo molti si sentivano in guerra. Era tutto legittimato. Oggi non è così. Il Csm sa che si gioca una fetta importante di credibilità su questo terreno. E in generale tutto il mondo della giustizia è molto più tranquillo. Almeno finora non è stato così».

Finora? Perché può cambiare questo clima?
«Certo».

E perché?
«Perché c'è soltanto un fatto che può cambiare tutto».

Quale?
«La sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. Se sarà bocciato, ripartirà la guerra giudiziaria contro Berlusconi».
 
E lei che speranze nutre sul fatto che il lodo resti intatto?
«A rigor di logica non ci dovrebbe essere nulla da temere. Ma sappiamo che sono vicende che rispondono ad altre logiche. E dunque non sono molto ottimista».

Fabrizio dell'Orefice
Il Tempo - 06/09/2009
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