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 una rosa è una rosa, è una rosa ...... di Lunadicarta
 
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Il sentimento di giustizia è così universalmente connaturato all’umanità da sembrare indipendente da ogni legge, partito o religione.

Voltaire
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 25/08/2010 @ 07:02:30, in Politica, linkato 1331 volte)
Lettera minaccia a Lumia e Liarda

Messaggi morte e foto Falcone-Borsellino, finirete come loro


(ANSA) - PALERMO, 24 AGO - Lettera di minacce e bossoli sono state recapitate al sen del Pd Beppe Lumia e al sindacalista della Cgil Vincenzo Liarda.Le buste, non timbrate, sono state recuperate alla Camera del lavoro di Petralia Sottana (Pa).

Nella missiva compaiono anche 3 scritte: in una di queste si fa riferimento ai bossoli con a fianco le foto di Falcone e Borsellino. E' la 3/a lettera minatoria recapitata in 3 mesi al sindacalista, che con il sen e' impegnato nel riutilizzo del feudo Verbumcaudo.


Lettera minacce e bossoli a sen. Lumia e a sindacalista Cgil
Messaggi morte e foto di Falcone e Borsellino: 'finirete peggio'


(ANSA) - PALERMO, 24 AGO - Una lettera di minacce al senatore del Pd Beppe Lumia e al sindacalista Vincenzo Liarda e' stata recapitata alla Cgil Petralia Sottana.

La busta non era timbrata. Nella missiva sono attaccati ritagli di giornali sulla vicenda del feudo Verbumcaudo e due bossoli P38. Nella lettera compaiono anche tre scritte. In una si legge: ''Non siete cosi' importanti ma solo mezze cannucce, ma vi finira' peggio di loro'', con a fianco le foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I nomi del senatore e del sindacalista sono coperti con delle croci. (ANSA).
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Di Loredana Morandi (del 25/08/2010 @ 06:48:29, in Magistratura, linkato 1297 volte)
Corte Conti:cresta su udienze,condannata

Dovra' risarcire le indennita' ricevute piu' gli interessi


(ANSA) - PALERMO, 24 AGO - Faceva la cresta sulle udienze in Tribunale, ma ora un magistrato onorario dovra' risarcire le indennita' ricevute piu' gli interessi.

La sezione giurisdizionale di appello della Corte dei Conti ha condannato il giudice onorario del tribunale di Messina, Teresa Cortese, a versare al ministero della Giustizia oltre 41mila euro di danno.

La sentenza conferma una analoga decisione assunta dai giudici contabili di primo grado due anni fa.
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L'allarme di Save the Children:
in Italia migliaia di bambini sfruttati

Il drammatico dossier: sono mille i minori inseriti nel programma protezione dal 2000 al 2008


ROMA (22 agosto) - Sono almeno 50.000 le vittime di tratta e sfruttamento in Italia che hanno ricevuto protezione, assistenza e aiuto fra il 2000 e il 2008. Nello stesso intervallo di tempo risultano 986 i minori di 18 anni vittime di tratta e grave sfruttamento inseriti in programmi di protezione. È quanto emerge dal dossier «Le nuove schiavitù» sulla tratta e sfruttamento di minori, redatto da Save the Children in occasione della Giornata in Ricordo della Schiavitù e della sua Abolizione, che si celebra domani.

Nigeria, Romania, Moldavia, Albania, Ucraina le nazionalità prevalenti delle vittime di tratta, a scopo di sfruttamento sessuale. Anche se non mancano vittime di sfruttamento lavorativo (163 fra il 2007 e il 2008). 5.075 fra il 2004 e il 2009 gli indagati per riduzione o mantenimento in schiavitù e per reato di tratta di persone. «Se vogliamo aiutare veramente le vittime di tratta e sfruttamento, minori o adulti, bisogna garantire - spiega Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children per l'Italia - un'adeguata presenza di unità di strada che le aggancino e che, guadagnando la loro fiducia, possano offrire una prima assistenza e orientamento. Inoltre bisogna mettere una maggiore attenzione anche nelle azioni di pubblica sicurezza per non vittimizzare ulteriormente minori e adulti già vittime di tratta e sfruttamento. Spesso, infatti, i minori presi in operazioni di polizia, si sentono criminalizzati e anche per questo scappano dalle strutture protette in cui vengono inseriti».

«Il dato che emerge dal nostro dossier è l'allargamento del bacino di minori sfruttati o potenziali vittime di sfruttamento, mentre la tratta sembra sempre più circoscritta al gruppo delle ragazze nigeriane e dell'est Europa», prosegue il Direttore Generale di Save the Children per l'Italia. «Nel caso di minori sfruttati o a rischio, parliamo di ragazzi fra i 12 e i 17 anni, soprattutto afgani, egiziani e bengalesi ma anche rumeni. Sono minori stranieri non accompagnati che si lasciano alle spalle situazioni così difficili da essere disposti a tutto pur di non tornare indietro e pur di pagare i trafficanti che li hanno portati qui. Sono ragazzi messi talmente alle strette dalle loro condizioni da accettare di prostituirsi, di lavorare in nero nel settore orto-frutticolo e della ristorazione, di spacciare, chiedere l'elemosina, compiere attività illegali».

E tenendo conto che, secondo i dati del Comitato Minori Stranieri, i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia sono 4.466 «il bacino di minori potenziali vittime è ampio», spiega ancora Valerio Neri. «Molti di questi ragazzi e ragazze spesso scappano dalle comunità e tornano a vivere su strada in una condizione di semiclandestinità. Inoltre un significativo numero di quelli che arrivano da soli in Italia, non entrano in contatto con le comunità d'accoglienza e i servizi sociali, quindi non vengono registrati dal Comitato Minori Stranieri, e rimangono esposti a molti rischi. Save the Children fino ad ora ne ha intercettati e seguiti circa 2.500 con le sue attività su strada, di mediazione e informazione nei porti e nelle comunità per minori, in Sicilia, Puglia, nelle Marche e a Roma. E di recente abbiamo avviato delle attività rivolte a minori stranieri non accompagnati prevalentemente esterni al circuito dell'accoglienza e protezione anche in Lombardia e a Torino ».

Sono per lo più ragazze, in gran parte di nazionalità nigeriana e rumena e di età compresa tra i 15 e i 18 anni, le vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale in Italia. In ripresa sono gli arrivi in aereo, il che comporta un debito più elevato da ripagare, mentre su strada si continuano a intercettare le ragazze giunte in Italia via mare, in Sicilia e poi spostatesi sull'intero territorio nazionale, ad esempio a Torino, Milano, Napoli o sulla costa adriatica. Una forte presenza di ragazze nigeriane si registra nell'area di Castelvolturno, dove la loro situazione rimane critica. Le giovani rumene o di altri paesi dell'Est Europa, sono una presenza costante su strada. Molti operatori rilevano ancora la prostituzione indoor, cioè al chiuso, ma più come un'alternativa per evitare che le ragazze siano fermate e multate dalle forze dell'ordine mentre si prostituiscono per strada.

Il coinvolgimento in attività illegali riguarda prevalentemente bambini e adolescenti di ambo i sessi per lo più rumeni ma anche di origine nord-africana, alcuni con non più di 14 anni e quindi non perseguibili penalmente. Reclutati nei paesi di origine o in Italia, vengono costretti a compiere furti e scippi. Nel nord Italia si sta radicando il fenomeno dello sfruttamento di minori senegalesi nello spaccio di stupefacenti. In particolare nella zona torinese è in aumento il numero di ragazzi, dai 14 ai 18 anni, provenienti principalmente dell'area di Louga in Senegal, coinvolti nello spaccio. Lavoro sottopagato, in nero, nei mercati, nei ristoranti. Vita su strada, perfino prostituzione. I minori egiziani sono un gruppo particolarmente a rischio di sfruttamento perchè la necessità di ripagare il debito per il viaggio in Italia li spinge a lavorare a qualsiasi condizione. Per mandarli nel nostro paese le loro famiglie contrattano e pagano mediamente agli smugglers (trafficanti, secondo i minori, appartenenti alla mafia egiziana e italiana) una cifra che va dai 4.700 ai 5.500 euro. Recenti casi seguiti da Save the Children in Sicilia sembrano indicare un incremento della cifra fino a 8.000 euro.

Tale cifra garantisce l'arrivo nel nostro paese attraverso la Sicilia, mentre per ulteriori spostamenti interni, fino al luogo finale di destinazione, pare che i minori debbano pagare una cifra aggiuntiva di circa 200 euro. Pur trattandosi di un contratto fittizio, la famiglia del minore si trova costretta a pagare, spesso attraverso delle cambiali, entro i termini stabiliti. Il mancato rispetto dei «termini di pagamento» può comportare un'azione penale e nei casi più gravi, la detenzione dei genitori debitori. Il minore in Italia, schiacciato dal senso di responsabilità verso i genitori, è indotto a cercare qualsiasi opportunità di guadagno e di lavoro.

Anche i minori bengalesi sono a rischio. Vengono ospitati in abitazioni di connazionali, pagando 250euro al mese per il posto letto. È possibile che i minori coprano il costo dell'ospitalità lavorando come venditori ambulanti di collanine, giocattoli, ombrelli ecc., per conto di chi ha in affitto la casa. Si teme, inoltre, che i minori bengalesi paghino la consulenza sulle procedure da seguire per ottenere il permesso di soggiorno in Italia nonchè per ottenere documenti che attestino la loro identità. È nel loro lunghissimo e pericolosissimo viaggio che si annidano esperienze e rischi di sfruttamento: vita su strada, lavori pericolosi, affidamento alla rete di trafficanti. L'Italia costituisce, nel progetto migratorio dei ragazzi afgani, più un paese di transito verso il Nord Europa che di destinazione: si stima che per arrivare illegalmente in Norvegia dall'Italia il costo sia di 2.500 euro.

Il pagamento avviene ad ogni tratta - paese o frontiera che si attraversa - del lungo viaggio che conduce questi ragazzi via dall'Afghanistan. Per procurarsi i soldi necessari i minori afgani solitamente si affidano ai genitori o a parenti che pagano i trafficanti con il sistema della hawala (il trasferimento del denaro avviene al di fuori del sistema bancario, sulla base di una rete di dealer e sulla fiducia). I problemi cominciano quando le famiglie non hanno più i soldi e il ragazzo è a metà del viaggio. Si ritrova così alla mercè del trafficante che oltre ad avere il controllo sui suoi movimenti, può costringerlo a lavorare per saldare il debito contratto e non saldato dai genitori.


http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=115722&sez=HOME_INITALIA
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Di Loredana Morandi (del 23/08/2010 @ 07:58:18, in Politica, linkato 1325 volte)
Ottimo il commento, ma bisogna dire a Scalfari che manca sempre l'alternativa di sinistra..  Così loro pedono e noi non vinciamo. Soprattutto basta "puttane", se andiamo ad elezioni anticipate vedrete il tonfo della Bindi sui voti cattolici. L.M.

Il partito della P3

può perdere le elezioni


di EUGENIO SCALFARI

SARANNO presentati in Parlamento nei prossimi giorni i cinque dossier programmatici sui quali il governo è intenzionato a chiedere la fiducia: la riforma della giustizia, il federalismo, il fisco, il Mezzogiorno, la sicurezza. Si aspettava questo annuncio dopo l'ennesimo "consiglio della Corona" svoltosi venerdì scorso a Palazzo Grazioli.

Nella conferenza stampa tenuta subito dopo da un Berlusconi palesemente stanco e incattivito nonostante il consueto trucco di scena, il documento scaturito dal vertice è stato presentato come una sorta di ultimatum all'ala dissidente dei finiani, un pugno sul tavolo del premier di nuovo sicuro di sé: o mi date la fiducia senza cambiare una virgola o si vota a dicembre. Ma le cose non stanno esattamente così.

La mozione di fiducia verrà posta sul documento uscito dal vertice o su una sua parafrasi e i finiani hanno già dichiarato che lo voteranno senza problemi. Ma poi le varie leggi sui cinque punti in programma dovranno essere presentate, discusse e approvate dal Parlamento con le procedure previste dai regolamenti. Il voto di fiducia preliminare non lega le mani di nessuno, fa soltanto slittare la crisi dall'inverno alla primavera 2011. I motivi di questo sostanziale rinvio - anche se parzialmente smentito da Berlusconi nel secondo atto del vertice tenutosi ieri - sono svariati. Fini ha bisogno di tempo per organizzare le sue forze e la sua strategia, tuttora piuttosto incerta.

Berlusconi dal canto suo teme uno smottamento massiccio del consenso in suo favore. Le attuali intenzioni di voto registrate da numerosi sondaggi fino all'inizio di agosto danno il Pdl tra il 26 e il 28 per cento, di fatto alla pari con il Pd e il sorpasso leghista in tutte le tre regioni padane, Piemonte, Lombardia, Veneto. Di qui la tregua provvisoria con Fini e il rinvio della crisi. Ma la situazione politica non cambia, la scissione finiana non rientra, la "golden share" della coalizione di centrodestra resta saldamente nelle mani della Lega.

A Bossi importa poco dei programmi sul fisco e sul Mezzogiorno; li considera secondari rispetto al federalismo e del resto rientrano entrambi nella competenza di Tremonti che ha con Lega un legame ormai consolidato. Quanto alla sicurezza, è materia di Maroni che ieri ha dichiarato di voler essere molto più duro di Sarkozy per quanto riguarda i rimpatri degli immigrati e dei Rom.
Il vero scambio sotteso al programma dei cinque punti si verifica dunque tra il federalismo di cui Bossi reclama l'esclusiva e la riforma della giustizia che interessa Berlusconi e l'"inner circle" dei suoi accoliti.

In cambio della mano libera sul federalismo Bossi darà il suo appoggio incondizionato a Berlusconi sul tema della giustizia e su quello strettamente connesso dei conflitti di interesse che ormai, penetrando dalla persona e dall'azienda del premier, avvolgono in una fittissima rete l'intera cupola del Pdl ed ora, proprio sul fronte della giustizia, se ne profila un altro: dietro l'annuncio del premier, che dichiara di voler snellire il contenzioso delle cause civili, potrebbe celarsi l'ennesimo colpo di spugna. Stavolta sulla causa che vede contrapposte la Cir e la Finivest, già condannata in primo grado al pagamento di 750 milioni di euro come risarcimento dei danni subiti dal gruppo De Benedetti ai tempi del Lodo Mondadori.

Siamo dunque in presenza di uno scambio di grandi proporzioni: l'assetto federale dello Stato dato in appalto ad un partito territoriale che nel Paese raccoglie tra il 10 e il 12 per cento dei consensi e, dall'altro lato, il salvacondotto giudiziario al premier e al suo gruppo insieme ad un mutamento radicale dei rapporti tra la giurisdizione e l'autorità politica e, più in generale, tra la sovranità del potere politico e le istituzioni di controllo e di garanzia. Questo è il vero contenuto dello scontro politico in atto.

Ma il quadro sarebbe incompleto se non segnalassimo altri due aspetti della situazione.
Il primo riguarda il Pd. Messo alla frusta dalla gravità della crisi, Bersani ha deciso un rilancio in grande stile mobilitando i 3 milioni e mezzo di elettori delle primarie per una campagna capillare per riportare in linea quella parte dell'elettorato democratico - riformista che si è rifugiata nell'area dell'astensionismo. Se questa mobilitazione verrà condotta con efficacia e passione il risultato potrebbe addirittura consentire il sorpasso del Pd rispetto al Pdl, che avrebbe effetti clamorosi sull'intero quadro politico.

Il secondo aspetto della situazione riguarda il presidente della Repubblica ed è altrettanto essenziale. Ho scritto in un articolo dell'11 aprile scorso intitolato "L'ultima sfida del Cavaliere al Quirinale" una frase che voglio qui riportare perché ha acquistato in questi giorni un'inquietante attualità: "Sta emergendo con sempre maggiore chiarezza la volontà berlusconiana di dare una spallata definitiva alla Costituzione repubblicana sostituendola con un regime autoritario, un Parlamento di "cloni" plebiscitati, un potere giudiziario frantumato e subordinato all'esecutivo.
"In uno degli angoli del ring c'è Silvio Berlusconi, nell'altro, almeno per il momento, non c'è nessuno o meglio c'è un capannello di persone discordi tra loro dalle quali sembra difficile estrarre un valido competitore. "Giorgio Napolitano dovrebbe arbitrare la partita, dalla quale dovrebbe uscire una Repubblica ammodernata ma fedele ai principi dello Stato di diritto e alla libertà oppure un autoritarismo plebiscitario.

"Questo scontro comincerà tra meno di un mese e si concluderà nel 2011. Credo di sapere che Napolitano deve e vuole restare al di sopra delle parti anche perché il capitale di fiducia che riscuote nel Paese è il solo elemento che può far inclinare il piatto della bilancia dalla parte giusta e non da quella terribilmente sbagliata. "Credo di sapere che contro le sue intenzioni sul ring, a contrastare un vero e proprio "golpe bianco" ci sarà lui. "Non in veste di giocatore ma in veste di arbitro di fronte a chi contesta gli arbitri, i soli che possono richiamarlo a rispettare le regole del gioco. Credo di sapere e prevedo che sarà una durissima battaglia per la democrazia italiana".
È esattamente questa la piega che hanno preso le cose.

* * *
La riforma della giustizia è impostata su due punti che nel loro insieme costituiscono la concezione che il berlusconismo ha dello Stato e della democrazia. Il primo punto riguarda il rapporto tra il potere esecutivo e le istituzioni di controllo e di garanzia, prima tra tutte la magistratura. Il secondo punto si dà carico  -  così suona la motivazione  -  delle carenze del servizio, della estenuante lunghezza dei suoi percorsi che causano costi altissimi ai cittadini e al Paese. E quindi: processo breve, possibilità di rendere esecutive e inappellabili le decisioni dopo uno o almeno due ordini di giurisdizione, terzietà del giudice rispetto alla pubblica accusa, separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti, diluizione o addirittura abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale.

In questo quadro va da sé che vi sia una specialissima attenzione all'improcedibilità nei confronti dei membri del governo e la protezione assoluta del premier e delle altre massime cariche istituzionali per ogni tipo di reato, non importa quando commesso. Quest'aspetto del problema figura come un codicillo ma sappiamo che per gli estensori della riforma ne costituisce invece un punto capitale. Quale sia la concezione liberal-democratica dell'intera questione della giustizia è fin troppo noto perché sia necessario entrare nei dettagli anche se il tema dei disservizi della giurisdizione si impone oggettivamente ad ogni cittadino e ad ogni legislatore e va dunque affrontato con il massimo impegno e la massima concretezza. Ho la fondata sensazione che le cause principali di quei disservizi non siano minimamente presenti agli estensori della riforma in questione. Perciò mi propongo qui di formulare alcune riflessioni su questa delicatissima materia.

* * *
1. Esiste un assoluto caos nei rapporti tra le magistrature amministrative, le magistrature contabili e la giurisdizione ordinaria. Il Tar può aprire un processo a carico di un soggetto; la sua ordinanza o sentenza è appellabile al Consiglio di Stato. Nel frattempo sullo stesso soggetto e sullo stesso reato la Corte dei Conti può aprire un processo ed emettere sentenza. Sul medesimo imputato e presunto reato possono procedere in pari tempo il giudice penale e quello civile. Le sentenze di queste diverse giurisdizioni nei loro diversi gradi possono essere in totale contrasto le une con le altre dando luogo ad una situazione che definire caotica è un eufemismo e la cui lunghezza è infinita.

2. Di questo tema mi sono occupato alcuni anni fa segnalando altresì la situazione abnorme del Consiglio di Stato che è al tempo stesso collegio giudicante nei confronti del potere esecutivo ma anche consigliere autorevole e molto ascoltato del governo stesso: situazione abnorme a cui dovrebbe esser messo riparo. Questo ed altri temi sono stati ora risollevati dall'avvocato Giovanni Pellegrino che fu anche senatore e presidente della Commissione stragi, in un libro intitolato "Il morbo giustizialista". Merita d'esser letto e attentamente meditato.

3. Scrisse più volte Paolo Barile, il grande giurista erede spirituale di Piero Calamandrei, che l'obbligatorietà dell'azione penale è la norma che presidia l'indipendenza del Pubblico ministero. La sua abolizione determinerebbe la degradazione del magistrato inquirente al rango di un pubblico funzionario. Si può anche scegliere questa strada e imboccare quella dell'avvocato di pubblica accusa, sapendo però che l'indipendenza della magistratura diventa in questo caso una lugubre barzelletta della quale abbiamo fatto esperimento in cent'anni di monarchia e in vent'anni di fascismo. In altri paesi esistono contrappesi politici, culturali e professionali che in Italia sono sconosciuti. Perciò è bene si sappia che abolire l'obbligo dell'azione penale significa la cancellazione dell'indipendenza giurisdizionale.

4. Ciò non significa che l'obbligatorietà dell'azione penale non possa essere meglio organizzata. Per esempio concentrandola nelle mani del capo della Procura e bilanciando questo centralismo con la deroga per i reati in flagranza e con incontri frequenti e obbligatori tra il Procuratore capo ed i suoi sostituti su come orientare e specializzare l'azione penale in quel distretto giudiziario.

5. La giurisdizione antimafia ha creato un modello di organizzazione nazionale con un Procuratore unico alla guida del sistema. Probabilmente per alcuni reati non necessariamente mafiosi ma con analoghe caratteristiche, quel modello andrebbe esteso. Un Procuratore nazionale per tutti i reati di corruzione e concussione nei quali sia coinvolta la Pubblica amministrazione potrebbe essere una proposta di rilevante interesse.

6. Esiste infine una serie di comportamenti gravemente illeciti ai quali non corrisponde la definizione di un preciso reato. La magistratura e la giurisprudenza hanno creato in questi casi nuove formule di incolpazione come per esempio il reato di associazione per delinquere che spesso tuttavia serve soltanto a colmare un vuoto legislativo favorendo conflitti di giurisdizione tra Corti di merito e Corte di Cassazione che sono tra le cause più importanti dell'estenuante lunghezza dei processi. Molte altre cose potrebbero esser dette su questi temi. Li ho qui segnalati proprio per stimolare un dibattito e mettere in evidenza che la cosiddetta generale riforma della giustizia che sta per essere presentata alle Camere si riduce ad una pagliacciata messa in scena per proteggere gli interessi di una casta politica, come temo stia per avvenire.

(La Repubblica - 22 agosto 2010)
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Di Loredana Morandi (del 23/08/2010 @ 07:36:11, in Magistratura, linkato 1419 volte)
Torna libero Felice Maniero

Il boss della Mala del Brenta vive in luogo segreto

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 (ANSA) - VENEZIA, 22 AGO - Felice Maniero, il boss della Mala del Brenta, torna da domani libero a tutti gli effetti: ha saldato il suo conto con la giustizia. Maniero, riferisce 'Il Corriere Veneto', conclude oggi l'ultima misura restrittiva che stava scontando, il soggiorno obbligato, dopo i processi per omicidi e rapine che per un ventennio hanno terrorizzato il Nordest. Grazie alla sua collaborazione con la giustizia, Maniero, che vive in un luogo segreto, tornera' a circolare con un nome e un cognome nuovi.

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L'autrice di G.Q. esprime la propria solidarietà al dott. Tescaroli, con la promessa che ne darà presto dimostrazione. Mi permetto di suggerire il titolo del prossimo libro: "Divise Sporche", perché l'omertà mafiosa a tutti livelli compie molte altre cose ai danni di un fedele servitore dello Stato ... L.M.


Mafia: Tescaroli, sorpreso da
richiesta risarcimento Fininvest


Palermo, 21 ago. - (Adnkronos) - Il Pm Luca Tescaroli non nasconde la propria ''sorpresa'' per richiesta di risarcimento da parte dei Finivest. "Quando ho ricevuto la citazione - sottolinea all'Adnkronos - sono rimasto senza parole. Ero sorpreso per il fatto che nei confronti di un funzionario dello Stato, che ha sacrificato con senso di dovere cio' che di piu' caro venga chiesto un risarcimento danni". E ha aggiunto: "E' stata comunque investita un'autorita' giudiziaria che ha la competenza per decidere sulla fondatezza di quanto sostenuto nella citazione". (segue)

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Di Matteo: ''Palesi i tentativi di intimidire chi 'osa' indagare sui rapporti tra boss e potere''

Mafia, Fininvest querela pm Tescaroli.
Anm: ''Si vuole imporre il silenzio''


Palermo - (Adnkronos/Ign) - Nel mirino della richiesta di risarcimento il libro 'Colletti sporchi' scritto insieme a Ferruccio Pinotti. Il magistrato: ''Sono senza parole. E' in corso una campagna denigratoria''

Palermo, 21 ago. (Adnkronos/Ign) - A distanza di quasi due anni dalla pubblicazione del libro 'Colletti sporchi', edito da Rizzoli Bur, la Fininvest ha querelato uno degli autori del libro, il pm Luca Tescaroli, lo stesso magistrato che ha rappresentato l'accusa nel processo per la strage di Capaci a Caltanissetta, facendo condannare gli assassini di Giovanni Falcone, della moglie, Francesca Morvillo e di cinque agenti della scorta.

La Fininvest, come scrive oggi 'Il Corriere della Sera' chiede il risarcimento a Tescaroli "per gli ingentissimi danni non patrimoniali" procurati con la pubblicazione del libro. 'Colletti sporchi' è un libro intervista scritto da Tescaroli con il giornalista Ferruccio Pinotti e ripercorre, tra le altre cose, la vecchia indagine antimafia su 'Alfa' e 'Beta', nomi in codice per indicare Silvio Berlusconi e Marcello dell'Utri. Un fascicolo che è stato archiviato tempo fa. Tescaroli nel libro riporta atti giudiziari, ma anche dichiarazioni di collaboratori di giustizia, come Salvatore Cancemi.

Il pm Tescaroli non nasconde la propria ''sorpresa'' per la richiesta di risarcimento da parte della Finivest. "Quando ho ricevuto la citazione - sottolinea all'Adnkronos - sono rimasto senza parole. Ero sorpreso per il fatto che nei confronti di un funzionario dello Stato, che ha sacrificato con senso del dovere ciò che ha di più caro, venga chiesto un risarcimento danni". E ha aggiunto: "E' stata comunque investita un'autorità giudiziaria che ha la competenza per decidere sulla fondatezza di quanto sostenuto nella citazione".

"Ogni iniziativa giudiziaria deve essere rispettata - ha spiegato ancora il pm Luca Tescaroli - presenterò le mie difese al giudice che deciderà se accogliere la richiesta di citazione danni presentata dalla Fininvest". Poi, il magistrato ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a scrivere il libro 'Colletti sporchi'. "Innanzitutto - ha detto - volevo spiegare la pericolosità e le insidie di Cosa nostra, e in particolare dei cosiddetti 'Colletti bianchi' attraverso l'esperienza personale che ho maturato negli ultimi anni. Quindi, ho voluto anche rendere omaggio a tante, troppe vittime della mafia".

Il magistrato, nel libro scritto insieme al giornalista Ferruccio Pinotti, cerca, tra le altre cose, di "descrivere la tenacia dei valori positivi dello Stato che la mafia cerca di colpire". E ha ricordato che "un terzo del territorio nazionale, soprattutto da un punto di vista economico, continua a ricadere nel dominio di diverse organizzazioni mafiose. Infine, ho voluto mostrare come vive giornalmente un magistrato fornendo un motivo di riflessione ai cittadini". Luca Tescaroli, che oggi è un pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma, ha parlato poi della "campagna denigratoria" che si sta "attuando nei confronti dei magistrati" in Italia.

Infine, ha ricordato che già "il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il giudice Rocco Chinnici avevano capito l'importanza del parlare alla gente per indurre i cittadini ad avvicinarsi a un cammino verso la legalità". E conclude: "Oggi si conoscono i mandanti e gli esecutori della strage di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie e ai cinque agenti della scorta, direi che qualche risultato straordinario si è ottenuto se si considera che molti 'delitti eccellenti' dopo decenni rimangono avvolti nel mistero".

"Piena e incondizionata solidarietà al collega Luca Tescaroli" è stata espressa dal presidente dell'Anm di Palermo, Antonino Di Matteo. "Evidentemente - dice Di Matteo all'Adnkronos - nel nostro paese diventano sempre più palesi e frequenti i tentativi di intimidire quei magistrati che 'osano' indagare a fondo sui rapporti tra la mafia e il potere. Argomento sul quale da troppe parti vorrebbe imporsi il silenzio".

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/?id=3.1.854715023


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Palermo, 21 ago. - (Adnkronos) - Il Pm Luca Tescaroli non nasconde la propria ''sorpresa'' per richiesta di risarcimento da parte dei Finivest. ...

Mafia: Fininvest querela pm Tescaroli per libro 'Colletti sporchi'

Il Secolo XIX - ‎15 ore fa‎
Palermo, 21 ago.- (Adnkronos) - A distanza di quasi due anni dalla pubblicazione del libro 'Colletti sporchi', edito da Rizzoli Bur, la Fininvest ha ...

Fininvest querela il pm Luca Tescaroli

Antimafia Duemila - ‎12 ore fa‎
Roma. Il pm Luca Tescaroli, oggi sostituto procuratore alla Dda di Roma, è stato querelato dalla Fininvest per diffamazione. ...

Il ritorno del bue

Antimafia Duemila - ‎12 ore fa‎
Alla notizia che la Fininvest ha intrapreso una causa civile contro il giudice Luca Tescaroli, “reo” di aver scritto insieme al collega Ferruccio Pinotti il ...

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G8: chiesta autorizzazione per Lunardi

Tribunale ministri accoglie istanza Procura, decidera' la Camera

G8: chiesta autorizzazione per Lunardi (ANSA) - PERUGIA, 21 AGO-Il tribunale dei ministri di Perugia invia alla Camera la richiesta di autorizzazione a procedere per Lunardi,indagato nell'inchiesta G8.Accolta cosi' l'istanza della Procura perugina. L'ex ministro e' indagato per corruzione assieme al card. Sepe nell'inchiesta sugli appalti per i cosiddetti Grandi eventi. Per la precisione nell'inchiesta sulla vendita (2004) di un palazzo di Propaganda Fide. Sia Lunardi che il cardinale Sepe hanno respinto le accuse.
 
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A Camera richiesta autorizzazione procedere per Lunardi
Lo ha deciso il tribunale dei ministri di Perugia


(ANSA) - PERUGIA, 21 AGO - Approda alla Camera la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro Pietro Lunardi accusato di corruzione dai pm di Perugia.
Lo ha deciso il tribunale dei ministri del capoluogo umbro nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti per i cosiddetti Grandi eventi. I giudici hanno cosi' accolto l'istanza avanzata dalla dalla procura perugina.
Lunardi e' indagato insieme al cardinale Crescenzio Sepe ed entrambi si sono comunque sempre proclamati estranei a ogni addebito. (ANSA).

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Appalti: Tribunale Ministri chiede
autorizzazione a procedere su Lunardi


Perugia, 21 ago. - (Adnkronos) - E' arrivato il via libera da parte del tribunale dei ministri di Perugia alla trasmissione alla Camera della richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro Pietro Lunardi, indagato per corruzione dalla Procura della repubblica perugina nell'inchiesta sugli appalti per i ''grandi eventi''. Erano stati i pubblici ministeri titolari dell'indagine, Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, a chiederne l'autorizzazione lo scorso 19 giugno, contestualmente all'emissione degli avvisi di garanzia. I giudici hanno quindi accolto l'istanza presentata dai magistrati.
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Un terribile, madornale errore della Cassazione, che potrebbe depenalizzare anche gli sms dei mafiosi. Ma soprattutto che non considera il fatto che anche la telefonia oggi viaggia su internet, non solo via cavo. LM.

Il fastidio arrecato con la posta elettronica

non equivale al reato di molestie private


Aldo Natalini

Le molestie perpetrate a mezzo mail, quand’anche siano idonee a ledere la tranquillità del destinatario, non sono sussumibili sotto il reato di molestie private, ostandovi il divieto di analogia in malam partem.

Così la Cassazione, con l’interessante sentenza 24510/2010 che nega la possibilità di interpretare estensivamente la previsione di cui all’articolo 660 Cp, escludendo senza mezzi termini che l’espressione incriminante la molestia od il disturbo recati «col mezzo del telefono» possa essere dilatata sino a comprendere l’invio di corrispondenza elettronica sgradita al destinatario e che ne provochi turbamento o, quanto meno, fastidio. Dunque, sulla pur avvertita esigenza di espandere la tutela del bene protetto (della tranquillità privata), la Suprema corte antepone - ineccepibilmente - il limite coessenziale della legge penale, costituito dal principio di tassatività e di tipizzazione delle condotte illecite, sanciti dall’articolo 25, comma 2, della Costituzione e dall’articolo 1 del Cp.

Come a dire che, sull’interpretazione evolutivo-tecnologica della fattispecie, prevale il valore legalistico-costituzionale, che è pur sempre espressione di libertà.

La stretta interpretazione dell’espressione: «col mezzo del telefono». Alla base del dictum in commento v’è un’attenta esegesi dell’espressione «col mezzo del telefono», come noto tipizzata ex articolo 660 Cp quale modalità commissiva alternativa a quella del «luogo pubblico od aperto al pubblico».

Nella fisionomia della fattispecie de qua, il turbamento di chi è stato oggetto di una molestia rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente per integrare la fattispecie, dovendo concorrere (alternativamente) gli ulteriori elementi circostanziali della condotta del soggetto attivo, tipizzati dalla norma incriminatrice: la pubblicità (o l’apertura al pubblico) del teatro dell’azione ovvero l’utilizzazione del telefono come mezzo del reato. Ed in particolare il telefono assume rilevanza, per l’ampliamento della tutela penale altrimenti limitata alle molestie arrecate in luogo pubblico o aperto al pubblico, «proprio per il carattere invasivo della comunicazione alla quale il destinatario non può sottrarsi, se non disattivando l’apparecchio telefonico, con conseguente lesione, in tale evenienza, della propria libertà di comunicazione, costituzionalmente garantita (articolo 15, comma 1, Costituzione)».

La necessaria interazione tra mittente-destinatario. Orbene - spiega la Cassazione - mentre nel caso dei messaggini di testo (sms) non v’è dubbio alcuno sull’integrabilità della contravvenzione in esame, essendo il destinatario di essi costretto, sia de auditu che de visu, a percepirli, con corrispondente turbamento della quiete e tranquillità psichica, prima di poterne individuare il mittente, il quale in tal modo realizza l’obiettivo di recare disturbo al destinatario (così Cassazione, Sezione terza, 26 giugno 2004, n. 28680), viceversa l’invio, anche ripetuto, di messaggi di posta elettronica - esattamente proprio come una lettera spedita tramite il servizio postale - «non comporta (a differenza della telefonata) nessuna immediata interazione tra il mittente e il destinatario, né veruna intrusione diretta del primo nella sfera delle attività del secondo».

Sicché non coglie nel segno per la Suprema corte l’opposta esegesi sposata - nella specie - dal giudice di merito, secondo cui anche la «e-mail viene propriamente inoltrata col mezzo del telefono»: in realtà tale rilievo è improprio ed inesatto perché la posta elettronica “utilizza la rete telefonica e la rete cellulare delle bande di frequenza, ma non il telefono, né costituisce applicazione della telefonia che consiste, invece, nella teletrasmissione, in modalità sincrona, di voci e suoni”. In sostanza - argomentano esaustivamente gli “ermellini” di Piazza Cavour - tutte le volte in cui le modalità di comunicazione sono asincrone, disgiungendosi l’emissione dell’improperio e la sua ricezione, si fuoriesce dall’ombrello punitivo dell’articolo 660 Cp, sotto il quale sono sussumibili, invece, solo le azioni perturbatrici sincrone: quali, per l’appunto, quelle telefoniche e quelle citofoniche, che alle prime sono in tutto e per tutto assimilabili perché coinvolgenti pur sempre espressioni vocali profferite contestualmente in danno del ricevente (in tal senso Cassazione, Sezione sesta, 5 maggio 1978, n. 8759, Ciconi, Rv. 139560).

Di contro, nel caso di comunicazioni effettuate con lo strumento della posta elettronica, l’azione del mittente si esaurisce nella memorizzazione di un documento di testo (con la possibilità di allegare immagini, suoni o sequenze audiovisive) in una determinata locazione della memoria dell’elaboratore del gestore del servizio, accessibile dal destinatario; mentre la comunicazione si perfeziona, se e quando il destinatario, connettendosi, a sua volta, all’elaboratore e accedendo al servizio, attivi una sessione di consultazione della propria casella di pota elettronica e proceda alla lettura del messaggio.

In questo contesto di comunicazione non simultaneo, assimilabile alla tradizionale corrispondenza epistolare in forma cartacea, inviata, recapitata e depositata nella cassetta (o casella) di posta sistemata presso l’abitazione del destinatario - l’invio di un messaggio di posta elettronica - esattamente proprio come una lettera spedita tramite il servizio postale - non comporta (a differenza della telefonata) alcuna interazione immediata tra mittente e destinatario. E tanto basta alla Suprema corte per stroncare l’applicazione dell’articolo 660 Cp: un bell’esempio di resistenza nomofilattica alle velleità analogico-punitive che, in materia penale, sono sempre dietro l’angolo, soprattutto quando in gioco c’è - come nella specie - una contravvenzione evidentemente non più in linea con i tempi e con le tecnologie telematiche di cui, ormai, non possiamo più fare a meno.

tratto da "Diritto&Giustizia"

La Stampa
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News  17/08/2010 

Diffamazione: l'immunità copre solo il parlamentare. Resta salva la responsabilità del terzo che provvede alla diffusione delle offese

Giulia Gioffreda

Secondo il dettame dell’art. 68 della Carta Costituzionale, i membri del Parlamento non sono chiamati a rispondere delle opinioni da loro stessi espresse. Ma l’immunità parlamentare non tocca l’oggettività del fatto quando queste opinioni configurano un’offesa che lede la dignità e l’onore altrui, con la conseguenza che non resta precluso l’accertamento della responsabilità del terzo che si sia occupato della diffusione del messaggio offensivo, concorrendo a produrre il danno ingiusto da diffamazione.

Secondo tale ragionamento la Cassazione, con la sentenza 16382/10 ha accettato il ricorso proposto dall’Onorevole Di Pietro contro l’emittente televisiva RTI.

Il caso risale a una trasmissione del 1994: “Sgarbi quotidiani”. Un titolo contenente un gioco di parole da riferirsi non solo al cognome del presentatore, ma che lasciava sottintendere anche le piccole (talvolta grandi) frecciatine scagliate contro i rappresentanti dello scenario politico dell’epoca.

Risentitosi delle reiterate offese, Antonio Di Pietro aveva chiesto la condanna per diffamazione dell’altrettanto Onorevole Vittorio Sgarbi, nonché dell’emittente televisiva, al pagamento della somma di 25mila euro e la pubblicazione del dispositivo della sentenza sui maggiori quotidiani nazionali.

Mentre il tribunale di Roma, avendo accertato il contenuto lesivo delle dichiarazioni, aveva accolto le richieste dell’attuale leader dell’IdV, in senso contrario si è pronunciata la corte d’Appello che, rilevando l’improcedibilità verso un deputato, ha rigettato le domande di Di Pietro e ritenuto infondata la domanda verso la rete televisiva.

Arrivata la questione in Cassazione, i giudici di legittimità hanno notato che, nonostante l’art. 68 della Costituzione introduca una causa soggettiva di esclusione della punibilità, tale prerogativa non incide sull’essenza illecita del fatto stesso, relativamente al quale l’ente televisivo può essere chiamato a rispondere sia in sede penale che civile. La valutazione dell’antigiuridicità del fatto - proseguono gli “ermellini” - non viene elisa dalla guarentigia, ma sussiste in relazione alla verifica del contenuto offensivo e denigratorio in punto di lesione dei diritti umani ed inviolabili della persona. L’illiceità del fatto deriva, invero, dalla lesione del diritto inviolabile della dignità della persona, che trova la sua fonte etica e giuridica nei primi articoli della Costituzione. Nell’affermare che la verifica della lesione del diritto e, parimenti, l’esclusione di tale violazione devono essere sorretti da tutt’altro accertamento e da una motivazione diversa, la corte Suprema ha bacchettato quella che definisce un’“amara consuetudine di aggressioni e ritorsioni politiche”. Così ragionando da P.za Cavour è stata rilevata la necessità di tutelare l’onore e la dignità umana, nel rispetto di quella tolleranza e civiltà giuridica che le nostre tradizioni comuni devono evidenziare come regole di una comunità coesa da un fascio di valori giuridici ed etici non rinunciabili. La questione è stata quindi rimessa ad altra sezione della Corte d’appello di Roma che tornerà a pronunciarsi nel merito, seguendo il principio per cui l’insindacabilità delle opinioni espresse da un onorevole non traslano l’immunità anche su chi si fa carico di divulgarle aggravando l’eventuale offesa grazie alla natura espansiva del mezzo di diffusione, costituito in questo caso dall’emittente televisiva.

da "Diritto&Giustizia"

La Stampa

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I CASI

Schio (Vicenza), offriva dolci a due bambine e poi ne abusava:  arrestato Carlo D’Avanzo


Un uomo, Carlo D’Avanzo, 56 anni, di Schio (Vicenza), è stato arrestato per violenza sessuale nei confronti di due bambine di 9 e 4 anni. La denuncia nei suoi confronti era stata presentata da una senegalese: D’Avanzo, divorziato, libero professionista, è stato accusato di aver commesso abusi sessuali nei confronti delle due figlie del senegalese.
D’Avanzo, già con un precedente negli anni Ottanta per reati sessuali, approfittava della fiducia della donna per abusare delle sue due figlie. L’uomo, amministratore condominiale, si trovava spesso nella palazzina dove le piccole vittime e non gli mancavano le occasioni per intrattenersi per parlare con la senegalese che lavora, saltuariamente, come collaboratrice domestica.
Da quanto è emerso dalle indagini, l’indagato si presentava nella casa della donna quanto questa era appunto impegnata in qualche lavoro domestico presso altre abitazioni. Gli episodi sarebbero avvenuti tra la fine luglio e l’inizio di agosto.
D’Avanzo si faceva aprire la porta dalle due bambine di 9 e 4 anni conquistando la loro simpatia offrendo loro caramelle o dolciumi. Una volta dentro casa con una scusa, come quella di essere aiutato a spalmare la crema, convinceva le piccole a compiere su se stesso atti sessuali. Un gioco che durava meno di mezz’ora (il tempo giusto prima che rincasasse la madre) e che alla bambina di 9 anni non piaceva e trovava strano: così ha riferito i suoi dubbi alla madre che si è rivolta ai carabinieri che hanno utilizzato soluzione tecniche per verificare se quanto riferito dalla senegalese fosse vero.
VICENZA, NIGERIANO ABUSA
DI UNA BAMBINA DI 6 ANNI
 

10 08 2010 - Un nigeriano e’ stato arrestato per aver violentato sessualmente una bambina di 6 anni, figlia di una coppia di connazionali che gli avevano dato ospitalita’. A mettere le manette all’uomo, clandestino in Italia, i carabinieri di Valdagno (Vicenza) e di Montecchio Maggiore (Vicenza). Il clandestino, secondo quanto e’ emerso dalle indagini, approfittando delle assenze dei genitori, avrebbe compiuto e avrebbe fatto compiere, anche usando violenza, atti sessuali nei confronti della minore. I militari, ricevuta la notizia ed avvisata l’autorita’ giudiziaria, hanno avviato le indagini e cercato l’immigrato che, immaginando di essere ricercato, si spostava usando mille accorgimenti tra la provincia veronese e quella padovana. Il nigeriano e’ stato infine localizzato e stamani e’ stato bloccato a Montecchio Maggiore. Sono in corso accertamenti anche a carico di un connazionale residente nella provincia di Verona con il quale il nigeriano intratteneva rapporti telefonici.
 
http://www.leggo.it/articolo.php?id=75675

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I GIOVANI DELLA LEGA


Giovani leghisti: «Il Pd porti rispetto
alle famiglie delle vittime di pedofili»

POLITICA. Botta e risposta sui casi di Schio e Montecchio Maggiore


20/08/2010 - Lo scontro Pd-Lega non si interrompe nemmeno di fronte ai recenti fatti di pedofilia di Schio e Montecchio.
Francesco Frigerio, neodiplomato con 100 al liceo Tron appartenente al "Gruppo giovani" leghista, risponde all'intervento che il segretario del Pd scledense Alessandro Pozzan ha inserito nel sito del suo partito, nel quale chiede a chi siano dirette le parole di preoccupazione del governatore Zaia.
«Mentre la città di Schio è sconcertata da come un cittadino abbia potuto compiere uno stupro nei confronti di due bambine senegalesi – sostiene Frigerio - il Pd di Schio, nelle parole di Pozzan, non trova nulla di meglio da fare che utilizzare la vicenda per attaccare la Lega. Se, come riportano sul loro sito, la "pedofilia non ha patria", allora anche lo sdegno di fronte a un fatto del genere non deve avere patria. Il rispetto nei confronti di una famiglia che ha subito una tale violenza deve prevalere sulla ghiotta occasione di strumentalizzare l'accaduto». S.F.

Il Giornale di Vicenza

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IL PD DI SCHIO

Che lingua parla la pedofilia ?


L'attualità e la cronaca continuano a fornirci drammatici spunti di riflessione sul tema dei diritti/doveri e dignità delle persone.
Il commento di qualche giorno fa del governatore Zaia che, sulla violenza sessuale subita dalla bambina nigeriana da parte di un connazionale ospite della sua famiglia a Montecchio Maggiore, dice:
"Una ferita intollerabile a livello umano e sociale che merita pene davvero esemplari.
Violenza resa ancora più grave dalla fiducia che la famiglia e la bimba avevano nei confronti dell'uomo. Contro atti di questo genere, i cittadini, le istituzioni e le forze dell'ordine hanno il dovere di attivare tutti gli anticorpi possibili" (Giornale di Vicenza 11 agosto 2010).
Nella cronaca scledense del 12 agosto leggiamo di un fatto analogo in cui le vittime sono due bambine senegalesi e l'orco è questa volta uno scledense.
La pedofilia non ha patria, non è una tragedia che appartiene a culture "foreste" che l'hanno introdotta clandestinamente da noi.
Ho pensato di capire meglio a chi fossero dirette le parole di giusta preoccupazione profuse da Zaia sui fatti di Montecchio Maggiore e ho scritto al Giornale di Vicenza.
In attesa di una risposta del Governatore vi propongo la lettura dell'articolo sul GdV del 13/08/2010, firmato da Mauro Sartori.
A presto
Alessandro Pozzan


Schio. A caccia di altre possibili
piccole vittime dell' "orco" di viale dell'Industria.


La città è sconvolta per l'arresto di Carlo D'Avanzo, 56enne funzionario di banca e musicista conosciuto, incastrato da una mamma - coraggio senegalese con una registrazione audio, dopo che aveva pesantemente molestato le sue due figliolette di 9 e 4 anni. E dai politici locali arrivano dichiarazioni pepate, sino ad invocare un intervento del governatore Luca Zaia, come successo l'altro giorno a Montecchio Maggiore, dove però l'arrestato per abusi su minori è un nigeriano.
I carabinieri della stazione di Schio stanno vagliando altre testimonianze di chi conosce bene il D'Avanzo, compreso l'ambito familiare. L'uomo è divorziato ma conviveva, sino a pochi giorni fa, con una compagna che non era a conoscenza dei suoi precedenti, comprese le condanne definitive per atti di libidine nei confronti di minori risalenti ad oltre 20 anni fa ma scontate nel '99.
D'Avanzo, che nella palazzina dove viveva, con alloggi occupati in maggioranza da famiglie di immigrati, faceva anche il tuttofare, facendosi carico di lavoretti e della custodia di scale e attrezzi, era ben visto dai vicini che di lui si fidavano.
Un plauso convinto al comportamento dei genitori delle due bimbe, che saranno presto chiamate ad un incidente probatorio con il presunto pedofilo davanti ai magistrati, arriva dal sindaco Luigi Dalla Via: «Questo caso dimostra una verità semplice, ma non scontata. Il senso civico, lo spirito di collaborazione con le forze dell'ordine, l'attenzione alla famiglia e al bene dei bambini sono valori civici che uniscono le persone per bene al di là di ogni barriera e differenza di nazionalità, cultura o colore della pelle».
Dal primo cittadino parte anche un appello, sposato in pieno dai carabinieri della stazione: un invito a collaborare con loro sia in merito a questa vicenda che per altre drammatiche del medesimo tenore.
«L'integrazione di una comunità si misura anche da episodi come questo, che devono metterci in guardia anche contro la falsità dei luoghi comuni per cui ogni straniero è un criminale - afferma Dalla Via. - Ai genitori di Schio, da sindaco, voglio dire anche questo. L'amministrazione comunale, fedele all'impegno di costruire una città a misura dei bambini, è a fianco di tutte le famiglie. Perché isolare e stroncare gli abusi sui minori è una responsabilità di tutti».
Dal Pd arriva invece una provocazione. Il segretario Alessandro Pozzan invoca l'intervento di Zaia:
«La sindaca di Montecchio Maggiore, leghista, offesa per l'abuso del nigeriano afferma: "È un fatto molto grave, un'offesa a tutta la città" e chiede un incontro al Prefetto.
Ora io chiedo che il sindaco di Schio faccia altrettanto. Uno scledense che abusa di due bambine senegalesi ha commesso un fatto altrettanto grave o sono previste attenuanti in base al luogo di nascita?
Un nigeriano che abusa è da condannare al punto da chiedere al prefetto un incontro, mentre un veneto che abusa è diverso? Smettiamola di trattare gli stranieri come persone a parte - conclude Pozzan - e rendiamoci conto che i reati non hanno appartenenza etnica. Mi aspetto un intervento del governatore Zaia alla stregua di quello di Montecchio Maggiore».
Sconcerto infine fra gli amici di D'Avanzo, che gira un po' tutte le sagre del territorio a capo di un gruppo musicale specializzato in musica latino - americana e ballo popolare. I due furgoni per le strumentazioni ieri mattina erano ancora parcheggiati accanto al condominio di viale dell'Industria e i suoi colleghi della band si chiedevano come far fronte, dopo questo clamoroso e inatteso imprevisto, ai numerosi impegni già fissati per il proseguo dell'estate.

Il Giornale di Vicenza
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