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Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie, ma a causa di quelli che osservano senza dire nulla.

Albert Einstein
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 05/10/2009 @ 21:41:36, in Magistratura, linkato 1510 volte)
La giustizia di facciata e le bugie del ministro



di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 5 ottobre 2009


Non c'è tregua. Da questa estate le agenzie rilanciano a raffica le dichiarazioni del ministro della giustizia Angelino Alfano e del premier Berlusconi sul tema della lotta alla mafia.

Lo scorso 2 luglio Angelino Alfano si vantava di aver varato “norme che costituiscono, per la prima volta dai tempi del giudice Falcone, un baluardo legislativo fondamentale per affondare il colpo definitivo a cosa nostra”. Il Guardasigilli spiegava poi che tali innovazioni avrebbero consentito a magistrati e investigatori “di dotarsi di strumenti straordinariamente efficaci, all'avanguardia fra le legislazioni mondiali in materia”.
Ma vediamo la realtà dei fatti: nel Ddl sulle intercettazioni varato da mesi e pronto per essere convertito in legge viene prospettato una vera e propria “contro-riforma” nel sistema giustizia, richiesta e pretesa espressamente dal presidente Berlusconi e realizzata dal ministro Alfano.
Basta leggerne solamente alcuni stralci per rendersi conto del divario tra finzione e realtà.
Saranno 3 giudici e non più uno a decidere se concedere le intercettazioni, e solo «quando si riscontrino gravi indizi di colpevolezza e l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione dell’indagine», e questo provocherà un'evidente rallentamento (per non dire paralisi), nelle autorizzazioni a procedere, per la carenza effettiva dei giudici in Italia.
Per poter utilizzare le intercettazioni per delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o la reclusione superiore nel massimo a cinque anni (ad es. per i delitti contro la Pubblica amministrazione, per quelli riguardanti la droga, il contrabbando, le armi e gli esplosivi, l’ingiuria, la minaccia, l’usura, l’insider trading, l’aggiotaggio, la molestia anche telefonica, la diffusione di materiale pedopornografico) il Ddl sancisce che serviranno «evidenti indizi di colpevolezza».
La maggior parte dei magistrati ha illustrato la pericolosità della definizione “evidenti indizi di colpevolezza” per quanto riguarda i reati di mafia (e non solo) visto che la percentuale dei casi in cui un procedimento che ha avuto come causa investigativa iniziale e terminale un reato di mafia è solamente del 40-50%. Mentre c'è tutta un'altra galassia di indagini che approdano all'ipotesi di mafia pur nascendo da altre ipotesi di reato.
Per i reati di mafia e terrorismo ci vorranno “sufficienti indizi di colpa”, ma anche in questo caso sarà una guerra sui termini che aprirà uno scontro tra accusa e difesa. A tutto vantaggio dei tempi per la prescrizione.
Sempre nel Ddl si legge che le registrazioni audiovisive saranno autorizzate solo se c’è il «fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo attività criminosa», si tratta di un'altra assurdità visto che per scoprire un'attività criminosa molto spesso si parte da scarni indizi che con il tempo ne rivelano la reale portata.
Il Ddl, inoltre, mette un limite di tempo, con annessa proroga qualora siano emersi nuovi elementi (30 giorni +15 e 40 + 20 per mafia) e qui siamo davvero al paradosso, lontani anni luce da quelle norme che Alfano definisce “un baluardo legislativo fondamentale per affondare il colpo definitivo a cosa nostra”.
Ci troviamo invece di fronte a norme che sottraggono al pm il controllo diretto della polizia giudiziaria e il potere di acquisizione diretta delle notizie di reato.
E' evidente che in questo modo il pubblico ministero diventerà una sorte di “avvocato della Polizia”, un soggetto appiattito su un altro soggetto, che è riconducibile al Governo attraverso i ministeri cui fanno capo i vari corpi che svolgono attività di polizia giudiziaria (Interno, Difesa o Finanze, secondo che si tratti di Polizia, Carabinieri o Fiamme Gialle).
Se da una parte il ministro della giustizia rivendica di aver inasprito il 41 bis aumentando a quattro anni la durata dei provvedimenti restrittivi per chi è accusato di reati di mafia, si continuano a verificare falle pericolosissime, vedi l’esempio di un boss del calibro di Piddu Madonia che dal 41 bis continuava ad impartire ordini. E soprattutto quando si parla di 41 bis, quasi trasversalmente, la politica non accetta di rimettere in discussione la riapertura delle carceri di Pianosa e dell'Asinara. Dove il principale obiettivo del 41 bis, cioè l’isolamento al fine di recidere il legame con la famiglia mafiosa, era reale ed effettivo.
Silvio Berlusconi ha più volte arringato la folla con piglio mussoliniano: “aumenteremo la difesa dei cittadini contro la criminalità singola e anche contro la criminalità organizzata, impiegando altri militari”. Per poi passare alla summa dell'egocentrismo: "Io vorrei passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia".
L'esercito è stato visto però presidiare solamente i siti destinati alle discariche dei rifiuti o quelli indicati per l'ampliamento delle basi americane in Italia; mentre per quanto riguarda la sicurezza nelle città si è tornati a parlare di “ronde” con conseguenti scontri fisici. I disordini di Massa Carrara di quest'estate all'interno della “ronda proletaria antifascista” promossa dall'Asp - Associazione solidarietà proletaria, insieme alla Federazione toscana del partito dei Carc - Comitati di appoggio alla Resistenza per il comunismo, in risposta alla precedente ronda della SSS - Soccorso sociale e sicurezza, associazione fondata dalla destra locale che ha già svolto in città iniziative di pattugliamento, sono solo un esempio di come questa “gestione” della sicurezza può degenerare.
La maggioranza degli italiani disconosce i decreti di archiviazione di Firenze (1998) e di Caltanissetta (2002) per le stragi del '92 e del '93 nelle quali Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi vengono scagionati per mancanza di prove dalle accuse gravissime di essere complici di mafiosi “stragisti”, ma vengono altresì “segnati” in maniera indelebile per avere intrattenuto “rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato, all’essere tali rapporti compatibili con il fine perseguito dal progetto”. Una definizione che in un paese “civile” avrebbero impedito a chiunque di continuare la propria carriera politica.
E' evidente quindi perché Berlusconi sia allarmato per quei magistrati che continuano a indagare sul biennio stragista '92/'93. L'8 settembre scorso, intervenendo alla Fiera del Levante, aveva dichiarato di sapere che “ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano. Si ricominciano a guardare i fatti del '93, del '94 e del '92. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese”.
Il premier aveva poi definito queste nuove indagini dei magistrati “follia pura” e tre giorni dopo, nel pieno delle polemiche politiche a riguardo, Angelino Alfano affermava invece di essere d’accordo sulla riapertura delle indagini di mafia sulle stragi degli anni ‘90 qualora ci fossero stati nuovi elementi su cui indagare. Entrando poi nello specifico Alfano si diceva sicuro che “i magistrati lo faranno con zelo e coscienza e siamo convinti che nessuno abbia intenzione di inseguire disegni politici, ma solo un disegno di verità”.
Ennesima schizofrenia istituzionale. Parole al vento di un ministro il cui cognome primeggia su un lodo che protegge lo stesso Premier da qualsiasi processo nonostante il suo co-imputato Mills sia stato condannato in I° grado a 4 anni e sei mesi per essere stato corrotto proprio da Berlusconi.
Osserviamo attentamente come funziona la giustizia nel nostro Paese.
Prendiamo ad esempio alcune città simbolo nella lotta alla mafia come Palermo, Caltanissetta e Trapani. Nel capoluogo siciliano mancano 17 magistrati, a Caltanissetta dopo le denunce e i ripetuti appelli del procuratore Lari ne sono arrivati 4, si è quindi in parte tamponata l'emorragia senza però risolvere del tutto il problema visto che allo stato i buchi d'organico per una procura come quella di Caltanissetta sono comunque del 30-35 %.
Per non parlare della Dia nissena, oberata di lavoro nella collaborazione con la procura della Repubblica nelle indagini sulle stragi in primis, che può contare però su rinforzi di uomini e mezzi “a corrente alternata”.
Mancano nuovi sostituti procuratori che, salvo rare eccezioni, non chiedono più il trasferimento nelle “sedi disagiate” nonostante gli incentivi economici proposti dal ministro Alfano per coloro che sceglieranno sedi “di frontiera”.
Nella città di Trapani si stanno celebrando processi delicatissimi di mafia e politica mentre l'organico giudiziario si svuota inesorabilmente; in procura su un optimum di 11 magistrati (+ il procuratore capo e il procuratore aggiunto) vi lavorano in realtà 6 Pm, di cui 3 hanno già chiesto il trasferimento.
Secondo i dati riportati nel Libro Bianco sulla scopertura degli organici negli uffici di procura realizzato da Md e pubblicati un paio di mesi fa sul quotidiano di informazione giuridica Diritto e Giustizi@, questi incentivi non risolvono definitivamente il problema. Al momento della stesura del Libro Bianco erano infatti solo 29 le disponibilità offerte da magistrati che attualmente svolgono funzioni di giudice, mentre 48 erano quelle rese da magistrati già assegnati a funzioni requirenti. Un'inezia di fronte alla gravità del problema.
A tuttoggi mancano all'appello gli uditori giudiziari, tagliati via in seguito all'articolo 13 comma 2 del D.Lgs 160/06, e cioè la norma che vieta di destinare alle procure i magistrati di prima nomina.
Non ci dimentichiamo che negli ultimi anni erano stati soprattutto i giovani a rinforzare gli uffici di frontiera: fra il 2002 e oggi, negli ultimi tre concorsi per uditori, su un totale di 1.047 magistrati reclutati, 618 sono stati destinati ad uffici giudiziari situati nelle quattro regioni meridionali a rischio; di questi 244 sono stati assegnati a uffici requirenti. Quindi pochissime nuove immissioni a fronte dell'età pensionabile che è salita da 72 a 75 anni.
Continuando a sfogliare i dati riportati nel Libro Bianco la situazione non migliora.
Alcuni esempi. Su un organico complessivo di 660 posti di pm in uffici di primo grado ne risultavano vacanti 127 (la maggior parte in Sicilia e Calabria, ma anche in Campania e Puglia). Con una scopertura dell'83 per cento dell'organico a Vibo Valentia.
Nel documento di Md viene citato anche il procuratore di Ragusa Carmelo Petralia che poteva disporre solamente di 2 sostituti procuratori su 6, i quali venivano impiegati con tanto di straordinari anche sul versante della zona di Vittora (RG), considerata una vera e propria “polveriera”, terra di Stidda come Gela (EN).
Altro elemento disincentivante nel sistema giustizia resta quello del passaggio di funzioni.
Per passare da un ufficio giudicante a uno inquirente è necessario trasferirsi a una sede di un altro distretto e di un'altra regione (solo i giudici civili e del lavoro possono muoversi all'interno dell'ambito territoriale circondario-provincia), con evidenti problemi “logistici” per chi ci prova.
Sfogliando poi il Dossier Anm su situazione organico uffici giudiziari Calabri e Sicilia (2008) ci si rende conto che siamo di fronte ad una situazione già nota che via via si sta incancrenendo. Nell'incipit del documento si legge che “l'obiettivo del dossier è di denuncia delle allarmanti carenze di risorse umane destinate nei distretti calabresi e siciliani per l'esercizio della giurisdizione, ritenendo che solo attraverso questo indispensabile strumento di analisi e riflessione possano essere rappresentate le reali situazioni che rendono inefficiente il servizio garantito ai cittadini”.
Scorrendo alcuni numeri riportati nel documento dell'Anm dello scorso anno troviamo che la scopertura di organico per la Procura di Palermo era al 14%; per quanto riguarda Messina sotto del 15%; a Catania andava ancora peggio con il suo – 17,6%. A Gela la percentuale in negativo scendeva al 60%., fino ad arrivare ad Enna con una scopertura che arrivava al 75%.
Ma è la prospettiva futura indicata successivamente dai magistrati quella che preoccupa maggiormente: “Nel prossimo quinquennio – si legge nel dossier – la maggioranza dei piccoli e medi uffici requirenti cesseranno di contrastare in maniera efficace la criminalità locale per carenza di organico, e basti citare le Procure di Siracusa, Gela, Caltanissetta, Locri, Palmi”. Il quadro complessivo è scoraggiante. Dati su dati, percentuali in negativo, cifre che dovrebbero allarmare l'opinione pubblica che invece è costantemente drogata dalle dichiarazioni pubbliche, dal Premier in giù, sui “magistrati cancro della democrazia”, così come sui “magistrati antropologicamente diversi dalla razza umana”.
Gli estensori del documento concludevano amaramente la relazione nella convinzione che: “Una risposta ai cittadini ancora più adeguata potrebbe essere data se solo si decidesse di investire maggiormente nel settore giustizia, sia con maggiori risorse, e non effettuando tagli alle spese, sia attraverso gli ampliamenti degli organici, la copertura dei posti vacanti e soprattutto la possibilità dei destinare alle funzioni monocratiche giudicanti e requirenti anche i magistrati di prima nomina”.
Ma di questa “risposta adeguata” al momento non c'è traccia. E a distanza di un anno il peggioramento del sistema-giustizia è evidente, sotto tutti i punti di vista.
Il ministro dell'interno, per quanto riguarda la lotta alla mafia, ha affermato che “non c'è periodo più felice di questo”. Roberto Maroni continua a sciorinare i risultati delle ultime catture dei latitanti. Risultati che sicuramente ci sono e sono importantissimi.
Ma si tratta di catture che per lo più si devono all'impegno eccezionale di uomini delle forze dell'ordine sottopagati e molto spesso costretti a mettere di tasca propria i soldi per sostenere le spese per le operazioni nell’attesa, o forse meglio dire, nella speranza di accedere ai rimborsi.
Per Maroni “il modo ideale per colpire al cuore i gruppi criminali e terroristici consiste nello sviluppo degli strumenti volti a colpire i loro patrimoni anche al di fuori dei confini nazionali”. E fin qui ci può star bene, ma se non colpiamo quella “borghesia mafiosa” che da secoli tesse trame e affari con le organizzazioni criminali a nulla serviranno i sequestri e le operazioni antimafia.
E' decisamente molto più difficile colpire certi “santuari” del mondo imprenditoriale legati alla mafia e soprattutto non aiuta a fare carriera, anzi, ne facilita l'arretramento, con tanto di isolamento e magari anche delegittimazione. Gli ultimi sequestri di centinaia di milioni di euro riconducibili a imprenditori legati a Cosa Nostra (vedi alla voce: Tommaso “Masino” Coppola, facoltoso imprenditore condannato a 6 anni per associazione mafiosa) sono solo la punta dell'iceberg.
“A Trapani, terreno elettivo della mafia dei colletti bianchi - ha detto il Pm palermitano Roberto Scarpinato - Cosa Nostra si avvale della complicità di avvocati, ragionieri, esperti che studiano come annullare gli effetti dei provvedimenti adottati dalla magistratura, come gestire le 488. Oggi la mafia i soldi li fa con la testa e non con i muscoli - ha specificato Scarpinato – studiando l'ordinamento per perseguire il massimo dei profitti con il minimo sforzo”.
Continuando questo viaggio nelle contraddizioni e nei paradossi del nostro Paese basta osservare la “politica dei tagli” che a partire dalla giustizia sta colpendo la pubblica amministrazione e la scuola.
Se facciamo un passo indietro ci accorgiamo che non c'è nulla di nuovo, semplicemente siamo di fronte ad un'accelerazione del disfacimento giudiziario esteso ormai agli altri pilastri della nostra democrazia.
Nel mese di novembre dello scorso anno Angelino Alfano aveva fatto partire una circolare a tutte le Dda nella quale si imponeva di recuperare entro 72 ore tutti i dati tecnici relativi alle intercettazioni utilizzate nell'ultimo periodo. Una pazzia. Che costringeva i vari procuratori a interrompere il proprio lavoro per stilare in tempo record una sorta di lista da inviare entro il tempo consentito al ministero della giustizia.
Oggi quella stessa metodologia destabilizzante continua a replicarsi anche attraverso le ispezioni ministeriali (come quella del 31 marzo scorso ordinata per verificare eventuali irregolarità compiute dai magistrati inquirenti nella conduzione delle due inchieste “Cedis” e “La Fiorita” nelle quali era imputato l'attuale ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto).
Francesco Messineo, procuratore capo di Palermo, denuncia l'ammontare del debito di 27 milioni di euro da parte della sua procura a fronte delle “spese di giustizia”, intercettazioni in testa.
Le ditte fornitrici dei servizi reclamano i soldi minacciando di sospendere i servizi.
Ai magistrati viene richiesto di usare lo strumento delle intercettazioni “con parsimonia” nonostante sia un dato di fatto che si tratti di una delle armi più incisive nell'azione di contrasto alla mafia.
Nelle cancellerie delle procure del sud (e non solo) manca la carta, il toner per le stampanti; il parco macchine dei vari tribunali siciliani (e non solo) possiede veri e propri carrozzoni che si guastano in continuazione, i magistrati anticipano i soldi per la benzina per migliaia di euro e a volte restano pure a piedi.
Anche in questo caso la realtà si ribalta e il ministro della Pubblica amministrazione e innovazione Renato Brunetta definisce “l'Anm è un mostro” in quanto “i magistrati si sono montati la testa”.
E di fronte alla replica dell'Anm: "Brunetta non sa quello che dice piuttosto i processi vengono bloccati dalle leggi", Angelino Alfano viene in soccorso a Brunetta respingendo le accuse al mittente: "Dall'Anm parole esagerate".
Ma chi è che sta esagerando? Ormai chi travisa la realtà manipolandola a proprio piacimento non ha più limiti.
Nel frattempo la “politica dei tagli” prosegue il suo corso. In una città come Palermo l'organico dei vigili del fuoco è allo stremo con 30 unità per la sede centrale e un'ottantina circa in totale per coprire tutta la provincia. Ecco che allora si spiega come ogni qualvolta arrivi un acquazzone la città impazzisce con i sottopassaggi che si riempiono di acqua e fango e gli automobilisti restano delle ore ad attendere i soccorsi mentre i vigili del fuoco devono correre da un lato all'altro della città. Vigili che magari sono costretti a chiedere aiuto alle altre province siciliane.
L'ultimo nubifragio nel messinese che ha causato 23 morti accertati e 40 dispersi è una vergogna nazionale per un Paese “civile” e soprattutto dimostra l'assenza di volontà politica nel porre tra le priorità la sicurezza, a tutti i livelli, dei cittadini.
Per non parlare della spazzatura che sommerge, nel vero senso della parola, una città come Palermo o delle proteste dei precari della scuola. Solo in Sicilia sono 6.779 i precari della scuola, tra insegnanti e amministrativi, rimasti senza lavoro per via della riduzione delle ore formative, scattata con la riforma del ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini. Senza cattedra sono rimasti 5.198 insegnanti, mentre 1.581 sono gli ausiliari tecnici e gli amministrativi rimasti senza incarico. Un intero popolo che non riesce a vedere un futuro possibile.
Se rileggiamo il programma elettorale presentato per le ultime elezioni dal Popolo delle libertà, intitolato “7 Missioni per il futuro dell'Italia”, troviamo come “Terza Missione” quella per assicurare “Più sicurezza e più giustizia”. Cosa ne è stato di questa “missione”?
Solamente un anno fa poliziotti, agenti di custodia, forestali, carabinieri, finanzieri e rappresentanti di Esercito, Marina e Aeronautica si sono ritrovati insieme davanti a Palazzo Chigi, alla Camera, al Senato e davanti alle Prefetture di tutta Italia, per protestare contro i tagli di circa tre miliardi di euro in tre anni previsti dalla manovra di assestamento del governo: ventitré sindacati, più i Cocer delle Forze Armate, per la prima volta tutti assieme, in rappresentanza dei 500 mila operatori italiani della sicurezza e della difesa.
Nel 2008 Felice Romano, segretario del Sindacato italiano unitario lavoratori polizia (Siulp), ha denunciato senza mezzi termini che “in tre anni l'organico complessivo di forze dell'ordine e di difesa sarà ridotto di 40 mila persone. Ci saranno problemi per la manutenzione dei mezzi, per la benzina, per l'acquisto di divise e di giubbotti antiproiettile, saranno bloccati gli straordinari".
Sempre un anno fa i rappresentanti dei sindacati delle forze di polizia e dei Cocer delle forze armate hanno spiegato che “ci saranno pesantissimi rischi di ricadute sul livello di sicurezza che potrà essere garantito, sia a causa dell'impossibilità di reintegrare il personale che andrà in pensione "coatta" (40.000 donne e uomini), nonostante già oggi ci sia grave carenza d'organico, sia a causa degli oltre 3 miliardi di risorse tolti dai bilanci delle Forze di polizia ed armate”.
Nello stesso periodo il segretario generale provinciale UilPs Calogero Mallia ha denunciato la sensazione di “abbandono” vissuta dagli agenti di scorta.
“Il reparto scorte – ha precisato Mallia in occasione della commemorazione del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta - necessita di rinnovarsi soprattutto negli strumenti da opporre alla lotta alla criminalità, in primis nei mezzi assegnati a questo reparto e attualmente in uso, che risultano ormai obsoleti basti pensare che il parco auto è in una situazione di precarietà cronicizzata, tanto che si verifica con più frequenza il rischio di un sinistro stradale o addirittura di rimanere in panne con l'auto di servizio". "Malgrado le difficoltà - ha poi aggiunto il segretario generale provinciale UilPs - i colleghi del Reparto scorte e di tanti colleghi impegnati in altri settori e specialità della polizia di Stato, espletano il loro lavoro con grande professionalità, nonostante le carenze organiche, di mezzi e di risorse, poiché sono spinti da grandi valori”. Per poi concludere con la convinzione che “per evitare nuove stragi bisogna intervenire investendo sulle risorse”.
E' passato solo un anno e fino a questo momento non c'è stato alcun intervento governativo decisivo mirato a risolvere definitivamente questi gravi problemi. Solamente proclami.
Di contraltare abbiamo invece una Cosa Nostra che reagisce benissimo alla crisi. Se puntiamo i riflettori sul rapporto Sos Impresa 2008 c'è poco da immaginare.
Nel rapporto di Confesercenti viene sancito che la mafia incassa 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l'ora, 160 mila euro al minuto.
Un dato che stride spietatamente con quanto elencato poc'anzi, sputato in faccia ai cittadini onesti e a tutti gli operatori di giustizia.
Il parlamento aumenta gli stipendi ai suoi politicanti, ma ogni volta è incapace di trovare il denaro per coprire il Fondo di solidarietà vittime attentati mafiosi (legge 512/99).
I parenti delle tante vittime di mafia si vedono costretti a fare scioperi della fame, a elemosinare ciò che gli spetta per curare i propri invalidi e per mantenere le proprie famiglie.
Dal 2001 ad oggi si sono succeduti governi di centro-destra, di centro-sinistra e poi ancora di centro-destra.
In nessun caso la lotta alla mafia è stata una priorità.
Non che avessimo alcuna illusione da parte di un premier pluri inquisito, il cui braccio destro è stato condannato in I° grado a 9 anni per mafia.
Dalla relazione presentata alcuni giorni fa dal presidente della commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu, basata sull'ultimo rapporto del Censis, è emerso che almeno tredici milioni di italiani, pari al 22% della popolazione, vivono in comuni, questi sono 610, che hanno registrato infiltrazioni mafiose.
Dati forse anche prudenti che mettono il dito su una piaga vergognosa e aperta che il nostro Paese non riesce a risolvere e nemmeno a contenere da più di un secolo.
Torna alla mente Mussolini quando all’inizio del suo mandato dichiarava che “risolvere il problema del Mezzogiorno d’Italia è al sommo delle mie aspirazioni”. Dopo una decina d’anni preso atto che la questione era assai complessa e di non facile soluzione a causa anche della stretta commistione fra mafia e i signorotti del tempo di limitò a diminuirne l’importanza.
“La questione meridionale non è più all’ordine del giorno, perché l’abbiamo in gran parte risolta e la risolveremo completamente”.
Allo stesso modo Silvio Berlusconi, per dar sfogo alla sua mania di passare alla storia come colui che ha sconfitto la mafia, fra un po’ si limiterà a dire che non c’è più.

Per approfondimenti:

- Libro Bianco sulla scopertura degli organici negli uffici di procura (2009)

- Dossier Anm su situazione organico uffici giudiziari Calabria e Sicilia (2008)

- I tagli del governo sulla sicurezza (2008)


Antimafia Duemila
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Telefonate di insulti al giudice che fa pagare Fininvest.
Al Csm chiesta apertura di un fascicolo



Telefonate di disturbo e insulti per il giudice del tribunale civile di Milano Raimondo Mesiano che ha scritto la sentenza con cui la Fininvest, holding della famiglia Berlusconi, è stata condannata al pagamento di 750 milioni di euro a favore della Cir di Carlo De Benedetti per la
vicenda del Lodo Mondadori.

L'indiscrezione è trapelata in ambienti giudiziari milanesi. Il magistrato non ha voluto dire nulla sul fatto: «non confermo, nè smentisco - ha risposto, interpellato da un cronista dell'ANSA - anche su questo intendo rimanere riservato».

Intanto le contumelie del Pdl e di buona parte del centrodestra contro il giudice che ha chiamato in causa Berlusconi nella sentenza civile sul Lodo Mondadori approdano al Consiglio Superiore della Magistratura. L'apertura di una pratica a tutela del giudice del tribunale civile di Milano Raimondo Mesiano, estensore della sentenza sul Lodo Mondadori è stata chiesta da 15 consiglieri del Csm al comitato di presidenza di Palazzo dei Marescialli.

Il documento è stato sottoscritto dai togati di Unità per la Costituzione, Magistratura democratica e Movimento per la giustizia e dai laici del centro-sinistra Letizia Vacca e Mauro Volpi. La «singolarità e la conseguente »gravita« della vicenda, secondo i consiglieri, è rappresentata »dalla natura privata e non istituzionale dell'attività sulla quale la sentenza milanese si è pronunciata«. Insomma risiede nel fatto che si è parlato di » disegno eversivo « a fronte di una sentenza che riguarda gli affari personali del premier.

L'intervento del Consiglio - scrivono i consiglieri - appare necessario ad accertare ed a rappresentare ai magistrati, ed all'opinione pubblica, se la sentenza ed il suo percorso hanno conservato piena natura giurisdizionale«.

L'Unità - 05 ottobre 2009
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Di Loredana Morandi (del 05/10/2009 @ 13:22:43, in Osservatorio Famiglia, linkato 1530 volte)
Castrazione chirurgica per i pedofili:
l'unico modo per stare davvero
dalla parte dei bambini


Pubblicato da Rossella Martina Lun, 18/02/2008 - 14:54

I pedofili recidivi bisogna castrarli. E non parlo di castrazione chimica, ma di quella chirurgica. La castrazione chimica funziona soltanto se il soggetto prende regolarmente e volontariamente alcuni inibitori ormonali. Come smette di prendere i medicinali, tornano i sordidi impulsi sessuali nei confronti dei bambini, tornano gli agguati, le circonvenzioni, la sopraffazione, gli abusi, gli stupri.
La castrazione chirurgica è ciò che ci vuole. Non è affatto una tortura medievale come molti possono credere. Si tratta semplicemente di asportare alcune particolari cellule all’interno dei testicoli, le cellule che producono il testosterone. Una piccola semplice operazione che viene fatta ambulatorialmente, mezz’ora in tutto e la faccenda è risolta. Ma nelle nostre civilissime società né la castrazione chimica, né tantomeno quella chirurgica possono essere applicate perché, dicono i garantisti, è una violazione di un fondamentale diritto umano. Ma quale diritto umano? Quello di rovinare per sempre bambini incapaci di difendersi? Di perpetrare uno dei più orrendi crimini che la nostra specie abbia inventato? Quello di sporcare per sempre l’esistenza di un bambino, una bambina anche piccolissimi, come è successo per quel mostro di Agrigento che, condannato per avere stuprato tre sorelline e poi rimesso in libertà, è subito tornato a sfogare i suoi vomitevoli istinti su un’altra bimba di quattro anni? I suoi diritti dobbiamo rispettare? E quelli delle sue vittime, invece? Loro non hanno neppure il diritto di vederlo punito questo signore? No, scusate, ma io su questo argomento proprio non riesco a mantenere la calma e la serenità vantata da certi giuristi in questi casi. E’ già molto che i cittadini perbene non invochino la pena di morte. Ma almeno bisogna impedire che i pedofili commettano due volte un reato simile perché già una sola volta è troppo. E allora castrazione chirurgica. Sono malati, no? Bene, guariamoli con il bisturi come si fa con tante altre malattie e staremo tutti più tranquilli.
L’alternativa potrebbe essere il carcere a vita (perché possono stare dentro dieci o venti anni, ma come escono siamo da capo), ma qui da noi in carcere non ci sta nessuno, neppure i peggiori assassini perché noi italiani siamo così buoni e comprensivi che ci preoccupiamo molto più dei carnefici che delle vittime come è stato giustamente scritto.
Vedo che Veltroni a riguardo ha rilasciato dichiarazioni forti: “Ci vuole la mano dura dello Stato, le pene contro la pedofilia vanno inasprite”. Bene, però sono frasi che abbiamo già sentito (nel governo di centrodestra lo ripeteva sempre Calderoli), ma poi non se ne fa mai di nulla perché c’è sempre qualche legge più importante (più importante per la Casta) da approvare. Spero che chiunque vada al governo metta al primo posto in agenda una legge non dura ma ferrea contro la pedofilia, perché ogni giorno ci sono decine di vittime, decine di bambini la cui vita viene deturpata, che aspettano che qualcuno si ricordi di loro e provi a proteggerli. Perché fatti come quelli di Agrigento, purtroppo frequentissimi in tutta Italia, sono una vergogna incancellabile per qualsiasi paese voglia chiamarsi civile.

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Urologi: servono leggi chiare
su vasectomia e castrazione chimica



ROMA (5 ottobre) - Leggi chiare sulla vasectomia come metodo contraccettivo e sulla castrazione chimica come soluzione contro la pedofilia. A chiederle la Società italiana di urologia (Siu), in occasione dell'82esimo Congresso nazionale Siu in corso a Rimini.

«La vasectomia, considerata il metodo contraccettivo maschile a lungo termine più efficace, con una possibilità di gravidanza inferiore all'1% - spiega Vincenzo Mirone, presidente della Siu - è un intervento che consiste nella sezione chirurgica bilaterale dei dotti deferenti deputati a portare il liquido seminale nelle vescichette seminali, organi nei quali lo sperma viene immagazzinato e poi espulso. In Italia, però, il ricorso alla vasectomia è di gran lunga più limitato rispetto ad altri Paesi europei, ed è svantaggiato dall'assenza di una legislazione chiara. Con la legge 194 è venuto a cadere il divieto di aborto, ma anche il divieto di contraccezione: potrebbe sembrare lecito praticare questa tecnica come metodo contraccettivo, ma in realtà c'è chi la contesta perché in contrasto con l'articolo penale che vieta “lesioni gravi su consenziente”. Con questo vuoto legislativo, la scelta sui criteri di selezione dei pazienti è a discrezione dei dirigenti ospedalieri».

Ma la carenze legislative vanno oltre e gli urologi auspicano un intervento urgente: «Per assurdo - evidenzia provocatoriamente Mirone - se un pedofilo si rivolgesse a uno dei nostri urologi per chiedere un trattamento che lo aiuti a tenere a bada impulsi deviati, il medico non avrebbe nessun tipo di possibilità di intervento. La castrazione chimica è già usata in molti Paesi ed è una soluzione estremamente utile come terapia della pedofilia: oggi abbiamo molecole che somministrate con cadenza settimanale o mensile abbassano il livello di testosterone e fanno sì che non si manifesti l'impulso sessuale». Ma nel nostro Paese non è permessa. «Se si avesse la piena consapevolezza dei danni psicologici e comportamentali che la violenza sessuale genera in un bambino - conclude Mirone - allora forse la castrazione chimica dei pedofili sembrerebbe più ammissibile. È ovvio che tale provvedimento, perchè possa funzionare, deve necessariamente essere inserito in un programma ben organizzato che preveda un adeguato supporto medico e psicologico».

Il Messaggero

 


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Lumia (PD): Ferrovie, Sicilia isolata dal resto del paese


Lo scorso primo ottobre ho presentato un'interrogazione al Senato sul Piano di produzione presentato da Ferrovie dello Stato che isola la Sicilia dal resto del Paese. Di fatto viene cancellata la continuità territoriale. I collegamenti ferroviari subiranno, quindi, una netta riduzione che si ripercuoterà sia sul piano dei servizi, che dell'occupazione:  cancellazione delle 8 coppie di treni a lunga percorrenza, 16 tra intercity ed espressi; chiusura delle officine di manutenzione di Messina, Siracusa, Palermo, della sala operativa di Palermo e di tutti gli uffici collegati; soppressione delle navi che tr aghettano i treni nello stretto di Messina.


Trovo scandalosa l'indifferenza del governo nazionale e di quello regionale. Il Piano di produzione è un altro colpo alle speranze di sviluppo della Sicilia. Di seguito il testo integrale dell'interrogazione:

Giuseppe Lumia

 

Pubblicato il 1 ottobre 2009

Seduta n. 262 - Atto di Sindacato Ispettivo n. 3-00966

LUMIA - Al Presidente del Consiglio dei ministri
e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti.


Premesso che:

durante l’estate la società Ferrovie dello Stato SpA ha presentato un piano di produzione, che prevede la ritirata di Trenitalia dalla Sicilia, la cancellazione delle 8 coppie di treni a lunga percorrenza, 16 tra intercity ed espressi, la chiusura delle officine di manutenzione di Messina, Siracusa, Palermo, della sala operativa di Palermo e di tutti gli uffici collegati, la soppressione delle navi che traghettano i treni nello stretto di Messina;

la comunità siciliana subisce da anni una graduale ma costante riduzione del servizio ferroviario pubblico che viene attuata dall’azienda Ferrovie dello Stato mediante la riduzioni di numerose corse dei treni a lunga percorrenza e delle navi traghetto operanti nello stretto di Messina;

dall’anno 2007 ad oggi sono state soppresse ben 6 coppie di corse dei treni a lunga percorrenza da e per la Sicilia e ridotte le unità navali adibite al traghettamento dei treni;

il servizio di trasporto merci su rotaia è stato soppresso quasi del tutto, nonostante le numerose richieste di carri ferroviari provenienti dalle realtà industriali dislocate nell’isola che si trovano costrette a trasferire le merci prodotte attraverso il costosissimo e inquinante trasporto su gomma;

il servizio di traghettamento veloce, destinato alle migliaia di pendolari e studenti dell’area integrata dello stretto di Messina, nonostante gli accordi intercorsi fra il Governo e le parti sociali, ha subito un'ulteriore riduzione delle corse giornaliere e non è stato sostituito il terzo mezzo “monocarena”, distrutto nel tragico incidente verificatosi nello stretto di Messina il 15 gennaio 2007;

la flotta ferroviaria operante nello stretto è vetusta e insufficiente, nel settore marittimo in particolare i livelli occupazionali sono in continuo calo e si fa eccessivo ricorso al lavoro precario. La società Rete ferroviaria italiana (RFI) omette anche di applicare la sentenza esecutiva del tribunale di Messina che obbliga l’azienda ad assumere i lavoratori a tempo indeterminato, rischiando, fra l’altro, di dover risarcire i ricorrenti con ulteriori somme di denaro pubblico;

le poche navi adibite al trasporto ferroviario, per forza di cose, sono prioritariamente destinate al trasporto dei treni passeggeri, pertanto, le ferrocisterne cariche di materiale nocivo giacciono in stazione in attesa della prima nave disponibile. Recentemente si sono verificate fuoriuscite di azoto liquido da ferrocisterne ferroviarie ferme da tempo alla stazione di Messina e solo per mera fortuna si è evitata la tragedia;

nonostante le rassicurazioni del Ministro delle infrastrutture e trasporti, che aveva personalmente garantito il mantenimento in servizio della terza nave ferroviaria nello stretto di Messina, RFI, con decisione unilaterale, ne ha limitato l’utilizzo consentendo l’uso dell’unità “esclusivamente a seguito di perturbazione della circolazione dei treni viaggiatori”. I casi di “perturbazione della circolazione dei treni” si sono verificati e continuano a verificarsi con cadenza giornaliera e il tempo necessario per approntare la nave ferma in porto e per reperire l’equipaggio addetto alla conduzione è totalmente a carico dell’utenza. Per attraversare lo stretto di Messina si sono registrate attese di oltre 4 ore;

la struttura organizzativa dei servizi di base è stata individuata per tutta l’Italia ad esclusione della Sicilia che ancora non compare nei progetti di Ferrovie dello Stato, a pochi mesi dell’entrata in vigore del nuovo orario ferroviario previsto per dicembre 2009, l’unico documento ufficiale resta il piano di produzione presentato ai sindacati dove la Sicilia non è menzionata;

il contratto di servizio per il trasporto ferroviario regionale è ancora in fase di discussione, mentre nelle altre regioni italiane è stato concordato da tempo. In ogni caso non sarà il trasporto regionale a risolvere i problemi di mobilità e continuità territoriale, tutt’altro;

concentrando gli sforzi solo sul trasporto interno, senza investire risorse per l’incremento dei collegamenti a lunga percorrenza, si rischia di isolare ulteriormente la Sicilia dal resto del continente;

i propositi del Governo, relativi al rilancio dell’isola attraverso la costruzione di un ponte ferroviario, vengono, ad opinione dell'interrogante, totalmente smentiti dallo smantellamento dei collegamenti ferroviari che rappresentano la principale infrastruttura indotta;

attualmente non si registra alcun segnale volto al potenziamento dei trasporti siciliani, addirittura Ferrovie dello Stato lamenta il taglio di circa 20 milioni di euro rispetto alle sovvenzioni statali richieste dall’azienda per il mantenimento del già precario servizio;

Ferrovie dello Stato continua a discriminare il meridione gestendo il servizio sociale dei trasporti come fosse un settore esclusivamente produttivo e concentra gli investimenti solo nella aree del Paese considerate più “remunerative”. All’Alta Velocità del nord, si contrappone un trasporto siciliano in totale stato di abbandono, la Sicilia di fatto viene estromessa dal sistema-Paese, allontanata come un parente scomodo;

se a tutto quanto sopra esposto si aggiunge il drastico taglio di posti di lavoro, diretto e indiretto, che ne consegue, il quadro complessivo della situazione si presenta ancora più drammatico per la popolazione siciliana, peraltro già pesantemente provata dall’attuale crisi economica,

si chiede di sapere quali iniziative il Governo intenda porre in essere per tutelare i livelli occupazionali e per garantire alla comunità siciliana il diritto alla mobilità anche tramite la difesa della continuità territoriale, ossia della possibilità per tutti i cittadini di spostarsi nel territorio nazionale e comunitario con pari opportunità, accedendo ad un servizio pubblico che garantisca condizioni economiche e qualitative uniformi.

Archivio del Senato della Repubblica
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Di Loredana Morandi (del 05/10/2009 @ 11:57:03, in Magistratura, linkato 1493 volte)
INCHIESTA DELLA PROCURA
SUL DOPO ALLUVIONE 2007


E’ stata aperta dalla Procura di Messina contro ignoti per omicidio e disastro colposi. I magistrati cercheranno di stabilire se la pubblica amministrazione abbia provveduto a realizzare opere per mettere in sicurezza quei territori.

E’ stato aperto dalla Procura di Messina un fascicolo contro ignoti per omicidio e disastro colposi. Le indagini partirebbero dal 2007.

Il 25 ottobre di quell'anno si verificò, infatti, un’altra alluvione nelle zone ora colpite dal disastro. In quel caso non vi furono vittime, ma danni ingenti che riguardarono anche il comune di Alì Terme. I magistrati cercheranno di stabilire se da quel momento la pubblica amministrazione abbia provveduto a realizzare opere per mettere in sicurezza quei territori.


Nettuno Press
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Di Loredana Morandi (del 05/10/2009 @ 11:54:50, in Magistratura, linkato 1225 volte)
STUPRO CAFFARELLA: CASTELLI,
DA MAGISTRATI VULNUS AL SENSO DI GIUSTIZIA



Roma, 5 ott. - (Adnkronos) - ''Con la sentenza di oggi, ancora una volta, la magistratura non ha perso l'occasione per arrecare un grave vulnus al senso di giustizia dei cittadini italiani. La vita di una quattordicenne e' stata rovinata e chi ha compiuto tale violenza probabilmente uscira' dal carcere tra poco tempo.

Evidentemente per questi magistrati e per quella parte dell'opinione pubblica che li sostiene e che invoca pene decennali per i reati amministrativi, la vita di una giovane cittadina italiana non vale quasi niente.'' Lo dichiara il vice ministro della Lega Nord Roberto Castelli in riferimento alla sentenza di oggi che condanna i romeni della Caffarella a undici e sei anni di carcere.
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Caro Luigi,

quella che hai narrato nel tuo sempre ottimo articolo è la sorte dei giornalisti delle grandi Redazioni.

Noi che siamo freelance e lavoriamo, con voi e per voi, come uffici stampa creado l'occasione della "notizia", subiamo di TUTTO. Lo diresti? 15 giorni dopo la mia presenza a Milano per la tua squisita moderazione al convegno della ANM, avrei subito una pesante azione di mobbing fatto di "insulti" pesantissimi, rivolti a me e ai miei figli, definita "cinquantenne fallita e madre snaturata" dalle quelle stesse persone di cui ho avuto cura per ben sette mesi della mia vita.

Sono sicura che trasecolerai sapendo che, 4 tecnici riparatori di computer sono stati capaci di scagliarmi come una lancia contro la CM Sistemi del processo Why Not di de Magistris, per difendere il posto di lavoro del rampollo somaro di uno Studio Legale calabrese, spacciato a me per un povero ragazzo che non dormiva più la notte a causa del licenziamento.

Altri, pur di rubare tutti i miei scritti (pure quelli falsi) hanno assoldato un penalista del crimine di Caltanissetta e, minacciando il mio provider, hanno tentato di spengere la voce libera del mio blog Giustizia Quotidiana cagionandomi subito 300 euro di danni "fatturati".

Dulcis in fondo, la lettera del penalista siciliano mi sarebbe stata recapitata, tramite lo stesso blog che solo 1 anno prima aveva divulgato una minaccia di morte ai miei danni, proveniente dalla mafia sarda della pornografia. Vedi l'articoletto ANSA sulla testata online della FNSI.

E tutto per un convegno con Gioacchino Genchi, che non posso e non voglio credere si accompagni a tale marmaglia.


Loredana Morandi


LIBERTA' DI STAMPA
Querele e intercettazioni
Perché la verità non diventi un lusso

I giornalisti che avvertono sempre maggiori ostacoli all' esercizio della libertà di stampa vengono bruscamente liquidati come diffamatori piagnucolanti, che prima devastano le vite altrui e poi pretendono immunità per non ripagare i danni alla reputazione delle persone e aziende che li querelano (nel penale) o chiedono ingenti risarcimenti (nel civile).

Non è un caso. Sia perché per alcuni «cantori» della libertà di stampa è davvero così. Sia - soprattutto - perché è il prezzo, salato, che l' intera categoria paga per aver lasciato che dilagasse il contagio di prassi giornalistiche imprecise e superficiali, obliquamente omissive o dolosamente inveritiere, indulgenti verso lo «spaccio» di falsità in non sempre «modica quantità», a volte sconfinanti nel manganello a mezzo stampa per colpire l' avversario politico o economico dell' editore. Con il risultato che «quando un organo di informazione mente, avvelena la collettività, e anche gli articoli degli altri giornali diventano sospetti - anticipava già nel 1981 il mea culpa del direttore del Washington Post per un falso scoop -: il lettore colpito da una notizia si sente autorizzato a valutarla con sospetto, i fatti non soltanto vengono messi in discussione ma perdono anche il loro valore di realtà». Parabola che, in salsa italiana, affiorava sin nella parodia che nel 1992 il comico Loche faceva del giornalista «truffa-truffa-ambiguità» che «pare-sembra-forse-non garantisco verità».

Ma ora anche le querele e le richieste di danni hanno perso il loro valore di verità. Sempre meno strumenti di ristoro della reputazione calpestata dall' errore colpevole o dal dolo scientifico del giornalista, le azioni legali diventano così tante e sono spesso talmente infondate da essere piuttosto brandite come uno strumento di intimidazione sul cronista («anche se stavolta hai scritto giusto, attento a riscrivere la prossima volta») e sull' editore, alle prese con rischi di risarcimenti e con spese di difesa tali da mettere in ginocchio il bilancio di un' azienda editoriale medio-piccola.

Si dirà: c' è un giudice, e se il giornalista sbaglia, è giusto che vada incontro a pena pecuniaria, reclusione, riparazione pecuniaria, risarcimento dei danni morali e patrimoniali, pagamento delle spese di giudizio. Certo. Solo che la partita, da quando è divenuto massiccio l' indiscriminato ricorso alle azioni legali, non è più ad armi pari. Non solo perché il giornalista, per non essere condannato, deve dimostrare non soltanto che ha scritto il vero, ma anche che esisteva un interesse pubblico a conoscerlo, e che la forma non era inutilmente aggressiva.

Non solo perché, se diffonde dati personali veri ma senza i quali la notizia sarebbe stata ugualmente completa ed esauriente, incorre nei fulmini del Garante della privacy, del giudice penale, del giudice civile, dell' Ordine.
Non solo perché, quando pubblica notizie vere tratte da atti giudiziari non più segreti in quanto già noti alle parti, è schiacciato nella tenaglia per cui se le riporta con precisione letterale si vede denunciare per aver commesso uno specifico reato, mentre se si limita a riassumerle si sente accusare di non essere stato abbastanza preciso da evitare la diffamazione.

A truccare la partita, invece, non è l' azione legale in sé, ma il fatto che chi la intenta contro il giornalista, a differenza sua, non rischi mai e non paghi alcunché, nemmeno se il giudice accerta che le doglianze erano totalmente pretestuose: nel civile il giornalista recupera al più le spese, nel penale l' assoluzione «perché il fatto non costituisce reato» gli impedisce di denunciare per calunnia il querelante e ottenere i danni. Il sacrosanto diritto dei diffamati (quando siano davvero tali) di rivalersi sul giornalista non deve essere intaccato. Ma forse una modifica normativa potrebbe conciliarlo con la non compressione dell' attività giornalistica: querela pure chi vuoi e per quello che vuoi, ma se poi la causa risulta del tutto campata per aria, allora paghi al giornale denunciato almeno una minima percentuale (anche solo il 10%?) delle maxicifre che pretendevi come risarcimento.

Liberi di scrivere, liberi di querelare. Ma responsabili entrambi. Nella trasparenza. Il contrario del terreno su cui muove il disegno di legge sulle intercettazioni che, dietro il pretesto della tutela della privacy, estende l' area del segreto sugli atti d' indagine, e di ogni «pubblicazione arbitraria» (da 2.500 a 5.000 euro per il giornalista) fa poi rispondere anche l' editore a titolo di responsabilità amministrativa della persona giuridica per i reati commessi dai dipendenti nell' interesse aziendale (legge 231/2001).

Tradotto? A ogni dettagliata pubblicazione di un atto vero, non più coperto da segreto investigativo e riportato in maniera corretta, l' editore pagherà da un minimo di 25 mila 800 a un massimo di 465 mila euro per le testate nazionali. Il modo migliore per fare entrare «il padrone in redazione», visto che a quel punto la decisione editoriale sul «se» e «come» pubblicare una notizia sfuggirà all' autonomia (laddove esercitata) del tandem direttore-giornalisti, per consegnare l' ultima parola all' editore destinato a pagarne conseguenze tali da far chiudere in breve l' azienda.

Ferrarella Luigi


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Lodo Mondadori, Pd: reazione premier e maggioranza
appaiono ingerenza su Corte costituzionale

Ferranti: manifestazione? Sarebbe atto intimidazione e delegittimazione sistema democratico


“La manifestazione contro la sentenza Mondadori sarebbe un vero e proprio atto di intimidazione e delegittimazione della magistratura e dell’intero sistema democratico”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera,  Donatella Ferranti commenta le reazioni alla sentenza Mondadori “che individua Berlusconi come corresponsabile della corruzione del giudice Metta.

E’ veramente sconcertante – aggiunge - che invece di parlare della gravità delle condotte che hanno riguardato la vicenda Mondadori, accertate con sentenza passata in giudicato, si cerchi di spostare l’attenzione su presunti e inverosimili  disegni eversivi per contrastare la volontà democratica del popolo italiano. Se questi sono i toni con cui si ‘’accolgono’ le sentenze di  un giudice civile di primo grado non vogliamo neanche immaginare cosa potrebbe succedere se la Corte costituzionale bocciasse il Lodo Alfano.

La reazione è talmente scomposta e smisurata che dimostra o che la maggioranza è incapace di saper accettare qualsiasi tipo di sentenza che la riguardi oppure che siamo davanti ad una pericolosa ingerenza sulla serenità di giudizio dei giudici della Corte che questa settimana dovranno esprimersi sul Lodo Alfano. In ogni caso – sottolinea – la novità è che dopo i ripetuti attacchi alla magistratura penale ora il centrodestra inizia a delegittimare anche  la magistratura civile. Si è superata la misura e l’anomalia italiana – conclude – si fa sempre più grave”.


Roma, 5 ottobre 2009

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Di Loredana Morandi (del 05/10/2009 @ 10:32:45, in Magistratura, linkato 1201 volte)
Bossi: «La magistratura si muove
contro Berlusconi? Non so, non penso»



ROMA (5 ottobre) - «Non penso che andremo al voto, comunque noi siamo sempre pronti anche se penso che andremo avanti a fare le riforme». Così il ministro per le Riforme Umberto Bossi, oggi a Trucazzano (Milano) per una ispezione su una futura opera che collegherà Milano via acqua al Po.

Alla domanda se c'è un complotto contro Berlusconi, Bossi ha replicato: «È un problema di mafia. Abbiamo fatto leggi fortissime contro la mafia, quindi il rischio era che se la pigliassero con Berlusconi. Le prostitute le muove la mafia». A Bossi è quindi stato chiesto se contro Berlusconi si muove anche la magistratura: «Non so - ha replicato - non penso». E alla domanda se si recherà alla manifestazione che il centrodestra vuole organizzare dopo la sentenza sul lodo Mondadori, ha affermato: «Non ho ancora parlato con Berlusconi».

Il Messaggero
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In Sicilia muoiono tante cose ogni giorno, soprattutto a causa dei siciliani stessi. Non me ne vogliano a Messina, sulla quale ho scritto tanto contro il Ponte, ma quel che vedo nel web anche accanto ai politici e ai familiari di Borsellino NON mi piace. La corruzione è troppa ...

Testimone di giustizia, torna in Sicilia:
«Stato sparito dopo morte Borsellino»


Rita Atria, abbandonata dalla famiglia per aver denunciato la mafia: «Sono stanca di essere trattata come una pratica»

PALERMO (5 ottobre) - Torna in Sicilia «non per morire, ma per lottare» Piera Aiello, testimone di mafia, che ora si sente abbandonata dallo Stato. E' la triste storia di una donna che si sente trattata come «una pratica» dai funzionari della protezione. Aveva lasciato la Sicilia 18 anni fa, abbandonata dopo la decisione di testimoniare contro il contesto mafioso familiare in cui viveva, Piera Aiello ha fatto un'altra scelta coraggiosa: «Basta, torno a casa mia».

In un lungo documento, consegnato all'associazione antimafie Rita Atria (cognata di Aiello e anche lei testimone, suicidatasi dopo l'assassinio del magistrato Paolo Borsellino, ndr), Piera Aiello spiega le ragioni della sua scelta. Usa parole dure nei confronti degli apparti di sicurezza dello Stato, dopo avere appreso che il servizio di protezione la considera «una ex testimone» e che a occuparsi di lei d'ora in avanti sarà la prefettura del luogo in cui si trova.

Aiello è diventata testimone di giustizia nel '91; dopo l'omicidio del marito, ucciso nell'ambito di una guerra di mafia, la donna decise di raccontare a Borsellino nomi e affari della sua famiglia. Fu costretta a lasciare Partanna (Tp) assieme alla figlia e qualche giorno dopo fu seguita dalla cognata, Rita Atria. «Quando era in vita Borsellino - dice Aiello - mancanze e difficoltà venivano sempre risolte, ma pochi giorni dopo l'omicidio del giudice si verificò una vicenda sconcertante: a me e mia cognata vennero a trovarci due funzionari che ci dissero: dalla morte del giudice, molti collaboratori si stanno tirando indietro. Voi cosa volete fare?. Capiì che non avrei più avuto il conforto dello Stato».

Aiello ricorda la decisione di trasferirsi per un periodo in un convento «stanca di vedere quei funzionari con cui dovevo relazionarmi», la difficoltà di avere nuovi documenti d'identità, la solitudine vissuta quando doveva iscrivere la figlia a scuola o andare in ospedale, oppure quando doveva farsi prestare il codice fiscale da un amica fidata. E ancora, il mutuo finora non concesso per potere vivere, la richiesta inascoltata di applicazione della legge che prevede l'acquisizione da parte dello Stato dei beni immobiliari dei testimoni di giustizia.

«Insomma - accusa Piera Aiello - quello Stato che mi era stato proposto come la mia famiglia in realtà si è trasformato nella mia peggiore prigione, con relativi aguzzini forse per gratitudine della mia attiva testimonianza contro il crimine organizzato». Qualche tempo fa qualcuno o qualcosa ha fatto saltare la copertura di Piera Aiello che lo scorso maggio è stata convocata in Prefettura, «dove mi hanno assicurato un sistema di videosorveglianza, cosa assolutamente falsa».

«Adesso dico basta - dice amareggiata Aiello - Ritorno in Sicilia, visto che sono una ex testimone, ritorno a casa mia, dove nessuno può cacciarmi. Non torno per morire ma per lottare. Prendo tale decisione con serenità, per proteggere la mia nuova famiglia, per fare sapere all'opinione pubblica l'inefficienza di persone e funzionari istituzionali che hanno l'ardire di gestire con assoluta incompetenza e totale disinteressamento situazioni delicatissime».

Il Messaggero
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