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 fox ... Stephanie Pui Mui Law... di Lunadicarta
 
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Il male non sta solo nell'atto di compiere il male, sta nel non prendere posizione contro il male.

Oriana Fallaci
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

LA FRONTIERA DEI DIRITTI

IL DIRITTO DELLA FRONTIERA

(Lampedusa, 11-12 settembre 2009)




Per una legislazione della immigrazione giusta ed efficace La normativa sull'immigrazione in vigore nel nostro Paese, che la legge Turco-Napolitano aveva originariamente disegnato secondo una “logica binaria” (politiche di accoglienza nei confronti degli immigrati regolari e draconiano rigore nei confronti dell’irregolarità), si è progressivamente venuta connotando come univocamente orientata verso una complessiva scelta di rifiuto; una scelta che si è esplicitata, in particolare, attraverso l'abbandono delle precedenti misure, ancora timide e insufficienti, che andavano nella direzione di una integrazione possibile. Una normativa, quella oggi applicabile, i cui cardini sono rappresentati da alcune opzioni fondamentali:

a) una drastica chiusura dei canali di ingresso regolare;

b) una netta tendenza verso la precarizzazione del soggiorno;

c) una disciplina degli allontanamenti, sottoposta a frequenti modifiche di segno peggiorativo, caratterizzata da allarmanti profili di illegittimità costituzionale e foriera di una forte spinta verso l'ulteriore amministrativizzazione dei diritti fondamentali degli stranieri;

d) un sensibile irrigidimento della normativa penale secondo caratteri di specialità che ne deformano il volto garantista;

e) uno svuotamento, in termini di effettività, del diritto d'asilo.

Un insieme di scelte normative che non ha condotto a un governo giusto ed efficace dei fenomeni migratori, ma ha comportato una profonda compressione dei diritti fondamentali dei migranti. Né ha raggiunto gli scopi dichiarati e, in particolare, non ha ridotto l'area dell'immigrazione irregolare, destinata anzi ad allargarsi a causa sia della mancata adozione di strumenti di assorbimento della clandestinità, sia della drastica chiusura dei canali di ingresso legale. E nemmeno ha favorito l'integrazione dell'immigrazione regolare, che, attraverso l'accentuazione dei processi di precarizzazione / amministrativizzazione della condizione giuridica degli stranieri indotta dalle nuove norme in tema di soggiorno e di allontanamento, è stata spinta verso una dimensione sempre più marcatamente servile, ancorando il godimento dei diritti all'esistenza di un lavoro “regolare” e ponendo lo straniero in una condizione di totale subordinazione rispetto al datore di lavoro.
Da ultimo, la punizione a titolo di reato dell'ingresso e del soggiorno irregolare dello straniero nel territorio dello Stato ha finito per criminalizzare mere condizioni personali, con una scelta che presenta molteplici profili di illegittimità costituzionale. La norma, infatti, è priva di fondamento giustificativo, poiché la sua sfera applicativa è destinata a sovrapporsi integralmente a quella dell'espulsione quale misura amministrativa, il che ne mette in luce l’assoluta irragionevolezza. La nuova figura di reato, inoltre, è chiaramente incompatibile con il ruolo di extrema ratio che secondo una concezione autenticamente liberale la sanzione penale deve rivestire e che impone un suo utilizzo, nel rispetto del principio di proporzionalità, soltanto quando manchino altri strumenti idonei al raggiungimento dello scopo di tutela di un determinato interesse. Né un fondamento giustificativo del nuovo reato può del resto essere individuato sulla base di una presunta pericolosità sociale della condizione del migrante irregolare: la Corte costituzionale (sent. 78 del 2007) ha infatti già escluso che la condizione di mera irregolarità dello straniero sia sintomatica di una pericolosità sociale dello stesso, sicchè la criminalizzazione di tale condizione, stabilita dal disegno di legge, si rivela anche su questo terreno priva di fondamento giustificativo. L'introduzione del reato, peraltro, produrrà una crescita abnorme di ineffettività del sistema penale, gravato di centinaia di migliaia di ulteriori processi privi di reale utilità sociale e condannato per ciò alla paralisi. In definitiva, quindi, ci troviamo davanti ad uso simbolico della sanzione penale, secondo una tendenza ormai frequentissima nella nostra legislazione, che qui viene ulteriormente esasperata con l’evidente fine di contribuire a costruire un’identità negativa dello straniero, rappresentato, secondo una logica xenofoba, come un potenziale delinquente (ché la condizione di irregolarità è sempre in agguato).
La "questione immigrazione" è la vera "questione democratica" degli anni a venire. Una diversa politica sul punto è possibile e realistica, a patto di dismettere definitivamente rappresentazioni apocalittiche dei fenomeni migratori che servono soltanto a fomentare le paure, che, sulla spinta emotiva, portano a soluzioni del tutto inefficaci tuttavia contrabbandate come definitive e ineluttabili. Soluzioni che non soltanto lasciano irrisolti i problemi reali connessi a questo fenomeno epocale ma che producono profonde ingiustizie sul piano del rispetto dei diritti fondamentali dei migranti. È necessario, dunque, porre termine all’equivoco ingenerato da immagini fuorvianti come quella della invasione, pacificamente smentita dai dati forniti dagli osservatori del fenomeno.
Non soltanto le cifre degli ingressi e dei soggiorni – regolari e irregolari – sono, nel nostro Paese, sostanzialmente costanti negli ultimi anni, ma, quel che più conta, si presentano percentualmente
inferiori a quelli della maggior parte dei Paesi occidentali. Occorre nondimeno prendere atto, come un fatto e non come una opzione ideologica, che tutto il pianeta è coinvolto in un processo di redistribuzione complessiva della popolazione: si tratta di un processo – prodotto da cause profonde, non contingenti – che non può essere affrontato ricorrendo alle logiche dell’emergenza, né, tanto meno, adottando mistificatori proclami sull'immigrazione zero. I fenomeni migratori vanno, invece, governati; e possono essere governati con strumenti che coniughino, in una prospettiva di gradualità e integrazione, giustizia ed effettività.In ogni caso qualunque politica dell’immigrazione non può compromettere i diritti fondamentali della persona

Per queste ragioni e a questo fine, è necessario che una legislazione davvero giusta ed efficace si ispiri alle seguenti linee–guida:

a) Assicurare alla disciplina su ingressi e soggiorno dei migranti la necessaria flessibilità.

Le politiche di sostanziale chiusura seguite nel nostro Paese non hanno limitato gli ingressi, ma hanno semplicemente prodotto clandestinità. In particolare, la regola-cardine del sistema che subordina l’ingresso regolare dei migranti all’incontro a distanza, a livello planetario, tra domanda ed offerta di lavoro non funziona: anche le ragioni dell’impresa escludono la praticabilità di assunzioni di stranieri al buio. Si devono, allora, reintrodurre e rafforzare quegli istituti – si pensi al cd. sponsor ed al ricongiungimento familiare – che, facendo leva sulla catena migratoria e sul legame familiare, assicurano la necessaria elasticità alla disciplina degli ingressi, agevolando, al tempo stesso, l’integrazione degli immigrati. Più in generale, è necessario prevedere, nell’ambito delle quote di ingresso, la possibilità di entrare nel nostro Paese per ricercare un lavoro: è questo, infatti, l’unico meccanismo in grado di associare le ragioni del mercato del lavoro a quelle che stanno alla base dei flussi migratori. D’altra parte, legare strettamente il soggiorno dello straniero al mantenimento del posto di lavoro significa spingere la condizione dei migranti verso una dimensione sostanzialmente servile, precludendo, oltre tutto, l’ulteriore sviluppo di percorsi di integrazione già avviati, anche nel mondo del lavoro. Recidere questo legame significa spezzare l’alternativa secca allontanamento/clandestinizzazione nella quale vengono a trovarsi gli immigrati che hanno perso il posto di lavoro; significa superare quel divieto di disoccupazione che, al giorno d’oggi, sembra valere solo per gli stranieri.

b) Favorire l'emersione della clandestinità e i comportamenti virtuosi.

Nell’attuale sistema, mentre la strada che porta il migrante dalla condizione di regolare a quella di irregolare è facilmente percorribile, agevolata dalla precarietà del soggiorno e dalla vischiosità delle procedure di rinnovo dei titoli abilitativi, il passaggio dalla condizione di irregolare a quella di regolare è assolutamente precluso. Anche questa caratteristica del sistema produce clandestinità e, allo stesso tempo, non spinge i migranti irregolari verso l’assunzione di comportamenti virtuosi. È necessario allora introdurre meccanismi di regolarizzazione individuali e permanenti fondati sul decorso del tempo – che in tutti i rami dell’ordinamento giuridico adempie alla sua naturale funzione di saldare il diritto al fatto – e su indici di integrazione, quali, ad esempio, la mancata commissione di reati e il raggiungimento ex post delle condizioni che avrebbero consentito l’ingresso regolare.

c) Assegnare all'espulsione il ruolo di extrema ratio nel governo dell’irregolarità, superando i trati di specialità che caratterizzano il sistema penale.

L’immigrazione non si può governare con le espulsioni: come insegna l’esperienza di questi anni, prevedere l’espulsione come sanzione per qualsiasi forma di irregolarità significa condannare il sistema nel suo complesso alla ineffettività, allargare a dismisura il divario tra allontanamenti decretati ed allontanamenti eseguiti, attribuire uno spazio abnorme alla discrezionalità dell’autorità di polizia, chiamata a definire in concreto lo status di regolarità/irregolarità dello straniero sulla base delle c.d. regole del disordine. La misura dell’espulsione va, dunque, riservata alle ipotesi di irregolarità più
gravi. Ridotta – anche grazie ai meccanismi sopra indicati – l’area della irregolarità ed assegnato all’espulsione un ruolo di extrema ratio nella sua gestione, potranno essere ridimensionate quelle torsioni sul piano delle garanzie costituzionali dei migranti che oggi condizionano pesantemente il sistema (tra le altre, ad esempio, quelle relative alla tutela giurisdizionale contro i provvedimenti di allontanamento), rendendo, oltre tutto, strutturalmente instabile una normativa esposta a continui aggiustamenti legislativi e a profonde rivisitazioni giurisprudenziali. Coniugare, su questo terreno, effettività e giustizia significa, inoltre, restituire ai diritti fondamentali dei migranti, quali il diritto alla libertà personale, quella sacralità messa duramente a repentaglio da istituti quali la detenzione amministrativa.

d) Abbandonare la prassi delle illegittime operazioni nel Canale di Sicilia.

Negli ultimi mesi si è assistito ad un salto qualitativo nelle iniziative del Governo italiano contro i migranti. Quelle operazioni di navi militari che con espressione atecnica sono state definite “respingimenti”, in realtà:

- ignorano la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, del 1951;

- ignorano l’articolo 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che vieta le espulsioni collettive;

- ignorano l’articolo 63 del Trattato della Comunità europea e le norme che vi hanno dato attuazione, le Direttive CE 2004\83 e 2005\83 ed il Regolamento CE 526\06;

- ignorano l’articolo 10 del decreto legislativo numero 268 del 1998.

Il respingimento:

- è un atto amministrativo della Polizia di frontiera;

- può essere adottato solo ai valichi di frontiera, previ i controlli sull’identità e sulla condizione dello straniero;

- deve essere necessariamente documentato, per consentire controlli e tutele.

La formale base legale degli interventi in acque internazionali che sono stati affidati alla Marina militare è rappresentata da un accordo bilaterale con il Governo della Libia, il quale parteciperebbe alla fase finale di una attività di soccorso in mare internazionale.
Questo accordo, di carattere politico e non sottoposto a legge di autorizzazione e ratifica a norma dell’articolo 80 della Costituzione, non può in alcun modo autorizzare la violazione di disposizioni costituzionali, internazionali e comunitarie.

Da Lampedusa, luogo che evoca le immagini di un’umanità dolente e disperata, ma anche quello dell’impegno di tante persone che lavorano per l’accoglienza e l’incontro con l’Altro, deve partire una nuova stagione di impegno per i magistrati e per la cultura giuridica, con il comune obbiettivo di:

-sensibilizzare tutti alla tutela dei diritti fondamentali di quanti cercano soltanto una vita migliore nel nostro Paese, per sfuggire alla guerra e alla miseria;

- evidenziare il contrasto di queste norme con la tavola dei diritti fondamentali e prospettare, con coraggio e rigore professionale, le soluzioni ed i rimedi per ovviare alle lacerazioni più gravi che nel tessuto del nostro sistema giuridico deriverebbero da applicazioni che acriticamente non si facessero carico di quei vincoli, anche sovranazionali, che obbligano l’interprete al rispetto di principi universali ed inderogabili

Questo impegno nasce dalla convinzione che si tratta di valori non di una parte, ma dell’intera collettività, di una moderna democrazia come quella che trova fondamento nella nostra Costituzione.

Lampedusa, 11-12 settembre 2009

Magistratura democratica,  Medel, Movimento per la giustizia - Art. 3
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Come ti nego i diritti di cittadinanza


di Domenico Gallo
Liberazione, 16/09/2009


Unicuique suum: a ciascuno il suo.  E’ questo il motto che potrebbe essere applicato al c.d. “pacchetto sicurezza”, approvato con la legge n. 94/2009 , entrata in vigore l’8 agosto.

Questa legge è un coacervo di misure discriminatorie e persecutorie nei confronti dei gruppi sociali più deboli.  Se hanno suscitato qualche protesta le misure  persecutorie più assurde nei confronti degli immigrati irregolari (come il reato di clandestinità, il divieto di matrimonio ed il divieto per le madri di riconoscere i propri figli), poca attenzione è stata rivolta alle norme discriminatorie  riservate ad altri gruppi sociali. In realtà, per quanto possano apparire disomogenee le materie trattate, c’è un filo conduttore che organizza le disposizioni in materia di sicurezza pubblica. C’è una logica in questa follia: tutto gravita intorno al principio delle discriminazione dei soggetti deboli. Se gli immigrati (regolari o irregolari) sono particolarmente vessati,  non per questo il legislatore leghista si è dimenticato dei Rom, dei senza casa, e dei poveri in genere, ed ha dato a ciascuno il suo.

Per quanto riguarda il popolo Rom, a parte le misure penali di aggravamento dei reati connessi alla povertà, nel pacchetto sicurezza vi è una specifica disposizione discriminatoria, passata quasi inosservata. Si tratta della norma relativa alle iscrizioni anagrafiche (art. 1, comma 18).

Questa norma, nella sua versione originaria, in pratica, impediva ai poveri di ottenere l’iscrizione nei registri dell’anagrafe, subordinando l’iscrizione e la richiesta di variazione anagrafica alla verifica, da parte dei competenti uffici comunali delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile in cui il richiedente intendeva fissare la propria residenza.  In questo modo decine di migliaia di famiglie povere  avrebbero perso – automaticamente - il diritto alla residenza. Si pensi, per es. alle migliaia di famiglie che ancora vivono nei “bassi”  in una città come Napoli.

Ciò avrebbe comportato qualche problema con l’opinione pubblica, specie in quelle fasce sociali, più umili, che vivono ancora nel mito del berlusconismo.

Per questo la norma è stata cambiata alla Camera, con l’emendamento sul quale il Governo ha posto la fiducia.

Nella nuova versione i comuni non devono più accertare la sussistenza del requisito igienico sanitario dell’immobile, tuttavia “l’iscrizione e la richiesta di variazione anagrafica possono dar luogo alla verifica da parte dei competenti uffici comunali delle condizioni igienico sanitarie dell’immobile”.

Insomma ogni comune è libero – a sua discrezione – di non iscrivere nei registri anagrafici quelle persone che abitano in alloggi inadeguati. Quindi ogni comune è libero di scegliere quali poveri tenersi e quali buttare via.

In questo modo si è realizzata la quadratura del cerchio. Il requisito igienico sanitario dell’alloggio diventerà un ottimo strumento politico per selezionare le minoranze indesiderabili ed escluderle dal circuito della cittadinanza, senza mettere a rischio il consenso politico di cui gode l’attuale maggioranza.

Ci vuol poco a capire che questa minoranze indesiderabili per i cittadini del Bel Paese sono soprattutto, se non esclusivamente, i Rom. Chi vive in un campo nomadi è difficile che disponga di un alloggio dotato dei requisiti igienico-sanitari richiesti dalla norme vigenti. Conseguentemente costoro – a discrezione dei sindaci – possono perdere il diritto ad essere iscritti nell’anagrafe delle persone residenti.

Senonchè l’iscrizione nell’anagrafe delle persone residenti è  presupposto indispensabile per l’esercizio dei diritti di cittadinanza. A partire dall’esercizio del diritto di voto, per finire all’iscrizione al Servizio Sanitario nazionale, alla scelta del medico di base ed all’iscrizione dei propri figli alla scuola dell’obbligo.

 In conclusione, invece di rimuoverli, come impone l’art. 3 della Costituzione, la legge utilizza gli ostacoli di ordine economico e sociale come pretesto per limitare - di diritto - la libertà e l’eguaglianza delle persone ed escludere dalla cittadinanza quelle minoranze destinate ad essere discriminate.

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Di Loredana Morandi (del 17/09/2009 @ 06:19:21, in Politica, linkato 1236 volte)
NANIA (PDL): CORDOGLIO
E VICINANZA ALLE FAMIGLIE


"Esprimo tutto il mio cordoglio e la mia vicinanza alle famiglie dei nostri soldati rimasti vittime di un vile attentato a Kabul, mentre erano impegnati a sostenere la democrazia in Afghanistan.

In questo momento di profondo dolore è doveroso ricordare e celebrare il loro esempio di valore e il loro sacrificio estremo per difendere per conto della Italia la pace nel mondo".

Così il vice Presidente del Senato, Domenico Nania.

17 settembre 2009
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CORDOGLIO AFGHANISTAN
ANNULLATA MANIFESTAZIONE A ROMA
DELLA LISTA "SEMPLICEMENTE DEMOCRATICI"



A seguito del tragico attentato subito in Afghanistan dai nostri militari, la manifestazione per la presentazione nazionale della lista "Semplicemente democratici" per Dario Franceschini con David Sassoli, Debora Serracchiani, Sergio Cofferati, Rita Borsellino, Francesca Barracciu e di moltri altri esponenenti del Partito democratico viene annullata e rinviata a data da destinarsi

Si pregano i colleghi di prenderne nota.

Grazie

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AFGHANISTAN - DI GIOVAN PAOLO:
RINVIATA LA MANIFESTAZIONE
"SEMPLICEMENTE DEMOCRATICI"


Care democratiche, cari democratici,

a causa del lutto nazionale, conseguente all'attentato subìto dai nostri militari in Afghanistan, l'iniziativa prevista a Roma per oggi pomeriggio alle 18, a piazza Santa Maria in Trastevere, per la presentazione della lista "Semplicemente democratici", è stata rinviata ad altra data.
Vi terrò informati sugli sviluppi dell'iniziativa. Intanto però vi confermo quella del 22 settembre, alle ore 18 al Teatro Capranica di Roma, dal titolo “PD, liberiamo il futuro” a cui parteciperanno Dario Franceschini – candidato alla segreteria nazionale del Partito Democratico, e Roberto Morassut – candidato alla segreteria regionale del Lazio del PD.

Un caro saluto
Roberto Di Giovan Paolo

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AFGHANISTAN: SASSOLI (PD),
CORDOGLIO E DOLORE PER NOSTRE VITTIME



“Esprimo dolore e profondo cordoglio a nome mio e di tutti gli europarlamentari della delegazione del Partito democratico per la morte dei nostri militari in Afghanistan. Ancora una volta l’Italia subisce una tragica perdita di vite umane nell’esercizio di un difficilissimo impegno per portare un po’ di pace alla popolazione afghana. Rivolgiamo un affettuoso pensiero e tutta la nostra vicinanza alle famiglie dei caduti”. Così David Sassoli, capodelegazione del Pd al Parlamento europeo sull’attentato a Kabul

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Afghanistan: Pedoto (Pd):
cordoglio e vicinanza a familiari vittime



“Esprimo profondo cordoglio per le vittime del vile attentato di questa mattina in Afghanistan”. Così Luciana Pedoto, componente Pd in commissione Affari Sociali che lo scorso maggio con una delegazione della Presidenza della Camera ha fatto visita alla base del contingente italiano di stanza a Farah, nella parte occidentale del Paese, che ospita circa 150 paracadutisti del 180° Reggimento della Folgore. “I nostri soldati svolgono in condizioni difficilissime un compito altamente delicato, con un impegno e una professionalità che ha loro garantito il rispetto della popolazione civile. Ai familiari delle vittime – conclude – va tutta la mia solidarietà e vicinanza umana”.

Roma, 17 settembre 2009

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AFGHANISTAN: GARAVAGLIA (PD),
STRINGERSI A FAMIGLIE VITTIME, COMMENTI DOPO.



“Il vile attentato contro i nostri soldati in Afghanistan è una tragedia che colpisce l’intero Paese, che in questo momento deve raccogliersi, in piena unità, nel dolore delle famiglie delle vittime e far sentire la propria solidarietà ai militari impegnati in questa difficile missione all’estero. Ci sarà tempo, in futuro, per discutere sulla natura e prospettiva del nostro impegno in quel Paese”. Lo dichiara in una nota la senatrice del PD Mariapia Garavaglia.

Roma 17 settembre 2009

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AFGHANISTAN: SORO,
IL CORDOGLIO DEL GRUPPO DEL PD



"A nome di tutti i deputati del gruppo del Pd esprimo profondo cordoglio per la morte dei nostri soldati uccisi oggi in un vile attentato terroristico a Kabul”. Così il presidente del Gruppo del Pd, Antonello Soro, che aggiunge: “in questo momento di grande tristezza desidero inoltre esprimere la nostra vicinanza e solidarietà a tutti i familiari e rivolgere un pensiero d’affetto e riconoscenza a tutti i militari che stanno operando nell’area con grande responsabilità per favorire la nascita della democrazia afgana”.

Roma, 17 settembre 2009

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Afghanistan: Villecco Calipari (Pd), non basta il dolore
per rendere giustizia a questi morti



“Il primo pensiero va ai nostri soldati che hanno perso la vita cercando di onorare il compito che il nostro paese gli ha affidato, e ai loro colleghi rimasti feriti in modo grave.
Sento forte il dovere di essere vicino ai loro familiari in un momento in cui sono costretti a misurarsi con un dolore così grande. Altrettanta pietà voglio rivolgere alle vittime civili di questo vile attentato e alle centinaia di afghani rimasti feriti.”

Lo ha dichiarato Rosa Villecco Calipari, capogruppo Pd in commissione Difesa.

“Mi chiedo – prosegue Calipari - quanto altro sangue dovrà essere versato per la stabilizzazione dell’Afghanistan. Questa stessa domanda dovrebbe essere posta nelle sedi internazionali al fine di assumere una forte e seria iniziativa politica da affiancare alla presenza militare internazionale.”
“Il paradosso è che il nostro paese così fortemente impegnato nella missione militare non riesca a sviluppare una iniziativa diplomatica altrettanto efficace come sarebbe invece necessario soprattutto – conclude Calipari - all’indomani della elezione di Karzai su cui si avanzano sospetti di brogli che ne mettono in discussione la leggitimità .”

Roma, 17 settembre 2009

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AFGHANISTAN: MARCUCCI (PD),
"DOLORE PER LA STRAGE DI KABUL"


Dichiarazione del senatore Andrea Marcucci, membro della delegazione parlamentare dell’OSCE

“Un vile attentato che è costato la vita ai nostri militari ma anche a cittadini afgani. In queste ore drammatiche la nostra solidarietà va alle famiglie delle giovani vittime, al 186° Reggimento paracadutisti della Folgore e alla città di Siena che li ospita. Ci sarà modo e tempo nei prossimi giorni per valutare i rischi della missione italiana in quel Paese”. Lo ha dichiarato in una nota il senatore Andrea Marcucci (PD), membro della delegazione parlamentare dell’OSCE .

17 settembre 2009


*Avvertenza per i lettori di Facebook: Tutti i comunicati stampa sono originali e provenienti dalle segreterie politiche, si prega la citazione del sito di provenienza.
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Lutto in Afghanistan: Federazione Nazionale Stampa Italiana



Rinviata la manifestazione prevista per
sabato 19 settembre a Roma, in Piazza del Popolo


“Con profondo rispetto verso i caduti, nell’espressione di un’autentica, permanente volontà di pace quale condizione indispensabile di una informazione libera e plurale capace di rappresentare degnamente i valori della convivenza civile, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ha deciso, d’intesa con le altre organizzazioni aderenti (Cgil, Acli, Arci, Art. 21, Libertà è Giustizia e numerose associazioni sindacali, sociali e culturali), di rinviare ad altra data la manifestazione per la libertà di stampa programmata a Roma per sabato prossimo.
In un momento tragico come questo ci stringiamo attoniti accanto ai nostri morti in Afghanistan. Sono morti dell’Italia che paga oggi un pesante tributo nella frontiera della sicurezza internazionale e della lotta al terrorismo. Il nostro rispettoso pensiero va subito ai soldati caduti, alle loro famiglie, alle Forze Armate che, in un Paese martoriato, rappresentano la nostra comunità in ossequio a risoluzioni dell’Onu, in una complicata ricerca di una via di uscita dell’Afghanistan dal terrore verso la democrazia.
I giornalisti, che hanno pagato alti prezzi di sangue per il diritto- dovere di informare compiutamente i cittadini su dolorose vicende belliche e del terrorismo in ogni parte del mondo, rinnovando la solidarietà e il cordoglio nei confronti di tutti i caduti e delle loro famiglie, riconfermano l’impegno permanente per un’ informazione che dia sempre voce alle ansie, alle speranze, alle idee di tutti.”

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2009-09-17 12:57

ATTACCO CONTRO ITALIANI A KABUL, 6 MORTI E 4 FERITI


ANSA - ROMA - E' stata un'autobomba a provocare la strage degli italiani a Kabul: 6 i morti e 4 i feriti.
Secondo una prima ricostruzione, un'auto carica di esplosivo è scoppiata al passaggio del primo mezzo del convoglio, uccidendo tutti e cinque gli occupanti. Danni gravi anche al secondo Lince: uno dei militari a bordo è morto e altri quattro sono rimasti feriti. Questi ultimi non sono in pericolo di vita.

I sei soldati italiani morti appartengono al 186/mo reggimento della Folgore che erano di stanza a Kabul dove ci sono circa 450 militari italiani.
I morti sono quattro caporal maggiore, un sergente maggiore e il tenente che comandava i due Lince.
Strazio e dolore nella caserma Roberto Bandini, sede del 186/mo reggimento Folgore e del quinto Battaglione El Alamein da dove provengono i militari uccisi e feriti nell'attentato a Kabul. La notizia ha sconvolto tutti e anche le attività in caserma si sono fermate. Nessun commento ufficiale arriva dai vertici della caserma. Tutti, soldati e ufficiali, stanno ascoltando i notiziari radiofonici e televisivi per conoscere i particolari dell' attentato, in attesa delle informazioni ufficiali che arriveranno da Roma. I militari che escono o entrano in caserma non hanno voglia di parlare, ma manifestando con lo sguardo lo sgomento di questi momenti. La caserma si trova in Piazza delle Armi, poco fuori le mura, é perfettamente inserita nel tessuto cittadino anche perché spesso i militari si allenano e compiono piccole esercitazioni negli spazi circostanti.

Nell'attentato a Kabul sono rimasti uccisi anche 4 poliziotti afghani, mentre 25 persone sono rimaste ferite. Lo ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa parlando. "Alle 4 vittime delle forze afghane e ai 25 feriti, prevalentemente civili - ha sottolineato il ministro a margine del suo intervento al Senato - va il nostro sentito cordoglio". La Russa ha poi spiegato che la decisione di riferire alla Camera alle 18 è stata presa per dare tempo ai comandi militari di fornire un "rapporto dettagliato", in modo da portare in Parlamento un'informazione completa su quanto accaduto questa mattina a Kabul.
L'attacco ai militari italiani a Kabul, costato la vita a sei soldati, "é una grande tragedia". Lo dichiara il portavoce della Nato James Appathurai, esprimendo la vicinanza dell'Alleanza all'Italia, di cui ricorda "l'importante contributo" alla missione Isaf in Afghanistan.
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Questa è l'esatta ragione per la quale io ho fermato il blog Informare per Resistere su Facebook da una azione sbagliata. Capito Helene? Io non ho mai detto che non dovete essere giovani e felici: la Legalità nell'agire è tutt'altra cosa e NON ci si può improvvisare giustizialisti da un giorno all'altro. Sei stata mal consigliata.
La competenza per "impugnare" una normativa è SEMPRE delle Procure e dei Tribunali.
Ovvero è la Magistratura sul campo ad intervenire in merito all'esecuzione tecnica di una nuova Legge. Ciò perché la Magistratura è il Terzo Potere dello Stato, ed è competente per quanto concerne l'applicazione delle Leggi, che a loro volta sono votate dal Parlamento e promulgate dal Presidente della Repubblica. Al cittadino invece compete il solo strumento del "Referendum", previo una raccolta firme.

IMMIGRAZIONE

Reato di clandestinità, la procura
«impugna» la normativa: incostituzionale


Nel primo giorno di udienze, il procuratore Serpi ha presentato l'eccezione di illegittimità

Per la procura di Bologna il reato di clandestinità è incostituzionale. Così tutti i procedimenti che riguardano immigrati irregolari finiscono nel congelatore. Ad avanzare dubbi di legittimità stavolta non è l'opposizione di governo, ma la procura del capoluogo emiliano che ha «impugnato» la normativa. Nel giorno della prima udienza, in cui i giudici di pace dovevano affrontare tutti i casi raccolti dall'8 agosto (da quando cioè il nuovo reato è stato introdotto), piazza Trento e Trieste ha sollevato un'eccezione di incostituzionalità. Tra i motivi, la violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge, che verrebbe meno due volte: da un lato non sarebbe garantito un uguale trattamento in situazioni simili, dall'altro un diverso trattamento in situazioni differenti. Anche in merito alla sospensione del procedimento penale limitatamente alle cosiddette badanti disponibili all'emersione, e non a tutto il lavoro in nero, risulterebbe violato il principio di uguaglianza di fronte alla legge. Gli altri motivi indicati dalla procura sono: la violazione del diritto di difesa, per cui nessuno è tenuto ad autodenunciarsi. la violazione del principio di ragionevolezza della legge e del principio per cui la pena deve tenere alla rieducazione del condannato.

PROCESSI CONGELATI - Il procuratore reggente Massimiliano Serpi, che ha illustrato in aula l'istanza, ha chiesto al coordinatore dei giudici di pace bolognesi, Mario Luigi Cocco, di ritenere l'eccezione non manifestamente infondata e quindi di riportare la questione alla Corte costituzionale. Cocco, tenuto conto dello «spessore delle questioni sollevate» e della corposità delle argomentazioni di Serpi, che necessitano di una «attenta valutazione», si è riservato di decidere con l’impegno di pronunciarsi nella sua prossima udienza, il 21 ottobre. Entro quella data il giudice dovrà decidere se nell’istanza del pm ci sono rilievi di fondata incostituzionalità e quindi trasmetterla alla Corte costituzionale. In questo caso tutti i procedimenti che riguardano immigrati irregolari saranno congelati in attesa dell’esame della Consulta. I processi simili saranno comunque di fatto in stand-by fino al 21 ottobre. «Esistono seri dubbi di costituzionalità», ha comunque precisato Cocco. Il primo caso giunto dinanzi ai Giudici di pace, questa mattina, è stato quello di un marocchino 33enne, fermato a Bologna dalla Polizia municipale proprio nel primo giorno di entrata in vigore del nuovo reato, l’8 agosto.

LE POLEMICHE - Contro la decisione della procura si sono subito scagliati Pdl e Lega. Il coordinatore regionale del Pdl e il suo vice, Filippo Berselli e Giampaolo Bettamio, comunque sono convinti che l’eccezione della Procura sia destinata ad essere respinta: hanno infatti la «certezza che la Corte Costituzionale riterrebbe infondata la questione» dicono in una nota congiunta. Secondo il Carroccio: «Siamo alle solite, come quando nel 2005 l’80 per cento dei magistrati, sempre da Bologna, non voleva applicare la Bossi-Fini - è il commento di Angelo Alessandri, numero uno della Lega Nord Emilia -. Non è compito dei magistrati rilevare l’incostituzionalità di una legge, dovrebbero semplicemente applicarla. Mi amareggia il fatto di vedere magistrati che continuano a utilizzare strumenti politici. Non può essere sempre un caso, queste posizioni arrivano sempre da Bologna e sempre verso lo stesso tipo di leggi».

REAZIONI - La Caritas vede invece di buon occhio la presa di posizione dei magistrati: «È un indice non indifferente - è il commento del numero uno della Caritas bolognese, Paolo Mengoli -. Secondo noi ci sono motivi fondati, ora decideranno i giudici costituzionali». Così la Cgil: «Sono osservazioni che la nostra organizzazione sostiene da molto tempo», secondo il segretario della Camera del lavoro, Cesare Melloni.

Renato Benedetto
Corriere di Bologna -16 settembre 2009 (ultima modifica: 17 settembre 2009)
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Di Loredana Morandi (del 17/09/2009 @ 03:29:44, in Magistratura, linkato 1204 volte)
17/09/2009 - 10.41

GIUSTIZIA: SAPONARA (CSM),
ALCUNI MAGISTRATI SEMBRANO IDEOLOGI.
PREGIUDIZI CONTRO IL PREMIER


(IRIS) - ROMA, 17 SET - “Alcuni magistrati, nelle loro dichiarazioni, sembrano ideologi politici più che amministratori della giustizia. Ritengo che questo tipo di magistrati, che in alcuni casi hanno pubblicamente espresso il loro disprezzo per alcuni dei loro giudicati, non siano di aiuto all’immagine della categoria. Il magistrato ideologo esaspera l’espressione della sua posizione politica, qualunque essa sia”.

Questa l’opinione rilasciata da Michele Saponara, membro laico del CSM, alle telecamere di Klauscondicio, programma tv condotto da Klaus Davi in onda su you tube.

“Un magistrato deve essere indipendente, ma deve anche apparire indipendente. Per cui, quando un magistrato si esprime in modo violento, in modo esasperato, contro la politica attuata dal Governo è chiaro che si pensa che questo magistrato non sia imparziale . Il cittadino deve essere tranquillo che quel magistrato sia indipendente, quindi non sia condizionato da ideologie e che sia equilibrato” aggiunge Saponara.

SteI - Iris Press
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Di Loredana Morandi (del 17/09/2009 @ 03:25:34, in Magistratura, linkato 1345 volte)
17/9/2009 (7:25)  - INTERVISTA

"A Bari è in gioco la credibilità"

Il procuratore Laudati: presto i risultati dell’inchiesta saranno resi di dominio pubblico

GUIDO RUOTOLO INVIATO A BARI

Sono arrivato al ministero di Giustizia, alla direzione generale Affari penali imperante il centrosinistra. Ci sono andato dopo che il Guardasigilli Clemente Mastella lanciò l’appello alla magistratura e alla politica a deporre le armi. Mastella disse che la guerra era finita. Ho chiesto il rientro in ruolo subito dopo il cambio di governo e devo dare atto al ministro Alfano di avere apprezzato il mio lavoro tecnico, e di avermi manifestato la sua stima».

Sono le otto di sera. Al quarto piano di Palazzo di Giustizia è appena terminata la riunione di coordinamento dei pm che a vario titolo si occupano di una decina di inchieste sulla malasanità. Il procuratore Antonio Laudati prova a trarre un bilancio della sua prima settimana di lavoro a Bari. Tra polemiche, esternazioni, riunioni di lavoro.

Procuratore Laudati, le leggo un post di «Nomadus» su un sito internet: «Laudati sii o mio signore con annessa genuflessione. Il ministro Alfano l’ha spedito a Bari per raffreddare l’infuocata procura...». Lei ha il mandato di normalizzare la Procura?
«Se normalizzazione significa rispetto del Codice, dell’ordinamento giudiziario e delle norme allora essere definito un normalizzatore è un complimento. Sono perfettamente consapevole che a Bari si gioca una partita di credibilità dell’intera magistratura italiana, dell’assetto dell’indipendenza della magistratura e delle garanzie di correttezza e trasparenza che deve dare il nostro ordinamento giudiziario».

Evidentemente, così non è stato finora a Bari.
«Mi sono accorto dell’esistenza di due gravi emergenze che vanno risolte, per ricondurre alla normalità la vita della Procura. La prima è l’anomalia dei rapporti tra gli uffici giudiziari e l’informazione. Sia chiaro, l’informazione assolve a un ruolo essenziale per la democrazia, è uno strumento importante di controllo del funzionamento della giustizia penale. I magistrati esercitano la loro funzione in nome del popolo italiano e ad esso devono rendere conto».

Il suo richiamo ha il sapore di una censura preventiva, di una informazione congelata...
«I processi, da quello a Socrate a Gesù Cristo, da Norimberga saltando a Cusani per finire alle escort di Bari sono occasioni attraverso cui i cittadini si interrogano sull’evoluzione della società. Direi che sono un’occasione di catarsi. Devo dire che se l’informazione si può fermare alla conoscenza dei fenomeni criminali, il processo penale deve spingersi fino alla determinazione della prova».

La sua prima esternazione è stata quella assolutoria della posizione del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi...
«Ho risposto a una domanda precisa, nel giorno in cui il Corriere della Sera pubblicava degli interrogatori di un indagato (Gianpi Tarantini, ndr), violando il segreto d’indagine. Mi è stato chiesto se sulla base di quegli interrogatori erano ipotizzabili responsabilità penali di Silvio Berlusconi. Ho risposto di no».

Il che significa che lei non ha assolto il presidente Berlusconi....
«Ho risposto che sulla base di quegli interrogatori non erano ipotizzabili reati specifici nei confronti del premier».

Parlava di due emergenze baresi. La prima il rapporto uffici giudiziari e informazione. La seconda?
«Dare risposte certe, in tempi rapidi all’emergenze investigative. In questi giorni, assolvendo a un compito che è proprio del responsabile dell’ufficio di Procura, ho cercato di sviluppare una tavola pitagorica per capire quali sono i reati che le varie inchieste sulla sanità ipotizzano, quali e quanti sono gli indagati, a quali livelli di prova sono arrivate le indagini per ciascuno degli indagati. In questi giorni, e la riunione appena terminata serviva a questo, ho cercato di avere un quadro attendibile e certo».

A quali risultati è arrivato?
«Spero che nelle prossime ore i primi risultati siano di dominio pubblico».

La Stampa

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Di Loredana Morandi (del 17/09/2009 @ 00:45:00, in Magistratura, linkato 1350 volte)
LODO ALFANO: GOVERNO A RISCHIO,
SE LA CONSULTA LO BOCCIA

 

(IL PUNTO) (ASCA) - Roma, 17 set - Le polemiche sulle modalita' della partecipazione di Silvio Berlusconi alla trasmissione televisiva ''Porta a Porta'' di martedi' sera e la diffusione delle memorie sul Lodo Alfano, la legge che rende non processabili le massime cariche dello Stato, che saranno esaminate dalla Consulta per il parere sulla costituzionalita' o meno della norma, contribuiscono a tenere in fibrillazione il dibattito politico. A giudicare dalle notizie che rimbalzavano ieri in Transatlantico, Berlusconi e Gianfranco Fini starebbero per siglare una tregua. Vittorio Feltri, direttore del ''Giornale'', ha chiesto a uno dei suoi cronisti parlamentari di intervistare il presidente della Camera.

L'intervista e' un gesto distensivo tra le due parti, dopo che Fini ha querelato Feltri per i riferimenti contenuti in un suo articolo a ''un dossier a luci rosse'' che vedrebbe tra i protagonisti alcuni ex esponenti di An. Il presidente della Camera sarebbe soddisfatto del riconoscimento da parte di Berlusconi che nel Pdl c'e' un problema di democrazia interna e che sono in campo due ipotesi per l'avvenire della destra italiana (lo ha detto a ''Porta a porta''). Nonostante questa probabile tregua tra i due leader del Pdl, nel dibattito tra i partiti tengono banco le congetture sull'evoluzione del quadro politico. Il premier, nonostante le sue smentite, punta a elezioni anticipate da unificare con quelle regionali per sconfiggere una volta per tutte i suoi critici?

Se la Consulta bocciasse il lodo Alfano, potrebbero esserci le dimissioni di Berlusconi seguite dal tentativo di formare un governo istituzionale sostenuto anche da Udc e Pd? Intanto della questione della partecipazione del premier a ''Porta a Porta'', con il conseguente rinvio della prima puntata di ''Ballaro''' su Raitre, discutera' oggi il Consiglio di amministrazione della Rai. Paolo Garimberti, presidente del servizio pubblico, ha gia preso una posizione molto critica nei confronti delle parole pronunciate da Berlusconi martedi' sera (''troppi farabutti nei giornali e in tv''): ''In tutte le democrazie occidentali le tv pubbliche sovvenzionate dal canone criticano governi, coalizioni, partiti e singoli politici senza che nessuno gridi allo scandalo. Gli uomini pubblici e di governo che pensano che la Rai debba astenersi dal riportare critiche alla loro parte scambiano il servizio pubblico con le televisioni di Stato che operano in regimi non democratici''.

Tocchera' a Mauro Masi, direttore generale della Rai, provare a proporre oggi una mediazione nella riunione del Cda della Rai spiegando le scelte aziendali a favore di ''Porta a Porta'' (gli indici di ascolto della trasmissione sono stati deludenti: 13%). Mercoledi' prossimo la Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai ha gia' deciso di convocare per una audizione Masi per chiarire le motivazioni che hanno portato alla messa in onda di ''Porta a Porta'' in prima serata, con il contestuale spostamento di ''Ballaro'''. Le polemiche sull'informazione fanno ormai parte del dibattito politico.

Piu' preoccupante per la stabilita' del quadro politico e' la decisione che verra' presa dalla Consulta. Se la Corte Costituzionale dovesse bocciare il lodo Alfano, ''ci sarebbero danni a funzioni elettive, che non potrebbero essere esercitate con l'impegno dovuto, quando non si arrivi addirittura alle dimissioni; in ogni caso con danni in gran parte irreparabili''. Lo afferma l'Avvocatura generale dello Stato che per conto della presidenza del Consiglio ha presentato una memoria di ventuno pagine depositata presso la cancelleria della Corte Costituzionale in vista dell'udienza del prossimo 6 ottobre.

La memoria difensiva, scritta dall'avvocato Glauco Nori, difende il lodo Alfano perche' in grado di coordinare due interessi: quello ''personale dell'imputato a difendersi in giudizio'' e ''quello generale, oltre che personale, all'esercizio efficiente delle funzioni pubbliche''. Viene cosi' confermato che l'eventuale bocciatura del lodo Alfano potrebbe avere effetti imprevedibili sul quadro politico.

Dalla decisione della Consulta dipendera' anche la ripresa o meno dei processi in cui il premier e' imputato (presunta corruzione dell'avvocato inglese Mills, presunte irregolarita' nella compravendita dei diritti televisivi Mediaset), oltre che il procedimento fermo presso il Gip di Roma nell'ambito del quale Berlusconi e' indagato per istigazione alla corruzione di alcuni senatori eletti all'estero durante la scorsa legislatura. L'attivita' della Corte costituzionale riprendera' la prossima settimana, dopo la sospensione per la pausa estiva. Il pronunciamento sul lodo Alfano dovrebbe arrivare entro i primi venti giorni di ottobre.
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Di Loredana Morandi (del 16/09/2009 @ 23:01:09, in Politica, linkato 1660 volte)
17/9/2009

Inutili toni apocalittici


MICHELE AINIS


Diciamolo, per una volta, a voce bassa: la sentenza sul lodo Alfano non è affatto un’ordalia, un giudizio di Dio.

La Consulta la dovrà scrivere da qui a un paio di settimane. È soltanto una fra le centinaia di pronunzie che i quindici giudici costituzionali adottano ogni anno (furono 449 nel 2008, quest'anno siamo già a quota 258). Certo, si tratterà di una sentenza sovraccarica d'effetti politici, ma dopotutto nel giudizio sulle leggi l'imputata è sempre la politica, dal momento che la legge costituisce la forma in cui s'esprime la decisione politica. E allora sarebbe molto meglio moderare i toni, recuperare un clima di normalità costituzionale. A cominciare dai diretti interessati.

Speranza vana, se dobbiamo prendere alla lettera un paio di brani apocalittici che figurano nella memoria depositata dall'Avvocatura dello Stato. Vi si legge che in caso di bocciatura subiremmo danni «irreparabili» nel buon funzionamento degli organi elettivi. Si profila addirittura il rischio che il Premier si dimetta. S'evoca il fantasma di Giovanni Leone, che lasciò anzitempo il Quirinale dopo le polemiche sullo scandalo Lockheed. E in conclusione si decanta la specifica virtù del lodo Alfano: un ombrello contro i temporali giudiziari che altrimenti interromperebbero ogni legislatura, dato che «la sola minaccia di un procedimento penale può costringere alle dimissioni».

Ora, a parte il fatto che Leone si dimise per una campagna giornalistica e non per un rinvio a giudizio, a parte il fatto che il presidente Berlusconi ha la scorza dura (in caso contrario si sarebbe già dimesso, trovandosi imputato in vari processi prima che il lodo Alfano diventasse legge), a parte il fatto che con questa logica perversa i giudici non dovrebbero neppure aprire indagini su quanti ci governano, insomma a parte tutto rimane in sospeso una domanda: è normale una difesa così, a spada sguainata? No, non è normale.

Intanto, l'Avvocatura rappresenta il governo dinanzi alla Consulta, ma già Calamandrei osservava che i governi farebbero meglio a non costituirsi, rimettendosi al giudizio della Corte. In secondo luogo, non è detto che l'esecutivo (e perciò l'Avvocatura) debba per forza sostenere la legittimità dell'atto normativo sindacato: di solito succede, ma in qualche caso (sentenze n. 63 del 1966, n. 305 del 1995, n. 233 del 1996 e via elencando) succede anche il contrario. In terzo luogo, l'argomento delle dimissioni innescate da un'inchiesta giudiziaria è un argomento politico, non tecnico; dipende da una scelta discrezionale rispetto alla quale il diritto resta muto, ed è invece sul filo del diritto che corre il sindacato di costituzionalità. No, non c'è bisogno di politicizzare ulteriormente questa decisione, non c'è bisogno d'alzare la posta scaricando sulla Corte la sopravvivenza stessa della legislatura. Meglio tornare ai codici, alle norme, ai precedenti giurisprudenziali. Sarà forse più noioso, ma alla fine della giostra avremo meno danni.

Michele Ainis per La Stampa

***

Una questione solo giuridica

Fosse un intervento parlamentare, il ragionamento dell’Avvocatura del­lo Stato, architettato per conto della pre­sidenza del Consiglio, non farebbe una piega.

Si dice, tra l’altro, che il Lodo Alfano è ne­cessario per evitare «danni a funzioni eletti­ve » che potrebbero provocare «addirittura le dimissioni», e comunque guasti «in gran par­te irreparabili». Ragionamento discutibile — anche per gli impropri paragoni con l’addio anticipato al Quirinale del presidente Leone, avvenuto nel 1978 in tutt’altri contesti e circo­stanze — ma politicamente sostenibile. Alla Camera o al Senato, per esempio, oppure in una tribuna elettorale. Un po’ meno nella se­de a cui è destinata la «memoria» consegnata dall’Avvocatura, e cioè la Corte costituziona­le. Perché al palazzo della Consulta, dove il prossimo 6 ottobre sarà esaminata la norma che impedisce di processare il premier e altre tre alte cariche durante il loro mandato, si di­scute di leggi e diritto. Di questioni squisita­mente giuridiche e giudiziarie. Che nel caso specifico hanno e avranno pure conseguenze politiche (com’è ovvio, altrimenti il governo e la sua maggioranza non avrebbero varato la versione riveduta e corretta di una legge già bocciata dalla Corte nel 2004), ma non sono questi gli aspetti a cui devono guardare i giu­dici costituzionali.

Il verdetto deve dirci se il Lodo che ha già bloccato un processo a carico di Silvio Berlu­sconi è compatibile con la Costituzione oppu­re no; se dopo quella riforma «tutti i cittadi­ni » sono ancora «eguali davanti alla legge» oppure no; se altri principi messi a fondamen­to della Repubblica sono stati violati oppure no. Non se il presidente del Consiglio tempo­raneamente in carica rischia di andare a casa troppo presto, o di diventare politicamente un po’ più debole. L’Avvocatura dello Stato può dire ciò che crede, ma non caricare i «giu­dici delle leggi» di responsabilità che non hanno. Né immaginare di condizionare con qualche fosca previsione la decisione — giuri­dica, non politica — che la Consulta è chiama­ta a prendere.

Giovanni Bianconi
Corriere Sera - 17 settembre 2009

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