\\ Home Page : Articolo : Stampa
Diffamazione: l'immunitŕ copre solo il parlamentare. Resta salva la responsabilitŕ del terzo che provvede alla diffusione delle offese
Di Loredana Morandi (del 21/08/2010 @ 10:37:45, in Sindacato, linkato 1544 volte)
News  17/08/2010 

Diffamazione: l'immunità copre solo il parlamentare. Resta salva la responsabilità del terzo che provvede alla diffusione delle offese

Giulia Gioffreda

Secondo il dettame dell’art. 68 della Carta Costituzionale, i membri del Parlamento non sono chiamati a rispondere delle opinioni da loro stessi espresse. Ma l’immunità parlamentare non tocca l’oggettività del fatto quando queste opinioni configurano un’offesa che lede la dignità e l’onore altrui, con la conseguenza che non resta precluso l’accertamento della responsabilità del terzo che si sia occupato della diffusione del messaggio offensivo, concorrendo a produrre il danno ingiusto da diffamazione.

Secondo tale ragionamento la Cassazione, con la sentenza 16382/10 ha accettato il ricorso proposto dall’Onorevole Di Pietro contro l’emittente televisiva RTI.

Il caso risale a una trasmissione del 1994: “Sgarbi quotidiani”. Un titolo contenente un gioco di parole da riferirsi non solo al cognome del presentatore, ma che lasciava sottintendere anche le piccole (talvolta grandi) frecciatine scagliate contro i rappresentanti dello scenario politico dell’epoca.

Risentitosi delle reiterate offese, Antonio Di Pietro aveva chiesto la condanna per diffamazione dell’altrettanto Onorevole Vittorio Sgarbi, nonché dell’emittente televisiva, al pagamento della somma di 25mila euro e la pubblicazione del dispositivo della sentenza sui maggiori quotidiani nazionali.

Mentre il tribunale di Roma, avendo accertato il contenuto lesivo delle dichiarazioni, aveva accolto le richieste dell’attuale leader dell’IdV, in senso contrario si è pronunciata la corte d’Appello che, rilevando l’improcedibilità verso un deputato, ha rigettato le domande di Di Pietro e ritenuto infondata la domanda verso la rete televisiva.

Arrivata la questione in Cassazione, i giudici di legittimità hanno notato che, nonostante l’art. 68 della Costituzione introduca una causa soggettiva di esclusione della punibilità, tale prerogativa non incide sull’essenza illecita del fatto stesso, relativamente al quale l’ente televisivo può essere chiamato a rispondere sia in sede penale che civile. La valutazione dell’antigiuridicità del fatto - proseguono gli “ermellini” - non viene elisa dalla guarentigia, ma sussiste in relazione alla verifica del contenuto offensivo e denigratorio in punto di lesione dei diritti umani ed inviolabili della persona. L’illiceità del fatto deriva, invero, dalla lesione del diritto inviolabile della dignità della persona, che trova la sua fonte etica e giuridica nei primi articoli della Costituzione. Nell’affermare che la verifica della lesione del diritto e, parimenti, l’esclusione di tale violazione devono essere sorretti da tutt’altro accertamento e da una motivazione diversa, la corte Suprema ha bacchettato quella che definisce un’“amara consuetudine di aggressioni e ritorsioni politiche”. Così ragionando da P.za Cavour è stata rilevata la necessità di tutelare l’onore e la dignità umana, nel rispetto di quella tolleranza e civiltà giuridica che le nostre tradizioni comuni devono evidenziare come regole di una comunità coesa da un fascio di valori giuridici ed etici non rinunciabili. La questione è stata quindi rimessa ad altra sezione della Corte d’appello di Roma che tornerà a pronunciarsi nel merito, seguendo il principio per cui l’insindacabilità delle opinioni espresse da un onorevole non traslano l’immunità anche su chi si fa carico di divulgarle aggravando l’eventuale offesa grazie alla natura espansiva del mezzo di diffusione, costituito in questo caso dall’emittente televisiva.

da "Diritto&Giustizia"

La Stampa