\\ Home Page : Articolo : Stampa
Lepore: i politici si sentono intoccabili
Di Loredana Morandi (del 28/06/2011 @ 08:25:07, in Magistratura, linkato 1579 volte)

Lepore: i politici si sentono intoccabili


Marco Ludovico

ROMA - È in una cena a casa di Pippo Marra, proprietario e direttore dell'Adn Kronos, che sarebbe o non sarebbe avvenuta la violazione del segreto d'ufficio da parte del generale Michele Adinolfi, capo di Stato maggiore della Guardia di Finanza. La tesi di Marco Milanese (Pdl), ex ufficiale della Gdf e testimone nell'indagine – è indagato per corruzione, invece, in un altro fascicolo a Napoli – si scontra con quella di Adinolfi, difeso dal professor Enzo Musco.
Adinolfi è indagato insieme a Marra perché, secondo Milanese, il generale gli disse che la procura di Napoli indagava su Luigi Bisignani e che, per questo, aveva dato incarico a Marra di avvertire il lobbysta. Ieri è sceso il campo il capo della procura di Napoli, Giandomenico Lepore: in tv a Otto e Mezzo ha sottolineato che che le notizie sull'inchiesta P4 «dall'interno del corpo della Guardia di Finanza sono state portate all'esterno». La posizione del generale Adinolfi è isolata? «Per quanto riguarda i generali senz'altro – ha risposto Lepore – ma che ci siano state fughe di notizie, e molte, è un dato di fatto». Mentre Milanese, dimessosi domenica da consigliere di Tremonti, «non è sospettato di aver collaborato alla fuga di notizie». Lepore, poi, di fronte alle critiche della politica all'inchiesta, accusa: «Penso proprio che i politici si sentano intoccabili perché quando li tocchi c'è una reazione unanime, quasi che la politica dovesse essere una zona protetta da qualsiasi intervento esterno». La cena a casa di Marra - indagato anche lui, assistito dal senatore Luigi Li Gotti, nega qualunque addebito - sarebbe avvenuta, per Milanese, tra settembre e ottobre 2010. Secondo Adinolfi, invece, si è svolta a dicembre 2009 - e avrebbe i riscontri per dimostrarlo - quando l'indagine P4 non era neanche era iniziata. Il generale, inoltre, sostiene di non conoscere affatto Bisignani e minaccia querele. La tesi della procura è che per Adinolfi - il quale ha ricevuto l'avviso di garanzia il 14 giugno - ci sono altri elementi a suo carico, non solo la circostanza riferita da Milanese e oggetto di scontro con il numero tre della Gdf.
Ieri è intervenuto anche l'ad di Eni, Paolo Scaroni. Sull'inchiesta «non faccio commenti» mentre sottolinea che gli investimenti pubblicitari su Dagospia «sono al decimo posto, non è certo un investimento né importante né prioritario». E ha precisato che la pubblicità su Dagospia «è realizzata attraverso Il Sole 24 Ore, che è il rappresentante in esclusiva della pubblicità su quel sito». L'ad di Ferrovie dello Stato, Paolo Moretti, fa notare invece che «abbiamo vinto per la quinta volta contro Italian Brakes, sono stati condannati anche alle spese». Si tratta della pronuncia del tribunale civile di Roma che ieri ha dato ragione a Trenitalia sul contenzioso aperto con la società partecipata al 35% da Luigi Bisignani, che compare nell'inchiesta P4. Da registrare anche l'iniziativa, attesa da tempo, del Consiglio uperiore della magistratura. Una doppia indagine sui magistrati i cui nomi compaiono a vario titolo nelle carte della inchiesta napoletana sulla cosiddetta P4. A occuparsene saranno la Prima Commissione del Csm, che dispone dello strumento del trasferimento d'ufficio per incompatibilità delle toghe, e il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, titolare dell'azione disciplinare nei confronti di giudici e pm. A investirli del caso il comitato di presidenza del Csm, l'organo di vertice di Palazzo dei marescialli, guidato dal vice presidente del Csm Michele Vietti e di cui fanno parte lo stesso Esposito e il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo. Un atto atteso dopo che i pm titolari dell'inchiesta avevano trasmesso le lorocarte a Palazzo dei marescialli e lo stesso Vietti nemmeno dieci giorni fa aveva assicurato: «Il Csm farà il suo dovere istituzionale adottando i provvedimenti di sua competenza».

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-06-28/lepore-politici-sentono-intoccabili-064114.shtml?uuid=AaHYgajD

Le dichiarazioni di Marra dell'AdnKronos

''Una frase innocua - specifica il legale - in un ambito di conversazione, non significa trasmissione di notizie''

P4, va avanti l'inchiesta della Procura di Napoli.

Parla l'avvocato Li Gotti

Roma - (Adnkronos) - Indagato il capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi. Il legale del presidente dell'Adnkronos, Pippo Marra: ''L'interrogatorio di tre settimane fa ha riguardato un segmento molto limitato. Peraltro, quello che si apprende dai giornali, dimostra che la fonte di Bisignani era un deputato del Pdl e non certo Marra''. Inoltre: ''I magistrati erano incerti se ascoltare Marra come testimone o, per sua personale garanzia, come indagato''. Anm: su Papa deciderà il collegio dei probiviri. Intercettazioni non sono una priorità

Roma, 26 giu. (Adnkronos) - "L'interrogatorio di tre settimane fa ha riguardato un segmento molto limitato. Marra ha favorito spiegazioni, delucidazioni sulle due o tre domande che gli sono state poste. Peraltro, quello che si apprende dai giornali, dimostra che la fonte di Bisignani era un deputato del Pdl e non certo Marra". Luigi Li Gotti, legale del presidente dell'Adnkronos, Pippo Marra, parla dell'inchiesta che ha coinvolto il suo assistito, chiamato in causa nell'indagine che ha coinvolto anche il capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi.

"E' sicuro - prosegue Li Gotti - che la frase riferita da Bisignani, cioè che Marra gli avrebbe detto di non parlare al telefono, a parte il fatto che si riferisce a un argomento molto remoto, si riferisce anche al normale conversare: ha detto una cosa che tutti possono dire. Una frase innocua - specifica il legale - in un ambito di conversazione, non significa trasmissione di notizie. E peraltro non mi pare che lo stesso Bisignani attribuisca a Marra di aver saputo di essere sotto intercettazione. Bisignani ha riferito, invece, di essersi informato da altre persone che gli avrebbero comunicato la circostanza, non facendo assolutamente riferimento a Marra".

"Quando 3 settimane fa fu fatto l'interrogatorio - racconta Li Gotti - gli stessi pubblici ministeri avevano dubbi se sentire Marra come indagato. Loro stessi hanno detto che era più un testimone ma, che a fini di garanzia, le davano questo status. Status che dovrebbe essere una maggiore garanzia ma che potrebbe diventare agli occhi dell'opinione pubblica cagionevole. Questi sono i costi che si pagano alla democrazia dell'informazione. D'altra parte Marra, come direttore ed editore di un'agenzia di stampa, - conclude il legale - sa che si possono pagare dei costi sull'altare della democrazia dell'informazione".