\\ Home Page : Articolo : Stampa
Giustizia: la riforma deve partire dalla magistratura
Di Loredana Morandi (del 02/03/2009 @ 06:42:01, in Magistratura, linkato 1456 volte)
La guerra delle procure ha avuto effetti di gran lunga più devastanti, di ogni altro attacco politico alla libertà di giurisdizione della magistratura. Questi i risultati ...

Giustizia, la riforma deve partire dai magistrati

di ANGELO MIELE
Lunedì 02 Marzo 2009 12:42

Nel suo appassionato e appassionante intervento sul tema, tanto dibattuto, del testamento biologico (che evoca la morte quale rimozione della sofferenza), apparso sull’Avanti! di domenica 24 febbraio, dal drammatico titolo “Io, assassino confesso di mia madre terminale”, Aldo Chiarle - emblema vivente del verace socialismo italiano -, con riferimento al mio articolo del 17 febbraio, da una parte, mi gratifica dell’appellativo di “illustre giurista”, che non credo mi si addica, dall’altra, mi attribuisce conclusioni sul caso Englaro, da lui non condivise, che io certamente non ho inteso esprimere, posto che avevo portato la mia riflessione sulla competenza (il potere) a decidere della vita e della morte di un essere umano, finendo con il disapprovare l’intervento di magistratura, governo e capo dello Stato. Probabilmente mi espressi in modo non chiaro.

Detto questo, desidero esternare fraternamente al caro compagno Aldo tutta la mia comprensione per la sua personalissima e tragica esperienza, che certamente ha segnato e accompagnato il suo percorso vitale. Se può essergli di conforto, sappia che anche la mia vita è stata un susseguirsi di dolorose vicende, fin dalla giovanissima età: persi mio padre - socialista aderente al gruppo che a Benevento faceva capo all’onorevole Basile; persi di lì a qualche anno il mio caro e giovane fratello, vittima innocente dell’epidemia di tifo (allora, la penicillina, scoperta da Fleming, non era ancora in commercio in Italia), che seminò numerosi lutti tra la popolazione; seguì la distruzione della mia casa ad opera dei bombardieri americani, che rasero al suolo mezza città. Avevo appena quattordici anni!

E qui mi fermo, per non correre il rischio di scrivere, sia pure in breve, una specie di diario. Ho fatto cenno ad alcune vicende della mia vita solo per dire che la sofferenza è parte inseparabile della nostra (nostra: di tutti) esistenza ed è, allo stesso tempo, una scuola che ci forgia, e tanto più quanto la sofferenza ci tocca in profondità. Avrò modo di tornare su questo tema del destino esistenziale dell’uomo, che continua per me a essere motivo di angoscia e questa volta Aldo non dissentirà da me. Anche il tema del diritto, in quanto racchiude ed esprime l’esperienza umana, è un tema che è permeato dalla sofferenza, come appunto, il caso di Eluana Englaro, che ha riguardato non solo la sfortunata giovane, cui la vita non ha arriso che per breve tempo, ma per i di lei genitori e, perché no, per buona parte della collettività. Oggi si discute del diritto alla vita ma anche del diritto alla morte per eliminare la sofferenza senza speranza, a vuoto, e in Parlamento si sta approntando - tra irriducibili contrasti - la legge sul testamento biologico, che è ritenuto conquista di civiltà: io, non credente, ho qualche dubbio. E la sofferenza non è solo quella fisica, ma anche quella psichica, ad esempio la sofferenza per la giustizia che il Cristianesimo ha elevato alla beatitudine: beati coloro che soffrono per la giustizia ché di essi è il regno dei cieli!

Quando decisi di abbracciare la professione di avvocato - scartando quella del giudice che è, invece, chiamato ad applicare il diritto e, quindi a infliggere sofferenze - scelsi di dedicarmi al processo penale, che è un po’ l’inferno della giustizia, dove, come non mai, la sofferenza umana raggiunge indicibili livelli (il grande Carnelutti, lui si giurista illustre, affermava, nel suo “Colloqui della sera”, che il processo fa soffrire l’uomo non tanto perché è colpevole, quanto per scoprire se lo è). E il processo penale fa soffrire non solo il colpevole (e i suoi familiari), ma anche e soprattutto l’innocente, spesso esposto alla gogna della pubblica opinione. L’esperienza professionale mi ha convinto che la giustizia umana è in balia continua dell’errore (errare humanum est). Voltaire, nel suo “Dizionario Filosofico”, ammoniva che bisogna cancellare dal vocabolario la parola “certezza”, perché quando i giudici dicono di essere certi nel giudicare non sospettano che l’errore è un’insidia che si nasconde di continuo sul loro cammino. Ma, una cosa è l’errore effetto della limitatezza umana nel pervenire alla reale conoscenza delle cose (e perciò, per dir così, errore normale), altra cosa è, invece, l’errore che dipende dalla deficiente organizzazione dello Stato e della giustizia. Come dire: errore strutturale (che perciò è destinato a riprodursi). Gli errori della nostra giustizia sono all’ordine del giorno, come informano le cronache quotidiane e le periodiche statistiche.

Certo, da avvocato difendo (devo difendere) anche il colpevole, perché anche questi è un uomo, per quanto malvagio sia, e quindi anche questi ha diritto a un giusto processo, secondo la legge che lo regola, e a una giusta pena. Ma lungo la mia carriera, una carriera (ahimè) di quasi mezzo secolo, è maturata in me la convinzione che non basta più fare la storia degli errori giudiziari (ed è già una storia lunga), occorre che si riveda tutto il sistema giustizia per limitare, al massimo, l’incidenza dell’errore del giudice e, quindi, la sofferenza di chi è coinvolto, a qualsiasi titolo, nel processo. Penso, perciò, che per l’alta funzione cui sono chiamati, i sacerdoti della legge debbano avere una professionalità adeguata e portare la responsabilità dei propri atti. Invece tutti possono constatare la mancanza dei due requisiti: in un saggio dal titolo “Il magistrato senza qualità”, Vito Massimo Caferra, magistrato, esponeva assai realisticamente la situazione nella sua corporazione e metteva, soprattutto, l’accento sulla politicizzazione di alcuni settori della magistratura, che ha fatto perdere credibilità all’intera classe di magistrati.

Poi, persino le pietre sanno che il magistrato non paga mai per i suoi errori: certamente non paga sul piano politico, perché essendo mero impiegato dello Stato non è soggetto al rendiconto al popolo; non paga neppure sul piano civilistico, perché la legge 117/1988 sulla responsabilità dei magistrati ne esclude la responsabilità “nell’attività d’interpretazione della legge e di valutazione dei fatti” (quanto dire l’intera attività); infine, non paga quasi mai in via disciplinare, perché la disciplina, essendo gestita dal Consiglio superiore della magistratura, che è una specie di consorteria di correnti a sfondo politico, non dà ampie garanzie di obiettività.Pertanto, la carriera basata sulla sola età e la irresponsabilità sono i due maggiori fattori genetici degli errori dei giudici e dei pubblici ministeri (la malagiustizia). Ecco perché ho approfondito i miei studi sull’organizzazione e sul funzionamento della giustizia, pervenendo alla conclusione che bisogna rivedere la macchina della giustizia, ma anche l’aspetto relativo ai soggetti addetti ad essa.

L'Avanti