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 ... silenzio... di Lunadicarta
 
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In quale parte non è chiara la frase: "Quattro anni di sfruttamento in peculato d'uso dei server di Università Federico II di Napoli, ai danni dello Stato e della popolazione studentesca partenopea"?

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 14/05/2009 @ 08:37:22, in Economia, linkato 1333 volte)

COMUNICATO STAMPA N. 19/2009

14 maggio 2009

Corte dei conti - Sezioni riunite in sede di controllo - Pres. T. Lazzaro, Rel.re G.G.Paleologo - Delibera n. 11/CONTR/CL/09, del 4 maggio 2009 - Relazione 2009 sul costo del lavoro pubblico.


La relazione che, ai sensi dell'art. 60 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, la Corte dei conti è tenuta a presentare al Parlamento "sulla gestione delle risorse finanziarie destinate al personale del settore pubblico, norma collocata sotto la rubrica "controllo del costo del lavoro" - rappresenta un significativo momento di doverosa collaborazione istituzionale tra la Corte e l'Organo rappresentativo della sovranità nazionale sui complessivi andamenti di una delle principali voci di spesa del settore pubblico. Infatti, secondo i dati più recenti risultanti dall'ultimo conto annuale della Ragioneria Generale dello Stato, i dipendenti di tutte le pubbliche amministrazioni sono oltre 3 milioni e mezzo, e nell'ultimo triennio, l'ammontare della spesa per i redditi di lavoro dei pubblici dipendenti ha superato, costantemente, il 54% delle spese finali delle amministrazioni pubbliche, e cioè circa un quarto della spesa totale.

La Corte quest'anno ha adempiuto al proprio compito di referto in un contesto caratterizzato dall'avvio di una profonda revisione del quadro programmatico e normativo che ha sinora caratterizzato la privatizzazione del pubblico impiego (tra i nuovi indirizzi di riforma sono da segnalare l'accordo quadro del 20 gennaio 2009 tra Governo e Confederazioni e le disposizioni di cui alla legge 15 /2009)

Obiettivo principale della Corte è stato quello di fornire elementi utili per completare il processo di revisione dell'ordinamento vigente: è emblematico - al riguardo - il titolo della relazione che ha volutamente omesso ogni correlazione all'arco temporale di riferimento (essenzialmente il 2006 - 2007) riportando soltanto l'anno di presentazione. In questo quadro la Corte ha ricostruito l'ambito delle politiche pubbliche in materia di personale, delineando - mediante l'esame di diversi testi normativi - gli obiettivi prioritari che il Governo intendeva perseguire nei diversi periodi di riferimento. La Corte, in particolare, ha sintetizzato i contenuti delle numerosissime disposizioni in materia di personale intervenute negli ultimi anni in pochi specifici ambiti di intervento con obiettivi di: a) contenimento della spesa, perseguito attraverso la riduzione del numero dei dipendenti e la razionalizzazione degli assetti organizzativi; b) definizione di regole per il ricorso a forme di lavoro flessibile; c) compatibilità degli incrementi retributivi con il quadro macroeconomico di riferimento; d) introduzione di un rapporto tra salario accessorio e verificabili incrementi di produttività. Il grado di attuazione dei suddetti obiettivi ha formato oggetto di ampia analisi e di rilievi critici, sempre nell'intento di fornire utili elementi nell'adozione delle nuove disposizioni legislative. In particolare, per quel che riguarda la consistenza del personale, la Corte osserva che anche gli ultimi dati dimostrano una riduzione piuttosto contenuta (1,7% rispetto al 2005 e circa il 3% rispetto al 2001); del resto la soppressione del fondo incentivante degli esodi segna una battuta d'arresto dell'obiettivo del contenimento delle assunzioni.

In uno specifico capitolo della relazione della Corte l'andamento della spesa per redditi da lavoro dipendente viene posta a raffronto con la dinamica delle variabili macroeconomiche per il medesimo periodo di riferimento (andamento dell'inflazione, prodotto interno lordo nel suo valore reale e nominale, variazioni nella produttività del lavoro). Dalla predetta ricostruzione è risultata, quale dato particolarmente rimarchevole, una crescita della spesa per redditi superiore all'andamento reale dell'inflazione e all'evoluzione del prodotto interno lordo, sia in intermini reali che nominali.

E' da rilevare, altresì, che la Corte ha sottolineato come una delle principali cause della difficoltà di controllo della spesa di personale sia da ricondurre all'andamento della contrattazione integrativa con la conseguente necessità di implementare e razionalizzare il relativo sistema dei controlli.

Potrebbe essere significativa, al riguardo, la circostanza che il legislatore - nell'agosto 2008 - ha attribuito proprio alla Corte dei Conti, ampliando l'area del referto previsto dal decreto legislativo n. 165 del 2001, il compito di riferire anche sull'andamento della contrattazione di secondo livello. Una preliminare analisi condotta anticipando l'esercizio delle nuove competenze assegnate alla Corte , ha fatto emergere utili elementi sulla consistenza dei fondi destinati alla copertura dei contratti integrativi (allo stato non sussistono sufficienti elementi per considerazioni conclusive in ordine alla effettiva destinazione dei fondi).

Il Magistrato responsabile dell'Ufficio Stampa

(Consigliere Cinthia Pinotti)

La relazione è disponibile sul sito Internet www.corteconti.it, aprendo dall'home page la cartella: Ultimi documenti pubblicati - Attività 2009.

I Testi:

La Delibera

La Relazione

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Il coordinamento giuristi della Associazione
ARGON - Artists Against War Italia
 
 
dopo la visita dell'Avv. Gilles Devers, legale rappresentante di 430 ong presso la Corte Penale Internazionale,
 
 
 
Invita le Associazioni impegnate per la Palestina
 
- Con la Palestina nel cuore -
 
alla riunione di coordinamento del gruppo giuristi,
per moltiplicare l'iniziativa già lanciata a Roma:

 

Venerdì 15 maggio - ore 20.30
 
presso
 
Avvocati senza Frontiere
 
C.so Di Porta Romana, 54
- MILANO -
 
 

Israele deve essere giudicato dalla

Corte Penale Internazionale

 

 

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PCHR
Palestinian Centre for Human Rights


Ref: 07/2009
Date: 14 May 2009

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War Crimes Against Children: new report on the 313 children killed during Gaza offensive

A new report released today reveals the true extent of child killings by Israeli forces in the Gaza Strip during its 23 day offensive on Gaza between 27 December 2008 and 18 January 2009.

The Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) is publishing War Crimes Against Children in response to the unprecedented number of children killed by Israeli forces in its latest operation; a total of 313 children under the age of eighteen. Containing numerous eye witness testimonies, the report brings to light Israel’s widespread targeting of unarmed civilians, including children, throughout the offensive.

‘Operation Cast Lead’ was the biggest Israeli military operation in the Gaza Strip in nearly 42 years of occupation. 1,414 Palestinians were killed, and PCHR investigations have found the overwhelming majority, 83 per cent, were civilians. One of the cases in the report is that of 18 month old Farah al-Helu, who was killed on 4 January. The al-Helu family had been told to evacuate their house in Zaytoun, eastern Gaza, but while they were attempting to flee, Israeli soldiers opened fire on them. Farah was shot in the stomach and bled to death two hours later.

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War Crimes Against Children exposes the abject failure of Israeli authorities to uphold international humanitarian law, which provides protection for children in armed conflict and the lack of adequate precautions taken to distinguish between civilians and military targets. The report also details indiscriminate shelling of homes and schools where internally displaced people were sheltering, the psychological impact of the offensive, and the alarming scale of physical injuries inflicted on young people.

“We are calling for an independent full-scale investigation into all documented attacks on civilians during the offensive,” said Raji Sourani, director of PCHR. “Israel must be held fully accountable for the crimes it has perpetrated against Gaza’s civilian population, including alleged war crimes against children. We cannot allow the lives of these children to just be statistics in the history books of the Middle East.”

PCHR is calling on the international community to urge Israel to respect and uphold the human rights of Palestinians in the Occupied Palestinian Territory. “Urgent measures are needed in order to prevent further deaths,” added Mr Sourani.

The Centre is also recommending the urgent establishment of an independent committee to investigate the child killings. The committee must meet international standards of independence and transparency and publish its findings publicly.

Read the report in English.

For more information or to arrange an interview with eye witnesses included in this report, please contact PCHR’s press officer on 00972-5988-27697 or pchr@pchrgaza.org


Editor’s notes:

1. War Crimes Against Children is released 14 May 2009.

2. PCHR uses the Convention on the Rights of the Child (CRC) definition of a ‘child’ as a boy or girl under the age of eighteen.

3. In addition to the 313 children who lost their lives at the hands of Israeli forces, seven Palestinian child combatants were also killed.

4. A list of the names of all 313 children killed is included as an appendix to the report.

5. PCHR was established in 1995 and is a non-governmental organisation based in Gaza City, dedicated to protecting human rights, promoting the rule of law and upholding democratic principles in the Occupied Palestinian Territory. It holds Special Consultative Status with the Economic and Social Council of the United Nations, is an affiliate of the International Commission of Jurists-Geneva, the Euro-Mediterranean Human Rights Network and the Arab Organization for Human Rights. PCHR received the 1996 French Republic Award on Human Rights and the 2002 Bruno Kreisky Award for Outstanding Achievements in the Area of Human Rights.
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Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 01:42:44, in Magistratura, linkato 1245 volte)


L’ANM SUI TRASFERIMENTI DI UFFICIO
PER INCOMPATIBILITA’ AMBIENTALE



La recente decisione del TAR del Lazio in materia di trasferimento di ufficio dei magistrati per incompatibilità ambientale merita certamente una riflessione attenta ed approfondita, che deve necessariamente prescindere dal caso specifico.

La sentenza del giudice amministrativo è fondata prevalentemente su ragioni di diritto, e, dunque, appare opportuno discutere della interpretazione delle norme ivi offerta, in base alla quale la nuova disciplina dell’art. 2 della legge sulle guarentigie non consentirebbe il trasferimento di ufficio di un magistrato per condotte “colpevoli”, anche nelle ipotesi in cui tali comportamenti non costituiscano illecito disciplinare.

Inoltre, secondo il TAR la norma sarebbe applicabile solo nei casi in cui sia venuta meno l’imparzialità o l’indipendenza del magistrato e non nelle fattispecie di effettiva lesione del prestigio.

Orbene, appare evidente come tale interpretazione determini una drastica, se non radicale, riduzione dell’ambito applicativo della norma in esame.

Occorre, pertanto, interrogarsi su quali saranno, se tale interpretazione verrà confermata, le conseguenze sul sistema di governo autonomo della magistratura derivanti dalla sostanziale abolizione di uno strumento di “autotutela” della giurisdizione affidato alla autonoma iniziativa del CSM.

Si è discusso spesso in questi mesi, anche all’interno della magistratura, della necessità di un intervento da parte del CSM su situazioni di opacità, su quelle “zone grigie” che appannano l’immagine e il prestigio della magistratura. E su tale questione la Giunta Esecutiva Centrale è sempre stata ferma nel richiedere a gran voce, al Consiglio Superiore e ai titolari dell’azione disciplinare, interventi tempestivi.

Tuttavia, secondo l’interpretazione fornita dal TAR sarebbe impossibile un’autonoma iniziativa del CSM, anche in presenza di condotte “colpevoli”, ma non riconducibili ad alcuna fattispecie disciplinare.

In definitiva, noi riteniamo che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non siano salvaguardate allorché il Consiglio Superiore della Magistratura venga privato di un fondamentale strumento di iniziativa autonoma; e ciò ancor più in presenza di un sistema disciplinare che continua a sanzionare prevalentemente condotte di scarso rilievo e registra, invece, inaccettabili ritardi di iniziativa in relazione a comportamenti e situazioni di rilevante gravità.


Roma, 13 maggio 2009

La Giunta Esecutiva Centrale
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Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 01:47:00, in Magistratura, linkato 1361 volte)


di Felice Lima

(Giudice del Tribunale di Catania)

Ci sono cose che sai, ma che sono talmente gravi e clamorose che a volte, sotto sotto, è come se non ci volessi credere nonostante la loro evidenza.

Ho scritto tante volte che il potere interno alla magistratura, gestito dalle correnti, disgraziatamente è diventato identico al potere esterno, gestito dai politici, e ho illustrato in molti modi questa convinzione.

Ho scritto anche in diverse occasioni come i gestori del potere interno della magistratura difendano ormai solo il loro personale potere usando la asserita difesa dell’indipendenza della magistratura (e, si badi, NON dei magistrati) solo come alibi di facciata.

Ho scritto queste cose, che appaiono del tutto evidenti, ma probabilmente, da qualche parte dentro di me, speravo in una qualche smentita, in un cambio di atteggiamento, in una presa di coscienza.

Per questo le reazioni del “potere interno” alla sentenza con la quale il T.A.R. del Lazio ha dichiarato illegittimo e annullato il trasferimento di Clementina Forleo disposto dal C.S.M. sono riuscite a stupire anche me.

Di quella sentenza, della sua fondatezza in diritto e della irragionevolezza della reazione dei consiglieri del C.S.M. iscritti al Movimento per la Giustizia (una delle correnti dell’A.N.M.) ho scritto in due articoli ai quali rinvio: “Il C.S.M. e Clementina Forleo: ovvero dei pessimi rapporti fra il potere e la legge” e “Il Movimento per la Giustizia il potere e la legge”.

Ieri l’Associazione Nazionale Magistrati ha emesso un comunicato su quella sentenza che offre la prova evidente che i capi dell’A.N.M. pensano esattamente come il Silvio Berlusconi al quale dicono di volersi contrapporre.

Nel citare qui Silvio Berlusconi non intendo riferirmi solo alla persona del Presidente del Consiglio, ma alla cultura politica che egli esprime e che – bisogna prenderne atto – risulta nei fatti condivisa da ampia parte del panorama politico italiano di qualunque colore politico. La vicenda Forleo riguarda proprio un caso – la vicenda delle c.d. scalate bancarie – che coinvolge esponenti di primo piano della sinistra, le cui linee di condotta sono state del tutto identiche a quelle che in altre occasioni hanno criticato alla destra.

Il comunicato dell’A.N.M. sulla sentenza del T.A.R. può essere letto a questo link.

Esso si connota per le seguenti caratteristiche, che, dopo avere elencato, illustrerò analiticamente, punto per punto:

1. Si finge che quella del T.A.R. sia una interpretazione della legge, mentre, invece, è pacifico – ed emerge dallo stesso comunicato dell’A.N.M. – che ciò che ha affermato il T.A.R. è puramente e semplicemente ciò che dice la legge.

2. Non si contesta al T.A.R. di avere violato la legge, ma si adducono argomentazioni secondo le quali ciò che dice la legge non starebbe bene e si dà ad intendere che il T.A.R. avrebbe dovuto violare la legge – come già aveva fatto il C.S.M. – perché questo starebbe meglio.

3. Manca qualsiasi riferimento, foss’anche minimo, al fatto che risulta ormai giuridicamente certo che il C.S.M. ha agito illegalmente e che Clementina Forleo è stata vittima di una grave ingiustizia commessa dall’organo che avrebbe dovuto tutelarne l’indipendenza.

4. Si dà l’ennesima prova del fatto che il potere interno alla magistratura è un blocco unico e che vi è una intollerabile commistione di ruoli fra A.N.M. (e dietro l’apparenza di essa, le correnti) e il C.S.M..

5. Ci si lamenta del «sistema disciplinare» tacendo del tutto sul fatto che esso è nelle mani della magistratura e non di imprecisati enti esterni.

6. Si reclama per il C.S.M. un tipo di potere che è ESATTAMENTE quello che vogliono Berlusconi e i politici di potere (di destra e di sinistra).


PRIMO.

Nel comunicato, dopo avere premesso che «la sentenza del giudice amministrativo è fondata prevalentemente su ragioni di diritto» - sicché ci si aspetterebbe che poi venissero addotti contro di essa argomenti giuridici - l’A.N.M. si sottrae al confronto sul tema posto – le questioni di diritto – parlando di «interpretazione» della legge da parte del T.A.R., ma non offrendo alcun argomento a favore di una qualche possibile interpretazione diversa.

Si sostiene soltanto che l’«interpretazione» del T.A.R. determinerebbe «una drastica, se non radicale, riduzione dell’ambito applicativo della norma in esame» (l’art. 2 della legge sulle guarentigie).

Ognuno potrà considerare se sia accettabile che dei magistrati che sostengono ad ogni piè sospinto di volere difendere le leggi e la costituzione possano addurre come argomento contro una sentenza non che essa violi la legge, ma che applicandola dia luogo a un inconveniente politico: l’impossibilità del C.S.M. di cacciare i magistrati che non gli piacciono.

E ognuno potrà considerare cosa ci sia di costituzionale in un C.S.M. che vuole essere padrone dei magistrati e libero di cacciarli al di fuori di specifiche previsioni di legge solo perché non gli piacciono.

Che l’A.N.M. non tenga in alcuna considerazione il tenore oggettivo della legge emerge peraltro clamorosamente dal brano del comunicato nel quale si dice: «Inoltre, secondo il TAR la norma sarebbe applicabile solo nei casi in cui sia venuta meno l’imparzialità o l’indipendenza del magistrato e non nelle fattispecie di effettiva lesione del prestigio».

I capi dell’A.N.M. scrivono che «secondo il T.A.R.» - e dunque non secondo la legge – l’art. 2 sarebbe applicabile «solo nei casi in cui sia venuta meno l’imparzialità o l’indipendenza del magistrato e non nelle fattispecie di effettiva lesione del prestigio».

Ma ognuno potrà verificare se questo sia «secondo il T.A.R.» o secondo la legge semplicemente leggendo la norma in discussione (art. 2 del R.D.L.vo 31 maggio 1946, n. 511), che recita testualmente:

«I magistrati (…) non possono essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, se non col loro consenso.

Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni (…) quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialita».

Come si vede, la legge e chiarissima nel fare riferimento solo alla «indipendenza e imparzialità» e non c’entra proprio nulla l’asserita «interpretazione» del T.A.R. della quale si parla pretestuosamente nel comunicato dell’A.N.M..

Per di più che il riferimento alla «lesione del prestigio» che il C.S.M. e l’A.N.M. vorrebbero utilizzare come alibi per cacciare i magistrati sgraditi al potere non solo non ci sia nella norma, ma sia espressamente non voluto dalla legge è provato dal fatto che quel riferimento era contenuto nella versione precedente della norma, che è stata modificata dal legislatore.

Sicché “interpretare” (???!!!) la norma come vorrebbe il potere interno significa con ogni evidenza violare la legge, facendo finta che la modifica fatta dal legislatore nel 2006 non ci sia stata.

Il testo precedente della norma diceva che i magistrati potevano essere trasferiti «quando, per qualsiasi causa anche indipendente da loro colpa, non possono, nella sede che occupano, amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario».

Ora il riferimento al «prestigio dell’ordine giudiziario» non c’è più. Sarebbe bello che i magistrati che governano l’A.N.M., invece di fare equivoci riferimenti alle «interpretazioni» del T.A.R., dicessero come deve essere intesa questa modifica.

Nello stesso comunicato si sostiene che sarebbe sbagliata l’«interpretazione» del T.A.R., «in base alla quale la nuova disciplina dell’art. 2 della legge sulle guarentigie non consentirebbe il trasferimento di ufficio di un magistrato per condotte “colpevoli”, anche nelle ipotesi in cui tali comportamenti non costituiscano illecito disciplinare».

Dunque, secondo i magistrati che governano l’A.N.M. e il C.S.M. si dovrebbe ritenere che l’art. 2 consenta il trasferimento dei magistrati anche per condotte “colpevoli”, ma che non costituiscono illecito disciplinare.

Al di là di quanto ho già scritto nell’articolo “Il Movimento per la Giustizia il potere e la legge” per dimostrare l’illogicità e l’incostituzionalità di un tale assunto, bisogna chiedere a questi magistrati come dovrebbe essere interpretata, secondo loro, la modifica dell’art. 2 fatta dal legislatore nei termini che seguono:

- testo anteriore alla riforma del 2006: «Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni (…) quando, per qualsiasi causa anche indipendente da loro colpa …»

- testo successivo alla riforma del 2006 e attualmente in vigore: «Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni (…) quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa».

Come può constatare chiunque non eserciti il potere interno nell’A.N.M. e nel C.S.M., il legislatore ha tolto un “anche”. Prima era «anche indipendentemente da loro colpa» oggi è solo «indipendentemente da loro colpa». E sembra abbastanza incontrovertivile che i casi in cui c'è colpa non possono essere ritenuti «indipendenti da loro colpa».

Dunque, chiunque non eserciti il potere interno all’A.N.M. e al C.S.M., anche se non esperto di cose di legge, può comprendere come sia certo che quello che i capi dell’A.N.M. pretendono è ciò che la legge CERTAMENTE VIETA e che quello che i capi dell’A.N.M. vogliono fare passare come opinabile “interpretazione” della legge è, invece, il chiaro e univoco testo della legge.


SECONDO.


A fronte di queste evidenze di diritto, i capi dell’A.N.M. non offrono alcun contrario argomento di diritto, ma adducono soltanto che così loro e i loro compagni di corrente al C.S.M. non potranno esercitare il potere di cacciare i magistrati sgraditi.

Applicano, in sostanza, categorie tipiche del potere politico contemporaneo: non importa cosa dice la legge, importa ciò che noi vogliamo fare. Se la legge ce lo impedisce, si tratta di cambiarla (i politici) o di violarla (i magistrati, che non hanno il potere di cambiarla).

Inutile chiedersi se questo modo di ragionare abbia anche solo qualcosa di accettabile da parte di chi fa il magistrato.


TERZO.

Nonostante risulti ormai clamorosamente evidente che la cacciata di Clementina Forleo, fatta con ogni strepito sui giornali, propagandandola come atto in difesa della legge, è stato un atto illegale, gravemente ingiusto nei confronti della collega, manca nel comunicato dell'A.N.M. qualunque riferimento autocritico.

Risulta provato, in sostanza, che il C.S.M. ha agito illegalmente. E l’unica cosa che fa l’A.N.M. è rivendicargli poteri che non ha.

Si tratta anche in questo caso di una condotta esattamente identica a quella dei politici che, messi dinanzi all’illegalità delle loro condotte, ne rivendicano le ragioni politiche: “E’ vero che abbiamo violato la legge, ma non lo avessimo fatto non avremmo potuto …”.

Fa una notevole impressione dovere prendere atto che, come ho detto, il potere interno alla magistratura ha la stessa anima di quello esterno del quale si finge, al bisogno elettorale, antagonista.


QUARTO.

L’assoluto silenzio e la totale indifferenza sulla illegalità commessa dal C.S.M. e la rivendicazione contro la legge di un potere che il C.S.M. non ha danno l’ennesima prova del fatto che il potere interno alla magistratura è un blocco unico e che vi è una intollerabile commistione di ruoli fra A.N.M. (e dietro l’apparenza di essa, le correnti) e il C.S.M..

Il potere interno alla magistratura è un potere monolitico e non dialettico. Per tante ragioni e anche per questa, per niente democratico.


QUINTO.

Scrivono i capi dell’A.N.M. che saremmo «in presenza di un sistema disciplinare che continua a sanzionare prevalentemente condotte di scarso rilievo e registra, invece, inaccettabili ritardi di iniziativa in relazione a comportamenti e situazioni di rilevante gravità».

Fingendo di ignorare che il “sistema disciplinare” è in mano ai magistrati, sia per la parte relativa al promuovimento dell’azione (che compete al Procuratore Generale della Cassazione), sia per la parte relativa al giudizio (che compete al C.S.M.).

Surreale è il brano: «Si è discusso spesso in questi mesi, anche all’interno della magistratura, della necessità di un intervento da parte del C.S.M. su situazioni di opacità, su quelle “zone grigie” che appannano l’immagine e il prestigio della magistratura. E su tale questione la Giunta Esecutiva Centrale è sempre [???!!!] stata ferma nel richiedere a gran voce, al Consiglio Superiore e ai titolari dell’azione disciplinare, interventi tempestivi».

Evidentemente le discussioni di cui parlano i vertici dell’A.N.M. devono essere state segretissime, perché è sotto gli occhi di tutti che le uniche vere richieste di intervento fatte dalla G.E.C. al C.S.M. e ai titolari dell’azione disciplinare hanno riguardato i colleghi scomodi, cacciati nei noti modi.

Non risultano, per esempio, fra le tante possibili, accorate richieste di intervento in ordine alla illegittima avocazione di “Why not” o alle decine di situazioni molto incresciose che sono sotto gli occhi di tutti e vengono denunciate da tanti, rispetto alle quali della G.E.C. si nota solo l’ostinato silenzio.


SESTO.

Sostengono i capi dell’A.N.M.:

«In definitiva, noi riteniamo che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non siano salvaguardate allorché il Consiglio Superiore della Magistratura venga privato di un fondamentale strumento di iniziativa autonoma».

E’ del tutto incomprensibile perché il fatto che il C.S.M. non possa cacciare quando e come gli pare i magistrati scomodi e/o sgraditi lederebbe «l’autonomia e l’indipendenza della magistratura».

C’è qui la prova più evidente della mistificazione del concetto di indipendenza della magistratura portata avanti da anni dai responsabili del potere interno.

L’indipendenza difesa dalla Costituzione è quella dei singoli magistrati, che devono potere giudicare con indipendenza i singoli casi a loro sottoposti.

Dunque, viola l’indipendenza dei magistrati la pretesa dei politici al potere di impedire a questo o quello di loro di giudicare in maniera giusta questo o quel caso.

L’indipendenza difesa dai capi del potere interno non è l’indipendenza dei singoli magistrati, ma l’indipendenza della corporazione. L’indipendenza del loro personale potere dagli altri poteri.

Dunque, secondo i capi del potere interno, loro devono potere cacciare questo o quel magistrato sgradito e/o scomodo.

Proprio come farebbe il potere politico esterno.

Ciò che i capi del potere interno rivendicano è in sostanza la pretesa di fare loro ciò che vorrebbero fare gli altri.

I capi dell’A.N.M. e i loco compagni di corrente al C.S.M. vogliono un potere come quello che vuole Berlusconi e un C.S.M. come lo vuole Berlusconi. Solo che Berlusconi (ma anche D’Alema e gli altri) vorrebbe essere lui a capo di quel potere e di quel C.S.M. e i capi del potere interno ci vogliono restare loro.

Ma la natura intrinseca del potere e le sue concrete conseguenze – esiziali – per l’indipendenza dei magistrati sono assolutamente identiche per entrambi i blocchi di potere.

Scrivono i capi dell’A.N.M. nel comunicato:

«Si è discusso spesso in questi mesi, anche all’interno della magistratura, della necessità di un intervento da parte del CSM su situazioni di opacità, su quelle “zone grigie” che appannano l’immagine e il prestigio della magistratura».

Ognuno può constatare quanto sia fumosa, indeterminata e pericolosamente arbitraria la pretesa dei vertici del potere interno di potere cacciare chiunque – A LORO INSINDACABILE GIUDIZIO, mancando una predeterminazione legale delle fattispecie – «appanna l’immagine e il prestigio della magistratura».

E come questa sia la stessa cosa che predicano da sempre i capi del potere esterno, che continuano a sostenere di avere “stima e rispetto incondizionato per la stragrande maggioranza dei magistrati che fanno il loro dovere in silenzio” (id est: senza rompere le scatole ai potenti) e di volere cacciare solo “singoli facinorosi che danneggiano l’immagine di tutta la magistratura”.

Alla fine di queste considerazioni, a un magistrato restano solo tre domande:


1. Quali differenze culturali, etiche, operative ci sono fra i capi del potere interno alla magistratura e i politici – di destra e di sinistra – che sono portatori di quella cultura dello stato e della legge che si suole chiamare “berlusconismo” (non il potere al servizio della legge, ma la legge al servizio del potere)?

2. Perché dovremmo temere che i “berlusconisti” si impadroniscano definitivamente della giustizia se essi farebbero solo le stesse cose che già fanno i magistrati che stanno ai vertici del potere interno?

3. Perché se le stesse cose che quando le fanno i “berlusconisti” sono ritenute “cattive”, se le fanno i capicorrente dovrebbero essere ritenute buone, se non per quello schema proprio di tutti i regimi, per il quale, essendo il “padrone” buono per definizione e dicendo egli di volere tutto ciò che fa per il bene del popolo, qualunque cosa egli faccia è buona “per definizione”?

C’è una cosa che i capi del potere interno sanno molto bene, perché gli è stata detta in tanti modi: che è molto importante definire esattamente i poteri del C.S.M., perché è possibile che un giorno il potere politico modifichi la composizione del C.S.M. medesimo e se ne impadronisca totalmente.

Ma per delimitare adeguatamente il potere di un eventuale futuro padrone esterno è necessario delimitare il potere anche del padrone interno.

I magistrati al potere interno hanno una tale brama del loro potere, da non accettare questa cosa e, pur di non perdere oggi il loro potere assoluto, sono disposti a lasciare che domani esso cada così com’è nelle mani del padrone esterno.

Se ciò accadesse, chi difenderebbe i magistrati da un potere assoluto e legibus soluto del C.S.M.?

In sostanza, com’è nella logica della questione democratica, si contrappongono due modelli di potere.

Uno è quello disegnato dalla Costituzione, nel quale non è importante “CHI” governa, ma secondo quali regole lo fa.

L’altro è quello proprio dei regimi, nel quale è importante solo chi governa, comunque governi.

Il modello di potere disegnato dalla Costituzione vuole un C.S.M. con regole di condotta ben precise, così che chiunque lo “occupi” (i politici o i capicorrente dell’A.N.M.) esso possa agire solo in difesa della legge.

Il modello di potere rivendicato dai capi dell’A.N.M. e del C.S.M. vuole un C.S.M. con la stessa onnipotenza senza regole dei politici.

Ovviamente, perché i politici lascino i capi del potere interno al comando di una cosa del genere è indispensabile che questi ultimi possano rassicurare i politici sul fatto che provvederanno loro a cacciare i magistrati scomodi.

La battaglia che si sta combattendo è, dunque, una battaglia per il potere fine a se stesso.

Come emerge chiaramente dal comunicato dei consiglieri del Movimento per la Giustizia che ho commentato nell’articolo “Il Movimento per la Giustizia il potere e la legge”, la minaccia che i capi del potere interno fanno ormai esplicitamente è: “Se non accettate di farvi cacciare da noi, verranno a cacciarvi quelli da fuori”.


La risposta banalmente ovvia è: chissenefrega!


Il sogno dei costituenti era che l’art. 107 della Costituzione venisse rispettato: «I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso». E potessero così giudicare con imparzialità quelli di destra e quelli di sinistra, quelli di sopra e quelli di sotto.

Se l’art. 107 deve essere nei fatti abrogato e i magistrati scomodi cacciati, che li caccino Berlusconi o D’Alema, invece che i consiglieri del Movimento per la Giustizia o quelli di Magistratura Democratica o di Unità per la Costituzione o di Magistratura Indipendente è francamente irrilevante, se non per i consiglieri delle varie correnti che potranno oppure no continuare a esercitare il loro potere e passare, magari, un domani, come capitato di recente, dal C.S.M. al ministero ombra del P.D. o dall’A.N.M. a una presidenza di regione o da una Procura Generale alla vicepresidenza di una autority.

E’ notte fonda. Non solo perché queste cose accadono, ma perché vengono addirittura scritte in un comunicato dell’A.N.M. dal tono paradossalmente supponente.

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Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 01:55:25, in Magistratura, linkato 1307 volte)
Commissione di studio sulla magistratura onoraria

 

LE MAGISTRATURE VICARIE

Proposta dell’ANM per le magistrature onorarie

 

Numerose sono le figure dei soggetti che affiancano – nella funzione giurisdizionale -  i magistrati ‘ordinari’ (cioè coloro che hanno avuto accesso a tale funzione col meccanismo del concorso pubblico). Esclusa da questa proposta la categoria degli ‘esperti’ (delle sezioni agrarie e degli Uffici giudiziari per i minorenni), si intende  indicare possibili soluzioni alla situazione di indubbia difficoltà e incertezza che investe alcune componenti di questo sistema – giudici onorari di tribunale (d’ora in poi GOT) e vice procuratori onorari (VPO) – la cui presenza e funzione vanno concordate anche con la figura di più recente istituzione, quella del Giudice di Pace.


Premesse di inquadramento storico.

Sin dai suoi primi passi, con la l. 6 dicembre 1865, n. 2626 sull'ordinamento giudiziario del Regno, il giovane Stato italiano aveva pensato alla figura del conciliatore quale organo capillare della giurisdizione contenziosa civile, presente in ogni comune e competente per le controversie di modico valore, nonché per la composizione preventiva e bonaria delle controversie civili di ogni valore, ad istanza delle parti (la l. 16 giugno del 1892, n. 261 aveva poi introdotto la denominazione «Ufficio di conciliazione», regolandone il funzionamento). Sulla stessa scia, ma con competenze anche penali, l’ordinamento giudiziario del 1941 aveva introdotto all’art. 32 la figura del vice-pretore onorario: al quale, in conseguenza della commistione di ruoli propria del sistema processuale previgente, venivano attribuite dall’art. 72 anche le funzioni requirenti, peraltro esercitabili anche da avvocati, notai, funzionari di PS, sindaci, assessori, consiglieri comunali o loro delegato.

Le norme menzionate evocano dunque un’immagine quasi arcaica di magistrato onorario: sorta di bonus pater familas al quale, specie in piccoli centri urbani o in contesti rurali, si rivolgeva una popolazione poco incline alle controversie giudiziarie in senso stretto, bisognosa prevalentemente di un autorevole compositore di liti ovvero (per le funzioni inquirenti) di un homo publicus, capace di patrocinare le ragioni della collettività rispetto alle infrazioni dei singoli. Questa era dunque l’esperienza presente ai Costituenti, i quali ritennero opportuno ribadire tra l’altro che “la parola ‘onoraria’ sta a indicare che la carica è elettiva e non di carriera.....è una funzione che si presta non come attività professionale, ma come una partecipazione spontanea che esce dalle normali occupazioni della vita” (Giovanni Leone, Atti dell’Assemblea Costituente, seduta antimeridiana del 26 novembre 1947 avente ad oggetto l’attuale art. 106).


2) La normativa vigente. Queste più storiche figure della magistratura onoraria, giudicante e inquirente, sono approdate, in apparenza senza molti scossoni, ai giorni nostri: tanto che l’art. 35 D.Lgs. 51/98, sul giudice unico, le ha di diritto trasferite “ai Tribunali ed alle procure della Repubblica presso il tribunale cui sono trasferite le funzioni degli uffici soppressi, in qualità, rispettivamente, di giudici onorari e di vice procuratori onorari”, prevedendosi al contempo il termine dell’incarico “alla scadenza del triennio in corso alla data di efficacia del presente decreto”. In realtà tali scadenze temporali, previste per G.O.T. e V.P.O., sono state più volte prorogate sino alla l. 31/2008, che ha fissato il termine ultimo al 31/12/09.

Accanto a questi soggetti processuali di più consolidata esperienza, e contestualmente alla stagione delle riforme inaugurata dal codice di procedura penale del 1988 e dalle novelle processualcivilistiche degli anni ‘90, il legislatore ha ritenuto di prevedere una nuova figura, quella del Giudice di Pace, istituito con la legge 374/91 che ha trovato successive e ripetute modifiche, soprattutto in correlazione con l’introduzione del giudice unico (L. 4/12/92, n. 477; L. 6/12/94, n. 673; il D.Lgs 19/2/98, n. 51; L. 1/4/99, n. 84;  L. 24/11/99, n. 468; L. 16/12/99, n. 479; L. 19/1/01, n. 4; L. 14/11/02, n. 259; L. 10/1/03, n. 1; L. 12/11/04, n. 271).  In questa ricostruzione, vanno menzionati anche i Giudici Onorari Aggregati (G.O.A.), figura pensata dalla l. 22/7/97 per esigenze dichiaratamente contingenti (“la definizione dei procedimenti civili pendenti davanti al tribunale alla data del 30 aprile 1995, esclusi quelli già assunti in decisione e quelli per i quali è prevista riserva di collegialità...con l'obiettivo di darvi luogo nel tempo massimo di cinque anni”; in realtà dopo alcune proroghe la funzione dei GOA è cessata definitivamente nel dicembre 2006).


3) Lo stato delle cose. Il quesito da porre è dunque se per tutte queste figure, vecchie e nuove, sia ancora valida la nozione di onorarietà, prevista dai costituenti e sottesa anche alle interpretazioni della S.C.: che, ad esempio nella pronuncia a S.U, n. 11272 del  9/11/98 ha ribadito che rapporto di pubblico impiego e funzione onoraria “si distinguono in base ai seguenti elementi: 1) la scelta del funzionario, che nell'impiego pubblico viene effettuata mediante procedure concorsuali ed è, quindi, di carattere tecnico-amministrativo, mentre per le funzioni onorarie è di natura politico-discrezionale; 2) l'inserimento nell'apparato organizzativo della pubblica amministrazione, che è strutturale e professionale per il pubblico impiegato e meramente funzionale per il funzionario onorario; 3) lo svolgimento del rapporto, che nel pubblico impiego è regolato da un apposito statuto, mentre nell'esercizio di funzioni onorarie è privo di una specifica disciplina, quest'ultima potendo essere individuata unicamente nell'atto di conferimento dell'incarico e nella natura di tale incarico; 4) il compenso, che consiste in una vera e propria retribuzione, inerente al rapporto sinallagmatico costituito fra le parti, con riferimento al pubblico impiegato e che invece, riguardo al funzionario onorario, ha carattere meramente indennitario e, in senso lato, di ristoro degli oneri sostenuti; 5) la durata del rapporto che, di norma, è a tempo indeterminato nel pubblico impiego e a termine (anche se vi è la possibilità del rinnovo dell'incarico) quanto al funzionario onorario”.

Il sistema che si presenta quotidianamente negli uffici giudiziari ha però ben poco di organico e coerente con queste premesse sistematiche.

Distanza quasi drammatica tra modello teorico e realtà si rinviene in primo luogo per G.O.T. e V.P.O., considerati dal legislatore solo con le menzionate ripetute proroghe e divenuti i ‘manovali’ del diritto (a costi per lo Stato assai bassi): i primi sempre più spesso adibiti a gestire interi ruoli, civili e penali, rimasti scoperti, e sovente utilizzati nei collegi; i secondi impiegati in pianta stabile nelle funzioni di accusa dinanzi non solo agli stessi GdP, ma anche ai Tribunale monocratici (e spesso in processi di elevatissima tecnicità), talvolta impiegati anche nella fase delle indagini preliminari. Va doverosamente sottolineato che a tale condizione hanno concorso non poco i dirigenti che, in nome delle esigenze contingenti dei loro uffici, hanno spesso eluso le circolari del CSM: e che il Consiglio stesso a sua volta ha oscillato nell’interpretazione dei concetti di ‘mancanza o impedimento’ del giudice professionale, quali giuste cause per il ricorso ai magistrati onorari.

Quanto alla figura di più recente creazione, quella del Giudice di Pace, essa ha soprattutto scontato gravi incertezze nella fase costruttiva. Nato, forse sulla suggestione di analoghi istituti di altri ordinamenti, come giudice dell’equità e dell’età ‘avanzata’ (l’accesso era previsto inizialmente per persone tra i 50 e i 70 anni), questo istituto si è molto trasformato: ne è stata allargata la fascia di età (ora 30-70) e ne sono state gradualmente ampliate le competenze, includendosi anche (con la l. 271/04) la convalida delle espulsioni emesse dall’Autorità amministrativa agli immigrati e, viceversa, limitando (con la modifica all’art. 113 c.p.c.) il ricorso al giudizio di equità. Parallelamente, il sistema retributivo (art. 11 l. 374/91) – basato su un sistema misto, tra indennità fissa mensile e indennità specifiche commisurate al tipo di attività svolta – ha consentito in alcuni casi guadagni rilevanti. Anche per i Giudici di Pace, inoltre, a partire dalla l. 84/99 sono state concesse proroghe nel servizio del personale già immesso, col duplice effetto di rendere incerta la durata di tali incarichi e di precludere, per lungo tempo, l’immissione di nuovi giudici.

Dunque, per tutte queste figure, dei caratteri  menzionati dalla citata sentenza della S.C. la realtà ha certamente contraddetto i caratteri della temporaneità, del non coinvolgimento nei giudizi che involgono i diritti fondamentali della persona e – per i GdP – della natura indennitaria del compenso (con un sistema di cottimo sospettabile di incostituzionalità, venendo leso il principio di cui all’art. 111 Cost. dall’insorgenza di una aspettativa di vantaggio patrimoniale dalla decisione, come già osservava  la Consulta, sent. n. 60/69).

E’ singolare rilevare che anche i progetti di riforma, più volte annunciati suscitando la legittima aspettativa dei magistrati onorari, hanno risentito fortemente di queste contraddizioni di fondo: il legislatore  è in poco tempo è passato da un progetto di riordino dei giudici di pace che ignorava completamente i MOT, ad un successivo disegno diretto ad unificare tutte le categorie onorarie, eliminando la figura del giudice di pace: al contempo, è stato sostanzialmente abbandonato il progetto del cd. “ufficio del giudice”, nel quale (in un’ottica mista, di ausilio e formazione) larga parte della magistratura associata aveva ipotizzato potessero trovare adeguata collocazione i MOT. Non può non  ricordarsi poi come da ultimo – e confermando la non volontà di pensare a riforme compiute, preferendo microinterventi o reiterando il sistema delle proroghe che nessuna certezza offrono - è stata ventilata addirittura la possibilità di un sistema elettivo dei VPO esercitanti dinanzi al GdP: sistema che – al di là dei dubbi sulla costituzionalità di un sistema di azione penale di derivazione ‘politica’ – appare assai mal costruito, non chiarendosi ad esempio se tale figura affianchi, o sostituisca, la figura di VPO attuale, e risultando anche assai oscuro il rapporto tra “elezione” e successiva proposta del consiglio giudiziario (non si comprende se e come l’organo decentrato di autogoverno possa vanificare il risultato elettorale)

Va però segnalato anche che le stesse categorie interessate, prese dal comprensibile sforzo di risolvere una situazione francamente non più protraibile, nelle loro proposte si sono più concentrate su una collocazione degli attuali magistrati onorari – di fatto, con immissione ope legis - che sulla creazione di un ruolo onorario definito e congruo alle necessità del sistema. Deve essere definitivamente chiarito che ogni proposta che indichi la strada di un rilevante aumento del personale di magistratura, più o meno surrettiziamente realizzato, indica strumenti contrastanti con la Costituzione, onerosi e comunque non funzionali: sono le strutture in genere, e il personale di cancelleria in particolare, più abbisognevoli di interventi.


4) Un futuro per le magistrature vicarie ?

Prima di indicare possibili soluzioni, si impongono due riflessioni.

La prima è che l’asserita (e qualche volta coltivata ad arte...) contrapposizione tra magistrati onorari e magistrati ordinari sembra più figlia di questa enorme incertezza di ruoli e di prospettive, che non di un vero conflitto di interessi tra le diverse categorie.

La seconda è che ogni proposta sul ruolo della magistratura onoraria non può non essere preceduta da una riconsiderazione complessiva del sistema nei suoi profili organizzativi. Non ci si stancherà mai di ripetere che – ormai rimodellato l’ordinamento giudiziario, e in attesa di verificare gli effetti soprattutto del nuovo sistema di valutazioni – non necessarie (o deleterie...) risultano le annunciate modifiche costituzionali: essendo ineludibili invece alcuni specifici interventi su singoli istituti processuali, la riqualificazione del personale amministrativo e soprattutto una seria revisione delle circoscrizioni giudiziarie. In un sistema che dichiara di puntare sull’efficienza, una riforma di tal genere (a costo zero, e anzi con recupero di risorse da ridistribuire) dovrebbe essere una priorità assoluta: una cattiva allocazione di risorse compromette il risultato finale, che – va detto chiaramente – viene anche mediaticamente imputato a soggetti (personale; giudici, togati e non; avvocati) che di tale allocazione hanno assai poca responsabilità.

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In questo quadro, dunque, quale ruolo possono avere i magistrati onorari ? E ancora, se si vuole un giudice non ‘minore’ ma diverso, quali professionalità sono compatibili con la temporaneità?

Per tentare una risposta a questi quesiti, è necessario identificare quali siano i bisogni ai quali si vuole rispondere: bisogni che appaiono essenzialmente di due tipi, che non devono essere assolutamente confusi.

a) In primo luogo, necessaria alla corretta funzionalità del sistema appare una giurisdizione di prossimità, di tipo semplificato ma che sia in grado di assorbire – con maggiore agilità e minore impiego di risorse-apparato – una domanda di giustizia ‘di base’ che è reale: dunque una funzione onoraria da svolgere in forma autonoma.

Per tale necessità, la strada tracciata con i Giudici di Pace appare congrua: la sfida, in questo caso, è quella di razionalizzare il sistema, eliminandone le incongruenze che la descritta stratificazione di interventi ha causato. Se cioè veramente si vuole attribuire a questi soggetti una porzione di giurisdizione autonoma, e di riflesso una funzione deflattiva, va ribadito che l’ambito di competenze deve essere essenzialmente quello dei diritti di tipo patrimoniale, con esclusione invece di ogni intervento sui diritti fondamentali, con potenziamento della funzione conciliativa e con un più marcato distacco dal processo tradizionale. Quanto al profilo soggettivo, appare opportuno un ritorno alle origini, dunque a soggetti diversi (per collocazione anagrafica ed esperienze professionali) da quelli che alimentano il circuito ‘ordinario’: Giudici di pace come portatori di specificità culturali che possano confluire nel meccanismo di ricomposizione delle controversie giudiziali, destinati (verosimilmente con un limite temporale di cinque anni, rinnovabili una sola volta, secondo il limite della decennalità introdotto nella giurisdizione ordinaria) ad una rotazione periodica proprio per potere aderire all’evoluzione degli orientamenti sociali.

Il profilo esistente dovrebbe essere corretto da più rigorosi sistemi di selezione (elevando nuovamente il limite di età di ingresso per non alimentare prospettive di stabilizzazione) e di incompatibilità (da prevedere a livello distrettuale), accentuando l’opera di formazione (avviata dal CSM). Può ritenersi invece già realizzata una rappresentanza  adeguata negli organi di autogoverno, con l’art. 10 del D.Lvo 25/06, mentre non sembra utile la creazione di un organo di vertice autonomo: in primo luogo perchè proprio la riforma dell’OG ha posto al centro del sistema di valutazione gli organismi territoriali, potenziandoli, e poi perchè tale duplicazione (totale, o anche parziale, come si realizzerebbe con un CSM ‘a composizione variabile’) finirebbe per contraddire il pieno ingresso dei Giudici di Pace nella giurisdizione e per ostacolare la diffusione di una cultura comune.

Appare di contro praticabile (ed opportuna) una forma di consultazione periodica predeterminata dei rappresentanti di categoria dei giudici di pace con la commissione del CSM deputata al governo della magistratura onoraria.

Quanto alla retribuzione, il sistema attuale ‘misto’ potrebbe trovare correttivi in base ai meccanismi di ‘valenze’ del carico giudiziario che molti Consigli Giudiziari, tramite le commissioni flussi, stanno elaborando.

Per eliminare le vistose distorsioni giurisdizionali determinate dal vigente sistema di retribuzione a cottimo, si impone peraltro una radicale rivisitazione del sistema di compenso che, elevando la quota “fissa” garantita mensilmente al giudice di pace, la colleghi ad una sorta di “premio di produttività” (anch’esso fisso…) determinato dal superamento di una soglia periodica che può essere differenziata in ragione dell’ufficio.

Va al contempo rivisitato il sistema disciplinare dei giudici di pace che, se pur garantito da dettagliate disposizioni a garanzia del contraddittorio e dell’esercizio dei diritti di difesa dell’incolpato, “soffre” della discrezionalità dell’esercizio dell’azione disciplinare e della genericità della non tassatività di un codice della fattispecie disciplinarmente rilevanti che appare inadeguato sia al rilievo delle funzioni, sia all’assetto disciplinare oggi previsto per i magistrati professionali.

Riprendendo quanto sopra rilevato, sulla preliminare necessità di una razionalizzazione delle risorse, si deve porre mano nell’immediato ad una rivisitazione degli organici operata secondo criteri attendibili, atteso che il contenzioso amministrativo collegato al decreto ministeriale di riordino delle piante organiche del 34.4.2008 ha di fatto impedito il ripristino del sistema di selezione dei giudici di pace, secondo quanto previsto dall’art. 10ter O.G.

Trattasi di un “blocco” perdurante del tutto incongruo, non solo e non tanto perché impedisce un ricambio all’interno delle funzioni di pace, ma soprattutto perché determina la paralisi del circuito di “mobilità nelle funzioni onorarie” disegnato dal legislatore, che attribuisce una priorità per l’accesso alle funzioni di giudice di pace a chi abbia svolto funzioni giudiziarie, anche onorarie, per almeno un biennio (artt. 12 e 13 d.p.r. n. 198/2000).

Ulteriore analisi dovrebbe riguardare la concorsualità per il conferimento delle funzioni di coordinatore (almeno negli uffici del giudice di pace di maggiori dimensioni), per cui il vigente criterio di anzianità nelle funzioni onorarie appare inadeguato alle difficoltà dell’impegno ed ormai distonico rispetto al sistema di selezione adottato per il conferimento degli uffici direttivi per i magistrati professionali.

Anche il problema previdenziale dovrebbe trovare una risoluzione adeguata.

b) Accanto ad una giurisdizione, semplificata ma esercitata in maniera autonoma, si ritiene vi sia la necessità di un’attività ausiliaria alla giurisdizione togata, esercitata cioè non in via autonoma ma coadiuvando i magistrati togati, giudicanti e requirenti, e sfruttando le potenzialità formative di questo affiancamento. Partendo cioè dalla considerazione che il sistema ormai non consente l’accesso diretto dall’università alle professioni legali, ma che vi interpone alcuni passaggi, è in questo spazio di tempo che può essere collocata questa esperienza per figure corrispondenti agli attuali  GOT e VPO.

All’interno di questa preliminare opzione, svariate sono ovviamente le soluzioni possibili: e se ne indicano alcune a solo titolo di esempio. Le SSPL, in primo luogo, ma anche altre scuole legali, i dottorati di ricerca, i corsi di  specializzazione postuniversitaria potrebbero essere accompagnati da una fase di formazione sul campo: due/tre anni, rinnovabili una sola volta, in cui collaborare col giudice o col P.M. togato, in attività di ricerca e di sostituzione, occasionale e limitata per la funzione giudicante (che peraltro già sperimenta il ruolo del magistrato distrettuale, meccanismo da potenziare magari con le risorse recuperate dalla revisione delle circoscrizioni), anche più ampia per la funzione di P.M., dinanzi al GdP e – eventualmente dopo la riconferma, nel secondo biennio/triennio – dinanzi al giudice monocratico (con esclusione di alcuni settori, per i quali la presenza del P.M. togato dovrebbe essere invece tabellarmente stabilita).

Ove invece si intenda mantenere l’attuale assetto di GOT e VPO appare ineludibile una sostanziale rivisitazione del sistema di selezione, in cui deve essere ragionevolmente valorizzato il conseguimento del diploma presso le SSPL (in cui è previsto uno specifico tirocinio pratico nel ruolo di vpo).

Al contempo il sistema retributivo dei GOT e VPO deve essere adeguato alle difficoltà dell’impegno, prevedendosi per la conferma nell’incarico (la cui durata massima può per omogeneità di inquadramento essere determinata in dieci anni; una diversa e più prolungata commisurazione dovrebbe essere eventualmente correlata ad una più rigorosa delimitazione dell’incompatibilità con l’esercizio della professione forense) un sistema di verifica di professionalità e di controllo molto più penetrante di quello attuale.


5) La normativa transitoria

Qualunque meccanismo si ipotizzi per le magistrature onorarie del futuro non può eludere una soluzione ragionevole e dignitosa  per le esigenze di chi, quasi sempre con merito, ha svolto finora questo ruolo. Per uscire dall’impasse tra esigenze di programmazione futura e adeguato riconoscimento di professionalità esistenti, al nuovo sistema dovrebbe allora accompagnarsi un regime transitorio.

Questo regime, per fare compiutamente fronte ad ogni aspetto dei rapporti esistenti, dovrebbe:

-  prevedere sbocchi professionali adeguati per lo meno a buona parte degli attuali magistrati onorari. Si dovrebbe quindi prevedere, ad esempio per chi si trova a svolgere le funzioni di magistrato onorario attualmente da un certo numero di anni (sei/otto) di avere quote riservate nei concorsi futuri, in magistratura e in altre amministrazioni, ovvero concorsi riservati;

-  consentire riconoscimenti a fini previdenziali e pensionistici, con possibilità di riscattare il servizio svolto come magistrati onorari e congiungerlo ad altre attività svolte.

-  Fino alla definizione di tale procedure, prioritario è determinare più chiaramente i meccanismi di retribuzione, ancorandoli agli obiettivi apporti all’ufficio e determinandoli su livelli più consoni alle mansioni svolte.

-  Va ripristinata la mobilità interna alla magistratura onoraria, per consentire a chi abbia positivamente svolto le funzioni di GOT e VPO di poter accedere al ruolo di giudice di pace. Una prima fase di ricambio dei GdP, auspicabile a breve, potrebbe trarre il suo organico dagli attuali VPO e GOT in via esclusiva o comunque con un’alta percentuale di quota riservata.

 
Conclusioni

Da tale riflessione emergono in realtà più magistrature, che potremmo definire ‘vicarie’ perchè complementari alla giurisdizione: proposta che – senza suscitare false aspettative, e che non vuole realizzare un’area di parcheggio di disoccupazione intellettuale – cerca di migliorare il servizio destinato ai cittadini, arricchendo il sistema con esperienze diverse e coltivando in un quadro coerente le funzioni di formazione (tendenzialmente comune ai futuri attori della giustizia), di ausilio al sistema e di pronta risposta alla domanda di giustizia, nel rispetto del più generale principio di buon andamento della P.A. 

Questi obiettivi non possono essere patrimonio dell’una o dell’altra categoria, ma non possono che essere perseguiti da tutti, insieme.

Su questa strada di azione comune ritiene di porsi l’ANM.

Ad un legislatore facile alle promesse, ma nella sostanza spesso lontano dalle reali esigenze del mondo della giustizia, devono essere posti quesiti e prospettive precisi: soluzioni la cui forza, e concreta realizzabilità, dipendono dalla condivisione tra tutta la magistratura, togata e onoraria, e l’avvocatura.

Con questa prospettiva – e con l’obiettivo di una maggiore credibilità presso il legislatore - l’ANM intende avviare specifici colloqui con tutte le rappresentanze delle categorie interessate.
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Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 02:02:52, in Magistratura, linkato 1320 volte)

L'associazione nazionale magistrati insorge contro la proposta di Umberto Bossi

«Magistrati eletti dal popolo?
Così si calpesta la Costituzione»

«Difficile immaginare l'avvio di certe inchieste se il pm fosse strettamente legato al potere politico»

ROMA - Insorgono le toghe italiane, per bocca del presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara alla proposta del leader della lega Nord Umberto Bossi di una magistratura eletta dal popolo. Magistrati eletti? Così si calpesta la Costituzione e non si garantisce l'indipendenza della magistratura dal potere politico a garanzia dei cittadini, dice Palamara. «La Costituzione, su questo punto, va tutelata evitando qualsiasi discriminazione». A Palamara fa eco il segretario dell'associazione Giuseppe Cascini: «L'Italia è un Paese che tutto il mondo guarda con attenzione e rispetto per la capacità che ha avuto la magistratura italiana di contrastare fenomeni come la corruzione della politica, la mafia, il terrorismo e i loro legami con centri di potere più o meno occulti. E questo è stato possibile grazie all'elevato livello di professionalità e di indipendenza dei magistrati italiani. Certamente è difficile immaginare che certe inchieste potessero solo essere avviate in un sistema in cui il pm fosse stato strettamente legato al potere politico».

PERCHÉ NO - Per Palamara, la proposta di Bossi «non tiene conto di quanto previsto dalla Costituzione per realizzare la più ampia professionalità e indipendenza della magistratura a garanzia dei cittadini. Cioè - spiega - tramite la previsione di un concorso selettivo e non tramite una elezione popolare che, inevitabilmente, comporterebbe una politicizzazione della nomina e quindi del potere giudiziario». Palamara poi aggiunge: «È vero che ci sono sistemi che prevedono l'elezione dei magistrati direttamente dal popolo, come in America per quanto riguarda i Pm distrettuali, ma deve considerarsi che siamo di fronte a sistemi completamente diversi da quello nostro e che di conseguenza rendono impossibile prendere singoli pezzi di un sistema e trasportarli in un altro». In questo modo, secondo il presidente dell'Anm «inevitabilmente avremmo un pubblico ministero espressione di una singola parte e quindi quella garanzia di indipendenza andrebbe persa. La funzione giudiziaria non può dipendere dalla provenienza regionale di un magistrato».

REAZIONI - Non mancano ovviamente le reazioni politiche. Niccolò Ghedini (Pdl) ad "Affaritaliani.it" afferma: «Bisogna andare avanti con giudizio» sostiene. «Quella dei pm votati dai cittadini - prosegue il consigliere giuridico (nonché avvocato) del premier - non è un'idea della Lega, è un'idea che l'avvocatura e il mondo liberale portano avanti da quarant'anni. Io che sono venticinque anni che faccio politica sulla giustizia ho sempre portato avanti questa ipotesi, ovvero far sì che ci sia una maggiore partecipazione del popolo alla gestione della giustizia». Posizione contraria da parte di Federico Palomba, deputato dell'Italia dei Valori e vicepresidente della commissione giustizia alla Camera: «L'Idv è per l'affrancamento della giustizia da ogni dipendenza politica. Siamo, pertanto, fermamente contrari alla proposta di Bossi, di fare eleggere i magistrati dal popolo». «Tale proposta - aggiunge Palomba - oltre ad andare contro la Costituzione, darebbe luogo ad una magistratura fortemente politicizzata, l'esatto contrario di ciò cui noi e i cittadini tutti aspiriamo». Anche per Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera, «gli esponenti del governo, progressivamente e a turno, tentano di erodere i principi fondamentali della Costituzione che garantiscono i diritti e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alle legge».


18 maggio 2009 (ultima modifica: 19 maggio 2009)

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''Giudici eletti dal popolo? Incostituzionale'',

l'Anm liquida l'idea di Bossi

Il leader della Lega Nord ha avanzato nei giorni scorsi più volte la proposta. Le risposte.

Franco Pennello
Altolà dell'Associazione nazionale magistrati al leader della Lega Nord, Umberto Bossi. Dopo che nei giorni scorsi il ministro delle Riforme aveva annunciato che presto i magistrati saranno eletti direttamente dal popolo, oggi l'Anm prende posizione ufficialmente stoppando l'esponente del governo.
“La Costituzione italiana è una cosa molto seria e non dovrebbe mai essere affrontata con battute estemporanee”, ha detto il segretario dell'Associazione, Giuseppe Cascini.

Questo accesso è previsto dalla Costituzione

“Il sistema italiano di accesso in magistratura è previsto dalla Costituzione ed è un sistema tra i migliori nel mondo per le garanzie che offre in termini di professionalità e indipendenza; mentre non credo che lo stesso possa dirsi con riferimento ad altre funzioni di nomina elettiva”: questo l'affondo di Ciaschini.
Quanto alla provenienza territoriale dei magistrati reclamata da Bossi, Cascini ha aggiunto: “Appare sconcertante che ancora oggi si debbano sentire manifestazioni di razzismo legate alla provenienza regionale dei funzionari dello Stato, ed è molto grave che una così grande offesa alla Costituzione venga da un ministro della Repubblica”.

Due interventi di Bossi

In effetti il ministro delle Riforme nei giorni scorsi, in piena campagna elettorale in Veneto, era intervenuto su questo tema in ben due occasioni. Prima, venerdì scorso, annunciando che “tra poco i magistrati saranno eletti dal popolo. Il Veneto avrà i suoi magistrati perché non se ne può più di non avere neppure un magistrato veneto. E credo che questo si possa fare ancor prima di andare al voto”.
Un annuncio che aveva tra l'atro trovato la condivisione del ministro per l'Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi. Poi, sabato, sempre in campagna elettorale in Veneto, Bossi si è ripetuto dicendo che “il prossimo passo dopo il federalismo è quello dell'elezione da parte dei popoli dei magistrati perché ogni popolo deve avere la propria possibilità di esprimersi. Bisogna fare come con i cantoni in Svizzera”.

Tutte le componenti dell'Anm contrarie

Ma oggi i magistrati hanno fatto sentire la loro voce. Tutte le componenti dell'Anm, infatti, si sono trovate compatte a criticare il leader della Lega Nord. E oltre al segretario, Ciascini, anche altri esponenti dell'associazione hanno risposto per le rime al ministro delle Riforme. Fabio Roia, di Unicost, ha detto: “Non si capisce il senso della proposta di Bossi alla luce dei principi costituzionali e delle opinioni culturali che vogliono i magistrati non politicizzati. Il magistrato, inoltre, è espressione di identità nazionale e trovare magistrati legati a territorialità regionali sarebbe introdurre un sistema dirompente per l'applicazione della legge che deve trovare sempre dei riferimenti nazionali”.

I magistrati sono italiani e basta
Sempre sul tema dei magistrati veneti Ciro Riviezzo, di Movimento per la giustizia, ha replicato: “I magistrati sono italiani e basta”. Cosimo Maria Ferri, di Magistratura indipendente, invece, è andato oltre indicando la strada da intraprendere per snellire l'iter dei processi: “Occorre piuttosto che con la politica si passi a riforme serie: c'è l'esigenza di un tavolo comune per riformare in modo serio il processo civile e quello penale. Non partendo da riforme ordinamentali che non risolvono il problema della ragionevole durata dei processi. Ma attraverso un'intesa e una sinergia con gli enti locali e territoriali per far funzionare al meglio gli uffici giudiziari”.


Il Salvagente - Ultimo aggiornamento: 18/05/09

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Toghe scelte dal popolo: un coro di no alla proposta di Bossi

di Redazione

Per Umberto Bossi l’elezione dei pm sarebbe una «scelta di democrazia», ma l’Anm insorge: «Così si calpesta la Costituzione e si provoca la politicizzazione delle toghe».
La proposta fatta tre giorni fa dal ministro per le Riforme anche per il centrosinistra è «inaccettabile».

Niccolò Ghedini, consigliere del premier per la giustizia, attacca l’Anm «arroccata sui privilegi di casta» e invita alla cautela. «L’idea è percorribile, ma va valutata con attenzione per verificare la possibilità di un intervento a Costituzione vigente». Ghedini ricorda che l’ipotesi di eleggere i Pm (come in Usa o in Svizzera) è già anticipata nel ddl sulla giustizia, per le udienze di fronte al giudice di pace.

Giuseppe Consolo, ex-An, trova l’idea «buona ma prematura», mentre Giulia Bongiorno teme che così non si garantirebbe l’indipendenza dei pm e il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano propone all’Anm di discuterne senza «demonizzazioni».

Se fossero scelti dal popolo come vorrebbe Bossi, per Lanfranco Tenaglia del Pd i Pm «sarebbero espressione di parte e non tutela dell’interesse dei cittadini».

Antonio Di Pietro attacca, schierandosi con l’Anm: «Semmai il magistrato dovrebbe esercitare dove non ha alcun rapporto personale pregresso». Proposta «ridicola», per Michele Vietti dell’Udc.

Che le toghe siano preoccupate lo dimostrano anche le reazioni dal Csm delle varie correnti. «Il magistrato è espressione di identità nazionale - dice Fabio Roia di Unicost -, non può essere legato a territorialità regionali».

Critico anche Cosimo Maria Ferri, togato di Magistratura indipendente, che propone però una maggiore «collaborazione territoriale» per far funzionare la giustizia. Solo una proposta «campata in aria», la definisce Ciro Riviezzo del Movimento per la giustizia. Dice no anche il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso.

Il Giornale

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Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 02:16:10, in Magistratura, linkato 1361 volte)
2009-05-18 19:12

GIUSTIZIA: ANM, CON PM ELETTI A RISCHIO INDIPENDENZA

ROMA - L'idea di far eleggere i pm dal popolo mette a rischio la loro indipendenza e compromette l'interesse dei cittadini ad avere magistrati sganciati dal potere politico. Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara boccia senza appello la proposta del leader della Lega Umberto Bossi.

"E' in gioco l'indipendenza del titolare dell'azione penale dal potere politico" avverte il leader del sindacato delle toghe. ''La previsione contenuta nella Costituzione dell'accesso in magistratura attraverso il concorso e' garanzia per il cittadino di avere magistrati indipendenti dal potere politico. Prevedere invece l'elezione direttamente dal popolo di un magistrato e quindi anche di un pm rischierebbe di farne una parte inevitabilmente caratterizzata politicamente'', dice Palamara . Il presidente dell'Anm riconosce che in altri ordinamenti, come quello americano, i procuratori vengono eletti.

Ma, dice, ''non si possono prendere solo alcuni pezzi di un sistema che e' del tutto diverso dal nostro, che contiene invece la garanzia dell'indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato''; un principio che - conclude- ''va difeso nell'interesse dei cittadini''.

GIUSTIZIA CASCINI: ANM, TOGHE ELETTE DA POPOLO? COSTITUZIONE E' COSA SERIA

ultimo aggiornamento: 18 maggio, ore 13:02
Roma, 18 mag. (Adnkronos) - "La Costituzione italiana e' una cosa molto seria e non dovrebbe mai essere affrontata con battute estemporanee". Lo dichiara all'ADNKRONOS il segretario dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Cascini, commentando la proposta del ministro delle Riforme e segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi, di magistrati eletti dal popolo.

Giustizia; Cascini (Anm): No a toghe elette dal popolo

15:33 - POLITICA- 18 MAG 2009
Se sistema giudiziario non funziona è anche a causa di Castelli

Roma, 18 mag. (Apcom) - L'Associazione nazionale magistrati boccia, per bocca del suo segretario, la proposta avanzata di recente dal leader della Lega Umberto Bossi sulla elezione popolare dei giudici. "La nostra opinione - spiega Giuseppe Cascini interpellato per un commento - è che sia molto inopportuno lanciare proposte di radicale modifica dell'assetto costituzionale della magistratura con delle battute, soprattutto se ciò proviene da un ministro della Repubblica. Il sistema di accesso in magistratura è disciplinato dalla Costituzione, che garantisce un elevato livello di professionalità, di autonomia, di imparzialità. Tutto è modificabile - precisa Cascini - e il Parlamento ha il potere di intervenire anche sulle norme costituzionali. Ma lo deve fare attraverso il metodo democratico del confronto e della riflessione. Mentre una disposizione che consenta di esercitare cariche pubbliche in una regione solo a persone nate in quella regione contrasta con tutti i principi fondamentali universalmente riconosciuti e quindi - per Cascini - non potrebbe essere realizzato nemmeno con un modifica costituzionale". La giustizia italiana, secondo il segretario dell'Anm, "si trova in una crisi gravissima di funzionalità della quale molta parte di responsabilità è da attribuire al ministro Castelli, che in un'intera legislatura si è occupato esclusivamente della riforma dell'assetto dei magistrati, peggiorando in tutti i settori le condizioni di funzionamento del sistema".


GIUSTIZIA: ROIA (CSM), TOGHE ELETTE DAL POPOLO? PROPOSTA CONTRADDITTORIA E SENZA SENSO

ultimo aggiornamento: 18 maggio, ore 13:21
Roma, 18 mag. - (Adnkronos) - ''Non si capisce il senso della proposta di Bossi, alla luce dei principi costituzionali e delle opinioni culturali che vogliono i magistrati non politicizzati''. Questo il commento del togato di Unicost al Csm, Fabio Roia, alla proposta del ministro delle Riforme e segretario federale della Lega Nord Umberto Bossi di magistrati eletti dal popolo. Roia sottolinea come avere dei magistrati su elezione popolare comporterebbe una ''manifestazione del consenso e dunque una politicizzazione delle toghe all'eccesso. A mio parere in contraddizione a cio' che questa parte politica ha sostenuto finora, contraria ad una magistratura politicizzata''.

GIUSTIZIA: GHEDINI, PM ELETTI SPAVENTA ANM ARROCCATA SU PRIVILEGI CASTA. PROPOSTA BOSSI IDEA PERCORRIBILE MA VALUTARE CON ATTENZIONE 

ultimo aggiornamento: 18 maggio, ore 15:26
Roma, 18 mag. (Adnkronos) - ''E' un'idea percorribile, ma va valutata con attenzione''. Niccolo' Ghedini, deputato del Pdl e legale del premier, spiega all'ADNKRONOS che la proposta di Umberto Bossi di eleggere i pm come in Svizzera e negli States e' gia' prevista dal ddl sulla giustizia e bisogna verificarne la fattibilita' nel rispetto della Costituzione. Il parlamentare azzurro getta acqua sul fuoco (''non e' una riforma che spaventa'') e replica cosi' al segretario dell'Associazione nazionale dei magistrati, Giuseppe Cascini, contrario all'elezione popolare delle toghe in salsa leghista: ''Soltanto l'Anm arroccata sui privilegi della casta si puo' preoccupare''.

GIUSTIZIA: DI PIETRO, BOSSI SU TOGHE VENETE? CONTRO COSTITUZIONE ED ETICA POLITICA

'FACCIO MIE LE DICHIARAZIONI DEL SEGRETARIO ANM CASCINI'


ultimo aggiornamento: 18 maggio, ore 18:06
Roma, 18 mag. (Adnkronos) - Con l'Anm, contro la Lega nord e il ministro Bossi. Il leader di Italia dei valori Antonio Di Pietro si schiera, dopo le dichiarazioni dell'espoentne leghista sulla necessita' di avere in Veneto magistrati veneti, eletti dal popolo e dunque legati al loro territorio. "Faccio mie le posizioni del segretario dell'Associazione nazionale magistrati, Cascini", dichiara Di Pietro all'ADNKRONOS concordando con la 'bocciatura' espressa dall'esponente dell'Anm.

Giustizia/ Brigandì (Lega): Infondati attacchi Anm a pm eletti
"Sono alcuni magistrati che hanno attaccato la Costituzione"


Roma, 18 mag. (Apcom) - "Bossi ha innescato un argomento che prima o poi doveva esplodere: quello del pubblico ministero elettivo. Infondati sono gli attacchi dell'Anm, subito seguita a ruota dall'ex magistrato oggi parlamentare Tenaglia e dall'ex magistrato e anche lui parlamentare Ferranti, che dimostrano che abbiamo ormai il partito dei magistrati in Parlamento". A dichiararlo è il deputato Matteo Brigandì, capogruppo della Lega Nord in commissione Giustizia a Montecitorio, che rispondendo alle accuse dei parlamentari dell'opposizione sottolinea: "Bossi ha perfettamente ragione quando afferma che i pubblici ministeri dovrebbero essere eletti. Questo non è un attacco alla Costituzione ma semplicemente fa notare che sono i magistrati che hanno a loro volta attaccato la Costituzione, e non essendo perciò più coerenti con il dettato costituzionale devono essere riformati". "I magistrati - afferma Brigandì - devono essere sottoposti alla legge e garantire l'esercizio dell'azione penale nei confronti di tutti: in realtà non sono sottoposti alla legge e lo dimostrano i tentativi ormai repentini di smontare alcune leggi come ad esempio la Bossi-Fini. Sono i magistrati quindi che hanno travalicato, ovviamente solo quelli che fanno politica, nel piccolo e nel grande. I magistrati hanno ritenuto di poter dunque essere al di sopra della Costituzione in alcuni casi e quindi bisogna ricorrere ad un rimedio. L'unico metodo - conclude Brigandì - è quello di ridare il potere al popolo perché non si può pensare ad una giustizia assolutamente non controllata da nessuno". 

GIUSTIZIA: MANTOVANO AD ANM, DISCUTERNE CON CAUTELA MA SENZA DEMONIZZAZIONI

ultimo aggiornamento: 18 maggio, ore 18:26

Roma, 18 mag. - (Adnkronos) - Le riforme in materia di giustizia "vanno affrontate con cautela ed attenzione, soprattutto in un'ottica di insieme e con una visione di quadro, ma non ci devono essere demonizzazioni e nessuno si deve sentire per questo una 'vergine violata'. Anche perche' ad esempio, in tema di obbligatorieta' dell'azione del pm, in Italia l'azione penale e' gia' di fatto discrezionale nella pratica quotidiana". Il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano commenta cosi' all'ADNKRONOS le dichiarazioni del segretario dell'Anm Giuseppe Cascini, che aveva criticato l'ipotesi avanzata da Umberto Bossi di giudici eletti dal popolo e su base regionale.



Il segretario dell'Associazione nazionale magistrati Cascini, ribatte a Bossi
"Il nostro sistema è previsto dalla Costituzione ed è uno tra i migliori nel mondo"

L'Anm e le toghe elette dal popolo
"La Costituzione è una cosa seria"


"Sconcerta il razzismo legato alla provenienza regionale di funzionari Statali"
Tenaglia (Pd): "Proposta stravagante e completamente inaccettabile"

ROMA - "La Costituzione italiana è una cosa molto seria e non dovrebbe mai essere affrontata con battute estemporanee". Lo dichiara il segretario dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Cascini, commentando la proposta del ministro delle Riforme e segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi, di magistrati eletti dal popolo.

Cascini sottolinea come il sistema di accesso in magistratura italiano "è previsto dalla Costituzione ed è un sistema tra i migliori nel mondo per le garanzie che offre in termini di professionalità e indipendenza; mentre non credo - aggiunge- che lo stesso possa dirsi con riferimento ad altre funzioni di nomina elettiva".

Bossi giorni fa aveva lanciato la proposta che i magistrati siano eletti dal popolo e aveva aggiunto che "il Veneto avrà i suoi magistrati perché non se ne può più di non avere neppure un magistrato veneto". Quanto la provenienza territoriale dei magistrati reclamata da Bossi, Cascini conclude che "appare sconcertante che ancora oggi si debbano sentire manifestazioni di razzismo legate alla provenienza regionale dei funzionari dello Stato, ed è molto grave che una così grande offesa alla Costituzione venga da un ministro della Repubblica".

Per Lanfranco Tenaglia, responsabile giustizia del Pd, "la proposta di eleggere i pubblici ministeri è stravagante e completamente inaccettabile". Per l'esponente del Partito democratico. "la nostra Costituzione impone che il pm sia autonomo ed indipendente, cosa che stride completamente con l'elezione che vedrebbe il pm espressione di una parte politica. Altro che parità tra accusa e difesa, il pm eletto sarebbe espressione di parte e non tutela dell'interesse dei cittadini ad avere un giudizio equo e paritario. Si tratta - conclude Tenaglia - dell'ennesimo attacco ai principi costituzionali e all'equilibrio dei poteri dalla Costituzione repubblicana".

(La Repubblica -18 maggio 2009)
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Lettera dei Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano
al Presidente della Repubblica



Al Presidente della Repubblica
Onorevole Giorgio Napolitano

Suo preg.mo Ufficio Stampa
Consigliere Dott. Pasquale Cascella


per conoscenza

Agenzie di Stampa Nazionali e Testate Giornalistiche


Onorevole Presidente Napolitano,


i Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano, con la presente, si pregiano di inoltrare alla Sua Onorevole attenzione la Lettera Appello ad Ella rivolta, che sarà pubblicata nell'edizione del 27 maggio prossimo del Quotidiano Leggo di Roma.

L'appello dei Lavoratori degli Uffici Giudiziari si rivolge a Lei Presidente, nella Sua qualità istituzionale di Capo dello Stato ed in quella di rilevanza Costituzionale di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, la cui funzione è preposta alla cura dell'organizzazione e del funzionamento dei servizi relativi alla Giustizia, ed alla garanzia dell'autonomia ed indipendenza di Essa.

La Lettera è l'accorato Appello sulle condizioni dell'intero comparto Giustizia, che sorge spontaneo dando voce all'Assemblea pubblica autoconvocata tra i Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano, tenutasi in data 18 marzo 2009, e che è stato sottoscritto da centinaia di lavoratori milanesi, ed in seguito dai lavoratori di numerosissimi Uffici Giudiziari di tutta Italia.

RingraziandoLa fin da ora, Onorevole Presidente Napolitano, per la sollecita attenzione che Ella vorrà concedere al nostro Appello, portiamo a Sua conoscenza che per la Prima volta nella storia italiana, Tutti i Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano si sono AutoTassati per acquistare uno spazio editoriale, che consenta a noi una "Viva Voce" per raggiungerLa, mentre Ella assolve alle Sue funzioni e ai Suoi molteplici impegni istituzionali, in merito all'emergenza vertenziale della Giustizia in Italia.

Si ringrazia, inoltre, la Libera Stampa per l'attenzione che vorrà concedere a questa iniziativa autoconvocata dal basso dai Lavoratori degli Uffici Giudiziari.

Distinti saluti

I Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano


Allegato 1: Lettera al Presidente Napolitano + Firme Lavoratori


- Trasmette il comunicato dei Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano

Loredana Morandi
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GIUSTIZIA: LAVORATORI TRIBUNALE MILANO
PUBBLICANO LETTERA A NAPOLITANO


Milano, 19 mag. - (Adnkronos) - I lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano si sono autotassati per comprare uno spazio sul quotidiano 'Leggo' di Roma, in cui pubblicare una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in qualita' di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. ''Onorevole presidente Napolitano - comunicano i lavoratori - il comitato dei lavoratori degli Uffici giudiziari di Milano, con la presente, si pregia di inoltrare alla Sua onorevole attenzione la lettera appello ad Ella rivolta, che sara' pubblicata nell'edizione del 27 maggio prossimo del Quotidiano Leggo di Roma".

"L'appello dei lavoratori degli uffici giudiziari si rivolge a Lei Presidente, nella Sua qualita' istituzionale di Capo dello Stato ed in quella di rilevanza Costituzionale di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura - continuano i lavoratori - la cui funzione e' preposta alla cura dell'organizzazione e del funzionamento dei servizi relativi alla Giustizia, ed alla garanzia dell'autonomia ed indipendenza di essa. La lettera e' l'accorato appello sulle condizioni dell'intero comparto Giustizia, che sorge spontaneo dando voce all'assemblea pubblica autoconvocata tra i lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano, tenutasi in data 18 marzo 2009, e che e' stato sottoscritto da centinaia di lavoratori milanesi, ed in seguito dai lavoratori di numerosissimi Uffici giudiziari di tutta Italia".

"Ringraziandola fin da ora, onorevole Presidente Napolitano, per la sollecita attenzione che Ella vorra' concedere al nostro Appello - continua il comitato - portiamo a Sua conoscenza che per la Prima volta nella storia italiana, Tutti i lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano si sono autotassati per acquistare uno spazio editoriale, che consenta a noi una 'Viva Voce' per raggiungerla, mentre Ella assolve alle Sue funzioni e ai Suoi molteplici impegni istituzionali, in merito all'emergenza vertenziale della Giustizia in Italia".

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