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Anno Giudiziario 2010 - Distretto di Torino - Relazione di Livio Pepino membro del CSM
Di Loredana Morandi (del 01/02/2010 @ 06:20:47, in Magistratura, linkato 1449 volte)
ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Torino

Relazione dr. Livio Pepino
Consiglio Superiore della Magistratura

Torino 30 gennaio 2010



Presidente, Autorità, Cittadini,

mancano pochi mesi al termine della dodicesima legislatura del Consiglio superiore della magistratura. E mentre questa scadenza si avvicina assistiamo a difficoltà crescenti per la giustizia, per il governo autonomo della magistratura, per lo stesso assetto costituzionale del Paese (profili indissolubilmente connessi come segnala il fatto che la stragrande maggioranza dei magistrati presenti – e io, idealmente, con loro – sono venuti qui indossando insieme la toga e la Carta fondamentale della Repubblica). Questa situazione mi impone, come componente del Consiglio (e con le peculiarità che caratterizzano ogni componente di un organismo collegiale e culturalmente pluralista) di fermarmi proprio sulle difficoltà e sui problemi. Limitarmi all'elenco e alla illustrazione delle cose fatte (del resto analiticamente esposte nel poderoso volume che ho consegnato alla presidenza) sarebbe, infatti, elusivo. Lo farò senza reticenze, perché non è tempo di prudenze e timidezze, che ogni giorni di più mi appaiono – come ha scritto tempo fa E. Scalfari in un editoriale di Repubblica – – «lo specchio d'una profonda indifferenza dello spirito pubblico, ormai ripiegato sul tirare a campare del giorno per giorno, senza memoria del passato né prospettiva di futuro».

Ieri l'altro, parlando a Reggio Calabria, il ministro della giustizia ha detto che le inaugurazioni dell'anno giudiziario sono cerimonie fatte non per i giudici ma per i cittadini. Condivido l’impostazione. Bisogna cercare di dire ai cittadini – con verità e senza demagogia – ciò che sta accadendo. Proverò a farlo dal versante del Consiglio superiore, fermandomi, in particolare, su quattro punti.
 

1. La crisi della giustizia – lo ha ricordato e ne ha fornito alcune cifre, prima di me, il presidente Barbuto – è grave e profonda. Leggere che un giudice (in Italia, non importa dove) apre un'agenda e dice alle parti esterrefatte che nella loro causa la prossima udienza si terrà nel 2018 non è solo uno scandalo e una vergogna; è la fine della giustizia ed è, anche, la trasformazione dei giudici da garanti dei diritti e risolutori di conflitti in calendari parlanti. Non è sempre e dappertutto così; ci sono, al contrario, diffuse isole felici e crescenti esperienze virtuose (come è emerso anche dalla relazione introduttiva di questa inaugurazione). Ma la denegata giustizia resta una parte significativa della realtà. Ebbene, denunciarlo non basta. Anzi, per chi ha responsabilità di governo, fermarsi alla descrizione e alla denuncia senza proseguire con la individuazione delle ragioni e l’indicazione dei rimedi è solo ipocrisia (prossima alla complicità) .

Il Consiglio superiore ha provato, in questi anni, a reagire: ha elaborato decine di pareri sui progetti governativi di riforma della legislazione sostanziale e processuale (pareri non certo pregiudizialmente ostili, come potrà vedere chiunque avrà la curiosità e la pazienza di leggerli); ha formulato richieste specifiche e altrettanto specifiche proposte sul piano della organizzazione (da ultimo, la settimana scorsa, riproponendo – non in termini ideologici ma in modo pragmatico – la questione del necessario ripensamento della geografia giudiziaria: anche per piccoli passi, cominciando con l’accorpare tribunali il cui bacino di utenza è di poche decine di migliaia di donne e uomini e il cui organico è inferiore alle dieci unità...); ha segnalato sin dal suo insediamento l'insostenibilità delle carenze di organico; ha denunciato gli effetti paralizzanti di alcune modifiche ordinamentali (come quella sulla impossibilità di destinare i magistrati di prima nomina alle Procure e alle funzioni monocratiche); ha proposto rimedi; ha incentivato e diffuso le esperienze di buone pratiche nate nei singoli uffici (anche andando a portare il suo contributo in sedi particolarmente sofferenti, da Reggio Calabria a Gorizia).

Gli si è detto che fa politica e che invade campi altrui proponendosi come terza camera (sic!). Gli si è richiesto, in sostanza, di “non disturbare il manovratore”. E intanto, mentre le scoperture di organico dei magistrati sono ormai superiori a mille (su 9.000 giudici e pubblici ministeri), la preoccupazione principale di alcuni settori della politica sembra quella di inserire nelle pieghe di un qualche provvedimento legislativo dedicato a tutt’altro la possibilità per i vertici degli uffici giudiziari di restare in servizio sino a 76 o 78 anni (!); decine di Procure hanno scoperture maggiori dell'80%; tre procure siciliane sono totalmente prive di sostituti e prossime alla vera e propria chiusura; gli organici del personale ausiliario sono stati ridotti, persino sulla carta, di oltre 3.600 unità (grazie a un decreto del presidente del Consiglio del 15 dicembre 2008 che ha riscritto gli organici sulla base della situazione di fatto); la produzione legislativa in materia di giustizia cresce al ritmo di una legge ogni due o tre mesi, spesso in modo scoordinato e incidendo direttamente sui processi in corso; e si pensa di risolvere il problema dello sfascio organizzativo affermando per legge che il processo deve essere breve (e che se così non è, semplicemente non si fa!).

Dove stanno le responsabilità della crisi?
 

2. Ma, si dice – lo dicono il Ministro e una certa disinvolta pubblicistica – la colpa è dei magistrati che lavorano poco e male e del Consiglio superiore il quale, invece di pensare alle sorti della giustizia, si preoccupa di tutelare la corporazione. Certo anche nella magistratura ci sono come in tutte le organizzazioni sociali e professionali problemi, carenze, insufficienze. Ma i dati europei – citati dal presidente Barbuto e quelli dello stesso ministero della giustizia – raccontano un’altra storia. La storia di una magistratura che ha indici di produttività maggiori della gran parte degli altri paesi europei e che, nonostante il disastro amministrativo, definisce negli ultimi anni un numero di processi sostanzialmente pari (e in taluni casi anche maggiore) rispetto alle sopravvenienze, mentre ciò che paralizza la situazione è l'arretrato (per la cui definizione manca un qualunque progetto organico, quando è evidente che non può bastare il pur necessario sforzo organizzativo dei singoli uffici.

Ed è sotto gli occhi di tutti la vicenda di un Consiglio superiore impegnato in uno sforzo di rinnovamento senza precedenti (e senza uguali in altri settori della pubblica amministrazione) emblematicamente rappresentato dal ricambio epocale di dirigenti degli uffici (oltre 350 direttivi e 400 semidirettivi negli ultimi due anni e mezzo con un rinnovamento rispettivamente del 65% e del 55% e un ringiovanimento di notevoli proporzioni). È sotto gli occhi di tutto la realtà di un Consiglio superiore impegnato in una attività di formazione e di confronto dei dirigenti e dei magistrati per far crescere un modello di giudice e di pubblico ministero attento alle esigenze del servizio nella piena consapevolezza che, per usare parole di Luigi Ferrajoli, chi entra in un’aula di giustizia «ricorderà e giudicherà il suo giudice, ne valuterà l’equilibrio o l’arroganza, il rispetto oppure il disprezzo per la persona, la capacità di ascoltare le sue ragioni oppure l’ottusità burocratica, l’imparzialità o il pre-giudizio. Ricorderà, soprattutto, se quel giudice gli ha fatto paura o gli ha suscitato fiducia. Solo in questo caso ne avvertirà e ne difenderà l’indipendenza come una sua garanzia, come una garanzia dei suoi diritti di cittadino». È, infine, sotto gli occhi di tutti – almeno di chi non vuole nascondere anche l’evidenza – la realtà di un Consiglio superiore impegnato con rigore a contrastare le prassi deteriori anche sul piano disciplinare. Non sono tra quelli che misurano la bontà del giudice, ivi compreso quello disciplinare, dalla quantità delle condanne ed assumo, dunque, i numeri come semplici indicatori di tendenza: ma – in modo tendenziale, appunto – un giudizio di equità e rigore sembra appropriato a fronte di 92 condanne pronunciate nel triennio (a cui vanno affiancati 50 pensionamenti anticipati intervenuti durante l'iter processuale, costituenti una sorta di risultato indiretto della iniziativa disciplinare...), poco più di 200 assoluzioni per ragioni di merito e ben 22 provvedimenti cautelari di sospensione dal servizio o di trasferimento di ufficio. 

Perché allora la ricorrente presentazione di un Consiglio superiore rissoso e protervo, di pari passo con quella di una magistratura inefficiente e parziale?
 

3. La risposta – e arrivo così al terzo punto – la si ricava agevolmente sol che si consideri la ricorrente presentazione della situazione attuale come un improprio scontro tra giustizia e politica alimentato da un Consiglio superiore indebitamente politicizzato (o, addirittura, "avversario politico" – cito tra virgolette – della maggioranza o del suo leader). Siamo a quello che viene presentato come il punto principale di sofferenza del sistema (quello che – per dirla con la brutalità di un indimenticato guardasigilli di qualche anno fa – induce il Governo a non fornire risorse a un potere giudiziario di cui non si fida).

La mia esperienza consiliare mi induce a una grande attenzione alle parole, con le quali si possono costruire realtà virtuali e, poi, con l'ossessiva ripetizione, trasformarle in "verità" anche quando non lo sono. Ebbene io credo – e coerentemente con questa impostazione si è mosso il Consiglio – che ciò a cui quotidianamente assistiamo non è uno scontro tra poteri ma una aggressione senza precedenti alla giurisdizione. Alla giurisdizione, sottolineo, e non alla magistratura (pur se essa si manifesta anche con attacchi personali ai singoli magistrati, colpevoli – magari – di indossare calzini azzurri o di aspettare disciplinatamente il proprio turno dal barbiere...). Aggressione alla giurisdizione che si sostanzia nel rifiuto della sua stessa funzione filtrato dalla affermazione che il vincolo della legge e delle regole sarebbe è superato dal consenso e dal voto. Questo è il nodo del contendere e non certo specifiche critiche a specifici provvedimenti giudiziari (non solo legittime ma indispensabili per realizzare una corretta dialettica tra opinione pubblica e operato dei giudici).

In questa situazione non è una invasione di capo ma un dovere la “pretesa” del Consiglio superiore di rassicurare i giudici sul loro ruolo, che in uno Stato di diritto non può che essere – piaccia o non piaccia al sovrano contingente – quello «di intervenire a riparare i torti subiti, a tutelare il singolo anche se la maggior parte o perfino la totalità degli altri si schierano contro di lui, ad assolvere in mancanza di prove quando l'opinione comune vorrebbe la condanna o a condannare in presenza di prove quando la medesima opinione vorrebbe l'assoluzione» (così, ancora, Luigi Ferrajoli).


4. Un ultimo punto mi preme toccare. Questo Consiglio ha fatto molto. Ho già ricordato il profondo rinnovamento della dirigenza degli uffici (che appena tre anni fa pochi ritenevano possibile...) e voglio citare ancora la radicale riforma del sistema dei trasferimenti (che stanno ora avvenendo in tempo reale, cioè nel giro di due tre masi dalla scadenza dei relativi bandi) e la messa a punto di un sistema di valutazioni di professionalità che si appresta ad imboccare la strada dei fatti e non quella degli aggettivi (e, magari, dei superlativi). È stato un risultato positivo di grande importanza che va rivendicato anche se, nella realizzazione concreta possono esserci stati errori e inadeguatezze, probabilmente ineliminabili date le dimensioni dell'intervento.

E tuttavia non sono mancati – non mancano – i problemi e le ombre. E il Consiglio deve saper guardare criticamente anche al proprio interno, alle proprie cadute, alle proprie incapacità, alle proprie debolezze. Tra queste ciò che viene maggiormente segnalato e criticato – anche all'interno della magistratura – e che costituisce la base per disparate e talora surreali proposte di riforme (penso, per esempio, all’ipotesi della “rappresentanza per sorteggio”), è l'asserita esistenza di un diffuso e inaccettabile clientelismo. V'è, in questa denuncia, del vero. Lo ho detto più volte – con riferimento a casi specifici – in Consiglio e non lo negherò certo qui. Ma ancora una volta, se si vogliono evitare danni ancora maggiori, occorre essere rigorosi nella analisi e nella individuazione dei rimedi. Oggi è diventato pensiero diffuso quello secondo cui del clientelismo, come di ogni altro male, sono responsabili le correnti dei magistrati. Non ne sono – anche alla luce dell'esperienza consiliare – così sicuro. Non ho qui il tempo di argomentare in modo approfondito sul punto. Ma mi soccorre – almeno – l'esperienza storica.  Quando i magistrati erano tutti intruppati nel partito nazionale fascista  e le correnti erano solo un fenomeno atmosferico il ministro Grandi si sentì in dovere, il 7 maggio 1940, di inviare agli uffici un telegramma-circolare per sottolineare la necessità (quantomeno) di evitare il flusso e la permanenza a Roma dei magistrati che assediavano i componenti del Consiglio superiore per tutto il tempo in cui gli stessi erano impegnati negli scrutini o nelle promozioni. Né la situazione migliorò in epoca repubblicana, prima della nascita delle correnti, almeno a giudicare dal grottesco ritratto con cui D. Troisi descrive (in Diario di un giudice del 1955) il collega in lacrime perché, non conoscendo né vescovi né cardinali, non poteva ambire alla "meritata promozione"... Certo le correnti non hanno saputo debellare, in toto o in maniera adeguata, questo malcostume nazionale che contagia anche il sistema giudiziario. E questa è una loro indubbia responsabilità (anche se bisognerebbe distinguere, ché l’affermazione secondo cui «così fan tutti» è falsa e funzionale spesso a giustificare le abitudini di chi la recita...). Ma la situazione è oggi certamente migliore che in passato e il rigore, la coerenza, la trasparenza di molti – alimentati e consentiti dal pluralismo che caratterizza il Consiglio – sta dando frutti.

Attenzione, dunque, a non cambiare in peggio.