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 san valentino ...... di Lunadicarta
 
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Quando tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa.

Walter Lippmann
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 01/08/2009 @ 17:05:29, in Redazionale, linkato 3653 volte)
2 Agosto 1980 - Stazione di Bologna




La strage

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna.
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo soccorsidelle strutture sovrastanti le sale d'aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L'esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.

Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti. (testimonianze di Biacchesi e da "Il giorno")
La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio vite, sogni, speranze.

Maria Fresu si trovava nella sala della bomba con la figlia Angela di tre anni. Stavano partendo con due amiche per una breve vacanza sul lago di Garda. Il corpicino della piccola, la più giovane delle vittime, venne ritrovato subito. Solo il 29 dicembre furono riconosciuti i resti della madre.

Marina Trolese, 16 anni, venne ricoverata all'ospedale Maggiore, il corpo devastato dalle ustioni. Con la sorella Chiara, 15 anni, era in partenza per l'Inghilterra. Le avevano accompagnate il fratello Andrea, e la madre Anna Maria Salvagnini. Il corpo di quest'ultima venne ritrovato dopo ore di scavo tra le macerie. Andrea e Chiara portano ancora sul corpo e nell'anima i segni dello scoppio. Marina morì dieci giorni dopo l'esplosione tra atroci sofferenze.

Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo.
Poi non ne aveva più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
"Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire", ha scritto Secci, "la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo".
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage.

La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza per le vittime, i sopravvissuti e i loro parenti.
soccorsiI vigili del fuoco dirottarono sulla stazione un autobus, il numero 37, che si trasformò in un carro funebre.
E' lì che vennero deposti e coperti da lenzuola bianche i primi corpi estratti dalle macerie.

Alle 17,30, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in elicottero all'aeroporto di Borgo Panigale e si precipitò all'ospedale Maggiore dove era stata allestita una delle tre camere mortuarie.
Per poche ore era circolata l'ipotesi che la strage fosse stata provocata dall'esplosione di una caldaia ma, quando il presidente arrivò a Bologna, era già stato trovato il cratere provocato da una bomba.
Incontrando i giornalisti Pertini non nasconse lo sgomento: "Signori, non ho parole" disse,"siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia".

Ancora prima dei funerali, fissati per il 6 agosto, si svolsero manifestazioni in Piazza Maggiore a testimonianza delle immediate reazioni della città.
Il giorno fissato per la cerimonia funebre nella basilica di San Petronio, si mescolano in piazza rabbia e dolore.
Solo 7 vittime ebbero il funerale di stato.
Il 17 agosto "l'Espresso" uscì con un numero speciale sulla strage.
In copertina un quadro a cui Guttuso ha dato lo stesso titolo che Francisco Goya aveva scelto per uno dei suoi 16 Capricci: "Il sonno della ragione genera mostri".
Guttuso ha solo aggiunto una data: 2 agosto 1980.

Cominciò una delle indagini più difficili della storia giudiziaria italiana.



Le Rivendicazioni

* Una decina di minuti dopo l'esplosione, al centralino dell'Hotel Hilton di Milano arrivò una telefonata in cui i Nap (Nuclei armati proletari) dichiaravano: "abbiamo colpito Bologna, colpiremo Milano."

* Venti minuti dopo all'agenzia Publikompas di Milano nuovamente i Nar dichiaravano:"La prossima stazione centrale sarà quella di Milano."

* Alle 17,00 giunse una nuova telefonata di rivendicazione alla agenzia torinese dell'agenzia Italia e nuovamente i Nar si assumevano la paternità della strage.

* Durante la giornata vi fu anche l’ipotesi di un possibile coinvolgimento delle Brigate rosse, che venne smentito con una telefonata in diretta a Radio Popolare di Milano quando a nome della colona “Walter Alasia” venne dichiarato: “Noi non facciamo simili bastardate.”

Bisogna sottolineare come il riferimento, fatto dai Nar durante la prima rivendicazione, a Mario Tuti esponente di spicco del Fronte nazionale rivoluzionario sia particolarmente importate. In quei primi giorni dell’agosto 1980 era infatti stata depositata l’ordinanza di rinvio a giudizio per la strage del treno Italicus, avvenuta il 4 agosto 1974.

Il giudice Angelo Vella, titolare di quell’inchiesta, in una intervista rilasciata al Resto del Carlino indicava in quegli stessi ambienti neofascisti la probabile matrice della strage del 2 agosto. La suggestione di un possibile collegamento fra le due stragi, senza volere con ciò individuare resposabilità, fu un elemento che venne subito rievocato da molti in quei momenti: la data della strage di Bologna poteva essere quasi un anniversario della strage dell’Italicus, il luogo: il treno e la stazione, la collocazione di bombe ad altissimo potenziale che colpirono in modo indiscriminato erano tutti elementi che parevano legare quelle due stragi da un qualche filo comune.

www.stragi.it


Una vittima (*)





Dedicato a Iwao Sekiguchi, il Mercurio del Giambologna dall'Anime Gankutsuou del maestro Mahiro Maeda


IWAO SEKIGUCHI (20 anni)

Iwao studiava letteratura giapponese alla Waseda di Tokio, una delle università migliori del Paese e alla quale pochi riescono ad accedere.
Da anni desiderava visitare l’Italia. Era particolarmente interessato alle nostre origini, all’arte, e alla nostra religione. Aveva ottenuto una borsa di studio dal Centro Culturale Italiano a Tokio, che gli avrebbe permesso di rimanere un mese a Firenze per studiare la nostra lingua. Partito il 22 luglio da Tokio, aveva raggiunto Roma il 23, dove era rimasto una settimana, ospite di un amico. Quindi era partito per Firenze e da lì per Bologna. Doveva essere un breve viaggio per fare poi ritorno a Firenze.
Iwao intendeva rimanere più di un mese in Italia. I soldi della borsa non gli sarebbero bastati, ma era riuscito a mettere insieme un gruzzoletto dando lezioni private per due anni. E poi aveva poche esigenze. Aveva assicurato ai suoi che se la sarebbe cavata comunque.
Nelle ultime pagine del suo diario, sul quale riportava con precisione cosa faceva, si legge: “2 agosto: sono alla stazione di Bologna. Telefono a Teresa ma non c’è. Decido quindi di andare a Venezia. Prendo il treno che parte alle 11:11. Ho preso un cestino da viaggio che ho pagato cinquemila lire. Dentro c’è carne, uova, patate, pane e vino. Mentre scrivo sto mangiando.”
La notizia della sua morte è giunta ai suoi genitori attraverso la televisione, e poi attraverso la conferma del Ministero degli esteri.
Cit. Franco Basile



(*) agli amanti di Anime e Manga, perché i libri non servono solo a coprirvi dove non batte il sole...

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Di Loredana Morandi (del 02/08/2009 @ 12:52:06, in Magistratura, linkato 1612 volte)
GRASSO: RAPPORTO MAFIA - POLITICA
COME PESCI E ACQUA

(AGI) - Cortina d'Ampezzo, 2 ago - "Il rapporto tra la politica e la mafia e' come quello fra i pesci e l'acqua". Lo ha dichiarato dal palco di Cortina InConTra Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia. "Basterebbe che la politica locale alzasse la testa e si liberasse dall'abbraccio della mafia. Certe volte sembra quasi che abbia voglia di mafia, invece di liberarsene. Finche' la politica restera' cosi' bassa, soddisfera' bisogni individuali e clientelari, non si liberera' mai".


MAFIA: GRASSO, POLEMICHE SAVIANO?
TEMPESTA IN BICCHIERE ACQUA


(AGI) - Cortina d'Ampezzo, 2 agosto - La polemica Pecorella - Saviano? Una tempesta in un bicchiere d'acqua. Lo ha dichiarato il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, prima di salire sul palco di Cortina InConTra per il dibattito 'La mafia della porta accanto'. Non c'e' solo quella tradizionale, dei pizzini e della lupara, ma anche quella dei salotti buoni del Nord, insieme a Antonio Laudati, magistrato, direttore generale Giustizia Penale, autore de 'Mafia pulita' (Longanesi), e Stefano Dambruoso, responsabile attivita' internazionali Ministero Giustizia. "Erano delle ipotesi di Pecorella - continua il Procuratore - che, avendo seguito il processo per la morte di don Diana, ha avanzato qualche dubbio. E' l'ottica del difensore dell'imputato. Una volta chiarito il concetto, pero', mi pare che le polemiche lascino il tempo che trovano.
  Certamente don Diana e' morto come don Puglisi, per la sua attivita' pastorale ed evangelica in un ambiente dove si muore anche per questo". E alla domanda se secondo lui sia stato assassinato dalla criminalita' organizzata ha risposto: "C'e' una sentenza, come magistrato non posso che attenermi alle sentenze". Il procuratore antimafia inoltre e' tornato sul tema delle confische di beni ai mafiosi: "La stima dei sequestri rispetto al patrimonio illecito della criminalita' organizzata e' del 10, poi fra il sequestro e la confisca perdiamo il 50, per cui alla fine la cifra si riduce al 5% di questa economia criminale e' data dal traffico di stupefacenti, anche qui i sequestri rappresentano il 10 rispetto al totale sul mercato".
  E sulla storia della lotta alla mafia ricorda: "Nel 1982 venne finalmente varata una legge, la Rognoni - La Torre, che inseriva il 416 bis, l'associazione di stampo mafioso, nella nostra legislazione e diede la possibilita' di sequestrare i beni. I corleonesi, allora, portarono via il denaro dall'Italia, trasferendolo in Germania. Dal 1982 si sono ben guardati dall'acquistare intestando a se' il bene, si sono serviti di prestanome e imprese. E' sempre piu' difficile riuscire a trovare il collegamento tra denaro illecito e pericolosita' sociale dei soggetti". Ma a che punto e' la lotta alla mafia? Secondo Grasso, "Colpi ne sono stati dati, soprattutto alla mafia siciliana, che per un certo periodo e' apparsa la piu' pericolosa per i suoi attacchi contro lo stato e i rappresentanti delle istituzioni, e poi i riflettori delle indagini si sono spostati anche sulla 'ndrangheta e la camorra'. Sotto il profilo della repressione ogni mattina c'e' un'operazione antimafia, quindi si lavora. Pero' questo non basta, perche' le file della criminalita' organizzata sono immediatamente ricoperte da coloro che stanno ad aspettare di essere arruolati per sostituire gli arrestati o gli uccisi.
  Bisogna operare piu' sul sociale, la politica deve dare maggiore sviluppo nella legalita'". Grasso ha poi concluso: "Lo Stato e' fatto di cittadini e territorio. Per la parte che ho rappresentato io nello Stato abbiamo la coscienza a posto, per le altri parti, sia quella civile che politica, c'e' ancora molto da fare".
 
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Tra polemiche e minacce di dimissioni
l’attività del CSM va in vacanza



SLITTANO PRATICHE TUTELA TOGHE, DAL CASO MILLS A QUELLO SU ELUANA ENGLARO

Roma, 2 agosto 2009. Si chiude tra polemiche e minacce di dimissioni l’attività del Consiglio Superiore della Magistratura, che martedì scorso ha chiuso i battenti per la pausa estiva, per riprendere i lavori a settembre. Un anno intenso quello trascorso a Palazzo dei Marescialli, che ha visto molte nomine ai vertici degli uffici giudiziari e non poche discussioni accese nei pareri da consegnare al Guardasigilli Angelino Alfano, primo tra tutti quello sul ddl sicurezza, con riferimento al nuovo reato di clandestinità. Non sono mancate neanche alcune critiche da parte del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, che presiede l’organo di autogoverno. A partire da quella di limitare le troppe pratiche a tutela dei magistrati aperte dalla Prima Commissione: un monito che ha portato il Csm a modificare il proprio regolamento, istituendo un ‘filtrò per tali pratiche che consentirà di portare in plenum solo quelle meritevoli di attenzione.

Un argomento scottante che ha spinto addirittura un consigliere, il togato di Magistratura Democratica Livio Pepino, a minacciare le dimissioni. Il motivo? Ci sono sei di quelle pratiche a tutela, tra le quali quella riguardanti gli attacchi ai giudici della Cassazione alle prese con il caso Englaro o quella a tutela dei giudici del processo Mills attaccati dal premier, che dovevano essere trattate prima della pausa estiva, ma per una serie di situazioni, complice il nuovo regolamento, sono slittate a settembre.Pepino, minacciando le dimissioni ha annunciato che, alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva, non parteciperà più alle sedute fino a quando le pratiche non saranno poste all’ordine del giorno, denunciando «l’espropriazione delle competenze del Csm».CSM

Una forma di protesta condivisa da altri consiglieri. In una lettera infuocata inviata dal togato di Md al vice presidente Nicola Mancino, il consigliere ricorda di aver più volte sollecitato anche in colloqui con Mancino stesso, ma inutilmente, la discussione in plenum di numerose pratiche a tutela, «che seppure licenziate dalla Prima Commissione da mesi» e in due casi da più di un anno, «sono rimaste incomprensibilmente in sospeso in una sorta di ‘limbò». Tutti casi che hanno fatto discutere, pratiche «tra le quali spiccano quella aperta a seguito delle esternazioni del presidente del Consiglio su un’asserita parzialità del collegio preposto al processo Mills e quella conseguente alle pesanti pressioni sulla Corte di Cassazione , chiamati a decidere in merito all’interruzione dell’alimentazione forzata di Eluana Englaro». Si tratta, scrive Pepino nella missiva, di un «espropriazione di competenze che provoca in me non solo delusione e amarezza ma anche viva preoccupazione per il futuro del Consiglio, la cui rilevanza costituzionale non tollera forme di eterodirezione». Un’amara constatazione che ha portato il togato di Md a decidere di non voler prendere parte più a riunioni di plenum «sino a che la questione delle pratiche a tutela non troverà soluzione adeguata». Pepino, sempre in quella lettera a Mancino, parla di una «alternativa» trovata alle dimissioni, per ora accantonate, ma solo perchè una scelta del genere «determinerebbe problemi non lievi di funzionalità del Consiglio, data la mancanza di colleghi con funzioni di legittimità in atto che possano subentrare». Ma avverte: «Se vi sarò costretto dal protrarsi della mancata soluzione del problema non esiterò a assumere tale decisione».

Tra quelle famose pratiche slittate a settembre, anche quella sulle dichiarazioni che il premier Silvio Berlusconi aveva rilasciato il 26 marzo scorso in occasione dell’inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra: il premier definì «eroi che qualcuno ha cercato di ostacolare» i dirigenti di Impregilo, dopo che questi avevano parlato di provvedimenti «abnormi» della magistratura. Altra pratica in attesa di trattazione, quella che riguarda i magistrati di Napoli, titolari dell’indagine su Berlusconi per la vicenda di segnalazioni di attrici all’allora direttore di Rai Fiction Agostino Saccà. Mancino ha spiegato di aver individuato il prossimo 10 settembre come data utile per discutere le pratiche a tutela delle toghe; ma ha avvertito i consiglieri di dover attendere l’assenso del capo dello Stato, che del Csm è il presidente.

Il togato del Movimento per la Giustizia Mario Fresa, ha sottolineato come «l’autonomia e l’indipendenza della magistratura siano messe in pericolo da dichiarazioni improvvide, a maggior ragione se provengono da politici importanti». Ma quella di Pepino non è stata l’unica protesta ad avere inquinato il clima di Palazzo dei Marescialli in quest’anno trascorso. Prima di lui, a giugno, tre consiglieri si erano dimessi dalla Commissione per gli incarichi direttivi. I togati Ezia Maccora e Giuseppe Maria Berruti e il laico del centro-sinistra Vincenzo Siniscalchi avevano lasciato la Commissione che si occupa delle nomine dei capi degli uffici giudiziari, in polemica con Alfano che in un’intervista aveva parlato di una pianificazione di nomine lottizzate ai vertici degli uffici giudiziari da parte del Csm, cioè di una spartizione dei ruoli chiave tra le correnti della magistratura; «con quelle parole il ministro ci ha accusato di condotte illecite», avevano spiegato motivando il loro gesto. Con loro si erano schierati la gran parte dei consiglieri che in una nota avevano accusato Alfano di «grave scorrettezza istituzionale», e numerosi capi di uffici giudiziari che avevano accusato Alfano di delegittimare gli stessi magistrati nominati dal Csm.

Dimissioni che erano state rigettate dal Capo dello Stato Giorgio Napoletano, che però aveva riconfermato loro la «fiducia». Ricevendoli al Quirinale Napoletano aveva rivolto un monito a tutte le parti in causa, apprezzato tanto dal Guardasigilli quanto dagli stessi magistrati. «Il libero scambio di opinioni, e l’espressione di divergenze sulle soluzioni da adottare – aveva detto il Capo dello Stato, riferendosi anche ai pareri dati dal Csm ai provvedimenti legislativi – non dovrebbero dar luogo a contrapposizioni esasperate nè interferire nella fase delle decisioni che spettano al Parlamento».Le polemiche non hanno lasciato scampo neanche al vicepresidente del Csm Nicola Mancino, che in questi ultimi giorni è stato al centro di attacchi sul caso delle stragi di mafia dei giudici Falcone e Borsellino. Il numero di due di Palazzo dei Marescialli ha detto di aver «ricevuto un attacco duro e violento e accuse che ritengo di non meritare. Sono i fatti a dimostrare con quanto senso dello Stato e determinazione si è combattuto contro la malavita organizzata». A chiamare in causa Mancino, il giudice Giuseppe Ayala, componente del pool antimafia di Palermo che negli anni ‘80 rappresentò l’accusa nel maxiprocesso a Cosa Nostra. Ayala ha parlato di un incontro del vicepresidente del Csm con Borsellino, «del tutto casuale, il giorno in cui andò in Viminale a prendere possesso della sua carica al Ministero».

Parole a cui Mancino ha replicato così: «Ayala afferma ciò che io non ho mai escluso e, cioè, che è stato possibile avere stretto, fra le tantissime mani, anche quella del giudice Borsellino, il giorno del mio insediamento al Viminale. Ma tra avergli stretto la mano – ha spiegato – in mezzo ad altre persone senza avergli parlato e avere incontrato e parlato con il giudice Borsellino, c’è una bella differenza». Dai quotidiani, negli ultimi giorni, gli attacchi a Mancino anche da parte dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, che lo ha accusato di essere stato «ambiguo e inquietante» su quelle stragi del ‘92 e di aver contribuito a fermare alcune inchieste sui rapporti tra mafia e politica. Al di là degli attacchi e delle polemiche, l’attività del Csm ha dato i suoi frutti soprattutto nella copertura degli incarichi di vertice. Più di quattrocento nomine a capo degli uffici giudiziari sono state fatte in meno di un anno, con tempi che non hanno paragone rispetto al passato. Ci sono voluti una media di tre-quattro mesi per ogni singola scelta, a fronte dei due anni che ci volevano prima. Un «risultato straordinario» per il Csm, evidenzia il togato di Unicost Giuseppe Maria Berruti, che è stato presidente della Commissione per gli incarichi direttivi di Palazzo dei marescialli. In particolare, sono state 120 le nomine dei capi degli uffici giudiziari (tra presidenti di tribunali, Corti appello, procuratori e Pg) e 282 le nomine dei loro vice, mentre 4 sono stati i dirigenti confermati nei loro incarichi. Si sono accorciati di molto i tempi di nomina, ha fatto notare Ezia Maccora (Magistratura democratica), che ha guidato sinora la Commissione per gli incarichi direttivi.

Tra le iniziative di Palazzo dei Marescialli, anche due bandi per coprire le sedi considerate disagiate. La prima tranche a maggio scorso, aveva portato alla copertura di 43 posti dei 74 messi a concorso; e in alcune sedi, come Brescia e Caltanisetta, sono stati riempiti tutti i ‘vuotì. Diverso il caso di altre Procure del Sud, come Gela, dove sono rimasti molti posti vacanti. L’ultimo bando risale a qualche giorno fa, quando il plenum ha deliberato la pubblicazione di altri 35 posti nelle procure ‘disagiatè, vacanti dopo il bando di maggio. Sette i posti da ricoprire nel distretto di Caltanissetta, due a Catania, cinque a Catanzaro, tre a Messina, uno a Milano, otto a Palermo, uno nel distretto di Potenza, quattro a Reggio Calabria, due a Torino e altri due nella sezione distaccata della Corte d’Appello di Sassari.

(Adnkronos su Melito online)
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Domanda: ma questi che prendono di codeste decisioni ferali, non li indaga mai nessuno? Perché spingere un tredicenne sull'orlo del precipizio della disperazione? E se non fosse mai stato ritrovato, di chi sarebbe stata la responsabilità? Ottimi i magistrati del Tribunale dei minorenni, che hanno compiuto l'unica scelta saggia.

Palermo, Polizia rintraccia 13enne
scomparso da un mese


Palermo, 1 ago. - (Adnkronos) - Si era allontanato dalla casa famiglia in cui era ospitato per cercare la sorella di 16 anni e da piu' di un mese non dava notizie di se'. Ieri, pero, sul lungomare di Mondello, borgata marinara di Palermo, la Polizia e' riuscita a rintracciarlo. Il piccolo, 13 anni, qualche mese fa era stato sorpreso a bivaccare su una panchina della stazione ferroviaria insieme alla sorella. I due, abbandonati dal padre che si era costruito una nuova famiglia, vennero affidati a due diverse strutture sociali. Il distacco dalla sorella, pero', aveva acuito il disagio del ragazzino, che lo scorso 26 giugno ha deciso di allontanarsi dalla struttura.

Per oltre un mese il bambino non ha dato notizie di se', facendo temere il peggio agli operatori della casa famiglia e ai poliziotti impegnati nelle ricerche. Ieri l'esito positivo. Gli agenti in bici del commissariato Mondello lo hanno notato mentre si rifugiava all'interno di una cabina. A poche decine di metri altri bambini, tra cui la sorella, che era riuscito a rintracciare. Alla vista dei poliziotti il ragazzino e' scoppiato in lacrime. Dopo averlo rifocillato e rincuorato, i poliziotti hanno segnalato il caso al Tribunale per i minorenni, che ha disposto l'affidamento dei due fratellini ad una stessa casa famiglia.
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Di Loredana Morandi (del 02/08/2009 @ 13:27:30, in Sindacato, linkato 1389 volte)
Proteste dall'associazione dei giornalisti, solidarietà da parte mia: anche qui in Italia accade tutti i giorni...

Cameramen licenziato in tronco: "Indossa una t-shirt offensiva".
L'operatore si difende: "Era l'unica pulita"



ultimo aggiornamento: 01 agosto, ore 10:32

Roma - (Ign) - Il dipendente croato dell'emittente RTL si è presentato alla conferenza stampa del governo con la scritta 'Non ho bisogno di sesso, il governo mi f... tutti i giorni'. L'azienda: "Si è comportato in modo non professionale"

Roma, 1 ago. - (Ign) - Un operatore televisivo croato è stato licenziato perché colpevole di aver offeso il primo ministro Jadranka Kosor con una t-shirt inopportuna. Il cameraman, dipendente dell'emittente televisiva RTL, si era presentato alla conferenza stampa del governo di ieri pomeriggio con una maglietta recante la scritta: 'Non ho bisogno di sesso, il governo mi f.... tutti i giorni'. Il premier croato ha espresso il suo risentimento, dichiarando che la t-shirt rappresentava un insulto, mentre il cameraman si è giustificato, dicendo che la maglietta era l'unico indumento pulito di cui disponeva quel giorno.

L'emittente RTL ha motivato il licenziamento affermando che il cameraman si è comportato in maniera non professionale , danneggiando così l'immagine dell'azienda. Immediate proteste si sono sollevate da parte dell'associazione dei giornalisti croati, che ha chiesto l'immediato reintegro dell'operatore.
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Di Loredana Morandi (del 03/08/2009 @ 09:26:31, in Magistratura, linkato 1644 volte)
La Gazzetta del Mezzogiorno, ed 1/07/09, pag. 19

Processo penale, più ombre

di Antonio Patrono *


Il disegno di legge sulla riforma del processo penale contiene poche innovazioni positive e molte negative. Fra queste ultime la peggiore è quella che riguarda il rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria poiché le norme proposte sono dichiaratamente dirette a "creare i presupposti per una maggiore "concorrenza e controllo reciproco" tra loro. Quindi le nuove norme dovrebbero consentire alla polizia giudiziaria alla polizia giudiziaria di "controllare" il pubblico ministero nello svolgimento delle sue funzioni di indagine (si badi bene che la Costituzione stabilisce che è il pm a disporre della polizia giudiziaria) e, addirittura, auspica che i due si facciano concorrenza. Pensiamo a cosa accadrebbe se ciò avvenisse. Per lo stesso reato la polizia giudiziaria potrebbe svolgere autonome indagini sulla pista che ritenesse preferibile, diverse da quelle eventualmente condotte su altra pista dal pubblico ministero. E poiché in Italia di polizie giudiziarie con la stessa potenziale competenza ce n'è più d'una, per lo stesso reato si potrebbero in futuro svolgere anche tre o quattro indagini parallele, ognuna indipendente dall'altra, non coordinate, all'esito delle quali potrebbero esserci tre o quattro conclusioni del tutto incompatibili. Peccato che la verità di un fatto è una sola, così come uno solo è il colpevole, che resterebbe in tal caso sempre impunito. Per condannare, infatti, occorre a norma di legge l'assenza di "ogni ragionevole dubbio" sulla colpevolezza dell'imputato. Ma quale giudice potrebbe non avere una ragionevole dubbio in presenza di una diversa indagine, che abbia condotto a diversi risultati, svolta da un autorità investigativa "concorrente", ma dello stesso rango e avente la medesima finalità rispetto a quella che proponesse una certa soluzione al giudice? Un "caos".
Un punto positivo è invece la previsione di una nuova causa di atensione che si avrebbe in caso di "giudizi espressi fuori dall'esercizio delle funzioni giudiziarie, nei confronti di parti del procedimento e tali da provocare fondato motivo di pregiudizio all'imparzialità del giudice". In sostanza, la norma dice che se un giudice abbia espresso in precedenza un giudizio di assoluta disistima nei confronti di qualcuno, se per avventura dovesse poi trovarsi a giudicare quella stessa persona dovrebbe astenersi per evitare che quella persona o altri possano avere dubbi sull'imparzialità della sua decisione. Molti all'interno della magistratura ritengono che questa norma  sarebbe negativa perché potrebbe essere utilizzata quando il magistrato abbia espresso critiche a personaggi politici in relazione alla loro attività pubblica. Così non è. E' infatti possibile per i magistrati esprimere opinioni, anche di vivo dissenso, rispetto a disegni di legge o provvedimenti comunque in materia di giustizia, in modo "tale" che, sia per la forma che per il contenuto, non possano ragionevolmente provocare fondato motivo di pregiudizio alla loro imparzialità, anche in un futuro processo nei confronti di esponenti politici che quei disetni o quei provvedimenti abbiano proposto o sostenuto. Basta eprimere la critica argomentando sul piano tecnico, funzionale o costituzionale. Se invece un magistrato personalizza la critica, corredandola con giudizi negativi sul piano personale nei confronti di esponenti politici, allora non del vulnus alla manifestazione del loro pensiero dovrebbe lamentarsi, ma della sua incapacità di esprimerlo in maniera adeguata allo status di magistrato, che impone in ogni occasione un atteggiamento tale da non pregiudicare il diritto dei cittadini sottoposti al suo giudizio di essere sicuri di avere un giudice imparziale.

*Componente del Consiglio Superiore della Magistratura
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3/8/2009 (7:27)  - RETROSCENA

Tra "Carlos" e il Kgb
spunta l’ultima pista


Il pm bolognese sente il terrorista, che riapre l’ipotesi del complotto

FRANCESCO GRIGNETTI
ROMA


La soddisfazione del «Secolo d'Italia», quotidiano del partito che si chiamò Alleanza nazionale, è palpabile già dal titolo: «Strage di Bologna. Finalmente un pm rilancia l'indagine ». Dove in quel «finalmente» c'è un mondo di emozioni, rabbia e speranza. Già, perché l'ultima novità giudiziaria che viene da Bologna è che il sostituto procuratore Enrico Cieri, titolare dell'inchiesta bis sui mandanti della strage, ha interrogato nei giorni scorsi a Parigi il superterrorista venezuelan-palestinese Carlos, al tempo eterodiretto dal Kgb, ha recepito le sue teorie su un complotto di chi avrebbe fatto esplodere un carico di esplosivi del suo gruppo a Bologna per mettere in crisi l'intesa tra governo italiano e palestinesi, infine ha chiesto notizie alle magistrature francese e tedesca per comparare l'esplosivo della stazione con quello utilizzato dal gruppo Carlos in altri attentati.

E' indubbiamente una svolta. Da anni i pistaroli di destra (e non solo), quando si tratta di spiegare la strage di Bologna, si battono per affermare la pista del terrorismo palestinese. Il perché è ovvio: una pista esclude l'altra e quindi cadrebbe clamorosamente la colpevolezza di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, ex terroristi neofascisti. Sparirebbe cioé quella macchia di «bombaroli» che lungo gli anni Settanta e Ottanta ha segnato generazioni di militanti di destra. Sono diversi anni che nuovi documenti lasciano intravedere una verità diversa. Entrano in gioco terroristi palestinesi, agenti segreti dell'Est, terroristi di casa nostra. La commissione Mitrokhin, in questo senso, è servita a portare in Italia una documentazione inedita. «Durante un fondamentale viaggio in Ungheria - racconta Enzo Fragalà, ex deputato di An - scoprimmo certe relazioni sconvolgenti dei loro servizi segreti collegati ai terrorismi di tutta Europa». E così si spiega anche l'esultanza di Enzo Raisi, deputato bolognese Pdl, area An anche lui: «L'inchiesta del dottor Cieri rende giustizia di tanto lavoro parlamentare. Non so se arriveremoalla nuova verità giudiziaria visto che i tre decenni passati, ma sono confortato dai primi riscontri giudiziari». E quindi, in conclusione, è più chiara anche la posizione di Daniele Capezzone, Pdl, quando mette in discussione il «dogma politico-giudiziario sull'origine fascista della strage».

La notizia, infatti, non è tanto che esista una Pista internazionale che da Bologna porta in Medio Oriente, quanto la conversione della procura di Bologna che finora su questa strada non si era voluta addentrare. «Prima però voglio vedere come va a finire», dice, cauto, Giusva Fioravanti, l'ex terrorista nero. «Ovviamente i nuovi documenti li trovo molto interessanti, ma per sistemarli a dovere ci vuole una riflessione di largo respiro. E invece vedo un alternarsi di dietrologie contrapposte che non mi convince». Proprio lui, Giusva Fioravanti, icona di certa destra, è infatti critico con la nuova dietrologia della sua parte. «Dico che non si va lontano con il gioco delle teorie senza le prove. Se di un colore o dell'altro, non mi interessa. Ripeto: serve una riflessione più ampia e pacata, senza pensare che una ricostruzione ci può far guadagnare dieci voti o meno. E io dietro la strage di Bologna, ma anche in altre tragedie come Ustica o la scomparsa di quei due giornalisti in Libano, Italo Toni e Graziella De Palo, leggo i segnali del tipico atteggiamento compromissorio dell'Italia che ci contraddistingue dall'8 settembre in poi. Mi spiego: noi siamo sempre stati con quelli, ma anche con quegli altri. Con i tedeschi, ma anche con gli angloamericani. Con gli israeliani, ma anche con i palestinesi. Questo equilibrismo dei servizi segreti, ma anche dei governi, è stato un continuo tradimento, probabilmente utile per evitarci dirottamenti e stragi, anzi lo è stato di sicuro, s'è però portato dietro una serie di inevitabili "incidenti"».

La strage di Bologna, ad esempio, secondo Fioravanti fu uno di questi incidenti di percorso. Una tappa della guerra segreta che gruppi terroristi e servizi segreti hanno combattuto per decenni. Ma senza mai che venisse fuori nulla. Quando poi è servito, sostiene Fioravanti, s'è creato il mostro da sbattere in prima pagina. «Ormai chiaro che appena poche ore dopo la strage c'era già chi stava fabbricando la pista nera. Era l'unica vera preoccupazione dei nostri agenti segreti: che non venisse alla luce questo benedetto rapporto con i palestinesi che avrebbe messo in discussione la nostra fedeltà atlantica».

La Stampa
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Mafia, Ayala ascoltato in Procura
Ciancimino: non ho consegnato il papello


Il magistrato citato per il presunto incontro Borsellino-Mancino
Il figlio di Don Vito parla ai pm delle stragi Falcone-Borsellino

ROMA (3 agosto) - Il magistrato Giuseppe Ayala è stato ascoltato oggi pomeriggio negli uffici della Procura di Caltanissetta dai sostituti che si occupano dell'inchiesta sulle stragi del '92. Ayala è stato convocato per la seconda volta dai pm nell'arco di pochi giorni come persona informata dei fatti. Il magistrato, infatti, è stato citato in relazione all'incontro che Paolo Borsellino avrebbe avuto nel '92 al Viminale con l'allora ministro Mancino. Ayala aveva affermato in un'intervista di aver saputo che l'incontro fra il politico e il magistrato era avvenuto, ma ai magistrati lo aveva negato. I pm hanno recuperato l'intervista audio di Ayala, in cui parla dell'incontro, e ora hanno deciso di risentirlo.

Ciancimino risponde ai pm sulle trattative tra mafia e Stato. Massimo Ciancimino ha risposto alle domande poste oggi dai pm della Procura di Caltanissetta sulla trattativa che sarebbe avvenuta tra mafia e Stato nel 1992. Ciancimino per quasi quattro ore ha parlato dei retroscena delle stragi Falcone e Borsellino. Il verbale è stato secretato, ma sembra che Ciancimino abbia detto di non aver ancora consegnato ad alcuna procura il "papello", la lista di richieste scritte da Riina nel 1992 rivolte allo Stato.

Al suo arrivo al palazzo di giustizia di Caltanissetta Ciancimino aveva preannunciato: «Risponderò alle domande dei pm, anche se nei giorni scorsi sono stato adirato per le dichiarazioni fatte dal pg Barcellona nei miei confronti». Ai giornalisti che gli chiedevano il motivo per il quale solo adesso, a distanza di 17 anni dall'uccisione di Falcone e Borsellino, abbia deciso di parlare, Ciancimino ha risposto: «Perché solo adesso sono stato cercato dai magistrati».

Il Messaggero

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Palermo, l'appello di Ingroia "Sulle stragi chi sa ora parli"
Il procuratore: svolta nelle indagini sul '92


di A. Bolzoni e F. Viviano

Nell'estate di diciassette anni fa era uno di quei «giudici ragazzini» al fianco di Paolo Borsellino, a Marsala. Oggi è il procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo che indaga sulla trattativa intorno alla quale Paolo Borsellino probabilmente è morto. Antonio Ingroia parla della svolta nelle inchieste sulle stragi. «I miei colleghi di Caltanissetta stanno procedendo con grande rigore, in questi mesi stanno affiorando tanti particolari che possono fare finalmente luce su misteri durati troppo a lungo». Parla del comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti che «rileggerà» tutte le carte sui massacri siciliani: «E' un segnale di attenzione molto importante». Parla di Totò Riina e della sua improvvisa voglia di verità: «Io non credo che lui abbia voluto inviare un messaggio a noi magistrati, ma credo che lo abbia voluto mandare a qualcun altro».

In quest'intervista a Repubblica, Ingroia lancia un appello: «Chi sa parli: questo è il momento giusto per raccontare tutto su quello che è avvenuto fra il maggio e il luglio del 1992».

Procuratore Ingroia, pensa davvero che questa volta siamo a una svolta sulle stragi siciliane?
«Credo di sì. E nelle ultime settimane, anche qui a Palermo, sono venuti fuori particolari estremamente interessanti. E' decisivo che chiunque sia a conoscenza di qualcosa su quelle vicende, dentro e fuori le istituzioni, si faccia avanti. Anche se sono ricordi lontani. Magari per alcuni di loro possono sembrare insignificanti, ma per noi magistrati che indaghiamo e che abbiamo raccolto nuovi elementi, anche quei particolari potrebbero esserci molto utili. E´ il momento giusto per riferirli».

Come ha fatto l'ex presidente della Camera e dell'Antimafia Luciano Violante...
«Non posso aggiungere niente alla testimonianza di Violante, però è evidente che certi ricordi assumono nelle nostre indagini significati importanti anche dopo tanto tempo. Mi riferisco anche a quello che potrebbero dire uomini di Cosa Nostra, i collaboratori di giustizia che tanti anni fa hanno riferito molti fatti e forse non altri perché li avevano giudicati ininfluenti».

Il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, ha deciso di ascoltare il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e in pratica di indagare sugli 007: lei, cosa ne pensa?
«E' un segnale importante, come quello che è venuto qualche giorno fa dalla commissione parlamentare antimafia che ha deciso di avviare un´inchiesta sulle stragi a cavallo fra il 1992 e il 1993. E´ da molti anni che i familiari delle vittime delle stragi, penso per esempio a Rita Borsellino, chiedevano quest´attenzione. Ma poi devono seguire i fatti. L´attività del comitato non dovrà certo sovrapporsi alle inchieste della magistratura - ma sono sicuro che non avverrà - e dovrà servire da stimolo nei confronti di altri istituzioni».

E' evidente che lei, procuratore, sta pensando al Palazzo, alla politica.
«Alla politica come legislatore e alla politica come amministrazione. E' il momento questo anche di fornire il massimo di strumenti operativi e legislativi per potere andare avanti per svelare le zone rimaste al buio».

Cosa dovrebbe fare la politica, secondo lei, per arrivare a scoprire altri pezzi di verità su quello che è accaduto nel 1992 in Sicilia?
«Voglio fare un paio di esempi. Nel 1982 fu approvata la legge Rognoni La Torre e, subito dopo, produsse collaborazioni di mafiosi come quella di Tommaso Buscetta. E poi ci fu il maxi processo di Palermo. In tempi più recenti, la legislazione post stragista del 1992 produsse risultati straordinari nella repressione contro Cosa Nostra. Ora, siccome da qualche anno la legislazione antimafia è stata caratterizzata da segnali negativi, in una fase delicata come questa bisognerebbe cambiare rotta».

Come, procuratore? Faccia esempi precisi.
«Ripensare alla soglia di sbarramento dei tempi sull'acquisizione dei tabulati telefonici. E poi c´è da riflettere anche su un segnale equivoco nei confronti della criminalità organizzata: la stretta sulle intercettazioni telefoniche e ambientali previste dall´ultimo disegno di legge. E si dovrebbe rivedere quella norma sui collaboratori di giustizia che devono raccontare una vita intera entro sei mesi di tempo. Se lo Stato vuole fare sul serio contro la criminalità mafiosa, oggi dovrebbe riaprire anche le carceri di Pianosa e dell´Asinara».

Parliamo dell'"uscita" a sorpresa di Totò Riina: che cosa avrà mai voluto dire il capo dei capi con quell'invito allo Stato "di guardarsi dentro"?
«Rimango convinto di quello che ho pensato fin dal primo momento. Totò Riina non era tanto interessato a spedire un messaggio ai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi o a quelli di Palermo che indagano sulla trattativa fra Mafia e pezzi dello Stato: Totò Riina lo voleva mandare ad altri. Ci sarà tempo per decifrare anche quelle parole».

(La Repubblica 03 agosto 2009)
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Desirè facci sognare! Io sto con la pm, perché questo procedimento sarà difficile visto che già si parla di ingerenze politiche: dal Copasir, al Presidente Napolitano...
Le Escort? Naturalmente ce l'hanno mandate quelli che sapevano di dover coprire il vero scandalo. Gli amministratori: IMHO sono tutti corrotti. L.M.


Il sindaco di Bari: «L'inchiesta sulla sanità
finirà nel nulla». Procura: no comment


Emiliano: stimo i magistrati, ma non capisco qual è l'accusa
Quagliarello: Emiliano prenda atto del fallimento della giunta

BARI (3 agosto) - «Non abbiamo nulla da commentare. Questa è la linea ufficiale della Procura»: così il procuratore aggiunto di Bari, Pasquale Drago ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento alle dichiarazioni pubblicate oggi dal "Corriere della Sera" del sindaco di Bari, Michele Emiliano. Nell'intervista, riferendosi alle inchieste in corso sulla sanità pugliese che coinvolgono i partiti del centrosinistra, Emiliano afferma tra l'altro che «i magistrati che lavorano sul caso fanno antimafia e non sono abituati a indagini di questo tipo. Ho fatto il magistrato per una vita, ma con tutta sincerità non ho capito quali siano gli elementi di accusa. Scommetto mille euro, e penso proprio di vincerli, che questa inchiesta finirà nel nulla, al contrario di quella che riguarda le escort». Quest'ultimo riferimento di Emiliano riguarda l'imprenditore barese Giampaolo Tarantini, accusato tra l'altro di aver inviato donne a pagamento a feste di vip di centrodestra e di centrosinistra, compreso Silvio Berlusconi.

«A proposito della gestione della sanità in Puglia, c'era - dice Emiliano - un sistema bipartisan, è vero. Io e Nichi Vendola (il presidente della Regione, ndr) non c'entravamo e ci vogliono fare fuori perché stiamo pestando i piedi a un sacco di gente. E ora l'attacco parte più forte perché ci sono le regionali e c'è chi vuole togliere Vendola per mettere qualcun altro».

Greco a Emiliano: i magistrati sono inetti se sfiorano te? «Da Emiliano c'è sempre da imparare: oggi abbiamo appreso che i magistrati antimafia sono degli incapaci, probabilmente s'intendono di criminalità organizzata, ma non di corruzione e tangenti»: è questa la replica di Salvatore Greco, esponente del movimento "La Puglia prima di tutto" e imputato in una inchiesta parallela a quella sulla sanità pugliese che vede coinvolti i partiti di centrosinistra. «La realtà è che parliamo di quel sindaco - ricorda Greco - che aveva giurato di non ricandidarsi se l'inchiesta sul direzionale del San Paolo non si fosse chiusa, e invece ha fatto finta di niente e si è fatto rieleggere. O forse dovremmo pensare che anche i pm che indagano sul direzionale, che non sono dell'Antimafia ma del pool specializzato nei reati contro la pubblica amministrazione, solo perché sfiorano lui mentre indagano, diventano inetti pure loro».

Emiliano: nessuna critica, ho stima dei magistrati. «Non ho alcuna censura da muovere alla Dda di Bari in margine alle modalità con le quali sta svolgendo l'indagine sulla sanità pugliese»: è questa la precisazione arrivata nel pomeriggio da parte di Emiliano, il quale sottolinea che nel colloquio con la giornalista si è limitato «a constatare l'evidenza», e cioè che «un'indagine in materia di sanità è un'indagine particolarmente complessa, che necessita di esperienza e di preparazione specifica, tanto che per tale ragione è ordinariamente di competenza del pool specializzato in reati contro la Pubblica amministrazione istituito presso la Procura di Bari». Dell'ufficio della Dda di Bari Emiliano dice di conoscere «professionalità e prestigio per scienza diretta, avendone fatto parte per otto anni. Ho stima e rispetto di tutti i magistrati che ne fanno parte e delle forze di polizia che ne coadiuvano l'azione. Nel colloquio telefonico con la giornalista Maria Teresa Meli avevo escluso la mia volontà di rilasciare un'intervista, così come per altre richieste pervenute negli ultimi giorni, proprio per evitare ciò che è poi regolarmente avvenuto, e cioè l'utilizzo delle mie dichiarazioni per alimentare il polverone mediatico che sta circondando l'inchiesta barese». In particolare, conclude il sindaco, «ho sempre avuto modo di manifestare sia alla dottoressa Digeronimo sia al dottor Scelsi il mio più grande apprezzamento umano e professionale in ogni circostanza in cui mi sono espresso sulle loro persone».

Quagliarello: la scelta garantista del Pdl non è intermittente. La scelta del Pdl a favore del garantismo non è intermittente, e vale anche quando le inchieste riguardano gli avversari, premette Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori del PdL, che però non è affatto convinto del fatto che un ex pm come Michele Emiliano, sindaco di Bari «entrato in politica, peraltro senza lasciare la toga, esprima giudizi su un'indagine che coinvolge la propria parte parlando non in quanto politico, ma proprio in quanto magistrato. Anche perché, lasciando che ad occuparsi degli aspetti penali siano le autorità competenti, è al Michele Emiliano politico, e non al Michele Emiliano magistrato, che chiediamo di prendere atto con onestà dell'unico dato per certificare il quale non c'è bisogno di alcun tribunale: il fallimento della giunta Vendola e del suo presidente, che oggi Emiliano cerca di chiamare fuori dalla bufera che ha investito la sanità pugliese, ma che invece si presentò in consiglio regionale a difendere l'allora assessore Alberto Tedesco quando l'opposizione chiese conto, dati alla mano, di macroscopiche anomalie che erano già sotto gli occhi di tutti. Un fallimento bruciante e definitivo, dal momento che dell'opposizione al piano di razionalizzazione della sanità regionale avviato dalla precedente amministrazione di centrodestra Nichi Vendola ha fatto il suo cavallo di battaglia in campagna elettorale, e il centrosinistra ha conquistato la Puglia illudendo i cittadini che la parcellizzazione sul territorio delle strutture sanitarie avrebbe garantito servizi più prossimi e immediati, mentre invece alla prova dei fatti ha moltiplicato le liste d'attesa, ha devastato i conti e ha creato un profondo vulnus in termini di funzionalità delle prestazioni. È di questo che il presidente Vendola deve rispondere ai cittadini. Checché ne dica il pm Emiliano».

Greco querela Repubblica: non ho organizzato festini a luci rosse. Salvatore Greco ha presentato una denuncia-querela per diffamazione nei confronti del quotidiano La Repubblica in quanto si ritiene diffamato da un articolo pubblicato nei giorni corsi nell'edizione barese del quotidiano, dal titolo "'Mister escort della Repubblica", nel quale Greco viene indicato come uno degli organizzatori dei festini a luci rosse. Greco - sintetizza la querela - è del tutto estraneo a quel fascicolo. Greco risulta indagato in un'altra indagine che riguarda sempre questioni della sanità pugliese e nella quale si contestano reati vari per fatti risalenti ai primi anni 2000, quando era consigliere regionale dell'Udc.

Il Messaggero
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Di Loredana Morandi (del 03/08/2009 @ 10:58:17, in Sindacati Giustizia, linkato 1905 volte)
Sincera: ora il sito è proprio bellino. Un misto tra il portale di Wikipedia e un blog Wordpress... a settembre chiedo le news per il forum, perché per ora non funzionano bene (probabilmente è errato l'input per la codifica del carattere - tipo UTF-8; ISO, windows 1256 e/o la translazione dei caratteri dalla versione precedente) vedere qui . Ad ogni modo, l'estensione wp non lascia dubbi: il sito gira certamente su un crack del portale wordpress (si dice crack una versione riveduta e corretta di un cms originale).

Giustizia: il sito del ministero cambia faccia


Nuova veste grafica anche per News on line


Ministero della Giustizia. Dal pomeriggio del 31 luglio, il sito www.giustizia.it e il quotidiano telematico ministeriale Giustizia news on line assumono una nuova veste grafica e una più dinamica e funzionale architettura dei contenuti, integrando anche alcune istanze del web 2.0. Le modifiche apportate renderanno, inoltre, accessibili a cittadini, addetti ai lavori ed operatori del settore, secondo quanto previsto dalla legge Stanca, gli oltre 15mila contenuti presenti.

Da oggi, il sito internet del Ministero della Giustizia (www.giustizia.it) assume una nuova veste grafica ed una più dinamica e funzionale architettura dei contenuti.

Come di consueto, dalla home page del sito, dove saranno anticipate le notizie più importanti, sarà possibile accedere alle pagine di Giustizia news on line, il quotidiano telematico ministeriale che ha ormai superato la soglia del quarto anno di vita e racconta notizie ed eventi sul pianeta giustizia e sull’attività politico-legislativa del Guardasigilli. In questo senso, il giornale del Ministero della Giustizia intende infatti diventare sempre più un utile strumento a disposizione del cittadino nel suo rapporto con la Pubblica Amministrazione e, al tempo stesso, incrementare il suo contributo informativo a beneficio dei media.

Pur mantenendo il carattere di organo di informazione istituzionale, Giustizia news on line, rinnovato nella sua impaginazione grafica, continuerà a rappresentare iniziative, progetti ed eventi che riguardano il mondo della giustizia con un linguaggio semplice, diretto e di immediata percezione. Inoltre, secondo l’idea originaria, intende continuare a proporsi, quanto più possibile, come fonte primaria di raccolta delle notizie anche per addetti ai lavori e giornalisti alla ricerca di spunti e riflessioni per l’approfondimento di novità che hanno come comune denominatore l’amministrazione e la politica della giustizia nel nostro Paese.

In una democrazia moderna sempre più partecipativa, lo spirito di fondo che anima il progetto è e deve continuare ad essere quello di coinvolgere l’utente e di metterlo in condizione di conoscere le istituzioni e la loro attività: solo così si potrà fornire un prezioso contributo, fondamentale alla crescita del nostro Paese, verso un settore al quale il cittadino rivolge inevitabilmente un’attenzione particolare.

Con questo auspicio e con la convinzione di operare al servizio dei cittadini, auguriamo ai nostri lettori… buona navigazione!

la Redazione
31 luglio 2009

Ministero di Giustizia
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