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 la porta santa, studio di Loredana Morandi... di Lunadicarta
 
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Siate prima uomini, poi avvocati.

Loredana Morandi
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 07:59:56, in Magistratura, linkato 2433 volte)
Processo ai magistrati

di Gianluca Di Feo

Scarsa produttività. Merito non premiato. Così nei tribunali si sono accumulate 9 milioni di cause non smaltite. Mentre il governo lavora a imbrigliare i giudici
 
Fannulloni? Pochi. Improduttivi? La stragrande maggioranza. Eppure i magistrati potrebbero da soli dare un duro colpo alla crisi della giustizia. Trasformare l'autogoverno, spesso usato come scudo a difesa della corporazione, in leva per riscattare la credibilità dello Stato. Ci vuole poco: basta che lavorino tutti di più e si organizzino meglio. Questo non farebbe uscire la dea bendata dal baratro in cui l'hanno sepolta nove milioni di cause non smaltite e una valanga di leggi create apposta dai governi per insabbiare i processi. Ma di sicuro con un'autoriforma della magistratura si potrebbe cominciare a far arrivare aria nuova nei tribunali italiani. E privare il premier di uno degli argomenti chiave sfruttati per azzerare l'indipendenza delle toghe.

I modelli virtuosi
Una rivoluzione è possibile. Anche senza nuovi soldi. I primi studi statistici sulla produttività dei giudici mostrano che ci sono ampi margini per cambiare rotta e aumentare la quantità di fascicoli smaltiti. Un ricerca di prossima pubblicazione guidata da Andrea Ichino, Decio Coviello e Nicola Persico indica la possibilità di far decollare la produttività anche del 40 per cento. Dati teorici, certo. Che però trovano conferma in alcuni esempi molto concreti. Persino la Cassazione, un tempo simbolo di magistratura polverosa e arcaica, sta diventando un modello di rivincita. La Suprema Corte si è data una scossa, ridefinendo le procedure, inserendo più informatica, organizzando meglio i ranghi. Tanto è bastato a creare uno scatto: nel civile il bilancio è andato in attivo, sbrogliando molti più processi di quanti ne arrivino. Lo scorso anno ne sono stati licenziati 33 mila mentre le nuove pratiche sono state 30 mila. E tutto senza compromettere il garantismo.

Un miracolo proprio nel palazzaccio di marmo, un edificio troppo pesante che per un secolo ha continuato letteralmente a sprofondare nelle rive paludose del Tevere, incarnando la disfatta della giustizia italiana. Nel suo ufficio all'ultimo piano, affacciato su Castel Sant'Angelo, Giovanni Salvi, storico pm romano e in passato tra i leader del sindacato togato Anm, ha poche carte, uno scanner e lo schermo di un pc. È lui a presentare i dati di questa riscossa, facendo scorrere tra le dita come fosse un rosario la chiavetta Usb che può sostituire migliaia di pagine: "Prendiamo le tabelle del civile. Nel 1950 ogni magistrato chiudeva 62 procedimenti; nel 1998 erano 87. Poi con il nuovo millennio abbiamo cambiato passo. Nel 2006 sono stati 192, lo scorso anno 292". Una progressione impressionante. Che non rappresenta un'eccezione.


A Torino, il Tribunale civile ha stravolto la consuetudine del lavorare con lentezza. Il segreto? Un decalogo con 20 regole semplici, concordate con gli avvocati. Dal 2001 la montagna di arretrati è stata amputata di un terzo: dagli archivi hanno dissepolto liti per eredità vecchie di due generazioni e controversie commerciali per prodotti diventati nel frattempo antiquariato. Adesso in quelle aule si riesce a vedere l'Europa: il 93 per cento delle cause si chiude entro tre anni, il 66 in un anno. Ma anche nel tribunale penale di Roma c'è stata una razionalizzazione.

"È un altro esempio di riforma dal basso", spiega Salvi: "Abbiamo individuato l'imbuto nel calendario delle udienze: ogni giudice deve concentrare 20-30 processi in un giorno, con testimoni ed avvocati. Poi d'intesa con i penalisti abbiamo creato norme per evitare i disagi e rispettare gli orari. I risultati si sono visti subito"

Profondo nero
E allora, perché la situazione nazionale continua a peggiorare? Certo, c'è un quantità mostruosa di cause che si riversano nei tribunali, anche per colpa di governi che rendono tutto reato, persino la contrattazione con le prostitute. E c'è un proliferare di ricorsi che non ha pari nel mondo, fatti apposta per alimentare una schiera di avvocati altrettanto vasta. Ma a dispetto di questa tempesta di nuova cause e a dispetto dei primati delle corti modello, la produttività pro capite dei magistrati italiani continua a precipitare. I giudici dei tribunali sono passati da 654 fascicoli chiusi ogni anno del 2001 a soli 533 del 2006. È come se un delitto su cinque venisse dimenticato. Ma se si cerca di dare un peso alla statistica, allora diventa ancora più grave la frenata delle corti d'appello: i 177 casi annuali si sono ridotti a 145. E ogni ritardo in questa fase apre le porte alla prescrizione che cancella i reati e si trasforma nella negazione di ogni giustizia. La radiografia della catastrofe è stata presentata pochi giorni fa dal ministro Angelo Alfano, che però si è poi premurato di firmare un pacchetto di misure destinato a renderla ancora più drammatica. L'arretrato civile è di 5.425.000 fascicoli, quello penale di 3.262.000. Un processo civile dura in media 960 giorni per il primo grado, 50 mesi l'appello. Quasi sette anni prima di arrivare alla Cassazione: un tempo umiliante che distrugge la vita delle aziende e dei cittadini. Nel penale ci vogliono 426 giorni per la prima sentenza e due anni per l'appello: il che significa l'impunità assicurata per un'infinità di crimini. Un altro studio disegna la Caporetto della giustizia. È un lavoro condotto da Riccardo Marselli e Marco Vannini, professori che si dedicano da anni ad applicare valutazioni oggettive nel mondo confuso dei tribunali: ben 17 distretti giudiziari su 29 risultano 'tecnicamente inefficienti'. I due docenti giungono a una conclusione pessimistica: la quantità dei fascicoli che si accumula è tale da annichilire ogni speranza. Senza demolire questa zavorra non si può rendere efficace il sistema. Allo stesso tempo però la ricerca statistica sottolinea come si possa fare di più: se tutti i magistrati si portassero sul livello dei più sgobboni, un decimo dell'arretrato nel civile e il 14 per cento di quello penale potrebbe venire cancellato. Una stima che aumenta nei tribunali meridionali, meno dinamici: un quinto dei fascicoli accatastati nel civile e quasi un quarto di quelli penali scomparirebbero. Utopia?

Senza qualità
Tutti sostengono che i fannulloni sono pochi. Ma dietro i giudici da prima pagina, dietro i pool che sgobbano in silenzio, dietro i pm antimafia che rischiano la vita c'è una massa di magistrati 'senza
qualità'. Hanno fatto del quieto vivere una regola aurea: evitano errori e grane, detestano stakanovismi e protagonismi, diffidano dell'informatica e dei modelli aziendali. Più sciatti che lavativi, talvolta arroganti con i colleghi e maleducati con gli utenti, ma soprattutto poco produttivi. Era rivolto a loro il discorso choc pronunciato due anni fa dal segretario di Md, la corrente 'rossa' delle toghe ma anche quella storicamente più più impegnata sul fronte dell'efficienza: "Nessuno dovrà sentirsi indifferente alla esigenza di un progetto organizzativo minimo per ogni ufficio. Dovremo osare di più, perché nessuno potrà rifugiarsi nella rivendicazione di un ruolo indipendente. Che, se non produce risultati, non serve a nessuno ed è destinato inevitabilmente a declinare", disse l'allora segretario Juan Ignazio Patrone. E ancora: "Il quieto vivere della corporazione non è più compatibile con il dovere di offrire risposte adeguate e qualitativamente decenti alla domanda sociale di giustizia". Belle parole. Ma chi controlla se le toghe lavorano?

Carriera garantita
Finora venivano promossi per anzianità, anche se si rimaneva a compiere le stesse mansioni: oggi quasi sette magistrati su dieci ricevono uno stipendio superiore all'incarico che svolgono. Lo ha analizzato Daniela Marchesi, uno dei responsabili dell'Isae, a 41 anni è considerata la pioniera della materia. Laurea in legge, dottorato in economia, specializzata negli Usa, ha lavorato con Flick alla Giustizia nel 1996 e poi al Tesoro con Padoa-Schioppa. Il suo obiettivo è stabilire quali misure possano incentivare comportamenti virtuosi: cita i testi di Carr Sunstein, il professore chiamato da Obama a guidare il dipartimento per le regole. "La giustizia italiana sarebbe un esempio da manuale: ci sono risorse umane ed economiche in linea con altri paesi, ma otteniamo un risultato generale molto scadente. Analizzando il sistema si vede l'origine del gap: la congerie di norme è fatta in modo tale che incentivi di comportamento vanno tutti in modo sbagliato". Più garanzie, sintetizza, richiedono più tempo. Ed è per questo che tra i soggetti del processo, più che ai magistrati tocca agli avvocati cambiare: "Il magistrato non può velocizzare la sua attività senza rischiare di compromettere le garanzie". Insomma, la professoressa Marchesi non crede in una riforma unilaterale. Pensa che però si possa fare di più per migliorare la selezione e i controlli, soprattutto eliminando le promozioni indiscriminate.

Ma se il lavoro non cambia, allora in cosa consiste la promozione? Nello stipendio, anzitutto. Dal 2003 al 2006 il numero di magistrati ordinari è leggermente diminuito, ma la spesa per le loro paghe è lievitata: oltre il 16 per cento in più. Nel 2003 per 9.043 tra giudici e pm lo Stato spendeva 842 milioni; un triennio dopo l'organico era sceso a 9.019, ma il costo era arrivato a 978 milioni: 136 in più, un incentivo niente male. E i dati mostrano che le retribuzioni medie delle nostre toghe (vedi tabella a pag. 58) sono tra le più alte d'Europa. Il premio c'è, senza legami con la quantità o la qualità. Ma la punizione? Poche le sanzioni del Consiglio superiore. E ancora di meno quelle proposte dagli ispettori ministeriali: anche nel 2008 si sono contate sulle dita di una mano. Il bilancio del Csm, organo di autogoverno della magistratura, può essere letto in chiaro scuro. In un decennio ha giudicato 1.282 toghe. Ne ha condannate 290, spesso con sanzioni simboliche che pesano però sulle nomine chiave; altre 156 si sono dimesse prima del verdetto: in tutto, fa circa 45 'puniti' l'anno sui 9 mila magistrati italiani, lo 0,5 per cento. Pochi. Ma molto più di quello che fanno le altri amministrazioni statali. "Le verifiche statistiche sul lavoro dei magistrati sono insensate. Le gare di nuoto si possono fare in una piscina, non in mezzo a uno tsunami. È la quantità di denunce e ricorsi ha trasformato la giustizia italiana in un continuo tsunami", taglia corto Piercamillo Davigo, protagonista di Mani pulite oggi giudice di Cassazione: "Non voglio fare il corporativo. Ma anche nei militari esistono valutazione periodiche: nel loro sistema l'indipendenza non è un valore, anzi. Eppure le loro valutazioni si concludono sempre con giudizi eccellenti. Perché nessuno se ne preoccupa? Anche loro finiscono con il diventare tutti generali. Se si discute solo della nostra produttività, temo che le finalità siano diverse".

Davigo cita un episodio: il record di produttività di un procuratore aggiunto lombardo. "Era un cialtrone, ma si vantava di avere smaltito 330 mila procedimenti in un anno. Come faceva? Aveva una squadra di carabinieri, armati con un timbro di gomma che riproduceva la sua firma, che su tutti i fascicoli stampavano 'Non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato'".

Il nuovo sistema di valutazioni quadriennali appena introdotto dovrebbe smascherare furbetti del genere. Il meccanismo prevede controlli su quantità e qualità dell'attività di tutti, anche attraverso fascicoli pescati a campione tra quelli smaltiti. "Oggi ci sono nuovi meccanismi di valutazione molto efficaci e concreti. Diamo al sistema il tempo di cambiare", spiega Salvi: "Adesso il magistrato ha forte stimolo ad avere buoni pareri per poi ottenere un incarico direttivo o aspirare a posti specializzati".

C'è un solo limite: l'esame è affidato al consiglio giudiziario, un piccolo parlamento eletto dai magistrati a livello locale su modello del grande Csm nazionale. "In pratica gli eletti devono valutare i loro elettori. È come se in un'azienda le promozioni fossero illimitate e decise dai rappresentanti dei dipendenti. Ve lo immaginate?", spara a zero Carlo Guarnieri, docente a Bologna e tra i più attenti critici 'laici': "Ci vorrebbero commissioni esterne, nominate dal Csm. Così questi meccanismi sono inutili, anche perché non ci sono incentivi: chi non ha voglia di lavorare sa di rischiare poco". Mentre per essere puniti bisogna farla veramente grossa. Ennio Fortuna, procuratore generale di Venezia, ha scritto sulla rivista dell'Associazione magistrati: "Nel nostro ambiente i pochi che ci marciano sono ben noti a tutti". E perché non vengono denunciati? Perché è necessario che gli otto anni di ritardo nello scrivere le motivazioni di una sentenza, con conseguente scarcerazione dei condannati, diventino un caso solo dopo la denuncia di 'Repubblica'? La vicenda di Edi Pinatto, giudice ragazzino passato da Gela a Milano lasciando l'arretrato in sospeso è diventata esemplare. Salvi la paragona alle sabbie mobili: "I ritardi nel completare le sentenze molte volte erano commessi da quelli che tentavano di più di smaltire il lavoro, venendo sommersi per inesperienza". Perché non vengono segnalati? "Pinatto era già stato sanzionato una prima volta. Ma poi è mancata la segnalazione dei responsabili del suo ufficio".

Nei palazzi di giustizia si sente spesso una lamentela, comune tra pm e avvocati. I capi non denunciano i fannulloni. I capi non organizzano il lavoro. I capi non aggrediscono l'arretrato. Quella dei dirigenti è l'altra grande questione, fondamentale per risollevare la produttività. Finora la managerialità non pesava nella designazione: si diventava procuratori e presidenti per anzianità e accordi tra le correnti sindacali. Oggi in teoria dovrebbe essere determinante l'avere dimostrato capacità manageriali. Ma non ci si improvvisa capitani d'azienda: coordinare apparati complessi e ingolfati come i tribunali è una sfida che farebbe paura a qualunque amministratore. Guarnieri propone una soluzione radicale: dividere l'organizzazione del lavoro dai processi, affidando la gestione della prima a un vero manager. In pratica, il metodo delle Asl. "Paragoni non sostenibili. Nascerebbero tante unità giudiziarie locali in Italia: non è che Asl funzionino così bene...", ironizza Salvi.

Il peso dell'arretrato È chiaro, da soli i magistrati non potranno mai risolvere tutto l'handicap. Una ricerca del ministero indica l'impresa come impossibile. Per rianimare le Corti d'appello ci vorrebbero 134 nuovi giudici, tutti Stakanov, tutti preparatissimi e capaci di dare subito il massimo. Senza nuove regole organizzative, però, ogni rinforzo sarebbe inutile. Nella Corte d'appello penale, l'anticamera della prescrizione e quindi la discarica dei processi, servirebbero 32 mesi di lavoro solo per smaltire l'arretrato. Ma con poche regole di buon senso si potrebbe invertire la rotta. Ad esempio la standardizzazione dei fascicoli. Avete mai messo le mani nei faldoni di un processo? Spesso somigliano alle valige di fine vacanza: sciogliendo i lacci esplodono, rivelando una confusione profonda. Quando l'incartamento passa da un pm al suo sostituto, ci vogliono ore solo per trovare il bandolo della matassa. Invece, basterebbero pochi schemi condivisi per non sprecare tempo. Ma la rivoluzione può arrivare anche da un uso integrato dell'informatica: creare procedure a misura di rete. A Milano fino a dieci anni fa nelle udienze civili a turno uno degli avvocati scriveva a mano il verbale. Oggi nella stessa città usando il Web per uno solo dei passaggi del processo civile si sono guadagnati 60 giorni: il decreto ingiuntivo telematico ha fatto risparmiare due mesi di meno ad avvocati, cittadini e tribunale. Cosa ci vuole ad estenderlo a tutta Italia?

Autonomia e corporativismo Alla politica l'efficienza non interessa. E c'è la resistenza 'culturale' di una parte consistente dei magistrati. Bruno Tinti, ex procuratore aggiunto di Torino, ha dedicato un intero capitolo del suo ultimo libro 'La questione immorale' alle "colpe dei magistrati". Racconta tra l'altro del programma informatico che aveva creato per coordinare le agende dei protagonisti del processo ed evitare quei rinvii che sfiancano la giustizia. Un'iniziativa che invece di procurargli una medaglia venne accolta con disprezzo dal Csm. "Quel programma è ancora lì ma nessuno lo usa. E ho capito che il processo penale è quello che è per via delle leggi stupide, delle leggi ad personam, della carenza di uomini e mezzi, ma anche, e in chissà quale percentuale, per via dell'incapacità organizzativa dei magistrati e dei dirigenti degli uffici". Ricorda Giovanni Salvi: "Nel 1998 facemmo un congresso dell'Anm per sensibilizzare sull'efficienza ma andò male. Noi delle correnti progressiste e la dirigenza dell'Anm premevamo perché si facesse un salto in quella direzione, ci fu una resistenza della base. Fu un errore: è stato uno sbaglio cavalcare l'autonomia come corporativismo. A difesa si può dire che quando hai un clima politico intorno di aggressione, questo determina una chiusura in difesa".

E ai governi i giudici fannulloni sono sempre piaciuti: "La politica offre uno scambio ai meno produttivi: io non minaccio i tuoi privilegi, tu non minacciare me", sintetizza il professor Guarnieri. Perché un modello di efficacia la magistratura italiana lo ha creato e imposto nel mondo. Una squadra che lavorava sette giorni su sette, con processi avviati in fretta e una percentuale di condanne irripetibile, un elevato livello di informatizzazione e una produttività mai eguagliata. Si chiamava pool Mani pulite. Lo detestavano politici, imprenditori e grand commis. Lo detestava una fetta consistente degli stessi giudici. Ed è proprio per evitare che quel modello venisse riprodotto ancora oggi si varano riforme su riforme, destinate a distruggere ogni speranza di giustizia.

(L'Espresso 26 febbraio 2009)

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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 08:07:59, in Giuristi, linkato 2230 volte)

Giustizia e crucialità

di Salvatore Walter Pompeo

In questi ultimi giorni si è riacceso il dibattito sulla riforma della Giustizia, ormai davvero improcrastinabile, ma, mentre nelle sedi in cui si assumeranno epocali decisioni si discute di intercettazioni, di Consiglio Superiore della Magistratura, di separazione delle carriere e di altri nobili argomenti, v'è chi tenta, ancora una volta, di contrabbandare l'abusato tema dei piccoli Tribunali come un perno ineluttabile di una riforma seria.

Così, dopo gli scambi di amorosi sensi e ammiccamenti tra altisonanti fondazioni culturali nell'ambito di impegnatissimi seminari, celebrati a porte chiuse, sapientemente ammaestrati dalla solita lobby

magistratuale, si scatena la campagna mediatica ed ecco il fiorire di opinioni di ogni sorta, quasi sempre autorevolmente firmate.

E si ritorna a parlare di Tribunali inutili, come di risorse scarse, per invocarne la soppressione.

L'analisi è, però, limitata e merita decisamente alcune precisazioni, tutte, indistintamente, maturate nell' ambito di confronti franchi e pluralisti fra coloro che, in una dimensione nazionale e dati alla mano, hanno avuto e hanno perfetta contezza dello stato dell'arte, delle condizioni in cui versa il pianeta giustizia, delle tematiche, delle problematiche da affrontare nel porre finalmente mano alla agognata riforma.

Esiste un problema di riti, perché occorre qui segnalare come, ad esempio, esistono quasi 30 diversi tipi di procedimenti civili e che, nel primo di essi, il rito ordinario, tra il momento in cui prende abbrivio la causa e la prima di moltissime udienze devono necessariamente intercorrere almeno tre mesi, quello che, dicono, è il tempo medio della durata di una causa in Spagna.

Esiste, poi, un gravissimo problema di organizzazione se è vero come è vero, ad esempio , che da un'indagine eseguita dall'Eurispes è emerso che le cause principali dei rinvii dell'udienza penale sono attribuibili o all'assenza del magistrato o del testimone della Procura ovvero alla mancata notificazione di un atto e che, è noto, la informatizzazione degli uffici giudiziari, la raccolta in tempo reale dei dati, la elaborazione degli stessi sono ancora una chimera.

Esiste, inoltre, un altrettanto grave problema di risorse economiche che determina, ad esempio, l'impossibilità di tenere udienze al pomeriggio per via della mancanza del personale amministrativo.

Tutto questo per rimanere nell'ambito di una disamina assai veloce ma di ampio spettro.

In questo quadro così avvilente levare l'indice accusatore contro il Tribunale di Sulmona, come si è fatto, è sbagliato e inutile.

Inutile perché la soppressione di un piccolo Tribunale non ha come risultato la eliminazione della domanda di giustizia che, all'evidenza, si sposterà da qualche altra parte. Ed è poco accorto qui richiamare i principi dell'economia posto che l'attento ascolto dei coniugi o del minore in un procedimento per separazione personale o l'escussione dei testi in un complessa vicenda di criminalità organizzata richiede esattamente lo stesso tempo a Nicosia come a Torino.

Sbagliato perché l'ultima rilevazione dell'Istituto di Statistica disponibile, quella afferente l'area civile nell'anno 2005, colloca tra i primi venti Tribunali italiani ben 12 di quelli che taluno vorrebbe sopprimere, i piccoli Tribunali.

Se obiettivo della riforma deve essere la funzionalizzazione e la velocizzazione della giustizia è agevole comprendere che sarebbe una manovra suicida.

Molto si può fare in materia di giurisdizione, ma è inutile privare un territorio, anche piccolo, del Tribunale e, all'un tempo, ineluttabilmente, della Procura della Repubblica, soprattutto in aree come quelle del Mezzogiorno flagellate dalla delinquenza organizzata o in zone di montagna, Mistretta, o di frontiera, Tolmezzo, o trascurate da generazioni di disaccorti amministratori al punto che occorrono cinque ore di treno per raggiungere Catania da Palermo, più che Milano da Roma.

Se Uffici giudiziari devono essere soppressi, occorre volgere lo sguardo a moltissimi Uffici del Giudice di pace che registrano sopravvenienze di dieci, venti fascicoli l'anno o sopravvivono solamente grazie agli autovelox di Sindaci disperati e, ancora, alle troppe Sezioni distaccate.

Molte sono le iniziative adottabili allo scopo di deflazionare il macigno della domanda di giustizia, tra esse non certamente quella della depenalizzazione che vale solo a spostare la controversia dall'aula penale a quella civile, né quella della riduzione del numero degli avvocati legato, tra l'altro, all'enorme incremento che negli anni ha avuto il numero dei diritti cosiddetti giustiziabili.

Si intervenga, ancora, sulla piaga della "geografia delle carriere" che rende difficoltosa la copertura di posti in Uffici che non saranno mai vetrina e trampolino per il Monte Citorio. Si ponga rimedio al grave problema creato dalle modifiche ordinamentali del 2007 che non consentono l'esercizio di moltissime funzioni monocratiche al magistrato ordinario di Tribunale appena nominato.

Si rivedano, piuttosto, i confini delle circoscrizioni, come l'Italia ha iniziato a operare nel 1999 nelle aree metropolitane. Si rendano operative, superando le energiche resistenze fin qui registrate, le tabelle infradistrettuali o si creino gli organici distrettuali.

Ma nessuno, per carità, parli di sopprimere Tribunali, soprattutto se piccoli, quelli che hanno standard di efficienza positivi, quelli in cui la giustizia è amministrata in una dimensione umana, in cui è possibile parlare con il magistrato, in cui non occorre andare alle sei del mattino per richiedere una notificazione, in cui la comunità di ridotte dimensioni, e senza Santi protettori, pretende di mantenere la propria sana identità, la propria cultura, la propria storia, il proprio ordinato vivere sociale nel mentre costruisce il proprio futuro, il tutto in una dimensione di moderna, dimostrata efficienza.

Nessuno, insomma, si azzardi a proporre un intervento che, stando alle professate finalità, finirebbe per equivalere ad una inutile strage di innocenti.


AltaLex
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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 08:10:56, in Osservatorio Famiglia, linkato 2229 volte)

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Pedofili, i quattro volti dell’orco:
dal “cyber” al padre-padrone


di di Massimo Martinelli
ROMA (28 febbraio) - L’orco del terzo millennio ha facce diverse. Almeno quattro; con voci differenti e differenti modi di agire. Lo chiamano ”criminal profiling”: disegna l’identikit del delinquente che stai cercando. Ma è roba da psicologi; perché se lo chiedi agli investigatori puri, quelli che vanno per le strade e sulla Rete a caccia di aguzzini, scopri che il criminale più odioso, quello che insidia i più indifesi, un profilo vero non ce l’ha: «Nessun ceto sociale e nessuna fascia d'età è immune da questi comportamenti - spiega Elvira D’Amato, responsabile del Centro di contrasto alla pedopornografia della Polizia Postale - abbiamo individuato pedofili di vent’anni e anche molto avanti di età, quasi ottantenni». Marco Strano è il presidente dell’International Crime Analisys Association, psicologo e criminologo. I pedofili li studia da vent’anni e li ha catalogati: «il profilo è eterogeneo, nel senso che non è univoco ma esiste una tipologia: almeno quattro categorie diverse». Ne parla a fatica, Marco Strano. E come lui stringe in denti Elvira D’Amato, che poi è una di quelle che deve sporcarsi le mani per catturarli, gli orchi che buttano la lenza sul web per adescare ultraminorenni. «Perché prevenire è conoscere. E per conoscere devi scendere in mezzo a loro, infiltrarti e inorridire per capire i meccanismi mentali di questa gente» spiega Elvira D’Amato. E la voce tradisce più di una emozione, più di una notte sveglia, più di un conato di vomito di fronte a certe storie, a certe immagini.

Marco Strano disegna i suoi quattro profili: «Il primo è il padre-padrone: livello culturale bassissimo, vive nei piccoli centri abitati, considera la moglie e i figli alla stregua dell’asino che ha nella stalla». Sono i più catturati, precisa lo psicologo: «Perché sono i meno capaci a sfuggire alle indagini, a nascondere gli indizi che li riguardano». E chissà perché, viene da pensare agli ultimi due arresti di Napoli.

La seconda categoria è quella dei pedofili di livello culturale medio-alto, la maggioranza: «Fanno turismo sessuale, navigano in rete, vanno anche con le donne, spesso sono sposati». Hanno problemi sessuali - spiega Strano - le donne li spaventano: «E hanno ripiegato sulle bambine e sui bambini». L’agghiacciante conferma di questa patologia arriva dall’abbassamento dell’età delle vittime: «E’ successo che quando le bimbe dodicenni hanno cominciato ad imitare gli atteggiamenti delle donne sicure della televisione, i pedofili hanno cercato vittime ancora più piccole».

Terza categoria: sono pochissimi e i più disturbati: «Il livello di parafilia, cioè di disturbo sessuale, è altissimo». Sono quelli che hanno preso coscienza del loro disturbo da giovani, anche a 15 anni, e hanno organizzato la loro vita in modo tale da avere stretti contatti con i bambini. «Di solito - spiega Elvira D’Amato - chi è consapevole di avere questo disturbo si sceglie anche un mestiere che agevoli la sua propensione: l’allenatore di bambini, l’istruttore di palestra, il maestro elementare».

La quarta categoria è fatta da cyber pedofili esclusivi: «Possono avere anche 65mila fotografie scaricate da internet e pagate venti dollari l’una; si dedicano alla masturbazione compulsiva - spiega Marco Strano - l’ottanta per cento di loro non cerca contatti reali e gli altri - almeno secondo una statistica americana - cercando di adescare in Rete». Internet è il loro terreno di caccia, ma anche il tallone d’Achille. Perché sulla rete prima o poi si lascia qualche traccia, e non è un caso che a pattugliare il web ci siano investigatori del calibro di Elvira D’Amato. Marco Strano conferma: «Fino al ’95, al ’96, quando internet non era diffuso, gli arresti erano molti di meno. Anche il turismo sessuale è difficile da inseguire, perché molti Stati difendono queste persone. Adesso è diverso».

C’è il problema dei tribunali colabrodo, inoltre. Il pedofilo di Napoli, ci fosse stata una sensibilità diversa in Procura, forse non si sarebbe trovato in libertà. Ma esiste un problema oggettivo: quello della piena attendibilità delle vittime, spesso in età infantile: «I minori riportano la ”loro” verità, che può essere reale oppure frutto delle suggestioni provocate, ad esempio, da quello che vedono in tv, quando nessuno li controlla. E anche lì vedono talvolta cose shoccanti - spiega Elvira D’Amato - e allora occorre cautela, perché c’è il rischio di creare dei mostri, accusare innocenti». E poi, forse, ci penserà il Parlamento a dare una mano a lei e agli altri investigatori della Postale: «Dovrebbe essere recepita una normativa europea: rendere reato anche l’adescamento. Finora la legge ci ha aiutato; ma se potessimo intervenire anche solo quando c’è adescamento, tutto andrebbe meglio».

Il Messaggero
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Mail/ Licenziamento informatico al Tribunale senza spiegazioni

Il Mattino

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Metropolis Napoli

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NAPOLI: MAGISTRATO CHIEDE CHIARIMENTI SU LICENZIAMENTO PERITO INFORMATICO ESTERNO

http://libero-news.it/adnkronos/view/67577

http://www.libero-news.it/adnkronos/view/67581

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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 09:00:11, in Sindacati Giustizia, linkato 2405 volte)
RITORSIONE CONTRO UN INFORMATICO A NAPOLI
- INFORMATICI "USA E GETTA" -

Venerdì 20 Febbraio 2009 00:00

Questa è l'incredibile storia di come le ditte private che operano nel Ministero della Giustizia gestiscono i Lavoratori e rispettano l’Amministrazione committente.
Il Sig. Giuseppe Di Spirito operava da molti anni come tecnico “ATU”, informatico esternalizzato presso il Tribunale di Napoli oltre che per l’ottimo lavoro svolto e la fiducia acquisita dall’Utenza, si era distinto per il suo costante impegno di carattere sindacale a difesa dei diritti fondamentali della sua categoria. La società “Td Group” (consorzio OIS.COM) subentrata l’anno scorso al posto della “Cm Consit” (dopo che i lavoratori erano rimasti senza stipendio!!!) lo ha mandato via alla prima occasione, confermando tutti gli altri e sostituendolo con un neo-assunto.

Alle proteste ufficiali della sede giudiziaria, che ha avuto disservizi, nessuno si è degnato di rispondere.

Ai Magistrati che chiedevano lumi nessuno ha fornito spiegazioni.

Queste sono le conseguenze delle privatizzazioni dei pubblici servizi.

Nessuna tutela per gli operatori e nessuna sicurezza che i compiti svolti siano sicuri ed affidabili.

Non importa se lavori con efficienza, i dati sensibili dei sistemi informatici degli Uffici Giudiziari si affidano a personale “usa e getta”! .

Associazione Nazionale Informatici Pubblici e Aziendali
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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 09:06:36, in Sindacati Giustizia, linkato 2626 volte)
INFORMATIZZAZIONE SELVAGGIA
RE.GE. WEB: UFFICI GIUDIZIARI IN TILT

Assistenza Tecnica: Siamo Ostaggio dei Privati

LA SICUREZZA DEI DATI E' A RISCHIO



Nonostante i proclami del ministro Alfano sulla digitalizzazione e l'informatizzazione dell'amministrazione giudiziaria nessuno, o almeno troppo pochi per il momento, alza la voce sulla vergognosa gestione dei servizi informatici, ... e come sempre a pagare sono i lavoratori, giudiziari e non, ... ed i "non" sono i precari esternalizzati dell'Assistenza Tecnica.

I primi in affanno per la lentezza e la farraginosità del nuovo sistema di gestione dei registri informatici che dalla sua entrata in funzione ha gettato nella paralisi gli uffici giudiziari, ed i secondi che subiscono i tagli alle risorse finanziarie stanziate per l'informatica, ... o almeno così la vogliono far passare la politica selvaggia di licenziamenti degli esternalizzati delle ditte consorziate per l'assistenza.

Nonostante il coro di proteste levatosi per il licenziamento in tronco di uno dei tecnici più preparati ed affidabili del Tribunale di Napoli nulla è accaduto perché si arrivasse al reintegro nelle sue funzioni.
Siamo ostaggio dei privati, ... che continuano a gestire le attività nevralgiche degli uffici giudiziari con una mentalità da bottega.

Quindi? ... Giuseppe Di Spirito paga per tutti!!!
Cosa paga? ... il prezzo di aver visto bene dal primo momento e denunciato la vergognosa gestione delle esternalizzazioni.

Alfano? ... forse si meraviglierà ancora una volta chiedendo spiegazioni al DGSIA.

Intanto a Giuseppe va tutta la nostra solidarietà e ringraziamento, ... con l'impegno a denunciare tale deplorevole vicenda, auspicando in tempi brevi l'apertura di un confronto serio e serrato con i vertici ministeriali, ... aspettando che i responsabili di questa vergogna paghino!

Luigi Montesanto
http://uidagnapoli.org/download/notiziario/UILPA_UIDAG_NEWS32_FEB_09.zip
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CORTE DI APPELLO DI NAPOLI

Ufficio del Referente per l'Informatica del Distretto
 
Napoli, 14 gennaio 2009.
 
Prot. 4/09/R.I.D.
 
Ai sigg. Responsabili della Società che svolge assistenza informatica presso il Tribunale di Napoli
Al sig. Dirigente il Cisia di Napoli
 
E p.c.
 
Al sig. Presidente del Tribunale di Napoli
Al sig. Dirigente Amministrativo del Tribunale di Napoli
Ai magistrati e dirigente della sezione informatica del Tribunale
Al sig Presidente della Sezione Gip
Al sig. Presidente coordinatore della Corte di Assise
Al sig. Presidente coordinatore delle Sezioni Riesame
 
 
Oggetto: Cessazione della attività di assistenza fornita dall'esperto informatico sig. Giuseppe Di Spirito.
 

Ho ricevuto varie note scritte dal Tribunale di Napoli in riferimento alla cessazione dal servizio del signor Giuseppe di Spirito, tecnico informatico addetto all'assistenza presso gli uffici Giudiziari di Napoli.
 
In particolare, pressoché tutti i magistrati della sezione del Giudice per le indagini Preliminari e della Corte di Assise (e mi risulta che analoga nota è stata inviata, e mi deve ancora pervenire, dai giudici delle sezioni riesame) hanno segnalato il forte disagio dovuto al venir meno del servizio prestato dal sig. Di Spirito che è stato il principale referente tecnico per l'assistenza alle postazioni, tra l'altro, dei giudici.
 
Poiché, come mi è stato riferito in modo informale in occasione di una prima richiesta di notizie, la cessazione del rapporto con il signor Di Spirito non sarebbe collegata ad una riduzione del personale operante presso il tribunale di Napoli per conto del predetto consorzio, devo osservare come sia comprenzibile che tale decisione di estromettere dal servizio di assistenza il citato tecnico abbia effettivamente comportato un effettivo e profondo disagio per i magistrati ed il personale amministrativo.
 
Difatti, a parte la assoluta soddisfazione per il servizio fornito dal signor Di Spirito sotto il profilo strettamente tecnico, ritengo necessario sottolineare come lo stesso abbia acquisito la piena fiducia dei magistrati del tribunale; ciò risulta di importanza ancor maggiore per i magistrati della sezione dei giudici per le indagini preliminari, i quali hanno normalmente dati particolarmente segreti sui quali lavorano con i computers di ufficio e che manifestano la loro difficoltà a consentire l'accesso, di fatto incontrollato, alle proprie macchine da parte di personale a loro non ancora conosciuto. Questo significa che il venir meno della prestazione del signor Di Spirito, risulterà, certamente per vari mesi, probabilmente anche più a lungo, ragione per la quale sarà difficile avere prestazioni adeguate per il probabile rifiuto dei colleghi di lasciar operare i nuovi tecnici senza il diretto ed assiduo controllo del magistrato.
 
Al di là di quelli che sono i formali ed immediatamente apparenti vincoli contrattuali, devo far notare che il mantenimento in servizio di coloro che hanno operato adeguatamente ed hanno acquisito una capacità di adeguarsi alle esigenze dell'utenza, di garantire la assoluta affidabilità per quanto riguarda l'accesso a dati riservati (di fatto possibile per colui che compie attività di assistenza soprattutto alle macchine dei magistrati) è una fondamentale esigenza per una adeguata esecuzione delle attività demandate al consorzio. Il ricambio di personale senza ragioni oggettive che lo impongano finisce per ridurre la qualità della prestazione attesa laddove risultino necessari sia la specifica conoscenza dell'ambito di intervento - il che avviene anche per la assistenza diretta alle postazioni di magistrati e personale - che l' "affiatamento" con le persone con le quali operare.
 
Ritengo quindi chiedere alla dirigenza dell'azienda erogatrice del servizio di assistenza sistemistica, nonché al Cisia per quanto di competenza, in via principale che venga garantito la immediata ripresa del servizio da parte del signor Di Spirito; laddove vi siano oggettivi motivi ostativi prego di comunicarmeli con immediatezza in quanto devo rendere conto al Presidente del Tribunale di quanto sta avvenendo; il Presidente è stato allertato dai colleghi degli uffici indicati ed ha necessità di informazioni per un suo eventuale intervento atteso che sono investiti, fra le altre, attività in cui si pongono questioni di riservatezza e segretezza rispetto alle quali la continuità del personale in servizio è una esigenza fondamentale.
 
Ringrazio dell'attenzione e saluto cordialmente.
 
Magistrato Referente per l'informatica per il Distretto di Napoli - settore penale
Pierluigi Di Stefano
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Di Loredana Morandi (del 28/02/2009 @ 10:36:11, in Magistratura, linkato 4045 volte)

Il titolo sembra l'ennesima bordata, ma l'articolo non è tanto male. Ormai certe testate trattano la magistratura come una volta trattavano i no global, durante il dopo Genova e prima di certi "storici" chiarimenti. E no, non è proprio una cosa buona. Ad ogni modo io ne approfitto per rinnovare i miei auguri per la promozione alla dottoressa Elena Riva Crugnola, come già anni fa quando seguivo le sedute del Consiglio Superiore della Magistratura.

E buon lavoro a Tutti da parte di Giustizia Quotidiana!


Il «Risiko» dei giudici: valzer di poltrone nelle aule del palazzo

di
Luca Fazzo

Una informata di nomine cambia il volto della giustizia milanese. Nel giro di pochi giorni il Consiglio superiore della magistratura ha dato il via ad una serie di decisioni che - mentre colmano i numerosi buchi vuoti nell’organico del tribunale - segnano l’approdo a posti chiave di un gruppo di magistrati - diversi per età, esperienze, orientamento - destinati a costituire il gruppo dirigente della giustizia meneghina nei prossimi anni. Sono i presidenti delle sezioni penali e civili del tribunale e d’appello, i magistrati che gestiscono in prima persona la delicata macchina dei processi.

Già definitiva è la nomina a presidenti di sezione in tribunale penale di Lucio Nardi e di Giovanna Ichino, per molti anni pubblico ministero. Nella commissione che screma le candidature si è registrato consenso unanime di tutte le correnti - e la nomina è quindi sostanzialmente scontata - anche per un altro gruppo di presidenti di sezione penale: sono Pietro Gamacchio, Aurelio Barazzetta e Guido Piffer, tutti già in servizio all’ufficio per le indagini preliminari, nonchè Annamaria Gatto e Oscar Magi, il giudice che sta conducendo in questi mesi il complicato processo agli 007 accusati di avere rapito l’estremista islamico Abu Omar.
Sempre nella giustizia penale, vanno a presiedere sezioni di corte d’appello i magistrati Carlo Crivelli, Marta Malacarne, Luigi de Ruggiero e Vito Tucci. De Ruggiero, ex pm ai tempi degli anni di piombo, faceva parte della Corte d’appello che condannò gli assassini del commissario Calabresi. Crivelli è un magistrato di grande esperienza, la cui carriera ha come unico neo l’infelice frase rivolta ad un pm durante uno dei processi a Berlusconi («è il sistema del bastone e della carota») che causò il rifacimento del processo. Anche Vito Tucci è un magistrato di grande esperienza, la cui nomina era stata finora ostacolata dal fatto di avere un fratello che fa l’avvocato a Milano: una incompatibilità che ora il Csm deve avere ritenuto superata (o almeno, in qualche modo, superabile).
Novità in arrivo anche per la giustizia civile, dove alla carica di presidenti di sezione la commissione del Csm ha nominato Elena Riva Crugnola, Laura Cosentini, Carla Maria Gatto e Filippo Lamanna.
Il quadro dei «colonnelli» della giustizia milanese sembra in questo modo sostanzialmente definito. Resta aperta la partita per i «generali», cioè i capi degli uffici, innescata dal pensionamento del procuratore generale Mario Blandini e del presidente della Corte d’appello Giuseppe Grechi. Per il posto di Blandini, dopo lunghe riflessioni, ha deciso di concorrere l’attuale procuratore della Repubblica Manlio Minale. Che, se ottenesse la promozione, lascerebbe libera una poltrona assai ambita. In pole position, il pm Ferdinando Pomarici (il cui collega Armando Spataro rinuncerebbe a correre per sostenerne la candidatura) e il procuratore aggiunto Nicola Cerrato.

Il Giornale
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 06:42:01, in Magistratura, linkato 1479 volte)
La guerra delle procure ha avuto effetti di gran lunga più devastanti, di ogni altro attacco politico alla libertà di giurisdizione della magistratura. Questi i risultati ...

Giustizia, la riforma deve partire dai magistrati

di ANGELO MIELE
Lunedì 02 Marzo 2009 12:42

Nel suo appassionato e appassionante intervento sul tema, tanto dibattuto, del testamento biologico (che evoca la morte quale rimozione della sofferenza), apparso sull’Avanti! di domenica 24 febbraio, dal drammatico titolo “Io, assassino confesso di mia madre terminale”, Aldo Chiarle - emblema vivente del verace socialismo italiano -, con riferimento al mio articolo del 17 febbraio, da una parte, mi gratifica dell’appellativo di “illustre giurista”, che non credo mi si addica, dall’altra, mi attribuisce conclusioni sul caso Englaro, da lui non condivise, che io certamente non ho inteso esprimere, posto che avevo portato la mia riflessione sulla competenza (il potere) a decidere della vita e della morte di un essere umano, finendo con il disapprovare l’intervento di magistratura, governo e capo dello Stato. Probabilmente mi espressi in modo non chiaro.

Detto questo, desidero esternare fraternamente al caro compagno Aldo tutta la mia comprensione per la sua personalissima e tragica esperienza, che certamente ha segnato e accompagnato il suo percorso vitale. Se può essergli di conforto, sappia che anche la mia vita è stata un susseguirsi di dolorose vicende, fin dalla giovanissima età: persi mio padre - socialista aderente al gruppo che a Benevento faceva capo all’onorevole Basile; persi di lì a qualche anno il mio caro e giovane fratello, vittima innocente dell’epidemia di tifo (allora, la penicillina, scoperta da Fleming, non era ancora in commercio in Italia), che seminò numerosi lutti tra la popolazione; seguì la distruzione della mia casa ad opera dei bombardieri americani, che rasero al suolo mezza città. Avevo appena quattordici anni!

E qui mi fermo, per non correre il rischio di scrivere, sia pure in breve, una specie di diario. Ho fatto cenno ad alcune vicende della mia vita solo per dire che la sofferenza è parte inseparabile della nostra (nostra: di tutti) esistenza ed è, allo stesso tempo, una scuola che ci forgia, e tanto più quanto la sofferenza ci tocca in profondità. Avrò modo di tornare su questo tema del destino esistenziale dell’uomo, che continua per me a essere motivo di angoscia e questa volta Aldo non dissentirà da me. Anche il tema del diritto, in quanto racchiude ed esprime l’esperienza umana, è un tema che è permeato dalla sofferenza, come appunto, il caso di Eluana Englaro, che ha riguardato non solo la sfortunata giovane, cui la vita non ha arriso che per breve tempo, ma per i di lei genitori e, perché no, per buona parte della collettività. Oggi si discute del diritto alla vita ma anche del diritto alla morte per eliminare la sofferenza senza speranza, a vuoto, e in Parlamento si sta approntando - tra irriducibili contrasti - la legge sul testamento biologico, che è ritenuto conquista di civiltà: io, non credente, ho qualche dubbio. E la sofferenza non è solo quella fisica, ma anche quella psichica, ad esempio la sofferenza per la giustizia che il Cristianesimo ha elevato alla beatitudine: beati coloro che soffrono per la giustizia ché di essi è il regno dei cieli!

Quando decisi di abbracciare la professione di avvocato - scartando quella del giudice che è, invece, chiamato ad applicare il diritto e, quindi a infliggere sofferenze - scelsi di dedicarmi al processo penale, che è un po’ l’inferno della giustizia, dove, come non mai, la sofferenza umana raggiunge indicibili livelli (il grande Carnelutti, lui si giurista illustre, affermava, nel suo “Colloqui della sera”, che il processo fa soffrire l’uomo non tanto perché è colpevole, quanto per scoprire se lo è). E il processo penale fa soffrire non solo il colpevole (e i suoi familiari), ma anche e soprattutto l’innocente, spesso esposto alla gogna della pubblica opinione. L’esperienza professionale mi ha convinto che la giustizia umana è in balia continua dell’errore (errare humanum est). Voltaire, nel suo “Dizionario Filosofico”, ammoniva che bisogna cancellare dal vocabolario la parola “certezza”, perché quando i giudici dicono di essere certi nel giudicare non sospettano che l’errore è un’insidia che si nasconde di continuo sul loro cammino. Ma, una cosa è l’errore effetto della limitatezza umana nel pervenire alla reale conoscenza delle cose (e perciò, per dir così, errore normale), altra cosa è, invece, l’errore che dipende dalla deficiente organizzazione dello Stato e della giustizia. Come dire: errore strutturale (che perciò è destinato a riprodursi). Gli errori della nostra giustizia sono all’ordine del giorno, come informano le cronache quotidiane e le periodiche statistiche.

Certo, da avvocato difendo (devo difendere) anche il colpevole, perché anche questi è un uomo, per quanto malvagio sia, e quindi anche questi ha diritto a un giusto processo, secondo la legge che lo regola, e a una giusta pena. Ma lungo la mia carriera, una carriera (ahimè) di quasi mezzo secolo, è maturata in me la convinzione che non basta più fare la storia degli errori giudiziari (ed è già una storia lunga), occorre che si riveda tutto il sistema giustizia per limitare, al massimo, l’incidenza dell’errore del giudice e, quindi, la sofferenza di chi è coinvolto, a qualsiasi titolo, nel processo. Penso, perciò, che per l’alta funzione cui sono chiamati, i sacerdoti della legge debbano avere una professionalità adeguata e portare la responsabilità dei propri atti. Invece tutti possono constatare la mancanza dei due requisiti: in un saggio dal titolo “Il magistrato senza qualità”, Vito Massimo Caferra, magistrato, esponeva assai realisticamente la situazione nella sua corporazione e metteva, soprattutto, l’accento sulla politicizzazione di alcuni settori della magistratura, che ha fatto perdere credibilità all’intera classe di magistrati.

Poi, persino le pietre sanno che il magistrato non paga mai per i suoi errori: certamente non paga sul piano politico, perché essendo mero impiegato dello Stato non è soggetto al rendiconto al popolo; non paga neppure sul piano civilistico, perché la legge 117/1988 sulla responsabilità dei magistrati ne esclude la responsabilità “nell’attività d’interpretazione della legge e di valutazione dei fatti” (quanto dire l’intera attività); infine, non paga quasi mai in via disciplinare, perché la disciplina, essendo gestita dal Consiglio superiore della magistratura, che è una specie di consorteria di correnti a sfondo politico, non dà ampie garanzie di obiettività.Pertanto, la carriera basata sulla sola età e la irresponsabilità sono i due maggiori fattori genetici degli errori dei giudici e dei pubblici ministeri (la malagiustizia). Ecco perché ho approfondito i miei studi sull’organizzazione e sul funzionamento della giustizia, pervenendo alla conclusione che bisogna rivedere la macchina della giustizia, ma anche l’aspetto relativo ai soggetti addetti ad essa.

L'Avanti
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Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 06:51:16, in Magistratura, linkato 1386 volte)
Lunedì 02 Marzo 2009 | Ultimo aggiornamento 14:43

Indagini a tutto campo

L'autobomba al Palazzo di Giustizia di Imperia:
nominato consulente dei Vigili del Fuoco

Imperia - In tale ottica sono stati esaminati diverse migliaia di fascicoli processuali del Tribunale di Imperia relativi agli ultimi anni. Questa mattina sono stati eseguiti ulteriori sopralluoghi tecnici sull’autovettura utilizzata per l’attentato.

La Procura della Repubblica di Imperia ha nominato un funzionario dei Vigili del Fuoco, l'ingegnere Alessandro Segatori, di Genova, quale perito nell'ambito delle indagini finalizzate a rintracciare gli autori dell'autobomba - una Fiat Punto, targata Savona, rubata alcuni prima, ad Alassio – piazzata, il 2 novembre scorso, sul retro del Palazzo di Giustizia di Imperia e non esplosa per un caso fortuito. Questa mattina e' stato eseguito un nuovo sopralluogo sulla vettura che conteneva due bombole del gas da cucina e due taniche di combustibile, pronte per esplodere se le fiamme appiccate alla striscia di gasolio avessero avvolto del tutto l'auto. Compito del perito sara' quello di stabilire la potenzialita' offensiva dell'ordigno, in relazione anche al posizionamento della vettura.

L'autobomba venne scoperta, alle 7 del mattino, da un agente della vigilanza, durante un giro di perlustrazione della zona. Continuano, nel frattempo, le indagini della Squadra Mobile di Imperia, in collaborazione con la Squadra Mobile di Genova, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Genova. Le indagini non hanno trascurato alcuna pista, anche quella riconducibile alla criminalità organizzata e o alla matrice eversiva, sia interna che internazionale.

Gli investigatori stanno anche valutando la posizione di soggetti, non necessariamente di alto spessore criminale, che possano avere motivi di intimidazione o vendetta verso tutti quei soggetti che a vario titolo hanno un ruolo attivo nell’amministrazione della giustizia imperiese; motivi di risentimento da ricondurre a procedimenti, civili o penali, tuttora in corso o conclusi con condanne. In questa ottica, sono stati esaminati diverse migliaia di fascicoli processuali del Tribunale di Imperia relativi agli ultimi anni.

di Fabrizio Tenerelli
Riviera 24
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