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 .. riflessi in un cactus ..... di Lunadicarta
 
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Giustizia non esiste là dove non vi è libertà.

Luigi Einaudi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 10/03/2010 @ 09:09:33, in Magistratura, linkato 1549 volte)
Il Tar ha sbagliato a escludere il Pdl a Roma.

Ecco perché

di Redazione

«Le sentenze, ovviamente, si rispettano». È questa la voce che rimbalza dal Quirinale. Giusto. E noi, con tutto il rispetto che gli è dovuto, diciamo che il Tar del Lazio a torto ha deciso con ordinanza di non riammettere in via cautelativa la lista del Pdl della provincia di Roma, esclusa dalla Corte d’appello. Ci guarderemo bene dal fargliene una colpa. Perché la questione è particolarmente complessa. Tant’è vero che se da un lato il Tar del Lazio ha escluso l’applicazione del decreto legge, dall’altro l’ufficio centrale circoscrizionale ne ha tenuto conto. Come prova la circostanza che ha permesso ai delegati del Pdl di presentare la lista provinciale di Roma. A riprova che l’Italia è sì la culla del diritto, ma al tempo stesso del suo rovescio.

Emma Bonino, la vispa Teresa radicale fedele nei secoli a Pannella come un carabiniere, ha appena compiuto gli anni. Auguri e figli maschi! Alla pronuncia del Tar del Lazio, ha esclamato: «Una boccata di legalità. I giudici hanno fatto il loro mestiere». Bene, brava. Ma se così non fosse? Si dà il caso che la decisione dell’organo di giustizia amministrativa desta, per usare un eufemismo, non poche perplessità. Difatti ha affermato che il decreto “salva liste” non «può trovare applicazione perché la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione». E ha aggiunto che «a seguito dell’esercizio della potestà legislativa regionale, la potestà statale non può trovare applicazione nel presente giudizio».
Da un punto di vista astratto, il discorso fila. Ma in pratica, sempre con rispetto parlando, fa acqua da tutte le parti.

Partiamo dalla Costituzione. L’articolo 122, così come modificato in solitudine dal centrosinistra nel 1999, che ha maltrattato più del dovuto la lingua italiana, dispone al primo comma che «Il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi». Si tratta perciò di legislazione concorrente tra Stato e regioni. Il Parlamento nazionale sforna le leggi cornice e le regioni si muovono legittimamente entro questi perimetri. A questo punto le regioni a statuto ordinario si distinguono in due categorie. A quelle che non si sono date una legge elettorale ad hoc, si applica ancora la legislazione statale. Alle altre no. La regione Lazio rientra in questa seconda categoria. Ha approvato la legge 13 gennaio 2005, n.2. Detta così, sembrerebbe aver ragione il Tar del Lazio. Senonché la legge della regione Lazio non detta norme in materia di presentazione delle liste. E stabilisce che «Per quanto non espressamente previsto, sono recepite» le leggi statali. Perciò il decreto legge doveva essere senz’altro applicato.
Né varrebbe avvalersi del cavillo secondo il quale il recepimento tradurrebbe in regionale la legislazione statale e impedirebbe perciò un decreto legge di interpretazione autentica.

Difatti la stessa Corte costituzionale (sentenza n. 196 del 2003) ha osservato che «la legge statale continua a spiegare l’efficacia che le è propria». E poi la legge del Lazio prevede anche che «Si applicano, inoltre, in quanto compatibili con la presente legge, le altre disposizioni vigenti nell’ordinamento in materia». Recepire e applicare sono al postutto sinonimi. Ecco perché il Tar del Lazio non poteva prescindere dal decreto. Le sentenze vanno rispettate. Sicuro. Ma non è giusto che a rimetterci sia chi, come il Pdl, ha perfettamente ragione. Nonostante tutto.

Il Giornale
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Di Loredana Morandi (del 10/03/2010 @ 09:05:53, in Magistratura, linkato 1523 volte)
Caos liste, sarà un voto "sub iudice"
La parola passa al Consiglio di Stato


L’ufficio elettorale del tribunale non ha ammesso la lista del Pdl per la Provincia di Roma alle prossime elezioni regionali. La lista, al momento, anche a seguito della decisione di ieri del Tar, rimane perciò esclusa dalla consultazione elettorale.

La documentazione era stata depositata ieri dai delegati del Pdl grazie al decreto salvaliste che aveva di fatto riaperto i termini per la presentazione. Ne avevano approfittato anche i militanti della lista "Rete liberal Sgarbi" consegnando una integrazione alla propria documentazione. Ma anche questa lista è stata nuovamente respinta. È possibile che alla base della decisione dell’ufficio elettorale sulla lista Pdl ci sia anche la valutazione espressa ieri dal Tar, secondo il quale non è ammissibile alcuna integrazione dal momento che stando ai verbali dei carabinieri la prima documentazione non è stata consegnata in tempo, nè vi è certezza che quella depositata alle 19.30 non sia stata modificata.

Con la bocciatura dell’ufficio elettorale del Lazio alla rinnovata richiesta del Pdl di essere riammesso in lista, cade anche l’ultima speranza per il centrodestra di avvalersi del decreto «salva liste». Ora, dunque, tutto è riposto nelle mani del Consiglio di Stato. Solo i supremi giudici amministrativi di Palazzo Spada avranno la parola finale sulle liste del Pdl nel Lazio e di Formigoni in Lombardia. Ma la situazione è talmente ingarbugliata che l’appuntamento elettorale del 27 e 28 marzo rischia di tenersi «sub iudice». Il Consiglio di Stato, infatti, pur fissando nel giro di pochi giorni l’udienza, deciderà non nel merito dei ricorsi ma soltanto sulla sospensiva delle decisioni adottate in primo grado dal Tar del Lazio (che sempre in via cautelare ha escluso ieri la lista del Pdl), e dal Tar della Lombardia (che oggi ha confermato anche nel merito l’ammissione della lista Formigoni).

Il verdetto finale di merito dei supremi giudici amministrativi potrebbe arrivare dunque a elezioni concluse. E causare la cancellazione dei risultati ottenuti. Ecco perchè il guazzabuglio giuridico a suon di ricorsi e controricorsi (non solo amministrativi ma anche alla Corte Costituzionale cui si è rivolta la Regione Lazio impugnando il decreto «salva liste») non può che avere come naturale appendice il dilemma politico se far slittare l’appuntamento elettorale. Soprattutto nel Lazio, dove la candidata del centrosinistra, la radicale Emma Bonino, ha chiesto il rinvio di un mese sui cui però il vertice del Pd è contrario. Nel frattempo il premier Silvio Berlusconi sembra voler entrare nel pieno della campagna elettorale, con una grande manifestazione da tenersi a proprio a Roma per presentare i 13 candidati governatori del centrodestra.

In una situazione politica incandescente, la battaglia legale andrà avanti a Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato: domani mattina il Pdl presenterà il ricorso contro la decisione del Tar del Lazio di escludere dalle liste il centrodestra (anche se il listino della candidata presidente Renata Polverini è stato ammesso), mentre un analogo appello è stato preannunciato dal candidato per il centrosinistra alle regionali della Lombardia, Filippo Penati, contro la decisione del Tar di dichiarare regolari le firme della lista Formigoni. Il primo ricorso sarà per sospendere la decisione cautelare dei magistrati di primo grado, per cui i legali del Pdl chiederanno che venga discusso in udienza entro sabato prossimo. La decisione spetterà alla quinta sezione del Consiglio di Stato, competente in materia elettorale. Ma si tratterà di un verdetto preliminare che, in caso di accoglimento dell’appello contro il Tar, potrebbe sì far tornare a correre il Pdl, ma in via temporanea: la decisione di merito, infatti, arriverà non prima di maggio (datà già fissata dal Tar). Nel frattempo le elezioni (salvo eventuali rinvii) si saranno già svolte. Con il rischio di un successivo annullamento. Un guazzabuglio giuridico e politico, appunto.

La Stampa

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Di Loredana Morandi (del 09/03/2010 @ 15:49:39, in Giuristi, linkato 1572 volte)
Giustizia: domani lo sciopero degli avvocati
contro ritardi riforma forense


Roma, 9 mar. - (Adnkronos) - Riforma forense: "La calendarizzazione non basta". E' questo lo slogan di tutte le sigle dell'avvocatura che domani si asterranno dalle udienze, per manifestare contro i ritardi nell'approvazione della riforma forense e "contro ogni tentativo di corromperne l'impianto".

I motivi dello sciopero vengono ricordati da una nota dell'Unione camere penali italiane, che sottolinea che domani dalle 10 al Teatro Capranica ci saranno tutti i rappresentanti della verie sigle dell'avvocatura, di cui sono previsti molti interventi.

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Di Loredana Morandi (del 09/03/2010 @ 15:38:39, in Magistratura, linkato 1427 volte)
Dal governo 3,5 milioni
per il nuovo tribunale di Milano


Martedí 09.03.2010 14:19

Un finanziamento di 3,5 milioni di euro destinato al tribunale di Milano e' stato stanziato dal ministero dell'Economia. La decisione e' stata resa nota oggi ai giornalisti durante una conferenza stampa, tenuta dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, dal presidente del tribunale di Milano, Livia Pomodoro, dal sindaco di Milano, Letizia Moratti e dal sottosegretario all'Economia, Luigi Casero. Durante la conferenza stampa non e' stato pero' concesso ai giornalisti di fare domande ne' sul merito del finanziamento ne' su altro.

"E' il primo passo di uno sforzo per ridurre l'arretrato nei processi - ha detto il ministro - in trent'anni abbiamo accumulato circa 5,6 milioni di cause civili". Soddisfatta anche il sindaco di Milano, Letizia Moratti: "siamo felici di collaborare a questo progetto con il ministero della Giustizia - ha detto il sindaco - pensiamo di poter dare all'iniziativa un contributo dal punto di vista tecnico e logistico.

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Di Loredana Morandi (del 09/03/2010 @ 15:34:41, in Magistratura, linkato 1363 volte)
Il Csm contro Berlusconi:
«Ci delegittima, democrazia a rischio»


Il Csm ha il «dovere costituzionale di ristabilire pubblicamente la credibilità e la dignità della funzione giudiziaria», perché non è «ammissibile una delegittimazione di una istituzione nei confronti dell'altra». Lo sottolinea la Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura in una pratica a tutela di diversi magistrati dopo alcune accuse mosse dal premier Silvio Berlusconi. Pratica approvata oggi all'unanimità dall'organismo di Palazzo dei Marescialli, che domani sarà discussa in plenum. Per il Csm «non può essere consentito che venga genericamente e indiscriminatamente gettato forte discredito sulla intera magistratura, o su una parte significativa di essa, mettendo a rischio l'equilibrio stesso tra poteri e ordini dello Stato sul quale è fondato l'ordinamento democratico di questo Paese».

La pratica fa riferimento a diverse dichiarazioni rese da Berlusconi e riportate dalla stampa. Fra queste, quelle «in cui si definiscono atti di follia ed inutili sprechi finanziari delicate inchieste giudiziarie su stragi ed altri gravissimi reati che hanno ferito la Repubblica», le dichiarazioni rilasciate dal presidente del Consiglio contro le Procure di Palermo e di Milano e contro «i pubblici ministeri ed i giudici in genere». Fino alle dichiarazioni sui magistrati «peggio di Tartaglia» e a quelle rilasciate all'indomani della sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la quale è stata annullata senza rinvio la sentenza di condanna dell'avvocato Mills per intervenuta prescrizione del reato di corruzione, quando Berlusconi disse: «Siamo in mano a una banda di talebani che perseguono fini eversivi».

Il Sole 24 ore

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Di Loredana Morandi (del 09/03/2010 @ 15:22:30, in Magistratura, linkato 1507 volte)
Copio questo articolo di Fazzo per Il Giornale perché induce ad alcune riflessioni, soprattutto oggi quando l'israeliano Peres, a braccetto con il vice presidente statunitense Bides, tuoneggia di espellere l'Iran dall'Onu. Proprio lui che ha inviato un clown presso il parlamento delle nazioni unite per sbeffeggiare il presidente iraniano  Ahmadinejad durante la famosa relazione sui crimini di guerra israeliani a Gaza.
Così anche di fronte alla sì netta bravura mostrata dai partner internazionali, la più saggia tra le mie famosissime domande stupide suggerisce: E se quest'ultima inchiesta internazionale del grande magistrato fosse in realtà un sgambetto di quei servizi, che tanto egli ha contrastato? Il Mossad è ovunque in Italia e nell' 1986 rapiva qui Vanunu, l'ingeniere israeliano cui si deve la divulgazione della notizia della "Atomica" di Israele. Prima, nel 1972, ad un passo dalle finestre del Papa, gli uomini del Mossad uccisero il giornalista Wael Zuaiter, commettendo omicidi identici in mezza europa contro membri e delegati di Fatah. Le risposte giungeranno con l'avanzare del procedimento nel tempo, ma una indaginetta per verificare l'attendibilità del traduttore dal farsi ci starebbe bene, erano infatti in molti a desiderare il "posto" di Masoumi Nejad..

Spataro, il pm castigatutti
che fa arrabbiare Usa e Iran


di Luca Fazzo

Milano«Il governo italiano deve rispondere del suo comportamento indecente nei confronti di Masoumi Nejad. Il piano infantile del governo italiano per arrestare il corrispondente dell’Irib (la tv di Teheran, ndr), accompagnato da una messa in scena davvero ridicola, riporta in mente una scena di satira politica più che una realtà. Il governo italiano sta mettendo a repentaglio il suo prestigio». (Alì Larijani, presidente del Parlamento della Repubblica Islamica dell’Iran, protesta domenica scorsa contro l’arresto per traffico d’armi in Italia del giornalista Masoumi Nejad).
E pensare che il governo italiano non ne sapeva niente. Davvero. Anche se per la mentalità del governo di Teheran è difficile credere che la retata che ha portato in carcere il corrispondente a Roma della tv iraniana, il riservato e industrioso reporter Nejad Masoumi, non è stata ordinata da Palazzo Chigi per punire Masoumi dei suoi reportage sull’Italia di Berlusconi. Eppure è così. Lo dimostra non solo il palese contropiede in cui la reazione iraniana ha colto la Farnesina, con il ministro Frattini costretto a chiedere a Gianni De Gennaro, coordinatore dei nostri servizi segreti, che diavolo fosse tutta questa faccenda. Ma lo dimostra ancora di più il nome del magistrato che ha chiesto e ottenuto l’arresto di Masoumi: ovvero Armando Spataro, procuratore aggiunto a Milano. Che di tutto potrà essere accusato, ma non di essere un disciplinato esecutore dei desideri del Cavaliere.
Così è da qui, dal corridoio al quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano, su cui si affaccia l’ampio ufficio di Spataro, che si deve partire se si desidera davvero capire il giallo spionistico e diplomatico che agita i già difficili rapporti tra Italia e Iran. Giallo, in realtà, già fin troppo chiarito dalle carte dell’inchiesta, pubblicate sabato scorso sul Giornale, che lasciano pochi dubbi - con buona pace dei vertici di Teheran - sul singolare modo con cui Nejad Masoumi interpretava la sua missione di giornalista. Ma che rimanda ad un secondo e più ostico mistero. Come è possibile che una sola Procura, anzi, un singolo magistrato, sia riuscito nel giro di (relativamente) poco tempo a pestare i calli ai servizi segreti ed ai governi di tre Paesi, due dei quali alleati (anche se con qualche incomprensione), e uno invece di tutt’altra sponda, membro e anzi capofila dell’elenco di nazioni marchiate come Stati canaglia?
Eppure è così. Perché dietro al «Masoumi-gate» c’è sempre lui: Armando Spataro, 61 anni appena fatti. È il magistrato che ha fatto incriminare e condannare una sfilza di agenti della Cia per il rapimento dell’imam radicale Abu Omar. Che ha fatto inferocire il Pentagono incastrando anche il comandante della base militare di Aviano. Che è diventato la bestia nera dei nostri servizi segreti militari, puntando il dito contro il loro potente capo Nicolò Pollari. Che è entrato per questo in rotta di collisione con i governi di centrosinistra e centrodestra. Che se l’è presa persino con la Corte Costituzionale. Che in America è diventato una sorta di icona liberal. E che, conclusa la «campagna» Abu Omar, ora spariglia le carte e se la prende con gli iraniani, ribaltando tutto e trasformandosi in una manciata di giorni da eroe degli antimperialisti a persecutore del dissenso anti-Cav.
«L’azione penale è obbligatoria, la magistratura è autonoma, e davanti alla legge tutti sono uguali», spiegava qualche tempo fa, a chi gli chiedeva come mai si fosse dedicato con tanta passione a dare la caccia ai maldestri 007 della Cia. Ed è probabile che direbbe le stesse cose se oggi gli chiedessero di spiegare il Masoumi-gate. Okay. Ma basta questo, a spiegare il fenomeno «Spataro contro il Resto del Mondo»? Qual è la vera molla che muove Spataro?
Inevitabile che qualcuno dica: l’ambizione. Ma Spataro sa bene che le sue chance di arrivare sulla poltrona di procuratore capo sono ridotte, oscurate dalle candidature di Ferdinando Pomarici e Edmondo Bruti Liberati. E allora per spiegare la determinazione con cui ogni tanto fa irruzione a colpi di manette negli scenari della diplomazia internazionale forse bisogna rassegnarsi alla spiegazione più banale: ci crede, gli piace. Per alcuni aspetti, forse, si diverte persino. D’altronde per raccontare il personaggio, può aiutare una battuta fatta anni fa, in una intervista mai pubblicata, quando aveva da poco iniziato ad occuparsi di antimafia: «Cosa manca a Milano? La Juventus. E un paio di pentiti che ci aiutino a fare piazza pulita».

Il Giornale
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L'amarezza del presidente emerito della Repubblica Ciampi
"Aberrante episodio di torsione del sistema democratico"

"E' il massacro delle istituzioni
ora proteggiamo il Quirinale"


di MASSIMO GIANNINI

ROMA - Benvenuti nella Repubblica del Male Minore. Cos'altro si può dire di un Paese che ormai, per assecondare i disegni plebiscitari di chi lo governa, è costretto ogni giorno ad un nuovo strappo delle regole della civiltà politica e giuridica, nella falsa e autoassolutoria convinzione di aver evitato un Male Maggiore? Carlo Azeglio Ciampi non trova altre formule: "La strage delle illusioni, il massacro delle istituzioni...". Ancora una volta, l'ex presidente della Repubblica parla con profonda amarezza di quello che accade nel Palazzo. Dopo il Lodo Alfano, il processo breve, lo scudo fiscale, il legittimo impedimento, il decreto salva-liste è solo l'ultimo, "aberrante episodio di torsione del nostro sistema democratico". Il "pasticciaccio di Palazzo Chigi" non è andato giù all'ex capo dello Stato, che considera il rimedio adottato (cioè il provvedimento urgente varato venerdì scorso) ad alto rischio di illegittimità costituzionale. E la clamorosa sentenza pronunciata ieri sera dal Tar del Lazio, che respinge il ricorso per la riammissione della lista del Pdl nel Lazio, non arriva a caso: "È la conferma che con quel decreto il governo fa ciò che la Costituzione gli vieta, cioè interviene su una materia di competenza delle Regioni. Speriamo solo che a questo punto non accadano ulteriori complicazioni...", dice.

Dopo il ricorso già avanzato da diverse giunte regionali, potrebbe persino accadere che, ad elezioni già svolte, anche la Consulta giudichi quel decreto illegittimo, con un verdetto definitivo e a quel punto davvero insindacabile. Questo preoccupa Ciampi: "Il risultato, in teoria, sarebbe l'invalidazione dell'intero risultato elettorale. Il rischio c'è, purtroppo. C'è solo da augurarsi che il peggio non accada, perché a quel punto il Paese precipiterebbe in un caos che non oso immaginare...". (omissis)

Ora si pone un interrogativo inquietante: questo disastro si poteva evitare? E se sì, chi aveva il potere di evitarlo? Detto più brutalmente: Giorgio Napolitano poteva non autorizzare la presentazione del decreto legge del governo? Ciampi vuole evitare conflitti con il suo successore, al quale lo lega un rapporto di affetto e di stima: "Non mi piace mai giudicare per periodi ipotetici dell'irrealtà. Allo stesso tempo, trovo sbagliato dire adesso "io avrei fatto, io avrei detto...". Ognuno decide secondo le proprie sensibilità e secondo le necessità dettate dal momento. Napolitano ha deciso così. Ora, quel che è fatto è fatto. Lo ripeto: a questo punto è stata imboccata una strada, e speriamo solo che ci porti a un risultato positivo...". Ma in questa occasione non si può negare che il Quirinale sia dovuto passare per la cruna di un ago particolarmente stretta, e che secondo molti ne sia uscito non proprio al meglio. In rete e sui blog imperversano le critiche: Scalfaro e Ciampi, si legge, non avrebbero mai messo la firma su questo "scempio". Al predecessore di Napolitano questo gioco non piace: "Queste sono cose dette un po' a sproposito". Come non gli piacciono le rischieste di impeachment che piovono sull'inquilino del Colle dall'Idv: "Ma che senso ha, adesso, sparare sul quartier generale? Al punto in cui siamo, è nell'interesse di tutti non alimentare la polemica sul Quirinale, e semmai adoperarsi per proteggere ancora di più la massima istituzione del Paese...".

Premesso questo, Ciampi non si nega una netta censura politica di quanto è accaduto: "Io credo che la soluzione migliore sarebbe stata quella di rinviare la data delle elezioni. Ma per fare questo sarebbe stata necessaria una volontà politica che, palesemente, nella maggioranza è mancata. Ma soprattutto io credo che sarebbe stato necessario, prima di tutto, che il governo riconoscesse pubblicamente, di fronte al Paese e al Parlamento, di aver commesso un grave errore. Sarebbe stato necessario che se ne assumesse la responsabilità, chiedendo scusa agli elettori e agli eletti. Da qui si doveva partire: a quel punto, ne sono sicuro, tutti avrebbero lavorato per risolvere il problema, e l'opposizione avrebbe dato la sua disponibilità a un accordo. Bisognava battersi a tutti i costi per questa soluzione della crisi, e inchiodare a questo percorso chi l'aveva causata. Ma purtroppo la maggioranza, ancora una volta, ha deciso di fuggire dalle sue responsabilità, e di forzare la mano". I risultati sono sotto gli occhi di tutti: "Di nuovo, assistiamo sgomenti al graduale svuotamento delle istituzioni, all'integrale oblio dei valori, al totale svilimento delle regole: questo è il male oscuro e profondo che sta corrodendo l'Italia".

Su questo piano inclinato, dove si fermeranno lo scivolamento civico e lo smottamento repubblicano? "Vede  -  osserva Ciampi  -  proprio poco fa stavo rileggendo il De senectute di Cicerone: ci sarebbe bisogno di quella saggezza, di quell'amore per la civiltà, di quell'attenzione al bene pubblico. E invece, se guardiamo alle azioni compiute e ai valori professati da chi ci governa vediamo prevalere l'esatto opposto". Aggressione agli organi istituzionali, difesa degli interessi personali: l'essenza del berlusconismo  -  secondo l'ex capo dello Stato - "è in re ipsa, cioè sta nelle cose che dice e che fa il presiedente del Consiglio: basta osservare e ascoltare, per rendersi conto di dove sta andando questo Paese". Già qualche mese fa Ciampi aveva rievocato, proprio su questo giornale, l'antico principio della Rivoluzione napoletana di Vincenzo Cuoco sulla felicità dei popoli "ai quali sono più necessari gli ordini che gli uomini", e poi il vecchio motto caro ai fratelli Rosselli, "non mollare", poi rideclinato da Francesco Saverio Borrelli nel celebre "resistere, resistere, resistere".

Oggi l'ex presidente torna su queste "urgenze morali", per ribadire che servono ancora tanti "atti di coraggio", se vogliamo difendere la nostra democrazia e la nostra Costituzione. "I miei sono lì, sono le firme che non ho voluto apporrre su alcune leggi che mi furono presentate durante il settennato, e che successivamente mi sono state rinfacciate in Parlamento, come se si fosse trattato di atti "sediziosi", o decisioni "di parte". E invece erano ispirati solo ai principi del vivere civile in cui ho sempre creduto, e che riposano sulla sintesi virtuosa dei valori e delle istituzioni". Tra i 2001 e il 2006 Ciampi non potè rinviare alle Camere tutte le leggi-vergogna del secondo governo Berlusconi, perché in alcune di esse mancava il vizio della "palese incostituzionalità" che solo può giustificare il diniego di firma da parte del capo dello Stato. Ma dalla riforma Gasparri sul sistema radiotelevisivo alla riforma Castelli sull'ordinamento giudiziario, Ciampi pronunciò alcuni "no" pesantissimi.

Nonostante questo, anche a lui tocca oggi constatare che quella forma di "pedagogia repubblicana", necessaria ma non sufficiente, è servita a poco o a nulla. "Cosa vuole che le dica? Purtroppo questo è il drammatico paesaggio italiano, né bello né facile. E questo è anche il mio più grande rimpianto di vecchio: sulla soglia dei 90 anni, mi accorgo con amarezza che questa non è l'Italia che vagheggiavo a 20 anni. Allora ci svegliavamo la mattina convinti che, comunque fossero andate le cose, avremmo fatto un passo avanti. Oggi ci alziamo la mattina, e ogni giorno ci accorgiamo di aver fatto un altro passo indietro. E' molto triste, per me che sono un nonuagenario. Ma chi è più giovane di me non deve perdersi d'animo, e soprattutto non deve smettere di lottare". Sabato prossimo Ciampi non andrà in piazza, per sfilare in corteo contro il "pasticciaccio" di Berlusconi: "Non ho mai aderito a manifestazioni, e comunque le gambe non mi reggerebbero...", dice. Ma chissà: magari con vent'anni di meno ci sarebbe andato anche lui.

http://www.repubblica.it/politica/2010/03/09/news/parla_ciampi-2560836/
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Di Loredana Morandi (del 09/03/2010 @ 11:07:41, in Economia, linkato 1456 volte)
Archivio Vasari: sospesa l'asta per la vendita
Accettato il ricorso degli eredi contro il prezzo base

(ANSA) - ROMA, 9 MAR 2010 - E' stata sospesa all'ultimo momento l'asta fissata per questa mattina ad Arezzo per la vendita dell'Archivio Vasari. La decisione e' stata presa dal giudice per le esecuzioni immobiliari di Arezzo, che ha accettato il ricorso presentato ieri dalla famiglia Festari, in merito al prezzo base fissato per l'asta. Sospeso anche il pagamento del debito dovuto dagli eredi ad Equitalia per tasse non pagate. Il prezzo base era stato fissato in 2,6 milioni di euro.

***
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Niente russi per l'archivio del Vasari, gli eredi pronti a pagare
Debito con il fisco rischiava di far pignorare preziosi carteggi


Probabilmente non andrà all'asta stamattina alle 10, come fissato, l'archivio di Giorgio Vasari con il suo preziosissimo contenuto, tra cui spiccano 17 lettere autografe di Michelangelo, nella Casa Museo di via XX Settembre ad Arezzo. L'archivio, oggetto di pignoramento su istanza della Equitalia Cerit Spa, dovrebbe infatti restare nelle mani degli attuali proprietari, i conti aretini Festari, legittimi eredi del pittore e storico che con le sue 'Vite' raccontò la biografia di molti geni rinascimentali. I Festari - il cui archivio è stato dato a garanzia per un debito con il fisco - sarebbero pronti pagare ad Equitalia i circa 700mila euro necessari ad estinguere il pignoramento. I termini per saldare il debito scadono stamattina. Se non fossero onorati, sulla vendita dell'archivio si riaprirebbe una partita 'privata', anche se si tratta di un bene sottoposto ad una serie di vincoli, fra cui spicca quello pertinenziale, che il ministero dei Beni Culturali ha posto nel 1994, e che quindi lega strettamente l'archivio alla casa-museo aretina. Al momento, tutto indica che gli eredi del Vasari riusciranno a pagare il debito: i soldi arriverebbero, secondo quanto confermato ad Apcom dal legale dei Festari, l'avvocato Guido Cosulich, da imprenditori di ambienti romani legati alla trattativa, che tanta polemica suscitò all'epoca, con i russi della holding che opera nel campo dell'edilizia Ross Engineering. Lo Stato gode di un diritto di prelazione che scadrà il 20 marzo, dopo il quale la vendita sarebbe accessibile ai privati. In questo caso i russi, che avevano presentato una offerta per acquistare l'archivio al modico prezzo di 150 milioni di euro, sarebbero in pole position. Tutte queste ipotesi sfumano in caso di rientro in gioco degli eredi. La trattativa con i russi è già chiusa, dice l'avvocato. Ma se gli eredi del Vasari non dovessero saldare il debito contratto col fisco, e si arrivasse all'asta tutti sperano, sindaco di Arezzo in primis, che a fare 'il grande passo' ed acquistare l'archivio per lasciarlo nel suo luogo attuale sia il ministero dei Beni culturali. Il prezzo di base d'asta è di 2,6 milioni di euro: nulla rispetto ai 150 milioni che sono pronti a pagare i russi. Apa/Tai

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ARCHIVIO VASARI ALL'ASTA:
DAVERIO "UN PATRIMONIO CHE CI INVIDIA IL MONDO"


Il critico Philippe Daverio a CNRmedia: "Il nostro Paese se ne frega del patrimonio culturale, un po' come avviene con l'emergenza PM10: una domenica senz'auto e il problema smog è risolto"
Un altro pezzo della nostra storia più grande e invidiata nel mondo potrebbe sparire, acquistato da un privato o da una fondazione che di fatto ne escluderebbe la visione ai più: stiamo parlando della vendita all'asta dell'archivio di Giorgio Vasari, domani, 9 marzo, presso il Museo di Casa Giorgio Vasari, ad Arezzo.
Partenza d'asta, eseguita da Equitalia Cerit Spa, due milioni e 600mila euro. Il sindaco di Arezzo ha chiesto nei giorni scorsi che un bene così prezioso, pignorato alla morte del suo proprietario, venga acquistato dal Ministero dei Beni culturali. Ad oggi si può solo contare sul fatto che l'archivio non valichi i nostri confini: il ministero ha  disposto nel '94 il vincolo pertinenziale, ribadito dal Tar della Toscana nel '98. Una scelta che scongiura l'acquisto da parte di Mosca: secondo voci di corridoio i russi erano disposti a sborsare 150 milioni di euro per accaparrarselo.
"Giorgio Vasari è un bravo pittore della metà del '500, ma soprattutto è l'autore della prima storia degli artisti italiani: Vasari racconta la vita dei suoi colleghi contemporanei, ma viaggia anche per paesi e città a raccogliere le testimonianze di chi conobbe pittori e scrittori già morti al tempo delle sue ricerche. Vasari offre col suo lavoro un mirabile spaccato della realtà artistica del Cinquecento, lasciando documenti che sono di inestimabile valore per il mondo, non solo per l'Italia, perché il Cinquecento italiano non è un patrimonio solo nazionale ma eterno e universale" così spiega l'importanza del Vasari a CNRmedia il critico d'arte Philippe Daverio.
Com'è possibile che un bene tanto prezioso finisca all'asta, con il rischio di perderne in seguito le tracce? "L'Italia parla di beni culturali, ma se ne frega completamente: noi siamo un Paese espiatorio, dove si fanno delle cose per finta per evitare di fare quelle vere. Il rapporto dell'Italia col caso Vasari non è dissimile da quello dell'Italia con le polveri sottili: facciamo il finto gesto espiatorio di una giornata senza automobili nel centro di Milano e di Torino, c'è l'uno per diecimila dello sporco e ci dimentichiamo del resto. Si notifica una sedia o un portacenere, e poi scordiamo le cose importanti".
L'archivio Vasari è importante quanto un dipinto o una scultura: "La nostra visione popolare e trasversale, e quindi a volte ministeriale, delle questioni culturali riguarda solo pittura e scultura, dimenticando che la vera e più potente delle documentazioni della cultura di un Paese sono gli archivi. Mi auspico che il ministro Bondi, colto da un attimo di sensibilità, emetta il denaro per acquistare l'archivio Vasari. Non dimentichiamoci che sono parecchi soldi, ma si può fare. Le fondazioni di alcune banche potrebbero avere i fondi, anche se la crisi le ha impoverite parecchio. Poi potrebbe mettere mano al portafogli il nostro presidente del Consiglio, che potrebbe pensare a una Fondazione Berlusconi".

Francesca Sassoli CNRmedia 08/03/10
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Di Loredana Morandi (del 09/03/2010 @ 10:53:35, in Politica, linkato 1223 volte)

Più politici e meno avvocati
   
MARCELLO SORGI

Questa del Tar di Roma, che doveva riammettere la lista del Pdl per le regionali del Lazio, sarà la quinta o sesta, tra ordinanze e sentenze, che in questa incredibile guerra giudiziaria che ha sostituito la campagna elettorale, finora sono servite solo a rendere incerto anche l'esito finale delle elezioni.

Se la vertenza ha avuto come epicentri le due capitali italiane, nessuno infatti può escludere un contagio e un’epidemia di ricorsi anche dopo i risultati. Nell’illusione, per la verità prevedibile fin dall’inizio di questo pasticcio, che a furia di rimettere in discussione - e se possibile annullare qua e là - le votazioni, si possa tornare alle urne e cambiare i risultati finché si vuole. A questo punto l'unica cosa chiara è che il famigerato «decreto interpretativo», che ha portato l’assedio fin sotto il Quirinale, s’è rivelato inutile oltre che controproducente. A Milano, approfittando del fatto che non era stato ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, la magistratura ha preferito prescinderne esplicitamente.

A Roma, i giudici amministrativi hanno concluso che, seppure, come diceva il decreto, la presenza dei rappresentanti del Pdl doveva considerarsi sufficiente a presumere che la lista stava per essere presentata, non c’era nessuna prova né che la delegazione del partito fosse materialmente presente, né che fosse pronta a consegnare la documentazione. La verità può essere interpretata, ovviamente. Ma appunto, un’interpretazione vale l’altra, e quella dei giudici ha prevalso.

Ma siccome alla follia non c'è limite - e una sorta di tarlo ha ormai preso tutti i contendenti, facendoli sembrare fuori di senno - c’'è perfino chi pensa che la guerra giudiziaria debba continuare. Incuranti del monito del ministro dell'Interno Maroni, che ha consigliato di chiuderla qui, gli esponenti romani del partito di Berlusconi e i sostenitori della candidata Polverini si aspettano che oggi la lista cassata ieri dai giudici amministrativi - che a loro volta avrebbero dovuto contraddire i magistrati della Corte d’Appello - sia riammessa in extremis dall’ufficio elettorale del tribunale romano davanti al quale ieri intanto l’hanno ripresentata. A loro volta gli avversari del Pd - che tramite la giunta regionale di centrosinistra della Regione Lazio hanno fatto ricorso contro il decreto del governo davanti alla Corte Costituzionale - hanno annunciato che se il Tribunale riammetterà la nuova lista del Pdl, loro faranno un altro ricorso al Tar per ottenere la sospensione della riammissione.

Ecco perché tenere la contabilità delle istanze, dei ricorsi, degli appelli e delle sentenze - provvisorie perché c’è sempre un tempo supplementare della partita - ormai è impossibile. Non ci riuscirebbe neppure Kafka, lo scrittore che così mirabilmente descrisse la disperazione di un uomo davanti alle contraddizioni della giustizia. Il paradosso è che ciascuno loda, o impreca contro, i magistrati di varia estrazione a cui è stato affidato il destino politico di queste elezioni, secondo il tenore delle loro decisioni. E ognuno annuncia una carta segreta, una procedura particolare, una norma interposta, e insomma una mossa del cavallo, grazie alla quale il gioco può essere riaperto all’infinito.

Non ce n’è uno - uno solo basterebbe! - che invece sia capace di dire a voce alta quel che molti hanno già capito. E cioè che per questa strada, presto o tardi, non è un’esagerazione, si arriva alla morte della democrazia. Quando non c’è più nulla di definito, quando il rispetto dell’avversario sembra venuto meno per sempre, quando le regole non valgono più, tanto si possono cambiare, non c'è neppure chi vince e chi perde, perché nessuno sarà disposto a rispettare il verdetto delle urne. Tutti piuttosto penseranno a sovvertirlo in un modo o nell’altro, chiamando in causa alternativamente, e sperando che tra loro si contraddicano, ora il giudice amministrativo, ora quello civile o quello penale.

Di fronte a ciò c’è una sola cosa da chiedere ai politici: tornate a far politica. Sembra ovvio, ma non lo è. E’ assurda l’idea che la gente possa davvero appassionarsi alla telenovela delle aule di tribunale. E Berlusconi, che dice di conoscere la «sua» gente meglio degli altri, dovrebbe saperlo. Dovrebbe dire ai suoi elettori, non solo quello che ha fatto, ma quel che intende fare nel futuro. Ci sarà o no il taglio delle tasse? Il piano casa vedrà la luce? Le province saranno abolite? Queste sono le cose che gli elettori vogliono sapere. Allo stesso modo la Polverini, candidata dotata di buona immagine e carattere forte, potrà rimediare all’esclusione della lista del suo partito se sarà in grado di spiegare agli elettori di centrodestra cosa devono fare per farla vincere anche in una situazione anomala. Ce la farà, se riuscirà a convincerli che, malgrado l’imprevisto a cui è andata incontro, ha la grinta e la passione necessaria per affrontare i problemi del Lazio e far marciare l'elefantiaca macchina amministrativa della Regione. Infine, anche l'opposizione dovrebbe smetterla di passare il suo tempo con gli avvocati.

Ora che il decreto salva-liste è diventato inutile, anche la manifestazione di sabato è incomprensibile.

Bersani dia l’esempio e ci rinunci.

9/3/2010
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Di Loredana Morandi (del 09/03/2010 @ 09:27:47, in Politica, linkato 1324 volte)
Prepariamoci ad avere a Roma e in Italia elezioni come quelle di Baghdad e Mosul. Ovvero  elezioni da svolgersi sotto la legge del "taglione", dove vince solo il più violento. Il golpe c'è, ma non è quello di cui parlano gli urlatori. L.M.

8/3/2010 (20:2)  - CAOS VOTO

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Il Tar esclude la lista Pdl a Roma
La Polverini resta senza il partito


«Decreto del governo inapplicabile». Ricorso respinto.
La candidata spera nel Consiglio di Stato. Incubo rinvio


ROMA - Un pezzo importante del Pdl del Lazio rimane fuori dalla corsa per le elezioni regionali del 28 marzo anche se la candidata del centro destra Renata Polverini spera ancora che una soluzione possa essere trovata grazie anche all’annunciato ricorso al Consiglio di Stato.

Un ulteriore appello che però deve fare i conti con i tempi stretti della campagna elettorale: l’eventuale riammissione della lista Pdl dovrebbe infatti essere decisa entro i 15 giorni precedenti il voto per permettere ai candidati di presentare i loro programmi agli elettori. Se i tempi non fossero rispettati si andrebbe verso un rinvio del voto. Per ora di certo c’è la decisione del Tar del Lazio che con un’ordinanza ha respinto la richiesta con la quale il Pdl contestava la decisione della Corte d’Appello di escludere la lista di Roma dalle elezioni regionali.

Le motivazioni si sapranno solo il 6 maggio quando è stata fissata la discussione di merito sul ricorso del Pdl. Al momento, però, per usare le parole del ministro dell’Interno Roberto Maroni, «se il Tar decide che la lista è fuori, quella lista resta fuori nonostante il nostro decreto». Oggi i giudici amministrativi non sono entrati nel merito della questione decidendo soltanto sulla richiesta di sospensione cautelare del provvedimento di esclusione della lista Pdl Roma. Per i togati amministrativi del Lazio il decreto legge "salva liste" comunque non «può trovare applicazione perchè la Regione Lazio ha dettato proprie disposizioni in tema elettorale esercitando le competenze date dalla Costituzione. A seguito dell’esercizio della potestà legislativa regionale la potestà statale non può trovare applicazione nel presente giudizio», hanno spiegato i giudici.

Non solo: i giudici hanno sottolineato che non c’è prova che la documentazione per la presentazione della lista Pdl Roma fosse completa. Ed è il vice presidente della Regione Lazio Esterino Montino ad augurarsi che «il centro destra, almeno questa volta, prenda atto della sentenza del Tar con sobrietà e senza esagerazioni. Credo sia veramente arrivato il momento di abbassare i toni e di consentire da parte di tutti e soprattutto verso gli elettori un clima di fiducia verso la scadenza del voto ormai prossima». E se Emma Bonino ha commentato dicendo: «Prendo atto di questa decisione. Sarà utile vedere le motivazioni che sono lunghe, a quanto mi dicono, e che saranno rese pubbliche domani. I giudici vadano avanti, chi deve decidere decida». La sua rivale del centrodestra Renata Polverini si è limitata a dire: «Aspetto le motivazioni». Lapidario il sindaco di Roma Gianni Alemanno: «c’è un rischio di elezioni a Roma profondamente alterate».

Il Pdl però andrà comunque avanti anche nel tentativo di rientrare nella competizione. Oltre a percorrere la strada del ricorso al Consiglio di Stato oggi ha anche ripresentato in Tribunale la documentazione necessaria per presentare la lista del Pdl che il 27 febbraio non era stata consegnata. Secondo quanto prevede la legge, l’Ufficio elettorale ha 24 ore per ammettere la lista. Si tratterà di vedere se la decisione del Tar di oggi peserà sull’eventuale ammissione la lista. La lunga giornata dei ricorsi, è iniziata con l’avvocato Gianluigi Pellegrino che ha depositato per il Pd un atto di significazione che diffida la Commissione elettorale del Tribunale di Roma ad ammettere alla competizione elettorale la lista che più tardi il Pdl avrebbe consegnato. Secondo Pellegrino «la posizione della lista Pdl Roma non è compatibile con le previsioni del decreto legge cosiddetto ’salva-liste', quindi l’eventuale ammissione sarebbe illegittima perché violativa del dl approvato dal governo». E, ancora, «il fatto che gli esponenti del Pdl si siano portati via il plico alle 17 fa uscire fuori il caso lista Pdl Roma dalla fattispecie perché loro in base al dl potevano presentare oggi la lista che avevano in loro possesso fino alle 12 ma avendo prelevato il plico alle 17 e avendolo riportato alle 19:30 sono fuori dai termini». Poco più tardi il Pd ha consegnato un secondo atto di significazione, in questo caso ai carabinieri del Comando provinciale di Roma, chiedendo di consultare l’ autorità giudiziaria in merito alla restituzione del famoso plico che conterrebbe la documentazione del PdL, ora in consegna presso i militari.

La Stampa
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