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Il ruolo politico "Alto" dei Giudici - incontro con il magistrato Francesco Messina
Di Loredana Morandi (del 30/06/2011 @ 07:39:27, in Magistratura, linkato 2458 volte)
IL RUOLO POLITICO "ALTO" DEI GIUDICI.

Incontro con il magistrato Francesco Messina
 

Francesco Messina, quarantanovenne magistrato barlettano, lettore del Corriere, senza timore rivendica il ruolo politico dei giudici.

«Politico, non partitico, c’è differenza: il giudice deve agire all’interno della comunità, deve fornire un suo contributo conoscitivo, anche attraverso le intercettazioni».

E determinato com’è a portare avanti la sua battaglia per far «conoscere la realtà ai cittadini, scarsamente rappresentati da questa classe dirigente», organizza dibattiti, anima la vita culturale della sua città, si prefigge di incidere sul futuro dedicandosi a chi non ha ancora quarant’anni. E naturalmente legge assiduamente i giornali, si informa.
«Un’abitudine appresa in famiglia - spiega - e con il tempo cambiata in modalità e approccio: sono un fruitore frequente dei siti web. Per informarmi. L’approfondimento, però, lo affido al quotidiano».

Dottor Messina, come magistrato, avrà un’opinione qualificata sullo scontro a proposito dell’uso delle intercettazioni.
«Ha visto la foto che ho appeso al muro della mia stanza? E’ la scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani. Rappresenta uno dei momenti più alti di spirito civico in questo Paese. Questa è la mia risposta».

Un po’ criptica. Cosa intende? Che le intercettazioni rappresentano una forma di esercizio del senso civico?
«Mi colpisce la straordinaria separatezza tra classe politica, dirigente, e l’insieme della comunità dei cittadini. Noi magistrati abbiamo l’onere di far conoscere la realtà di quel che accade, ai cittadini.
Se non ci fossero le apparecchiature che intercettano, la massa dei cittadini non avrebbe idea della realtà effettiva, così lontana da loro».

Così, però, sembra che le intercettazioni debbano assolvere una funzione culturale.
«Certo, anche. Dal punto di vista delle indagini, inoltre, senza le intercettazioni diventerebbe non perseguibile il 90 per cento dei reati più gravi. Quelli contro la pubblica amministrazione, quelli di associazione a delinquere. Chi vuole limitare l’uso di questi strumenti, si assume la responsabilità di non dare risposta all’istanza di sicurezza dei cittadini».

Le intercettazioni, quindi, sono necessarie. Ed è necessario anche che le si divulghi?
«Il giudice emana le sentenze in nome del popolo. Il popolo deve essere edotto di quel che si dispone in suo nome. Il provvedimento giudiziario deve essere motivato. La motivazione protegge il giudice da se stesso, dalle sue istintualità. Quando gli atti diventano pubblici - penso a un’ordinanza di custodia cautelare, un atto di chiusura delle indagini - il loro contenuto deve poter essere divulgato. Anche perché quello che voi giornalisti, così come i politici, chiamate il "contesto", distinguendolo da fatti penalmente rilevanti, in realtà è per noi rilevantissimo: incide nella commisurazione della pena».

Dottor Messina, lei è magistrato, ma anche cittadino. Che pensa del territorio in cui opera? A Barletta vi siete battuti e avete ottenuto che due treni fermassero nella vostra stazione. Una bella prova di determinazione.
«Lei dice? Ho letto che il lettore tarantino intervistato in questa rubrica la vede così. Vorrei confermare la sua tesi. Ma purtroppo non posso: anche qui il senso civico difetta e si vuole poco bene alla città. C’è un sonno collettivo, anche se - lo ammetto - si colgono piccoli risvegli, anche trasversali».

Che pensa delle continue scaramucce degli amministratori su dove dislocare le sedi istituzionali? L’ultimo litigio riguarda la collocazione dell’ospedale.
«Penso tutto il male possibile dell’incapacità dei sindaci di accordarsi. E’ il sintomo di un deficit di elaborazione politica: se non educhi, resta soltanto la lotta di campanile. La classe dirigente negli ultimi venti o trent’anni non ha avuto la capacità di creare prospettive per le prossime generazioni. Io a questo deficit provo a porre rimedio»

Come?
«Organizzando incontri aperti a tutti i cittadini. Sul linguaggio della politica, sul terrorismo rosso e sul terrorismo nero, sulla democrazia delle parole. E sa che le dico? Funziona. La gente affolla questi incontri perché ha un gran desiderio di partecipazione».

A proposito di partecipazione, a Barletta è stata appena varata l’ennesima giunta di soli uomini.
«Non voglio dare un giudizio sull’amministrazione comunale perché sono ben conscio della mia funzione istituzionale. Ma sotto il profilo culturale come non considerare che la freschezza valoriale e la potenzialità femminile non sono ancora ben utilizzate nel nostro Paese? E Barletta non è un’eccezione in questo Paese».

Dottor Messina, ha l’occasione di chiedere qualcosa al suo giornale.
«E io lo faccio. Il Corriere si schieri di più. Quando è il caso faccia proprie delle battaglie di principio».

E in concreto?
«Da un lato difenda i presìdi di legalità. Qui, in tribunale, io lavoro anche di sabato e di domenica, uso il mio computer e mi compro la carta. Siamo allo stremo e vorrei invitare Brunetta a dare un’occhiata a quanto sgobbano i magistrati. Dall’altro, il giornale tenga nella dovuta considerazione il suo ruolo di formazione dell’opinione pubblica. Dell’attuale situazione di devastazione etica, non avranno un po’ di colpa anche i giornali che avrebbero dovuto vigilare?».


Adriana Logroscino
Corriere Sera 26 giugno 2011