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 Lady Justice 2 ... ... di Lunadicarta
 
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Quando tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa.

Walter Lippmann
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Come ti nego i diritti di cittadinanza


di Domenico Gallo
Liberazione, 16/09/2009


Unicuique suum: a ciascuno il suo.  E’ questo il motto che potrebbe essere applicato al c.d. “pacchetto sicurezza”, approvato con la legge n. 94/2009 , entrata in vigore l’8 agosto.

Questa legge è un coacervo di misure discriminatorie e persecutorie nei confronti dei gruppi sociali più deboli.  Se hanno suscitato qualche protesta le misure  persecutorie più assurde nei confronti degli immigrati irregolari (come il reato di clandestinità, il divieto di matrimonio ed il divieto per le madri di riconoscere i propri figli), poca attenzione è stata rivolta alle norme discriminatorie  riservate ad altri gruppi sociali. In realtà, per quanto possano apparire disomogenee le materie trattate, c’è un filo conduttore che organizza le disposizioni in materia di sicurezza pubblica. C’è una logica in questa follia: tutto gravita intorno al principio delle discriminazione dei soggetti deboli. Se gli immigrati (regolari o irregolari) sono particolarmente vessati,  non per questo il legislatore leghista si è dimenticato dei Rom, dei senza casa, e dei poveri in genere, ed ha dato a ciascuno il suo.

Per quanto riguarda il popolo Rom, a parte le misure penali di aggravamento dei reati connessi alla povertà, nel pacchetto sicurezza vi è una specifica disposizione discriminatoria, passata quasi inosservata. Si tratta della norma relativa alle iscrizioni anagrafiche (art. 1, comma 18).

Questa norma, nella sua versione originaria, in pratica, impediva ai poveri di ottenere l’iscrizione nei registri dell’anagrafe, subordinando l’iscrizione e la richiesta di variazione anagrafica alla verifica, da parte dei competenti uffici comunali delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile in cui il richiedente intendeva fissare la propria residenza.  In questo modo decine di migliaia di famiglie povere  avrebbero perso – automaticamente - il diritto alla residenza. Si pensi, per es. alle migliaia di famiglie che ancora vivono nei “bassi”  in una città come Napoli.

Ciò avrebbe comportato qualche problema con l’opinione pubblica, specie in quelle fasce sociali, più umili, che vivono ancora nel mito del berlusconismo.

Per questo la norma è stata cambiata alla Camera, con l’emendamento sul quale il Governo ha posto la fiducia.

Nella nuova versione i comuni non devono più accertare la sussistenza del requisito igienico sanitario dell’immobile, tuttavia “l’iscrizione e la richiesta di variazione anagrafica possono dar luogo alla verifica da parte dei competenti uffici comunali delle condizioni igienico sanitarie dell’immobile”.

Insomma ogni comune è libero – a sua discrezione – di non iscrivere nei registri anagrafici quelle persone che abitano in alloggi inadeguati. Quindi ogni comune è libero di scegliere quali poveri tenersi e quali buttare via.

In questo modo si è realizzata la quadratura del cerchio. Il requisito igienico sanitario dell’alloggio diventerà un ottimo strumento politico per selezionare le minoranze indesiderabili ed escluderle dal circuito della cittadinanza, senza mettere a rischio il consenso politico di cui gode l’attuale maggioranza.

Ci vuol poco a capire che questa minoranze indesiderabili per i cittadini del Bel Paese sono soprattutto, se non esclusivamente, i Rom. Chi vive in un campo nomadi è difficile che disponga di un alloggio dotato dei requisiti igienico-sanitari richiesti dalla norme vigenti. Conseguentemente costoro – a discrezione dei sindaci – possono perdere il diritto ad essere iscritti nell’anagrafe delle persone residenti.

Senonchè l’iscrizione nell’anagrafe delle persone residenti è  presupposto indispensabile per l’esercizio dei diritti di cittadinanza. A partire dall’esercizio del diritto di voto, per finire all’iscrizione al Servizio Sanitario nazionale, alla scelta del medico di base ed all’iscrizione dei propri figli alla scuola dell’obbligo.

 In conclusione, invece di rimuoverli, come impone l’art. 3 della Costituzione, la legge utilizza gli ostacoli di ordine economico e sociale come pretesto per limitare - di diritto - la libertà e l’eguaglianza delle persone ed escludere dalla cittadinanza quelle minoranze destinate ad essere discriminate.

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LA FRONTIERA DEI DIRITTI

IL DIRITTO DELLA FRONTIERA

(Lampedusa, 11-12 settembre 2009)




Per una legislazione della immigrazione giusta ed efficace La normativa sull'immigrazione in vigore nel nostro Paese, che la legge Turco-Napolitano aveva originariamente disegnato secondo una “logica binaria” (politiche di accoglienza nei confronti degli immigrati regolari e draconiano rigore nei confronti dell’irregolarità), si è progressivamente venuta connotando come univocamente orientata verso una complessiva scelta di rifiuto; una scelta che si è esplicitata, in particolare, attraverso l'abbandono delle precedenti misure, ancora timide e insufficienti, che andavano nella direzione di una integrazione possibile. Una normativa, quella oggi applicabile, i cui cardini sono rappresentati da alcune opzioni fondamentali:

a) una drastica chiusura dei canali di ingresso regolare;

b) una netta tendenza verso la precarizzazione del soggiorno;

c) una disciplina degli allontanamenti, sottoposta a frequenti modifiche di segno peggiorativo, caratterizzata da allarmanti profili di illegittimità costituzionale e foriera di una forte spinta verso l'ulteriore amministrativizzazione dei diritti fondamentali degli stranieri;

d) un sensibile irrigidimento della normativa penale secondo caratteri di specialità che ne deformano il volto garantista;

e) uno svuotamento, in termini di effettività, del diritto d'asilo.

Un insieme di scelte normative che non ha condotto a un governo giusto ed efficace dei fenomeni migratori, ma ha comportato una profonda compressione dei diritti fondamentali dei migranti. Né ha raggiunto gli scopi dichiarati e, in particolare, non ha ridotto l'area dell'immigrazione irregolare, destinata anzi ad allargarsi a causa sia della mancata adozione di strumenti di assorbimento della clandestinità, sia della drastica chiusura dei canali di ingresso legale. E nemmeno ha favorito l'integrazione dell'immigrazione regolare, che, attraverso l'accentuazione dei processi di precarizzazione / amministrativizzazione della condizione giuridica degli stranieri indotta dalle nuove norme in tema di soggiorno e di allontanamento, è stata spinta verso una dimensione sempre più marcatamente servile, ancorando il godimento dei diritti all'esistenza di un lavoro “regolare” e ponendo lo straniero in una condizione di totale subordinazione rispetto al datore di lavoro.
Da ultimo, la punizione a titolo di reato dell'ingresso e del soggiorno irregolare dello straniero nel territorio dello Stato ha finito per criminalizzare mere condizioni personali, con una scelta che presenta molteplici profili di illegittimità costituzionale. La norma, infatti, è priva di fondamento giustificativo, poiché la sua sfera applicativa è destinata a sovrapporsi integralmente a quella dell'espulsione quale misura amministrativa, il che ne mette in luce l’assoluta irragionevolezza. La nuova figura di reato, inoltre, è chiaramente incompatibile con il ruolo di extrema ratio che secondo una concezione autenticamente liberale la sanzione penale deve rivestire e che impone un suo utilizzo, nel rispetto del principio di proporzionalità, soltanto quando manchino altri strumenti idonei al raggiungimento dello scopo di tutela di un determinato interesse. Né un fondamento giustificativo del nuovo reato può del resto essere individuato sulla base di una presunta pericolosità sociale della condizione del migrante irregolare: la Corte costituzionale (sent. 78 del 2007) ha infatti già escluso che la condizione di mera irregolarità dello straniero sia sintomatica di una pericolosità sociale dello stesso, sicchè la criminalizzazione di tale condizione, stabilita dal disegno di legge, si rivela anche su questo terreno priva di fondamento giustificativo. L'introduzione del reato, peraltro, produrrà una crescita abnorme di ineffettività del sistema penale, gravato di centinaia di migliaia di ulteriori processi privi di reale utilità sociale e condannato per ciò alla paralisi. In definitiva, quindi, ci troviamo davanti ad uso simbolico della sanzione penale, secondo una tendenza ormai frequentissima nella nostra legislazione, che qui viene ulteriormente esasperata con l’evidente fine di contribuire a costruire un’identità negativa dello straniero, rappresentato, secondo una logica xenofoba, come un potenziale delinquente (ché la condizione di irregolarità è sempre in agguato).
La "questione immigrazione" è la vera "questione democratica" degli anni a venire. Una diversa politica sul punto è possibile e realistica, a patto di dismettere definitivamente rappresentazioni apocalittiche dei fenomeni migratori che servono soltanto a fomentare le paure, che, sulla spinta emotiva, portano a soluzioni del tutto inefficaci tuttavia contrabbandate come definitive e ineluttabili. Soluzioni che non soltanto lasciano irrisolti i problemi reali connessi a questo fenomeno epocale ma che producono profonde ingiustizie sul piano del rispetto dei diritti fondamentali dei migranti. È necessario, dunque, porre termine all’equivoco ingenerato da immagini fuorvianti come quella della invasione, pacificamente smentita dai dati forniti dagli osservatori del fenomeno.
Non soltanto le cifre degli ingressi e dei soggiorni – regolari e irregolari – sono, nel nostro Paese, sostanzialmente costanti negli ultimi anni, ma, quel che più conta, si presentano percentualmente
inferiori a quelli della maggior parte dei Paesi occidentali. Occorre nondimeno prendere atto, come un fatto e non come una opzione ideologica, che tutto il pianeta è coinvolto in un processo di redistribuzione complessiva della popolazione: si tratta di un processo – prodotto da cause profonde, non contingenti – che non può essere affrontato ricorrendo alle logiche dell’emergenza, né, tanto meno, adottando mistificatori proclami sull'immigrazione zero. I fenomeni migratori vanno, invece, governati; e possono essere governati con strumenti che coniughino, in una prospettiva di gradualità e integrazione, giustizia ed effettività.In ogni caso qualunque politica dell’immigrazione non può compromettere i diritti fondamentali della persona

Per queste ragioni e a questo fine, è necessario che una legislazione davvero giusta ed efficace si ispiri alle seguenti linee–guida:

a) Assicurare alla disciplina su ingressi e soggiorno dei migranti la necessaria flessibilità.

Le politiche di sostanziale chiusura seguite nel nostro Paese non hanno limitato gli ingressi, ma hanno semplicemente prodotto clandestinità. In particolare, la regola-cardine del sistema che subordina l’ingresso regolare dei migranti all’incontro a distanza, a livello planetario, tra domanda ed offerta di lavoro non funziona: anche le ragioni dell’impresa escludono la praticabilità di assunzioni di stranieri al buio. Si devono, allora, reintrodurre e rafforzare quegli istituti – si pensi al cd. sponsor ed al ricongiungimento familiare – che, facendo leva sulla catena migratoria e sul legame familiare, assicurano la necessaria elasticità alla disciplina degli ingressi, agevolando, al tempo stesso, l’integrazione degli immigrati. Più in generale, è necessario prevedere, nell’ambito delle quote di ingresso, la possibilità di entrare nel nostro Paese per ricercare un lavoro: è questo, infatti, l’unico meccanismo in grado di associare le ragioni del mercato del lavoro a quelle che stanno alla base dei flussi migratori. D’altra parte, legare strettamente il soggiorno dello straniero al mantenimento del posto di lavoro significa spingere la condizione dei migranti verso una dimensione sostanzialmente servile, precludendo, oltre tutto, l’ulteriore sviluppo di percorsi di integrazione già avviati, anche nel mondo del lavoro. Recidere questo legame significa spezzare l’alternativa secca allontanamento/clandestinizzazione nella quale vengono a trovarsi gli immigrati che hanno perso il posto di lavoro; significa superare quel divieto di disoccupazione che, al giorno d’oggi, sembra valere solo per gli stranieri.

b) Favorire l'emersione della clandestinità e i comportamenti virtuosi.

Nell’attuale sistema, mentre la strada che porta il migrante dalla condizione di regolare a quella di irregolare è facilmente percorribile, agevolata dalla precarietà del soggiorno e dalla vischiosità delle procedure di rinnovo dei titoli abilitativi, il passaggio dalla condizione di irregolare a quella di regolare è assolutamente precluso. Anche questa caratteristica del sistema produce clandestinità e, allo stesso tempo, non spinge i migranti irregolari verso l’assunzione di comportamenti virtuosi. È necessario allora introdurre meccanismi di regolarizzazione individuali e permanenti fondati sul decorso del tempo – che in tutti i rami dell’ordinamento giuridico adempie alla sua naturale funzione di saldare il diritto al fatto – e su indici di integrazione, quali, ad esempio, la mancata commissione di reati e il raggiungimento ex post delle condizioni che avrebbero consentito l’ingresso regolare.

c) Assegnare all'espulsione il ruolo di extrema ratio nel governo dell’irregolarità, superando i trati di specialità che caratterizzano il sistema penale.

L’immigrazione non si può governare con le espulsioni: come insegna l’esperienza di questi anni, prevedere l’espulsione come sanzione per qualsiasi forma di irregolarità significa condannare il sistema nel suo complesso alla ineffettività, allargare a dismisura il divario tra allontanamenti decretati ed allontanamenti eseguiti, attribuire uno spazio abnorme alla discrezionalità dell’autorità di polizia, chiamata a definire in concreto lo status di regolarità/irregolarità dello straniero sulla base delle c.d. regole del disordine. La misura dell’espulsione va, dunque, riservata alle ipotesi di irregolarità più
gravi. Ridotta – anche grazie ai meccanismi sopra indicati – l’area della irregolarità ed assegnato all’espulsione un ruolo di extrema ratio nella sua gestione, potranno essere ridimensionate quelle torsioni sul piano delle garanzie costituzionali dei migranti che oggi condizionano pesantemente il sistema (tra le altre, ad esempio, quelle relative alla tutela giurisdizionale contro i provvedimenti di allontanamento), rendendo, oltre tutto, strutturalmente instabile una normativa esposta a continui aggiustamenti legislativi e a profonde rivisitazioni giurisprudenziali. Coniugare, su questo terreno, effettività e giustizia significa, inoltre, restituire ai diritti fondamentali dei migranti, quali il diritto alla libertà personale, quella sacralità messa duramente a repentaglio da istituti quali la detenzione amministrativa.

d) Abbandonare la prassi delle illegittime operazioni nel Canale di Sicilia.

Negli ultimi mesi si è assistito ad un salto qualitativo nelle iniziative del Governo italiano contro i migranti. Quelle operazioni di navi militari che con espressione atecnica sono state definite “respingimenti”, in realtà:

- ignorano la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, del 1951;

- ignorano l’articolo 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che vieta le espulsioni collettive;

- ignorano l’articolo 63 del Trattato della Comunità europea e le norme che vi hanno dato attuazione, le Direttive CE 2004\83 e 2005\83 ed il Regolamento CE 526\06;

- ignorano l’articolo 10 del decreto legislativo numero 268 del 1998.

Il respingimento:

- è un atto amministrativo della Polizia di frontiera;

- può essere adottato solo ai valichi di frontiera, previ i controlli sull’identità e sulla condizione dello straniero;

- deve essere necessariamente documentato, per consentire controlli e tutele.

La formale base legale degli interventi in acque internazionali che sono stati affidati alla Marina militare è rappresentata da un accordo bilaterale con il Governo della Libia, il quale parteciperebbe alla fase finale di una attività di soccorso in mare internazionale.
Questo accordo, di carattere politico e non sottoposto a legge di autorizzazione e ratifica a norma dell’articolo 80 della Costituzione, non può in alcun modo autorizzare la violazione di disposizioni costituzionali, internazionali e comunitarie.

Da Lampedusa, luogo che evoca le immagini di un’umanità dolente e disperata, ma anche quello dell’impegno di tante persone che lavorano per l’accoglienza e l’incontro con l’Altro, deve partire una nuova stagione di impegno per i magistrati e per la cultura giuridica, con il comune obbiettivo di:

-sensibilizzare tutti alla tutela dei diritti fondamentali di quanti cercano soltanto una vita migliore nel nostro Paese, per sfuggire alla guerra e alla miseria;

- evidenziare il contrasto di queste norme con la tavola dei diritti fondamentali e prospettare, con coraggio e rigore professionale, le soluzioni ed i rimedi per ovviare alle lacerazioni più gravi che nel tessuto del nostro sistema giuridico deriverebbero da applicazioni che acriticamente non si facessero carico di quei vincoli, anche sovranazionali, che obbligano l’interprete al rispetto di principi universali ed inderogabili

Questo impegno nasce dalla convinzione che si tratta di valori non di una parte, ma dell’intera collettività, di una moderna democrazia come quella che trova fondamento nella nostra Costituzione.

Lampedusa, 11-12 settembre 2009

Magistratura democratica,  Medel, Movimento per la giustizia - Art. 3
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La giunta dell’Anm sulle dichiarazioni di esponenti politici e di governo

 
Immigrazione: l’Anm respinge
l’accusa di boicottaggio della legge


 
L'Associazione magistrati respinge le accuse rivolte nei giorni scorsi da esponenti politici e governativi alla magistratura, o parti di essa, di politicizzare e di voler boicottare o disapplicare la legge in materia di immigrazione.

La giunta dell’associazione, riunita oggi a Roma, ha espresso «la preoccupazione che con tali dichiarazioni si metta in discussione il diritto di manifestazione del pensiero e di critica nei confronti dei provvedimenti legislativi da parte dei magistrati.

È del tutto inammissibile confondere la libera espressione delle idee con presunti complotti volti al “boicottaggio” di una legge: i magistrati italiani sono tenuti ad applicare sempre e con rigore le leggi dello Stato, a cominciare dalla legge fondamentale, la Costituzione, alla quale tutti i poteri sono soggetti».

 
Roma, 16 settembre 2009
 
La Giunta Esecutiva Centrale
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Passo parola dal cuore della rete ...


Spett.le FNSI,

Oggi, in conseguenza ai gravi fatti di Kabul, avete rinviato la manifestazione per la libertà di stampa del 19 settembre. L'avete fatto senza pensarci un attimo, in maniera sbrigativa, liquidando in pochi secondi la mobilitazione democratica che è cresciuta nelle scorse settimane fino a diventare coscienza collettiva e ripudio nei confronti dello stato di eccezione che vive la libertà di espressione nel nostro Paese; una libertà che, ricordiamo, è solennemente riconosciuta dall'articolo 21 della Costituzione.

E perché avete rinviato la manifestazione? In segno di lutto: come fosse un festino, una passeggiata o una partita di calcio. Tutto ciò è molto grave. E' grave, anzi è il sintomo più grave del degrado della nostra democrazia, considerare una manifestazione democratica, quale può essere quella per la libertà di stampa, un evento quasi irriguardoso nei confronti delle vittime di una guerra dalla quale peraltro dovremmo sottrarci, sempre per rispetto alla stessa Costituzione che qualche articolo prima recita testualmente che "L'Italia ripudia la guerra".

Avete sbagliato. Non è censurando un evento democratico, a favore di una supposta adesione al lutto, che rispettate le vittime di oggi; e non le rispettate nemmeno piegando alle ciniche, ipocrite e strumentali logiche della contingenza, la risposta ad una crisi strutturale del tessuto democratico del nostro Paese.

Anzi, al contrario, in questo modo si legittima la posizione di chi quelle persone ha mandato a morire. Io non sono d'accordo e, come me, i tanti che in questi giorni hanno fatto rinunce e sacrifici personali per venire sabato in Piazza del Popolo da ogni parte d'Italia. I talebani vi ringraziano e non solo quelli afgani ma anche quelli che in Italia opprimono le libertà. Non so, a questo punto, quando deciderete di riconvocarci a Roma per le stesse, decisive e improrogabili ragioni. So solo che io non ci sarò. Anzi so anche un'altra cosa: sabato alle 16, fossi pure da solo, sarò in piazza del Popolo.


NOI IL 19 SETTEMBRE MANIFESTIAMO LO STESSO PER LA LIBERTA' DI STAMPA
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Di Loredana Morandi (del 17/09/2009 @ 10:07:10, in Politica, linkato 1399 volte)

Lodo Alfano:
Parere sulla Memoria dell'Avvocatura


Stefano Ceccanti, senatore Pd, relatore di minoranza sul lodo Alfano

 

1. L'insieme degli argomenti utilizzati dall'Avvocatura si fonda su motivazioni politiche contingenti, di opportunità, e non risponde in modo minimamente convincente alle obiezioni di costituzionalità.

2. Come si è già rilevato ieri, l'argomento politico delle possibili dimissioni del Presidente del Consiglio è insensato se posto di fronte alla Corte costituzionale e per di più il riferimento al precedente del Presidente Leone è  palesemente errato, trattandosi allora di una campagna di stampa e non di un processo.

3. L'argomento che viene più volte ripetuto, quello dell'esistenza di un circuito mediatico-giudiziario, vale, se fondato in quei termini, per tutti i cittadini e giustifica azioni di riforma su quel terreno, non privilegi per qualcuno.

4. Le due risposte all'obiezione più forte, quella per cui scelte di questo tipo debbono, nel caso, essere fatte con legge costituzionale perché si derogano vari principi costituzionali, a cominciare da quello di uguaglianza, sono inconsistenti. Lo è la prima, quella relativa al precedente della sentenza n. 24/2004 che dichiarò incostituzionale il lodo Schifani senza far cenno a tale argomento. Infatti l'ordinanza di rimessione non aveva posto quel problema e, pertanto, come dichiarò Leopoldo Elia nell'audizione in Senato "Chi tace non dice nulla", il silenzio (per di più di fronte a una mancata domanda) non dice niente. 

Lo è anche la seconda, che però, più che essere inconsistente è pericolosissima: si potrebbe secondo l'Avvocatura fare quasi di tutto con legge ordinaria, tranne toccare le "parti essenziali", le "strutture" proprio perché la legge ordinaria è "modificabile più agevolmente" di fronte a "esigenze meno durature". In pratica questa pericolosissima affermazione tende a ridurre al minimo il valore della rigidità costituzionale, ristretta a una minima parte della Carta, dal confine peraltro molto incerto (le "strutture", le "parti essenziali") e a consentire al legislatore ordinario qualsiasi altro sconvolgimento. Non a caso, per rispettare con rigore la rigidità costituzionale, molte delle leggi costituzionali della vita repubblicana sono state approvate proprio per risolvere questioni "una tantum": basti ricordare la legge cost. 2/1989 sul referendum per i poteri costituenti al Parlamento europeo, la 1/1991 sullo scioglimento anticipato nel semestre bianco, la 1/1993 e la 1/1997 sui poteri delle Bicamerali per le riforme. Ci immaginiamo ad esempio, in una situazione di emergenza, quali limitazioni ai diritti sarebbero concepibili con legge ordinaria secondo questo argomento? Questo aspetto della memoria è di gran lunga il più grave, persino più del problema sollevato già ieri sull'argomento politico delle dimissioni.

5. Anche l'altra obiezione forte, quella di aver varato una protezione generale, automatica, assoluta, superiore a quella prevista in quel caso dalla Costituzione (e non da una legge ordinaria) per i reati ministeriali, per i quali è prevista la possibilità di autorizzare la celebrazione del processo, ha una risposta insensata: "i reati funzionali..hanno una valenza politica tale da rendere utile una decisione quanto più tempestiva possibile, valenza che non hanno...quanto meno nella stessa natura i reati comuni". Ma la protezione, in deroga al principio di uguaglianza e a danno delle altre parti del processo si dovrebbe fondare sull'idea di proteggere la funzione e non la persona per cui non può essere più forte per i reati extra-funzionali.  Non può trattarsi di un privilegio che copre peraltro anche i reati comuni commessi prima dell'assunzione del mandato.


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Di Loredana Morandi (del 18/09/2009 @ 04:09:13, in Sindacati Giustizia, linkato 1387 volte)


GIUDICE DI PACE CHIUDE

PER MANCANZA DI PERSONALE
 
Un ufficio del Giudice di pace ha chiuso per mancanza di personale: i nodi oramai vengono al pettine, senza investimenti, senza risorse con il personale demotivato e senza riqualificazione, di fronte anche alle nuove competenze introdotte dalla riforma del processo civile e per il reato di clandestinità, i lavoratori avranno ulteriori disagi e mortificazioni.
 
In allegato il volantino da affiggere in ogni bacheca e la comunicazione in G.U.

Saluto tutti

Pina Todisco
Rappresentanze Sindacali di Base Pubblico Impiego
Confederazione Unitaria di Base



GIUDICE DI PACE CHIUDE
PER MANCANZA DI PERSONALE


Siamo arrivati alla frutta! Adesso gli uffici chiudono anche per mancanza di personale! E’ accaduto al Giudice di Pace di S. Giorgio La Molara (BN) che ha chiuso i battenti per ben 9 giorni nel giro di tre mesi per mancanza di personale. Logica conseguenza: la proroga dei termini di decadenza per il compimento degli atti, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 209 del 9 settembre 2009.
    Questi sono i risultati dei tagli indiscriminati al personale giudiziario avvenuti dal 1995, da circa 53.000 unità a circa 41.000 presenti, ad oggi,  del  blocco del turn-over e dell’ultima  riduzione in ordine di tempo imposta dalla L.133/2008 (c.d. Brunetta) che ha tagliato la dotazione organica di ben 3566 unità. 
     Cos’altro succederà agli uffici con la riforma del processo civile che aumenta per valore le competenze del Giudice di Pace e con l’introduzione del reato di clandestinità? Da una prima stima il carico di lavoro che ricadrà sul personale amministrativo sarà raddoppiato, causando il  collasso degli oltre 800 uffici del Giudice di Pace già agonizzanti.
Il grido di dolore, levatosi da più parti, per le gravissime difficoltà in cui già versavano gli uffici del Giudice di Pace a seguito dell’introduzione delle nuove competenze penali previste dalla Legge 274/2000 e dalle convalide dei provvedimenti di espulsione della legge “Bossi- Fini” non è stato sufficiente per convincere il Ministero a correre ai ripari.
     Eppure ci piacerebbe sapere, con il personale ridotto al lumicino, come pensano i burocrati del Ministero di organizzare i  turni di reperibilità necessari per assicurare le udienze previste dalla nuova normativa in materia di sicurezza pubblica? E con quali fondi, visto che la L.133/08 nel triennio 2009-2011 prevede per il Ministero della Giustizia i seguenti tagli:


Anno 2009   €. 218.584.000

Anno 2010   €. 262.119.000

Anno 2011   €. 454.200.000



E’ utile rammentare che  l’organico amministrativo degli uffici del Giudice di Pace è attualmente pari a 0.50 unità per giudice, a fronte di quanto più volte sostenuto dagli esperti ministeriali,  che la giusta proporzione è di 4 unità amministrative per ciascun magistrato.
     Senza tener conto che  le presenze effettive sono ampiamente inferiori visto che,  sempre più spesso, si  preleva personale da questi Uffici per applicarlo in altri.
    In tutto ciò il Ministero è completamente assente anche sul piano della formazione e dell’informazione visto che a tutt’oggi non ha diramato specifiche direttive in materia né ha provveduto alla formazione del personale.
      Come al solito si fanno le leggi sulla pelle  del personale con costi quali -interpreti, avvocati di ufficio, compensi per i giudici di pace - che  ricadranno inevitabilmente sulla collettività.
Così mentre i mass media alimentano la campagna di disinformazione sui fannulloni della pubblica amministrazione, i lavoratori della giustizia vivono condizioni di lavoro da terzo mondo e vengono mortificati dalla mancata progressione di carriera. 

Ora Basta! 

Non lasciarti più stregare dal canto delle sirene dei sindacati concertativi e collaborativi.
Mobilitati ed organizzati insieme alla  RdB CUB P.I.  a difesa dei diritti sempre più scippati, del salario sempre più misero e della dignità sempre più calpestata.

  Partecipa alle prossime  iniziative di lotta ed allo sciopero generale del 23 ottobre 2009

Roma 15 settembre 2009    
RdB CUB P.I. – Coord. Nazionale Giustizia
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“La giustizia atto necessario d’amore”


di Maristella Panepinto
venerdì 18 settembre 2009



“La giustizia è un atto necessario d’amore”. Lo diceva Rosario, mentre sognava di diventare giudice, nella sua Canicattì. Rosario aveva scelto una strada perpendicolare a quella del padre e del nonno, entrambi noti avvocati. Lui aveva dichiarato il suo sogno ai suoi migliori anni: voleva fare il magistrato. Rosario Livatino sognava di essere giudice nella sua Sicilia, nella sua Agrigento, manomessa e devastata dalla guerra di mafia di quegli anni in cui Stidda e Cosa Nostra seminavano vittime. Sin da piccolo, la madre Rosalia gli aveva insegnato che nella vita quello che è importante non è sapere vincere, ma imparare a perdere e costruire una rivalsa degna. Questi ricordi, appartenuti al privato del giudice, ucciso il 21 settembre del ‘90, ce li consegna suo cugino, don Giuseppe Livatino.

Rosario e Giuseppe hanno in comune la luce buona degli occhi e l’espressione pacata di chi nella vita ha scelto da quale parte stare. Don Giuseppe Livatino, che dirige la redazione agrigentina dell’emittente televisiva Telepace, aveva venticinque anni, quel ventuno settembre del 1990.

“Avevamo fondato un’associazione, la Tecnopolis, e quel giorno mi trovavo in sede, quando venne il mio amico Fausto. ‘Hanno sparato a Rosario’ mi disse, a bruciapelo. Mi sentii smarrito, lì per lì non compresi bene. Cominciammo a cercare conferme, affidandoci a decine di numeri telefonici. In quei tempi la comunicazione non era immediata come adesso. Alla fine la notizia ufficiale ce la diede un’emittente televisiva agrigentina. Rosario sarebbe stato presente a un convegno, che doveva svolgersi a Canicattì pochi giorni più tardi, per ricordare il giudice Saetta, anch’egli canicattinese. Rosario non fece in tempo e noi precipitammo nello sconforto di chi, dall’oggi al domani, sente di essere rimasto solo”.

Era l’inizio degli anni ‘90, uno spartiacque tra la guerra di mafia e quelle che sarebbero diventate le grandi sconfitte alla criminalità organizzata. Canicattì, in questo scenario, era un punto di riferimento della mafia agrigentina.

Voi giovani, vicini a Livatino, come reagiste?
“Ricordo che, da quel momento, l’attività della nostra associazione, che era nata con scopi sociali e culturali, si trasformò in un cantiere di sensibilizzazione antimafia. Cominciammo a organizzare convegni, il primo a un mese dalla morte di mio cugino. Era qualcosa di nuovo, per l’epoca. La mafia, in quel periodo, faceva paura anche solo a nominarla. Qualcuno ci avvertì: ‘state attenti, altrimenti correrete il rischio di fare il bis’. A parte un gruppetto di giovani carichi di ideali e legittime incoscienze, il resto della cittadina si strinse nel silenzio. Gli adulti, in particolare, non vedevano, non sentivano, non sapevano. Perfino la lapide, in ricordo di mio cugino, comparve sul palazzo del comune un anno dopo la morte, con un’iscrizione quanto più neutrale possibile. Finché killer e mandanti erano in libertà, la società dei grandi fece finta di non aver capito”.

E oggi, come si ricorda il giudice a Canicattì?
“E’ un ricordo, purtroppo, “anniversaristico”. Ogni anno, a settembre, si organizza qualcosa in sua memoria. In particolare, quest’anno, sarà celebrata una messa, nella parrocchia dove è cresciuto, quella di san Domenico. Per il resto, tutto è tiepido, come sempre. Gli hanno intitolato scuole, strade, ma questo serve davvero a qualcosa, per perpetuare la memoria di un uomo,che moriva proprio quando la mafia faceva paura a tutti?”.

Perché è morto Rosario Livatino?
“Rosario è stato un precursore. Ha aperto una grande varco investigativo, quello dei legami tra mafia, politica e imprenditoria. Al tempo, parlare di ministri, che finivano nel mirino delle procure, per vicende legate alla mafia, era un vero affronto al sistema. Rosario ebbe il coraggio di sfidare le leggi non scritte, che, secondo il suo parere, erano le principali artefici della segregazione della nostra isola. Quello, forse, è stato un errore che l’anti-tribunale mafioso non ha voluto perdonargli. La mafia, in quella circostanza, pensò di dare un segnale forte alla magistratura siciliana, credette che, con l’omicidio di Rosario, ci sarebbe stata una battuta d’arresto nelle procure. Che tutto sarebbe tornato alla tranquillità di una volta. Così non è stato. Anche il sacrificio di mio cugino ha contribuito a infiammare gli entusiasmi buoni di chi, come lui, crede che la giustizia sia un atto necessario d’amore”.

Com’era Rosario Livatino?
“Era semplicemente un uomo sereno. Viveva di punti fermi: la giustizia e la fede. Credeva in maniera viscerale in Dio e questo, sicuramente, gli dava la solidità necessaria per affrontare le paure e i rischi di cui era cosciente. Due anni prima della sua morte, quando scavava già nel cuore di tante inchieste importanti, volle ricevere il sacramento della cresima. In famiglia la cosa ci ha stranizzato. Solitamente, in Sicilia, o ti cresimi da ragazzino o alle soglie del matrimonio. Per Rosario non c’era alcuna delle due circostanze. Dopo la sua morte capimmo che il suo fu il desiderio di confermare la fede, in prossimità del sacrificio più grande”.

Chi gli è stato vicino, parla di santificazione del giudice?
“La chiesa ha in mano le carte di un possibile miracolo, da attribuire a Rosario. Una donna di Pavia guarì dal terribile morbo di Hodgkin, dopo che Rosario le apparve in sogno, preannunciandole il superamento totale della malattia. La chiesa vaglierà ogni cosa. Quello che ci incoraggia è sapere, però, che la parte più giovane dell’istituzione ecclesiastica, quella formata dai gruppi giovanili, l’anno venturo, in occasione del Giovaninfesta, ad Agrigento, presenterà Rosario come testimone della fede cristiana”.

Parliamo dei silenzi di Livatino, forse travisati. Qualcuno parla di lui come di un giudice fin troppo ligio al dovere.
“I suoi silenzi erano, per quanti all’altezza di comprenderli, molto più eloquenti di decine di discorsi. Rosario sceglieva di spendere le parole necessarie, consapevole che il parlare troppo, specie nel suo ruolo, fosse solo uno spreco. Lui era un giudice che si sforzava di essere giusto e non era sicuramente irretito da un senso del dovere gretto. Ci metteva sempre l’anima, anche nell’applicazione della legge. Basti pensare che lavorò, a ferragosto, per firmare l’ordine di scarcerazione a un detenuto. Pensava che un giorno di lavoro, sottratto al cuore dell’estate, valeva bene un giorno in più della libertà di un uomo”.

Cosa le manca di suo cugino?
“La sua maniera di trasmettere il bene. Con Rosario, per via dei suoi tanti impegni di lavoro, non ci vedevamo spesso. Le volte che capitava, però, era sempre un arricchimento. Lui trasmetteva, in maniera del tutto naturale, i valori che costituivano la sua vita stessa. Devo dire che parte delle scelte che ho fatte, le devo anche al suo esempio luminoso e di speranza”.

Don Giuseppe Livatino ci saluta, parlandoci di uno speciale giornalistico, che dedicherà a suo cugino e nel quale ha visto miscelarsi l’obiettività del mestiere, con le pulsazioni del cuore. Ci sorride e sembra assomigliare ancora di più al giudice che, Francesco Cossiga, definì “ragazzino”. Quell’accezione rimase dubbia per molti. Adesso in tanti, tra quelli che gli sono stati vicini, lo chiamano così, “il giudice ragazzino”, che, appunto, con il cuore di un ragazzino sfidò la mafia, i mafiosi e i benpensanti. Li sfidò in silenzio e forse rimase troppo solo, come quel giorno di settembre, di 19 anni fa, quando la mafia lo sorprese sulla statale 640, su un’utilitaria, senza neppure la scorta. E lui, don Giuseppe è pronto a giurarlo, di fronte ai killer, avrà ripetuto: la giustizia è un atto necessario d’amore.

Live Sicilia
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Di Loredana Morandi (del 18/09/2009 @ 05:17:02, in Magistratura, linkato 1634 volte)
Altre news recano l'informazione che il fermo di Tarantini sia stato ottemperato da Guardia di Finanza anche per lo sfruttamento della prostituzione. Si veda di seguito il testo della Reuters.

Inchiesta Bari, Tarantini
fermato per spaccio di droga


di Leonardo Tessitore del 18/09/2009

BARI. Gianpaolo Tarantini, l'imprenditore barese indagato nell’ambito delle inchieste sulla sanità in Puglia e su un presunto giro di escort che avrebbero partecipato anche ad alcune feste nelle residenze del premier Berlusconi, è stato sottoposto a fermo.

L'accusa di detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. Il fermo è stato compiuto dalla Guardia di Finanza nell'aeroporto di Bari, su provvedimento cautelare firmato dal pubblico ministero Giuseppe Scelsi, e controfirmato dal procuratore della Repubblica, Antonio Laudati, perché, secondo fonti investigative, c'era "pericolo di fuga" e di "inquinamento delle prove".

Tarantini ha ammesso nelle scorse settimane con gli inquirenti di aver pagato donne, incluso alcune prostitute, per partecipare alle feste di Berlusconi, precisando però di averle solo rimborsate per le spese di viaggio sostenute per partecipare alle cene a casa del premier. Tarantini ha anche chiesto scusa a Berlusconi e sottolineato che il premier non sapeva che le donne fossero "a pagamento".

PUPIA

Inchiesta escort, imprenditore
Tarantini in stato di fermo


venerdì 18 settembre 2009 12:41


BARI (Reuters) - L'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini è stato sottoposto a fermo dalla Guardia di Finanza nell'ambito dell'inchiesta su un giro di escort e politici.

Lo riferiscono fonti investigative.Tarantini era all'aeroporto di Bari, in partenza per Roma e ora dovrebbe trovarsi in una caserma della Guardia di finanza.

L'l'ipotesi di reato formulata dalla procura di Bari nei confronti dell'imprenditore è di sfruttamento alla prostituzione.

Il nome di Tarantini era emerso in relazione al caso della escort Patrizia D'Addario che ha detto di aver trascorso una notte con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli e ha depositato alla Procura di Bari video, foto e registrazioni delle sue visite nella residenza romana del premier.

Secondo la procura, Tarantini avrebbe utilizzato escort o donne immagine per ottenere contatti utili in ambienti politici per le sue attività imprenditoriali.

La Procura di Bari ha avviato due inchieste parallele: una su droga e sfruttamento della prostituzione, l'altra sugli intrecci tra sanità pubblica e politica in Puglia.


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Inchieste Bari, Tarantini in stato di fermo

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L'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini è stato sottoposto a fermo dalla Guardia di Finanza. A riferirlo fonti investigative: fermato “per spaccio di droga e pericolo di fuga e di inquinamento delle prove”. Il provvedimento è stato firmato dal Pm ...

BARI: TARANTINI FERMATO PER SPACCIO

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Spaccio di sostanze stupefacenti: questa l'accusa a carico dell'imprenditore barese, Gianpaolo Tarantini, sottoposto a fermo perche' - ha detto ai cronisti il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Bari, Antonio Laudati - c'era un pericolo ...

BARI, TARANTINI FERMATO PER DETENZIONE E SPACCIO

Leggo Online - ‎43 minuti fa‎
L'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, coinvolto in varie inchieste sulla sanità regionale e nel filone delle escort, è stato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria da militari della Guardia di Finanza di Bari. Tarantini è stato fermato ...

Scandalo Escort: arrestato Giampaolo Tarantini

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L'imprenditore barese Giampaolo Tarantini è stato arrestato questa mattina dalla Guardia di Finanza all'aeroporto di Bari mentre era in attesa di un volo per Roma. Tarantini risulta indagato dalla Procura di Bari nell'ambito di due inchieste che ...

Inchiesta su escort e sanità, fermato Tarantini all'aeroporto di Bari

Adnkronos/IGN - ‎1 ora fa‎
Bari, 18 sett. (Adnkronos/Ign) - Sottoposto a fermo di polizia giudiziaria dai militari della Guardia di Finanza di Bari l'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, coinvolto in varie inchieste sulla sanità regionale e nel filone che riguarda un giro di ...

Inchieste Bari: GdF ferma imprenditore Tarantini

ANSA - ‎1 ora fa‎
(ANSA) - BARI, 18 SET - La Guardia di finanza ha sottoposto a fermo l'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini nell'areoporto di Bari. Il suo legale ha confermato. I motivi del provvedimento cautelare per ora non sono noti, ne' se sia un'iniziativa ...

Bari, arrestato l'imprenditore Tarantini. I pm: pericolo di fuga

L'Occidentale - ‎1 ora fa‎
L'imprenditore barese Giampaolo Tarantini è stato arrestato stamani dagli uomini della Guardia di finanza all'aeroporto del capoluogo pugliese. L'uomo, indagato nell'ambito delle inchieste sulla sanità in Puglia e su un giro di escort che sarebbero ...

Inchiesta Bari. Arrestato l'imprenditore Giampaolo Tarantini

Dazebao l'informazione on line - ‎1 ora fa‎
ROMA - Le Fiamme Gialle hanno sottoposto a fermo giudiziario l'imprenditore di Bari, Giampaolo Tarantini, primo indagato nelle inchieste sulla sanità pugliese e sul presunto giro di prostitute che avrebbero partecipato alle feste di Silvio Berlusconi a ...

BARI: GIANPAOLO TARANTINI SOTTOPOSTO A FERMO

Libero-News.it - ‎1 ora fa‎
Bari, 18 set. (Adnkronos) - L'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, coinvolto in varie inchieste sulla sanita' regionale e nel filone delle escort, e' stato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria da militari della Guardia di Finanza di Bari. ...

Bari, fermato Tarantini

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La guardia di finanza ha sottoposto a fermo l'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini per spaccio di stupefacenti e perchè, secondo informazioni investigative, c'era un pericolo di fuga. Tarantini risulta indagato anche nell'ambito delle inchieste ...

INCHIESTA BARI: FERMATO GIANPAOLO TARANTINI

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Inchiesta escort, imprenditore Tarantini in stato di fermo

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INCHIESTE A BARI, TARANTINI FERMATO PER DROGA

ANSA - ‎1 ora fa‎
BARI - L'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini e' stato sottoposto a fermo per spaccio di stupefacenti e perche', secondo informazioni investigative, c'era un pericolo di fuga. Lo ha detto ai cronisti a Bari il procuratore della Repubblica, ...

INCHIESTE BARI: ARRESTATO GIAMPAOLO TARANTINI

AGI - Agenzia Giornalistica Italia - ‎1 ora fa‎
(AGI) - Bari, 18 set.- L'imprenditore barese Giampaolo Tarantini, coinvolto in alcune inchieste su un presunto intreccio politica-affari nell'ambito degli appalti sulla sanita' regionale, e nell'inchiesta sulle "escort" e le feste a Palazzo Grazioli, ...

Fermato l'imprenditore Tarantini

Corriere della Sera - ‎2 ore fa‎
BARI - La Guardia di Finanza ha sottoposto a fermo l'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini, al centro delle inchieste sulla sanità in Puglia e su un giro di escort che sarebbero state portate anche nelle residenze del premier, Silvio Berlusconi. ...

Tarantini: 'Non mi occuperò più di sanità'

NotiziarioItaliano.IT - ‎17/set/2009‎
BARI – Intervistato da Stefano Maria Bianchi, giornalista di Anno Zero che si trovava casualmente all'aeroporto di Bari, Giampaolo Tarantini, tornato per una visita lampo alla madre e al fratello, ha dichiarato: “Come sapete non ho più nessun incarico ...

Tarantini cambia mestiere: «Mai più nel settore sanità»

La Gazzetta del Mezzogiorno - ‎16/set/2009‎
BARI - Il suo aereo da Roma atterra con 53 minuti di ritardo, costringendo il fido autista Dino a una lunga attesa. Gianpaolo Tarantini torna a Bari per una visita lampo («Voglio salutare mia madre e mio fratello, non li vedo da un sacco tempo») ma in ...
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Di Loredana Morandi (del 18/09/2009 @ 05:38:47, in Politica, linkato 1362 volte)
L'Italia ha bisogno di eliminare ogni possibilità ad una intera generazione di politici e corrotti... LM


UNIPOL: A GIUDIZIO A MILANO
CONSORTE, SACCHETTI E FAZIO


MILANO - L'ex numero uno di Unipol, Giovanni Consorte, il suo vice Ivano Sacchetti e l'ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio sono stati rinviati a giudizio insieme ad altri imputati a Milano nell'ambito della vicenda del tentativo di scalata a Bnl da parte di Unipol. L'udienza si terrà il primo febbraio prossimo davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Milano.

Il giudice ha mandato a processo tra gli altri anche l'allora direttore generale di Unipol, Carlo Cimbri, i banchieri Giovanni Zonin e Giovanni Alberto Berneschi, ai tempi rispettivamente presidente di Banca Popolare di Vicenza e Carige, e anche tutti i cosiddetti contropattisti tra cui gli immobiliaristi Stefano Ricucci e Danilo Coppola e Vito Bonsignore. Tra gli imputati prosciolti ci sono le banche Nomura e Credit Suisse First Boston con i loro esponenti e l'imprenditore Marcellino Gavio. Tra i rinvii a giudizio c'e' anche Deutsche Bank e inoltre la stessa compagnia assicuratrice Unipol.

ANCHE STEFANINI E GNUTTI A GIUDIZIO A MILANO - Anche l'attuale presidente di Unipol Pierluigi Stefanini e il finanziere bresciano Emilio Gnutti sono stati rinviati a giudizio a Milano per la vicenda del tentativo di scalata a Bnl da parte della compagnia assicurativa bolognese. Del loro rinvio a giudizio si e' appreso in un secondo momento in quanto il Gup Luigi Varanelli ha dovuto interrompere la lettura del dispositivo accorgendosi di un errore materiale ed e' dovuto tornare nella sua stanza a correggerlo.

CONSORTE: SORPRESA E STUPORE PER DECISIONE GUP MILANO - ''Accolgo con sorpresa e stupore la decisione del Gup del Tribunale di Milano''. Cosi' Giovanni Consorte ha commentato in una dichiarazione il suo rinvio a giudizio. ''I miei avvocati e io abbiamo fornito un'ampia e dettagliata documentazione che, insieme alle testimonianze rese e alle memorie difensive - ha sottolineato - confermavano ed evidenziavano la mia totale estraneita' rispetto ai fatti riferiti dall'accusa per la vicenda Bnl. Sono reduce da 10 tra archiviazioni e proscioglimenti e continuero' ad avere fiducia nei magistrati, molti dei quali in questi anni, nelle vicende a cui sono chiamato a rispondere, hanno dimostrato di andare oltre gli sconcertanti aspetti politici''.

''Al di la' dell'amarezza derivata dalla lettura di questo decreto - ha rilevato ancora Consorte - posso comunque esprimere la mia soddisfazione perche' sono certo che i fatti in sede di dibattimento mi daranno ragione. In quella sede, ovvero a porte aperte, mi verra' consentito di fare piena luce su diversi elementi e metodologie d'indagine, attinenti l'intera mia vicenda giudiziaria, che hanno lasciati perplessi e stupefatti sia me che i miei legali. Un lungo elenco di 'disattenzioni' e/o 'omissioni' e di forzature procedurali, che - ha assicurato Consorte - e' mia ferma intenzione portare all' attenzione della pubblica opinione, con ogni mezzo divulgativo''.

In un lungo comunicato, Giovanni Consorte annuncia che chiedera' lo svolgimento del processo sulla vicenda Bnl alla presenza dei principali organi d'informazione. E che porra' all'attenzione dei media, oltre ''alla correttezza del mio operato, la poca trasparenza delle dinamiche politiche e processuali che hanno di fatto dato origine al fallimento della scalata a Bnl''. In particolare, l'ex presidente di Unipol chiedera' chiarimenti ''in merito alle vicende che in questi ultimi anni hanno evidenziato diversi punti oscuri, nella complessa vicenda giudiziaria che mi ha visto coinvolto''. Come ''strane coincidenze e singolarita''' che saranno oggetto, in sede di dibattimento processuale, ''di richiesta di attenzione da parte dei miei legali, sia nei confronti dei giudici che dei media''.

La prima di queste ''singolarita''' - spiega - riguarda un esposto ''con cui denunciavo le torbide operazioni e le limacciose omissioni in cui si vanificava per annegamento il tentativo di conquista della Bnl da parte di Unipol'', esposto presentato il 13 dicembre 2005 alla Procura di Bologna e che ''e' letteralmente scomparso'', ''assai misteriosamente''. L'elenco delle 'singolarita'' citate da Consorte prosegue. Si va dalle modalita' con cui la procura di Milano ''ha messo sotto controllo la mia vita e quella dei miei familiari e collaboratori'' con intercettazioni telefoniche e ambientali, alla cogestione da parte delle procure di Milano e di Roma dell'indagine con due procedimenti per stesse ipotesi di reato in due sedi diverse. Ancora, secondo Consorte, il gup di Milano ha adottato la decisione odierna ''senza potere prendere visione delle risultanze romane''. Perche' - rileva - ''la procura di Roma ha messo a disposizione gli atti relativi alla propria indagine su Bnl, durata circa quattro anni, due giorni dopo la chiusura della udienza preliminare parallela di Milano, sulla stessa vicenda, con sospetto tempismo''.

Consorte ribadisce l'amarezza per la decisione odierna del tribunale di Milano ma sottolinea che questo ''mi consente di rappresentare finalmente all'opinione pubblica lo scempio che e' stato fatto di una iniziativa industriale quale quella della conquista di Bnl da parte di Unipol. Scempio che ha tolto risorse al paese senza che ancora nessuno abbia pensato di procedere alla individuazione delle responsabilita' e dei responsabili''.

ANSA  2009-09-18 13:52
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Di Loredana Morandi (del 18/09/2009 @ 05:44:55, in Magistratura, linkato 1549 volte)
«Emergenza Giudice di pace a Roma»
Il Csm chiede aiuto ad Alfano

di Luca Lippera

ROMA (18 settembre) - Alla fine se ne sono accorti anche nel “palazzo”. Dopo anni di denunce da parte dei cittadini, dei funzionari e dei giornali, il Consiglio Superiore della Magistratura si è reso conto che il caos del Giudice di Pace di Roma - una zattera nell’oceano in tempesta - deve finire una volta per tutte. Il plenum del Csm ha chiesto ieri che si intervenga per «assicurare la funzionalità dell’ufficio e per rispondere meglio alle esigenze dei cittadini».

Il caos connesso ai ricorsi e alle cause per le multe, dunque, emerge in tutta la sua drammaticità. E il Csm ha approntato una delibera, approvata all’unanimità, in cui sollecita il Ministro di Grazia e Giustizia, Angelino Alfano, il presidente del Tribunale, quello della Corte d’Appello e il nuovo coordinatore del Giudice di Pace «a fronteggiare con adeguati mezzi l’emergenza in atto».

La pratica, fanno sapere da Palazzo dei Marescialli, sede del Csm in piazza Indipendenza, «è originata da numerose proteste rilanciate anche da articoli di stampa». Il ministro Alfano, già a primavera, aveva ricevuto dai vertici della Giustizia romana dettagliate relazioni sullo stato di salute pre-agonico degli uffici di via Teulada. Ma da via Arenula, fin qui, si è mosso poco o nulla.

Anche il sistema telematico pensato per collegare il Giudice di Pace al Comune e alla Gerit è in ritardo. Il Campidoglio e la concessionaria per la riscossione dei tributi hanno fatto la loro parte. E’ stata firmata un’intesa per far decollare il progetto. Ma sembra che proprio il Ministero continui a non fornire i mezzi, anche finanziari, che servono per far partire la rete informatica. Eppure si tratta di un punto centrale.
Migliaia di Cartelle Esattoriali continuano ad essere spedite anche quando il cittadino ha vinto un ricorso perché non esiste un collegamento in “tempo reale” tra la sede di via Teulada, l’Ufficio contravvenzioni del Campidoglio e la Gerit stessa. Se ci fosse la rete (niente di “spaziale” nell’era di internet) tante liti verrebbero evitate e migliaia di romani non dovrebbero più consumare parte della vita in ricorsi senza alcun senso.

Gli stessi coordinatori del Giudice di Pace denunciano da mesi lo stato dell’arte. I magistrati onorari, i cancellieri e i segretari non fanno mistero che «ormai quello che accade in via Teulada è indegno di un luogo in cui si amministra la Giustizia». Eppure niente o quasi. Ora la speranza è che la mossa del Csm, un organismo presieduti, istituzionalmente, dal Presidente della Repubblica, possa smuovere le acque. La pratica da cui parte la delibera che sollecita il ministro Alfano è stata istruita dall’Ottava Commissione consiliare sotto la presidenza del Consigliere Ciro Riviezzo e si è conclusa sotto la presidenza dell’Avvocato Celestina Tinelli.

Nel corso delle audizioni effettuate sul Giudice di Pace, spiega una nota del Csm, sono risultate «carenze di personale amministrativo e insufficiente funzionalità dei programmi informatici a disposizione dell’ufficio». Pur non avendo competenza diretta sulla organizzazione giudiziaria, il Consiglio Superiore della Magistratura - si sottolinea - «ha ritenuto che tali disfunzioni incidano direttamente sull’efficienza della giurisdizione, sui tempi del processo e sul diritto dei cittadini ad accedere al servizio giudiziario». La richiesta è pressante: «C’è l’urgenza di adottare misure adeguate a fronteggiare la situazione di emergenza in atto».

Il Messaggero
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