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Tutte le verità passano tre fasi. Primo: vengono ridicolizzate. Secondo: subiscono una opposizione violenta. Terzo: vengono accettate come ovvie.

Arthur Schopenhauer
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Torino

Relazione dr. Livio Pepino
Consiglio Superiore della Magistratura

Torino 30 gennaio 2010



Presidente, Autorità, Cittadini,

mancano pochi mesi al termine della dodicesima legislatura del Consiglio superiore della magistratura. E mentre questa scadenza si avvicina assistiamo a difficoltà crescenti per la giustizia, per il governo autonomo della magistratura, per lo stesso assetto costituzionale del Paese (profili indissolubilmente connessi come segnala il fatto che la stragrande maggioranza dei magistrati presenti – e io, idealmente, con loro – sono venuti qui indossando insieme la toga e la Carta fondamentale della Repubblica). Questa situazione mi impone, come componente del Consiglio (e con le peculiarità che caratterizzano ogni componente di un organismo collegiale e culturalmente pluralista) di fermarmi proprio sulle difficoltà e sui problemi. Limitarmi all'elenco e alla illustrazione delle cose fatte (del resto analiticamente esposte nel poderoso volume che ho consegnato alla presidenza) sarebbe, infatti, elusivo. Lo farò senza reticenze, perché non è tempo di prudenze e timidezze, che ogni giorni di più mi appaiono – come ha scritto tempo fa E. Scalfari in un editoriale di Repubblica – – «lo specchio d'una profonda indifferenza dello spirito pubblico, ormai ripiegato sul tirare a campare del giorno per giorno, senza memoria del passato né prospettiva di futuro».

Ieri l'altro, parlando a Reggio Calabria, il ministro della giustizia ha detto che le inaugurazioni dell'anno giudiziario sono cerimonie fatte non per i giudici ma per i cittadini. Condivido l’impostazione. Bisogna cercare di dire ai cittadini – con verità e senza demagogia – ciò che sta accadendo. Proverò a farlo dal versante del Consiglio superiore, fermandomi, in particolare, su quattro punti.
 

1. La crisi della giustizia – lo ha ricordato e ne ha fornito alcune cifre, prima di me, il presidente Barbuto – è grave e profonda. Leggere che un giudice (in Italia, non importa dove) apre un'agenda e dice alle parti esterrefatte che nella loro causa la prossima udienza si terrà nel 2018 non è solo uno scandalo e una vergogna; è la fine della giustizia ed è, anche, la trasformazione dei giudici da garanti dei diritti e risolutori di conflitti in calendari parlanti. Non è sempre e dappertutto così; ci sono, al contrario, diffuse isole felici e crescenti esperienze virtuose (come è emerso anche dalla relazione introduttiva di questa inaugurazione). Ma la denegata giustizia resta una parte significativa della realtà. Ebbene, denunciarlo non basta. Anzi, per chi ha responsabilità di governo, fermarsi alla descrizione e alla denuncia senza proseguire con la individuazione delle ragioni e l’indicazione dei rimedi è solo ipocrisia (prossima alla complicità) .

Il Consiglio superiore ha provato, in questi anni, a reagire: ha elaborato decine di pareri sui progetti governativi di riforma della legislazione sostanziale e processuale (pareri non certo pregiudizialmente ostili, come potrà vedere chiunque avrà la curiosità e la pazienza di leggerli); ha formulato richieste specifiche e altrettanto specifiche proposte sul piano della organizzazione (da ultimo, la settimana scorsa, riproponendo – non in termini ideologici ma in modo pragmatico – la questione del necessario ripensamento della geografia giudiziaria: anche per piccoli passi, cominciando con l’accorpare tribunali il cui bacino di utenza è di poche decine di migliaia di donne e uomini e il cui organico è inferiore alle dieci unità...); ha segnalato sin dal suo insediamento l'insostenibilità delle carenze di organico; ha denunciato gli effetti paralizzanti di alcune modifiche ordinamentali (come quella sulla impossibilità di destinare i magistrati di prima nomina alle Procure e alle funzioni monocratiche); ha proposto rimedi; ha incentivato e diffuso le esperienze di buone pratiche nate nei singoli uffici (anche andando a portare il suo contributo in sedi particolarmente sofferenti, da Reggio Calabria a Gorizia).

Gli si è detto che fa politica e che invade campi altrui proponendosi come terza camera (sic!). Gli si è richiesto, in sostanza, di “non disturbare il manovratore”. E intanto, mentre le scoperture di organico dei magistrati sono ormai superiori a mille (su 9.000 giudici e pubblici ministeri), la preoccupazione principale di alcuni settori della politica sembra quella di inserire nelle pieghe di un qualche provvedimento legislativo dedicato a tutt’altro la possibilità per i vertici degli uffici giudiziari di restare in servizio sino a 76 o 78 anni (!); decine di Procure hanno scoperture maggiori dell'80%; tre procure siciliane sono totalmente prive di sostituti e prossime alla vera e propria chiusura; gli organici del personale ausiliario sono stati ridotti, persino sulla carta, di oltre 3.600 unità (grazie a un decreto del presidente del Consiglio del 15 dicembre 2008 che ha riscritto gli organici sulla base della situazione di fatto); la produzione legislativa in materia di giustizia cresce al ritmo di una legge ogni due o tre mesi, spesso in modo scoordinato e incidendo direttamente sui processi in corso; e si pensa di risolvere il problema dello sfascio organizzativo affermando per legge che il processo deve essere breve (e che se così non è, semplicemente non si fa!).

Dove stanno le responsabilità della crisi?
 

2. Ma, si dice – lo dicono il Ministro e una certa disinvolta pubblicistica – la colpa è dei magistrati che lavorano poco e male e del Consiglio superiore il quale, invece di pensare alle sorti della giustizia, si preoccupa di tutelare la corporazione. Certo anche nella magistratura ci sono come in tutte le organizzazioni sociali e professionali problemi, carenze, insufficienze. Ma i dati europei – citati dal presidente Barbuto e quelli dello stesso ministero della giustizia – raccontano un’altra storia. La storia di una magistratura che ha indici di produttività maggiori della gran parte degli altri paesi europei e che, nonostante il disastro amministrativo, definisce negli ultimi anni un numero di processi sostanzialmente pari (e in taluni casi anche maggiore) rispetto alle sopravvenienze, mentre ciò che paralizza la situazione è l'arretrato (per la cui definizione manca un qualunque progetto organico, quando è evidente che non può bastare il pur necessario sforzo organizzativo dei singoli uffici.

Ed è sotto gli occhi di tutti la vicenda di un Consiglio superiore impegnato in uno sforzo di rinnovamento senza precedenti (e senza uguali in altri settori della pubblica amministrazione) emblematicamente rappresentato dal ricambio epocale di dirigenti degli uffici (oltre 350 direttivi e 400 semidirettivi negli ultimi due anni e mezzo con un rinnovamento rispettivamente del 65% e del 55% e un ringiovanimento di notevoli proporzioni). È sotto gli occhi di tutto la realtà di un Consiglio superiore impegnato in una attività di formazione e di confronto dei dirigenti e dei magistrati per far crescere un modello di giudice e di pubblico ministero attento alle esigenze del servizio nella piena consapevolezza che, per usare parole di Luigi Ferrajoli, chi entra in un’aula di giustizia «ricorderà e giudicherà il suo giudice, ne valuterà l’equilibrio o l’arroganza, il rispetto oppure il disprezzo per la persona, la capacità di ascoltare le sue ragioni oppure l’ottusità burocratica, l’imparzialità o il pre-giudizio. Ricorderà, soprattutto, se quel giudice gli ha fatto paura o gli ha suscitato fiducia. Solo in questo caso ne avvertirà e ne difenderà l’indipendenza come una sua garanzia, come una garanzia dei suoi diritti di cittadino». È, infine, sotto gli occhi di tutti – almeno di chi non vuole nascondere anche l’evidenza – la realtà di un Consiglio superiore impegnato con rigore a contrastare le prassi deteriori anche sul piano disciplinare. Non sono tra quelli che misurano la bontà del giudice, ivi compreso quello disciplinare, dalla quantità delle condanne ed assumo, dunque, i numeri come semplici indicatori di tendenza: ma – in modo tendenziale, appunto – un giudizio di equità e rigore sembra appropriato a fronte di 92 condanne pronunciate nel triennio (a cui vanno affiancati 50 pensionamenti anticipati intervenuti durante l'iter processuale, costituenti una sorta di risultato indiretto della iniziativa disciplinare...), poco più di 200 assoluzioni per ragioni di merito e ben 22 provvedimenti cautelari di sospensione dal servizio o di trasferimento di ufficio. 

Perché allora la ricorrente presentazione di un Consiglio superiore rissoso e protervo, di pari passo con quella di una magistratura inefficiente e parziale?
 

3. La risposta – e arrivo così al terzo punto – la si ricava agevolmente sol che si consideri la ricorrente presentazione della situazione attuale come un improprio scontro tra giustizia e politica alimentato da un Consiglio superiore indebitamente politicizzato (o, addirittura, "avversario politico" – cito tra virgolette – della maggioranza o del suo leader). Siamo a quello che viene presentato come il punto principale di sofferenza del sistema (quello che – per dirla con la brutalità di un indimenticato guardasigilli di qualche anno fa – induce il Governo a non fornire risorse a un potere giudiziario di cui non si fida).

La mia esperienza consiliare mi induce a una grande attenzione alle parole, con le quali si possono costruire realtà virtuali e, poi, con l'ossessiva ripetizione, trasformarle in "verità" anche quando non lo sono. Ebbene io credo – e coerentemente con questa impostazione si è mosso il Consiglio – che ciò a cui quotidianamente assistiamo non è uno scontro tra poteri ma una aggressione senza precedenti alla giurisdizione. Alla giurisdizione, sottolineo, e non alla magistratura (pur se essa si manifesta anche con attacchi personali ai singoli magistrati, colpevoli – magari – di indossare calzini azzurri o di aspettare disciplinatamente il proprio turno dal barbiere...). Aggressione alla giurisdizione che si sostanzia nel rifiuto della sua stessa funzione filtrato dalla affermazione che il vincolo della legge e delle regole sarebbe è superato dal consenso e dal voto. Questo è il nodo del contendere e non certo specifiche critiche a specifici provvedimenti giudiziari (non solo legittime ma indispensabili per realizzare una corretta dialettica tra opinione pubblica e operato dei giudici).

In questa situazione non è una invasione di capo ma un dovere la “pretesa” del Consiglio superiore di rassicurare i giudici sul loro ruolo, che in uno Stato di diritto non può che essere – piaccia o non piaccia al sovrano contingente – quello «di intervenire a riparare i torti subiti, a tutelare il singolo anche se la maggior parte o perfino la totalità degli altri si schierano contro di lui, ad assolvere in mancanza di prove quando l'opinione comune vorrebbe la condanna o a condannare in presenza di prove quando la medesima opinione vorrebbe l'assoluzione» (così, ancora, Luigi Ferrajoli).


4. Un ultimo punto mi preme toccare. Questo Consiglio ha fatto molto. Ho già ricordato il profondo rinnovamento della dirigenza degli uffici (che appena tre anni fa pochi ritenevano possibile...) e voglio citare ancora la radicale riforma del sistema dei trasferimenti (che stanno ora avvenendo in tempo reale, cioè nel giro di due tre masi dalla scadenza dei relativi bandi) e la messa a punto di un sistema di valutazioni di professionalità che si appresta ad imboccare la strada dei fatti e non quella degli aggettivi (e, magari, dei superlativi). È stato un risultato positivo di grande importanza che va rivendicato anche se, nella realizzazione concreta possono esserci stati errori e inadeguatezze, probabilmente ineliminabili date le dimensioni dell'intervento.

E tuttavia non sono mancati – non mancano – i problemi e le ombre. E il Consiglio deve saper guardare criticamente anche al proprio interno, alle proprie cadute, alle proprie incapacità, alle proprie debolezze. Tra queste ciò che viene maggiormente segnalato e criticato – anche all'interno della magistratura – e che costituisce la base per disparate e talora surreali proposte di riforme (penso, per esempio, all’ipotesi della “rappresentanza per sorteggio”), è l'asserita esistenza di un diffuso e inaccettabile clientelismo. V'è, in questa denuncia, del vero. Lo ho detto più volte – con riferimento a casi specifici – in Consiglio e non lo negherò certo qui. Ma ancora una volta, se si vogliono evitare danni ancora maggiori, occorre essere rigorosi nella analisi e nella individuazione dei rimedi. Oggi è diventato pensiero diffuso quello secondo cui del clientelismo, come di ogni altro male, sono responsabili le correnti dei magistrati. Non ne sono – anche alla luce dell'esperienza consiliare – così sicuro. Non ho qui il tempo di argomentare in modo approfondito sul punto. Ma mi soccorre – almeno – l'esperienza storica.  Quando i magistrati erano tutti intruppati nel partito nazionale fascista  e le correnti erano solo un fenomeno atmosferico il ministro Grandi si sentì in dovere, il 7 maggio 1940, di inviare agli uffici un telegramma-circolare per sottolineare la necessità (quantomeno) di evitare il flusso e la permanenza a Roma dei magistrati che assediavano i componenti del Consiglio superiore per tutto il tempo in cui gli stessi erano impegnati negli scrutini o nelle promozioni. Né la situazione migliorò in epoca repubblicana, prima della nascita delle correnti, almeno a giudicare dal grottesco ritratto con cui D. Troisi descrive (in Diario di un giudice del 1955) il collega in lacrime perché, non conoscendo né vescovi né cardinali, non poteva ambire alla "meritata promozione"... Certo le correnti non hanno saputo debellare, in toto o in maniera adeguata, questo malcostume nazionale che contagia anche il sistema giudiziario. E questa è una loro indubbia responsabilità (anche se bisognerebbe distinguere, ché l’affermazione secondo cui «così fan tutti» è falsa e funzionale spesso a giustificare le abitudini di chi la recita...). Ma la situazione è oggi certamente migliore che in passato e il rigore, la coerenza, la trasparenza di molti – alimentati e consentiti dal pluralismo che caratterizza il Consiglio – sta dando frutti.

Attenzione, dunque, a non cambiare in peggio.  
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ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Bari

Relazione del dott. Mario Fresa
Consiglio Superiore della Magistratura

Bari 30 gennaio 2010

1. Premessa


Sig. Presidente,

porgo anch’io, anzitutto, ossequio al Capo dello Stato, Presidente del CSM che ho l’onore e l’onere oggi di rappresentare. Ho poi il piacere di salutare Lei, il rappresentante del Ministro della Giustizia, il Procuratore Generale, il Presidente dell’Ordine degli Avvocati, le altre Autorità e tutti i presenti.

Con questo intervento intendo illustrare l’attività del Consiglio Superiore della magistratura nell’anno 2009 con riferimento agli atti di maggior rilievo ed al ruolo svolto in relazione alle sue competenze istituzionali.

Come noto, questo è l’ultimo anno per l’attuale consiliatura e, dunque, si impone una sintesi più generale sulle attività che hanno caratterizzato questo Consiglio, particolarmente impegnato nel dare piena attuazione, nei tempi previsti dalla legge, al disegno riformatore dell’ordinamento giudiziario.

Si è data attuazione a tutte le parti della riforma del 2006, dando vita ad una vera e propria fase di costruzione di un ordinamento giudiziario nuovo, che ha richiesto impegno eccezionale da parte di tutte le strutture consiliari e che ha già dato i primi positivi risultati.

2. Gli incarichi direttivi e semidirettivi.

Va evidenziata anzitutto l’attività svolta in relazione ai conferimenti di incarichi direttivi e semidirettivi. In tale settore, si è realizzato un profondo rinnovamento che ha promosso il più rapido ricambio nella copertura dei posti, favorendo un sensibile abbassamento dell’età media dei dirigenti negli uffici giudiziari. La parola d’ordine in questo campo è spirito di mero servizio dei nuovi dirigenti nell’ottica della temporaneità degli incarichi.

Nell’individuazione degli indicatori per la valutazione dell’attitudine direttiva si sono valorizzate le singole esperienze professionali che denotano propensione alla direzione o all’organizzazione. In tal modo, la valutazione comparativa degli aspiranti è effettuata al fine di preporre all'ufficio da ricoprire il candidato più idoneo per attitudini e merito, avuto riguardo alle esigenze funzionali da soddisfare e ai particolari profili ambientali.

Certo, non sono sopite le polemiche relative al correntismo nel CSM, o meglio alle patologie correntizie capaci di deviare il corso di un corretto percorso decisionale. Queste patologie decisionali, in verità, non sono solo prerogativa della componente togata del Consiglio, ma sono purtroppo comuni anche alla componente laica, con cadute di credibilità nel nome dei localismi e delle relazioni amicali.

In questo campo non c’è riforma legislativa che possa garantire, da sola, un diverso modo di essere dei componenti, togati e laici. Un approccio al governo autonomo, improntato al rispetto delle regole suggerito dalla coscienza e autodeterminazione e non da impulsi esterni, politici, correntizi o amicali che siano, può provenire solo dallo spessore etico di ciascun componente e non da riforme di assetto istituzionale del CSM.

Bisogna esserne consapevoli e cercare di eliminare i germi patologici, richiamando il rispetto delle regole che noi stessi ci siamo dati per meglio esercitare il delicato compito cui siamo stati chiamati. Non è produttivo fare discorsi generici. Bisogna vigilare ogni giorno in questo senso, denunciando non genericamente il problema, ma le singole devianze che in concreto, volta per volta, si manifestano.

Con questo spirito, componenti togati e laici del CSM, debbono insieme riaffermare, ogni giorno, la più assoluta libertà ed autonomia decisionale rispetto alle proprie aree di provenienza culturale, correntizia o politica. Con questo spirito, con delibera del 20 gennaio u.s., il CSM ha varato una sorta di codice etico dei consiglieri, che ha i limiti e i pregi di tutti i codici etici, i quali esprimono la necessità di rafforzare le regole di comportamento che più spesso vengono violate affidando alla mera percezione del disvalore della condotta una deterrenza che non può essere presidiata con un apparato di sanzioni.

Questo dev’essere l’impegno primario anche per il CSM che verrà.

3. Le valutazioni di professionalità.

Intenso lavoro è stato svolto anche in altro settore interessato dalla riforma, quello delle valutazioni di professionalità. La magistratura fonda infatti la sua credibilità sulla professionalità. Ogni caduta di professionalità ne mina la credibilità.

Va segnalata in particolare l’attività volta alla individuazione di standard di rendimento che devono fornire più attendibili strumenti di valutazione dell’attività dei magistrati. La legge ha infatti previsto che il parametro della laboriosità venga desunto anche dagli standard di rendimento, rimettendone al CSM la individuazione.

Tali standard vanno valutati tenuto conto di tante variabili: situazione organizzativa e strutturale degli uffici; flussi in entrata degli affari; qualità degli affari trattati; attività di collaborazione alla gestione dell’ufficio; e così via.

Per tale finalità il CSM ha ritenuto indispensabile affidare a magistrati con esperienza l’attività di analisi, valutazione, organizzazione dei carichi di lavoro.

Con delibera 24 luglio 2009 il CSM ha recepito il lavoro sin qui svolto da tali magistrati. Ha preso atto della impossibilità di far coincidere lo standard con un numero quale risultato di una operazione matematica, in quanto diversi sono i mestieri del magistrato. Ha aperto quindi la fase di sperimentazione individuando una fascia di oscillazione, all’interno della quale considerare rispettoso dello standard il lavoro prodotto dal magistrato.

Questa fascia di oscillazione è stata individuata, per il civile, tra il 30° ed il 70° percentile con riferimento alle statistiche rese dai magistrati di diversi uffici giudiziari, con caratteristiche simili e per funzioni omogenee; per il penale, sempre con lo stesso metodo di accorpamento dei dati di produttività, si è individuato lo standard nella fascia del terzo quartile.

Come si vede, il problema della produttività dei magistrati non può essere affrontato superficialmente a suon di slogan, né con l’ipotesi pittoresca di tornelli negli uffici giudiziari, ma con un’analisi attenta e approfondita, che non può ignorare il dato fondamentale, per il quale il magistrato non è un mero funzionario dello Stato, ma è l’interprete di valori fondanti della Costituzione. Questi valori debbono sì essere calati nella modernità dei tempi, ma non possono essere trasformati in una fabbrica di prodotti, non potendo mai il valore della efficienza della giurisdizione essere disgiunto da quello della qualità della risposta giudiziaria all’alluvionale aumento della domanda di giustizia nel nostro Paese.

4. Trasferimenti e assegnazione di sedi.

Il CSM si è impegnato anche nei trasferimenti e nelle assegnazioni di sedi dei magistrati, al fine di assicurare efficiente mobilità interna adeguando la normativa di settore alle innovazioni legislative.

In tale direzione si pone la nuova circolare del 3 giugno 2009 la quale, accorpando in un testo unico tutte le disposizioni sinora contenute in più circolari, costituisce l’atto conclusivo di una serie di attività che, per un verso, sono state dirette alla attuazione della riforma e, per altro verso, hanno accelerato le procedure di trasferimento con risultati eccezionali, consentendone la definizione in due, tre mesi.

Sono state affrontate questioni relative alle allarmanti difficoltà di copertura dei posti negli uffici requirenti a seguito delle limitazioni di legge al cambio di funzioni.

Come noto, la materia è stata di recente disciplinata dal decreto legge n. 193 del 29 dicembre 2009 in corso di conversione. Su di esso il CSM, in data 11 gennaio 2010, ha già espresso il suo parere contenente numerosi rilievi critici. Tali rilievi hanno in particolare riguardato: a) la compatibilità con le garanzie di inamovibilità riconosciute alla magistratura in relazione ad una ampiezza di intervento sui trasferimenti d’ufficio non limitata nel tempo, ma prevista sino a tutto il 2014; b) la limitazione dei trasferimenti d’ufficio ai soli casi di sedi disagiate che distano oltre 100 chilometri dalla sede ove il magistrato presta servizio; c) la non operatività delle deroghe previste al divieto di mutamento di funzioni anche nelle ipotesi di trasferimenti d’ufficio all’interno di distretti diversi della stessa regione; d) alcune incongruenze relative alla individuazione in concreto dei magistrati da trasferire d’ufficio.

Osservo con soddisfazione al riguardo che gli emendamenti governativi presentati in sede di conversione vanno, in gran parte, nella direzione tracciata dal CSM e, soprattutto, vanno nel senso di prevedere una tantum, per i prossimi magistrati di prima nomina, la deroga al divieto di assegnazione alle funzioni requirenti.

Questa è l’unica concreta soluzione efficace al fine di coprire centinaia di posti vacanti negli uffici requirenti di primo grado. Fermo restando che, una volta assegnati i magistrati di prima nomina alle Procure, non prima del 2011, il Ministro avrà una sola strada per mantenere coperti gli uffici giudiziari ed evitare nuove emorragie dalle Procure: la strada di bandire i concorsi di accesso in magistratura in maniera tale da coprire, sempre e comunque, l’intero organico dell’ordine giudiziario.

Oggi invero vi sono ben 1071 posti vacanti su un organico complessivo di 10151 magistrati ed è una situazione di intollerabilità per il buon funzionamento del servizio giustizia.

5. L’organizzazione degli uffici giudiziari.

Anche l’organizzazione degli uffici è stata all’attenzione del CSM, concentrata sugli effetti delle novità ordinamentali.

Di assoluto rilievo è la delibera 21 luglio 2009 in tema di organizzazione degli uffici del Pubblico Ministero, che ha tracciato linee guida ai procuratori come atto di mero orientamento, ferma restando in capo ad essi la potestà di organizzare le strutture dirette secondo le modalità ritenute più opportune, purché conformi alle prescrizioni di legge ed in vista del conseguimento dei risultati che la legge stessa impone.

Non può tacersi, in tema di organizzazione degli uffici, che l’efficienza della risposta giudiziaria risenta fortemente dell’attuale e insoddisfacente assetto di una geografia giudiziaria risalente alle previsioni dell’ordinamento Rattazzi del 1859. L’urgenza di questa riforma era stata sottolineata, già nel 1921, in un noto scritto di Piero Calamandrei.

Per questo, con delibera 13 gennaio 2010, il CSM ha avanzato un’articolata proposta al Ministro di revisione delle circoscrizioni giudiziarie, ritenendola la “madre di tutte le riforme sulla giustizia”, prioritaria dunque alle altre, pur necessarie, modifiche ordinamentali e processuali. L’analisi effettuata ha consentito di ritenere, ad esempio, che per i tribunali ordinari di primo grado sia necessario prospettare piante organiche che vadano dalle venti alle quaranta unità, fatti salvi gli appropriati correttivi. Nell’individuazione dell’indicato parametro si è tenuto conto che l’efficienza del sistema è intimamente collegata alla specializzazione delle funzioni, imposta dalla crescente complessità delle materie sul piano del diritto positivo, e che vanno assicurate le garanzie processuali in tema di imparzialità del giudice.

Pertanto, appare opportuno articolare ogni tribunale in distinte sezioni, civili e penali, nonché prevedere sempre una sezione G.I.P./G.U.P. ed una sezione competente in materia di esecuzioni forzate e di fallimenti.

Dispiace che il Ministro, in sede di relazione al Parlamento, e anche ieri, non abbia fatto cenno alcuno alla urgenza di una riforma di tal genere, senza la quale non è più credibile alcun discorso diretto ad un miglioramento e ad una maggior efficienza del servizio giustizia.

6. I pareri in materia di giustizia.

Nel corso del 2009 il CSM ha manifestato il suo ruolo istituzionale anche con l’approvazione di numerosi pareri su provvedimenti legislativi pertinenti al sistema giustizia. Degni di citazione, i pareri in tema di intercettazioni telefoniche, mediazione, modifiche dei reati di violenza sessuale, trattamento degli stranieri, associazione di volontari per la sorveglianza nel territorio del comune, immigrazione, rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria.

Il Parlamento ha accolto spesso i rilievi espressi dal Consiglio, con modifiche in sede di approvazione finale dei testi legislativi.

Pur tuttavia forti critiche sono piovute sul CSM a proposito della sua competenza a pronunciare pareri in tema di norme sulla giustizia. Ma nell’esercizio del potere consultivo attribuito per legge al Consiglio, non si realizza nessuna invasione di campo. Il CSM esprime pareri consultivi che non decidono nulla ed offrono al Parlamento solo un contributo; ha il dovere di intervenire, come sostenuto da autorevoli costituzionalisti. Peccato che pendono disegni di legge che tendono a sottrarre questa prerogativa al Consiglio. Si perderà l’occasione di un valido contributo tecnico in un settore, quello della Giustizia, che avrebbe bisogno di più tecnica e meno politica.

Tra gli ultimi pareri resi nel 2009 vi è quello sul c.d. processo breve. Il CSM ha fortemente criticato, per un verso, quelle disposizioni che, specie nel settore civile, comporteranno una sicura lievitazione delle domande di equa riparazione e, quindi, l’aumento considerevole degli oneri finanziari a carico dello Stato per l’erogazione degli equi indennizzi; per altro verso, ha criticato l’introduzione della nuova specie di prescrizione processuale che, in assenza di adeguati mezzi e risorse necessari per abbreviare il corso dei processi, rischia di diventare una vera e propria amnistia processuale, in contrasto proprio con l’art. 111 Costituzione e con l’art. 6 della Convenzione europea per i diritti dell’Uomo, che impongono un processo rapido e giusto, che tenda all’accertamento della verità.

Ma è soprattutto criticabile la disciplina transitoria che, contravvenendo al generale principio tempus regit actum, ne stabilisce l’immediata applicazione ai processi in corso, con la conseguente e inevitabile estinzione di molti processi altrimenti destinati ad incidere sulla storia giudiziaria italiana.

Da ultimo, giovedì scorso il CSM ha approvato un parere sul ddl n. 1440, contenente modifiche ordinamentali e processuali. Degno di menzione è il fatto che, in sede di conversione del decreto legge sulle sedi disagiate, sono stati presentati emendamenti volti all’inserimento di disposizioni già contenute in questo disegno di legge. Preoccupano soprattutto - per i profili del rispetto delle prerogative costituzionali del CSM volte a preservare l’autonomia e indipendenza della magistratura - la disposizione che, in tema di formazione per i magistrati giudicanti e requirenti che aspirino al conferimento degli incarichi direttivi, introduce momenti di valutazione professionale affidati al comitato direttivo della Scuola; nonché, la disposizione che, in tema di conferimento delle funzioni direttive degli uffici giudiziari, amplia i poteri del Ministro che, nel concerto, esprime valutazioni in ordine alle attitudini del candidato relative alle capacità organizzative dei servizi.

7. Le pratiche a tutela.

Considerazioni analoghe valgono in ordine alla competenza del CSM nella materia delle “pratiche a tutela”. Qui la competenza consiliare trova il suo fondamento normativo direttamente nell’art. 104 della Costituzione, laddove il CSM, presieduto dal Capo dello Stato, è posto a presidio dell’ordine della magistratura, autonomo e indipendente da ogni altro potere.

Più volte, anche nel 2009, il CSM è dovuto intervenire a tutela di questi valori dinanzi ad espressioni anche provenienti da alte cariche istituzionali che ne ponevano in dubbio l'integrità. Gli atti dei magistrati possono essere discussi e criticati, le soluzioni giuridiche possono essere contestate, le ipotesi accusatorie possono risultare infondate; tutt'altro, è adoperare espressioni denigratorie verso il singolo magistrato o l'attività giudiziaria.

Qualora ciò accada, è compito del Consiglio riaffermare, nell’interesse dei cittadini, l'esigenza che da tutti siano rispettati la professionalità e il prestigio dei magistrati, giacché la loro lesione incide direttamente sull'indipendente esercizio delle funzioni e lede la garanzia fondamentale di ciascuno del “diritto allo stato di diritto”.

Per sintetizzare il senso, la portata e i limiti delle pratiche a tutela, più delle mie parole valgono quelle rese dal Capo dello Stato il 14 febbraio 2008: “chi svolge attività politica non solo ha il diritto di difendersi e di esigere garanzie quando sia chiamato personalmente in causa, ma non può rinunciare alla sua libertà di giudizio nei confronti di indirizzi e provvedimenti giudiziari. Ha però il dovere di non abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata dell’operato della magistratura; e deve liberarsi della tendenza a considerare la politica in quanto tale, o la politica di una parte, bersaglio di un complotto da parte della magistratura”.

8. La giustizia disciplinare.

A distanza di quasi quattro anni dalla riforma, possono svolgersi alcune considerazioni sul nuovo sistema della responsabilità disciplinare dei magistrati. Il passaggio da un illecito atipico a fattispecie tipiche di responsabilità, la trasformazione dell’azione del Procuratore Generale da discrezionale ad obbligatoria e l’applicabilità al nuovo processo delle norme del vigente codice di procedura penale in quanto compatibili hanno determinato un sensibile rafforzamento dei connotati “giurisdizionali” del processo disciplinare, costituzionalmente orientati ex art. 111.

La nuova normativa ha imposto agli organi disciplinari ed alle parti processuali un diverso approccio al processo che deve tener conto, per un verso, delle rafforzate “garanzie” per l’incolpato; per altro verso, della maggior separatezza dell’organo giudicante dalle altre incombenze del sistema di governo autonomo, pure attribuite per Costituzione alle stesse persone che sono componenti della Sezione disciplinare.

I primi anni di applicazione delle nuove regole hanno evidenziato, com’era naturale, il dipanarsi di diversi problemi interpretativi e organizzativi, propri di ogni sistema in via di trasformazione. Gli organi disciplinari sono stati a volte oggetto di critiche da parte della stampa quotidiana. Le critiche però sono spesso superficiali, ancorate ad aspetti mediatici, contraddittorie nei metodi e nei risultati. Il comune denominatore delle critiche, l’eccesso di “corporativismo”, urta contro la realtà dei numeri che dimostra un sensibile aumento delle condanne e dei provvedimenti cautelari rispetto al sistema previgente ed attesta una crescente tendenza ad un giusto rigore sconosciuto agli altri settori professionali e funzionariali.

Le sentenze di condanna sono state nell’ultimo anno ben 52; più delle assoluzioni, che sono state 42; a questi dati vanno aggiunte 37 dichiarazioni di non luogo a procedere e 19 estinzioni del giudizio per cessazione di appartenenza all'Ordine giudiziario. Ed inoltre 5 provvedimenti cautelari di trasferimento d’ufficio e 8 provvedimenti cautelari di sospensione provvisoria. Nel periodo di riferimento, la Cassazione ha deciso 31 ricorsi; di questi, solo 5 sono stati accolti con rinvio.

Sono dati che testimoniano che il sistema funziona. Che non è giurisdizione domestica, ma rigorosa applicazione, pari alle garanzie processuali, della riforma voluta per assicurare che i magistrati siano perseguiti e sanzionati per i comportamenti scorretti che compiono dentro o fuori l’esercizio delle funzioni e non quando, facendo il loro dovere, si scontrino con interessi forti e soggetti reattivi.

9. Conclusioni.

Mi avvio alla conclusione. Siamo stati fortemente impegnati ad intervenire nelle situazioni di difficoltà, di sofferenza, di contrasti. Visite giudiziarie abbiamo compiuto in diverse sedi. Da ultimo, a Reggio Calabria, dove si è determinata una situazione di serio allarme in relazione a possibili attentati da parte della criminalità organizzata. Siamo intervenuti con procedure ex art. 2 che hanno portato a trasferimenti d’ufficio o hanno indotto a dimissioni o trasferimenti in prevenzione. Ma la vicenda che ha suscitato maggiore clamore è stata quella del contrasto tra i pubblici ministeri di Salerno e Catanzaro, sfociata in pesanti condanne in sede di merito, dopo l’adozione di plurime misure cautelari.

L’autogoverno, mi hanno insegnato, è il mestiere più difficile del mondo, perché impone il controllo su colleghi che ci lavorano accanto e condividono la fatica e le difficoltà dell’impegno quotidiano. E perciò rischia sempre l’impopolarità.

Eppure è un dovere che ci impone la Costituzione. Il governo autonomo è una conquista per l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione e dei singoli magistrati, al di là del quale vi sono solo controlli esterni o inaccettabili individualismi autoreferenziali.

Come detto, il CSM ha il dovere di tutelare i magistrati ingiustamente denigrati. Ma ha anche il compito di intervenire nelle situazioni determinate da gravi cadute di professionalità che delegittimano la funzione giurisdizionale.

La tutela dei magistrati vilipesi a causa delle loro funzioni e l’intervento nelle situazioni in cui la giurisdizione perde di credibilità a causa di comportamenti scorretti sono due facce della stessa medaglia. L’autorevolezza del CSM risiede nella capacità di esercitare entrambe queste funzioni con la medesima fermezza.

Senza timori, ma anche senza incertezze.

L’essenza stessa della giurisdizione fonda sul rigoroso rispetto delle regole da parte di chi ne rappresenta il centro ed il cuore, e cioè il magistrato. Non vi è una giurisdizione credibile se non vi è rispetto delle regole da parte dei suoi protagonisti. Senza una giurisdizione credibile si pone in crisi una delle funzioni fondamentali di uno Stato democratico e si scivola via verso uno Stato di polizia, che è la negazione del moderno Stato di diritto ed è di ostacolo alla realizzazione di quel principio fondamentale della nostra Costituzione, secondo cui la legge è uguale per tutti.

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ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Ancona


Relazione dr. Fabio Roia, Consiglio Superiore della Magistratura

Ancona 30 gennaio 2010



1) Il ruolo del Consiglio nel quadro istituzionale.
Nel salutare il Presidente della assemblea, i Rappresentanti istituzionali, tutte le Autorità presenti, consentitemi di ricordare, in un breve viaggio nella storia, come alla città di Ancona venne conferita la medaglia d’oro al valore civile il 9 ottobre 1960 quale riconoscimento per il comportamento della popolazione durante l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati. Un coraggio civico che deve sempre ravvivare le coscienze in un periodo di grande dispersione dei valori.
Sono onorato anche, e mi perdonerete per questo cedimento al pensiero personale, di ricordare la figura di mio zio prof. Avv. Remo Roia che ha avuto il privilegio di svolgere le funzioni di sindaco di questa città negli anni 1944-1945. Era un avvocato, orientato a ideali antifascisti,  prestato alla amministrazione che credeva nella sacralità della giurisdizione. Indossare la toga significava svolgere una alta funzione in un processo scritto per interessi generali dove, con il massimo rispetto dei ruoli e delle parti, si doveva cercare la riaffermazione di un diritto aggredito. Quanto tempo è passato. Oggi il processo sembra uno scampolo dell’ordinamento.
Nella relazione al Parlamento sull’amministrazione della giustizia, il Ministro guardasigilli ha preannunciato che il 2010 sarà l’anno della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura il quale dovrà essere ripensato nella sua struttura, nella composizione  e nella funzione per restituirgli “la sua funzione di organo di garanzia superando ogni equivoco su una malintesa sua funzione rappresentativa …che si è insinuata spesso nella prassi consiliare”.
L’esperienza di questa consiliatura –che sta esaurendo la sua durata- mi induce a ritenere che l’obiettivo riformatore, al di là di interventi di architettura istituzionale sui quali si potrà anche convenire (penso ad una sezione disciplinare formata con l’attuale proporzione dei componenti ma autonoma rispetto alla funzione di amministrazione del Consiglio), sia quello di tratteggiare un organo di autogoverno  depotenziato, modellato verso una sorta di consiglio di amministrazione aziendale senza alcuna soggettività costituzionale e, se possibile, affetto da narcosi ideale e quindi burocratico.   
Ad una larga parte della politica non piace la competenza del Consiglio in materia di pareri sui provvedimenti legislativi pertinenti alla funzione ed all’attività giudiziaria, come previsto dall’art. 10 della legge n. 195 del 1958, e di pratiche a tutela dell’ordine giudiziario, istituto che discende direttamente dall’art. 104 della Costituzione. Quando si è intervenuti in questi settori, si è avviato il motore di ricerca della scontata logorrea censoria e polemica: “terza-camera”, “invasione di campo”, “organo corporativo”, “pregiudizio politico”. Ma l’osservanza dei propri compiti ordinamentali non può mai rappresentare un’aggressione agli altri poteri del patto democratico i quali,  nell’ambito di prerogative che nessuno vuole intaccare, potranno o meno acquisire le indicazioni e le affermazioni approvate dalla assemblea consiliare. Indicazioni  orientate, per il mio pensiero,  alla ricerca di una nuova etica del rapporto istituzionale basato sul senso della leale collaborazione, del reciproco rispetto e dell’abbandono del pregiudizio nella altrui proposta.

Con riferimento ai pareri formulati sulle recenti iniziative legislative, troppo spesso caratterizzate da interessi particolari, da interventi disomogenei  a spot  e da volontà di compressione dell’autonomia dell’ordine giudiziario- come se l’autorevolezza della istituzione politica potesse derivare dall’arretramento dell’intervento della magistratura nel controllo di legalità e non già da una nuova stagione dell’etica del comportamento e della proposta riformatrice organica e alta- sarebbe stato davvero impensabile che una comunità di giuristi – quale è quella consiliare- non si esprimesse in termini negativi valutando, per esempio,  il DDL 1415 del 2008 (risoluzione del 17 febbraio 2009) in tema di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali laddove si vuole trasformare, attraverso la soggettivizzazione dei presupposti (indizi di colpevolezza piuttosto che indizi di reato), uno strumento indispensabile di ricerca della prova in un semplice elemento di completamento di un quadro probatorio già formato a carico di soggetti individuati.   
O che non si sottolineasse – a proposito del parere reso nella seduta del 23 luglio 2009 sul DDL n. 1440/S in materia di disposizioni relative al procedimento penale- i pericoli, anche costituzionali (artt. 109 e 112 Cost.), derivanti dalla ridefinizione del rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, in primo luogo eliminando ogni possibilità di acquisizione diretta della notizia di reato da parte del P.M. ed altresì escludendo che le funzioni di polizia giudiziaria siano svolte alla dipendenza dell’autorità giudiziaria.
Ancora. Nella delibera del 14 dicembre 2009 sul disegno di legge n. 1880/S relativo al c.d. processo breve non si poteva non rilevare, per semplice onestà scientifica, come la prescrizione processuale, senza interventi di razionalizzazione normativa, significa solo determinare di fatto le condizioni per rendere impossibile l’accertamento processuale per intere categorie di gravi reati, sia con riferimento ai processi pendenti che a quelli futuri. E’ stato sottolineato che quello definibile come “tsunami giudiziario” altro non sarebbe stato che una inedita amnistia processuale.
Il ragionamento consiliare, tecnico e di studio di impatto sistematico, non rileva un pregiudizio politico perché in altre occasioni –cito per tutte la delibera del 2 aprile 2009 allorchè fu reso il parere sul D.L. 23 febbraio 2009 n. 11 relativo a misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale- il Consiglio espresse considerazioni positive sull’attività legislativa in esame –soprattutto  per l’introduzione del nuovo reato di “stalking”- senza, in quella attività, ricevere critiche. 
Si consolida allora il sospetto, pericoloso se corrispondente alla realtà, che in tanto l’attività sia ritenuta legittima in quanto gradita all’aspettativa di maggioranza. E’ una deriva rischiosa per la tenuta complessiva del sistema che sta travolgendo anche il lavoro del giudice: la sentenza viene giudicata giusta quando corrisponde ad una precisa consolidata, e a volte orientata, volontà popolare. A volte, secondo il pendolo del sentimento o della convenienza, il rigore, a volte l’indulgenza. In alcuni casi si vorrebbe addirittura il non liquet.

In relazione alla c.d. pratiche a tutela, occorre ricordare che la nostra Costituzione ha previsto per la magistratura un sistema di governo autonomo incentrato sul C.S.M. proprio al fine di garantire, tutelare e promuovere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e quindi l’indipendente ed imparziale esercizio delle funzioni giudiziarie da parte dei singoli magistrati, quale garanzia fondamentale dei diritti e delle libertà dei cittadini ed in particolare quale garanzia appunto del “diritto allo stato di diritto”. E’ in questo senso che il C.S.M. ha più volte affermato che l’indipendenza è un diritto dei cittadini e non un privilegio dei magistrati; ed è proprio a garanzia di questo diritto dei cittadini che la Costituzione ha posto il Consiglio Superiore della Magistratura.
In coerenza con tale impostazione si pongono le delibere consiliari sulle c.d. “pratiche a tutela” dei magistrati, che costituiscono ormai (purtroppo) una costante delle attività del C.S.M., riconosciuta dal Capo dello Stato.
Tali delibere intendono garantire l’indipendenza ed autonomia della magistratura, e del singolo magistrato, dagli attacchi provenienti anche da altri poteri dello Stato. Il principio del reciproco rispetto fra le istituzioni dello Stato, in conformità alla generale regola della separazione dei poteri, va sempre nella forma e nella sostanza praticato da coloro che rivestono cariche istituzionali. Pertanto, si pone in contrasto con il principio sopra indicato la rappresentazione dell’esercizio delle funzioni costituzionalmente assegnate alla magistratura in termini oggettivamente denigratori e tali da minare la fiducia dei cittadini in una delle istituzioni della Repubblica.
E’ stato altresì più volte richiamato il monito del Presidente della Repubblica il quale, nella seduta del Consiglio Superiore della Magistratura del 14 febbraio 2008, ha dichiarato che “chi svolge attività politica non solo ha il diritto di difendersi e di esigere garanzie quando sia chiamato personalmente in causa, ma non può rinunciare alla sua libertà di giudizio nei confronti di indirizzi e provvedimenti giudiziari. Ha però il dovere di non abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata dell'operato della magistratura; e deve liberarsi dalla tendenza a considerare la politica in quanto tale, o la politica di una parte, bersaglio di un complotto da parte della magistratura”.
In tale cornice si inseriscono le delibere del 10 settembre 2009 e del 21 ottobre 2009, approvate su proposta della Prima Commissione, alla luce di quanto previsto dal nuovo art. 21 bis del Regolamento interno del C.S.M. introdotto con il D.P.R. del 15 luglio 2009.
Con tale intervento normativo regolamentare, adottato su proposta della Seconda Commissione, il Consiglio - seguendo le indicazioni del Presidente della Repubblica - ha inteso disciplinare l’intera procedura relativa alle cosiddette “pratiche a tutela” riconoscendone la legittimità e fissando, nel contempo, precisi limiti entro i quali tale attività deve svolgersi.
In questa ottica si è previsto un meccanismo di valutazione preventiva, che operi come filtro, affidato alla stessa Prima Commissione che, in seduta non pubblica, consenta alla maggioranza dei componenti di esprimersi per l’apertura della “pratica a tutela” quando ne sussistano i presupposti, cioè quando si sia di fronte a comportamenti potenzialmente lesivi del prestigio e dell’indipendente esercizio della giurisdizione tali da determinare un turbamento al regolare svolgimento o alla credibilità della funzione giudiziaria.
In seguito a tale innovazione regolamentare il C.S.M. ha dovuto ribadire che “gli atti dei magistrati possono essere discussi e criticati, le soluzioni giuridiche possono essere contestate, le ipotesi accusatorie possono risultare infondate, ma non possono essere adoperate espressioni denigratorie verso il singolo magistrato o l’attività giudiziaria in quanto ciò determina lesione al prestigio dell’ordine giudiziario”.
Purtroppo il ricorso a questa funzione del Consiglio, che dovrebbe essere eccezionale in una situazione di fisiologico rispetto istituzionale, rischia di diventare troppo frequente a causa di sistematiche affermazioni generalizzate che colpiscono la magistratura e, per proprietà transitiva, la funzione giurisdizionale,  lo Stato e il suo prestigio.

2) La nuova classe dirigente
Nell’anno 2009 è continuata la rilevante attività svolta dal Consiglio nel settore relativo al conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi. Sono stati deliberati, infatti, n. 89 trasferimenti in uffici direttivi e n. 278 in uffici semidirettivi. Nei suoi tre anni di attività il Consiglio ha nominato circa 350 dirigenti di uffici e oltre 400 semidirettivi, rinnovando il 60% dei primi e il 50% dei secondi con un incontestato salto di qualità non solo generazionale. A volte le decisioni assunte, basate sostanzialmente su giudizi prognostici ancorati agli indicatori attitudinali alla dirigenza, non si sono rivelate, già nell’immediatezza, adeguate ma ciò è dipeso da un meccanismo di acquisizione delle fonti di conoscenza che deve essere ancora perfezionato soprattutto in relazione alla concreta analisi della professionalità ed alla omogeneità dei pareri resi dai Consigli Giudiziari nella fase istruttoria.
La recente approvazione in sede di Commissione a larga maggioranza (con imminente discussione in sede plenaria) della nuova circolare che disciplina il conferimento degli incarichi semidirettivi –con l’abolizione definitiva dei punteggi ma con il mantenimento di una fascia di valutazione ancorata alla durata di un profilo di professionalità alto- tende appunto a questi obiettivi per consentire di operare, in una discrezionalità ampia e quindi maggiormente responsabile, scelte orientate e leggibili.
La magistratura italiana ha sostanzialmente, oggi, una nuova classe dirigente che dovrà governare la sfida della modernità nella gestione dei beni relazionali e delle risorse. Su questo terreno, quello del c.d. aziendalismo giudiziario, occorre però procedere con una certa cautela. Non si tratta di alimentare resistenze conservatrici di comodo ma di accettare lo spirito riformatore riflettendo sul ruolo del processo e dei suoi attori. Rispetto al parametro della produttività, l’esigibilità della prestazione professionale –in relazione alla quantificazione della quale il Consiglio sta lavorando nel settore della individuazione degli standard medi nazionali distinti per funzione- non può prescindere dalla considerazione che le vicende giudiziarie riguardano diritti negati e quindi persone e che, in nome della quantità, non si può abdicare alla riflessione ed alla qualità nella decisione. Il giudice non potrà mai essere l’omino della nevrosi industriale rappresentato da Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”. Sarebbe una prospettiva che porterebbe al rischio di aumento dell’errore giudiziario, all’usura professionale, al conformismo decisionale. Ed allora le preannunciate riforme non potranno non tenere conto che è indispensabile, per il nostro come per qualunque sistema, studiare meccanismi che regolamentino l’accesso alla giurisdizione per deflazionarlo da questioni secondarie. 
Invero la temporaneità dell’incarico dirigenziale, l’aumentata discrezionalità nella scelta del nuovo dirigente da parte del Consiglio nell’ambito della procedura concorsuale che valorizza esclusivamente i parametri delle attitudini e del merito hanno provocato fibrillazioni interne a certi settori della magistratura che non hanno ancora metabolizzato una riforma che tende a premiare esclusivamente la cifra di professionalità. Una riforma, quella dell’essere magistrati distinti solo per funzioni  privi di approdi di carriera irreversibili, che è stata peraltro oggetto di antiche richieste da parte di tutte le articolazioni dell’associazionismo giudiziario.
Lo spirito conservatore ancora presente in parte della magistratura ha quindi alimentato diffidenza verso le decisioni operate dal Consiglio portando conseguentemente alle accuse di scelte determinate da logiche spartitorie di tipo correntizio, accuse fatte proprie da una parte della politica per proporre riforme di sistema anche di rilievo costituzionale. Aumentando tuttavia il peso della componente laica nel Consiglio Superiore si rischia di passare da un sistema di governo autonomo fondato sulla rappresentanza culturale-giudiziaria (la corrente) ad un sistema di eterogoverno di controllo e di vicinanza partitica. 

3) La mobilità
Uno studio sulla mobilità interna consente di affermare che la distinzione fra funzione giudicante e funzione requirente corrisponde già, di fatto, ad una separazione di carriere. Non è infatti lontano dall’ 1% dei posti messi normalmente messi a concorso il numero dei magistrati che decide di lasciare la funzione giudicante per quella requirente, mentre risulta di poco superiore, sempre in termini percentuali, il flusso inverso. Siamo altresì in presenza, per un impianto normativo primario e secondario che impone valutazioni attitudinali basate anche sul settore di specializzazione professionale, ad un nuovo fenomeno di creazione di diverse magistrature all’interno di un unico ordine che rimane formalmente unito ma rischia una polverizzazione culturale. Si pensi, oltre alla distinzione  funzionale giudicante/requirente, alla sostanziale separatezza di area specialistica civile/penale/lavoro, alla sub-specializzazione imposta dal limite di permanenza ultradecennale in posizione tabellare, ai circuiti di esperienze dei magistrati minorili e di sorveglianza che rappresentano, anche nella prospettiva di nomina dirigenziale, dei piccoli cosmi giudiziari. Vi è quindi una tendenza moderna all’affinamento attitudinale che appare incompatibile con la figura del magistrato generalista che viveva la sua professione come una sommatoria di diverse esperienze molto eterogenee fra loro ma decisamente arricchenti.
La grave scopertura negli uffici requirenti – ad oggi le vacanze sono pari a 275 spalmate in quasi tutte le Procure d’Italia ma con una netta prevalenza nelle regioni del sud (al 25/1/2010 mancano in pianta organica 1.128 su 9.579 magistrati pari al 12%) - trova, come fenomeno, una precisa eziologia in diversi fattori normativi e culturali. Il divieto di assegnazione dei magistrati di prima nomina, le rigide incompatibilità territoriali, i richiesti termini maggiori di legittimazione per i tramutamenti da una funzione all’altra, la definizione di un numero massimo di passaggi funzionali sono tutte cause che hanno determinato l’evento. Esiste tuttavia una crisi vocazionale alla funzione inquirente che deriva da una forte sovraesposizione anche in termini di responsabilità, dalla progressiva incertezza sui tratti dello statuto del pubblico ministero secondo i continui preannunci di riforma, del processo penale e dell’ordinamento, non ancora sufficientemente tratteggiati. La rappresentazione di un modello di un avvocato dell’accusa, separato dall’ordine giudiziario, a rischio di indipendenza esterna e interna, messo in concorrenza investigativa con la polizia giudiziaria, è certamente un possibile approdo che tende alla disincentivazione professionale a causa di una mutazione genetica di questo attore del processo che oggi rappresenta un organo di giustizia. Nessuno vuole scommettere con l’ignoto.
Con la “Risoluzione relativa alle scoperture degli organici negli uffici requirenti di primo grado”, deliberata dall’assemblea plenaria il 26 maggio 2009,  è stato invitato il Ministro della Giustizia, in un’ottica di collaborazione istituzionale, a valutare le iniziative legislative più opportune per fronteggiare la situazione di emergenza creatasi negli uffici requirenti di primo grado a seguito dell’entrata in vigore delle riforme in materia di ordinamento giudiziario.
Nella risoluzione il C.S.M. ha segnalato possibili linee di intervento legislativo, suggerendo di: a) rivedere la normativa vigente in tema di applicazione, nel senso di consentire che le applicazioni disposte d’ufficio possano comportare anche il mutamento di funzioni del magistrato applicato; b) rimeditare il divieto di destinare i magistrati di prima nomina agli uffici requirenti, anche alla luce del nuovo contesto ordinamentale ed in particolare dell’introdotta organizzazione gerarchica degli uffici di Procura quale risultante dal D.Lgs. 106/2006; c) rimodulare i limiti attualmente fissati per il mutamento delle funzioni dai commi 3 e 4 dell’art. 13 D.Lgs. 160/2006; d) rivedere l’attuale normativa in tema di tirocinio dei nuovi magistrati e di assegnazione della prima sede; e) provvedere alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie.
Come è noto la materia è stata di recente disciplinata dal Decreto legge n. 193 del 29 dicembre 2009 in corso di conversione, in ordine al quale il C.S.M. in data 11 gennaio 2010 ha già espresso il suo parere contenente numerosi rilievi critici, di natura tecnica, resi evidenti nell’analisi del provvedimento normativo adottato. Molti di questi rilievi sono stati accolti nell’ambito dello sviluppo della discussione parlamentare.

4) Le altre attività del Consiglio. La dimensione internazionale. 
Il Consiglio ha anche realizzato numerose attività di natura propositiva per migliorare la funzionalità di tutto il circuito dell’autogoverno ed in genere la risposta giudiziaria.
Di assoluto rilievo è la risoluzione di indirizzo adottata con delibera del 18 marzo 2009, con cui è stata data soluzione ad alcune problematiche comuni relative al funzionamento dei Consigli Giudiziari, così come regolati dalle nuove disposizioni del D.Lgs. n. 25 del 27 gennaio 2006, peraltro istitutivo del Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione. Si tratta di un intervento quadro per tentare di armonizzare gli interventi dei diversi Consigli Giudiziari nelle numerose competenze istruttorie loro attribuite dalla riforma ordinamentale.
Alla stregua della intervenuta riformulazione, infatti, il Consiglio ritiene che i Consigli Giudiziari siano oggi in grado di fornire, nell’ambito della compartecipazione nell’esercizio della amministrazione della giurisdizione, un sempre più analitico e conferente contributo di conoscenza sulle diverse realtà giudiziarie locali.
Conseguentemente, al fine di verificare quale sia l’attuale posizione degli organi collegiali decentrati nel sistema di governo autonomo, sono stati analizzati gli specifici compiti che l’ordinamento assegna ai Consigli Giudiziari (ed al Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione), osservando come tali ultimi svolgano un ruolo consultivo rispetto alle competenze deliberative riservate al C.S.M., in particolare rendendo pareri sulle tabelle organizzative degli uffici, sulla valutazione di professionalità dei magistrati e sulle materie attinenti alle diverse competenze attribuite ai medesimi organi collegiali. I Consigli Giudiziari, inoltre, sono titolari del potere di vigilanza sull’andamento degli uffici giudiziari del distretto, segnalando direttamente al Ministero della Giustizia il rilevamento di eventuali disfunzioni.
Anche alla stregua della recente riforma ordinamentale, quindi, il C.S.M. svolge la propria azione di amministrazione dei magistrati in collegamento funzionale con i Consigli Giudiziari (e con il Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione), in quanto organi che cooperano, con diversità di ruoli, nell’esercizio della funzione valutativa della professionalità dei magistrati e nelle diverse attività di amministrazione della giurisdizione. I Consigli Giudiziari, in particolare, realizzano una forma di compartecipazione nell’esercizio della funzione valutativa rimessa al C.S.M. e la relazione che intercorre tra Consigli Giudiziari ed Organo di autogoverno rientra nello schema giuridico della funzione ausiliaria, non essendo configurabile un rapporto di sovraordinazione gerarchica, ma solo funzionale.

Tra le pratiche trattate merita di essere segnalata quella che ha condotto alla delibera dell’8 luglio 2009, con cui è stato propugnato un intervento del C.S.M. per l’adozione di adeguate iniziative finalizzate a migliorare la risposta di giustizia nell’ambito della violenza familiare. Ciò ha determinato la raccolta di un importante studio effettuato dall’Associazione “Donne in Rete contro la violenza ONLUS” il quale, attraverso i dati e le esperienze acquisite dalla Rete di avvocati presenti in diverse realtà che operano nel settore della violenza domestica, ha evidenziato una serie di problematiche, dettagliatamente rappresentate in delibera, attinenti all’organizzazione del lavoro giudiziario, che rischiano di vanificarne l’intervento sia sotto il profilo dell’accertamento dei fatti che della protezione della vittima della violenza. In relazione a ciò si è svolto in data 20 marzo 2009 l’importante “Incontro sulla violenza domestica”, cui hanno preso parte i Procuratori della Repubblica e i Presidenti dei Tribunali – o magistrati delegati, che specificamente si occupano della materia della violenza familiare - degli uffici oggetto della ricerca, i quali hanno formulato osservazioni sulle criticità evidenziate dall’indicato studio, al contempo producendo dati statistici di accompagnamento, con indicazione dei moduli organizzativi adottati per affrontare la trattazione degli affari giudiziari relativi alla violenza familiare.
Nella delibera di indirizzo il Consiglio ha invitato i Presidenti dei Tribunali e i Procuratori della Repubblica, attraverso l’adozione di moduli di formazione, di sensibilizzazione e quindi di organizzazione, ad investire risorse per attrezzare una risposta giudiziaria specializzata in un settore, quello appunto dei reati connessi a tutte le forme di violenza intrafamiliare, che non può tollerare interventi improvvisati, occasionali e non strutturati proprio per la delicatezza dei temi trattati e per la particolare debolezza delle vittime. Si tratta di una importante decisione di indirizzo da parte del vertice organizzativo della magistratura.
Con riguardo al settore internazionale va segnalato che nel periodo in esame la Sesta Commissione, con l’ausilio dell’Ufficio per le relazioni internazionali, struttura amministrativa che assolve il compito specifico di supportare tutte le attività di natura internazionale del Consiglio, ha fatto fronte ai crescenti impegni assunti dal C.S.M. in ambito europeo.  Va sottolineato con orgoglio che il sistema di autogoverno della magistratura italiano viene studiato come un modello virtuoso –sotto il profilo delle garanzie offerte ai riconosciuti valori dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura- soprattutto dai Paesi dell’Est europeo che stanno intervenendo sulla loro architettura ordinamentale per completare i processi di modernizzazione delle istituzioni in corso. Per questo il C.S.M. italiano partecipa stabilmente alla Conferenza Internazionale degli organi giudiziari di autogoverno dell’area balcanica (svoltasi in Montenegro dal 28 al 30 settembre 2009), stipula accordi bilaterali con organismi similari –come quello realizzato con la Turchia nell’ambito di una visita tenutasi ad Ankara dal 18 al 21 maggio 2009- svolge un ruolo attivo sia nella rete dei Consigli di Giustizia europei che in quella della formazione internazionale promuovendo stages formativi bilaterali fra magistrati di diversi Paesi. Si tratta di importanti riconoscimenti di natura internazionale che non trovano nessun riscontro nel dibattito culturale e politico italiano dove prevale il giudizio critico, mi si consenta, un po’ provinciale.
  
Certamente si può e si deve fare di più. L’assemblea plenaria ha recentemente approvato  (in data 20/01/2010) un codice deontologico per i componenti del Consiglio nel quale, fra le altre regole di comportamento, si ricorda l’autonomia decisionale rispetto alla rappresentatività maturata sulla base del consenso elettorale consolidato attraverso il dibattito culturale organizzato nell’ambito del confronto fra le correnti della magistratura. In tal senso occorre effettivamente creare una maggiore trasversalità contenutistica, di modelli valutativi, di giudizi che prescindano dall’appartenenza fondata sull’idealità giudiziaria. E’ in gioco la credibilità di una istituzione che deve sapere applicare sempre le regole che essa stessa si è data.
La fiducia dei cittadini verso l’operato della magistratura –che sembra fortunatamente in crescita secondo i recenti dati dell’Eurispes e ciò malgrado le oggettive disfunzioni del sistema e la troppo frequente campagna di delegittimazione- deve fondarsi su una risposta di giustizia fondata su una professionalità affinata ed alta, riflessiva, terza, che comporti anche autocritica e continenza nel comportamento. Dobbiamo contribuire a rifondare un’etica del rispetto istituzionale che si basi sulla ricerca di obiettivi generali comuni da perseguire nella divisione dei compiti assegnati ai diversi poteri del patto democratico dalla Costituzione. Senza rancore e con rispetto. 
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Di Loredana Morandi (del 31/01/2010 @ 17:15:00, in Magistratura, linkato 3799 volte)

Per celebrare degnamente l'ottavo anno dalla fondazione del mio blog "Giustizia Quotidiana" ho voluto partecipare all'inaugurazione dell'Anno Giudiziario presso la Corte d'Appello di Roma, dove la manifestazione di protesta ha visto una Magistratura unita sotto i "simboli" della Toga e della Costituzione.



Animata da quella meravigliosa alchimia che consente a chi desidera "poco" per se stesso di avvicinare nella "purezza" anche i grandi uomini (e donne, naturalmente), ovvero quello stesso spirito che cancellati i timori di "ripetersi" ha animato i togati romani al seguito di Palamara, Mancinetti, Pontecorvo, Savio e  Miccio con  l'ex presidente della giunta romana Paolo Auriema e i presidenti del Gip e di alcuni Tribunali del distretto, cioé quello spirito che ha animato gli illustri magistrati milanesi o il Procuratore Caselli  che ha guidato l'emozionante protesta di Torino, me ne  sono rimasta in fondo alla sala a solidarizzare con i magistrati rimasti in piedi.



Le mie foto, purtroppo, a causa delle luci e della folla non sono venute gran bene, ma è peculiare dei miei scatti  la curiosa magia di immortalare le "sedie vuote" della protesta, con una toga di passaggio ed un foulard verde a ricreare i colori della bandiera nazionale, oppure riprendere il "fantasma" di un cameraman che volava tra le file  vuote per raggiungere la sua telecamera.



Questa di seguito è la relazione del Presidente di Corte d'Appello di Roma, Giorgio Santacroce, mentre una giovanissima magistrato ne sfoglia i contenuti raccolti nel consueto volumetto.  Anche dalla relazione d'apertura del presidente Santacroce, così come dalle parole della d.ssa Elisabetta Cesqui che in seno al CSM ha seguito le ferite vive della magistratura sotto attacco e i sette procedimenti a tutela di magistrati di questa conciliatura,  si avvertiva concreta e tangibile l'attesa per la "deflagrazione" del sistema penale con l'introduzione del "Processo Breve, meglio espresa dalla protesta della Associazione Nazionale Magistrati.



In sala ho intravisto, ma senza l'opportunità di salutarli per la distanza,  alcuni magistrati che guidarono una identica protesta nel 2004 e nel 2005. Lo faccio ora, con il rammentar loro la "profezia" di Andrea Pedrazzini , non fosse altro che sulla questione "volumi" e i carichi di lavoro pro singolo magistrato.



Per la riuscita della mia giornata ringrazio il dottor Fabio Miccio, per la cortesia con la quale mi ha presentata al dott. Marco Mancinetti, presidente della giunta romana della Associazione Magistrati, che al termine della conferenza stampa mi ha salutata gentilmente invitandomi a tornare a trovarli.  Ora sto lavorando alla sbobinatura della conferenza, ma se dovessi tardare ancor oltre per cause indipendenti dalla mia volontà  (ho l'influenza) eventualmente metterò in rete l'audio registrato, affinché non si perdano i commenti vivi della giunta romana alle problematiche della "giustizia che verrà".
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Associazione Nazionale Magistrati

 
BASTA INSULTI, SÌ A VERE RIFORME

 

BASTA ANNUNCI. CHIEDIAMO VERE RIFORME.

Le vere riforme della giustizia sono quelle che servono a rendere più celere la definizione dei giudizi e che offrono ai cittadini e alle imprese tempi ragionevoli per la risoluzione delle controversie.

Chiediamo:

- una revisione delle circoscrizioni giudiziarie, con l’abolizione e l’accorpamento dei tribunali più piccoli;

- una riforma delle procedure che elimini i formalismi inutili, che consentono alla parte che ha interesse al prolungamento del processo la possibilità di “abusare” dei diritti e delle facoltà concessi dall’ordinamento, che semplifichi i riti  nel settore civile e che riveda il sistema delle impugnazioni;

- la depenalizzazione dei reati minori e l’introduzione di pene alternative al carcere;

- investimenti sul personale amministrativo, che consentano la riqualificazione e nuove assunzioni;  

- investimenti effettivi sull’innovazione informatica;

- risorse e mezzi adeguati alla gravità della situazione.

Temi sui quali l’Anm è stata sempre impegnata e non smetterà mai di fornire il suo contributo.

BASTA RIFORME DISTRUTTIVE DEL SISTEMA GIUDIZIARIO.

Da anni assistiamo alla produzione di leggi irrazionali e prive di coerenza sistematica, pensate esclusivamente con riferimento a singole vicende giudiziarie e che hanno finito per mettere in ginocchio la giustizia in questo paese. Occorre trovare una via di uscita a questa situazione. Con la riforma dei termini di prescrizione del reato varata nel 2005 (c.d. legge ex Cirielli) il numero di processi che si chiudono con la prescrizione è balzato alla impressionante cifra di 170.000 all’anno. Ma questo drammatico risultato è nulla rispetto a ciò che succederebbe se dovesse diventare legge la proposta che introduce, in aggiunta alla prescrizione del reato, termini brevi per l’estinzione  del processo. Una riforma che ridurrebbe il processo penale a una tragica farsa, determinando una vera e propria resa dello Stato alla criminalità. Nel settore civile, nel quale l’enorme carico di lavoro ha reso praticamente ingestibili i ruoli dei magistrati, la riforma costituirebbe il colpo mortale alla possibilità di dare giustizia ai cittadini e di offrire risposte in tempi utili alle imprese.

Rispettiamo l’autonomia del Parlamento, ma è nostro dovere segnalare alla politica gli effetti e le ricadute che singoli provvedimenti legislativi possono avere sul sistema, sull’efficacia dell’azione delle forze dell’ordine e della magistratura e sulla sicurezza dei cittadini. Sentiamo, pertanto, il dovere di dire che se dovessero essere approvate anche la riforma delle intercettazioni e quella del processo penale in discussione in Parlamento, verrebbe meno ogni possibilità di contrasto efficace nei confronti di ogni forma di criminalità.

BASTA INSULTI E AGGRESSIONI.

Non intendiamo assuefarci a un costume politico che ha reso pratica quotidiana l’insulto e il dileggio. Ogni giorno siamo costretti ad ascoltare invettive e aggressioni nei confronti dei magistrati. “Cloaca”, “cancro”, “metastasi”, “disturbati mentali”, “plotoni di esecuzione” sono solo alcune delle espressioni utilizzate dal capo del  Governo e da esponenti politici di primo piano nei confronti della magistratura. I magistrati non sono parte di un conflitto e non sono contrapposti a nessuno. Per questo diciamo basta alle aggressioni e chiediamo a tutti coloro che hanno responsabilità istituzionali di contribuire a riportare il confronto entro termini di correttezza istituzionale.

BASTA FALSITA’ SUI MAGISTRATI.

Agli insulti e alle invettive si è aggiunta una “campagna mediatica” condotta da taluni organi di stampa contro i magistrati. Una campagna che si alimenta di dati e informazioni falsi e che dipinge i magistrati come fannulloni strapagati, unici responsabili del dissesto del sistema giudiziario. L’Anm ha pubblicato e diffuso dati ufficiali del rapporto della Commissione europea (CEPEJ) che smentiscono in maniera oggettiva queste menzogne. Il libro che oggi distribuiamo è il primo mattone per ricostruire la verità.

Oggi abbiamo deciso di lasciare l’aula in occasione dell’intervento del rappresentante del Ministero della Giustizia per manifestare il dissenso e il disagio dei magistrati per la crisi in cui versa la giustizia in Italia e per rimarcare, a chi ha la responsabilità costituzionale di assicurare il funzionamento della giustizia, l’urgenza e la necessità di vere riforme.




Il testo della Costituzione della Repubblica Italiana
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Il dossier: "Le verità dell'Europa sui Magistrati Italiani"
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Di Loredana Morandi (del 29/01/2010 @ 21:01:02, in Estero, linkato 2252 volte)
Nelle nullità matrimoniali,
carità e giustizia non strumentalizzazioni

Udienza di Benedetto XVI ai membri del Tribunale della Rota Romana


ROMA, venerdì, 29 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Il processo canonico di nullità del matrimonio deve essere portato avanti sempre ricercando la verità e accertando lo stato del vincolo coniugale, senza disgiungere la carità dalla giustizia o cedere a “richieste soggettive”.

E' quanto ha detto questo venerdì Benedetto XVI nel ricevere in udienza i membri del Tribunale della Rota Romana, in occasione dell’inizio dell’Anno giudiziario.

Il Tribunale Apostolico della Rota Romana è un tribunale ordinario di appello della Santa Sede le cui origini sono da ricercare in quella Cappella Domini Papae a cui il Pontefice Innocenzo III, sin dal XII secolo, affidò il compito di istruire in suo nome le cause, inviate per la loro risoluzione a Roma.

Nel suo discorso il Papa ha parlato del compito giuridico-pastorale dei giudici a partire da una riflessione sul rapporto fra giustizia, carità e verità in cui ha richiamato quanto già affermato nella “Caritas in Veritate”.

“Occorre prendere atto – ha osservato il Santo Padre all'inizio – della diffusa e radicata tendenza, anche se non sempre manifesta, che porta a contrapporre la giustizia alla carità, quasi che una escluda l’altra”.

“Alcuni ritengono – ha continuato – che la carità pastorale potrebbe giustificare ogni passo verso la dichiarazione della nullità del vincolo matrimoniale per venire incontro alle persone che si trovano in situazione matrimoniale irregolare”.

“La stessa verità, pur invocata a parole, tenderebbe così ad essere vista in un'ottica strumentale, che l’adatterebbe di volta in volta alle diverse esigenze che si presentano”, ha commentato.

Poco prima, nel suo indirizzo di saluto al Santo Padre, mons. Antoni Stankiewicz, Decano della Rota Romana, aveva accennato a una “diffusa tendenza che relativizza la verità” avvertita soprattutto nelle dichiarazioni di nullità del matrimonio, tanto da tramutarle “in una facile via per la soluzione dei matrimoni falliti, svuotando così sia il senso della dichiarazione di nullità, sia il senso della stessa indissolubilità”.

Al Papa il Decano della Rota Romana - secondo quanto riferito da "L'Osservatore Romano" - aveva poi confessato che ogni “giudice sperimenta sovente la difficoltà di effettuare una giusta ed equa composizione tra le istanze legittime dei fedeli, che rivendicano i loro diritti presso il foro ecclesiale, e la forza vincolante dei sacri canones che disciplinano le esigenze dello ius divinum positivum et naturale sull'istituto matrimoniale”.

A questo proposito, Benedetto XVI ha ricordato nel suo discorso che l’azione di chi opera nel campo del Diritto deve essere guidata dalla giustizia e finalizzata alla “salvezza delle anime”.

Rivolgendosi in particolare agli avvocati, il Pontefice li ha quindi invitati a “porre ogni attenzione al rispetto della verità delle prove” ma anche a “evitare con cura di assumere, come legali di fiducia, il patrocinio di cause che, secondo la loro coscienza, non siano oggettivamente sostenibili”.

In caso di dubbio, ha chiarito, è necessario tenere sempre per ferma l'indissolubilità del matrimonio, che “si deve intendere valido fino a che non sia stato provato il contrario. Altrimenti, si corre il grave rischio di rimanere senza un punto di riferimento oggettivo per le pronunce circa la nullità, trasformando ogni difficoltà coniugale in un sintomo di mancata attuazione di un'unione il cui nucleo essenziale di giustizia – il vincolo indissolubile – viene di fatto negato”.

Allo stesso tempo, ha continuato, “è importante adoperarsi fattivamente ogni qualvolta si intraveda una speranza di buon esito, per indurre i coniugi a convalidare eventualmente il matrimonio e a ristabilire la convivenza coniugale”.

Tuttavia, un errore da evitare è quello di mostrarsi accondiscendenti, sulla base di “richiami pseudopastorali”, verso le richieste dei contraenti che fanno pressione “per giungere ad ogni costo alla dichiarazione di nullità, al fine di poter superare, tra l’altro, gli ostacoli alla ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia”.

“Il bene altissimo della riammissione alla Comunione eucaristica dopo la riconciliazione sacramentale, esige invece di considerare l'autentico bene delle persone, inscindibile dalla verità della loro situazione canonica”, ha osservato il Papa.

“Sarebbe un bene fittizio – ha detto – , e una grave mancanza di giustizia e di amore, spianare loro comunque la strada verso la ricezione dei sacramenti, con il pericolo di farli vivere in contrasto oggettivo con la verità della propria condizione personale”.

Infine il Papa ha sottolineato come “sia la giustizia, sia la carità postulino l'amore alla verità e comportino essenzialmente la ricerca del vero”.

“Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente”, ha detto.

E' questo, ha concluso, il “fatale rischio dell'amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario”.

http://www.zenit.org/article-21205?l=italian

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Di Loredana Morandi (del 29/01/2010 @ 14:27:04, in Politica, linkato 3095 volte)


ANNO GIUDIZIARIO: BERLUSCONI AI MAGISTRATI

 "COME SIETE BELLI
"


(AGI) - Roma, 29 gen. - Silvio Berlusconi ha partecipato questa mattina all'inaugurazione dell'anno giudiziario alla corte di Cassazione. Il premier ha atteso l'arrivo di Giorgio Napolitano in un salottino e salutato il presidente e il procuratore generale Carbone ed Esposito. Ed a loro e agli alti magistrati che indossavano la toga d'ermellino Berlusconi si e' rivolto con un sorriso, osservando: "Ma come siete belli...".

Leggi anche: Berlusconi e la barzelletta su Gesù all'ergastolo

Nota: Le agenzie stanno passando tutte le "battute" del premier, pure la barzelletta di Gesù Cristo condannato all'ergastolo (se la ritrovo la posto), così i vignettisti avranno di che disegnare per l'intero 2010.
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ANNO GIUDIZIARIO: CARBONE, GIUSTIZIA ITALIANA A 156* POSTO NEL MONDO
 

(ASCA) - Roma, 29 gen - Su tempi e costi la giustizia italiana ''non mostra alcun miglioramento nella classifica della Banca mondiale per il 2010''. Lo sottolinea il primo presidente Vincenzo Carbone all'apertura dell'anno giudiziario in Cassazione. ''Tutte le nazioni hanno registrato lievi progressi, mentre in Italia occorrono ancora 1210 giorni per recuperare un credito con un costo corrispondente al 29,9% del debito azionato''. Male anche i costi della giustizia italiana, dal punto di vista del rapporto spesa/performance nei diversi uffici giudiziari: ''Delle spese dei 29 distretti, il 34% sono inutili, con prevalenza nei distretti del Sud: parliamo di 800 milioni di euro da spendere in meno o meglio''. sar/sam/bra

Al via l'Anno giudiziario

ANSA - ‎41 minuti fa‎
Cosi' il procuratore della Cassazione, Vitaliano Esposito, all'apertura dell'Anno giudiziario.Il procuratore apre al processo breve, a condizione pero' che vengano 'adeguatamente potenziate' le risorse umane e materiali per realizzare i tempi brevi. ...

«Basta conflitti tra magistrati e politica»

Corriere della Sera - ‎1 ora fa‎
ROMA - Basta ai contrasti tra magistratura e classe politica: «Non sono più tollerabili». È l'appello rivolto dal procuratore generale della Corte di cassazione, Vitaliano Esposito, nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario. ...

Giustizia/ Pg Cassazione: Un lusso i tre gradi di giudizio

Virgilio - ‎34 minuti fa‎
Roma, 29 gen. (Apcom) - I tre gradi di giudizio sono un lusso. Il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, nella sua relazione all'inaugurazione dell'anno giudiziario, sottolinea come "il sistema processuale, civile e penale, ...

"Giudici perbene,ma alcuni indegni".Pg Cassazione: "Denunciare ...

TGCOM - ‎1 ora fa‎
"La quasi totalità dei giudici è costituita da persone perbene, che esercitano le loro funzioni con scrupolo, dedizione, spirito di abnegazione, correttezza e disinteresse assoluti". Lo ha sottolineato il pg della Cassazione, Vitaliano Esposito, ...

Anno giudiziario: Pg Esposito, e' allarme Procure vuote

Adnkronos/IGN - ‎45 minuti fa‎
Roma, 29 gen. - (Adnkronos) - E' allarme Procure vuote. Il Procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito nella sua relazione in occasione della inaugurazione dell'Anno giudiziario presso piazza Cavour da' atto "della gravissima situazione ...

Giustizia/ Pg Cassazione: Danni da conflittualità tra magistrati

Virgilio - ‎23 minuti fa‎
Roma, 29 gen. (Apcom) - La "conflittualità all'interno degli uffici e/o nei rapporti con altri uffici che tanto discreto hanno arrecato e arrecano all'immagine della magistratura e all'efficienza del servizio giustizia" è uno degli aspetti posti in ...

Giustizia/ Pg Cassazione: Espellere da ordine magistrati indegni

Virgilio - ‎34 minuti fa‎
Roma, 29 gen. (Apcom) - Il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, "invita la magistratura ad avere coraggio" ea "marginalizzare, e nei casi più gravi espellere dal suo seno, chi non è degno di svolgere l'altissima funzione della ...

Al via l'Anno giudiziario

Panorama - ‎19 minuti fa‎
(ANSA) - ROMA, 29 GEN - Si' al processo breve ma con riforme.Cosi' il procuratore della Cassazione, Vitaliano Esposito,all'apertura dell'Anno giudiziario.Il procuratore apre alprocesso breve, a condizione pero' che vengano 'adeguatamentepotenziate' le ...

Anno giudiziario, Stop a contrasti magistrati-politica

ANSA - ‎1 ora fa‎
ROMA - Stop ai contrasti "non più tollerabili, tra foro e magistratura e tra magistratura e classe politica". E' questo il richiamo contenuto nella relazione del procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, all' apertura dell'anno ...

ANNO GIUDIZIARIO: PG, SI' AL PROCESSO BREVE MA PIU' RISORSE UMANE

AGI - Agenzia Giornalistica Italia - ‎30 minuti fa‎
(AGI) - Roma, 29 gen. - Una democrazia "non puo' dirsi pienamente tale se non garantisce ai suoi cittadini, anche a quelli responsabili dei reati piu' odiosi, una tempestiva tutela dei loro diritti e un'altrettanta tempestiva applicazione delle pene". ...

Pg Cassazione: bene le iniziative contro i processi 'lumaca ...

Adnkronos/IGN - ‎1 ora fa‎
Roma - (Adnkronos/Ign) - Inaugurazione dell'anno giudiziario a piazza Cavour. Il procuratore generale: ''Rivendicare, con fermezza e determinazione, autonomia e indipendenza''. ''Politica-magistratura? Dialogo possibile''. In 10 punti 'manifesto Ferri' ...

ANNO GIUDIZIARIO: PG, SISTEMA NON REGGE; SI NEGA GIUSTIZIA

La Repubblica - ‎1 ora fa‎
"E' il sistema nel suo complesso a non essere piu' in grado di rispondere alla domanda di giustizia: e cio' sia nel settore civile sia in quello penale". Lo afferma il procuratore generale della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito, ...

"Stop tensione toghe-politica".Pg Cassazione: "Ok a processo breve"

TGCOM - ‎1 ora fa‎
"I contrasti tra foro e magistratura e tra magistratura e classe politica non sono più tollerabili". Così il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, ha iniziato il suo intervento durante la tradizionale inaugurazione dell'anno ...

Giustizia/ Pg Cassazione: Si rischia paralisi in molti uffici

Wall Street Italia - ‎1 ora fa‎
Roma, 29 gen. (Apcom) - "Molti" uffici di Procura sono a rischio "paralisi". La denuncia arriva dal procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, nel suo intervento alla cerimonia di apertura dell'anno giudiziario. ...

| 25 Ore > Cronaca > Il procuratore generale della cassazione ...

RomagnaOggi.it - ‎58 minuti fa‎
Stop ai contrasti tra magistratura e politica. E' il procuratore generale della Corte di cassazione, Vitaliano Esposito a chiederlo, nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, nella quale cita anche il presidente della Repubblica: ...

Giustizia, Pg Cassazione: Fermare tensioni tra toghe e politica

Diario del Web - ‎1 ora fa‎
Roma, 29 gen - Il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, ritiene "non più tollerabili i contrasti tra foro e magistratura e tra magistratura e classe politica" e per questo, nella relazione all'inaugurazione dell'anno giudiziario, ...

Giustizia/ Pg Cassazione: Intollerabile numero di prescrizioni

Wall Street Italia - ‎1 ora fa‎
Roma, 29 gen. (Apcom) - Il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, denuncia che "la pretesa punitiva dello Stato è vulnerata dall'intollerabile numero delle declaratorie di estinzione del reato per prescrizione" e questo comporta la ...

ANNO GIUDIZIARIO: PG CASSAZIONE, GIUSTO PROCESSO E' DI TUTTI

La Repubblica - ‎1 ora fa‎
Tutti hanno diritto ad avere il giusto processo. Il procuratore generale della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito, comincia la sua relazione sullo stato della giustizia relativa al 2009 ricordando che "la Convenzione europea vede il giusto ...

Si apre l'anno giudiziaro: si fermino le tensioni tra la ...

4minuti.it - ‎1 ora fa‎
ROMA (29 gennaio 2010) - Si apre l'anno giudiziario e il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, nella sua relazione chiede di mettere fine a quegli scontri che non sono più "tollerabili, tra foro e magistratura e tra magistratura e ...

ANNO GIUDIZIARIO: PG, INTOLLERABILE NUMERO PRESCRIZIONI
Diritto-oggi - ‎1 ora fa‎
(AGI) - Roma, 29 gen. - “La pretesa punitiva dello Stato e' vulnerata dall'intollerabile numero delle declaratorie di estinzione del reato per prescrizione”. E' quanto denuncia il procuratore generale della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito, ...

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La vicenda di questa povera donna è un delirio tutto americano, su web la sua persona è associata addirittura a Osama Ben Laden di Al Qaeda. La giustizia degli "altri" l'abbiamo vista con i sequestri di personaggi del calibro di Vanunu, l'ingegnere che divulgò la notizia dell'atomica Israeliana, o nel caso Abu Omar e i servizi segreti americani. Ma questa è una madre di famiglia perseguitata dal marito stalker, ammanicato con le medesime fasce di corrotti istituzionali! Vergogna Italia !

Arrestata a Roma la madre di Liam
"Un agguato della giustizia Usa"


Manuela Antonelli, la madre di Liam Gabriele MacCarty, il bambino di otto anni conteso tra la donna, italiana, e il padre statunitense, è stata arrestata nel pomeriggio all’uscita di una udienza che si era tenuta al Tribunale dei minori per chiarire il destino del ragazzo, che la madre ha sottratto nei mesi scorsi da una casa famiglia dopo che il giudice, con una ordinanza dello scorso 18 novembre, le aveva imposto di non poterlo più avvicinare.

La signora Antonelli adesso si trova rinchiusa nel carcere di Regina Coeli. La polizia le ha notificato l'arresto "in esecuzione di una richiesta di estradizione avanzata dagli Usa", spiega l'avvocato della signora, Antonella Tomassini, che denuncia “un abuso. Ci siamo informati – dice il legale - e non c'è nemmeno il via libera del Ministero della Giustizia sull'estradizione. Chi doveva fare delle pressioni le ha fatte e gli sono riuscite bene. E’ stato un agguato, quando siamo usciti dall'aula abbiamo trovato la polizia".

Negli Usa la donna, accusata di sottrazione di minore, rischia da una multa a tre anni di carcere. "In Italia – ricorda il suo avvocato - per reati per i quali si rischiano fino a quattro anni di detenzione non si viene arrestati, quindi siamo davanti ad un abuso. Per questo, l'avvocato che segue la parte penale della vicenda farà ricorso".

L'avvocato della Antonelli, Francesco Caroleo Grimaldi, spiega: "Oggi nell'udienza il giudice si è riservato di decidere a chi affidare il bambino, che ora è custodito in luogo segreto. Al termine dell'udienza la madre italiana è stata portata in questura per essere arrestata. Manuela Antonelli non ha voluto rivelare dove il bambino è custodito".

"La donna - sottolinea Grimaldi - è disperata e la difesa inizierà tutte le procedure estradizionali alle quali ci opporremo con tutta la convinzione giuridicamente possibile e umanamente doverosa. Ritengo che questo sia un atto di folle arroganza da parte dell'autorità giudiziaria degli Usa e confidiamo nella sapienza umana e giudiziaria della magistratura italiana perché questo atto di grave sopraffazione sia immediatamente revocato"

(La Repubblica - 28 gennaio 2010)
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Giustizia, tutti i numeri per leggere controluce il dossier Anm
 

Roma, 28 gen (Velino) - Il testo che i presidenti delle sezioni dell’Associazione nazionale dei magistrati leggeranno nelle sedi dei distretti di Corte d’appello sabato prossimo per l’inaugurazione dell’anno Giudiziario le cui bozze sono circolate ieri, è ancora in fase di ‘limatura’ e non si scarta la possibilità di ‘rimodulare’, attenuandole, le accuse in esso contenute contro il governo. E ciò alla luce, anche, delle reazioni di alcuni settori dello stesso sindacato e dei partiti. Pronto è invece il dossier “Le verità dell’Europa su magistrati italiani” che ripropone in parte il rapporto biennale, 2006-2008 (il prossimo sarà pronto a settembre di quest’anno) del Cepej (commissione istituita dal Consiglio d’Europa) sull’efficienza della giustizia in Italia. Un documento che l’Anm ha sempre giudicato favorevole alla ‘categoria’ ma che in realtà non può essere preso quale parametro esatto per stabilire l’efficienza delle magistrature dei 46 paesi del Consiglio d’Europa. Troppe le differenze organizzative e troppe le differenze sulle competenze delle varie magistrature. Uno dei dati che più ‘piace’, per esempio, è quello relativo ai compensi stipendiali dei magistrati italiani rispetto a quelli di molti altri paesi. L’Anm sostiene che le retribuzioni degli italiani sono sotto la media europea, ma la Cepej invita a non trarre queste conclusioni perché nel resoconto statistico che fa la commissione non vengono inseriti dati aggregati che meglio renderebbero lo stato delle cose. Insomma il dossier che sabato il sindacato dei magistrati distribuirà nelle sedi di corti d’Appello va preso con le ‘molle’ e ciò ad avviso di chi lo ha redatto.

Comunque, la crisi del sistema giustizia è ormai giunta a livelli insopportabili: spropositati il numero, quasi 9 milioni, di procedimenti pendenti (5.425 mila civili e 3.262 mila penali) e la durata media (960 giorni per il primo grado e 1509 giorni per il giudizio di appello nel civile; 426 giorni per il primo grado e 730 per il grado di appello nel penale). Sono questi alcuni dei dati più impressionanti forniti dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, nell’ultima relazione al Parlamento sullo stato della giustizia. Eppure, come vedremo, le lievi differenze nell’entità della spesa pubblica destinata alla giustizia, nel numero dei tribunali, dei giudici, dei procuratori, e del personale non togato e tecnico-amministrativo, rispetto agli altri grandi Paesi europei paragonabili all’Italia per ricchezza, popolazione e cultura giuridica, non giustificano un divario così abissale nel numero dei procedimenti pendenti e nella loro durata. Anzi, per molti aspetti impieghiamo anche molte più risorse degli altri, ma la “produttività” del sistema è lontana anni luce. Basti pensare che, nella sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, lo scorso 7 gennaio, il primo presidente della Corte di Cassazione francese, Vincent Lamanda, rendeva noto che la Cassazione impiega 15 mesi per emettere la sentenza in un processo civile, mentre solo 4 mesi in un processo penale. Le corti di appello, sempre in materia civile, arrivano alla sentenza in 12 mesi, in 7 mesi i “Tribunaux de grand instance” e in 5 mesi gli altri tribunali. E la spesa pubblica che la Francia dedica alla giustizia, riferiva in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009 il presidente della Corte di Cassazione italiana, Vincenzo Carbone, “è addirittura inferiore alla nostra (6,66 miliardi di euro per il 2009 in Francia; 7,56 miliardi di euro per il 2009 in Italia)”.

Come hanno più volte sottolineato nei loro rapporti la Banca d’Italia, Confindustria e la stessa Cassazione, la durata dei processi civili danneggia, rendendolo meno competitivo, anche il nostro sistema economico. Nell’ultimo rapporto “Doing Business 2009”, in tema di giustizia civile, l’Italia si è classificata al 156esimo posto su 181 Paesi (dopo Angola, Gabon, Guinea, Sao Tome e prima di Gibuti, Liberia, Sri Lanka, Trinidad), mentre quasi tutti i Paesi europei sono tra i primi 50: Germania al nono posto, Francia al decimo, Regno Unito al 24esimo, Spagna al 54esimo posto. Nel 2008 la durata di un procedimento di recupero di un credito originato da una disputa commerciale è stata stimata in Italia di 1.210 giorni, di 331 in Francia, di 394 in Germania e di 515 in Spagna. Da molte parti si lamenta la scarsità di risorse, ma come dimostrano i dati, relativi all’anno 2006, del secondo rapporto CEPEJ (European Commission for the Efficiency of Justice) sul funzionamento e la valutazione comparata dei sistemi giudiziari europei, l’Italia non si discosta dagli altri grandi Paesi membri dell’Ue per il numero di risorse umane e materiali impiegate dallo Stato per l’amministrazione della giustizia. Anzi, per la pubblica accusa spende di più. Il problema delle risorse “esiste, ma non si tratta di quello più grave”, considerando il confronto con gli altri Paesi europei, ammetteva anche il presidente Carbone.

Secondo la stima del rapporto CEPEJ, spendiamo per il nostro sistema giudiziario 4,08 miliardi di euro, contro i 3,35 della Francia e i 2,98 della Spagna. Spendono più di noi, in valore assoluto, Germania (8,73 miliardi) e Gran Bretagna (6,07 miliardi). In queste spese però sono inclusi i fondi per il patricinio legale gratuito, per il quale spendiamo meno di tutti. Solo 86,5 milioni l’anno. La Germania spende oltre 6 volte di più, la Francia quasi quattro volte di più e la Spagna il doppio di noi. Per non parlare della Gran Bretagna, che dedica all’assistenza legale oltre la metà del suo budget per la giustizia (3,35 miliardi su 6,07). Tolta la spesa per il patrocinio gratuito, emerge quindi che l’Italia spende meno solo della Germania. Ma scorporando le varie destinazioni della spesa tra corti, pubblica accusa e patrocinio gratuito, emerge anche che ai procuratori italiani va una spesa di 1,33 miliardi di euro, il doppio rispetto ai 670 milioni che spende la Francia per i suoi pm.

Anche calcolando quanti euro spendiamo in giustizia nel suo complesso per ogni abitante, o in percentuale del Pil pro capite, i rapporti non cambiano di molto. Spendiamo 70 euro per abitante, mentre la Francia 53 euro e la Spagna 68. Spendono più di noi, per abitante, Inghilterra più Scozia (99 euro) e Germania (106 euro). La Francia spende in giustizia lo 0,19 per cento del Pil pro capite, l’Italia lo 0,26 per cento, la Spagna lo 0,30 per cento, Inghilterra più Scozia tra lo 0,33 e lo 0,35, e la Germania lo 0,38 per cento. Togliendo però la spesa per il patrocinio gratuito (quindi corti e pubblica accusa insieme), solo la Germania spende più di noi, sia per abitante che in percentuale del Pil pro capite. L’Italia spende 68 euro ad abitante, la Francia 48 euro, Inghilterra più Scozia tra i 43 e i 52 euro, la Germania 99. La Francia impiega lo 0,17 del Pil pro capite, Inghilterra più Scozia tra lo 0,15 e lo 0,17, l’Italia lo 0,26 per cento e la Germania lo 0,35 per cento. Se poi guardiamo nello specifico la spesa per le corti, ci accorgiamo di spendere 45 euro a testa, contro i 38 dei francesi e i 28 degli inglesi. E per i soli procuratori ogni italiano paga 23 euro, mentre a un francese costano 11 euro e ad un inglese 15. Per quanto riguarda le componenti della spesa per la giustizia, ciò che emerge dal rapporto CEPEJ è che in Italia spendiamo in salari quasi il 70 per cento dell’intero budget, molto più di Francia (meno del 50 per cento) e Germania (meno del 60 per cento). Ancora scarsa la spesa per l’informatizzazione, o quanto meno la strada da percorrere per metterci sullo stesso piano degli altri è ancora lunga. Secondo la classificazione del CEPEJ, infatti, su quattro livelli (“molto alto”, “alto”, “moderato”, “basso”), i tribunali italiani si piazzano ancora a un livello “moderato” di informatizzazione, quelli francesi ad un “alto” livello, mentre quelli tedeschi, britannici e spagnoli ad un livello “molto alto”.

Oltre all’entità della spesa pubblica dedicata alla giustizia, secondo il rapporto CEPEJ l’Italia è ben dotata anche per quanto riguarda il numero di tribunali, giudici, procuratori, e personale non togato e tecnico-amministrativo. L’Italia dispone di 1.292 tribunali, più che in Inghilterra (595), Spagna (703), Francia (773) e Germania (1.136), per la quale bisogna considerare le pesanti eredità della riunificazione. In relazione al numero di abitanti, nel nostro Paese ci sono 1,7 tribunali ogni 100 mila abitanti. Più che in Inghilterra (1,2) e Germania (0,9), poco meno che in Francia (1,8) e molto meno che in Spagna (4,6). Nei nostri tribunali ci sono 11 giudici ogni 100 mila abitanti. Più che in Spagna (10,1) e in Inghilterra (7). Ce n’è solo uno in più in Francia (11,9), mentre sono molti di più solo in Germania (24,5). Per quanto riguarda il personale non togato, in numeri assoluti impieghiamo in totale 27.067 addetti, quasi il doppio dei 15.199 francesi. Da noi sono 46 ogni 100 mila abitanti. Più che in Francia (24), poco meno che in Inghilterra (48) e molto meno che in Germania (70) e Spagna (93). Ciò significa che ogni giudice francese ha a disposizione due collaboratori, quello tedesco 2,9, il giudice italiano 4,2, quello inglese 6,9 e quello spagnolo 9,1. In Italia abbiamo 3,8 procuratori ogni 100 mila abitanti. Non sono molti di più in Spagna (4,5) e Gran Bretagna (4,6). La Germania ne ha 6,2, ma la Francia solo 2,9 ogni 100 mila abitanti. Battiamo tutti invece quando si tratta dello staff assegnato alla pubblica accusa. I nostri pm hanno a disposizione 17 collaboratori ogni 100 mila abitanti, i procuratori tedeschi 14, mentre i francesi solo 8 e gli spagnoli 4.

Anche per quanto riguarda la remunerazione di giudici e procuratori non siamo da meno degli altri nostri principali partner europei. Anzi, a fine carriera li gratifichiamo un tantino di più. Lo stipendio lordo di giudici e pm italiani a inizio carriera è calcolato dal rapporto CEPEJ - ricordando che i dati sono relativi al 2006 - in 37.454 euro. Prendono invece 35.777 quelli francesi, 38.829 quelli tedeschi e 45.230 quelli spagnoli. Discorso a parte per la Gran Bretagna, dove giudici e procuratori ricevono trattamenti molto diversi. I primi a inizio carriera guadagnano 143.708 euro lordi, mentre i secondi 28.463. Ai più alti livelli della carriera i nostri giudici e procuratori sono i meglio retribuiti, con 122.278 euro lordi. Quelli francesi guadagnano 105.317 euro lordi, i tedeschi “solo” 86.478, gli spagnoli 115.498. Rimane anche a fine carriera, invece, una grande divario tra giudici e procuratori in Gran Bretagna. I primi arrivano a 233.742 euro lordi, mentre i secondi si fermano a 128.774 euro.

Dunque, da quanto emerge dal rapporto CEPEJ, non ci sono grandi differenze tra l’Italia e gli altri grandi Paesi europei ad essa paragonabili nella quantità di risorse umane e materiali che lo Stato dedica al sistema giudiziario. Eppure, nello stesso rapporto il divario nel numero delle cause pendenti al 31 dicembre 2006 ha dimensioni incredibili. Le cause civili pendenti nelle corti di prima istanza raggiungono in Italia l’impressionante numero di 3,68 milioni, molto di più delle cause pendenti in Francia (1,16 milioni), Germania (544 mila) e Spagna (781 mila) messe assieme. Ancora peggiore la situazione per quanto riguarda le cause penali pendenti nei tribunali di primo grado. In Italia sono più del doppio (1,2 milioni) di quelle in Germania (287 mila), Spagna (205 mila) e Inghilterra (70 mila) messe assieme. Forse, quindi, considerando quanto spendiamo e quanti processi rimangono pendenti, il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, potrebbe non essere andato molto lontano da almeno uno dei principali problemi quando denunciava che “dopo le 14 nei tribunali non c’è più nessuno”: “Fatto uno il rapporto tra spesa e numero di processi conclusi in Olanda, l’Italia sta a 1,4 e la Francia a 2,2. La stessa cifra spesa a Roma per decidere due giudizi basta a Parigi per farne tre”, si leggeva in una nota del ministro.
 
(Vittorugo Mangiavillani e Federico Punzi) 28 gen 2010 16:57
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