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 ..Haidée, princess of Yanina .. da Gankutsuou di Mahiro Maeda... di Admin
 
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Riformare la giustizia, in senso soggettivo ed oggettivo, è compito non di pochi magistrati, ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica. Recuperare infatti il diritto come riferimento unitario della convivenza collettiva non può essere, in una democrazia moderna, compito di una minoranza.

Rosario Livatino
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 28/03/2009 @ 01:19:28, in Magistratura, linkato 2351 volte)
Una versione in italiano dell'articolo è stata pubblicata da Il Manifesto, la sto cercando per i non francofoni...

Au nom des USA
Un arrêt politique de la Cour constitutionnelle italienne

par Danilo Zolo

L’ordre atlantique règne en Europe. Tandis que les troupes françaises réintègrent l’état-major militaire de l’OTAN et passent sous le commandement d’un général états-unien, la Justice italienne est mise au pas cadencé de l’Alliance. La Cour constitutionnelle vient d’invalider l’inculpation des agents de la CIA qui avaient enlevé un imam à Milan, l’avaient séquestré et torturé. Pis, observe le professeur Danilo Zolo, ce sont les courageux magistrats instructeurs de cette affaire qui se retrouvent en position d’accusés.

Des nouvelles d’agence nous informent que l’audience à huis clos de la Cour constitutionnelle italienne sur le cas Abou Omar s’est conclue avec un arrêt dont c’est peu dire qu’il est surprenant. La Cour aurait établi que les magistrats de Milan qui ont enquêté et renvoyé en jugement l’ex-chef du Sismi [services secrets italiens] Nicolò Polari et 34 autres personnes —parmi lesquelles 26 agents de la CIA— sont responsables de violation du secret d’État. Seraient donc recevables les recours présentés d’abord par le gouvernement Prodi, puis par le gouvernement Berlusconi qui entendaient empêcher les juges milanais de poursuivre dans leurs enquêtes et d’inculper les services secrets états-uniens et italiens pour avoir gravement violé l’ordre constitutionnel italien.

Comme on le sait, l’imam Abou Omar avait été enlevé à Milan le 17 février 2003 par la CIA. Selon la reconstruction des enquêteurs et déclarations d’Abou Omar lui-même, l’imam avait été enlevé à Milan puis transféré en Égypte, où il avait été enfermé et aurait subi de graves tortures et sévices. Il n’est certes pas question de prendre position au sujet de l’arrêt de la Cour Constitutionnelle italienne sur la base d’un bref communiqué d’agence. On ne pourra le faire qu’après avoir soigneusement examiné le texte de la décision. Ce qu’on peut et doit cependant immédiatement déclarer est que le renversement des responsabilités juridiques et politiques des principaux acteurs de cet épisode semble singulier.

Les responsables des comportements illégitimes, voire illégaux, seraient des magistrats qui ont essayé courageusement d’opérer contre une pratique criminelle mise en acte pendant des années par les services secrets des États-Unis, avec souvent la complicité des gouvernements européens. Ce n’est pas un hasard si l’enlèvement d’Abou Omar a été considéré par la presse internationale comme un des cas les mieux documentés d’extraordinary rendition [extradition extraordinaire, NdT] opéré par les services secrets étasuniens. Les membres de la CIA qui se sont rendus responsables de ce grave crime international avec la complicité des services secrets italiens seraient intouchables. La stratégie de l’administration Bush, à présent ouvertement dénoncée par le président Barak Obama comme lésant le droit international en plus de la Constitution des États-Unis, serait à protéger.

On peut donc légitimement suspecter que les juges de la Cour Constitutionnelle aient fait un choix largement plus politique que juridique. Très probablement ceux-ci se sont rangés contre les juges milanais parce qu’ils n’entendent pas léser l’étroit rapport de coopération des gouvernement italiens —de droite ou de gauche— avec les stratégies hégémoniques des États-Unis : une puissance qui, ces décennies, s’est toujours considérée legibus soluta [au-dessus de toute loi, NdT] et a systématiquement ignoré non seulement le droit international mais les droits les plus élémentaires des personnes, en les torturant, en les séquestrant, et en les massacrant.

Il n’est que de penser à Guantanamo, Abou Ghraib, Bagram : des horreurs accomplies au nom d’une aussi délirante qu’inefficace guerre contre le terrorisme. Une guerre qui, si elle était menée avec les moyens utilisés jusqu’ici par la grande puissance états-unienne, nous conduiraient très probablement non pas à la défaite du terrorisme mais à de nouveaux 11-Septembre.

Documents joints


L’acte d’accusation des agents de la CIA (en version anglaise) dans l’affaire Abou Omar (Tribunal de Milan, 22 juin 2005), qui vient d’être invalidé par la Cour constitutionnelle italienne.


(PDF - 1.4 Mo)

 Danilo Zolo

Professeur de philosophie du droit à l’université de Florence. Professeur invité au Centre d’études européennes d’Oxford. Directeur de la revue de philosophie du droit international et de politique globale Jura Gentium.

http://www.voltairenet.org/article159313.html

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Di Loredana Morandi (del 29/03/2009 @ 08:37:41, in Osservatorio Famiglia, linkato 2696 volte)

Al web si deve dare una limitazione forte e seria. Subito e non c'è tempo da perdere. Anche io ho subito qualcosa di simile, insieme a tutti gli Artisti. Solo che si trattava di una società del porno commerciale, coadiuvata dal suo "giurista telematico", delinquente tanto, quanto ...

 

IN PROVINCIA DI AGRIGENTO

Foto porno di ex fidanzate sul web:
sei denunciati, tra cui due donne

Contestati i reati di diffamazione aggravata a mezzo stampa e stalking

LICATA (AGRIGENTO) - I carabinieri di Licata hanno denunciato, dopo una indagine di oltre un anno, sei persone, fra cui due donne, per diffamazione aggravata a mezzo stampa e per stalking. I sei avrebbero diffuso su internet fotografie pornografiche, ottenute con dei fotomontaggi, di ex fidanzate ed amanti, indicando, in alcuni casi, anche nome e cognome e numeri telefonici delle loro vittime. Almeno una decina le donne finite, a loro insaputa, su siti erotici o porno. Su alcune persone, i sei si sarebbero anche accaniti materializzando delle vere e proprie persecuzioni che rientrano nella fattispecie dello stalking. Il sostituto del tribunale di Agrigento che coordina l'inchiesta è Luca Sciarretta.

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Di Loredana Morandi (del 29/03/2009 @ 08:53:43, in Sindacati Giustizia, linkato 2422 volte)
Non conoscevo questa testata. E' interessante e con una gradevole grafica. Mi sono iscritta alla newletter..

(di Giorgio CARTA Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo ) Diamo per assodato che, in questo decadente momento storico, in Italia, militari e appartenenti alle Forze di Polizia stanno male. Peggio ancora degli altri cittadini.

Diamo pure per assodato che il loro malessere solo in parte concerne la sfera economica, anche se non va tralasciato che il rapporto di lavoro che li vincola è il più sproporzionato che ci possa essere: in cambio di uno stipendio modesto, militari e forze dell’ordine devono assicurare una controprestazione smisurata che, in determinate circostanze, può comportare anche il sacrificio della propria incolumità fisica e, talvolta, della vita. La cronaca ci rammenta che tale eventualità non è puramente teorica.

Scrivo questo mentre ripenso al racconto ascoltato a cena, qualche giorno fa, da un Carabiniere, chiamato a sedare una violenta lite tra due transessuali ubriachi, malati di aids ed autolesionisti, all’interno di una stanza imbrattata ovunque di sangue. Quanto vale, in termini economici, la prestazione professionale offerta alla comunità da questo padre di famiglia con le stellette? Fate voi il prezzo.

     Come detto, però, il malessere di militari e forze dell’ordine concerne sopratutto la sfera dei diritti ed il rispetto della loro dignità umana e sociale. La legge di disciplina militare - che, per inciso, risale ad oltre trent’anni fa - soffre il grande limite di voler affidare l’efficienza degli organismi militari ad un unico gracile presupposto: la ponderatezza, l’equilibrio e il senso di giustizia del superiore gerarchico. Non è, però, previsto alcun contrappeso o correttivo, in caso di abusi.

     Se il summenzionato presupposto ricorre, la vita di reparto ed il servizio sono sereni, pur nella coscienza della pericolosità della missione svolta, e fa sì che il militare sia soddisfatto del proprio lavoro e orgoglioso del ruolo sociale ricoperto (sopportando ovviamente il fatto che chi inneggia al lanciatore di estintori Carlo Giuliani difficilmente potrà essere recuperato alla civiltà).

     Se, invece, la scala gerarchica difetta dei predetti requisiti morali e umani, sono guai (per i sottoposti), perché la legge di disciplina e, comunque, la normativa di settore ben si prestano a divenire uno strumento di vessazione legalizzato. 
Basti pensare a quanti procedimenti disciplinari vengono imbastiti sulla generica «violazione dei doveri assunti col giuramento», una formula giuridica astratta nella quale il superiore coscienzioso ricomprende solo condotte realmente gravi, ma quello in malafede può compendiare qualsiasi comportamento.

     La normativa disciplinare non sarebbe di per sé persecutoria né oppressiva, anzi ben consentirebbe, per esempio, a tutti i militari di esprimere liberamente il proprio pensiero, di pubblicare scritti, di partecipare a convegni e di riunirsi in associazioni.

     L’unico, ma non irrilevante problema è che a tale disciplina vengono attribuiti significati restrittivi, ben diversi, se non opposti, a quelli avuti in mente dal legislatore. Il risultato è che oggi in Italia non abbiamo associazioni di militari autorizzate (tranne la, diciamo, peculiarissima ANC), ancora si puniscono i militari che liberamente esprimono la propria opinione o pubblicano propri scritti (vedi il caso Comellini) e via dicendo.

     E’ evidente, però, che non sussiste solo un problema di gerarchie militari soverchianti, ma anche uno di adeguatezza del sistema giustizia (amministrativa) il quale, a parere di molti, non assicura affatto l’auspicato bilanciamento dei rapporti di forza.

     Infatti, se le scale gerarchiche si sentono autorizzate ad abusare delle loro potestà è solo perché non sono soliti vedere i loro provvedimenti illegittimi infranti su un fermo, coscienzioso ed imparziale muro della Giustizia.

     Mi riferisco alla giustizia amministrativa e non a quella penale (militare ed ordinaria) che, viceversa, vedo spesso molto attenta e sensibile nei confronti dei militari.

     Come è noto, militari e forze dell’ordine sono sottoposti alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, cioè essi non sono soggetti al giudice ordinario, come invece accade per la gran parte dei cittadini.
In questo caso, l’aggettivo “esclusiva” non è sinonimo di esclusività o di privilegio, ma – purtroppo - di isolamento, di trattamento differenziato.
La Giustizia amministrata dai TAR e dal Consiglio di Stato, infatti, non sembra opporre l’auspicato argine alle prevaricazioni inflitte ai militari.
Anzi, la tiepidezza se non, a volte, lo stretto collegamento con l’apparato ministeriale, fanno del giudizio amministrativo l’ulteriore supplizio inferto a fedeli servitori dello Stato che intendono reagire ad un provvedimento ingiusto.

      Mi scriveva l’atro giorno un militare le seguenti parole: «alla fine mi sono dovuto arrendere poiché al superiore basta firmare un pezzo di carta a noi tocca firmare gli assegni per difenderci e con i nostri stipendi, con le famiglie a carico, l'unica cosa che si può fare e cercare il quieto vivere, poiché la Giustizia in queste cose non esiste».
Con tali premesse, ci si aspetterebbe che i Giudici amministrativi assicurassero, se non una propensione a riequilibrare a favore del militare il predetto disuguale rapporto, quanto meno una indipendenza ed una imparzialità rafforzate ed oggettive nonché scevre da qualsiasi sospetto di contaminazione e/o contiguità con ciò che è espressione diretta o indiretta del potere pubblico, la parte “forte” del giudizio.

      Accade, invece, tutto il contrario. Infatti, i Giudici Amministrativi raramente fanno solo i Giudici Amministrativi. Molto più spesso essi intrattengono rapporti professionali assai ben retribuiti con la Pubblica Amministrazione di cui dovrebbero essere, invece, i distaccati controllori.
E sufficiente consultare il sito web istituzionale della Giustizia Amministrativa (www.giustizia-amministrativa.it ) per avvedersi della gravità e della diffusione del fenomeno degli incarichi stragiudiziali assegnati ai magistrati dei TAR e del Consiglio di Stato.

     Come si può confidare nell’imparzialità del proprio giudice naturale se questo viene retribuito con un emolumento extra da quello stesso Ministero che devono poi giudicare?
Non solo, sempre i Giudici amministrativi, più volte nell’ambito della loro carriera, vanno in aspettativa e divengono addirittura organici all’Amministrazione con ruoli di altissima responsabilità, se non addirittura impiegati presso le Autorità cd indipendenti o “garanti”, per poi rientrare nei ruoli di provenienza e dispensare nuovamente giustizia nei Tribunali in cui si controverte della legittimità dell’azione amministrativa posta in essere dalle medesime Amministrazioni e/o Autorità presso le quali hanno prestato servizio.

     In un paese normale, per ovviare a tale scempio e calpestio dei più elementari principi di convivenza civile, basterebbe applicare una norma che già esiste: l’art. 51, primo comma, numero 3), del codice di procedura civile, che, come è noto, impone al Giudice di astenersi dal decidere su un giudizio se ha «rapporti di credito o debito con una delle parti».
E invece no: nessuno obietta niente e la Giustizia amministrativa italiana continua ad essere dispensata da chi, alla luce del sole, intrattiene «rapporti di credito o debito» - seppure autorizzati - con l’Amministrazione.

     Va detto, poi, che l’anomalia degli incarichi stragiudiziali copiosamente conferiti ai Giudici Amministrativi non mina solo l’aspettativa di autonomia e di indipendenza nei confronti di chi esercita la giurisdizione, ma anche la stessa possibilità che le relative incombenze siano svolte in un tempo ragionevole.
Peraltro, mentre le lungaggini dei giudizi penali e civili sono note a tutti, quelle dei giudizi amministrativi sono invece assai meno conosciute e pubblicizzate dai media.

     Per questo motivo, tutti si indignano quando scoprono che un giudizio civile può protrarsi per tre anni, ma poi si ignora che in un giudizio amministrato dai TAR, per veder fissata la prima udienza di merito, si devono attendere in media 8 anni.

     Ho personalmente curato alcuni ricorsi al TAR volti a contrastare l’illegittima pretesa del Ministero della difesa di vietare ogni forma di libero associazionismo tra militari.
Ebbene, provate ad impugnare un diniego di autorizzazione ministeriale alla costituzione di un’associazione: bene che vada, il processo durerà 8 anni e, frattanto, il Ministero della difesa si sarà tolto – per un tempo prolungato - il problema di quei militari che semplicemente intenderebbero esercitare la libertà di associazione.
Eppure, quegli stessi Giudici che non riescono ad essere tempestivi sulle istanze di giustizia sono spesso impegnati nella scrittura di libri, in corsi formativi e lezioni, perfino aperti alla correzione, in favore di società di formazione private, degli elaborati scritti di centinaia di aspiranti magistrati che – pagando la relativa quota – frequentano corsi di formazione e/o di perfezionamento.

     Andando al merito delle decisioni assunte, poi, è notoria la tendenziale insoddisfazione del mondo militare verso la risposta data alle loro istanze di giustizia.
Aldilà delle singole pronunce, preoccupa la tendenza riscontrabile nei giudici amministrativi di interpretare in senso restrittivo le già restrittive norme applicabili ai militari.

L’esempio più clamoroso ed ingiustificabile è dato da quello che io definisco il furto della legge n. 241/1990 perpetrato ai danni dei militari.
Mi spiego meglio. La legge n. 241/1990 disciplina l’azione amministrativa e prescrive alcuni fondamentali istituti giuridici di garanzia quali l’obbligo di comunicare l’avvio del procedimento al destinatario, il diritto di questi di partecipare con memorie e documenti alla fase decisionale e l’obbligo di motivazione.
Detta legge sarebbe integralmente applicabile a tutti i provvedimenti amministrativi che riguardano i militari, visto il chiaro disposto dell’articolo 13, che definisce l’ambito di applicazione delle norme sulla partecipazione.
Eppure, i Giudici Amministrativi hanno inventato di sana pianta una regola che il legislatore non ha mai previsto, secondo la quale, per esempio, a differenza di quanto previsto per i dipendenti civili dello Stato, per i militari, non è configurabile una situazione giuridica soggettiva tutelabile in ordine alla sede di servizio.
Pertanto, secondo i giudici, «l'Amministrazione non è tenuta a dare conto delle ragioni che presiedono al trasferimento d' ufficio di un militare da una sede di servizio ad altra, atteso che tali provvedimenti sono qualificabili come ordini che attengono ad una semplice modalità di svolgimento del servizio e, come tali, sono ampiamente discrezionali».
Di conseguenza, è considerato legittimo pure il trasferimento di un militare disposto dall’oggi al domani, senza preavviso né motivazione. Eppure, per il legislatore, non esiste affatto l’autonoma categoria degli ordini che, in quanto tali, sarebbero sottratti alla disciplina della legge n. 241/1990.

     Per il legislatore esistono i provvedimenti amministrativi tout court, sottoposti alle normali regole, anche se promanano da un’autorità gerarchica. Ecco perché dico che la legge n. 241/1990 è stata arbitrariamente rubata ai militari.
 In conclusione, a me pare che la Giustizia dei militari e delle forze dell’ordine passi purtroppo attraverso un imbuto via via più stretto, atteso che una normativa già restrittiva, viene resa ulteriormente oppressiva, prima dall’interpretazione delle gerarchie militari, poi da quella dei Giudici. Quanto si ancora potrà tollerare un tale stato di cose?


GrNet.it
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Di Loredana Morandi (del 04/04/2009 @ 02:53:09, in Osservatorio Famiglia, linkato 1445 volte)
Sono perfettamente convinta, che la Dottrina della Fede, sia sempre responsabile di errori politici o umani.

 Principio questo che vale per ogni religione, in quanto la proclamazione de "La Vera Fede" è tale da scatenare conflitti, crociate e gli interessi di tutti coloro che ambiscono all'appropriazione di beni e risorse altrui, si vedano per questo le crociate americane per il reale obiettivo della "salvazione" del Ministero del Petrolio, a Baghdad in Iraq.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra, ed è degli uomini il libero arbitrio che consente loro anche di sbagliare.

Quindi, se pur sono convinta che l'infallibilità non sia dell'uomo e nonostante questo, l'Anziano Signore che siede in antiche stanze al Centro di Roma non merita alcun dispregio dagli omosessuali e dai radicali.

Vero, che il movimento omosessuale in Italia e nel mondo è corrotto e, al soldo di potenti lobbies, affiancato al movimento dei pedofili. Vero, che i radicali degli ultimi anni abbiano mostrato fin troppo repentini cambi di bandiera e cerchiobottismi inauditi su campagne anche cattive, come un inopportuno "siamo tutti israeliani" durante il bombardamento di Gaza.

Auspico infatti, che il Vaticano reclami i suoi diritti per l'uso improprio dell'immagine del Santo Padre.

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Di Loredana Morandi (del 06/04/2009 @ 03:39:04, in Osservatorio Famiglia, linkato 1271 volte)
Associazione Giuseppe Dossetti

Comunicato stampa n° 23/2009
Roma, 6 aprile 2009
 

TERREMOTO: PERCHE’ PUNIRE CHI VOLEVA PREVENIRE?
 
Ben quattro giorni prima del disastro di stanotte, il primo aprile, Giampaolo Giuliani, tecnico e ricercatore del laboratorio di fisica del Gran Sasso aveva visto, e segnalato, preoccupanti allarmi di un evento tellurico di grande portata. Perché Giuliani è stato denunciato per “Procurato Allarme”?

Il responsabile dell’Osservatorio per la Tutela e lo Sviluppo dei Diritti dell’Associazione “Giuseppe Dossetti”: i Valori” (www.dossetti.it) Corrado Stillo ha dichiarato:

 “Mentre di ora in ora contiamo i morti, i dispersi e i senzatetto del terremoto in Abruzzo, e mentre vediamo le immagini dei danni alle abitazioni e della paralisi in cui un’intera regione vive una tragedia incommensurabile, altre domande sono inevitabili.

Perché gli studi dello scienziato Giampaolo Giuliani non sono stati attentamente analizzati?

E se il suo sistema “Rilevatore Gamma” avesse ricevuto maggiore attenzione, oggi, probabilmente, potevano essere limitati danni e sofferenze?

E potevano essere organizzati aiuti più immediati alla popolazione?

Ora sono inutili le lacrime di coccodrillo di coloro i quali lo hanno ridicolizzato fino a ieri”
www.dossetti.it

Concordo...
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Di Loredana Morandi (del 07/04/2009 @ 04:02:27, in Sindacati Giustizia, linkato 1325 volte)

 



Vi sottoponiamo alcune informazioni reperite in rete per contribuire attivamente agli aiuti in corso:

E' possibile mandare un SMS del valore di 1 euro al numero 48580 dal proprio cellulare (3 Italia, TIM, Vodafone e Wind) o telefonare da rete fissa Telecom Italia allo stesso numero donando 2 euro a singola chiamata.

Ogni SMS inviato (e/o chiamata) sarà interamente devoluto al Dipartimento della Protezione Civile per il soccorso e l’assistenza: lo stesso Dipartimento fornirà nei prossimi giorni tutte le indicazioni sull’utilizzo dei fondi raccolti.

Per sostenere gli interventi in corso (causale “Terremoto Abruzzo”) inoltre si possono inviare offerte alla Caritas italiana tramite il conto corrente postale 347013 o tramite Unicredit Banca Roma (IBAN IT38 K03002 05206 000401120727).

Invitiamo tutti i nostri colleghi ed amici ad attivarsi in tal senso. Grazie.

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Di Loredana Morandi (del 07/04/2009 @ 04:04:35, in Magistratura, linkato 1437 volte)
Associazione Nazionale Magistrati




Una immane tragedia, alla quale non vogliamo e non possiamo restare insensibili, ha colpito l'Abruzzo

L'Associazione Nazionale Magistrati vuole esprimere tutto il suo cordoglio per le vittime e le loro famiglie.

A tutti i colleghi abruzzesi, al personale amministrativo e al foro locale vogliamo esprimere la nostra più totale vicinanza.

La drammatica situazione che sta vivendo l'Abruzzo in queste ore, sollecita un forte gesto di solidarietà da parte di tutti.

Come prima immediata iniziativa, raccogliendo l'invito di molti colleghi (anche lontani dai luoghi oggi colpiti dal sisma) abbiamo pensato, di intesa con il presidente dell'ANM Abruzzo Giampiero Di Florio, di mettere a disposizione il numero di conto corrente della sezione abruzzese dell'Associazione, evitando in tal modo la duplicazione di spese bancarie.

L'idea è quella di far confluire le offerte su detto conto e che verranno poi girate alla Protezione Civile - organo istituzionale- che provvederà alla destinazione delle somme raccolte, nel modo che riterrà più opportuno e necessario per affrontare le prime ore dell'emergenza.

Le coordinate bancarie sono le seguenti:

Banca Caripe spa - Agenzia di Pescara

IT68 B 06245 15410 000000133834

Intestazione conto: Associazione Nazionale Magistrati - Sezione abruzzese

Causale: Offerta Terremoto Abruzzo

E' una prima immediata iniziativa alla quale seguiranno delle altre.

Ringrazio anticipatamente tutti i colleghi.

Il presidente

Luca PALAMARA
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Comitato Informatici ATU

La vergogna degli informatici esternalizzati precari degli Uffici Giudiziari.

Un pentolone da scoperchiare. Comitato Lavoratori ATU


- comunicato stampa –


Ai gentili Colleghi e alle Redazioni,


GIUSTIZIA – CALABRIA: LICENZIATI NUMEROSI INFORMATICI PRECARI. NON ESISTE NESSUNA MERITOCRAZIA. LE AZIENDE PRIVATE NON CONSIDERANO AFFATTO L’ANZIANITA’ DI SERVIZIO E L’ESPERIENZA DEL TECNICO.


IL MINISTRO BRUNETTA CON CHI REALIZZERA’ L’INNOVAZIONE TECNOLOGICA DEGLI UFFICI GIUDIZIARI, SE LE AZIENDE PRIVATE CACCIANO VIA I CERVELLI MIGLIORI?


Reggio Calabria. Il 50% dei tecnici informatici licenziati in un sol colpo in tutta la regione nell’arco di circa 12 mesi. Totale licenziamenti: circa 25 unità lavorative.


In pratica le aziende affidatarie dell’informatizzazione presso gli Uffici Giudiziari calabresi hanno ridotto pesantemente il proprio organico. Se ciò in parte è motivato dai tagli agli stanziamenti del Ministero della Giustizia, nei fatti ciò porta alla luce una gestione incontrollata degna del massimo allarme, attuata in modo da discriminare addirittura il buon funzionamento degli uffici.

Sembra d’essere ad un funerale, perché solo i migliori se ne vanno, ovvero quelli che vanno via sono tecnici informatici con anche 5 – 6 – 7 anni di anzianità e “giovani”, in età ricompresa tra i 30 e i 35 anni. Nessuno di essi con contratto a tempo indeterminato nonostante l’anzianità di ruolo.


E’ il declino della Assistenza Tecnica Unificata (ATU) degli Uffici Giudiziari della Regione Calabria, le cui sedi sono “disagiate” per antonomasia, e dove la gestione incontrollata della assistenza licenzia “professionisti” seri e riconosciuti dalla Magistratura, obbligando uffici e magistrati a vedere gestiti i computer con dati anche riservatissimi, da facce sempre nuove.


Il Comitato ATU ha recentemente denunciato alla stampa il grave disagio creatosi al Tribunale di Napoli a causa del misterioso licenziamento dell’informatico Giuseppe Di Spirito e la protesta della intera sezione giudicante (circa 70 magistrati tra Riesame, Corte d’Assise, GIP e Dibattimento) perché il licenziato era anche il tecnico più esperto; ed abbiamo segnalato anche la conduzione discutibile dell’affaire per l’immediata assunzione di un sostituto (“figlio di cancelliere”) nella sede giudiziaria.

A tutt’oggi sul caso permane il silenzio da parte delle società (subappaltatrici di TELECOM ITALIA) e persino del CISIA di Napoli, ente che gestisce i contratti informatici per conto del Ministero.


Il caso calabrese di Edoardo Triolo, intervistato in anticipazione per la stampa dal Comitato ATU, presenta delle analogie con il caso napoletano: risulterebbe che l’azienda CM Sistemi pur di allontanare un informatico con 6 anni di esperienza residente in Calabria, è arrivata a sostituirlo con un tecnico trasferito addirittura dalla Sicilia, a sua volta precario.


Un caso in più che induce a ritenere che NON esista alcuna meritocrazia nella gestione privatistica dell’ATU degli Uffici Giudiziari, contrariamente alle opinioni del ministro Brunetta (dipendente pubblico/fannullone vs dipendente privato/efficiente).


Infatti, così come in Calabria sembra che alla CM Sistemi NON interessi di privarsi di un tecnico apprezzato con più di 6 anni di esperienza, alla TD Group di Pisa non è interessato privarsi di un tecnico con 7 anni di esperienza sul Tribunale di Napoli. E le sedi distrettuali del CISIA non intervengono, di fatto, in queste strane sostituzioni di persona, perché assolvono esclusivamente all’obbligo burocratico di gestire il rapporto con l’azienda e rilevare la sola presenza fisica del lavoratore ed il suo curriculum vitae consegnato dalla ditta, non potendo entrare nel merito né della regolarità del suo rapporto di lavoro né della sua affidabilità come individuo!


Come già affermato più volte, nulla vieta ad un camorrista o un mafioso di recarsi in una Procura a mettere le mani nei dati delle inchieste in corso, basta che sia regolarmente “presentato” da una delle ditte dell’assistenza.


Un clima emergenziale con una pubblica amministrazione che si avvia quindi ad essere “indifesa” e subalterna degli interessi dei privati!


Il Ministro di Giustizia Angelino Alfano e il Ministro del lavoro, salute e politiche sociali Maurizio Sacconi sono stati invitati, dalle senatrici Amato e Incostante e dal senatore De Luca, ad avviare l'apertura di un Tavolo con le rappresentanze sindacali, per valutare procedure concorsuali agevolate finalizzate all'assunzione diretta degli attuali tecnici sistemisti impegnati nei vari appalti esternalizzati al fine di garantire in seno agli uffici giudiziari italiani la presenza di personale già formato, affidabile e perfettamente integrato con la struttura preesistente (atto di sindacato ispettivo numero 3/00608 dell’ 11 marzo 2009).


Il pm d’assalto Luigi De Magistris ebbe motivo di menzionare la società CM Sistemi in numerose sue dichiarazioni sull’inchiesta “Why Not”*, ma anche la protesta dei 70 magistrati napoletani non ha portato fin’ora ad alcun approfondimento sulla gestione dei servizi informatici del Ministero della Giustizia.


Grave allarme desta a questo punto la “normalizzazione” di una pendolarità precaria dei tecnici ATU, quei tecnici che avranno accesso e gestiranno tutti i dati riservati dei computer dei magistrati.


Si vedano anche i seguenti links:

*http://www.ilsole24ore.com

http://www.giustiziaquotidiana.it/dblog/articolo.asp?articolo=1494

http://www.giustiziaquotidiana.it/dblog/articolo.asp?articolo=1519


Ci domandiamo: Chi sarà il prossimo tecnico di fiducia mandato via?


Ringraziando la Libera Stampa per la gentile attenzione a noi dedicata, il Comitato Atu invita a prendere visione del proprio canale Youtube e della iniziativa web su Facebook a questi link


http://www.youtube.com/neoatu

http://www.facebook.com/people/Comitato-Informatici-Atu/1584213101


TERREMOTO ABRUZZO: Manda un sms al 48580 o invia il tuo contributo alla Caritas italiana tramite il conto corrente postale 347013 o tramite Unicredit Banca Roma (IBAN IT38 K03002 05206 000401120727)


Per il Comitato Informatici ATU


Loredana Morandi

www.giustiziaquotidiana.it


Edoardo Triolo


Giuseppe Di Spirito

www.comitatoatu.it


Allegato 1 (di seguito): intervista a Edoardo Triolo

Allegato 2 (di seguito): Copia dell'Atto di Sindacato Ispettivo n. 3-00608 - pubblicato anche questo link:


http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/f


Comitato Informatici ATU

Intervista a Edoardo Triolo – da Reggio Calabria


Comitato ATU: Signor Triolo vuol raccontarci quale è stato il suo percorso professionale negli uffici giudiziari della Regione Calabria?

Edoardo Triolo: La mia storia inizia nel 2003, quando, inviando un curriculum a CM Sistemi, dopo colloquio sono stato inserito in servizio presso la Procura di Palmi (RC). Scelsi allora di avvicinarmi alla mia famiglia, lasciando ahimè un impiego meglio retribuito a Torino, in cambio di un cococo/cocopro e la promessa aleatoria di carriera, in futuro.


Comitato ATU: Quali sono stati i suoi rapporti con i colleghi e con l’azienda?

Triolo: Dai primi approcci con i colleghi mi resi conto che non esisteva uno spirito collaborativo. Il caos gestionale delle tante aziende subappaltatrici non consentiva alcun tipo di “affiancamento” professionale e la CM Sistemi non me ne fornì alcuno. Fu addirittura il Capo Progetto a confermarmelo, indicandomi chiaramente “la porta” per andarmene, se per caso non fossi stato d’accordo. Un esordio che mi fece presagire il mio futuro “idillio” con l’azienda, la cui gestione del personale mi apparve concentrata sull’accumulo dei curriculum dei collaboratori per le gare di appalto presso il Ministero, unica cosa interessante ai fini dell’assegnazione, a quanto pare.


Comitato ATU: Come ha potuto lavorare senza nessuna formazione tecnica di tipo aziendale?

Triolo: Non sono uno che si arrende di fronte alle difficoltà, ma per i primi mesi ho potuto contare solo sulle mie capacità tecniche, abbandonato a me stesso. Dopo due anni questo clima da “mors tua vita mea”, mi indusse a chiedere il trasferimento ad altra sede, che ottenni per la fortuita coincidenza di un collega impegnato a Reggio, ma residente vicino Palmi, che chiedeva il proprio avvicinamento alla famiglia. La richiesta suscitò la “stizza” del Capo Progetto, dal quale fui addirittura rimproverato solo per essermi informato presso il CISIA, delle possibilità di avvicinamento. Appare assurdo che i funzionari aziendali sul territorio non conoscano granchè del proprio personale, mi è capitato di suscitare meraviglia quando qualcuno dopo 6 anni ha “scoperto” che avevo regolarmente una SIM telefonica aziendale in affidamento.

La realtà è che siamo di fatto dipendenti più del Ministero che delle ditte private.


Comitato ATU: Dopo il trasferimento a Reggio Calabria, che cosa è successo?

Triolo: Infine fui trasferito alla Corte d’Appello del Tribunale di Reggio Calabria nell’aprile del 2005, dove ho lavorato negli ultimi anni con personale grande soddisfazione, anche per la stima della Magistratura. Rammento che per fiducia più volte alcuni magistrati mi avrebbero consegnato username e password al fine di farmi ottimizzare la prestazione tecnica. Pur felice della stima io ho sempre rifiutato questi dati, a mia tutela e a tutela della azienda, ma questa personale forma di correttezza non mi ha impedito di acquisire una rilevante esperienza professionale sia nel settore civile, che in quello penale, e di divenire nel tempo uno dei tecnici più ben voluti ed apprezzati. Per questa ragione è necessaria una stabilità degli impieghi presso il Cliente, soprattutto quando si tratta di una Amministrazione Giudiziaria, in quanto soggetti pericolosi potrebbero approfittare di tali opportunità e della buona fede del magistrato. Credevo andasse tutto per il meglio, quando arrivò la lettera di “fine progetto”.


Comitato ATU: Una prima lettera di licenziamento?

Triolo: Esatto. Il 16 ottobre del 2006 una telefonata e un telegramma mi comunicarono la fine della mia collaborazione. Così, di punto in bianco, non c’era più lavoro per me. Ero stato scaricato con il mutuo da pagare, la rata della macchina ed era spezzato il progetto di metter su una famiglia mia. A causa del danno economico e della grave preoccupazione, per breve tempo fui colpito da una profonda prostrazione psicologica. Avevo perso il sonno.

Fortunatamente, ma sotto tutt’altro auspicio, ripresi servizio il 6 novembre dello stesso anno. Si parlò allora di “situazione contrattuale” tra Azienda e Ministero, e non di rinnovo del contratto/programma. Di fatto il “programma” non cessò mai, nonostante quanto affermassero nella mia lettera di licenziamento, utilizzando moltissime “proroghe”. Infatti durante il mio primo licenziamento i miei colleghi erano tutti operativi, tutti con “contratti a progetto”, e timbravano regolarmente la presenza via web sul sito preposto dal Cisia, come facevo anche io fin dalla data di assunzione, come un dipendente pubblico.

Comitato ATU: Fin quando ha lavorato in questo clima così precario?

Triolo: Tra tagli di giornate lavorative e obblighi di rimanere a casa imposti dalla CM Sistemi ho continuato a lavorare fino al 22 febbraio 2009, data in cui si è verificato ancora una volta lo stesso triste epilogo dell’ottobre 2006. Una nuova raccomandata e una telefonata mi hanno privato del lavoro. Una spada di Damocle che si è abbattuta su di me e su altri colleghi: una precarietà professionale insostenibile per tecnici specializzati come noi, quotidianamente a contatto con ambienti tanto delicati e riservati quanto gli Uffici Giudiziari cui occorrerebbe invece una regolarità e serenità professionale.


Comitato ATU: Quali sono a suo avviso i criteri di gestione del personale delle Aziende in appalto presso il CISIA?

Triolo: Anzianità di servizio e bagaglio di esperienza tecnica sul campo non contano nulla di fronte alle decisioni inspiegabili, scarne di criteri, che portano grandi aziende a decidere quando Tizio deve essere licenziato e quale Caio deve rimanere. Decisioni aziendali che, dopo gli anni di sacrifici del lavoratore, dovrebbero onorare il “merito” con una motivazione, che sia almeno credibile.

Il CISIA invece controlla la sola presenza e l’operatività dei tecnici, risultando di fatto il vero “datore di lavoro”, ma senza poter assumere verso il singolo lavoratore alcuna responsabilità in merito al trattamento ricevuto dall’azienda, regolare o meno.


Comitato ATU: Ed ora, dopo il nuovo licenziamento?

Triolo: Mi sono affidato agli avvocati.


Comitato ATU: Ed i suoi colleghi licenziati?

Triolo Stanno ponderando cosa fare, in silenzio e solitudine, da un lato intimoriti dal clima che si respira da queste parti e dall’altro con la speranza che stando zitti la società possa un giorno richiamarli. Non so, ma mi piacerebbe averli al mio fianco.


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Di Loredana Morandi (del 08/04/2009 @ 03:34:52, in Sindacati Giustizia, linkato 1442 volte)


08-04-2009

Giustizia. in Calabria licenziati 50% tecnici

In Calabria "il 50% dei tecnici informatici sono stati licenziati in un sol colpo nell'arco di circa 12 mesi per un totale di circa 25 unità lavorative". Lo rende noto il Comitato Informatici Atu (Assistenza tecnica unificata). "In pratica - è scritto in una nota - le aziende affidatarie dell'informatizzazione presso gli uffici giudiziari calabresi hanno ridotto pesantemente il proprio organico. Se ciò in parte è motivato dai tagli agli stanziamenti del ministero della Giustizia, nei fatti ciò porta alla luce una gestione incontrollata degna del massimo allarme, attuata in modo da discriminare addirittura il buon funzionamento degli uffici". "E' il declino - prosegue la nota - dell'Assistenza tecnica unificata degli uffici giudiziari della Calabria, le cui sedi sono disagiate per antonomasia, e dove la gestione incontrollata dell'assistenza licenzia professionisti seri e riconosciuti dalla magistratura, obbligando uffici e magistrati a vedere gestiti i computer con dati anche riservatissimi, da facce sempre nuove".

http://www.telereggiocalabria.it/
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GIUSTIZIA: INCOSTANTE, CON POLITICA GOVERNO SU ATU RISCHIO PARALISI

Dichiarazione della sen. Maria Fortuna Incostante
 
"Quanto sta avvenendo negli uffici giudiziari della Calabria, dove si è arrivati al licenziamento del 50% dei tecnici informatici (Atu), è grave e indica una pericolosissima deriva che può portare alla paralisi delle giustizia in tutto il Sud. Il declino dell'assistenza tecnica unificata degli uffici giudiziari del Meridione sembra infatti una vera e propria politica del governo ed è di qualche mese fa un analogo caso che ha coinvolto la città di Napoli". Lo denuncia la senatrice del Pd Maria Fortuna Incostante.
"La carenza di risorse destinate a questo settore vitale per il funzionamento della giustizia - prosegue - e l'esternalizzazione dei servizi è una miscela esplosiva per l'efficienza degli uffici. Le parole del ministro Brunetta sulla premialità per le competenze nella pubblica amministrazione suonano così in tutta la loro vacuità. Infatti, licenziare il personale con maggiore anzianità e assegnare ad aziende esterne servizi fondamentali non significa altro che perdere un patrimonio di competenze e, probabilmente, aumentare i costi dei servizi. Servizi, è bene ricordarlo, che gestiscono dati riservati dei computer dei magistrati e che è quindi necessario che rimangano nello stretto, diretto ed esclusivo controllo della pubblica amministrazione".
"E' evidente - conclude Incostante - che al di là di quanto dichiarato dai ministri Alfano e Brunetta il corretto funzionamento della giustizia italiana non è negli interessi di questo governo".

8 aprile 2009
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