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 ricordi ...... di Lunadicarta
 
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L'avvocato cavilloso, che finge di non vedere un reato, ha appena commesso un reato.

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 06:08:19, in Magistratura, linkato 1651 volte)

Mafia, sventato attentato a 4 magistrati
«Niente paura, lavoreremo come prima»

Nel mirino il procuratore di Caltanissetta, Lari, il suo aggiunto Gozzo e i pm di Palermo Ingroia e Paci

PALERMO (19 gennaio) - Cosa nostra si preparava per colpire ancora con la sua ferocia sanguinaria. Nel mirino dei boss mafiosi c'erano, oltre al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, il suo aggiunto Nico Gozzo e i pm di Palermo Antonio Ingroia e Gaetano Paci, in base a quanto riferito in due relazioni della Dia e una dei carabinieri.

«Sono a conoscenza - dice Lari - delle relazioni delle forze dell’ordine che parlano di un rischio di attentato ai miei danni da quattro mesi: da allora il ministro dell’Interno si è attivato per rafforzare le misure di protezione a mia tutela, facendomi assegnare la scorta che ha sostituito la vigilanza semplice. Io comunque vado avanti nel lavoro con la serenità di sempre».

Le informative delle forze dell’ordine si riferiscono a informazioni anonime che giungerebbero dal quartiere Brancaccio di Palermo, "impero" dei boss Giuseppe e Filippo Graviano e cosca di appartenenza di Gaspare Spatuzza. Quest'ultimo, neopentito, ha permesso la riapertura dell’indagine sulla strage di via D’Amelio e ha parlato delle collusioni tra mafia e politica. «Tutto passa da Brancaccio, ma su questo non posso aggiungere altro» ha detto il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a proposito della notizia, riportata da “Il fatto quotidiano”, di un progetto di attentato della mafia ai danni del magistrato che ha riaperto le indagini sui mandanti delle stragi del ‘92.

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo: «La notizia del progetto di attentato contro di me e altri miei colleghi non può incidere sulla nostra serenità, continueremo a lavorare senza condizionamenti di sorta. Però sono altrettanto convinto che non aiuta il fatto di sentirsi oggetto di continui attacchi da parte di esponenti istituzionali che ci indicano come uomini dello Stato parziali e non imparziali. Questo fa male. Sono sicuro che tutte le misure di tutela nei nostri confronti sono state adottate. La mia preoccupazione è per gli uomini della scorta che non sono adeguatamente tutelati. Pochi giorni fa l'auto di scorta della polizia di Stato si è fermata, perché è troppo vecchia, mentre era in movimento e i ragazzi sono stati costretti a spingerla per farla ripartire».

Gaetano Paci, pm del Dda di Palermo: «Ho appreso la notizia di un progetto di attentato contro di me e contro i colleghi Lari, Gozzo e Ingroia alcuni mesi fa. Sono tranquillo perché so che da parte delle autorità responsabili della mia sicurezza, che ringrazio, c'è la massima attenzione. Per quanto mi riguarda questo episodio e altri analoghi non influiranno minimamente sul mio impegno e sulla serenità con la quale continuo a svolgere il mio lavoro». Paci, che è anche presidente della «Fondazione Progetto Legalità onlus in memoria di Paolo Borsellino», è stato ricevuto stamani dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del settantesimo anniversario della nascita di Paolo Borsellino. Il magistrato simbolo, insieme a Giovanni Falcone, della lotta alla mafia è stato ricordato questa mattina in Quirinale.

Giorgio Napolitano: «È importante che stiano andando avanti le indagini sull'uccisione del giudice Paolo Borsellino. Comprendo lo scrupolo e l'attenzione con cui la magistratura vuole tutelare la propria indipendenza e imparzialità nel condurre queste indagini. Sono difficili ma non bisogna abbandonare nessuna traccia. Occorre vagliare con attenzione, con grande serietà tutti gli elementi nuovi a disposizione per fare piena luce su quelle terribili vicende».

Gaetano Paci: «La figura di Paolo Borsellino rimane una delle più alte e limpide espressioni della concreta incarnazione dei principi costituzionali di indipendenza e di imparzialità della funzione giurisdizionale, come emerge dal contesto e dalle circostanze specifiche in cui maturò la sua morte. Paolo Borsellino non fu soltanto lo straordinario investigatore che, unitamente a Giovanni Falcone e agli altri componenti del pool antimafia, rivoluzionò la strategia di contrasto all'organizzazione mafiosa e al suo sistema di potere, rendendola finalmente efficace. In lui riconosciamo un fulgido esempio di coscienza civile».

Il Messaggero

 

Mafia: Lombardo, intimidazioni a pm episodio inaccettabile

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«Vado avanti nel lavoro con serenità». Così il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, a proposito della notizia, riportata da “Il fatto quotidiano”, ...

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(ANSA)-ROMA, 19 GEN - 'Vado avanti con la serenita' di sempre' dice il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari riguardo ad un piano di attentato nei suoi ...

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Secondo la DIA era pronto un attentato al giudice Lari

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CALTANISSETTA: COSA NOSTRA PRONTA A COLPIRE LARI

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(IRIS) - CALTANISSETTA, 19 GEN - Secondo quanto riporta "Il fatto quotidiano", ci sarebbe un piano della mafia ordito ai danni del procuratore di ...

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Caltanissetta - Un piano per uccidere il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari ei suoi più stretti collaboratori. E' descritto in una informativa della ...

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"Ai magistrati nel mirino di Cosa Nostra non ci si puo' limitare ad esprimere solidarieta'. Va invece ribadito l'impegno dello Stato a stare al fianco di ...
   
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Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 06:18:10, in Politica, linkato 1278 volte)
Quando Di Pietro non indagò la mafia

di Gian Marco Chiocci


Alle rivelazioni del pentito Li Pera sul sistema delle tangenti non seguirono adeguati approfondimenti

 

Nel giorno in cui l’ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, conferma quanto anticipato da Antonio Di Pietro, e cioè l’esistenza di più fotografie che ritraggono i due seduti a tavola 9 giorni prima che Contrada venisse arrestato per mafia («oltre che in quella occasione non ho avuto rapporti con Di Pietro - dice l’ex poliziotto - il 15 dicembre furono scattate numerose fotografie di cui sono in possesso») sul doppio fronte mafia-Tonino e mafia-americani - evocato sempre da Di Pietro giorni fa - da Palermo emergono novità degne di nota. Partiamo dal primo fronte. L’avvocato Piero Milio, difensore del «geometra» Giuseppe Li Pera, gran conoscitore del «sistema degli appalti» poi sviscerato nei dettagli dal pentito mafioso Angelo Siino, si sofferma sulle «irritualità investigative» che sarebbero seguite all’interrogatorio che Di Pietro fece al suo assistito il 9 novembre 1992. Per capire a quali «irritualità» faccia riferimento il legale occorre procedere per gradi, partendo dall’esame che Di Pietro fece al «geometra» in compagnia dell’allora capitano dei carabinieri del Ros, Giuseppe De Donno (quello della presunta «trattativa» fra Stato e antistato mafioso oggetto delle battaglie politiche del leader Idv) lo stesso ufficiale che lo accompagnò a Rebibbia a parlare qualche mese dopo con Vito Ciancimino, interrogatorio che Di Pietro ha incautamente negato di avere mai svolto.

«COSÌ FUNZIONAVA IL CARTELLO DELLE GARE»
Stando a quel che risulta all’avvocato Milio le rivelazioni-bomba di Li Pera su determinati appalti al Centro e Nord Italia, confessati ad Antonio Di Pietro, non hanno avuto seguito. Semplicemente perché «con somma sorpresa dell’interessato», spiega l’avvocato Milio, Li Pera non venne più invitato ad approfondire i temi della confessione a Di Pietro né dallo stesso pm milanese né da altri suoi colleghi settentrionali ai quali il politico molisano potrebbe aver trasmesso il verbale per competenza, e nemmeno venne mai chiamato a testimoniare nei processi dedicati in tutto o in parte alle circostanze da lui riferite il 9 novembre 1992.
Quale responsabile delle commesse siciliane per l’azienda Rizzani-De Eccher, Li Pera fa presente di aver chiesto di parlare con un pm di Milano «perché, per esperienza diretta, ho avuto modo di constatare alcuni meccanismi di suddivisione degli appalti» al Nord, «specie con riferimento a quegli Enti che si occupano di autostrade: mi riferisco, in particolare, alle società Autostrade, ai consorzi autostradali (consorzio Val di Susa per l’autostrada del Frejus, consorzio Torino-Savona etc) e, principalmente, l’Anas».

«I TRUCCHI ALL’ANAS PER LE SOCIETÀ AMICHE»
In sostanza, prosegue Li Pera, «faccio riferimento alla costruzione di quelle strade di cui l’Anas ha la gestione o l’alta sorveglianza». Ma non solo. Prima di elencare a Di Pietro l’elenco degli appalti viziati dal pagamento di tangenti, da accordi fra società solo in apparenza concorrenti, dalle percentuali alle imprese riconducibili a Cosa nostra, Li Pera spiega come funzionava il «sistema delle imprese» che si «accordano fra loro in una specie di “cartello” avente lo scopo di controllare e precostituire il buon esito della gara». Ogni società, a turno, «con un sistema di rotazione» attraverso «un sorteggio a eliminazione», si aggiudicava l’appalto. Per i lavori autostradali era lo stesso, e attraverso progettisti compiacenti, si arrivava «a far lievitare ad arte il valore di un appalto a un prezzo tale che (...) gli potesse permettere di creare un surplus di guadagno tale anche da ricompensare quegli organi delle istituzioni che le hanno permesso simili operati». Li Pera fa l’elenco degli studi di progettazione puntualmente beneficiati dalle commesse, parla di «prezzario dell’Anas» che «è una specie di vangelo (...) che non corrisponde ai reali valori di mercato ma serve per creare utili non giustificati», si dilunga sugli escamotage per creare il nero e finanziare i partiti (o la mafia).

«PAGAVAMO IL 7% A TUTTI I POLITICI»
Parla per esperienza diretta, e a Di Pietro rivela: «Sull’autostrada Val di Susa (...) la mia ed altre imprese assegnatarie degli appalti pagavano una somma di circa il 7% del valore dell’appalto ai politici». Segue l’elenco dei politici pagati, dei funzionari a conoscenza della corruzione. «Poi c’è la questione dell’autostrada Roma-Napoli dove ho appreso del pagamento delle tangenti all’Anas» idem «per l’ospedale di Torino» così come molto dice sull’appalto «da 80 milioni di dollari per costruire una strada, in Tanzania, della cooperazione» con relative percentuali del 10% da versare al dipartimento del ministero degli Esteri e ai ministri africani, «dell’8% al procacciatore d’affari». Li Pera passa poi a raccontare del comitato d’affari costituito da politici di rilievo (Salvo Lima su tutti) e dagli imprenditori siciliani e di spessore nazionale.

Ascoltato come teste al processo Borsellino Ter, il 21 aprile ’99 Di Pietro s’è ricordato di Li Pera, soffermandosi sul filone siciliano del comitato d’affari. «Nel settembre ’92, mi arrivò, non ricordo se dal Ros o dal nucleo operativo di Milano, suggerimento di sfruttare un certo Li Pera per avere delle notizie ed aprire un troncone di “Mani pulite” in Sicilia. Ascoltai Li Pera e indagando sul comitato di affari indicatogli dal geometra scoprii che Salvo Lima, 15 giorni prima di essere ucciso, ricevette dall’Enimont un miliardo in Bot e Cct». Di Pietro aggiunge d’aver collaborato con Borsellino fino alla morte di Falcone e di «aver interrotto il rapporto con la Sicilia» dopo la bomba di via d’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Sarà per questo che delle precise rivelazioni di Li Pera sulle tangenti al Nord non se ne è saputo più nulla?

LE «INDAGINI» DEGLI USA SUI REPERTI DI VIA D’AMELIO
Passando invece al capitolo «mafia-America» evocato da Tonino, per trovare qualcosa di interessante-inquietante occorre andare a rileggere determinati atti depositati ai processi Falcone e Borsellino. Per la strage di Capaci c’è da registrare il ruolo «sinistro» ricoperto dall’Fbi che si precipitò a Palermo a raccattare le cicche delle sigarette fumate sulla collina che sovrasta Capaci da dove Brusca azionò il telecomando: il test del Dna su quei mozziconi, considerato essenziale, non è mai confluito al dibattimento. E che dire della decisione di affidare, ancora all’Fbi i reperti della strage di via D’Amelio che sono stati esaminati in un laboratorio a Roma il cui accesso è stato sempre vietato ai tecnici della nostra polizia scientifica: durante il dibattimento s’è scoperto che l’Fbi ha fatto piazza pulita di tutti i reperti «dimenticandosi» della targa dell’auto di Borsellino e soprattutto del gigantesco «blocco motore» della presunta autobomba mai rintracciato nei video girati e nelle foto scattate immediatamente dopo la strage.

LA MANUTENZIONE DI CAPACI A UNA DITTA DELLE COSCHE
Di America e americani nelle stragi del ’92 s’è poi discusso a lungo in due altre occasioni. Allorché venne riesumato il data-base di Falcone a proposito di un suo viaggio misterioso negli Stati Uniti, confermato dal funzionario Rose dell’Fbi («ma non posso dire dove e con chi il giudice si incontrò») e smentito dall’ex ministro Martelli (che in precedenza aveva sostenuto il contrario). E quando un’interrogazione parlamentare dell’allora radicale Piero Milio evidenziò come la manutenzione del tratto stradale di Capaci saltato per aria era gestito da un’azienda di Altofonte, riconducibile ai mafiosi Di Matteo e Gioè, che prese l’appalto a trattativa privata e consegnò i lavori pochi giorni prima della bomba. Le «vie» della mafia sono infinite.

Il Giornale
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Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 06:24:28, in Magistratura, linkato 1624 volte)
Quella che segue è a bordata de Il Giornale in anticipazione sulla possibile dichiarazione di sciopero. Si decide oggi  alla consueta riunione del mercoledì in ANM. I dati pubblicati dall'articolo sono quelli della Global Brain, ma è un peccato che questi dati si riversino in campo ora e sian stati snobbati quelli "precisissimi e onesti" sulle "pendenze e gli arretrati" dati dalla Magistratura stessa durante il ciclo di conferenze della "Giornata della Giustizia 2009". Io c'ero... LM.

Toghe, ecco le vere cifre sui fannulloni


di Stefano Zurlo

La maglia nera spetta ai gip di Catanzaro. Secondo il sistema di rilevazione voluto dall’ex Guardasigilli Castelli, nel 2008 i giudici di Bari hanno chiuso 367 processi. In Calabria? Solamente 37. Anche il Csm deve ammettere: "Un giudice su tre lavora poco"


Semaforo verde a Bari, semaforo rosso a Catanzaro. L’enigma Italia raccontato attraverso i numeri della giustizia di due città vicine geograficamente, ma lontanissime quanto a efficienza. Bari è largamente in «attivo». Nel 2008 sono arrivati 25.453 fascicoli e ne sono stati smaltiti molti di più: 43.812. L’indice di ricambio che misura il rapporto fra procedimenti sopravvenuti e procedimenti definiti, è il più verde d’Italia, e si attesta al 172,13 per cento; a Catanzaro le cifre precipitano: l’indice è del 62,89 per cento, ovvero per 7.470 fascicoli nuovi ne sono stati smaltiti 4.698. È profondo rosso.

Perché capita questo? È su questa pista che si era spinta negli anni scorsi la Global Brain, chiamata al capezzale della giustizia dall’allora Guardasigilli Roberto Castelli. La Global Brain non ha avuto il tempo per approfondire le cifre, ma certo se si segue la catena di montaggio dei fascicoli si scoprono altri dati sorprendenti. Se paragoniamo gli uffici del gip-gup delle due città troviamo altre incongruenze e anomalie. L’indice di ricambio a Bari è del 108,67 per cento, a Catanzaro sprofondano, ancora una volta, al 71,64 per cento. L’ufficio del gip-gup è l’imbuto in cui finiscono le inchieste della Procura. Come mai questo ritardo? Allarghiamo ancora il dettaglio: ogni gip-gup di Bari ha definito in un anno 367 procedimenti, a Catanzaro solo 37. Trecentosessantasette contro trentasette.

Numeri che stridono. E che autorizzano qualche domanda impertinente sulla produttività dei singoli. E qualche proiezione ulteriore; il team di Castelli aveva calcolato la durata in prospettiva dei processi, scoprendo ancora una volta le diverse velocità: a Bari 1,23 anni, a Catanzaro 1,72. Certo, si possono sollevare altre questioni, critiche e obiezioni; si può discutere sul fatto che un procedimento non sarà mai uguale ad un altro e su mille altri punti, anche sofisticati, ma non si può sfuggire al ragionamento complessivo: si può e si deve trovare un modo per far funzionare meglio la macchina. Castelli nel 2001 aveva trovato un varco e aveva chiamato la Global Brain di Alberto Uva. Uva ha lavorato quattro anni coltivando un progetto ambizioso: sottoporre ad uno scrupoloso check up la giustizia italiana. Malandata per definizione.

Una scommessa che però è stata persa: «Ci hanno attaccato in tutti i modi - racconta Uva - si è messa di traverso la corporazione dei giudici, si sono messi di mezzo alcuni burocrati del ministero, infine il colpo di grazia ce l’ha dato l’inchiesta della Corte dei conti». È la storia che il Giornale ha raccontato ieri: il cruscotto che doveva illuminare la giustizia italiana è rimasto spento. Ma il progetto, per quanto mai decollato, era e resta valido e qualche coraggioso dirigente di via Arenula l’ha perfezionato.

I dati, relativi al 2008, sono disponibili e danno un’indicazione di quel che va e soprattutto di quel che non va nel nostro apparato giudiziario. Il problema fondamentale, quello da cui era partito Castelli, è la lunghezza interminabile dei processi penali e civili. Dunque, il primo passaggio è conoscere la situazione, ufficio per ufficio, distretto per distretto, volendo giudice per giudice. Il sistema elaborato dalla Global Brain è assai semplice e suggestivo: i pallini verdi indicano quelle realtà che marciano positivamente perché il numero dei processi definiti è superiore a quello dei processi sopravvenuti. Insomma, quelle scrivanie non producono altro debito giudiziario, ma per il loro comportamento virtuoso o, più banalmente perché hanno risorse sufficienti a disposizione, ogni anno sfoltiscono l’arretrato e dunque danno qualche certezza ai cittadini.

I pallini gialli indicano quelle situazioni in stallo, né buone né cattive per usare un linguaggio un po’ forte e semplificato: qui le nuove cause equivalgono a quelle risolte. Infine, eccoci così al terzo capitolo, il più corposo, quello dell’Italia da terzo mondo: le drammatiche, talvolta scandalose situazioni di procure e tribunali che sono letteralmente sommersi da migliaia di pratiche che non riescono assolutamente ad eliminare. In queste realtà, la macchina è in grave ritardo, i procedimenti si accumulano, le cause si allungano come elastici nel tempo. È l’Italia che manda in prescrizione migliaia di fascicoli penali, è l’Italia che per una bega condominiale resta in lite dieci, quindici, anche vent’anni. «Il passo successivo - spiega Uva - sarebbe stato interfacciare questi numeri con le piante organiche degli uffici per valutare sul campo, caso per caso, le diverse situazioni».

Un tribunale può essere in affanno perché le forze in campo sono insufficienti, ma naturalmente la ragione può essere anche un’altra: le energie sono dislocate male, i vertici dell’ufficio hanno organizzato le risorse in modo confuso e irrazionale. L’Italia a tre colori, dunque, a seconda delle percentuali dell’indice di ricambio, l’unità di misura studiata da Castelli e Uva per rifondare la giustizia. Una rifondazione strozzata nella culla.

Il Giornale

***

Anche il Csm deve ammettere:
«Un giudice su tre lavora poco»


di Anna Maria Greco

RomaQuante sentenze deve scrivere in un anno un giudice per essere ritenuto «laborioso»? Vanno bene 150, bastano 120 o anche 100 sono sufficienti? Per dargli un giudizio positivo di professionalità gli si può imporre di chiudere un processo in 2-3 anni? E i pm, in quanto tempo devono terminare le indagini, come si valutano i loro provvedimenti?
In queste ed altre affannose domande si dibatte esattamente da un anno il gruppo di lavoro del Csm che deve stabilire gli standard di produttività dei magistrati, in base al nuovo ordinamento giudiziario. E non ne viene a capo. Troppe difficoltà, reticenze, diffidenze, resistenze.
Un dato significativo emerge però dalla prima relazione, presentata a luglio alla IV Commissione: oltre il 30 per cento delle toghe deve rimboccarsi le maniche e lavorare di più. Alzare la produttività è un imperativo nel settore civile, dove il lavoro degli esperti è più avanzato e ci si orienta a fissare una soglia minima di 100-110 sentenze. Nel penale la situazione è sempre critica, ma si procede con molte più difficoltà, perché il settore è meno uniforme, i provvedimenti più diversificati e più difficili da valutare.
Gli standard di rendimento di un magistrato dovevano arrivare nel 2008, ma solo a gennaio 2009 si è insediato il gruppo di lavoro, il cui incarico scade a marzo. Allora, sarà presentata la relazione finale, per avviare una sperimentazione in alcune città-campione e applicare i primi standard di produttività.
Ma gli scogli non mancano. La maggioranza dei componenti del gruppo punta a far slittare tutto: prima di partire ci vorrebbe, per così dire, un supplemento d’indagine. Insomma, continuare ad andare in giro per tribunali, corti e procure d’Italia a raccogliere i dati perché, dicono, quelli informatizzati dal ministero sono insufficienti e poi, «vanno letti sul posto». Così, i tempi rischiano di allungarsi molto, mentre le correnti litigano tra loro. Una minoranza insiste nel passare alla fase sperimentale e si dovrà vedere che cosa deciderà il plenum di Palazzo de’ Marescialli.
Il problema è che il Csm scade a giugno e le toghe sono in piena campagna elettorale, con candidati che fanno parte anche del gruppo di lavoro e polemiche connesse.
Inutile dire che ogni categoria è allergica alle valutazioni e scegliere proprio questo momento per una svolta sugli standard di produttività, potrebbe essere molto impopolare. Le correnti, poi, temono di perdere potere. Definire un sistema oggettivo e su scala nazionale di valutazione del singolo magistrato (ora la laboriosità viene giudicata in confronto con i colleghi d’ufficio e sulla base dell’opinione del capo) limiterebbe enormemente la loro capacità di influire sulla carriera delle toghe. Ecco perché rinviare ogni decisione a dopo le elezioni sarebbe utile. È anche vero che nella base delle toghe serpeggia da tempo una forte insofferenza verso lo strapotere delle correnti e a molti gli standard di rendimento appaiono come una liberazione. La moderata Magistratura indipendente intende cavalcare questo sentimento e premere perché si approvino subito gli indici di produttività e si parta con una prima applicazione.
Molti più dubbi ha Magistratura democratica, che ha proposto «standard al buio»: non farli conoscere dal magistrato per evitare che i più stakanovisti riducano l’impegno. E, almeno in una prima fase, insisteva che la valutazione dovesse basarsi, più che sul numero delle sentenze sui tempi, fissando dei tetti per i processi da «imporre» ai giudici. Ironia della sorte, ora la corrente di sinistra si trova a spalleggiare la lotta di Anm e del suo partito di riferimento, il Pd, contro il ddl della maggioranza che fissa, appunto, i tempi del «processo breve».
Nel gruppo di lavoro si discute molto di carichi pendenti per ogni magistrato, di sentenze più o meno «pesanti», di tipi di ordinanze, di qualità del lavoro che potrebbe scadere per inseguire la quantità. E la battaglia per arrivare agli standard è sempre più incerta.

Il Giornale
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Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 14:15:02, in Magistratura, linkato 1371 volte)
GIUSTIZIA: SPATARO, INAPPELLABILITA' INUTILE E SBAGLIATA 

GIUSTIZIA: SPATARO, INAPPELLABILITA' INUTILE E SBAGLIATA NON CEDERE SU PRINCIPI, BASTA RIFORMISMO A TUTTI I COSTI

(ANSA) - ROMA, 18 GEN - Una riforma sbagliata e che ''non avrebbe alcuna utilita' al fine di velocizzare i tempi del giusto processo''. Armando Spataro, procuratore aggiunto a Milano, boccia la proposta sull'inappellabilita' delle sentenze di primo grado rilanciata dal premier Silvio Berlusconi; e cosi' prende nettamente le distanze dal collega Nello Rossi che oggi sul Corriere della Sera giudica ''giusta'' una scelta di questo tipo, ricordando che lui stesso l'aveva proposta dieci anni fa. Il suo dissenso, di tipo ''tecnico'' e che non ha nulla a che fare con le vicende giudiziarie del premier, il capo del pool anti-terrorismo di Milano lo esprime su Area, la mailing list del Movimento per la Giustizia e Magistratura democratica, in un lungo intervento in cui dice anche basta al ''riformismo a tutti i costi, anticamera del cedimento sui principi''.

''Non una parola di quello che dici e' condivisibile'', scrive Spataro rivolgendosi a Rossi e ricordandogli innanzitutto che la Corte costituzionale boccio' la riforma Pecorella sull'inappellabilita' non perche' si era utilizzata una legge ordinaria invece di una costituzionale, ma per la ''violazione del principio della parita' tra le parti''. Un principio che Spataro, a differenza del collega, giudica ''insormontabile''. E a Rossi che nell'intervista sostiene che non si possa mettere sullo stesso piano ''l'imputato che soffre il processo ed un ufficio che puo' appellare burocraticamente'', il procuratore aggiunto di Milano replica:

''Faccio il pm da oltre 30 anni e non ho mai ho pensato di appellare una sentenza per bisogni burocratici. E francamente penso che non l'abbia mai fatto alcun Pm''. ''Tu stesso dici, inoltre - scrive ancora Spataro rivolgendosi al collega - che 'gli appelli del PM sono assai pochi'. Ma allora appare evidente che cancellare il diritto all'appello del PM non avrebbe neppure neppure alcuna utilita' al fine di velocizzare i tempi del giusto processo''. ''Hai ragione a dire - prosegue ancora il pm di Milano - che non dobbiamo ragionare seguendo la logica del premier, ma e' proprio per questo che invoco, anche da te, il ritorno ai principi fondanti del nostro ordinamento''.

Spataro chiude il suo intervento ''invitando tutti a ragionare attorno ad un'elementare necessita': la migliore riforma per il futuro e' spesso la difesa dell'esistente... L'ho detto mille volte spesso pensando, in questi tempi che viviamo, a chi sposa la logica del minor danno, anziche' attestarsi sulla strenua difesa delle ragioni per cui abbiamo scelto di fare questo lavoro''. (ANSA). FH 18-GEN-10 16:31 NNN  

L'Intervista

Il procuratore Rossi (Md)
«L' inappellabilità è ragionevole, no all' immobilismo»



ROMA - La voce del procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi è molto ascoltata all' interno di Magistratura democratica (la corrente di sinistra dei magistrati) e lui come in passato, quando era consigliere del Csm, ripete che nei momenti difficili bisogna «sapersi sporcare le mani senza cedere alla tentazione dell' immobilismo». Bisogna «avere coraggio». Anche accettando, «con un paio di corollari sulla prescrizione e sulla collegialità del giudice», la proposta di un «interlocutore ostile» come Silvio Berlusconi che ha rilanciato l' inappellabilità delle sentenze di primo grado. Berlusconi dice: se un giudice indipendente ti assolve in primo grado la partita deve finire lì. Condivide? «La inappellabilità delle sentenze di assoluzione è una scelta giusta. L' ho detto dieci anni fa, assai prima della legge Pecorella, e lo ripeto ora».

Quindi è giusto impedire alla pubblica accusa di fare appello. «In termini di principio, la questione è chiarissima. Se un imputato può essere condannato solo quando la sua colpevolezza è provata "al di là di ogni ragionevole dubbio", come si può negare che una sentenza di assoluzione in primo grado attesti in modo concretissimo che un giudice si è già convinto della innocenza o almeno ha già concretamente dubitato della colpevolezza dell' imputato?». E se il giudice, quel giorno, ha bevuto? «E allora la sentenza di assoluzione è illogica e contraddittoria e in questo caso è la Corte di Cassazione che deve annullarla».

Con quale frequenza i pm vanno in appello? «Gli appelli del pm sono assai pochi. La strada da imboccare è un' altra: valorizzare al massimo il processo di primo grado con la prova che si forma nel contraddittorio». A quali condizioni? «Con 2 indispensabili corollari: aumentare il numero di reati su cui giudica un collegio ed agganciare la prescrizione solo al primo grado. La prescrizione dovrebbe correre sin quando lo Stato tiene sotto processo un individuo. Se è l' imputato che chiede l' appello si va oltre la prescrizione». La Consulta ha già bocciato la legge Pecorella. «Si potrebbe riproporre l' inappellabilità con legge costituzionale. E poi la parità delle parti non mi sembra un argomento insormontabile. E' difficile mettere sullo stesso piano l' imputato che soffre il processo ed un ufficio che può appellare burocraticamente». Perché il premier ha rilanciato l' inappellabilità? «Non so se serve a Berlusconi e non mi interessa neppure. Come ha scritto Fernando Braudel "dirigere i propri pensieri contro qualcuno significa rimanere nella sua orbita".

E non ce lo possiamo più permettere».

Dino Martirano

Chi è Nello Rossi, 62 anni, già consigliere del Csm ed ex segretario dell' Associazione nazionale magistrati, è procuratore aggiunto di Roma e appartiene alla corrente di Magistratura democratica

Martirano Dino
Pagina 10 (18 gennaio 2010) - Corriere della Sera

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Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 14:21:14, in Magistratura, linkato 1246 volte)
Palamara: "Sull'immunità non faremo le barricate. Ma stop al processo breve".

Il Presidente dell'ANM: uscire dal clima dei veleni.

 
La politica torni pure all'immunità parlamentare, se si vogliono davvero rasserenare i rapporti tra politica e giustizia. Sulla reintroduzione dell'autorizzazione a procedere e sul legittimo impedimento, dunque, l'Anm non farà mai le barricate. Però la politica deve sapere anche uscire da questo clima avvelenato: basta con le campagne stampa pilotate, e penso tra le altre alla vicenda del giudice Mesiano. Devono finire poi le intimidazioni e le generalizzazioni sui giudici fannulloni: "E' colpa loro se si fa la legge processo breve", ci è stato detto. Bene, ma sono proprio  queste le riforme che non vogliamo perché hanno un impatto pesantissimo sul sistema. Mentre un Paese moderno ha bisogno soprattutto di un sistema giudiziario che funziona».

Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, di una cosa ormai è sicuro: «Così non si può andare avanti. E' indubbio che dal 1948 l'immunità parlamentare ha rappresentato un momento di grande equilibrio nei rapporti tra politica e magistratura. Nel 1993 fu la politica a decidere di abolire l'immunità e da quel momento ci sono stati ripetuti episodi di fibrillazione con la politica proprio perché sono le leggi dello Stato che dicono al magistrato di procedere nei confronti di chiunque».

Sul «Corriere», il presidente Scalfaro e il procuratore Borraccetti hanno suggerito di tornare. Il vertice dell'Anm sarebbe d'accordo?«Su questo punto bisogna essere chiari. E'una scelta della politica è un tema che riguarda il rapporto tra poltica e cittadini».

 L'Anm, dunque, non farebbe le barricate davanti alla decisione del Parlamento di ripristinare l'articolo 68.
«Non è questo un tema sul quale si possono fare le barricate».

La tregua vale anche per il legittimo impedimento che crea uno scudo processuale provvisorio per le alte cariche?
«Noi dobbiamo preoccuparci di valutare le ricadute delle norme sul sistema. Il legittimo impedimento è una scelta che spetta alla politica e che, da un punto di vista tecnico, numericamente provocherebbe meno guasti del processo breve».

 Se non si stabilisce questa tregua, con l'immunità o con il legittimo impedimento, cosa vede dietro l'angolo?

«Continueranno gli interventi legislativi schizofrenici che hanno segnato la storia degli ultimi 18 anni. Ci sono stati molti interventi legislativi che hanno messo in ginocchio il processo penale, rendendolo sconnesso e incoerente: da un lato ci si lamenta della carcerazione preventiva, dall'altro si introduce la custodia obbligatoria in carcere per i reati di violenza sessuale; da una lato si vuole il processo breve, dall'altro si fa il ddl sul processo penale che consente agli avvocati di portare in aula 300 testimoni».

Sul fronte dei vuoti in organico nelle procure, il ministro Alfano ha detto che il decreto può essere modificato. E' un buon segnale?

«Quello lanciato dal ministro è un segnale positivo. Nella giornata di sabato noi non abbiamo solo voluto lanciare una protesta ma specifiche proposte che ci auguriamo possano essere tenute in debita considerazione dal governo e dal Parlamento. La soluzione è a costo zero: si sospende temporaneamente il divieto e si consente ai magistrati che hanno vinto il concorso recentemente, e che andranno a regime nel 2011, di assumere le funzioni requirenti»

Quando l'Anm parla di «forme anche estreme di mobilitazione» pensate davvero allo sciopero?

«E' giusto che di queste cose si discuta nelle sede adatta, che poi è il nostro comitato direttivo centrale, nella quale non tutto deve finire necessariamente in uno sciopero. Ma oltre alle procure ci sono anche altre emergenze: il carcere, il personale amministrativo che intende scioperare il 5 febbraio, gli avvocati che hanno già scioperato, il drammatico problema delle risorse materiale umane. E non da ultimo l'offensiva della criminalità organizzata a Reggio Calabria che ci consiglia di non abbassare la guardia. Per tutti questi motivi c'è urgenza di riforme vere per la giustizia».

Ma il clima non sembra disteso. Il tribunale di Milano ha respinto l'istanza dell'imputato Silvio Berlusconi per accedere al giudizio abbreviato. Tutto questo non facilita il dialogo

«Attenzione qui bisogna separare le vicende personali dal tema delle riforme. Gli interventi, come ha  suggerito di recente anche il presidente Napolitano, devono avere un carattere organico e sistematico per dare al Paese una magistratura moderna e preparata».

Dino Martirano
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Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 14:30:06, in Politica, linkato 1139 volte)
PROCESSO BREVE: ZANDA, GESTIONE SCHIFANI NEGATIVA


"Non condivido affatto il modo in cui il presidente Schifani ha gestito i lavori dell'Aula di Palazzo Madama su un provvedimento tanto delicato e importante. Un provvedimento per il quale, se diverrà legge, piangeranno molti italiani, molte vittime. Moltissimi cittadini che aspettano il risarcimento dei danni subiti perché i processi verranno interrotti da una legge approvata per motivi ben diversi da quelli che la maggioranza sbandiera da settimane". Così il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda interviene in Senato nel corso della discussione sul processo breve.

"Schifani - continua Zanda - ha avuto per tutto il tempo un atteggiamento negativo nei confronti dell'opposizione. Proprio in relazione alla finalità del provvedimento che, come tutti sanno, mira a salvare il presidente Berlusconi dai suoi problemi con la giustizia, Schifani avrebbe dovuto avere molta prudenza e non l'ha avuta. La sua gestione dei lavori non ci ha convinto per niente. Non ci ha convinto - spiega Zanda - quando ha deciso che la commissione giustizia avrebbe potuto esaminare il provvedimento ma senza potersi esprimere su di esso. Non ci ha convinto quando ha minacciato di togliere la parola ai senatori dell'opposizione sulla base del contenuto delle loro dichiarazioni. Non ci ha convinto quando ha dichiarato inammissibile alcuni degli emendamenti dell'opposizione. Non ci ha convinto - conclude Zanda - quando ha dichiarato ammissibile un emendamento che non lo era al solo fine di tutelare al meglio un provvedimento cucito addosso al premier".  
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DigitPA: Zaccaria (Pd),
No a Giacalone presidente

Brunetta predica meritocrazia
ma pratica il peggior ‘nepotismo’




“Il Pd ha votato contro la nomina di Davide Giacalone a presidente della DigitPA, organismo chiave per l’informatizzazione della Pubblica Amministrazione, incarico per il quale percepirà un’indennità di 315 mila euro: la nomina è stata votata da 24 deputati contro 20”.

Lo rende noto il vicepresidente della commissione Affari costituzionali, il Democratico Roberto Zaccaria, il quale sottolinea che “il dottor Giacalone in base al suo curriculum non risulta idoneo per questo incarico che richiede alte e comprovate competenze scientifiche e manageriali nel campo dell’innovazione tecnologica.

Anche da quanto è chiaramente emerso dal dibattito in commissione, la proposta del ministro Brunetta è basata dal loro antico rapporto di amicizia e la nomina dimostra che il ministro predica bene e razzola male: se questo è l’esempio di quella meritocrazia di cui spesso parla, penso che tutto il mondo scientifico e manageriale avrà la possibilità di giudicare la coerenza del ministro in questo come in altri casi”.

 Roma, 20 gennaio 2010
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Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 14:36:06, in Sindacati Giustizia, linkato 1139 volte)


5 FEBBRAIO 2010:
SCIOPERO DEI LAVORATORI DELLA GIUSTIZIA

 

In allegato la locandina con le assemblee unitarie che verranno svolte in tutta Italia per informare i lavoratori sui motivi dello sciopero del 5 febbraio. Facciamo appello ai lavoratori, alle singole RSU, a coloro che hanno sempre delegato gli altri a rappresentarli, di farsi promotori di assemblee, iniziative sui luoghi di lavoro, momenti di informazione e discussione sull'ipotesi del nuovo contratto integrativo e sulle condizioni di lavoro.
Il 5 febbraio scioperiamo compatti per un contratto dignitoso e per una giustizia al servizio di tutti.
 
 
Saluto tutti
Pina Todisco

Rappresentanze Sindacali di Base Pubblico Impiego
- Confederazione Unitaria di Base -
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Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 14:45:06, in Magistratura, linkato 1366 volte)
giovedì 21 gennaio dalle ore 9.00

Open day al Palazzo di Giustizia
L'Anm si mobilita e invita la cittadinanza, mentre fervono i lavori per accogliere le autorità


Palagiustizia aperto alla cittadinanza nel senso più ampio del termine: studenti, rappresentanti delle istituzioni, dei sindacati, dell'associazionismo e cittadini. La proposta è della sezione bresciana dell'Associazione nazionale magistrati che, con questa iniziativa in programma giovedì 21 gennaio, a partire dalle 9, mette in atto una forma di mobilitazione "diretta - si legge nel comunicato stampa diffuso da Anm - a costruire e continuare il dialogo dei magistrati con tutti i potenziali fruitori del servizio giustizia".

Lo scopo è quello di illustrare le condizioni in cui operano gli uffici giudiziari e l'attività svolta in quelli bresciani, in particolare dare una rappresentazione di quanto è necessario per realizzare l'effettività della giurisdizione e per garantire i diritti e la sicurezza delle persone. Nel corso dell'appuntamento, inoltre, saranno diffuso il rapporto Cepej 2008 che rappresenta gli esiti dell'indagine della Commissione europea per l'efficacia della Giustizia, commissione che dal 2002 mette a confronto i sistemi giustizia nei 46 Paesi che compongono il Consiglio d'Europa.

A fine mese, per la precisione sabato 30 gennaio, il Palagiustizia ospiterà altri dati. Quelli che saranno letti nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. Un appuntamento al quale saranno presenti i vertici del ministero e degli uffici giudiziari del distretto, degli organi di polizia e delle istituzioni politiche.

Per l'occasione a Palazzo fervono i lavori. Una squadra di imbianchini sta provvedendo a "rinfrescare" le già bianche pareti del piano terra consegnate alla città, insieme a tutto il resto, non più tardi di otto mesi fa.

Giornale di Brescia Ore 09:09 mercoledì, 20 gennaio 2010

 * VIDEO TELETUTTO: OPEN DAY IN TRIBUNALE
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Di Loredana Morandi (del 20/01/2010 @ 14:50:59, in Magistratura, linkato 1429 volte)
ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
GIUNTA DISTRETTUALE DI BARI




- TRIBUNALI APERTI -

La Giunta Esecutiva Centrale dell’A.N.M. ha invitato le Giunte Distrettuali ad organizzare delle manifestazioni a livello locale nell’ambito della settimana dedicata al confronto con la società civile, nel periodo dal 20 al 27 gennaio p.v.

I magistrati avvertono sempre più la necessità di un sereno dibattito, di un leale confronto con la società civile al fine di fare comprendere ai cittadini – destinatari finali del servizio giustizia - le difficoltà, i disagi e, soprattutto, le reali condizioni di lavoro in cui si trovano ad operare i magistrati, il personale amministrativo, gli avvocati.

Spesso, per motivi a volte di facile intuizione, si assiste alla descrizione del lavoro dei magistrati, e di tutti gli operatori, in maniera distorta, interessata a porre in luce le disfunzioni del servizio, senza alcun tentativo di analizzare le cause e di tentare di porvi rimedio con serietà e concretezza.

In questo contesto

LA GIUNTA DISTRETTUALE di BARI

Organizza i seguenti incontri:

BARI: venerdì 22 gennaio 2010 h.9.00, presso il Palazzo di Giustizia di Bari (Tribunale Civile, piazza E. De Nicola) INCONTRO con le scolaresche.

Nell’occasione alcune classi della scuola media “Primo LEVI” di Bari, unitamente ai loro insegnanti, saranno accolte dal Presidente del Tribunale di Bari, dr. SAVINO e poi accompagnate ad effettuare una visita guidata presso il Palazzo di Giustizia.

Al termine i magistrati risponderanno alle domande dei ragazzi.

TRANI: martedì 25 gennaio, presso il Palazzo di Giustizia, incontro con gli alunni di alcuni istituti di scuola media superiore.

Bari, 20 gennaio ’10

Il Presidente Salvatore Casciaro
Il segretario Marco Guida
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