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Sovraffollamento Carceri: l'Italia condannata a risarcire ex detenuto
Di Loredana Morandi (del 06/08/2009 @ 06:19:17, in Politica, linkato 1190 volte)
L'associazione Antigone: «Lo Stato rischia di dover pagare 64 milioni di euro»

Sovraffollamento carceri, l'Italia
condannata a risarcire un detenuto

La decisione della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo: 1000 euro per trattamenti inumani

STRASBURGO - L'Italia è stata condannata a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui è stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia. A stabilire che Izet Sulejmanovic, condannato per furto aggravato a due anni di detenzione, è stato vittima di «trattamenti inumani e degradanti» è la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo sulla base del ricorso presentato dal detenuto. Tra il novembre 2002 e l'aprile 2003, secondo quanto accertato dalla corte, Sulejmanovic ha condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, dunque, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali ha trascorso oltre diciotto ore al giorno.

STANDARD - La corte, nella sua decisione, rileva come la superficie a disposizione del detenuto è stata molto inferiore agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura che stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella. La situazione per il detenuto è poi migliorata essendo stato trasferito in altre celle occupate da un minor numero di detenuti, fino alla sua scarcerazione nell'ottobre del 2003. Per questo la corte ha condannato l'Italia a un risarcimento di mille euro nei confronti di Sulejmanovic.

NUMERI - Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, sono 63.587 i detenuti nelle carceri italiane. Il sovraffollamento resta insomma un problema aperto. I dati resi noti solo a metà giugno dal Dap segnalavano un totale di 63.416 detenuti. Le ultime rilevazioni, che il ministero della Giustizia ha pubblicato sul proprio sito, indicano quindi un ulteriore aumento di oltre 170 reclusi. Numeri di questa entità non si sono mai registrati dal dopoguerra a oggi. Non solo. La metà dei detenuti nelle carceri italiane è in attesa di giudizio. Le cifre comunicate dal ministero indicano infatti che su un totale di 63.587 reclusi, 30.436 sono in carcere in qualità di imputati, e quindi in via cautelare in attesa del processo, e altri 31.192 sono invece già stati condannati. Gli internati per motivi psichici sono 1.820. La posizione di altri 139 detenuti, infine, risulta ancora da classificare. Da un punto di vista territoriale, è la Lombardia la regione con il maggior numero di reclusi, con 8.455 persone in carcere. Seguono la Sicilia (7.587) e la Campania (7.437). Il Sappe lancia l'allarme, denunciando come la situazione delle carceri sia, in alcune regioni, ampiamente oltre il limite. Secondo il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria le strutture detentive italiane «si sono ridotte a meri depositi di vite umane» e sono ben 11 le regioni che hanno superato la capienza tollerabile: Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d'Aosta e Veneto. Altre due, inoltre, la Lombardia e la Basilicata, sono al limite. Tutto ciò a fronte di una pesante carenza di organico nelle file della polizia penitenziaria. «A livello nazionale - sottolinea il segretario, Donato Capece - sono in totale in servizio 35.300 persone» che devono fare i conti con «turni di servizio, piantonamento, servizio di traduzioni, riposi e assenze».

INDENNIZZI - «Poiché in Italia i detenuti che vivono in condizioni di sovraffollamento sono la quasi totalità - dichiara Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione 'Antigone' che si batte per i diritti nelle carceri, commentando la notizia della condanna - lo Stato rischia di dover pagare 64 milioni di euro di indennizzi». «La condanna dell'Italia da parte della corte dei diritti dell'uomo impone al governo soluzioni definitive per le carceri - dice Gonnella - e mette definitivamente fuori legge l'attuale gestione del sistema penitenziario».

L'AVVOCATO - «La Corte europea - dice invece l'avvocato Alessandra Mari -ha affermato che il sovraffollamento delle carceri rappresenta un trattamento inumano e degradante: è un principio importante e fondamentale, ed era proprio questo l'obiettivo del ricorso». Il ricorso, spiega l'avvocato che assieme al collega Nicolò Paoletti ha seguito la vicenda, è stato presentato nel 2003, subito dopo la scarcerazione di Sulejmanovic. Ed è stato lo stesso cittadino bosniaco a volerlo presentare, visto che già una volta la Corte europea gli aveva dato ragione. A marzo del 2000, racconta infatti l'avvocato Mari, «Sulejmanovic e un'altra cinquantina di rom di origine bosniaca che vivevano in un campo nomadi a Roma, ricevettero un ordine di espulsione dall'Italia: imbarcati su un volo, furono tutti riportati in Bosnia». In quell'occasione Sulejmanovic si rivolse alla Corte Europea che, due anni dopo, gli diede in parte ragione dichiarando il suo ricorso ammissibile. La vicenda, prosegue il legale, si concluse con un accordo amichevole tra il governo italiano e i cinquanta rom, che consentì loro di rientrare nel nostro paese. In Italia però Sulejmanovic aveva alcune pendenze penali da scontare e così finì a Rebibbia. «Altri stati europei erano stati condannati per il sovraffollamento e ora il fatto che la Corte europea si sia pronunciata anche sull'Italia - ribadisce l'avvocato Mari - apre la strada a decine di ricorsi anche nel nostro paese».

IONTA - Franco Ionta, capo dell'attuale Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, evita di commentare la sentenza ma si limita ad osservare che «i mille euro sono di equo indennizzo perché l'arco temporale sofferto dal ricorrente è stato molto limitato. La condizione carceraria del bosniaco, tra l'altro, viene definita più che accettabile (anche dal punto di vista dell'assistenza sanitaria) visto che il detenuto trascorreva almeno dieci ore al giorno fuori dalla cella per svolgere altre attività. Personalmente non mi risultano ricorsi dello stesso genere pendenti davanti alla Corte di Strasburgo e non credo che casi denunciati dal detenuto bosniaco siano oggi così diffusi in Italia».


05 agosto 2009 (ultima modifica: 06 agosto 2009)