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La Guerra dei Giornali: Editoriale di Antonio Polito de "Il Riformista"
Di Loredana Morandi (del 14/10/2009 @ 06:25:24, in Sindacato, linkato 2278 volte)
Ahaa.. che riposo! Niente super maggiorate, reggicalze o tacchi a spillo nelle parole di Polito...  ; - )

Ci vogliono zittire


di Antonio Polito

Intolleranza. Eugenio Scalfari protesta con la Rai perché ci ha lasciato parlare al Tg1. Il ministro La Russa ci minaccia a Matrix perché difendiamo la Consulta. Pensare con la propria testa sta diventando pericoloso.

Il coraggio intellettuale della verità e l'attività politica sono due cose incompatibili in Italia.
Pier Paolo Pasolini (Scritti corsari, 1975)

Se fossimo un giornale come tanti altri (come quasi tutti, al giorno d'oggi), faremmo il titolo che leggete oggi sulla nostra prima pagina: «Ci vogliono zittire». Siccome siamo diversi, lo facciamo lo stesso e ci prendiamo un po' in giro. Ma fino a un certo punto. Perché ho visto cose che voi umani non avreste mai potuto immaginare, per dirla con le parole del replicante di Blade Runner, e ai nostri lettori voglio raccontare un paio di storie istruttive.

La prima riguarda Eugenio Scalfari e me. È andata così. Il Tg1 mi ha chiesto lunedì di fare una dichiarazione sull'ultimo caso de Bortoli, e cioè sull'attacco che il direttore del Corriere ha subìto da Scalfari, e sulla sua risposta. Ho accettato di dire la mia, ma poiché ritenevo che le accuse del premier a de Bortoli («fa un giornale di sinistra»), fossero più gravi di quelle di Scalfari («non lo fa abbastanza contro Berlusconi»), sono partito dal premier.

Difendo il Corriere dalle accuse di Berlusconi - ho detto - il quale troppo spesso scambia la libertà di stampa per faziosità politica. E poi ho aggiunto che difendo de Bortoli anche dalle accuse di chi, come Scalfari, contesta al Corriere di essere troppo poco anti-berlusconiano, o comunque di non esserlo secondo il canone Repubblica.

Del servizio del Tg1 che ha preceduto le mie dichiarazioni io non rispondo, né rispondo delle altre dichiarazioni rese da de Bortoli e Belpietro; e lascio volentieri al Cda-editore della Rai, il cui presidente Garimberti ha già annunciato un'inchiesta, stabilire se è stata violata la par condicio che Scalfari pretende sia applicata a sé come se fosse un partito. Ma rispondo delle mie parole, le confermo una per una e mi domando se quei giudizi rientrino oppure no nella libertà di stampa e di espressione del pensiero in nome della quale si è appena fatta una manifestazione, cui ha partecipato Scalfari medesimo.

Il fondatore di Repubblica non ha gradito le mie opinioni. Lo capisco, a nessuno di noi piace sentirsi criticato. Ma invece di contestarmi ciò che ho detto, mi ha liquidato così (insieme a Belpietro): «Questi due colleghi fanno da tempo parte organica del club di Bruno Vespa ed è evidente che prendano da me tutte le distanze possibili». Che cosa c'entri il club Bruno Vespa non lo so, non so nemmeno se esista, e se esistesse mi comporterei come Groucho Marx, che non si sarebbe mai iscritto a un club che lo accettasse come socio. Ciò che so è che l'argomento per contrastare un diverso argomento, anche in teste ancora lucide come quella di Scalfari, è ormai sempre e solo quello: appartieni a un altro club. O stai nel club degli amici o in quello dei nemici, e non c'è terra di mezzo. E se non c'è terra di mezzo non c'è più giornalismo nel senso classico del termine, ma solo propagandisti e corifei, di questo o di quell'altro interesse politico.

La seconda storia che vi voglio raccontare riguarda invece il ministro La Russa e, anche qui, un programma televisivo. La sera della bocciatura del Lodo ero a Matrix, trasmissione Mediaset che mantiene una certa attenzione alla pluralità delle opinioni, e ho avuto uno scambio infuocato col ministro. Gli ho rimproverato di accusare la Consulta («sentenza politica», gridava), e gli ho ricordato che è un ministro della Repubblica, che fa dunque parte di un organo costituzionale, e che avendo giurato sulla Costituzione dovrebbe contribuire a difendere la dignità e la credibilità degli altri organi costituzionali, Consulta compresa.

Gli ho poi rimproverato le frasi contro il Capo dello Stato che aveva appena pronunciato Berlusconi, più o meno con gli stessi argomenti. Il ministro era in evidente difficoltà. Ha tentato di salvare capra e cavoli, e cioè funzione istituzionale e partigianeria politica. Gli è riuscito male. Così, in una pausa per la pubblicità, è esploso. Mi ha urlato un paio di volte, davanti a tutto lo studio, al conduttore e agli ospiti, che mi avrebbe fatto «un coso così», e mentre lo urlava metteva le mani a tarallo perché fosse chiaro a che si riferiva. Credo che se ne sia accorto anche qualche telespettatore, perché quando è ripartita la diretta il ministro era ancora alterato e nella posa minatoria. Io ci ho riso sopra, e ho lasciato perdere. Per fortuna sono passati i tempi in cui si doveva davvero temere che Ignazio La Russa e i suoi camerati di allora ti facessero «un coso così».

Ma la storia mi è tornata in mente ieri mattina, quando ho letto sul Corriere una pensosa intervista del ministro in cui chiedeva «una tregua» nello scontro istituzionale, affermava anzi che il suo partito deve fare «il primo passo», e diceva: «Io per esempio non ho condiviso l'aver gettato nel calderone delle polemiche il Capo dello Stato, che a mio giudizio si è sempre comportato correttamente». E io mi sono detto: ma benedett'uomo, non ci poteva pensare prima? Non poteva ammetterlo l'altra sera a Matrix, ciò che oggi afferma e che a me voleva far pagare con «un coso così»? Mah.

Queste due storielle dicono solo questo: che oggi stare in mezzo, non iscriversi pregiudizialmente a una tifoseria, giudicare caso per caso, è diventato molto difficile. Lo è per un galantuomo come Napolitano, lo è per il presidente della Camera Fini, lo è per il Corriere e, si parva licet, lo è anche per questo piccolo giornale. Se visto da questo punto di vista, se inteso come chiusura di ogni spazio intermedio nella guerra civile dei due eserciti, il «vogliono zittirci» non è poi tanto ironico. Se potessero, ci zittirebbero tutti. Ma noi insistiamo. Non praevalebunt (si spera).

Ps. La citazione di Pasolini che apre questo articolo mi è stata segnalata da Luca Ricolfi, uno dei pochi animatori del dibattito pubblico italiano che continua a venerare la verità e che non accetta mai di piegarla a fini di parte.

Il Riformista, mercoledì, 14 ottobre 2009