Immagine
 nudo vietnamita ... by Do Duy Tuan... di Admin
 
"
Articolo 21. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, con lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Costituzione Italiana
"
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 03/02/2010 @ 05:30:32, in Politica, linkato 1467 volte)

Trovate quattro foto dell’incontro in caserma

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/dipietro-contrada-cena.jpg

Di Pietro, Contrada e la cena del 1992

Il tentativo di farle sparire, ne esistevano altre otto. L’ex pm: spy story che non esiste

La replica del leader dell'Idv: «Orgoglioso di aver accettato quell'invito»

ROMA - Alcune foto che era stato ordinato di distruggere inquietano Antonio Di Pietro. Sono quattro foto scattate il 15 dicembre del 1992 con il futuro leader di Italia dei valori seduto a tavola, durante una cena conviviale in una caserma dei carabinieri, fra alcuni ufficiali arruolati nei servizi segreti, uno 007 eccellente come Bruno Contrada e un altro James Bond vicino alla Cia, arrivato da Washington per una targa ricordo della famosa «Kroll Secret Service» all’ospite d’onore, appunto Di Pietro. Solo una cena. Niente di male, come ha già fatto sapere lo stesso Contrada attraverso il suo avvocato. Solo una occasionale e innocua chiacchierata prenatalizia fra amici e colleghi, fra investigatori e soltanto un magistrato. Una cena immortalata da una macchina fotografica senza pretese che salta fuori giusto per un ricordo, appena qualche scatto, dodici per l’esattezza, come si accerterà nove giorni dopo, quando tutti si preoccupano e a tutti fanno giurare di bruciare ogni copia.

Tante le telefonate incrociate quel maledetto giorno, il 24 dicembre del 1992. Il giorno dell’arresto di Bruno Contrada, allora numero 3 del Sisde, funzionario sotto mira dei colleghi di Paolo Borsellino sin dalla strage di via D’Amelio, cinque mesi prima. E scatta una gara a farle sparire. Ognuno assicura che lo farà. Forse per evitare di ritrovarsi un giorno davanti al funzionario mascariato dalle rivelazioni di alcuni pentiti come Gaspare Mutolo, scagliatosi in ottobre contro ‘u dutturi e contro Domenico Signorino, pm con Giuseppe Ayala al primo maxi processo. Un giudice antimafia nelle mani dei Riccobono, secondo i primi scoop. Seguiti dal suicidio di Signorino, il 3 dicembre. Un drammatico evento del quale non si può non parlare alla cena organizzata con i vertici dei Servizi nella caserma del comando Legione di via In Selci dal capo del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Tommaso Vitagliano, allora colonnello, oggi generale di brigata. Ma le storiacce di mafia non sono l’unico argomento di conversazione perché quel 15 dicembre, a metà giornata, l’Ansa ha ufficializzato con un dispaccio l’avviso di garanzia contro Bettino Craxi per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. È il provvedimento firmato con Saverio Borrelli e gli altri colleghi del pool di Milano proprio da Tonino Di Pietro la sera precedente, il 14. E, ventiquattro ore dopo, il giudice per il quale mezza Italia ormai tifa sta lì a tavola, Contrada seduto accanto a lui, l’agente americano pronto con la targa premio.

IL COLPO - Se la storia non fosse rimasta top secret per 17 anni forse qualche domanda, anche fra gli stessi sostenitori di Di Pietro, sarebbe stata posta prima. Avvertì Di Pietro di quelle curiose coincidenze i suoi colleghi? Se lo chiede anche chi adesso tira fuori le foto considerate tessere di un mosaico chiamato «Il ‘colpo’ allo Stato», per dirla col titolo di un libro quasi ultimato da un ex amico sganciatosi da Di Pietro, l’avvocato Mario Di Domenico, cultore di statuti medievali e, guarda un po’, cooptato dieci anni fa dal magistrato per redigere proprio lo Statuto di Italia dei valori. Un’amicizia clamorosamente interrotta. Come quella di Di Pietro con Elio Veltri, oggi in sintonia con Di Domenico. Al di là dei rancori che spaccano il micro mondo dell’Italia dei valori, adesso le foto che il Corriere pubblica oggi e quelle che si troveranno nel libro edito da Koinè stimolano qualche riflessione. Al di là di impropri retro pensieri sul versante «americano», Di Pietro non avrebbe informato di quella cena con Bruno Contrada né i suoi colleghi del pool di Milano né i magistrati di Palermo che il 24 dicembre disposero l’arresto. Anzi, quel giorno scatta la caccia alle foto per distruggerle.

Vivono tutti un forte imbarazzo e si affanna soprattutto Francesco D’Agostino, il maggiore dei carabinieri che accompagna Di Pietro alla cena, e che in una istantanea compare di fronte a Contrada, a sua volta seduto vicino a Di Pietro. Provando a soffocare le prime voci sulle foto da una manina salvate, adesso l’ex magistrato ricorda di avere incontrato lì per caso Contrada. E forse lo stesso dirà D’Agostino, l’ufficiale soprannominato «El tigre», amico e frequentatore del banchiere italo-svizzero Pier Francesco Pacini Battaglia che uscì indenne dagli interrogatori avvenuti prima delle scenografiche dimissioni di Di Pietro. Con soddisfazione del maggiore, in seguito al centro di un discusso prestito di 700 milioni elargito dallo stesso Pacini Battaglia. Quel 15 dicembre del 1992 D’Agostino è un fidatissimo collaboratore per Di Pietro. E con lui va alla cena romana lasciando tornare a Milano da solo Gherardo Colombo, dopo la notte dell’avviso e dopo avere trascorso insieme la mattina a Roma, al Csm, per un convegno. Di Pietro è così l’unico magistrato presente al vertice enogastronomico con gli alti gradi dei Servizi e con l’«americano» Rocco Mario Modiati, a tutti presentato come il responsabile della cosiddetta «Cia di Wall Street», la Kroll, la più grande organizzazione di investigazione d’affari del mondo fondata nel ’72 da Jules Kroll, tremila dipendenti fissi, una quantità di collaboratori, corsia preferenziale per chi arriva da Cia e altri servizi, Mossad compreso, uffici in 60 città di 35 Paesi, stando anche a una inchiesta pubblicata dal New Yorker il 19 ottobre scorso.

LA BUFALA - Manca la foto con la consegna della targa premio. E forse serve a poco interrogarsi sull’impatto che tutte avrebbero potuto avere nel pieno e nella piena di Mani pulite. Anche nelle scelte degli stessi colleghi di Di Pietro e di Borrelli che «avrebbe potuto cambiare mano nella guida delle inchieste», come teorizza Di Domenico. Oggi Contrada è il primo a minimizzare il peso dell’incontro, parlando attraverso il suo avvocato Giuseppe Lipera, tappato com’è ai domiciliari per motivi di salute: «Un incontro casuale e cordiale. "Siamo quasi colleghi perché anch’io sono stato per il passato funzionario di polizia", mi disse Di Pietro quando capì chi ero...». Molti considerano inattendibile Contrada per definizione. Altri sono certi di un errore giudiziario a suo carico. Ma il punto non è questo. Bisognerebbe semmai capire perché di quell’incontro non si sia fatto mai cenno successivamente e perché l’evidente imbarazzo portò tutti a cercare di far sparire le foto, anche se lo stesso Contrada dice di possederne una copia e altri le hanno conservate.

Di Pietro, davanti a sospetti o insinuazioni, passa al contrattacco, inserendo qualche errore fra i suoi ricordi: «Si vuol fare credere, attraverso un dossier di 12 foto mie con Mori, Contrada e funzionari dei servizi segreti, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia». Una citazione errata quella di Mori, estraneo alla cena derubricata da Di Pietro al rango di «bufala o trappola»: «Soltanto menti malate possono pensare che ho fatto quel che ho fatto per una spy story e non come umile manovale dello Stato, che quando faceva il muro cercava di farlo dritto». Ma non basta per convincere Bobo Craxi, da tempo interessato a scavare sull’ipotesi dell’aggancio americano: «Una teoria che sarebbe verosimile perché dopo l’89 c’erano interessi internazionali a cambiare il quadro europeo».

ANNOZERO - Le foto documentano solo una cena. Ma è anche vero che il ruolo di Contrada era già discusso e che non sfuggiva a Di Pietro il quadro insidioso dei misteri legati alla strage di via D’Amelio. Dopo 17 anni è stato lui l’8 ottobre scorso a rivelare durante una puntata di Annozero, presente Massimo Ciancimino, di essere stato informato alcuni giorni prima della strage di una relazione dei Ros su un attentato preparato contro lo stesso magistrato e contro Paolo Borsellino. Con una differenza. Che a Borsellino la nota fu inviata per posta e mai recapitata. Mentre a lui fu consegnato un passaporto con nome di copertura, Mario Canale, per rifugiarsi all’estero. Come fece andando in vacanza con la moglie in Costa Rica, ma lasciando i figli a casa. Per chi indaga da vent’anni sui pasticci italiani è scontato cercare di mettere a fuoco la controffensiva di potentati allarmati dall’eventualità di un incrocio fra le inchieste di Palermo e Milano sui grandi affari. Proprio quel che rischiava di accadere dal febbraio ’92 in poi, con Falcone e Borsellino vivi e con il pool di Milano al lavoro. Da qui l’importanza di quella minaccia della mafia su Di Pietro e Borsellino insieme. Eppure, anche la storia della fuga del «Signor Canale» è venuta fuori solo a 17 anni di distanza.

Sull’asse Milano-Palermo si incrocia una cronologia parallela da vertigine. E ogni volta salta fuori anche il nome di Contrada che alcuni considerano un mostro, a cominciare da un fan di Di Pietro come Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via D’Amelio: «Paolo considerava Contrada un assassino e lo stesso considero io. Paolo disse più di una volta ai suoi familiari parlando di Contrada "Solo a fare il nome di quell’uomo si può morire"». Posizione oggi ufficialmente condivisa da Di Pietro, stando a quel «finalmente condannato» che lanciò nel suo blog il 19 luglio di due anni fa. Parole che stridono per i suoi ex amici più che con la cena con i silenzi successivi. D’altronde per il pool di Palermo, diffidente nei confronti del capo, Piero Giammanco, e in attesa di Giancarlo Caselli, arrivato il 15 gennaio ’93, è una estate infuocata quella del ‘92.

UN VORTICE - Il 12 settembre, vengono estradati dal Venezuela i fratelli Cuntrera, il 17 viene ucciso a Palermo Ignazio Salvo, il 15 ottobre a Catania il giudice Felice Lima fa arrestare 22 persone fra imprenditori, politici, progettisti coinvolti dal geometra Giuseppe Li Pera e il 4 novembre tuona il pentito Giuseppe Marchese su Contrada accusandolo di aver avvisato Totò Riina prima di una perquisizione nella villa-covo di Borgo Molara, rivelazione preceduta dagli strali di Gaspare Mutolo contro il dirigente del Sisde e il giudice Signorino. In quei giorni Di Pietro non lavora solo su Craxi, ma anche sulle storie siciliane. Segue l’asse appalti-mafia come farà nei mesi successivi andando a trovare con l’allora capitano Giuseppe De Donno a Rebibbia «don» Vito Ciancimino. Un incontro che sarà poi dimenticato. Fatti senza seguito. Fino ad arrivare alla deposizione dello stesso Di Pietro, il 21 aprile 1999, davanti ai giudici del «Borsellino ter» ai quali ricorderà di avere collaborato con Paolo Borsellino fino alla morte di Falcone e di «avere interrotto il rapporto con la Sicilia» (argomento mafia-appalti) dopo la bomba di via D’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Gli stessi ignari di foto e incontri eccellenti.

Felice Cavallaro
Corriere Sera 02 febbraio 2010

 
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Loredana Morandi (del 03/02/2010 @ 05:15:00, in Magistratura, linkato 1400 volte)

Rese note le motivazioni che avevano indotto magi a ritenere Pollari non perseguibile

Abu Omar, «i servizi italiani sapevano»

Il giudice Magi attacca la Consulta: «La sentenza sul segreto di Stato è un paradosso logico e giuridico»

MILANO - Per il giudice Oscar Magi, che il 4 novembre dell'anno scorso ha pronunciato una sentenza di non doversi procedere nei confronti dell'ex direttore del Sismi, Nicolò Pollari, il servizio segreto italiano era a conoscenza, o forse addirittura compiacente, nelle attività che hanno portato al sequestro dell'ex Imam di Milano, Abu Omar. Scrive infatti il giudice nelle motivazioni del verdetto depositate oggi: «l'esistenza di una autorizzazione organizzativa a livello territoriale nazionale da parte della massime autorità responsabili da parte del servizio segreto Usa lascia presumere che tale attività sia stata compiuta quanto meno con la conoscenza (o forse con la compiacenza) delle omologhe attività nazionali, ma di tale circostanza non è stato possibile approfondire le evenienze probatorie (pur esistenti) per l'apposizione - opposizione di segreto di Stato da parte delle attività governative italiane».

CRITICHE ALLA CONSULTA - Il giudice Oscar Magi, nelle motivazioni della sentenza del processo per il sequestro dell'ex imam di Milano, spiega di essersi «attentamente adeguato» ai dettami della sentenza della Corte costituzionale sul segreto di Stato ma, come già fatto in occasione di alcune ordinanze nel dibattimento, ribadisce la sue critiche al provvedimento della Consulta. «Ammettere che vi è segreto di Stato correttamente opponibile all'autorità giudiziaria che riguardi i rapporti tra servizi segreti italiani e stranieri e assetti organizzativi e operativi del Sismi, ancorché collegati a un fatto reato per cui si proceda - scrive il giudice -, nel momento in cui si afferma che per quel fatto reato non vi è segreto e nel momento in cui per quel medesimo fatto risultano indagati o imputati persone appartenenti a quei servizi stessi costituisce, a sommesso parere dello scrivente, un 'paradosso logico e giuridico' di portata assoluta e preoccupante».

***

Il Giudice: Il Sismi sapeva di Abu Omar

Luigi Ferrarella


MILANO — Un giudizio e una notizia. Il giudizio sul rischio che l’«estensione abnorme» di segreto di Stato giustificata dalla Corte Costituzionale crei una «zona di indecidibilità processuale», un «ombrello immunitario» ai confini di una «possibile eccezione assoluta ed incontrollabile allo Stato di diritto». E la notizia che l’allora capo del servizio segreto militare Nicolò Pollari «sicuramente partecipò ad attività di ostacolo e sviamento delle indagini». Sono questi i due aspetti salienti delle motivazioni scritte dal giudice Oscar Magi per spiegare la sentenza che il 4 novembre scorso inflisse da 8 a 5 anni a 23 latitanti agenti Cia ma prosciolse, per improcedibilità determinata dal sopravvenuto segreto di Stato posto dai governi Prodi e Berlusconi, gli ex vertici Sismi (Pollari e Marco Mancini) per il sequestro di Nasr Osama Mostafà Hassan detto Abu Omar, l’imam rapito in via Guerzoni a Milano il 17 febbraio 2003 e poi torturato in Egitto.

«Questo giudice — obbedisce Magi alla Consulta — è stato costretto» a osservare «i dettami della Corte», anche se «ne avrebbe fatto volentieri a meno se solo avesse potuto seguire i dettami della propria coscienza professionale e della propria volontà conoscitiva». Con la sentenza che il 3 aprile 2009 risolse l’intreccio di conflitti di attribuzione tra governo, Procura e Tribunale, la Corte Costituzionale stabilì infatti che «il segreto di Stato non ha avuto ad oggetto il reato di sequestro in sé, accertabile dall’Autorità giudiziaria nei modi ordinari, bensì i rapporti tra 007 italiani e stranieri, e gli assetti organizzativi ed operativi del Sismi, ancorché in qualche modo collegati al fatto di reato».

Ma «a sommesso parere» del giudice, questo «è un paradosso logico e giuridico di portata assoluta e preoccupante, ancora più pericoloso nel momento in cui» la Consulta, «con operazione interpretativa legittima ma "non richiesta", consente agli imputati di poter opporre anche loro il segreto di Stato», cosa in precedenza «consentita soltanto ai testimoni». In questo modo, infatti, «inevitabilmente» produce «una sorta di zona di indecidibilità processuale», determina «una possibile eccezione assoluta ed incontrollabile allo Stato di diritto», anzi rischia di «ammettere» che gli 007 «possano godere di una immunità di tipo assoluto a livello processuale e sostanziale, che non sembra essere consentita da nessuna legge della Repubblica».

Il sequestro di persona, documenta la motivazione, è stato «commesso con sicurezza perlomeno dagli agenti Cia e da Luciano Pironi» (maresciallo del Ros dei carabinieri che patteggiò); e «questo giudice, dall’alto dei suoi 30 anni di esperienza giudiziaria penale, ritiene di poter e dover dire che molto raramente gli è capitato di ascoltare testi investigatori così precisi e corretti» (la Digos milanese diretta da Bruno Megale), «e che forse mai il livello di certezza probatoria degli accadimenti storici» proposto dai pm «ha potuto essere ricostruito in un processo penale con tale grado di attendibilità» e «granitica valenza». Ma il segreto di Stato, interpretato dalla Consulta con la conseguente «inutilizzabilità processuale» delle prove sul Sismi, «impone una valutazione probatoria dimezzata» e «tira una sorta di "sipario nero" sulle attività degli agenti Sismi nel sequestro». Per questo, il giudice si dice stupito «che un processo per gravissimi fatti di criminalità sia diventato (nelle dichiarazioni di alcuni commentatori) un processo agli accusatori, e cioè alle persone che, facendo il proprio dovere, esercitano l’azione penale obbligatoria».

Paradossalmente giudicabile resta invece il depistaggio commesso per l’accusa dal funzionario Sismi Pio Pompa tramite l’allora vicedirettore di Libero e oggi parlamentare pdl Renato Farina (l’uno condannato a 3 anni per favoreggiamento e l’altro uscito con un patteggiamento a 6 mesi convertiti in 6.800 euro). «La lettura degli atti — aggiunge ora il giudice — consentirebbe di ritenere esistenti gravi ed univoci elementi di colpevolezza anche per Pollari», giacché «non esiste dubbio che Pompa sia stato una longa manus di Pollari e operasse alle sue dirette ed inequivoche dipendenze». Pollari si salva solo perché già imputato del sequestro, reato presupposto del favoreggiamento: ma «rimane un giudizio morale fortemente negativo per chi, servitore dello Stato, ha sicuramente partecipato ad attività di ostacolo e sviamento delle indagini che altri servitori dello Stato stavano svolgendo per accertare la commissione di un reato molto grave come il sequestro».

Corriere della Sera, ed. 2 feb. 2010

***
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Loredana Morandi (del 02/02/2010 @ 17:50:33, in Magistratura, linkato 1250 volte)
Il presidente Palamara e il segretario generale Cascini a colloquio con i giornalisti stranieri



L’Anm incontra la stampa estera

 
Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara e il segretario generale Giuseppe Cascini hanno incontrato oggi i giornalisti dell’Associazione della stampa estera in Italia.

I rappresentanti dell’Anm hanno risposto a numerose domande sulle cause del malfunzionamento della giustizia in Italia, sulle riforme necessarie per migliorare il sistema giudiziario, sulle ragioni del conflitto tra magistratura e politica. E ancora, sulle riforme in discussione su processo breve, immunità e legittimo impedimento.

Erano presenti i giornalisti dei principali media stranieri (Agence France-Presse, El Mundo, I.R.I.B., La Nacion, Le Figaro, Le Monde, Financial Times, Radio Svizzera, Süddeutsche Zeitung, The Irish Times, ecc.).

Il presidente e il segretario hanno spiegato ai giornalisti le ragioni della protesta deliberata dall’Anm e che si è svolta in occasione della cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario, evidenziando la situazione di disagio della magistratura italiana per la mancanza di riforme vere che consentano alla giustizia di funzionare, per gli insulti rivolti ai magistrati e per le falsità che vengono diffuse sulla categoria.  Palamara e Cascini hanno poi illustrato i contenuti del dossier elaborato dall’Anm “Le verità dell’Europa sui magistrati italiani”, che è stato distribuito ai presenti.

Roma, 1° febbraio 2010


Nota: All'inaugurazione dell'Anno Giudiziario presso la Corte d'Appello di Roma era presente una troupe della Tv Svizzera. Io ho avuto occasione di fare una lunga chiacchierata con il giornalista e fornire a lui alcuni spunti  a carattere generale per il servizio, e nello specifico sugli eventi della magistratura e sullo sciopero del 5 febbraio. Dovete sapere che questo sito è nato in Svizzera nel cantone di lingua tedesca, ed oggi si trova in Germania, una chicca sulle vere libertà del mondo dell'informazione italiano, che il giornalista ha sembrato gradire. Abbiamo concluso la conversazione con il decidere che ci eravamo certamente già incontrati e probabilmente in sala stampa Vaticana, oppure ad uno degli eventi con gli Artisti.

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Milano

Relazione dr. Giuseppe Maria Berruti
Consiglio Superiore della Magistratura

Milano 30 gennaio 2010


Signor Presidente, Signor Procuratore Generale, Eminenza, signor Presidente della Regione e signor Sindaco, autorità, signore e signori,

partecipare alla inaugurazione dell’anno giudiziario da parte di un componente del Consiglio Superiore della Magistratura  a pochi mesi dalla scadenza costituzionale dell’organo, ed a Milano, implica riflessioni riepilogative e prospettiche.

Il Consiglio che ho l’onore di comporre è stato chiamato ad esercitare la sua funzione in una fase storica nella quale, come sappiamo e come è bene tenere a mente, Milano, cioè la giurisdizione  Milanese, è  al centro della attenzione e delle preoccupazioni. Perché ha dato luogo ad una serie di interventi del Consiglio, anche attraverso le cosiddette pratiche a tutela, e perchè la vicenda della grande politica nazionale ed  il suo rapporto  con  la funzione della giustizia, sono passati e passano per questa terra che da sempre nella nostra storia genera protagonisti, idee, e cambiamento.

Dunque da parte di chi, come me, vive con grande  partecipazione la avventura intellettuale   della autoriforma della Magistratura, parlare a Milano significa anche  parlare di Milano.

Il Consiglio, per ovviare ad un uso che nel tempo era divenuto disordinato e giuridicamente poco compatto, ha modificato il suo regolamento sulle pratiche a tutela, procedimenti attraverso i quali esso verifica se le critiche o gli attacchi rivolti ad una decisione superano il confine, sempre più avanzato in una società libera che accetta che di tutto si discuta, che li tramuta in lesione della credibilità della funzione giudiziaria. In questo caso soltanto il Consiglio manifesta al giudice  in  questione,  semplicemente il suo rispetto. Fermo il diritto di critica, il Consiglio si occupa della funzione giudiziaria. In particolare quando la critica o l’attacco alla decisione vengono da centri e da personalità politiche di grande rango. In tal caso il conflitto tra la fragile autorevolezza formale della sentenza, e la forza  del consenso che legittima la politica, può determinare nell’ opinione pubblica, che non discerne l’ innaturalezza di una simile comparazione, la caduta  della credibilità della funzione giudiziaria.  Dunque il Consiglio, senza toccare il merito della questione dice, beninteso quando è il caso, che essa  è atto della giurisdizione. In questo modo il Consiglio, che è interlocutore istituzionale necessario in tutto ciò che riguarda la magistratura, afferma la credibilità del giudice.

Il Consiglio ha dato i pareri sulle leggi di interesse ordinamentale.  Il Consiglio governa la magistratura, dunque deve dire se una norma sulla quale ancora si sta lavorando, per le ricadute organizzative oppure per la difficile realizzabilità della sua ratio, mette in pericolo i fini di giustizia ai quali pure è ispirata. In questa funzione il Consiglio muove dalla Costituzione.

Il Consiglio per la sua composizione e per le istanze dalle quali nasce, conosce la forza delle domande che si muovono verso i giudici, perciò è in  grado di dire se una legge potrà tenere fede ai suoi  obbiettivi.

In questo tipo di operazioni il Consiglio svolge una funzione di ausilio verso l’ordinato assetto delle istituzioni, senza sostituirsi ad altri poteri e  meno che mai al giudice delle leggi. La sua attività é preventiva. Il suo interlocutore è il Ministro della Giustizia, il quale può, se crede, versare quel contributo nel suo lavoro, oppure proporlo al Parlamento.

Il Consiglio non si contrappone ad alcun potere. Offre la sua partecipazione rispettosa all’armonia del sistema, sapendo bene di non essere organo di rappresentanza della Magistratura, ma di integrare un sistema che si basa sul potere del singolo giudice di interpretare la legge in modo indipendente da qualunque  potere, e che pertanto richiede una interlocuzione istituzionale consapevole dell’ indipendenza.

Tutto ciò sforzandosi sempre di muovere dagli  indirizzi del suo Presidente, il Capo dello Stato.

Questo é avvenuto anche con il parere dato sul decreto legge relativo al cosiddetto processo breve. Mediante il quale il Consiglio, lungi dal sostituirsi al giudice delle leggi, ma nello spirito della leale elaborazione tra istituzioni costituzionali, che non può escludere una rispettosa dialettica, ha rappresentato le criticità dell’intervento e le difficoltà del suo funzionamento nella stessa direzione voluta dal Governo. 

Il Consiglio ha affrontato la rivoluzione degli incarichi direttivi. La legge ha tolto l’anzianità come criterio autonomo. Ha lasciato, a risolvere le comparazioni, i soli criteri del merito e delle attitudini. Ne è derivato non tanto, come si ripete in modo oggettivamente diffidente, un aumento della discrezionalità a disposizione del Consiglio (nulla di strano a mio avviso atteso il suo rango costituzionale), ma sopratutto la necessità di giudicare  i magistrati in comparazioni vere, voglio dire compromettenti per chi le compie, dal momento che non vi è più  la  possibilità della scelta deresponsabilizzante del più anziano, in quanto tale.

E’ difficile dire quale sia l’attitudine migliore a dirigere, soprattutto tenendo presente  che deve trattarsi di attitudine concreta, cioè riferita ad un ufficio,e non  di attitudine astratta, quasi fosse  qualità immanente in un soggetto. Ed è difficile dire che tizio è meno bravo di altri, in una magistratura non abituata ad essere giudicata per i suoi risultati. O peggio, abituata al giudizio scontato di chi è condannato o di chi perde la causa.

Sei giudice, dunque sei giudicato,  principio antico, ma difficile. Anche perchè ragioni ricorrenti possono spingere i magistrati a vedere nella Costituzione sopratutto uno strumento di difesa. Abbiamo una  tradizione di uso difensivo della Costituzione, perché a volte solo i suoi principi e la sua struttura rigida hanno impedito diminuzioni dell’ indipendenza del giudice. Ma detto questo siamo tutti convinti che molto deve essere cambiato nell’ organizzazione della giustizia, nella struttura dei processi, ed anche   nella deontologia e nel modo di porsi dei magistrati di fronte ai diritti, per rispondere alle domande della  modernità.

L’efficienza dei processi è questione centrale. Oggi il sistema non funziona. E la indicazione delle responsabilità è esercizio inutile.

Osservo con preoccupazione che, su questa strada, se un giorno, sciaguratamente si spingesse il paese a scegliere, in una contrapposizione abnorme, tra i principi di indipendenza che connotano la  giurisdizione ordinaria ed  una giustizia resa comunque in tempi accettabili, io non ho dubbi sull’esito della scelta. L’abnormità, ripeto, ed anche la malizia  di chi ponesse l’alternativa, non varrebbero.

Allora i magistrati debbono capire che l’efficienza è oggi uno dei fondamenti della loro credibilità. E poiché chi fa il mio mestiere sa benissimo quanto lavorano i  magistrati  e con loro gli avvocati ( mi piace parlarne dal momento che essi sarebbero  vittime dello stesso abnorme dilemma) allora a me pare che l’efficienza è questione di cui  essi debbono occuparsi. Nel modo che possono, e cioè lavorando su quanto essi possono fare  nei limiti dei nostri insufficienti processi.

Dunque la nuova disciplina sulla dirigenza degli uffici, che è completata dalla temporaneità degli incarichi, i quali  appunto perché non più “a vita”  attribuiscono una funzione,  è servita al Consiglio per chiedersi, nelle  specifiche realtà, che tipo di dirigente oggi è in grado di organizzare le sue risorse mantenendo la consapevolezza della specificità del processo. Che è meccanismo di accertamento anzitutto, e non mero procedimento da esaurirsi entro un termine,  a prescindere dalla sua effettività di giustizia. Dunque il Consiglio ha spinto, applicando la riforma, verso un tipo di dirigente capace di vedere  nelle leggi   ogni possibilità propositiva. Il ringiovanimento dei ranghi dei direttivi, voluto dalla legge, è,oramai, realtà positiva.

In questo senso ho parlato di autoriforma. Perché la legge non è stata rifiutata come poteva accedere, per il suo costo, perché non dirlo, anche elettorale da parte di un organo che vive di ricambio, appunto, elettorale. E’ stata applicata, con  fatica, nell’ottica della modernizzazione. 

La trappola che la storia aveva teso al Consiglio imponendogli l’attuazione di una riforma   non accettata da molti magistrati, e ponendolo  nella strettoia dell’ incertezza dei criteri da applicare , è stata evitata  rammentando anzitutto la Costituzione.  I magistrati sono tutti eguali nel loro rapporto con la legge. Essi si distinguono tuttavia, per le funzioni che esercitano. Dunque il riconoscimento di una attitudine ad uno anziché ad un altro, è coerente con l’ eguaglianza. Vi é un magistrato che a tempo determinato dirige altri magistrati  e che verrà giudicato anche per il risultato del suo lavoro.

Accenno solo alla attività della sezione disciplinare. L’introdotta tipizzazione ha reso necessaria una messa a punto dei criteri di incolpazione. Dall’antica lesione del prestigio e del decoro della magistratura si è passati ad ipotesi di illecito definite.  Non è questa la sede per una valutazione del cambiamento. Ciò che a me preme notare è che l’articolazione giudiziaria del CSM sta facendo la sua parte, rispondendo in modo celere, e riscrivendo la deontologia del magistrato.

Un cambiamento il Consiglio lo ha chiesto con una specifica risoluzione. Esso riguarda l’assetto delle circoscrizioni giudiziarie che, si dice, risale all’Unita di Italia, alla legge Rattazzi del 1875. Io osservo che la legge Rattazzi rinunciò esplicitamente a cambiare la geografia che trovava, perché il nuovo Stato alla razionalità della sua organizzazione dovette preferire l’unità politica e  la pace sociale. Dunque l’unità del paese non toccò l’assetto giudiziario preunitario. Che è giunto sostanzialmente immutato fino a noi. Il Consiglio comprende la difficoltà di cambiare una organizzazione superata ma   che coagula tanti interessi a sua difesa.

Ma un Paese che non ha meno magistrati dello standard europeo non può impiegarli come se oltre un secolo non fosse passato ,e come se nulla in questo tempo fosse accaduto, nella economia, nella tecnologia, nell’ordine sociale e cultuale del Paese. Usciamo dalla legge Rattazzi, è ciò che ha chiesto il consiglio, questa volta all’unanimità.

Il Consiglio non è un attore politico. Non svolge alcun ruolo nella competizione politica. Fino a che si riterrà che l’indipendenza della magistratura debba essere conservata, la credibilità di questo principio dovrà, a mio parere, riposare su un organo di governo di rango costituzionale, autonomo a sua volta, e riconosciuto interlocutore istituzionale. Ed è in questa linea che il Consiglio ha offerto la sua collaborazione.

Signor Presidente, nella consapevolezza delle difficoltà del momento ma anche della assoluta necessità di affrontarne la grandezza con la necessaria umiltà, a nome del Consiglio Superiore della Magistratura, formulo a Lei, alla Curia ed al Foro milanese, gli auguri di buon lavoro.
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Roma


Relazione della d.ssa Elisabetta Maria Cesqui
Consiglio Superiore della Magistratura


Roma 30 gennaio 2010


Signor presidente della Corte d'Appello, signor Procuratore generale,
Autorità, Avvocati, Colleghe e Colleghi, Cittadini.

Abbiamo ascoltato con attenzione il presidente della Corte d'Appello che  ci ha fornito un quadro nitido della situazione generale e dello stato della giustizia nel distretto che  attesta lo sforzo della sua magistratura  per fronteggiare una situazione che riproduce qui le difficoltà che la giustizia incontra in tutto il paese e vi aggiunge quelle specifiche  del più grande ufficio giudiziario d'Europa, e della complessa realtà socio economica del Lazio.

Esiste un problema della giustizia in Italia, è un problema di efficienza, di effettività della tutela dei diritti,  ma che è diventato un problema di credibilità e prestigio della magistratura. La credibilità  è l'accettazione delle sue decisioni da parte della collettività. Accettazione  che  non vuol dire  la condivisione o il sostegno popolare, che come ben sappiamo non devono  essere ne' cercati  ne' messi in conto dal giudice, ma riconoscimento dell'autorevolezza di una funzione esercitata in nome della legge nell'interesse comune. Il fondamento costituzionale  della legittimazione della magistratura è la soggezione del giudice soltanto alla legge, essa è garantita dall'indipendenza interna ed esterna nell'esercizio delle funzioni  e presidiata all'origine dall'anonimato del concorso. Ma senza l'affidamento, fondato sulla credibilità, la doverosa opera di interpretazione della legge rimessa al giudice viene facilmente e spesso interessatamente scambiata per arbitrio. Questa situazione mortifica gli sforzi che ogni singolo giudice compie ogni giorno e diffonde tra i colleghi un crescente senso di frustrazione. Banalizzare il disagio della magistratura riducendolo alle contrapposizioni tra diverse appartenenze correntizie  è ingeneroso nei confronti dei magistrati e non coglie le radici vere di una sofferenza così diffusa.

Certi tentativi di discredito della magistratura che fanno leva sulla ritenuta fragilità  di una legittimazione per concorso a fronte della forza di quella derivante  alla politica dall'investitura popolare attraverso il voto non soltanto evidenziano un errore di grammatica costituzionale, ma tradiscono una visione plebiscitaria del potere  incanalando il dibattito pubblico  sul   terreno della contrapposizione tra il voto e la legge. Come rilevava pochi giorni fa Gustavo Zagrebelsky la situazione oggettiva è però questa: il voto e la legge sono venuti a collisione.  La rappresentazione mediatica della giustizia è quella di uno scontro tra politica e legalità, anzi di più:  tra politici in carne ed ossa e giudici di volta in volta incarnati dalle persone fisiche che assumono decisioni sgradite, oggetto addirittura, proprio dai mezzi di informazione,  di mirate imboscate e di intrusioni strumentali nella loro vita privata. Se una evoluzione è possibile registrare nell'ultimo anno in questa rappresentazione mediatica, essa va nel senso dell'innalzamento dei toni e di un ampliamento della strategia di delegittimazione, non più diretta soltanto a quei giudici e a quei processi che più direttamente investono la politica, ma in modo più generale  alla magistratura in quanto tale, della quale si denunciano, troppo spesso approssimativamente, privilegi, prevaricazioni e stravaganze.

Si tratta di un salto di qualità non marginale in un modo in cui distinguere tra realtà e sua rappresentazione mediatica diventa sempre più difficile e che aggredisce il nucleo più profondo del rapporto tra il cittadino e la giustizia, minando la fiducia dell'uomo  comune non nei giudici  o nella giustizia in generale, ma nel singolo giudice rispetto alla singola questione che lo coinvolge direttamente e che deve essere decisa. E' proprio facendo leva su quel rapporto che occorre invece ricostruire la credibilità della giurisdizione.  La formazione di due fazioni contrapposte tra i sostenitori del primato dell'una (la politica ) sull'altra (la legalità) è già di per se' un danno, un disastro sarebbe cercare la soluzione di questo conflitto attraverso la sottomissione di una delle due all'altra. Questa contrapposizione può essere superata solo rafforzando ciascun potere rispetto ai fondamenti della propria particolare fonte di legittimazione, i meccanismi del consenso e il rispetto delle regole per la politica, l' affidabilità, la chiarezza e la semplificazione del sistema delle leggi nonché la salvaguardia dell'indipendenza in un quadro leggibile e definito di doveri e competenze per quanto riguarda la magistratura. La semplificazione e la drammatizzazione al tempo stesso del problema della giustizia  riconducendolo per intero al conflitto tra magistratura e politica finisce così per essere forviante,  come sarebbe un errore pensare che la soluzione possa essere trovata nella  riduzione della autonomia e della indipendenza della magistratura. Sminare  il  terreno su cui rafforzare la credibilità della giurisdizione richiede però autocritica, senso del limite e capacità di autorinnovamento anche da parte nostra. Il più autorevole dei  richiami in tal senso ci è pervenuto  dal Presidente della Repubblica,  da ultimo nel giugno scorso, proprio in consiglio, quando con toni accorati ha evocato la "crisi di fiducia insorta nel paese per effetto di un funzionamento gravemente insoddisfacente, nel suo complesso, dell'amministrazione della giustizia e per effetto anche dell'incrinarsi dell'immagine e del prestigio della magistratura" cogliendo il nesso tra tale situazione e la inadeguatezza del quadro normativo, alla quale il legislatore colpevolmente non pone rimedio, ma sollecitando la magistratura ed il Consiglio ad "interrogarsi su sue corresponsabilità dinanzi al prodursi e all'aggravarsi  delle insufficienze del sistema giustizia e anche su sue più specifiche responsabilità nel radicarsi di tensioni e opacità su piano dei complessivi equilibri istituzionali".

Nonostante ciò abbiamo  il dovere di riflettere pubblicamente sull'idoneità delle iniziative  adottate o prospettate a risolvere realmente i problemi della giustizia ed abbiamo  il dovere di riflettere su quello che possiamo e dobbiamo fare noi, come singoli e come ordine, per rinsaldare il prestigio e restituire credibilità  alla giurisdizione, attraverso il rafforzamento  dei fondamenti propri della sua legittimazione.

Una palingenetica riforma della giustizia promessa da tanto non sembra mai arrivare, ma in compenso si succedono nel tempo interventi settoriali ed annunci contraddittori, i primi insoddisfacenti ed i secondi forieri di insicurezza e di disagio. Per quanto riguarda il penale, urgenze immediate ed improvvise accelerazioni sono poi seguite da lunghe pause.  La grande fretta con la quale si era proceduto a varare l'iniziativa sulle intercettazioni (nel febbraio dell'anno scorso) è stata seguita dal silenzio, così come il ddl 1440 del luglio dello scorso anno, che tra l' altro sterilizza i poteri dei PM in favore di quelli della Polizia giudiziaria  è stato superato dall'urgenza del processo breve  che contende a seconda dei giorni  la palma della priorità  alla nuova normativa del legittimo impedimento per le cariche istituzionali , o alla reintroduzione dell'immunità parlamentare. Come Consiglio abbiamo formulato osservazioni puntuali sulle ragioni di preoccupazione sollevate da molte delle previsione contenute in quelle proposte e confidiamo ancora, per dovere istituzionale, che le nostre osservazioni possano essere prese in considerazione, allo stato dobbiamo registrare una perdurante situazione di incertezza e la mancanza di disegno sistematico in grado di restituire efficacia ed effettività alla giustizia penale.  Il 20 gennaio, nella sua relazione al Parlamento, il ministro ha indicato tra le priorità del 2010 della sua azione ministeriale  14 punti, richiamando per il penale la legge sulle intercettazioni, la riforma del processo  (cioè, sembrerebbe,  il ddl 1440) , il  processo breve, il nuovo piano antimafia. Questo sembrerebbe confermare la mancanza di  disegno sistematico. Non può rientrare per ragioni di tempo nell'economia di questo intervento la valutazione nel merito delle questioni attinenti le proposte in materia processuale o  sostanziale, ne' in civile ne' in penale,  mi preme solo ricordare come non corrisponda al vero la vulgata, ancora una volta
rilanciata con forza nell'opinione pubblica,  di una  costante bocciatura da parte del CSM delle proposte legislative. Tutte le volte (tutela dei soggetti deboli, stolking, gran parte delle proposte relative alla giustizia civile ) che abbiamo ritenuto che le norme si muovessero nel senso di un miglior servizio, abbiamo espresso ed argomentato il nostro consenso, non potevamo non esprimere le nostre riserve, sempre sotto la forma del parere, come previsto dalla legge, e nel costante rispetto delle prerogative del legislatore e dell'autonomia dell'esecutivo, quando le proposte ci sono sembrate contrarie al buon funzionamento della giustizia, buon funzionamento che implica corretta tutela dei diritti fondamentali.

Questo Consiglio si è trovato, all'indomani dell'approvazione della legge 111 del 2007, a confrontarsi con la più radicale trasformazione della disciplina dell'ordine giudiziario  della storia repubblicana, riforma dalla tormentata gestazione e dagli esiti solo parzialmente soddisfacenti, ma che il Consiglio si è impegnato ad attuare senza atteggiamenti elusivi e senza risparmio di energie. I dati relativi all'ultimo anno sono nella relazione scritta, la rivoluzione che ha investito la magistratura con l'attuazione del principio di temporaneità degli incarichi direttivi e semidirettivi e l'abbandono per le nomine  del criterio dell'anzianità; la radicale trasformazione del sistema delle  valutazioni di professionalità e il cambiamento delle procedure per i trasferimenti, ha investito direttamente o indirettamente tutti i giudici italiani. Non credo che vi sia magistrato che nello scorso biennio, a partire dalla fine del 2007, non abbia visto mutare in modo significativo il suo orizzonte giudiziario, perché direttamente investito dal cambiamento o perché ha visto cambiare il suo presidente di sezione, il suo presidente di tribunale, l'aggiunto o il procuratore. Vi è stato un ricambio di più del 60 % dei direttivi e del 50% dei semidirettivi con un significativo ringiovanimento della dirigenza, che specie nelle procure ha visto l'abbassamento della età media più o meno di un decennio. I numeri assoluti sono significativi e noti, quelli relativi al Lazio seguono il trend generale con 19 nuovi direttivi (sui 32 in organico) e 55 semidirettivi (sugli 87 in organico) dal 2007. E poiché gli uffici giudiziari sono ambienti ristretti nei  ciascuno conosce bene  il reale valore del collega accanto,  non ho timore di essere smentita nell' affermare  che, nel complesso, le scelte sono cadute anche in questo distretto su magistrati di  grande qualità.

Per quanto riguarda in particolare Roma, l'immissione di così tanti presidenti di sezione di ottimo livello, insieme agli altri 6 che presto sopraggiungeranno, consentirà alla  dirigenza di sfruttare  il prezioso patrimonio di esperienze e di energie nuove  per affrontare al meglio i giganteschi problemi di gestione di un ufficio come quello romano.  Sarà suo compito avvalersi con spirito collaborativo dell'opportunità offerta dal ricambio generazionale.

I trasferimenti ordinari hanno  visto nel corso di questa consiliatura una accelerazione evidente  , dovuta alla modifica della regolamentazione secondaria  che ha semplificato le procedure e ha finalmente riunito tutta la materia in una unica circolare. Per non parlare di altre cifre le procedure per la copertura dei  posti di primo e secondo grado (requirenti e giudicanti) delle principali pubblicazioni del  2009 sono già state definite in plenum con l'approvazione di 605 trasferimenti riducendo a poco più di tre mesi iter che in passato avevano richiesto anche più di un anno. Questo rende raggiungibile l'obbiettivo di pubblicare i posti vacanti di merito due volte l'anno (sarebbe auspicabile con cadenze regolari e prevedibili) sdrammatizzando notevolmente, attraverso la possibilità ravvicinata di una nuova domanda, il problema dei trasferimenti. La mobilità rimane tuttavia, a prescindere dall'efficienza consiliare, un problema drammatico in se'. Ad aggravarlo  sta il vuoto di organico e la particolarissima situazione delle Procure.

All'indomani dell'approvazione della legge di riforma dell'ordinamento giudiziario il Consiglio aveva segnalato con allarme il rischio di scopertura dei posti di procura, già in sofferenza specie nelle sedi del sud, in conseguenza delle limitazioni geografiche imposte ai trasferimenti (opportune, ma applicate con criteri quasi punitivi), e ai divieti  previsti per la destinazione dei magistrati in tirocinio. Più volte il consiglio è tornato formalmente a segnalare una situazione che  diventava sempre più ingestibile.

Oggi sentiamo dire dal ministro (che lo ha ribadito anche in forma ufficiale in parlamento)  che la scopertura delle procure dipende dalla scarsa generosità dei magistrati che non accettano posti "scomodi" e che il problema della scopertura delle procure è risalente e non attribuibile alle ultime modifiche. I dati smentiscono tale assunto: al 31 luglio 2006 erano vacanti su tutto il territorio nazionale 86 posti requirenti, al 31 luglio 2007 erano 68, al 31 luglio 2009 erano 249, alla fine del 2009 erano 275, più del triplo in tre anni e mezzo. Dimezzati del 50% sono i trasferimenti con mutamento di funzioni.
Negare l'effetto dirompente determinato  dalle modifiche normative sembra impossibile, come sembra impossibile negare la correlazione tra gli oltre mille posti vuoti in organico (che ieri erano esattamente 1128) e la stasi di otre due anni nell'espletamento di nuovi concorsi che fu voluta esplicitamente dal ministro della giustizia tra il 2002 ed il 2004.

Facendo ricorso al potere di proposta che l'ordinamento riconosce al consiglio, abbiamo recentemente sottoposto al ministro il problema della revisione delle circoscrizioni giudiziare sulla base di un'analisi ragionata delle dimensioni ottimali degli uffici e dei criteri ragionevoli di localizzazione dei Tribunali . Ci rendiamo perfettamente conto delle resistenze,  d'altro canto è diventato impossibile gestire uffici di piccole dimensioni compatibilmente con la griglia di vincoli (di destinazione a particolari uffici, di permanenza in essi, di incompatibilità alla trattazione di procedimenti) imposta dalla normativa processuale, da quella ordinamentale e da quella regolamentare di fonte consiliare. In questa sede si tocca con mano la difficoltà di gestione di uffici di proporzioni smisurate.
Proprio due giorni fa nel corso di una audizione alla camera sono state segnalate da componenti del consiglio le situazioni surreali che si stanno determinando specialmente nei piccoli tribunali, dove ad esempio più giudici sono assegnati obbligatoriamente al civile, magari controvoglia, mentre il presidente si dispera per la impossibilità di coprire con magistrati togati l'udienza monocratica  o di trovare un Gip non incompatibile per la celebrazione di un abbreviato.

Nei 14 punti che il ministro ha fissato quali priorità per il 2010 non abbiamo visto elencato il problema delle revisione delle circoscrizioni giudiziarie, ma non perdiamo la speranza.

Il consiglio ha dato tempestiva attuazione anche alla riforma delle valutazioni di professionalità (aumentate nella quantità e nello scrupolo delle verifiche).  L'aumento delle valutazioni negative dalle 9 del 2006 alle 38 del 2009, a fronte di  1017  positive solo in questo ultimo anno denotano una maggiore attenzione ma non un atteggiamento punitivo e sono indice di un cresciuto approfondimento nell'esame degli atti che dovrebbe rassicurare e non intimorire i colleghi. Il consiglio, per far si che i magistrati possano essere più soddisfatti nell'apprezzamento dei loro sforzi, sta lavorando all'individuazione di standard di una laboriosità intelligente che non esiga dai singoli solo numeri, me ne valorizzi il lavoro.

Quindi un consiglio al quale non si può imputare inerzia e neanche inefficienza, a cui non si può rimproverare slealtà istituzionale per aver cercato di eludere l'applicazione delle leggi  ne' mancanza di leale collaborazione con i poteri dello stato, l'esecutivo per primo,  leale collaborazione costantemente offerta nella formulazione dei pareri e delle proposte, e in tutte le attività, di settima e di quarta commissione, strettamente connesse con i profili organizzativi e di funzionamento degli uffici.

D'altronde alla leale collaborazione e al senso istituzionale è ispirato tutto il circuito dell'autogoverno tanto che i componenti  del consiglio giudiziario di questo distretto mi hanno chiesto di rappresentare che, nonostante il disagio della maggioranza di loro,  rimarranno  in aula per tutta la durata della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario proprio per tale ragione.

Eppure intorno alla riforma del CSM,    nel suo ridimensionamento,  sembra ruotare la soluzione dei problemi della giustizia.

Un atteggiamento critico nei confronti del consiglio è diffuso anche tra i magistrati . Nessuna critica deve essere sottovalutata, occorrerebbe però considerare se malumori interni non si vadano  a saldare con una strategia esterna che attraverso la compressione dei poteri del consiglio mira a diminuire l'indipendenza dei giudici e a rendere più facile il loro condizionamento.

Proprio l'altro ieri abbiamo espresso in plenum le nostre considerazioni critiche sulla proposta di reintroduzione, tornando così sostanzialmente all'originario disegno di legge Castelli,  di una valutazione obbligatoria da parte della scuola incidente sulla nomina agli uffici direttivi e semidirettivi  e sulla  attribuzione al ministro, al momento del concerto, di una valutazione sulla capacità organizzativa del magistrato proposto per un incarico direttivo.  Questa è comunque la direzione in cui l'esecutivo si sta muovendo.

Alla nozione classica, derivata dall'impostazione dei costituenti e dal testo della carta, di indipendenza esterna (garantita proprio dal CSM, dalla sottoposizione del giudice solo alla legge, dal principio del giudice naturale ) e di indipendenza interna (garantita dall'inamovibilità, dalla differenziazione dei giudici solo per funzioni, dalla giurisdizionalizzazione della procedura disciplinare e così via) si è aggiunta una nuova accezione di indipendenza interna  he sarebbe l' indipendenza del magistrato dal condizionamento delle correnti che ipotecano sia la sua autonomia di giudizio che la sua progressione di carriera. Ed il condizionamento delle correnti troverebbe nel consiglio il suo fortino ed il suo presidio. Non  credo che sia  questo il problema della giustizia e che sia  neanche il problema principale della magistratura e credo che assecondare questa ricostruzione forzata e schematica sia una trappola nella quale sia sbagliato  cadere.

Voglio parlare allora in modo diretto del problema  del condizionamento delle correnti. Si parla di "degenerazione correntizia" come una volta si parlava di "servizi deviati" e di "apparati paralleli", ma credo che a volte se ne parli a sproposito e qualche volta a giustificazione postuma di scontenti e delusioni personali.
Non voglio qui ricorrere alla contrapposizione tra la nobiltà   della dialettica  degli orientamenti culturali, che le diverse articolazioni dell'associazionismo giudiziario dovrebbero esprimere  nella loro forma più alta, a fronte della miseria delle cordate per le raccomandazioni, che ne costituirebbero il cascame nella ricaduta della gestione quotidiana del potere consiliare, e che si manifesterebbe soprattutto (ma non solo ) nel conferimento degli incarichi direttivi.
Stiamo ai fatti :  in questa consiliatura si sono costituite per le nomine per lo più  maggioranze variabili e possiamo dire che questo consiglio non ha sofferto delle situazioni contingenti che ingessarono il precedente in una  contrapposizione pressoché fissa, nella quale finiva per essere determinante la scelta dei consiglieri laici della maggioranza di quegli anni; il numero delle nomine è stato elevatissimo e nella trattazione delle pratiche è stato seguito l'ordine progressivo secondo un criterio predeterminato tenendo conto via via del completamento della procedura istruttoria da parte dei consigli giudiziari.  Non credo che esista mente di scacchista così geniale in grado, in questo quadro, di predisporre ogni singola mossa in modo che accordi strategici ed incrociati garantiscano il soddisfacimento degli appetiti di ogni singola componente del consiglio su ciascuna delle nomine.
Certo le correnti esistono, non sono solo  una linfa vitale  della vita associativa e del  dibattito culturale, qualche volta pesano anche sulla singola decisione e  accade che pesino in eccesso, ma sarebbe un errore qualificare sempre come "degenerazione correntizia" il prezzo della collegialità, perché ogni decisione collegiale è strutturalmente una decisione, in senso positivo, di compromesso. Ancora una volta mi viene in mente G. Zagrebelky ed il suo prezioso volumetto "principi e voti",che è una importante riflessione sulla collegialità.  L'autogoverno consiliare è retto da una regola democratica di nomina e da una regola collegiale di decisione e la democrazia e la collegialità dovrebbero essere antidoti  dell'arbitrio.

La designazione dei consiglieri obbedisce ad un principio di delega della rappresentanza attraverso il voto le cui regole possono essere cambiate, ma la rappresentanza per aggregazioni e non per leaderismi personalistici a me sembra più una garanzia che un pericolo.  Le modalità di selezione della dirigenza degli uffici da parte del consiglio  imbriglia la discrezionalità in un reticolo stretto di regole, che parte dall'autogoverno periferico dei consigli giudiziari, ma implica comunque un margine di opinabilità rischioso, ma io invito tutti a comparare il nostro sistema di selezione della dirigenza, con quello che caratterizza altri settori dell'amministrazione, penso alla dirigenza delle strutture sanitarie, ai professori universitari, al personale diplomatico, alla rete delle prefetture, penso anche alle altre magistrature e mi domande se esista in natura, o possa essere immaginato, un sistema più attento ai valori reali delle persone, fondato su principi diversi dalla  democrazia e dalla collegialità.

Questo non vuol dire che niente debba essere cambiato come non vuol dire che prima o poi qualcuno non decida per noi un sistema di selezione della dirigenza che ne faccia a meno, ma non credo che quello sarà un buon giorno.

Piuttosto, poiché tutte le  cose hanno un loro ciclo vitale e la medesima esigenza può nel tempo essere soddisfatta da risposte diverse, sta alla magistratura ripensare, se vuole, le proprie forme di aggregazione e le modalità di espressione delle diversità che la fanno ricca di apporti culturali, e alle correnti sta la responsabilità  di  non condizionare le scelte dei componenti eletti con l'apporto determinante del loro sostegno. Ma sta soprattutto ai singoli consiglieri assumere la responsabilità di osservare nei fatti le norme e i criteri di valutazione, che naturalmente ignorano i legami associativi, quando applicano le regole che con tanto scrupolo e dettaglio si sono dati.
Che poi l'antidoto alle "degenerazioni correntizie" stia nell'aumento  della componenti laica, mi sembra una negazione del principio del governo autonomo,  ma anche una sorta  di contraddizione in termini, volendo curare la malattia (la politicizzazione della magistratura) con una dose massiccia del suo principio attivo. Io credo che l'esperienza concreta della vita consiliare renda ancora più evidente la paradossale pretesa di diminuire le "torsioni" delle decisioni ad interessi di parte attraverso l'aumento dei componenti laici. Certo anche in questo caso conta il comportamento individuale, quello del politico che "spinge" per la nomina di questo o quel magistrato, ma ancora di più quella del magistrato che tale attenzione sollecita a volte con eccessiva leggerezza.
La filiera del clientelismo e le raccomandazioni politiche esistevano prima ed indipendentemente dalle correnti, fonti documentali lo dimostrano ampiamente, quello che dobbiamo riconoscere è che le correnti, nate anche per arginarle, hanno in questo sostanzialmente fallito e non sono state in grado di porvi definitivo rimedio. Questo e non altro deve essere il tema di riflessione nella magistratura, nell'associazione e nel consiglio.

Se la colpa del consiglio non è allora la sua inefficienza, qualcuno sostiene che sia la sua alterigia, la sua pretesa di farsi "terza camera" attraverso i pareri e  divenire protagonista dello scontro  con la  politica attraverso le pratiche a tutela.  Ma sia le prime che le seconde non sono arbitrariamente esercitate: i pareri sono previsti espressamente dalla legge del 1958 e le pratiche a tutela, sul cui fondamento costituzionale non si dubita, sono ora  disciplinate dalla modifica regolamentare  approvata lo scorso  anno che  le prevede " a fronte di comportamenti lesivi dell'indipendente esercizio della giurisdizione tali da determinare turbamento al regolare svolgimento e alla credibilità della funzione giudiziaria". (21bis)
Diversamente da quanto si tende a far credere, di questo strumento il consiglio ha fatto un uso estremamente parsimonioso. Nello scorso anno solo in 9 occasioni, in due delle sue quasi duecento sedute, il  plenum è stato investito  della discussione  e solo in sette casi si è pervenuti ad una delibera di tutela.  Credo che si possa parlare, confrontando queste iniziative con la pluralità e aggressività degli attacchi, di un uso estremamente misurato di uno strumento della cui importanza siamo tutti consapevoli.

A luglio il consiglio toccherà il traguardo del quadriennio. Le buone ragioni che ci hanno  mosso in questi anni sono  le stesse che inducono ciascun collega tutti i giorni, nonostante le difficoltà, le delusioni ed il disincanto, a continuare nel proprio lavoro con impegno e rigore e che attirano ancora in magistratura giovani capaci e preparati. Per questi giovani e per  continuare a poter dire che la nostra indipendenza è la garanzia di chi non ha altra protezione che la legge  non possiamo che continuare, ciascuno nel proprio ruolo,che ad obbedire al nostro dovere.
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Loredana Morandi (del 01/02/2010 @ 18:51:58, in Estero, linkato 1528 volte)
Nessuna sorpresa: in Italia su Facebook abbiamo reati che vanno dalla frode commerciale all'apologia dei reati di pedofilia e con tanto di "offerte" di incontro e/o di "assistenza legale", per non parlare poi della "subornazione di testimoni"  o delle campagne di "istigazione a delinquere". Purtroppo i "nostri" stanno tutti "fuori", speriamo ancora per poco...

Gb, gangster usava Facebook per comandare dal carcere

di Erica Orsini

Condannato a 35 anni, Colin Gunn sfruttava il suo "diritto" a tenersi in contatto con gli amici. Il ministero della Giustizia chiude il sito

Londra - Se ne stava rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, ma continuava a minacciare i nemici e a fare affari con gli amici grazie a Facebook. Colin Gunn, uno dei più pericolosi "padrini" britannici, condannato a 35 anni di prigione per omicidio, non è stato certo con le mani in mano una volta entrato nel carcere di Long Lartin. Per continuare a gestire il suo impero criminale ha pensato di servirsi del sito sociale più famoso del web. Alle autorità carcerarie ha detto che era un suo diritto poter comunicare con i familiari e con gli amici. Peccato che questi amici fossero più o meno del suo stesso calibro e la famiglia fosse soltanto una scusa per iscriversi a Facebook. Già la foto affiancata al suo profilo non è rassicurante. Lo immortala seduto sulla sua auto rossa fiammante con una maglietta che mette in mostra tutti i suoi muscoli e l'aspetto torvo e minaccioso. Un preludio perfetto alle minacce che giornalmente l'uomo scriveva sul sito e che sono state riportate ieri dal Sunday Times che ha scoperto la notizia.

«È bello potervi dire come sto - diceva per esempio Gunn - alcuni di voi devono attendersi delle vendette, alcuni mi hanno tradito malamente, i loro nomi verranno fuori e saranno umiliati per sempre gli infami». E ancora: «Un giorno me ne tornerò a casa e non vedo l'ora di guardare negli occhi certa gente e di leggervi la loro paura nel vedermi». Il maniaco quarantaduenne, grazie al quale la città di Nottingham si è guadagnata il soprannome di "assassination city", potrà uscire di galera soltanto quando avrà passato i 70 anni, ma la cosa non sembrava turbarlo affatto. Dalla sua postazione riusciva a tenersi piuttosto occupato. Per aggiornarsi sugli affari gli bastava accendere il computer e navigare un po'. E al suo confronto gli antichi sistemi tanto cari ai mafiosi della vecchia generazione, sembrano lontani anni luce. Adesso non c'è più bisogno del compagno di cella di fiducia e del contatto esterno per far arrivare a destinazione una minaccia o un ordine. Non servono le mogli e i fratelli che ti portano le notizie fresche di giornata durante gli orari di visita. Basta tenere aggiornato il proprio sito quotidianamente, leggere tutti i messaggi, rispondere ai nuovi amici.

Negli ultimi due mesi quel furbone di Gunn è riuscito a comunicare liberamente, senza censure di sorta, con i suoi 565 "amici", ha continuato a organizzare i suoi crimini e a coordinare i suoi sporchi traffici. Secondo il Times sembra che le autorità abbiano voluto chiudere un occhio, troppo spaventate che i legali di Gunn potessero denunciarle per violazioni dei diritti umani. Tuttavia venerdì scorso, quando il quotidiano le ha contattate per l'articolo, il sito è stato immediatamente chiuso. Inoltre il ministro della Giustizia Jack Straw, chiamato direttamente in causa, ha dichiarato che farà proibire l'utilizzo dei siti sociali tra i detenuti e il suo ministero ha aggiunto che in realtà Gunn non aveva ricevuto alcuna autorizzazione da parte delle autorità della prigione.

Anche se si tratta di quella più eclatante e pericolosa, non è comunque la prima volta che l'uso criminale di Facebook rimbalza sulle cronache dei giornali. Proprio la scorsa settimana alcuni tabloid avevano rivelato come Jade Braithwaite, l'assassino del sedicenne Ben Kinsella, usasse Facebook per minacciare e terrorizzare la famiglia della sua vittima. E questa non è che l'ultimo aspetto oscuro dei siti sociali, già sotto accusa per istigazione al suicidio e al bullismo tra gli adolescenti. Adesso, a quanto pare, l'ha scoperto con entusiasmo anche la criminalità organizzata e i danni potrebbero essere irreparabili.

http://www.ilgiornale.it/esteri/gb_gangster_usava_facebook_per_comandare_carcere/01-02-2010/articolo-id=418288-page=0-comments=1
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 

Milano, cancellieri in affanno,
malpagati e sommersi dai faldoni


Un mestiere faticoso, con mille cose da fare, che non attira i giovani. Nel capoluogo lombardo sono 268, dovrebbero essere 400. L'ultimo concorso risale al 1997. Il governo riconosce l'emergenza, poi taglia.

Questo è il titolo dell'ottima intervista ai Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano a firma di Giuseppe Vespo, pubblicata domenica 31 gennaio dal quotidiano L'Unità. Lo ripubblico, grazie all'interessamento degli amici milanesi e alla cortesia del giornalista che ringrazio, come testimonianza dell'impegno di questi lavoratori nel Tempio nevralgico della Giustizia in Lombardia. A quanto mi dicono alla Procura siamo al 3 x 2,  tre pubblici ministeri per soli due cancellieri assistenti, un aggravio di lavoro inaudito e drammatico anche e soprattutto in tema di sicurezza e responsabilità civile e penale di magistrati e cancellieri. "I lavoratori degli uffici giudiziari di Milano parteciperanno compatti allo sciopero indetto per il prossimo 5 febbraio dalle OO.SS. per rivendicare il proprio diritto alla dignità professionale, alla progressione della carriera, ad un salario confacente alle funzioni svolte e per una Giustizia finalmente davvero dalla parte del cittadino." "Questo", scrivono i ragazzi milanesi, "come sempre è ciò che ci interessa: 'la Giustizia' ". L.M.




154 milioni E' l'investimento stimato nel Dpef 2010-2013 per riqualificare e assumere nuovo personale.
3.000 E' il numero degli operatori della giustizia che servirebbero per sopperire alle carenze d'organico.
meno 10.000 Secondo i sindacati, negli ultimi 15 anni il personale giudiziario è sceso da 53 a 43mila unità.
60 euro E' l'ultimo aumento in busta paga arrivato con il contratto nazionale del 2006-2009.


clicca per allargare le immagini

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Loredana Morandi (del 01/02/2010 @ 08:27:52, in Magistratura, linkato 1529 volte)




Clicca sul logo della Anm per ascoltare la conferenza stampa



Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 


Magistratura Democratica


Movimento Giustizia - Art 3


Segreterie Distrettuali di Napoli
 

Le vicende che hanno segnato la cerimonia di apertura dell’Anno Giudiziario meritano un breve commento.

L’irresponsabile comportamento di Magistratura Indipendente che ha voluto boicottare, in aperta sfida al deliberato della G.E.C., la decisione di allontanarsi dal Salone dei Busti nel momento in cui prendeva la parola il rappresentante del governo, (l’ex magistrato, un tempo esponente di rilievo di Unità per la Costituzione, Giacomo Caliendo), ha ottenuto il risultato di presentare all’opinione pubblica, nonostante il successo della protesta in tutta Italia, una magistratura divisa al suo interno.

Ciò ha consentito, avendo M.I. assunto un tale contegno in quasi tutte le sedi giudiziarie, il rafforzamento della volontà governativa di procedere alle “riforme” in materia di Giustizia, avendo buon gioco il ministro Alfano ad impadronirsi della dissociazione.

Se questi sono i risultati, le affermazioni degli esponenti di M.I. di condividere le ragioni della protesta, lasciano sconcertati ed alimentano un forte sospetto: che in realtà si voglia, da parte di M.I., continuare in una sistematica opera di delegittimazione dell’A.N.M. e porsi (come emerge anche da alcune recentissime interviste rilasciate su televisione ed organi di stampa) come unico interlocutore affidabile di un potere politico che, evidentemente, considera affine alla sua cultura (non era Sergio Amato, attuale segretario distrettuale di MI,  all’incirca un anno fa, che consigliava di “trattare” su alcuni princìpi come l’obbligatorietà dell’azione penale e per tale ragione fu costretto a dimettersi da Presidente della Giunta locale dell’A.N.M.?).

Con il suo agire M.I. pone le condizioni per un ritorno all’antico, in perfetta sintonia con alcune tendenze di fondo, mai sopite, della società italiana, che, anche all’interno della Magistratura, privilegiano i rapporti di vertice all’autogoverno democratico.

Ancora una volta bisogna essere grati al ministro Alfano per la franchezza con cui ha svelato il progetto: “D’ora in avanti parlerò con i capi degli uffici, anziché con l’A.N.M., che si perde in ideologismi e fumisterie”.

In questo capolavoro di incoerenza, motivo di ulteriore stupore è rappresentato dal comportamento dei rappresentanti di M.I. all’interno della Giunta ANM di Napoli, che oscilla dal netto rifiuto di Valentini di partecipare alla protesta nei termini decisi a livello nazionale e locale all’atteggiamento contraddittorio del segretario della locale Giunta Sezionale Totaro che, dopo aver verbalizzato la sua assoluta contrarietà alle modalità dettate dalla GEC prefigurando propri comportamenti del tutto anomali, è, comunque, intervenuta alla cerimonia in toga ed è uscita dal Salone di Busti insieme agli altri componenti della Giunta ed alla quasi totalità dei colleghi presenti.

Particolarmente discutibile, in questo caso, appare il comportamento del collega Valentini, che, come si evince dalla lettura del verbale di Giunta, ha fatto acriticamente proprio il deliberato di M.I., dimostrando di funzionare come vera e propria cinghia di trasmissione all’interno della Giunta locale dei “desiderata” della sua corrente di appartenenza, tanto da imporre la lettura del documento di M.I, in contrasto  con la sbandierata sua indipendenza di giudizio e, soprattutto, con la palesata volontà di dare vita ad un percorso unitario; è evidente che il percorso unitario della Giunta Sezionale di Napoli è  franato clamorosamente proprio alla prima occasione di fondamentale importanza.

Tutto ciò impone a M.I. di dare conto della propria incoerenza e di dire, finendola con gli equilibrismi, se intende collocarsi o meno, senza tentennamenti, al fianco della maggior parte dei Magistrati per evitare l’annichilimento della Magistratura italiana e la distruzione del processo; impone agli altri gruppi di valutare se esistono ancora la condizioni per continuare o, forse, sarebbe meglio dire, per iniziare la comune collaborazione nella Giunta locale.        

Si auspica, pertanto, che tra tutti i componenti della Giunta Sezionale dell’ANM del Distretto di Napoli si apra al più presto una franca discussione sulle problematiche sopra affrontate.

LE SEGRETERIE DISTRETTUALI DI NAPOLI
MAGISTRATURA DEMOCRATICA
MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA – ART. 3 
Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 


MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA – Articolo 3

Sezione Distrettuale del Piemonte

Anno giudiziario 2010

IL DISTRETTO DELLA CORTE D’APPELLO DI TORINO QUALE PARADIGMA DELLE INEFFICIENZE E DEI RITARDI DEL DECISORE POLITICO NAZIONALE


La mancata revisione delle circoscrizioni giudiziarie, il divieto di destinazione dei magistrati di prima nomina presso le Procure della Repubblica e la grave carenza di strutture materiali e di personale amministrativo sono i principali fattori che incidono sul buon funzionamento dell’apparato giudiziario del Distretto

L’inaugurazione dell’Anno Giudiziario rappresenta una feconda opportunità nel corso della quale gli operatori della Giustizia sono chiamati a riflettere e ragionare sull’efficienza della macchina giudiziaria, consapevoli che la sostanza dei diritti non può in alcun modo dissociarsi dall’effettività della loro tutela e difesa.

In un clima nazionale nel quale il dibattito sulla Giustizia si è via via ridotto alla sola considerazione di singoli processi penali a carico di pochi esponenti politici che monopolizzano tutti gli spazi parlamentari e di ascolto pubblico riservati al gravoso tema della giurisdizione, sia penale che civile, la Sezione Piemontese del Movimento per la Giustizia – Articolo 3 vuole evidenziare come la qualità della risposta giurisdizionale da parte degli Uffici Giudiziari del  Distretto del Piemonte, pur in presenza di alcune eccellenze organizzative, sconti più di altre le inefficienze e i ritardi del decisore politico nazionale.

Tre, in particolare, sono i fattori di criticità che si registrano nel sistema giudiziario del Piemonte e della Valle d’Aosta:

1.   La mancata revisione delle circoscrizioni giudiziarie 

Nel Piemonte e nella Valle d’Aosta, a fronte di 9 Province amministrative, sono presenti, fra gli altri, 17 Tribunali, 17 Procure della Repubblica, 9 Sedi Distaccate di Tribunale e 55 Uffici del Giudice di Pace.

Delle 17 Sedi di Tribunale solo tre di esse (i Tribunali di Torino, Alessandria e Novara) hanno un numero di magistrati togati pari o superiore alle 16 unità, di modo da comporre due sezioni – una civile e una penale - di 6 magistrati ciascuna, riservando almeno 2 unità all’esercizio delle funzioni GIP – GUP. I Tribunali di Verbania, Biella, Cuneo, Alba, Asti, Vercelli e Ivrea hanno, escluso il Presidente del Tribunale, una dotazione di personale di magistratura che oscilla, a seconda dei casi, fra le 10 e 12 unità.

Il Tribunale di Pinerolo ha in organico, oltre il Capo dell’Ufficio, 9 magistrati; 7 sono quelli attribuiti ai Tribunale di Aosta e Saluzzo; 6 sono i magistrati in dotazione al Tribunale di Mondovì. I Tribunali di Acqui Terme, Casale Monferrato e Tortona presentano invece un organico teorico pari a sole 5 unità di magistratura, oltre, anche in questo caso, il Presidente del Tribunale. 

Delle 17 corrispondenti Procure della Repubblica solo una di esse ha un numero teorico di Sostituti Procuratori superiore a 8 unità (la Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Torino); le Procure della Repubblica di Alessandria e Novara hanno un organico pari a 7 Sostituti; quella di Asti pari a 6; quelle di Verbania e Cuneo 5; quelle di Aosta, Vercelli e Alba 4; nell’organico teorico delle Procure di Pinerolo, Biella, Ivrea sono previsti 3 Sostituti; per le rimanenti Procure della Repubblica di Saluzzo, Acqui Terme, Casale Monferrato, Mondovì, Tortona i Sostituti previsti in pianta organica sono solamente 2.

La rarefazione della dotazione organica di magistratura sul territorio del Distretto e la sua irrazionale allocazione, oltre a esporre gli Uffici a cicliche e croniche scoperture d’organico connesse all’inevitabile turn over legato all’ordinaria mobilità orizzontale e verticale del personale di magistratura, costituiscono un fattore di grave inefficienza degli Uffici che risulta di fatto impeditivo di ogni possibile economia di scala e specializzazione, creando così forti disservizi quanto ai tempi di definizione dei procedimenti.

In un sistema pubblico che nelle sue più ampie componenti va verso una progressiva razionalizzazione delle strutture amministrative e materiali, mediante accorpamenti e semplificazioni territoriali, per lo più parametrate su una dimensione regionale o provinciale, il permanere di ben 81 sedi Giudiziarie giudicanti ordinarie di primo grado nel territorio del Distretto della Corte di Appello di Torino (fra sedi centrali di Tribunali, sedi distaccate e Uffici del Giudice di Pace) rappresenta un elemento di forte arretratezza dell’apparato giudiziario il cui superamento porterebbe, non solo economie di costo, ma anche, e soprattutto, cospicui incrementi di produttività del sistema.  

2.  Il divieto di destinazione dei magistrati di prima nomina presso le Procure della Repubblica

L’ultimo contingente di magistrati che ha preso servizio nel settembre del 2009 è stato destinato in via esclusiva alla copertura di posti vacanti nel settore giudicante sulla base della vigente normativa non ancora modificata dall’emananda legge di conversione del D.L. 193/2009, che, peraltro, prevede allo stato una deroga al divieto di destinazione in parola limitata alle sole sedi disagiate con una scopertura di organico superiore al 30% e ai soli D.M. 23.4.2009 e D.M. 2.10.2009.

Ciò ha prodotto nel corso dell’anno due precipui e dannosi effetti: da un lato, sono perdurate le vacanze nelle Procure della Repubblica – sino alla copertura con i trasferimenti ordinari - con aggravio dei vuoti di organico già presenti e conseguente ritardo di definizione dei procedimenti incardinati presso gli Uffici requirenti; dall’altro, soprattutto nei piccoli Tribunali del Distretto, stante il divieto di destinazione dei magistrati di prima nomina alle funzioni penali monocratiche, vi è stato un trasferimento coatto dei magistrati con minore anzianità di servizio dal settore civile a quello penale, con conseguenti dispersioni della professionalità acquisita e disservizi legati alla mancata continuità nella trattazione dei ruoli. 

3.  La strutturale carenza di personale amministrativo e di strutture materiali

Anche nel distretto della Corte di Appello di Torino si registrano le croniche carenze di personale amministrativo e strutture materiali che affliggono tutti gli Uffici Giudiziari italiani.

Il recente taglio delle piante organiche attuate con il D.L. 112/2008, convertito con modifiche con la legge 133/2008, rende ancor più drammatica la patologica carenza di personale amministrativo presso gli Uffici Giudiziari del Distretto, e in particolar modo in quelli di minore dimensione.

Se a ciò si aggiunge che l’assoluta carenza di investimenti nella qualificazione del personale amministrativo non solo non consente un miglioramento delle condizioni di erogazione del servizio Giustizia, ma non permette neanche di inserire con adeguatezza le poche unità di personale che giungono negli Uffici a seguito di mobilità esterna ovvero in conseguenza dei processi di stabilizzazione del personale L.S.U:, il quadro che ne risulta è di foschi orizzonti e di scarse prospettive di incremento di produttività.

L’assenza di adeguate risorse materiali e informatiche, l’impossibilità di adeguamento dei processi di lavoro a standards minimi di efficienza e ottimizzazione, la mancanza di risorse sufficienti in settori strategici quali quelli dell’organizzazione, della statistica e della telematica sono tutti elementi che costituiscono un forte freno al rinnovamento e all’efficientamento della macchina della Giustizia. 

Conclusioni
La Sezione Distrettuale del Piemonte e della Valle d’Aosta del Movimento per la Giustizia – Articolo 3, pur a fronte di alcune eccellenze organizzative e funzionali presenti nel territorio di riferimento, ritiene oramai indilazionabile l’adozione di politiche legislative e amministrative volte a un reale ammodernamento della macchina giudiziaria nel Distretto della Corte d’Appello di Torino, mediante una celere revisione delle circoscrizioni giudiziarie, riducendole a un numero pari o prossimo a quello delle Province presenti in Piemonte e in Valle d’Aosta, nonché una congrua immissione di risorse materiali e personale amministrativo soprattutto nelle sedi giudiziarie periferiche e di minori dimensioni.

 IL MOVIMENTO PER LA GIUSTIZIA – Articolo 3

SEZIONE DISTRETTUALE DEL PIEMONTE

Articolo (p)Link   Storico Storico  Stampa Stampa
 
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503
Ci sono  persone collegate

< agosto 2019 >
L
M
M
G
V
S
D
   
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
 
             






Cerca per parola chiave
 

Titolo
Ambiente (38)
Associazioni Giustizia (52)
Economia (86)
Estero (187)
Giuristi (134)
Gruppo Cellule Staminali (1)
Indagini (210)
Lavoratori Giustizia (1)
Magistratura (2170)
Osservatorio (1)
Osservatorio Famiglia (512)
Politica (926)
Redazionale (68)
Sindacati Giustizia (326)
Sindacato (221)
Telestreet (7)
Varie (82)

Catalogati per mese:
Novembre 2005
Dicembre 2005
Gennaio 2006
Febbraio 2006
Marzo 2006
Aprile 2006
Maggio 2006
Giugno 2006
Luglio 2006
Agosto 2006
Settembre 2006
Ottobre 2006
Novembre 2006
Dicembre 2006
Gennaio 2007
Febbraio 2007
Marzo 2007
Aprile 2007
Maggio 2007
Giugno 2007
Luglio 2007
Agosto 2007
Settembre 2007
Ottobre 2007
Novembre 2007
Dicembre 2007
Gennaio 2008
Febbraio 2008
Marzo 2008
Aprile 2008
Maggio 2008
Giugno 2008
Luglio 2008
Agosto 2008
Settembre 2008
Ottobre 2008
Novembre 2008
Dicembre 2008
Gennaio 2009
Febbraio 2009
Marzo 2009
Aprile 2009
Maggio 2009
Giugno 2009
Luglio 2009
Agosto 2009
Settembre 2009
Ottobre 2009
Novembre 2009
Dicembre 2009
Gennaio 2010
Febbraio 2010
Marzo 2010
Aprile 2010
Maggio 2010
Giugno 2010
Luglio 2010
Agosto 2010
Settembre 2010
Ottobre 2010
Novembre 2010
Dicembre 2010
Gennaio 2011
Febbraio 2011
Marzo 2011
Aprile 2011
Maggio 2011
Giugno 2011
Luglio 2011
Agosto 2011
Settembre 2011
Ottobre 2011
Novembre 2011
Dicembre 2011
Gennaio 2012
Febbraio 2012
Marzo 2012
Aprile 2012
Maggio 2012
Giugno 2012
Luglio 2012
Agosto 2012
Settembre 2012
Ottobre 2012
Novembre 2012
Dicembre 2012
Gennaio 2013
Febbraio 2013
Marzo 2013
Aprile 2013
Maggio 2013
Giugno 2013
Luglio 2013
Agosto 2013
Settembre 2013
Ottobre 2013
Novembre 2013
Dicembre 2013
Gennaio 2014
Febbraio 2014
Marzo 2014
Aprile 2014
Maggio 2014
Giugno 2014
Luglio 2014
Agosto 2014
Settembre 2014
Ottobre 2014
Novembre 2014
Dicembre 2014
Gennaio 2015
Febbraio 2015
Marzo 2015
Aprile 2015
Maggio 2015
Giugno 2015
Luglio 2015
Agosto 2015
Settembre 2015
Ottobre 2015
Novembre 2015
Dicembre 2015
Gennaio 2016
Febbraio 2016
Marzo 2016
Aprile 2016
Maggio 2016
Giugno 2016
Luglio 2016
Agosto 2016
Settembre 2016
Ottobre 2016
Novembre 2016
Dicembre 2016
Gennaio 2017
Febbraio 2017
Marzo 2017
Aprile 2017
Maggio 2017
Giugno 2017
Luglio 2017
Agosto 2017
Settembre 2017
Ottobre 2017
Novembre 2017
Dicembre 2017
Gennaio 2018
Febbraio 2018
Marzo 2018
Aprile 2018
Maggio 2018
Giugno 2018
Luglio 2018
Agosto 2018
Settembre 2018
Ottobre 2018
Novembre 2018
Dicembre 2018
Gennaio 2019
Febbraio 2019
Marzo 2019
Aprile 2019
Maggio 2019
Giugno 2019
Luglio 2019
Agosto 2019

Gli interventi piů cliccati

Titolo
Bianco e nero (236)
I gatti di G.Q. (25)

Le fotografie piů cliccate

Titolo
G.Q. Non ha mai pubblicato pubblicità in otto anni e se iniziasse ora?

 Si, a me non disturba
 No, non mi piace



Titolo






A.N.M.
A.N.M. new
A.D.M.I.
Argon News
A.I.M.M.F.
Argon News Redazione
Artists Against War
Articolo 3
BloggersPerLaPace
Comitato Sfruttatori ATU
Commissariato PS Online
dBlog.it Open Source
Erga Omnes
Eugius
Filo Diritto
Intesaconsumatori
Geopolitica
Giuristi Democratici
Giuristi Democratici Roma
Magistratura Democratica
M.D. Toscana
Medel
Medicina Democratica
Magistratura Indipendente
Movimento per la Giustizia
Nazionale Magistrati
Non Solo Giustizia
Osservatorio Bresciano
Osservatorio Romano
Sorgente D'Amore
Studio Cataldi
Studio Celentano
Studio Tidona
Toghe Lucane
Uguale per Tutti
Unitŕ per la Costituzione
Unicost Milano
Unione Internazionale Magistrati
Morandi Senato
About me







http://www.wikio.it
Wikio
Iscriviti a GQ su FriendFeed
Blogstreet - dove il blog č di casa
Iscriviti a GQ su Twitter
Powered by FeedBurner


Blog Link










22/08/2019 @ 20.26.19
script eseguito in 641 ms