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 Shutoku .. Ryouko Yamagishi... di Admin
 
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Il vero valore di un essere umano è rivelato dalla sua capacità di raggiungere la liberazione da se stesso.

Albert Einstein
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 24/09/2009 @ 05:43:18, in Magistratura, linkato 2312 volte)


Magistratura Democratica


E' con profondo dolore ed incredulità che apprendiamo della morte di Maurizio Laudi.

Eccellente magistrato, in prima fila nella drammatica stagione del contrasto al terrorismo, compagno di tante battaglie associative, persona nobile e di eccezionali capacità è stato uno dei protagonisti della magistratura italiana in questi anni.
Non nascondiamo di avere avuto momenti di disaccordo e divergenze, ma ciò è stato per noi un arricchimento.

La sua morte davvero prematura, ci impoverisce tutti.

Un abbraccio  alla famiglia.

IL SEGRETARIO GENERALE DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA   
Rita Sanlorenzo

IL PRESIDENTE DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA  
Claudio Castelli

*****

LA MORTE DI LAUDI

Storia del giudice coraggioso
che smantellò Prima Linea

di ETTORE BOFFANO


Maurizio Laudi era uno degli italiani coraggiosi che hanno sconfitto il terrorismo. Quello delle Brigate Rosse e di Prima Linea, le bande armate che insanguinavano l'Italia e soprattutto Torino, la città della Fiat, di Gianni Agnelli e del grande scontro di classe, del sindacato e del Pci che governava il Comune col "sindaco rosso", Diego Novelli. Morti ammazzati e azzoppamenti, poliziotti, carabinieri, esponenti della Dc, dirigenti industriali e capisquadra di Mirafori, semplici cittadini: un rosario sanguinoso e feroce di agguati e attentati per portare l'attacco "allo stato imperialista delle multinazionali" e per bloccare il processo al nucleo storico delle Br di Renato Curcio e di Alberto Franceschini, mentre a Roma si svolgeva il dramma di Aldo Moro.

Il paese era piegato e impotente di fronte all'aggressione della lotta armata, poco o nulla si sapeva dei "samurai" del terrore e della loro clandestinità, le carceri dove venivano rinchiusi i pochi arrestati erano aperte ad evasioni altrettanto rapide e quasi annunciate, il generale Alberto dalla Chiesa era relegato in una posizione defilata mentre il nucleo antiterrorismo della polizia, guidato da Emilio Santillo, era stato appena smantellato.

Quando il sequestro e poi l'uccisione di Moro e della sua scorta disvelano a tutti la "geometrica potenza" raggiunta dall'eversione rossa, qualcosa si muove, qualcuno tenta di reagire. A Dalla Chiesa sono affidati i "pieni poteri", mentre la svolta nella magistratura arriva proprio da Torino. E' una felice intuizione di Mario Carassi, allora capo dell'ufficio istruzione, e del procuratore capo Bruno Caccia (poi ucciso dai killer mafiosi): per la prima volta nella giustizia italiana, nasce il "pool".

Giudici istruttori e pm, tutti assieme nel lavoro, pronti a scambiarsi informazioni, idee e intuizioni, a collaborare con gli altri uffici giudiziari del paese: un'esperienza che sarà poi copiata a Palermo e Napoli nella battaglia contro Cosa Nostra e la camorra.
Ci sono, fianco a fianco, i giudici istruttori Giancarlo Caselli, Mario Griffey, Marcello Maddalena e i pm Alberto Bernardi, Piero Miletto, Francesco Gianfrotta e Antonio Rinaudo. Con loro, anche un giovane giudice istruttore entrato in magistratura nel 1974: Maurizio Laudi. Proviene da una famiglia di medici (lo era il padre e il fratello è primario di urologia all'ospedale Mauriziano di Torino), ma ha scelto giurisprudenza e i colleghi lo vogliono con loro per quelle spiccate doti di intelligenza e di capacità di analisi delle personalità degli imputati che ha già manifestato nelle prime inchieste.

Alcuni di loro (Caselli, Miletto, Bernardi, Gianfrotta e lo stesso Laudi) vengono da quella cultura di sinistra che è anch'essa al centro delle polemiche e del dramma politico e sociale che sconvolge l'Italia: le Br e Prima Linea sono la degenerazione estremista, violenta e suicida di quello che Rossana Rossanda chiamerà "l'album di famiglia".

Quel bagaglio ideale e culturale servirà loro non per diventare delle "toghe rosse", una polemica che l'attacco berlusconiano alla magistratura rispolverà negli Anni Novanta, ma piuttosto per capire meglio e prima di tutti qual è il fenomeno feroce che stanno affrontando e chi sono i capi e i sicari della lotta armata.

A Laudi e a Bernardi tocca il compito di affrontare la galassia di "Prima Linea", il gruppo giovanilistico meno compartimentato e più movimentista del veterocomunismo brigatista, sorto dalla deriva violenta dei servizi d'ordine di Lotta Continua e dalle prime esperienze di "Senza Tregua" e delle "Ronde proletarie". Ragazzi segnati da poca cultura, dall'antifascismo militante davanti alle scuole e agli atenei, dal mito della "Resistenza tradita" che hanno assimilato dai loro genitori, dal filo rosso innescato dalla "Strage di Piazza Fontana", da un ribellismo parossistico che è contraddistinto dal culto della pratica dell'aggressione e che, nel pasticcio dell'antitesi tra "la critica delle armi e le armi della critica" hanno già scelto prima la spranga, poi le pistole e le mitragliette e la fuga verso il "gesto esemplare".

La svolta arriva nel 1980, con l'arresto e il pentimento prima del capocolonna torinese delle Br, Patrizio Peci, e poi del piellino Roberto Sandalo, detto "Roby il pazzo" sin dai tempi di Lotta Continua. Per la lotta armata è l'inizio della fine: cadono, uno a uno, i capi e i militanti dell'eversione, le carceri speciali si riempono prima di irriducibili e poi di altri "pentiti" e infine di "dissociati". Sono, questi ultimi, soprattutto gli esponenti di Prima linea che nel carcere torinese delle Vallette accettano di ricostruire davanti ai magistrati la storia dei loro crimini. Un ruolo decisivo in quella scelta lo avrà proprio la capacità psicologica e di confronto con gli imputati di magistrati come Caselli, Maddalena e Laudi e il giovane giudice istruttore collaborerà anche all'elaborazione sulla legge che, assicurando sconti di pena, favorisce la "dissociazione dalla lotta armata". I suoi interrogatori sono incalzanti, condotti con durezza ma anche, quando serve, con voglia di capire e umanità. Il terrorismo è stato fermato anche se continuerà, negli anni, a manifestare i suoi ultimi e solitari colpi di coda.

In quei giorni difficilissimi, il "pool" di Torino è coinvolto anche nella primo grande contrasto istituzionale che contrappone la magistratura italiana al potere politico: le rivelazioni di Sandalo chiamano in causa il capo del governo, Francesco Cossiga, coinvolto dal "pentito" nella fuga di Marco Donat-Cattin, figlio del vicesegretario della Dc, Carlo. Il parlamento negherà l'autorizzazione a procedere, ma per la prima volta l'accusa "toghe rosse" si leva contro i giudici.

L'impegno del "pool" si manifesta anche nella società civile: i politici locali di tutti gli schieramenti (tra loro Diego Novelli, Guido Bodrato, Dino Sanlorenzo, Piero Fassino) cominciano a presentarsi nelle assemblee di fabbrica e nelle scuole per parlare del terrorismo e per stroncare qualsiasi voglia di collateralismo o anche solo di simpatia. Al loro fianco ci sono anche i magistrati. Procura e ufficio istruzione, poi, appoggiano con fermezza il "questionario" diffuso in città e che invita i torinesi a denunciare qualsiasi sospetto di infiltrazione terroristica: una scelta che divide la sinistra e che contrappone il Pci ai gruppi extraparlamentari ma anche ad alcuni intellettuali.

Poco alla volta, l'Italia e Torino tornano nella normalità e anche gli uffici giudiziari riprendono a lavorare sui fronti più tradizionali della lotta al crimine. Ma l'esperienza del "pool" resta in peidi e diventa decisiva come un metodo di lavoro ormai irrinunciabile. Funziona nell'inchiesta sullo "scandalo dei petroli", in quella sul primo grande affaire di corruzione amministrativa innescata dal faccendiere Adriano Zampini e infine in due istruttorie affidate proprio a Laudi: l'infiltrazione della mafia nel Casinò di Saint Vincent e delle cosche di Catania e della Calabria nella criminalità torinese e nel traffico degli stupefacenti.
Per il giudice istruttore di Prima Linea, però, comincia anche un altro grande impegno: quello nell'autogoverno della magistratura italiana. Da sempre iscritto nella corrente di sinistra di "Magistratura democratica", nel 1990 entra in profondo contrasto con i suoi amici e colleghi e si dissocia da un documento critico che mette sotto accusa l'organizzazione degli uffici giudiziari torinesi. E' un tormento interiore che dura da tempo, che suscita clamore e che segnerà un profondo travaglio personale rompendo per anni amicizie e solidarietà che si erano consolidate nell'esperienza comune delle "vite blindate" con le scorte e con le famiglie spaventate, dei conti quotidiani con la possibiltà di essere uccisi in qualsiasi momento. Non verranno mai meno, invece, il rispetto reciproco e il riconoscimento a Laudi della sua intelligenza e delle sue capacità di magistrato. Poco dopo, sempre nel 1990, aderisce alla corrente moderata di "Magistratura indipendente", guidata a livello nazionale da Marcello Maddalena e dal procuratore aggiunto di Torino, Francesco Marzachì. Laudi è eletto a Roma nel Csm per "Mi" ed è tra coloro che devono decidere se nominare oppure no Giovanni Falcone a capo della Procura nazionale antimafia: la strage di Capaci, però, impedirà a tutti di scegliere.

Pochi mesi dopo, sarà uno dei più decisi ad appoggiare la scelta dell'amico Giancarlo Caselli (che continua ad essere uno dei leader nazionali di Magistratura democratica) di andare a Palermo a capo della procura sconvolta dagli attentati a Falcone e Borsellino. Qualche anno dopo, poi, Laudi diventerà anche segretario dell'Associazione nazionale magistrati.

Nel 1995 il ritorno a Torino: nel frattempo l'ufficio istruzione è stato abolito dal nuovo codice e l'ex giudice di Prima Linea diventa subito procuratore aggiunto e poi assumerà anche la guida della direzione distrettuale antimafia. Il suo impegno non verrà mai meno: gestisce la difficile transizione nella procura di Tortona per l'inchiesta sulla "banda dei sassi", riprende le vecchie esperienze di terrorismo sul fronte delle emergenze dell'integralismo islamico e delle nuove Br, il suo nome accompagnato a minacce di morte torna sui muri di Torino per le istruttorie sulle bombe antagoniste in Val di Susa e i centri sociali dell'anarco-insurrezionalismo.

In procura svolge un ruolo importantssimo di coordinamento e di "memoria storica" sulla criminalità organizzata, mentre l'antico incarico al Csm gli vale più di una nomina come "difensore" di colleghi nei procedimenti discipliari: l'ultimo a fianco del gip milanese Clementina Forleo. Ieri, giorno della sua morte, doveva accompagnarla a Roma per una nuova deposizione davanti al Csm.

Nel 1994, invece, corona il suo antico sogno di sfegatato "suiveur" del calcio italiano, sempre con un'unica fede: la Juventus. La Figc lo chiama a ricoprire la carica di giudice sportivo: sarà Laudi, ogni settimana a comminare squalifiche e ammonizioni ai grandi del calcio italiano, sperimentando anche la novità tecnologica della "prova tv". Un mestiere esercitato gratis, senza compensi e con grande autonomia dalla sua passione bianconera: un merito riconosciutogli da tutti. Smette nel 2006, con grande amarezza, nel grande rivolgimento morale che sconvolge la Fgci con "Calciopoli", nello stesso anno del trionfo mondiale di Berlino.

Il suo nome spunta in un'intercettazione di Luciano Moggi, per una richiesta di biglietti e di un parcheggio allo stadio per una partita della Juventus. La cosa finisce anche al Csm, ma l'archiviazione sarà netta.

Una pagina dolorosa per lui, che non ne vorrà mai parlare in pubblico: la fine di un "gioco" appassionato che gli aveva regalato una lunga parentesi felice nello stress degli impegni giudiziarri e che aveva rivelato quell'aspetto cordiale e ironico del suo carattere ora ricordato soprattutto dagli avvocati difensori di Torino che lo rievocano come un "magistrato non arrogante, aperto alla discussione e al confronto"

Nell'estate del 2008 era decaduto dalla carica di procuratore aggiunto in seguito alla nuova norma che vieta la permanenza per più di otto anni negli incarichi direttivi e a gennaio era diventato procuratore della Repubblica ad Asti. Continuava ad essere uno dei magistrati più consultati dai colleghi italiani che si occupano degli ultimi sussulti del terrorismo e qualche volta tornava sui giornali per rievocare e giudicare gli "anni di piombo". La storia della democrazia italiana e della sua difesa contro l'eversione armata resta segnata per sempre dal suo nome e dal suo impegno di uomo della giustizia.

(La Repubblica 24 settembre 2009)
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Di Loredana Morandi (del 25/09/2009 @ 04:44:41, in Redazionale, linkato 2834 volte)


AVVISO AI LETTORI


Giustizia Quotidiana sarà assente dal web per alcune ore nei prossimi giorni,
perché è in corso il cambio del provider.


Si avvisano i lettori, che ciò accade a seguito di una azione dolosa volontaria determinata dall'interesse degli ATU siciliani ad appropriarsi abusivamente dei contenuti intellettuali di questo sito. Ovvero ciò accade a seguito di un riuscito danneggiamento a carattere economico e patrimoniale.

Tale danneggiamento si conclama per l'azione, certamente dolosa del "farsi giustizia da se" scavalcando le Leggi Italiane di un avvocato di Caltanissetta che, intendendo inoltre spaventarmi con minacce gravi, mi recapita la sua missiva attraverso il "blog", che diffuse una minaccia di morte a me rivolta nell'ottobre 2008 e pubblicata da ANSA sulla testata online della Federazione Nazionale Stampa Italiana.

L'evidenza dei rapporti tra gli ATU siciliani e Maxi Fasso, l'uomo che da più di 2 anni clona e si sostituisce alla persona del prof Massimiliano Frassi, presidente della Associazione Prometeo Onlus a Tutela dei Bambini e Contro la Pedofilia, NON lascia adito a dubbi:

SONO IN CORSO rapporti sostanziali tra la Società Snc del Porno di Cagliari, già vista tra gli utilizzatori di Unina, il server malversato di proprietà dello Stato presso Università di Napoli (si veda la denuncia su Epolis Il Napoli del 10 settembre 2008), rapporti che documentabili per la Morandi a far data 1 luglio 2009.

Esplicito pertanto il Divieto di utilizzo dei contenuti intellettuali di questo sito web, ivi comprese le rassegne stampa tratte dai Comunicati alle Redazioni, nei confronti dei signori: Giuseppe Di Spirito, Lidia Undiemi per Università di Palermo, Luigi Amico, Giorgio Ciaccio e quanti altri ad essi collegati. Inoltre sarà denunciato lo studio legale Tipo di Caltanissetta per gli abusi ravvisabili e per il danneggiamento volontario.

La Legge non ammette l'ignoranza dell'Avvocato.

Loredana Morandi e il suo sito Giustizia Quotidiana sono al fianco della Magistratura e dei lavoratori del comparto Giustizia da ben 7 anni.

Se pur le minacce tutte gravi di questo accordo tra le mafie delle due isole Sardegna e Sicilia, ci spaventa:

Giustizia Quotidiana NON si arrende
alla criminalità

Sarò presente alla manifestazione delle Agende Rosse, al fianco di Salvatore Borsellino ed in contemporanea alla manifestazione del Movimento Civile contro la Pedofilia domani in Roma dalle 17 con la telecamera.

I contenuti di Giustizia Quotidiana nelle ore di assenza del sito per i lavori possono essere seguiti:

su Facebook

su Wordpress.com
(dove sono inattaccabile a seguito di danneggiamenti e per l'aver dovuto cancellare ben 20 cloni del mio nome, dei nomi dei domini e dei nomi delle Associazioni, e dove mi è sufficiente citare gli attuali rapporti tra Atu siciliani e Maxi Fasso per ottenere la dovuta ragione)

su Blogger (vedi sopra)

Posso personalmente essere contattata anche tramite i recapiti della Associazione che presiedo:
Associazione Culturale e di Promozione Sociale ARGON - Bloggersperlapace, ovvero:

Artists Against War Italia

www.bloggersperlapace.org - www.artistsagainstwar.info


A presto!

Loredana Morandi

Disclaimer: Tutti gli Avvocati che violano le Leggi possono essere denunciati. Io lo faccio.
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Di Loredana Morandi (del 27/09/2009 @ 02:47:51, in Associazioni Giustizia, linkato 2107 volte)
Manifestazione

Movimento civile contro la Pedofilia

Roma, 26 settembre 2009

Interviste di Loredana Morandi a:


Luca Maschera





Trisha DeDo



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Roma, 26 settembre 2009

Agende Rosse con Salvatore Borsellino

intervista all'On. Barbato di Italia dei Valori

di Loredana Morandi



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2009-10-02 16:31

Abusi in asilo del torinese,
Cassazione conferma due condanne


Condannati Valerio Apolloni e Vanda Bellario
della Associazione Falsi Abusi




(ANSA) - TORINO, 2 OTT - La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva due condanne per molestie sessuali su bambini che frequentavano un asilo a La Loggia.

Per Valerio Apolloni, all'epoca dei fatti presidente dell'ente di gestione della struttura, e Vanda Ballario, direttrice, la pena e' di due anni e dieci mesi di reclusione, in parte gia' scontati per effetto di un periodo di custodia cautelare.

La vicenda risale al 2001. I due educatori hanno sempre respinto ogni accusa.(ANSA).

http://www.ansa.it/site/notizie/regioni/piemonte/news/2009-10-02_102392022.html


** Così cade l'Associazione Falsi Abusi
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Di Loredana Morandi (del 04/10/2009 @ 01:41:58, in Magistratura, linkato 1628 volte)
Giustizia: Conso, si' a separazione carriere

Ovazione a congresso penalisti, 'due sezioni al Csm'


(ANSA) - TORINO, 3 OTT - Giovanni Conso, presidente emerito della Consulta, ritiene 'ineluttabile la separazione delle carriere in magistratura'. La frase ha entusiasmato la platea del congresso delle Camere penali: alla fine del suo intervento, quando sottolinea la conseguente necessita' di prevedere due sezioni distinte al Csm per giudici e pm, gli tributa un'ovazione. Conso ha spiegato che a rendere inevitabile la separazione sono i principi della terzieta' del giudice e della parita' delle parti.

2009-10-03 21:58

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GIUSTIZIA: FERRI (CSM), I MAGISTRATI NON HANNO PAURA
DI UNA RIFORMA DEL PROCESSO PENALE


Torino, 3 ott.- (Adnkronos) - Cosimo Maria Ferri, componente del Consiglio superiore della Magistratura, intervenendo a Torino al convegno organizzato dall'Unione Camere Penali sulla riforma del processo penale ha dichiarato che ''non sono certamente i magistrati ad avere paura di una riforma del processo penale''. Secondo Ferri, infatti, ''la magistratura auspica ed attende da anni una seria riforma organica del processo penale e crede quanto l'avvocatura in un processo che sia al contempo rapido, equo e di qualita'.

L'esponente di Magistratura Indipendente rileva anche che ''la soluzione non si trova nelle riforme ordinamentali e in particolare nello status del magistrato, ma piuttosto in alcune modifiche serie e precise: occorre incrementare - spiega Ferri - il novero degli istituti deflattivi che possano consentire al pubblico ministero, in presenza di fattispecie prive di reale offensivita', di essere esentato dall'esercizio dell'azione penale. Il modello potrebbe essere costituito dall'estensione anche al processo ordinario di istituti come la condotta riparatoria dell'autore del reato, o la lieve entita' del fatto, istituti oggi limitati ai reati di competenza del giudice di pace.Si puo' pensare inoltre - aggiunge Ferri - ad allargare l'area dei reati procedibili a querela, nonche' prevedere forme di archiviazione condizionata per fatti di scarso significato criminale''.

''Ma soprattutto - puntualizza il componente del Csm - si rende necessario rimodellare la disciplina della prescrizione del reato che deve avere il punto finale con la pronuncia della sentenza di primo grado evitando cosi' appelli dilatori e restituendo razionalita' ad un sistema che rischia di vanificare il lavoro di molti operatori del settore. E' assurdo - prosegue Ferri - che con l'attuale disciplina per diversi reati di notevole impatto sociale, ad esempio il reato di corruzione, occorrano ben sette anni mezzo per svolgere le indagini preliminari, l'udienza preliminare ed i tre gradi di giudizio''. Ferri, rispondendo al presidente dell'Unione Camere Penali, ha anche detto: ''Raccolgo lo stimolo del professor Dominioni. Il fenomeno del correntismo esasperato, dentro la Magistratura, e' una realta' ed e' un aspetto sul quale l'Anm deve essere in grado di intervenire per eliminarne l'influenza negativa. Non vi e' dubbio infatti che talvolta abbia accompagnato scelte effettuate dall'organo di autogoverno. Il vero obbiettivo - ha concluso - da perseguire e' garantire un'effettiva indipendenza interna del magistrato, che nell'esercizio della giurisdizione deve sempre sentirsi libero''.

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Torino, 2 ott. (Adnkronos) - Sulle riforme della giustizia "era cambiata l'agenda politica, poi la stasi". Ha aperto cosi' il suo discorso per il congresso ...
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Di Loredana Morandi (del 04/10/2009 @ 01:48:52, in Magistratura, linkato 1747 volte)
De Benedetti: giustizia dopo quasi vent'anni


«Dopo quasi vent'anni dalla condotta fraudolenta messa in atto per sottrarre al nostro Gruppo la legittima proprietà della Mondadori, finalmente la Magistratura, dopo la sentenza che ha confermato definitivamente in sede penale la avvenuta corruzione di un giudice, ci rende giustizia anche sul piano civile». Così il presidente onorario di Cir, Carlo De Benedetti, commenta la decisione presa oggi dal Tribunale di Milano sul Lodo Mondadori.

«La sentenza del Tribunale di Milano, depositata oggi, che liquida a favore di Cir la somma di 750 milioni di euro di danno patrimoniale - ricorda ancora De Benedetti - non mi compensa per non aver potuto realizzare il progetto industriale che avrebbe creato il primo gruppo editoriale italiano, ma stabilisce in modo inequivocabile i comportamenti illeciti che l'hanno impedito».

Il Sole 24 ore

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MAGISTRATI NON HANNO PAURA DELLA RIFORMA


AGI) - Torino, 3 ott. - "Sicuramente, non sono i magistrati ad avere paura della riforma". Cosi' Giancarlo Caselli, procuratore capo di Torino, risponde alla domanda guida del congresso straordinario dell'Unione delle Camere penali italiane ("Chi ha paura della riforma?" appunto), al quale e' intervenuto questa mattina.
  "Anzi - prosegue Caselli - i magistrati, una riforma che dia efficienza la chiedono, anche per evitare che, e questo puo' succedere molto presto, passino piu' facilmente altre riforme che non sono della giustizia, ma sono riforme dei giudici e che possono gravemente incidere sull'indipendenza della magistratura e quindi sul controllo di legalita'".
  Specifica poi il magistrato:"Se non funziona la macchina della giustizia, nessuno nell'opinione pubblica si mobilitera' a difesa dell'indipendenza della magistratura. Si dira': 'prima fate funzionare la giustizia, poi parliamo dell'indipendenza dei magistrati'". Sulle polemiche a proposito del ruolo dell'Anm nella 'stasi' dei processi di riforma, denunciati ieri dal presidente dell'Unione Camere penali, Oreste Dominioni, Caselli osserva: "C'era una volta, non molto tempo fa, che gli infortuni sul lavoro erano sempre e soltanto una fatalita'; che si negava l'esistenza della mafia; che alti magistrati partecipavano a cerimonie pubbliche e private con imprenditori e politici chiacchierati; che la procura piu' importante d'Italia veniva definita 'porto delle nebbie' e che un alto magistrato rilasciava 'affidavit' a Sindona. Questa stagione e' finita, tramontata, e' alle spalle, grazie al concorso di molti fattori: trra questi, il contributo dell'Anm, che ha svolto un'opera culturale affinche' i principi costituzionali divenissero quotidianamente operanti. Non significa - aggiunge Caselli - negare difetti e problemi, ma bisogna ricordare anche quest'esperienza storica".


GIUSTIZIA: MADDALENA,
CHI HA PAURA DELLA RIFORMA? FORSE I CITTADINI


Torino, 2 ott. (Adnkronos) - "Non vorrei che quelli che avessero paura fossero i cittadini". Cosi', riferendosi al tema del congresso straordinario dell'Unione camere penali, 'Chi ha paura della riforma?', il procuratore generale di Torino Marcello Maddalena commenta l'intervento del presidente dei penalisti italiani Oreste Dominioni. "Tutte le idee sono rispettabili, ma non tutte sono condivisibile e soprattutto non tutte sono condivise -sottolinea Maddalena- alcune possono esserlo, altre no, in particolare non condividiamo quanto e' stato detto sulla separazione delle carriere". Secondo il procuratore generale torinese "il fatto che il pubblico ministero partecipi dell'ordine giudiziario unitamente ai giudici e' fondamentale per avere una giustizia giusta e imparziale".

Per Maddalena non si puo' fare un discorso generale sulle riforme, ma bisogna scendere nello specifico. "Se per riforma si intende la separazione delle carriere sono soprattutto i cittadini, le vittime a non volerla. Qui -aggiunge Maddalena- di vittime non si e' parlato. Ci si dimentica che l'Italia e' un paese in cui i reati non sono frutto dell'immaginazione dei magistrati ma sono una realta' e che i magistrati siano un unico ordine garantisce l'imparzialita' dell'amministrazione della giustizia".

A proposito di quanto affermato da Dominioni della necessita' di una riforma del Csm, il procuratore generale di Torino osserva che "ci sono aspetti che possono essere oggetto di discussione, altri che sono meno accettabili. Bisogna vedere cosa si vuole riformare -precisa- perche' si possono fare le riforme in meglio o in peggio e se la riforma comporta una maggiore presenza dell'elemento politico allora e' in peggio, se invece si parla di separazione tra lato amministrativo e disciplinare allora e' una riforma in meglio, una riforma possibile che andrebbe attuata".
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Di Loredana Morandi (del 04/10/2009 @ 01:56:44, in Giuristi, linkato 1577 volte)
4/10/2009 (8:18)  - GIUSTIZIA

"Troppi magistrati in politica"
   
La protesta dei penalisti: centinaia di toghe fanno altri mestieri, anche per anni

RAPHAEL ZANOTTI

TORINO - Troppi magistrati cooptati dalla politica. Non ci sono solo quelli che si sono fatti eleggere in Parlamento o negli Enti locali, ma anche quelli «infiltrati» negli uffici e nei dipartimenti dei ministeri. È questo, secondo l’Unione Camere Penali, il corto circuito che impedisce all’Italia di avere una riforma organica della giustizia. «Una contiguità anomala che condiziona la politica e permette ai magistrati di esercitare un enorme potere di interdizione». Dopo le aspre critiche al governo, reo di «non aver fatto nulla» e di aver «abbandonato ogni progetto di riforma legiferando soltanto per affrontare in modo illiberale una presunta emergenza sicurezza», il congresso nazionale dei penalisti italiani si scaglia contro le toghe.

«In Italia ci sono 270 magistrati fuori ruolo chiamati a ricoprire incarichi che nulla hanno a che vedere con la loro funzione giurisdizionale - ha denunciato il presidente Oreste Dominioni - Noi diciamo: facciamo rientrare questi magistrati nelle aule a lavorare».

Capi di Gabinetto, consiglieri, coadiuvanti e collaboratori in svariati ministeri e garanti, magistrati che non entrano in un’aula di giustizia da oltre vent’anni (nonostante il limite quinquennale imposto ai fuori ruolo), giudici che «girano il mondo» da decenni con ruoli curiosi in ambasciate, commissioni, organi internazionali: i penalisti hanno stigmatizzato tutto questo con un duro documento, la mozione di una delle sei commissioni in cui i lavori sono stati divisi, nel quale si torna a chiedere la creazione di due Csm (l’organo di autogoverno dei magistrati) e una riforma elettorale che spazzi via il correntismo al suo interno. Non solo. Pieno appoggio è stato dato alla recente proposta di legge presentata dai Radicali, e sottoscritta anche da alcuni esponenti del Pd e del Pdl, con la quale si prevede una sforbiciata sensibile al dilagare del fenomeno: incarichi solo relativi alle funzioni giudiziarie, ineleggibilità dei magistrati in servizio (a meno di loro dimissioni), divieto di incarichi extragiudiziali, regolazione rigida dei periodi e pubblicità degli elenchi di chi è fuori ruolo. Secondo i promotori questa legge ridurrebbe subito a 50 il loro numero.

Alle frecciate dei penalisti, e del loro presidente, ha risposto il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli: «Non sono i magistrati a ostacolare una riforma per un processo efficiente, che anzi vogliono - ha dichiarato Caselli - Far funzionare la giustizia significa anche evitare attacchi all’indipendenza della magistratura che, in questa situazione, possono passare più facilmente». Il riferimento è anche alla richiesta di separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, cavallo di battaglia dei penalisti. «In tutti i Paesi in cui c’è, il pm dipende dal potere esecutivo. Una misura che non può andare bene in Italia dove c’è ancora corruzione e la tendenza a difendersii dal processo piuttosto che nel processo».

Cosimo Ferri, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, ha lanciato una provocazione nella tana del lupo: «Abbandonate l’idea della separazione delle carriere, ormai non vi segue più nessuno» ha detto riferendosi alla freddezza mostrata sul tema da maggioranza e opposizione. A dar manforte ai penalisti, però, ci ha pensato Giovanni Conso, presidente emerito della Corte Costituzionale accolto con una standing ovation: «All’inizio ero contrario, ma ormai ritengo sia ineluttabile la separazione delle carriere per garantire la terzietà del giudice».

La Stampa
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