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 .. riflessi in un libro ..... di Lunadicarta
 
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La giustizia è coscienza, non di un solo individuo, ma dell'umanità tutta. Coloro che sanno ascoltare la voce della coscienza sanno ascoltare anche la voce della giustizia.

Aleksandr Solzhenitsyn
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 10/03/2010 @ 09:05:53, in Magistratura, linkato 1525 volte)
Caos liste, sarà un voto "sub iudice"
La parola passa al Consiglio di Stato


L’ufficio elettorale del tribunale non ha ammesso la lista del Pdl per la Provincia di Roma alle prossime elezioni regionali. La lista, al momento, anche a seguito della decisione di ieri del Tar, rimane perciò esclusa dalla consultazione elettorale.

La documentazione era stata depositata ieri dai delegati del Pdl grazie al decreto salvaliste che aveva di fatto riaperto i termini per la presentazione. Ne avevano approfittato anche i militanti della lista "Rete liberal Sgarbi" consegnando una integrazione alla propria documentazione. Ma anche questa lista è stata nuovamente respinta. È possibile che alla base della decisione dell’ufficio elettorale sulla lista Pdl ci sia anche la valutazione espressa ieri dal Tar, secondo il quale non è ammissibile alcuna integrazione dal momento che stando ai verbali dei carabinieri la prima documentazione non è stata consegnata in tempo, nè vi è certezza che quella depositata alle 19.30 non sia stata modificata.

Con la bocciatura dell’ufficio elettorale del Lazio alla rinnovata richiesta del Pdl di essere riammesso in lista, cade anche l’ultima speranza per il centrodestra di avvalersi del decreto «salva liste». Ora, dunque, tutto è riposto nelle mani del Consiglio di Stato. Solo i supremi giudici amministrativi di Palazzo Spada avranno la parola finale sulle liste del Pdl nel Lazio e di Formigoni in Lombardia. Ma la situazione è talmente ingarbugliata che l’appuntamento elettorale del 27 e 28 marzo rischia di tenersi «sub iudice». Il Consiglio di Stato, infatti, pur fissando nel giro di pochi giorni l’udienza, deciderà non nel merito dei ricorsi ma soltanto sulla sospensiva delle decisioni adottate in primo grado dal Tar del Lazio (che sempre in via cautelare ha escluso ieri la lista del Pdl), e dal Tar della Lombardia (che oggi ha confermato anche nel merito l’ammissione della lista Formigoni).

Il verdetto finale di merito dei supremi giudici amministrativi potrebbe arrivare dunque a elezioni concluse. E causare la cancellazione dei risultati ottenuti. Ecco perchè il guazzabuglio giuridico a suon di ricorsi e controricorsi (non solo amministrativi ma anche alla Corte Costituzionale cui si è rivolta la Regione Lazio impugnando il decreto «salva liste») non può che avere come naturale appendice il dilemma politico se far slittare l’appuntamento elettorale. Soprattutto nel Lazio, dove la candidata del centrosinistra, la radicale Emma Bonino, ha chiesto il rinvio di un mese sui cui però il vertice del Pd è contrario. Nel frattempo il premier Silvio Berlusconi sembra voler entrare nel pieno della campagna elettorale, con una grande manifestazione da tenersi a proprio a Roma per presentare i 13 candidati governatori del centrodestra.

In una situazione politica incandescente, la battaglia legale andrà avanti a Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato: domani mattina il Pdl presenterà il ricorso contro la decisione del Tar del Lazio di escludere dalle liste il centrodestra (anche se il listino della candidata presidente Renata Polverini è stato ammesso), mentre un analogo appello è stato preannunciato dal candidato per il centrosinistra alle regionali della Lombardia, Filippo Penati, contro la decisione del Tar di dichiarare regolari le firme della lista Formigoni. Il primo ricorso sarà per sospendere la decisione cautelare dei magistrati di primo grado, per cui i legali del Pdl chiederanno che venga discusso in udienza entro sabato prossimo. La decisione spetterà alla quinta sezione del Consiglio di Stato, competente in materia elettorale. Ma si tratterà di un verdetto preliminare che, in caso di accoglimento dell’appello contro il Tar, potrebbe sì far tornare a correre il Pdl, ma in via temporanea: la decisione di merito, infatti, arriverà non prima di maggio (datà già fissata dal Tar). Nel frattempo le elezioni (salvo eventuali rinvii) si saranno già svolte. Con il rischio di un successivo annullamento. Un guazzabuglio giuridico e politico, appunto.

La Stampa

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Di Loredana Morandi (del 10/03/2010 @ 09:09:33, in Magistratura, linkato 1550 volte)
Il Tar ha sbagliato a escludere il Pdl a Roma.

Ecco perché

di Redazione

«Le sentenze, ovviamente, si rispettano». È questa la voce che rimbalza dal Quirinale. Giusto. E noi, con tutto il rispetto che gli è dovuto, diciamo che il Tar del Lazio a torto ha deciso con ordinanza di non riammettere in via cautelativa la lista del Pdl della provincia di Roma, esclusa dalla Corte d’appello. Ci guarderemo bene dal fargliene una colpa. Perché la questione è particolarmente complessa. Tant’è vero che se da un lato il Tar del Lazio ha escluso l’applicazione del decreto legge, dall’altro l’ufficio centrale circoscrizionale ne ha tenuto conto. Come prova la circostanza che ha permesso ai delegati del Pdl di presentare la lista provinciale di Roma. A riprova che l’Italia è sì la culla del diritto, ma al tempo stesso del suo rovescio.

Emma Bonino, la vispa Teresa radicale fedele nei secoli a Pannella come un carabiniere, ha appena compiuto gli anni. Auguri e figli maschi! Alla pronuncia del Tar del Lazio, ha esclamato: «Una boccata di legalità. I giudici hanno fatto il loro mestiere». Bene, brava. Ma se così non fosse? Si dà il caso che la decisione dell’organo di giustizia amministrativa desta, per usare un eufemismo, non poche perplessità. Difatti ha affermato che il decreto “salva liste” non «può trovare applicazione perché la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione». E ha aggiunto che «a seguito dell’esercizio della potestà legislativa regionale, la potestà statale non può trovare applicazione nel presente giudizio».
Da un punto di vista astratto, il discorso fila. Ma in pratica, sempre con rispetto parlando, fa acqua da tutte le parti.

Partiamo dalla Costituzione. L’articolo 122, così come modificato in solitudine dal centrosinistra nel 1999, che ha maltrattato più del dovuto la lingua italiana, dispone al primo comma che «Il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi». Si tratta perciò di legislazione concorrente tra Stato e regioni. Il Parlamento nazionale sforna le leggi cornice e le regioni si muovono legittimamente entro questi perimetri. A questo punto le regioni a statuto ordinario si distinguono in due categorie. A quelle che non si sono date una legge elettorale ad hoc, si applica ancora la legislazione statale. Alle altre no. La regione Lazio rientra in questa seconda categoria. Ha approvato la legge 13 gennaio 2005, n.2. Detta così, sembrerebbe aver ragione il Tar del Lazio. Senonché la legge della regione Lazio non detta norme in materia di presentazione delle liste. E stabilisce che «Per quanto non espressamente previsto, sono recepite» le leggi statali. Perciò il decreto legge doveva essere senz’altro applicato.
Né varrebbe avvalersi del cavillo secondo il quale il recepimento tradurrebbe in regionale la legislazione statale e impedirebbe perciò un decreto legge di interpretazione autentica.

Difatti la stessa Corte costituzionale (sentenza n. 196 del 2003) ha osservato che «la legge statale continua a spiegare l’efficacia che le è propria». E poi la legge del Lazio prevede anche che «Si applicano, inoltre, in quanto compatibili con la presente legge, le altre disposizioni vigenti nell’ordinamento in materia». Recepire e applicare sono al postutto sinonimi. Ecco perché il Tar del Lazio non poteva prescindere dal decreto. Le sentenze vanno rispettate. Sicuro. Ma non è giusto che a rimetterci sia chi, come il Pdl, ha perfettamente ragione. Nonostante tutto.

Il Giornale
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La testata giuridica  "Consulta Online", fondata dal dott. Pasquale Costanzo, ha pubblicato i dispositivi delle due sentenze del Tar del Lazio, che determinano l'esclusione cautelativa della lista del PdL per le Regionali.

Potete leggerle a questi link:

http://www.giurcost.org/casi_scelti/TARLAZIOELEZIONI1.pdf

http://www.giurcost.org/casi_scelti/TARLAZIOELEZIONI2.pdf

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Di Loredana Morandi (del 10/03/2010 @ 09:57:49, in Magistratura, linkato 1712 volte)
Procura di Imperia

Il Pm Maffeo sarà trasferito in altra sede


Il Consiglio superiore della magistratura gli ha comunicato la decisione

10 marzo 2010 Natalino Famà

Dovrà lasciare la procura di Imperia e subire il trasferimento in un distretto diverso da quello ligure. Questo il duro provvedimento adottato dal Consiglio Superiore della Magistratura nei riguardi del sostituto procuratore Filippo Maffeo, il magistrato che nei mesi scorsi è stato oggetto di un procedimento di carattere disciplinare per via degli atteggiamenti che ha tenuto con una collega, Paola Marrali.

Si tratta di una decisione adottata, quella del Csm, nel corso della fase cautelare del procedimento avviato l’estate scorsa dallo stesso pm Marrali dopo che questa aveva segnalato una serie di atti, di insistenze, tra cui l’invio di sms e infine di una lettera consegnata da Maffeo che la informava, citando norme emanate nel 2006, di essere a conoscenza di una sua possibile incompatibilità. Si trattava della presenza della sorella del pm, Angela Marrali, tra gli avvocati del foro di Imperia, presenza ritenuta appunto incompatibile dalla norma. Una semplice segnalazione? Così non sembrava.

Paola Marrali, sentitasi avversata, aveva segnalato i comportamenti del collega alla procura generale e al Csm. Da qui l’apertura dell’istruttoria nei riguardi di Maffeo ed ora, sei mesi dopo, la prima conclusione: il trasferimento.

Filippo Maffeo è stato convocato nei giorni scorsi a Roma. I giudici, in quest’occasione, avrebbero comunicato il provvedimento. Non sarebbero stati teneri con il pubblico ministero. Non avrebbero dato al magistrato la possibilità di scegliere sedi prossime al suo luogo di residenza, cioè Albenga.

Non solo. Avrebbero negato al sostituto procuratore imperiese anche la possibilità di rimanere in una sede ligure o del Basso Piemonte. Insomma un allontanamento assoluto dal territorio. Non è noto se i magistrati romani abbiano segnalato con precisione le località del la nuova destinazione.Sarebbero state paventate solo alcune ipotesi.

A quanto pare Maffeo avrebbe preso tempo per fornire una sua personale ipotesi e segnalare le eventuali alternative. Ammesso che siano accolte come possibili, il Csm ha dato tempo al magistrato.

Precedentemente, vale a dire negli ultimi mesi dello scorso anno, Maffeo, era già stato convocato a Roma presso il Consiglio per essere sentito in merito alle contestazioni mosse nei suoi riguardi.

L’audizione del sostituto procuratore, avrebbe chiuso l’istruttoria sul caso.

Sulla vicenda, che ha comportato non pochi problemi e tantissimo imbarazzo agli uffici tutti del terzo piano del palazzo di giustiziala, il procuratore capo, Bernardo Di Mattei, si è già pronunciato con il consiglio giudiziario di Genova e presso la procura generale. Sul trasferimento proposto al pm Maffeo non commenta e non asserisce nulla. Si limita a dire piuttosto seccato «Non so di alcuna decisione: se sapete voi...».

Un clima decisamente pesante quello che in questi mesi si è avvertito tra i corridoi e nelle stanze della procura imperiese. Gli uffici dell’ala nord non avevano praticamente contatti con l’ala sud, e viceversa.

Non a caso, proprio per il clima venutosi a creare per la vicenda, il sostituto Paola Marrali ha presentato istanza di “assegnazione ad altra sede”. In particolare, nel caso fosse accolta la sua richiesta, ha indicato la procura di Sanremo. È un passaggio che, se da una parte allontana il magistrato dal vizio di incompatibilità ambientale per via della presenza della sorella avvocato Angela, dall’altra, oltre un modo per togliersi da una situazione che si è resa imbarazzante per via dei contrasti e delle accuse con il collega Maffeo, le permette di non dover sopportare disagi. Un passaggio il suo che tra l’altro sembra essere accolto con soddisfazione dai colleghi e dal procuratore capo di Sanremo.

E mentre si profila il trasferimento di Maffeo e l’addio di Marrali, un altro pm è pronto ad abbandonare Imperia. Ersilio Capone ha chiesto e ottenuto la nuova destinazione: Como. Il suo trasferimento potrebbe avvenire entro l’estate prossima. E la procura imperiese potrebbe finire ridotta da 5 a 2 magistrati.

Il Secolo XIX
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Di Loredana Morandi (del 10/03/2010 @ 10:02:23, in Magistratura, linkato 1467 volte)
Suicida Vanacore, il portiere di via Poma



09 marzo 2010 - Si è suicidato Pietrino Vanacore, l’ex portiere dello stabile di via Poma, nel quale fu trovata uccisa Simonetta Cesaroni. Vanacore si è gettato in acqua in località Torre Ovo, vicino Torricella, in provincia di Taranto, dove risiedeva ormai da anni.

Ha lasciato due messaggi scritti con un pennarello per spiegare con poche parole perché aveva deciso di farla finita: prima di lasciarsi annegare ha preso due cartoncini con la stessa scritta «20 anni perseguitati senza nessuna colpa» e li ha sistemati uno sul parabrezza e l’altro sul lunotto posteriore della sua vecchia Citroen.

Poi si è tolto il giubbotto e ha fissato il capo di una fune ad un albero vicino al mare e l’altro alla caviglia. Così si è lasciato andare in mare annegando. Nessuno ha assistito alla scena, dicono gli investigatori. Ad accorgersi dell’accaduto sono stati due amici che hanno visto la fune e quindi il cadavere, e hanno avvisato i carabinieri.

Pietrino Vanacore era il portiere dello stabile dove fu uccisa Simonetta Cesaroni. Fu arrestato il 3 agosto del `90, con l’accusa di omicidio tre giorni dopo il delitto. Il 16 giugno ´93 fu prosciolto dal gip Cappiello perché «il fatto non sussiste». La decisione divenne definitiva nel 1995 dopo il ricorso in Cassazione. Dopo l’uscita di scena decise di lasciare Roma.

Recuperato il corpo
È stato recuperato dai vigili del fuoco il corpo di Pietrino Vanacore e sottoposto a una prima ispezione cadaverica dal medico legale Massimo Sarcinella. Una fune era attorno ai piedi: non si è saputo se legasse entrambe le caviglie o una sola. Il corpo è stato poi condotto nell’obitorio dell’ospedale di Taranto. Il pm che dirige le indagini, Maurizio Carbone, sta ora interrogando, con i carabinieri di Manduria e Torricella, alcuni amici di Vanacore per cercare evidentemente di comprendere lo stato d’animo dell’uomo negli ultimi tempi. Anche il sindaco di Torricella, Giuseppe Turco, medico e molto amico di Vanacore, è stato chiamato per essere sentito.
Il recupero del cadavere di Vanacore

Il legale di Busco: «Ha vissuto con rimorso perché sapeva»
«Non so come interpretare questo fatto. L’ho saputo 20 minuti dopo che era successo». Ha detto così in prima battuta l’avvocato Paolo Loria, difensore di Raniero Busco, imputato nel processo per l’omicidio di Simonetta Cesaroni. «La morte di Vanacore è troppo vicina alla scadenza processuale per non essere collegata e sicuramente lui non se l’è sentita di testimoniare. Lui ha vissuto con rimorso sulla coscienza questa storia, e non perché lui fosse l’autore dell’omicidio, ma perché sapeva. Evidentemente, però, non poteva parlare neanche a distanza di anni. Non se l’è sentita, secondo me, di affrontare i giudici, gli avvocati e la testimonianza in aula».

Ieri sul Tg5
Di Pietrino Vanacore aveva parlato ieri il Tg5 delle 20, ricordando che l’ex portiere dello stabile di via Poma sarebbe stato chiamato a deporre venerdì prossimo al processo che vede imputato Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni accusato dell’omicidio. Il servizio di Pierangelo Maurizio raccontava, dagli atti del processo, delle due telefonate partite dall’ufficio di Via Poma, dove fu trovata morta Simonetta. Le telefonate partite da quell’utenza alle 20.30 e alle 23, entrambe quindi quando il delitto non era stato ancora scoperto.

La sera del 7 agosto, ricostruiva il TG5, partirono due telefonate dall’ufficio «dirette a casa di Mario Macinati, un contadino che a 40 km da Roma curava la tenuta dell’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, presidente dell’associazione italiana Ostelli della Gioventù. Alla moglie di Macinati, che rispose al telefono, il misterioso interlocutore dice di chiamare l’avvocato urgentemente. Gli inquirenti pensano che non si trattasse dell’assassino bensì lo stesso Vanacore». Nel servizio si ricorda che «Mario Macinati oggi è indagato per falsa testimonianza. Ha detto di non conoscere Vanacore, ma in un’intercettazione ambientale ha rivelato che avrebbe mentito agli investigatori. Al Tg5 ha detto che l’intercettazione è stata mal interpretata». «Chi ha telefonato ha ritardato le indagini e, di fatto, ha permesso all’assassino di Simonetta di farla franca», conclude il servizio del TG5.

La cronaca di quel 7 agosto 1990
Sono passate da poco le 20,30 del 7 agosto 1990. Paola Cesaroni comincia ad essere preoccupata del ritardo di Simonetta, la sorella minore, che lavora nell’ufficio dell’Associazione alberghi della gioventù, in via Carlo Poma 2, nel quartiere Prati. Simonetta, che ha 21 anni, di solito torna a casa verso le 20. Con il fidanzato Antonello Baroni, Paola fa inutilmente la strada fino alla stazione della metro dove lei e Antonello avevano accompagnato Simonetta, poi chiama Salvatore Volponi, il datore di lavoro della sorella, che però non conosce l’ indirizzo dell’ufficio. Sarà proprio Paola a trovarlo sull’elenco telefonico. Il gruppo va in via Poma e costringe Giuseppa De Luca, moglie del portiere Pietrino Vanacore, ad aprire la porta. Sono le 23,30 circa: nell’ultima stanza c’è il cadavere seminudo di Simonetta, uccisa da 29 coltellate, probabilmente inferte con un tagliacarte. Simonetta, che non ha subito violenza carnale, indossa solo una canottiera, arrotolata verso l’alto. Le scarpe sono riposte ordinatamente in un angolo. Gli altri vestiti (i fuseaux bianchi e la camicetta) sono scomparsi. In uno stanzino ci sono due stracci strizzati, forse usati dall’assassino per ripulire la stanza. Le 29 coltellate sono state vibrate un pò in tutte le parti del corpo, e questo contrasta con l’ipotesi del raptus di un maniaco, che colpisce in un corpo a corpo. L’ ora della morte sarebbe collocabile tra le 18 e le 18.30.

Il Secolo XIX


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RDB CUB: DAL “COLLEGATO LAVORO”
NUOVO ATTACCO AL PUBBLICO IMPIEGO

Più penalizzazioni per chi ha figli piccoli e portatori di handicap a carico


Se la strategia del governo è quella di colpire i dipendenti pubblici per smantellare la Pubblica Amministrazione, c’è un impegno senza sosta per raggiungere l’obiettivo.
Nel collegato lavoro, approvato definitivamente lo scorso 3 marzo dal Senato, è contenuta la delega per rivedere la normativa relativa alla fruizione dei permessi per l’assistenza ai portatori di handicap e per limitare il ricorso del part-time nelle amministrazioni pubbliche.
Premesso che avere un parente in famiglia cui bisogna prestare cure sicuramente occupa ben oltre i tre giorni al mese concessi dalla legge 104 e che nessuno sceglie volontariamente di ridurre il proprio reddito con un contratto part-time se non per gravi motivi quasi sempre legati alla cura dei figli o di anziani genitori, rimettere mano alla normativa vigente, “senza costi aggiuntivi” e senza penalizzare chi è già penalizzato, risulta impresa ardua anche per i politici più creativi.
In un Paese dove la cura degli infermi e la “gestione” dei figli è affidata quasi esclusivamente alle famiglie, dove l’assistenza domiciliare è un servizio che nelle migliori delle ipotesi bisogna prenotare con mesi di anticipo, dove gli asili nido sono privati o a numero chiuso, dove gli orari della scuola non sono “sincronizzati” con gli orari del lavoro o della città, la famiglia è l’unico elemento di sicurezza sociale ancora garantito.
E nella famiglia sono prevalentemente le donne coloro che sono caricate di queste incombenze tant’è che ben il 90% dei rapporti part-time nel pubblico impiego sono “rosa” così come la stragrande maggioranza dei permessi per l’assistenza ai portatori di handicap sono utilizzati da donne.
Donne al centro, oltre che degli inasprimenti che riguardano la generalità dei lavoratori pubblici, anche di norme specifiche quale quella in questione e come l’innalzamento dell’età pensionabile recentemente introdotta sempre da questo governo.
C’è la necessità nel Paese di investire nella tutela sociale innescando così meccanismi virtuosi che portino, questi sì, ad una maggiore efficienza e trasparenza della Pubblica Amministrazione, ma forse non è questo l’obiettivo dei governi.

Roma, 8 marzo 2010

p/Direzione Nazionale
Giuliano Greggi


***

APPROVATO IL “COLLEGATO LAVORO”
L’ARBITRATO E’ SOLO LA PUNTA DELL’ICEBERG
SI SMANTELLANO TUTELE FONDAMENTALI DEI LAVORATORI



La Legge “Collegato Lavoro” garantisce nuove tutele per le aziende ai danni dei lavoratori: più difficile vincere cause di lavoro, impugnare licenziamenti ingiusti, ottenere giusti risarcimenti. Particolarmente garantite le aziende che fanno ricorso massiccio allo sfruttamento del lavoro precario.

Diventa legge la possibilità di derogare ai CCNL, “certificando”, tramite commissioni, i contratti individuali contenenti clausole peggiorative: viene limitata la giurisdizione del giudice e si incentiva il ricorso all’arbitrato.
 
Certificazione dei contratti e arbitrato: vi è la possibilità di assumere lavoratori con il ricatto di sottoscrivere un contratto individuale “certificato”, dove si certifica la “libera volontà” del lavoratore di accettare deroghe peggiorative a norme di legge e di contratto collettivo, e dove il lavoratore rinuncia preventivamente, in caso di controversia o licenziamento, ad andare davanti al magistrato (rinunciando alla piena tutela delle leggi): in questo caso, il giudice viene sostituito da un collegio arbitrale che può decidere a prescindere dalle leggi e dai contratti collettivi; massima discrezionalità, da parte del collegio arbitrale, nei casi di vertenza per i lavoratori assunti con contratti precari e atipici (determinati, cocopro ecc…).

Processo del lavoro: il giudice non può entrare nel merito delle scelte organizzative e produttive poste dal datore di lavoro, non può più contestare la sostanza, le ragioni più o meno giuste delle scelte dell’azienda, ma deve limitarsi alla verifica dei requisiti formali delle azioni aziendali: questo limite si rafforza soprattutto nei casi di contratti di lavoro “certificati”, dove in giudice non può contestare le deroghe peggiorative contenute negli accordi individuali; abolito l’obbligo del tentativo di conciliazione prima del ricorso al giudice.

Licenziamenti: il giudice, nelle cause di licenziamento, deve “tener conto” di quanto stabilito nei contratti individuali e collettivi come motivi di licenziamento per “giusta causa” o “giustificato motivo”, deve considerare, più che il diritto, la situazione dell’azienda, la situazione del mercato del lavoro, il comportamento del lavoratore negli anni, ecc; tramite i contratti “certificati” si possono certificare e rendere legali motivi aggiuntivi (non previsti dalla legge e dai contratti collettivi) per licenziare liberamente il lavoratore.

Impugnazione dei licenziamenti: per i licenziamenti invalidi o inefficaci, per i contratti a tempo determinato, contratti cococo e a progetto, per i lavoratori coinvolti nei trasferimenti di ramo d’azienda, per i lavoratori che contestano forme di intermediazione del rapporto di lavoro (appalti e somministrazione), a tutti questi è introdotta, per i tempi dell’impugnazione, la prescrizione di 60 giorni a cui deve seguire, pena nullità dell’impugnazione, il ricorso o la richiesta di conciliazione entro i successivi 180 giorni. La nuova procedura ha effetto retroattivo.

Risarcimento per lavoratori a termine irregolari: nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il risarcimento onnicomprensivo è limitato tra 2,5 e 12 mensilità, il risarcimento può essere ridotto alla metà se nel CCNL di riferimento è prevista una qualsivoglia procedura o graduatoria di stabilizzazione. La norma ha effetto retroattivo.

Risarcimento per i contratti di collaborazione irregolari: il datore di lavoro che, entro il 30.09.2008, abbia fatto una qualsiasi offerta di assunzione al lavoratore in collaborazione, è tenuto unicamente a un indennizzo limitato tra 2,5 e 6 mensilità.

Attività usuranti: per salvaguardare i “conti pubblici” si introduce tra gli aventi diritto una ulteriore selezione per l’accesso alla pensione dei lavoratori esposti ad attività usuranti (graduatoria in base ai contributi versati).

Riforma degli ammortizzatori sociali: già “pagata” con l’ultima contro-riforma previdenziale, il tempo concesso al Governo, per attuare la riforma, slitta di 24 mesi.

Riordino enti previdenziali: delega al Governo per semplificare, snellire gli enti previdenziali, con un rafforzamento delle competenze dei Ministeri del Lavoro e della Sanità sugli stessi enti.

Riordino della normativa sui congedi e permessi di lavoro: a costo zero si prevede una stretta sulle attuali norme che regolano la materia, compresi i premessi per handicap già in parte resi operativi.

Mobilità ed esuberi dei dipendenti pubblici: le procedure di messa in mobilità e di esubero dei dipendenti pubblici si estendono anche nei casi di trasferimento delle competenze dalla Stato agli enti locali o in caso di esternalizzazione dei servizi.

Part time per i dipendenti pubblici: le amministrazioni possono revocare la concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale già adottati.

Apprendistato: l’obbligo scolastico può essere assolto lavorando, già dall’età di 15 anni, con contratti di apprendistato.

Assenze per malattia: obbligo di trasmissione telematica e di rilascio del certificato di malattia esclusivamente dal medico convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale (è esplicitamente previsto il licenziamento se la mancanza è reiterata).

Lavoro interinale: estensione dei soggetti autorizzati all’attività di intermediazione di mano d’opera: associazioni, enti bilaterali, e anche gestori di siti internet.

Contratti di prestazione occasionale: estensione dei mini cococo per i servizi di “badantato” per 240 ore all’anno solare.

Sanzioni: modifica delle sanzioni previste per il lavoro in nero, sulle infrazioni sull’orario di lavoro, previste deroghe contrattuali a livello territoriale e aziendale.

Insieme alla norme già approvate in Finanziaria (Legge 191/2009) che hanno reintrodotto il lavoro in affitto a tempo indeterminato (staff leasing) ed esteso l’utilizzo dei “buoni lavoro”, siamo di fronte al peggior attacco di diritti dei lavoratori sulla scia del “Pacchetto Treu” e della Legge 30: è necessario rilanciare ogni iniziativa di lotta ed anche giuridica contro lo smantellamento dei diritti e l’aumento esponenziale della precarietà.

4 marzo 2010
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Di Loredana Morandi (del 10/03/2010 @ 15:28:32, in Magistratura, linkato 1386 volte)
Faccio opera di recupero post influenzale ancor febbricitante, traendo spunto da un articolo dal titolo "Il Giudice e Che Guevara" (Giornalettismo.com) e rilancio il video dell'intervista a Rai 3 della dottoressa Anna Argento.
La sensazione che in Italia non si viva in democrazia è alta, altissima in tutte le fasce della popolazione.  La magistratura è stanca anche per i motivi in discussione oggi al CSM.
Il problema vero è che alcuni usano la condizione di facinorosità della popolazione per gli scopi propri della demagogia di bottega. Il rampantismo dei cd "nuovi leader" è ancor più alto.
E se a Roma può accadere che all'interno di un Tribunale venga organizzato e prodotto l'ostacolo di un
die-in contro il rappresentante della opposta fazione, come attesta il manifestante stesso nel video pubblicato da La Repubblica, la cosa che deve preoccupare è che altrove in futuro le "liste" potranno essere consegnate  presso le Corti d'Assise dai legali rappresentanti soltanto con una scorta armata.  Ma questo, forse, potrebbe essere addirittura già successo...

Di seguito, un articolo che ritratta le accuse sul quadro di Guevara e a seguire il video.

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/anna_argento.jpg





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Tutta la solidarietà di Giustizia Quotidiana alla lavoratrice offesa.

Proprio questa mattina in merito allo svolgersi dei fatti sulle liste regionali ribadivo il concetto della pericolosità di fenomeni diversi dalla normale amministrazione giudiziaria, probabilmente con la consapevolezza che è il lavoratore per primo ad entrare in conflitto con il pubblico, quale che sia. L.M.


Roma: RbB P.I. Giustizia,
dal 15 al 20 protesta in uffici giudiziari



Roma, 10 mar. - (Adnkronos) - "Ennesima aggressione ai danni di una lavoratrice del Tribunale di Roma che ieri, alla Sezione Esecuzioni Immobiliari, e' stata percossa da un avvocato, ricevendo 5 giorni di prognosi per ferite al volto. A scatenare la furia aggressiva dell'uomo, il rifiuto posto dalla cancelliera, in corretta applicazione la normativa vigente, alla consegna di un fascicolo che l'avvocato intendeva portare fuori dalla stanza". Lo comunica in una nota la RdB Pubblico Impiego Giustizia, che condanna l'episodio e "ribadisce che ogni lavoratore ha diritto alla dignita', alla sicurezza ed al rispetto nelle funzioni che esplica in ottemperanza delle norme e delle procedure".

La RdB "sottolinea come siano sempre piu' frequenti i comportamenti aggressivi nei confronti dei lavoratori giudiziari, colpevoli di svolgere il proprio dovere in una condizione quotidiana al limite del collasso", e denuncia ''la mancanza di misure di sicurezza e di controllo agli ingressi del Tribunale Civile di Roma, dove paradossalmente e' possibile entrare anche armati".

La Rdb "chiede pertanto al Presidente del Tribunale di Roma che vengano messe in atto tutte le possibili misure per consentire condizioni lavorative accettabili - si legge nella nota - che non vi sia piu' un contatto diretto con l'utenza e che vengano predisposte delle barriere divisorie per salvaguardare l'incolumita' dei lavoratori. La RdB P.I. invita inoltre tutti i lavoratori ad aderire alla protesta indetta dal 15 al 20 marzo in tutti gli uffici giudiziari, con la quale si intende evidenziare le disastrose condizioni in cui versa la Giustizia, che si esplichera' nel rispettare le mansioni, le norme ed i regolamenti imposti dalle procedure".
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Di Loredana Morandi (del 11/03/2010 @ 08:31:29, in Magistratura, linkato 1366 volte)
Giustizia/ Pillay (Onu):
No a commenti sprezzanti contro magistrati

Alto commissario Onu "preoccupata" per stato diritto in Italia

Roma, 10 mar. (Apcom) - L'Alto commissario per i Diritti Umani, Navi Pillay ha espresso "preoccupazione per lo stato di diritto in Italia". Nel corso dell'audizione in Commissione Diritti Umani del Senato, Pillay ha sottolineato come la "magistratura sia messa a repentaglio dall'esecutivo". La dirigente sudafricana ha "scoraggiato i funzionari pubblici dal fare commenti di disprezzo nei confronti della magistratura perchè in questo modo si dà l'idea che la magistratura non sia indipendente".

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Voto contrario solo dai laici del Pdl
Giustizia, da Csm sì a delibera contro premier:
''Denigra la magistratura''

Roma - (Adnkronos) - Approvato a larghissima maggioranza il documento che accusa Berlusconi di aver delegittimato le toghe. Tra i favorevoli il vicepresidente Mancino: ''Non può insultarci''. Il Pdl: ''Aprono la campagna elettorale''

Roma, 10 mar. (Adnkronos) - Il plenum del Csm ha approvato a larghissima maggioranza, con il solo voto contrario dei laici del Pdl, il documento che accusa il premier Silvio Berlusconi di aver denigrato la magistratura, delegittimandola. Tra i favorevoli alla delibera, il vicepresidente del Csm Nicola Mancino.

Il documento sottolinea che queste dichiarazioni mettono "a rischio l'equilibrio stesso tra poteri e ordini dello Stato sul quale è fondato l'ordinamento democratico di questo Paese". Inoltre si mette in luce che il Csm "ha il dovere costituzionale di ristabilire pubblicamente la credibilità e dignità della funzione giudiziaria".

Nel dibattito in plenum il togato di Magistratura democratica Livio Pepino ha sottolineato che la mancanza di rispetto verso la magistratura "mette a rischio la democrazia: se cominciamo a valutare i contenuti della giurisdizione sulla base delle utilità e non delle regole, la giurisdizione è finita". Pepino ha poi aggiunto che "se è a rischio la giurisdizione è a rischio anche la democrazia. La giurisdizione non cade da sola".

I consiglieri hanno sottolineato di condividere le preoccupazioni più volte espresse dal capo dello Stato, da ultimo nella lettera a Mancino. Per questo nel documento rivolgono "un pressante appello a tutte le istituzioni perché sia ristabilito un clima di rispetto dei singoli magistrati e dell'intera magistratura, condizione imprescindibile di un'ordinata vita democratica".

Il documento ha chiuso la ricca pratica a tutela di varie toghe accusate dal premier. Come quelle del processo Mills definite 'comuniste', o i pm che hanno riaperto le indagini sulle stragi mafiose o le toghe di Firenze che hanno messo sotto inchiesta Guido Bertolaso. Ma anche le toghe che dopo la sentenza sul caso Mills ha definito 'talebane'. Di questi magistrati il Csm elogia "la compostezza" per il silenzio con cui hanno risposto ad accuse "generiche ed ingiuste".

Prima di votare sulla delibera, Mancino ha sottolineato: "Il presidente del Consiglio è un organo istituzionale, ha responsabilità politica e non può usare un linguaggio di insulti e talvolta intimidazioni nei confronti del libero esercizio dell'attività giudiziaria". Il vicepresidente ha poi aggiunto: "non siamo una terza camera, il rispetto deve venire anche da uno che è titolato sul piano istituzionale verso altri che sono titolati sullo stesso piano".

Mancino ha poi osservato che il processo "continua ad essere lungo e non giusto". Il documento licenziato stasera da Palazzo dei Marescialli, ha aggiunto, "non può essere considerato nei termini di un attacco e di una difesa". Ma, ha rilevato, è necessario "contribuire a un dialogo che sembra espulso dal confronto istituzionale".

Poi rivolgendosi al consigliere laico del Pdl che aveva sostenuto che non fosse offensivo dare del 'talebano' a un magistrato, ha affermato: "Non credo che Anedda nel suo intimo ritenga che dare del talebano o del 'peggio di Tartaglia' sia un'espressione uscita per caso al premier. C'è una diversità di cultura politica, c'è chi ritiene che uno investito di consenso popolare sia immune da qualunque indagine e chi no".

A stretto giro arriva la replica del portavoce del Pdl, Daniele Capezzone. "Poteva mancare una sortita politica, e naturalmente antiberlusconiana, del Csm e di Nicola Mancino, all'apertura della campagna elettorale? - sottolinea - No, e infatti non è mancata. Poi, però - aggiunge -, i signori magistrati non devono sorprendersi quando la stragrande maggioranza degli italiani, come attestano innumerevoli rilevazioni e ricerche, mostra sfiducia in una magistratura che appare (ed è) guidata da una frangia politicizzata e faziosa. Raccolgono i frutti della loro semina".
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Di Loredana Morandi (del 11/03/2010 @ 08:42:16, in Osservatorio Famiglia, linkato 1197 volte)
Amore per il rischio o giornalismo capitalizzato?

IL LEGALE: HA ACCOLTO LA PROPOSTA DI MATRIMONIO COME UN'OPPORTUNITA' DI CAMBIAMENTO

Si è sposato Angelo Izzo,
il massacratore del Circeo


Le nozze con la giornalista Donatella Papi nel carcere di Velletri: «È l'uomo che amavo da sempre». La sorella di Rosaria Lopez: la ucciderà sicuramente

VELLETRI (Roma) - Angelo Izzo si è sposato. L'uomo, che a metà degli anni '70 partecipò alla strage del Circeo, si è unito in matrimonio questa mattina, con Donatella Papi, nel carcere di Velletri, in provincia di Roma, dove è detenuto. Lo sposo sta scontando due ergastoli, uno per i fatti del Circeo, l'altro per il duplice omicidio, di madre e figlia, commesso nel 2005 a Ferrazzano (Campobasso).

L'articolo segue sul Corsera di Roma

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