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Ci hanno tolto nostro figlio senza spiegarci il perché ...
Di Loredana Morandi (del 08/08/2009 @ 07:31:57, in Magistratura, linkato 1570 volte)
La frase chiave dell'articolo è "senza contraddittorio", ovvero fondato sulle dichiarazioni di vicini anonimi, psicologi che non hanno lavorato per l'opposizione delle parti e sul parere delle assistenti sociali, ovvero la prima fila delle corruzioni a capo del business dell'assistenzialismo selvaggio.

Rifiutare la perizia psicologica è prassi normale: io ad esempio rifiutai la perizia psicologica alle mie figlie, perché non avendo potuto contattare un perito di parte mi presentai dalla psicologa incaricata dal tribunale ove si discuteva la mia pratica di divorzio armata di un "registratore". La negazione totale a tal tipo di presenza "fisica" a tutela delle bambine mi insospettì molto sui pregiudizi della consulente e sulla sua personale "chiarezza", la mia lecita richiesta infatti fu approvata anche dalla magistrato del Tribunale civile di Roma, una donna di grande intelligenza (e bellissima), nonostante l'ovvio parere sfavorevole (il parere di una sciocca visto che l'altro genitore era addirittura dimissionario per il trasferimento ad altro Continente) perché il primo dovere del genitore che "resta" è quello di prendersi cura dei figli, anche impedendo i traumi casuali e/o causali di un interrogatorio psicologico, come nel mio caso, voluto dall'avvocato sciatto e disordinato del mio ex marito, che mirava esclusivamente a "soldi".

La Cassazione ha recentemente sentenziato la liceità di dare del "Rovina Famiglie" al "Terzo" per antonomasia, purtroppo però si incontrano moltissime terzietà letali a questo Istituto Umano che è la Famiglia: un principale mobbizzatore, i suoceri invadenti, l'invidia o la povertà. A tutto questo segue quasi in tutti i casi la "sordità" e/o la "superbia" di tante professioni inutili. E, ehm.. devo aver già detto che Freud e Jung erano massoni ... L.M.

L'articolo ...

«Ci hanno tolto nostro figlio

senza spiegarci il perché»

07 agosto 2009
di graziano cetara


La denuncia di una coppia di genitori, lui funzionario pubblico, lei professionista, che da due anni vivono lontano dal figlio affidato a una comunità. Ufficialmente il padre, definito violento da testimoni anche anonimi si sarebbe rifiutato di sottoporsi a perizia psichiatrica

«Quando torno a casa?». La voce di Marco, 10 anni, arriva attraverso il telefono una volta alla settimana da quasi tre anni. Da un luogo che fino a tre mesi fa era segreto. Ogni volta la stessa domanda, ogni volta per risposta lo stesso silenzio. È come se fosse in prigione, Marco, condannato senza sentenza e senza appello. Invece è ospite della comunità che i giudici e gli assistenti sociali hanno scelto per lui e per il suo bene. Suo padre e sua madre non sono capaci a fare i genitori. Per questo una mattina cinque poliziotti dell’anti crimine in divisa (uno con il giubbotto anti proiettile) si sono presentati a casa di Marco e lo hanno portato via. Lo ha deciso il tribunale dei minorenni. Senza un contraddittorio, ma quel che è peggio, senza che mamma e papà - due persone come tanti, professionista lei, funzionario pubblico lui - sapessero il perché.

È una delle storie che emergono dalle nebbie di paura e dolore nelle quali sono avvolti molti casi di giustizia minorile. «Ingiustizia minorile» avverte il padre, protagonista di questa vicenda che raccontiamo sfumando i dettagli e oscurando i nomi. Per rispetto della privacy in particolar modo dei minori coinvolti ma anche «perché il timore di ritorsioni da parte dei giudici e degli assistenti sociali è reale», avverte il legale della famiglia. Chiedere ai giudici di difendere e sostenere il loro operato nello specifico è fatica inutile: il segreto istruttorio e il rispetto della privacy degli stessi protagonisti-accusatori dei loro casi impedisce ogni possibilità di verifica e di controllo.

«È questo il problema - attacca l’avvocato - quello di un giudice del tribunale dei minorenni è un potere pressoché assoluto per buona parte delegato ai servizi sociali del Comune». È il punto cruciale della questione sollevato a pochi giorni dall’ispezione del ministero della Giustizia, di cui ha dato notizia il Secolo XIX la settimana scorsa, che si è conclusa e che è stata chiesta e ottenuta dall’associazione Vela Latina, a partire dalle storie di cinque madri ecuadoriane. Sarebbero state discriminate dai giudici nell’ambito delle cause di separazione dai mariti italiani. Sulle accuse aleggia il sospetto che siano gli assistenti sociali a dettare legge in tribunale. Sospetto allontanato dal presidente in carica Adriano Sansa: «I nostri giudici operano in modo equilibrato nel rispetto della legge e dell’unico interesse dei bambini».

Tutti i particolari e i retroscena della storia e la testimonianza dei due genitori sull’edizione odierna del Secolo XIX in edicola.

Il Secolo XIX