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Di seguito gli articoli e le fotografie pubblicati nella giornata richiesta.
 
 
Articoli del 23/07/2010

Mi sono pronunciata su casi analoghi con la frase fin scherzosa "salvate il magistrato Rian" dai servizi sociali. Questo invece è un caso controverso, perché tutti protestano, Anm locale compresa. Ora, volendo l'Anm dar prova dei valori morali e costituzionali che la magistratura rappresenta per il paese,  nonostante le gravi delegittimazioni quotidiane, dovrebbe incaricare un pubblico ministero di indagare sul caso della giovane madre. Perché la situazione è incresciosissima e l'unica cosa davvero evidente  è che la donna indigente sia stata male informata oppure informata a suo stesso discapito nel porre in atto un "tentativo di affido condiviso con lo Stato", un istituto del diritto pressoché sconosciuto o mai visto posto in essere.  Chi l'ha consigliata? Come minimo si tratta di persona in stato di coercizione psicologica. Sotto gli occhi di tutti è la realtà: perché in Italia non c'è bisogno di adire alle vie legali nei confronti dello Stato, per essere ricoverate in una casa famiglia per ragazze madri o per percepire un assegno vitalizio dei servizi sociali.
Il giornalista del Corriere Trentino è efficacissimo: l'orientamento, parziale o definitivo che sia, è stato dato da una soffiata impietosa del personale ospedaliero. E qui la vicenda diviene estremamente delicata per il magistrato, che scegliendo la sottrazione del minore si macchierà comunque e subito dell'onere della gestione economica del caso. Si intuisce purtroppo che una cospicua quantità di denaro sia già in viaggio sulla vita di quel bimbo, anche fosse denaro pubblico. E' utile ribadire che un minore in "affidamento" genera reddito per un alloggio per orfani, una famiglia affidataria o per una associazione in misura molto maggiore di quanto non percepisca realmente una madre in difficoltà dai servizi sociali. E non sono forse denari dei contribuenti quelli erogati per tutti i periti? Poi di denaro ve ne potrebbe essere in circolazione a carattere criminale.
Indagate senza timore, a Roma è accaduto che una associazione percepisse denaro su minori mai neppur visti per l'interessamento doloso di una assistente sociale all'insaputa della madre. A Trento potreste trovare  intento a ghermire quella povera ragazza anche un circuito di italiani in relazione con chi si occupa del traffico di organi dall'europa del nord est e della compravendita di neonati pro adozioni o finte puerpere (tipico della compartecipazione ospedaliera).
Fin qui per la ragazza e per il suo bambino è sempre vero l'antico adagio: in un uomo o in una donna l'unica cosa certa è la madre. Ha ragione l'Anm, i magistrati sono uomini e donne, così per loro il primo diritto del bambino da difendere è sempre la sua storia e la famiglia di origine. L.M.

Trento: madre povera, il tribunale
le toglie il figlio subito dopo il parto


TRENTO. Subito dopo il parto, una giovane madre in difficoltà economiche si è vista sottrarre il figlio dal Tribunale per i minorenni di Trento in esecuzione di una procedura di adottabilità.

Il caso e' stato reso noto dallo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Raspadori, consulente tecnico di parte del Tribunale, che in una conferenza stampa ha criticato il meccanismo con cui i giudici dei minori applicano la sospensione della potestà genitoriale.

''La giovane, senza problemi di tossicodipendenza e con un reddito mensile di 500 euro, aveva scelto di tenere il figlio chiedendo un affido condiviso per il bimbo che momentaneamente non era in grado di mantenere'' ha detto Raspadori.

''A questo punto però il Tribunale, senza interpellarla, ha dato avvio alla procedura di adottabilità, levandole il figlio alla nascita''.

Solo dopo un mese, ha aggiunto Raspadori, la giovane si è potuta incontrare con il giudice, il quale ha deciso di avviare una perizia sulle 'capacità genitoriali' della madre.

''Una beffa, perché in questo modo la ragazza, cui è stato sottratto il diritto di essere madre dal primo momento, rivedrà il proprio figlio solo dopo otto mesi, con buona pace della fase primaria dell'attaccamento e della giustizia per il minore'' ha concluso Raspadori.

(Trentino Corriere Alpi - 21 luglio 2010)

***

Madre povera, le tolgono il figlio
Da Roma un camper di latte e pannolini


La storia della giovane mamma trentina alla quale è stato tolto il figlio appena nato perché ritenuta troppo povera dal tribunale dei minori di Trento ha commosso tutta l’Italia. Per lei è  già pronto un camper carico di prodotti per neonati

di Andrea Selva

TRENTO. Per la  giovane mamma in difficoltà economiche a cui il tribunale dei minori ha tolto il bimbo dopo il parto è pronto un camper carico di prodotti per neonati. L’offerta arriva da Roma, dove l’associazione Salvamamme è in grado di assicurare una scorta per un anno.

Ma la vicenda, sollevata dallo psicologo trentino Giuseppe Raspadori, consulente del Tribunale, ha provocato la reazione di magistrati e assistenti sociali. Una madre sola e giovanissima, che non è in grado di provvedere al figlio con il suo stipendio di 500 euro, ma che vuole ugualmente portare a termine la gravidanza finché interviene il tribunale dei minori avviando subito la procedura di adottabilità.

Una storia che non è finita (la madre potrebbe ricongiungersi con il figlio, ma questo dipenderà dal parere dei periti e dei magistrati al termine di un procedimento che è tuttora in corso) ma che già ha commosso l’Italia intera.

L’ultima offerta di solidarietà arriva appunto dall’associazione Salvamamme che è pronta a spedire in Trentino una fornitura di prodotti per neonato sufficiente per un anno: dagli omogeneizzati ai pannolini, ma anche vestitini, creme e altri prodotti per l’infanzia che possono aiutare la giovane mamma a far quadrare i conti a fine mese.

L’allarme era partito martedì nel corso di una conferenza stampa organizzata dallo psicologo Giuseppe Raspadori che in questa vicenda aveva il ruolo di consulente tecnico della giovane e ha voluto denunciare - al di là del singolo caso - le contraddizioni della giustizia minorile.

Ma i giudici non ci stanno. Con un comunicato diffuso ieri la sezione trentina dell’Associazione nazionale magistrati è intervenuta così: «Se ci fosse un provvedimento del giudice di tale tenore, lo si dovrebbe tirar fuori, evidenziandone quella parte della motivazione che basandosi sulle ragioni economiche e solo su queste abbia tolto il bimbo alla madre».

Ma per i giudici non è andata così. Al di là delle difficili condizioni economiche il bambino sarebbe stato tolto alla madre anche per tutelarlo da una situazione di pericolo segnalata dal personale dell’ospedale. E il comunicato continua così: «Poiché i giudici vogliono e devono difendere i diritti della collettività non toglierebbero mai un figlio ad una madre solo in considerazione del reddito. E’ importante che i cittadini lo sappiano».

Fiducia ai magistrati è arrivata dall’assessore alle Pari opportunità Lia Giovanazzi Beltrami che - pur non avendo potuto approfondire il caso specifico - ha sottolineato che “anche in casi precedenti l’attività del tribunale dei minori si è sempre rivelata corretta”.

Sul piede di guerra gli assistenti sociali - finiti nel mirino di Raspadori - che replicano attraverso il vice presidente regionale Gianmario Gazzi: «Proviamo rammarico per l’ennesima strumentalizzazione del lavoro dell’assistente sociale. Emerge dai numerosi articoli che sicuramente c’è un tessuto solidale ancora vivo, capace di attivarsi per aiutare gli altri, ma che trova risposte partecipate spesso solo nell’ottica emergenziale. Probabilmente se si potesse parlare di questi temi senza l’incessante ricerca di colpevoli e di errori, che non si possono escludere a priori da parte di tutti, situazioni così complesse potrebbero avere risposte migliori».

Polemiche che probabilmente alla giovane madre interessano poco: ha messo al mondo un figlio e se l’è visto portare via. Chiaro che la gente si commuova. Chiaro che i cittadini possano sospettare - come ha denunciato Raspadori - che il tribunale dei minori se lo conosci lo eviti.

(Trentino Corriere Alpi - 23 luglio 2010)
 
Di Loredana Morandi (pubblicato @ 19:50:19 in Magistratura, linkato 50 volte)
Associazione Nazionale Magistrati

http://www.giustiziaquotidiana.it/public/anm_100_anni.jpg

sull'iniziativa disciplinare


Il funzionamento del sistema disciplinare, soprattutto dopo la riforma del 2007 che ha, tra l'altro, tipizzato  illeciti di scarsa gravità, si sta dimostrando inidoneo a garantire allo stesso tempo la credibilità dell’ordine giudiziario e l’indipendenza dei magistrati.

Negli ultimi anni l’iniziativa disciplinare, che fa capo al ministro della Giustizia e al Procuratore generale, sembra orientarsi prevalentemente verso la sanzione  di violazioni di carattere formale, soprattutto in tema di termini per il deposito delle sentenze, valutate in maniera isolata e del tutto avulsa dal contesto organizzativo e lavorativo dell’ufficio. Scarsa o nulla è stata, invece,  l’attenzione ai temi dell’organizzazione degli uffici e della responsabilità dei dirigenti.

La forte impressione è che l’azione disciplinare si muova prevalentemente alla ricerca di capri espiatori piuttosto che all’individuazione di rimedi alle disfunzioni del sistema, consegnandoci un modello di magistrato burocrate, pavido, attento ai numeri e agli aspetti formali del proprio lavoro piuttosto che all’esigenza di rendere giustizia.

Del pari sono mancate, in questi anni, iniziative forti sul tema della questione morale nonostante i numerosi segnali di allarme provenienti da varie zone del paese.

Già in occasione della nota vicenda che coinvolse gli uffici di Salerno e Catanzaro l’Anm, nel condividere la richiesta di rigore nei confronti di ogni caduta di professionalità, chiese più volte e a gran voce almeno analogo rigore nei confronti di quelle situazioni di opacità, di collusione e di connivenza che erano all’origine di quelle vicende e che pure emergevano in tutta la loro evidenza.

Una richiesta, purtroppo, caduta nel vuoto.

Oggi registriamo con grande preoccupazione  come l’iniziativa disciplinare del Procuratore generale nei confronti del Presidente della corte d’Appello di Milano, non accompagnata da alcuna richiesta cautelare, finisca di fatto per sottrarre al Consiglio superiore della magistratura l’iniziativa su una vicenda che ha gettato grave discredito sull’istituzione giudiziaria e per rendere impossibile una risposta rapida e pronta a tutela della credibilità della magistratura.

Il tema della questione morale non può ammettere più compromessi, tentennamenti o incertezze. E le istituzioni giudiziarie hanno il dovere, a tutti i livelli, di dimostrare la propria capacità  di risposta e di reazione.
 

Roma, 23 luglio 2010

Luca Palamara, presidente Anm
Gioacchino Natoli, vicepresidente Anm
Giuseppe Cascini, segretario generale Anm
 
Caltanissetta: Mafia - politica, guerra tra toghe

Mantovano denuncia Lari al Csm:
«Superficiale»



MILANO - «Resto sconcertato per la superficialità con cui magistrati impegnati nelle indagini sulle stragi producano battute nella calca dei giornalisti che ti pressano, seguite da altrettanto improvvide correzioni di rotta, in cui, forse per distrarre l'attenzione dalle prime dichiarazioni, si polemizza con altri organi dello Stato». Ha deciso di rivolgersi al Csm il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano dopo aver letto sul Corriere della Sera di oggi le dichiarazioni del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari. Il magistrato nisseno che conduce l'inchiesta sulla strage di via D'Amelio, nel tentativo di spiegare le dichiarazioni del suo aggiunto, Domenico Gozzo, che aveva dubitato che la «politica possa raccogliere la verità che emerge dalle indagini», ha spiegato al Corriere della Sera che forse il riferimento è ad Alfredo Mantovano, il sottosegretario responsabile del sistema di protezione, che ha negato a Spatuzza lo status di collaboratore di giustizia. «Ho presentato un esposto al Csm - spiega Mantovano - perchè valuti l'opportunità di richiamare i magistrati al riserbo e del rispetto delle istituzioni».

IL PROGRAMMA Il sottosegretario ricorda che «la Commissione sui programmi di protezione, che presiedo, è composta, oltre che da me - unica figura con rilievo politico - da due magistrati e da cinque appartenenti a vario titolo alle forze di polizia e alla Dia, particolarmente specializzati nel contrasto alla criminalità mafiosa. I suoi provvedimenti sono motivati e sono sottoposti, se impugnati, al giudizio del Tar Lazio. Far coincidere quest'organo amministrativo con la politica qualifica quindi non questa Commissione ministeriale, ma chi ha usato queste espressioni».

Redazione online
Corriere Sera - 22 luglio 2010
 
CALABRIA/GIUSTIZIA: GALLO,
40 VINCITORI CONCORSO ASPETTANO ASSUNZIONI


(ASCA) - Reggio Calabria, 22 lug - ''Gli uffici giudiziari calabresi sono ridotti in ginocchio dalla carenza di personale, e 40 giovani calabresi, vincitori di concorso per cancellieri ed ufficiali giudiziari, rischiano di perdere il diritto al lavoro faticosamente conquistato''. Lo afferma Gianluca Gallo (Udc), consigliere regionale della Calabria, che lancia l'allarme, sollecitando l'intervento della Giunta regionale.

Una quarantina di calabresi che, dopo aver vinto un concorso per Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari, nonostante i vuoti d'organico che caratterizzano le Cancellerie dei Tribunali calabresi, potrebbero veder svanire nel nulla il loro diritto al lavoro. Spiega il consigliere regionale dell'Udc in una lettera inviata al Presidente della Giunta regionale, Giuseppe Scopelliti: ''Nel novembre del 2002 e' stato bandito un concorso per la copertura di 443 posti di cancellieri ed ufficiali giudiziari. L'anno seguente, sono state pubblicate le graduatorie e si e' proceduto alle prime, parziali immissioni in ruolo. Nel corso degli anni, a fronte delle ripetute strette nelle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni, s'e' provveduto all'assorbimento dei vincitori nei posti scoperti, pur se nel mancato rispetto del criterio della distrettualita', per cui e' avvenuto che molti calabresi siano stati impiegati al Nord''. A rimanere tagliati fuori del tutto da ogni possibilita', solo 50 idonei, di cui 38 calabresi. ''Nel 2009 - spiega Gallo - il Governo centrale ha imposto un ulteriore giro di vite nelle assunzioni pubbliche, prevedendo tuttavia la proroga al 31 dicembre 2010 delle graduatorie aperte, compresa quella fissata a seguito del concorso del novembre 2002''. Chiare le conseguenze: se entro la fine dell'anno non si procedera' all'immissione in ruolo dei 38 vincitori ancora senza lavoro, costoro vedranno sfumare definitivamente le loro speranze d'impiego''.

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DirittoDiCronaca.it
CASSANO - (Comunicato stampa) Gli uffici giudiziari calabresi sono ridotti in ginocchio ... vincitori di concorso per cancellieri ed ufficiali giudiziari, ...

 
Di Loredana Morandi (pubblicato @ 17:12:21 in Osservatorio Famiglia, linkato 65 volte)

AVV. NAPOLI, LA CONSULTA

SBAGLIA SUI PEDOFILI
 

(ASCA) - Reggio Calabria, 22 lug - Protesta l'Osservatorio sui Diritti dei Minori per la sentenza della Corte Costituzionale, che sancisce, nei casi di pedofilia e prostituzione minorile, la non obbligatorieta' del giudice a disporre o mantenere la custodia in carcere dell'indagato a favore di misure cautelari alternative.

L'avvocato Antonino Napoli, responsabile dell'Ufficio Legale dell'Osservatorio, critica la sentenza della Corte Costituzionale: ''Che non considera i pedofili malati a rischio di elevata reiterazione del reato''.

''Fino ad oggi - dice Napoli - l'unico strumento per evitare la reiterazione dei reati della stessa specie e' il carcere, pertanto erra la Corte Costituzionale nel ritenere che i fatti integranti i delitti in questione possono essere meramente individuali e tali da non postulare esigenze cautelari affrontabili solo e rigidamente con la massima misura. Tale impostazione - continua l'esponente dell'Osservatorio - potrebbe essere condivisibile solo se vi fossero in Italia normative volte ad imporre ai pedofili ed ai fruitori di materiale pedopornografico cure in strutture idonee al relativo trattamento, coniuganti anche le esigenze di cautela sociale''.

''La Corte Costituzionale - conclude Napoli - che dovrebbe essere la sentinella del diritto vivente, non ha considerato gli effetti devastanti di questa pronuncia, che consentira' agli accusati di pedofilia, nonostante la gravita' indiziaria a loro carico, di rimanere liberi e commettere indisturbati reati della stessa specie''.

''Ancora una volta - commenta Antonio marziale, Presidente dell'osservatorio sui diritti dei minori - la legge contempla donne e bambini quali cittadini di serie B e tutto cio' e' inaccettabile. Lo Stato dovrebbe garantire giustizia alle vittime, non agevolazioni ai delinquenti''.

red/mcc/bra

Vedi anche http://www.osservatoriominori.org/
 
Di Loredana Morandi (pubblicato @ 17:06:28 in Magistratura, linkato 66 volte)
Un cordone di sicurezza
per i magistrati del pool


Saranno rafforzate le protezioni dopo la scoperta del piano per uccidere Milita. L'imprenditore avrebbe offerto mezzo milione a un killer professionista. La mancata vittima dell'attentato è ora titolare del fascicolo su Nicola Cosentino

di DARIO DEL PORTO

Saranno rafforzate le misure di protezione per i magistrati del pool che indaga sul clan dei Casalesi. Nei giorni scorsi il procuratore capo Giandomenico Lepore ha informato il comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica del piano ideato nel 2006 per uccidere il pm Alessandro Milita. Il progetto sarebbe balenato nella mente di un imprenditore del settore dei rifiuti, più volte sospettato di rapporti con le cosche di Gomorra ma in passato assolto dall'accusa di camorra. L'uomo avrebbe offerto mezzo milione a un killer professionista chiedendogli di occuparsi dell'agguato. Scrupoloso, riservatissimo, Milita è attualmente titolare con il pm Giuseppe Narducci del fascicolo più delicato del momento, quello per concorso in associazione mafiosa aperto nei confronti del coordinatore regionale del Pdl Nicola Cosentino. Anche l'indagine su Cosentino ha incrociato il settore delle infiltrazioni dei clan nel settore dei rifiuti. Ma il piano per uccidere il pm Milita, va chiarito, risale ad almeno due anni prima che la Procura di Napoli aprisse il fascicolo sfociato a novembre scorso nella richiesta d'arresto nei confronti del parlamentare confermata dalla Cassazione e respinta dalla Camera dei deputati. Né agli atti risulta alcun collegamento, neppure in via indiretta o ipotetica, fra il disegno attribuito all'imprenditore e l'esponente politico di centrodestra.

L'articolo prosegue su La Repubblica - Napoli


L'attentato non sarebbe più scattato per due ragioni: innanzitutto per il tentativo del sicario di alzare il prezzo del delitto. La "trattativa" non andò a buon fine anche perché, poco dopo, l'imprenditore fu arrestato proprio nell'ambito di un'indagine condotta dal pm Milita. Ora dovranno essere individuati i riscontri all'ipotesi emersa durante un'indagine sul clan dei Casalesi. Ma il retroscena del disegno per eliminare il magistrato conferma la straordinaria pericolosità della criminalità attiva tra Napoli e Caserta. L'episodio appare ancora più allarmante perché il mandante dell'agguato, stando agli elementi fin qui in possesso degli inquirenti, sarebbe addirittura un "colletto bianco". Al momento la Procura non ha ritenuto necessario disporre la trasmissione degli atti a Roma, l'ufficio giudiziario competente per i reati commessi nei confronti dei magistrati napoletani: il piano infatti è rimasto inattuato e dato il tempo trascorso anche una eventuale ipotesi di minacce risulterebbe prossima alla prescrizione. Altra cosa però è il discorso sulla sicurezza.

Resta concreto il timore che i clan di Gomorra, messi alle corte dalla pressione investigativa esercitata in questi anni dal gruppo di lavoro coordinato dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho, possano reagire in maniera eclatante, come peraltro già accaduto durante la terribile primavera del 2008, quando il gruppo guidato da Giuseppe Setola scatenò un'offensiva di stampo stragista nei confronti di imprenditori che avevano denunciato il racket, familiari di pentiti ed extracomunitari. Quella stagione è ormai alle spalle, Setola e i suoi fedelissimi sono in carcere, ma il clan dei Casalesi è ancora vivo e in attività come testimoniano le indagini degli ultimi giorni. E ciclicamente si ripropongono i segnali di una forte fibrillazione sul territorio, che lasciano intravedere il pericolo di reazioni violente nei confronti dei soggetti più esposti, a cominciare dallo scrittore Roberto Saviano. Nessuno, in Procura, vuole abbassare la guardia. A Gomorra come nelle altre aree dove sono in corso delicatissime inchieste contro i clan.

(23 luglio 2010)
 
Sulla P2 sono d'accordo col dott. Colombo. Impossibile ripetere la P2 in questo periodo politico così greve e volgare. Che poi le mani in pasta ce l'abbiano le lobby e le logge massoniche sono convinta.. L.M.

P3/ Gherardo Colombo:
Ogni ombra su toghe fa soffrire Magistratura

Io non credo in Italia possa ripetersi la P2

Roma, 23 lug. (Apcom) - "Credo che i magistrati oltre ad essere indipendenti e imparziali, devono anche apparire tali. Tutte le volte che ciò viene messo in dubbio, l'intera Magistratura ne soffre". Lo dice il giudice Gherardo Colombo, pm sulla loggia P2 e protagonista di Mani Pulite, parlando a a Radio 24 della inchiesta sulla nuova P3.
Colombo si dice convinto che in Italia "la P2 non si può ripetere. Credo che la P2 - dice il Magistrato- sia stata caratterizzata da elementi che non sono così facilmente ripetibili. Credo sia necessario attendere la conclusione delle indagini".
"Posso dire - conclude- che la violazione della legge per il reato di associazione segreta oggi intervene con modalità diverse da quelle tipiche e specifiche che hanno causato allora l'emissione di quella legge".

***

Inchiesta eolico: Gherardo Colombo, la P2 non si puo' ripetere

Roma, 23 lug. (Adnkronos) - "Credo che la P2 sia stata caratterizzata da elementi che non sono cosi' facilmente ripetibili. Credo sia necessario attendere la conclusione delle indagini". Gherardo Colombo, gia' titolare dell'inchiesta sulla loggia massonica P2 di Licio Gelli commenta cosi' ai microfoni di Radio 24 la nuova inchiesta sulla cosiddetta P3.
"Posso dire che la violazione della legge per il reato di associazione segreta oggi interviene con modalita' diverse da quelle tipiche e specifiche che hanno causato allora l'emissione di quella legge", aggiunge Colombo. Sul ruolo dei magistrati coinvolti nell'inchiesta sulla P3, Colombo commenta: "Credo che i magistrati oltre ad essere indipendenti e imparziali, devono anche apparire tali. Tutte le volte che cio' viene messo in dubbio, l'intera Magistratura ne soffre".
 
Di Loredana Morandi (pubblicato @ 16:49:25 in Osservatorio Famiglia, linkato 66 volte)

Stuprata mentre fa jogging lungo il Po

L'aggressione alle sette del mattino,
la vittima è un medico di 32 anni


(ANSA) - TORINO, 23 LUG - Aggredita e stuprata da un maniaco mentre stava facendo jogging sulle rive del Po. E' avvenuto ieri mattina a Torino, come riporta il quotidiano locale 'CronacaQui'.

La donna, un medico di 32 anni, era andata a fare una corsa nel parco della Colletta dove la ha attesa un uomo di carnagione scura e dal fisico atletico, probabilmente straniero ma non africano, che l'ha gettata a terra e minacciata dicendo di avere un coltello e l'ha violentata.

Le urla della vittima hanno richiamato una coppia di frequentatori del parco, che ha messo in fuga il bruto e chiamato i carabinieri. La donna, in stato di choc, è stata trasportata all'ospedale Sant'Anna, dove è stata accertata la violenza.
 
Di Loredana Morandi (pubblicato @ 16:33:08 in Magistratura, linkato 55 volte)
Palamara e la giunta della ANM hanno sempre ragione. LM

P3, Anm:azione Pg sottrae a Csm
iniziativa disciplinare su Marra


venerdì 23 luglio 2010 16:05

ROMA (Reuters) - L'Associazione nazionale magistrati (Anm) esprime "grande preoccupazione" per il fatto che l'iniziativa disciplinare del Pg della Cassazione nei confronti del presidente della Corte d'Appello di Milano, Alfonso Marra, "non accompagnata da alcuna richiesta cautelare, finisca di fatto per sottrarre al Csm l'iniziativa su una vicenda che ha gettato grave discredito sull'istituzione giudiziaria e per rendere impossibile una risposta rapida e pronta a tutela della credibilità della magistratura".

Lo dice oggi la stessa associazione in una nota.

Marra è stato coinvolto nell'inchiesta della procura di Roma sulla cosiddetta P3, una presunta associazione segreta accusata di volere influenzare diverse istituzioni tra cui il Csm. L'organizzazione avrebbe fatto pressione su alcuni consiglieri del Csm per promuovere Marra alla corte d'Appello di Milano e in seguito sullo stesso magistrato a proposito del blocco, poi revocato, della lista del governatore della Lombardia Roberto Formigoni alle ultime elezioni Regionali.

La prima commissione del Csm ha avviato una procedura di trasferimento per Marra per incompatibilità ambientale e lunedì prossimo dovrebbe sentire il magistrato.

Per l'Anm "il tema della questione morale non può ammettere più compromessi, tentennamenti o incertezze. E le istituzioni giudiziarie hanno il dovere, a tutti i livelli, di dimostrare la propria capacità di risposta e di reazione".

Da parte sua, il pg della Cassazione ha reso noto in un comunicato della scorsa settimana di aver aperto un'indagine disciplinare in merito ai fatti emersi dall'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Roma nell'ambito dell'inchiesta.

Per l'Anm questa aziona disciplinare rischia di oscurare la procedura per il trasferimento avviata dal Csm.


La Rassegna

P3/Anm:Stop tentennamenti e incertezze
su questione morale toghe.


Preoccupa azione Pg su Marra, non tutela credibilità magistrati

Roma, 23 lug. (Apcom) – Il tema della questione morale nella maguistratura “non può ammettere più compromessi, tentennamenti o incertezze”. Lo affermano in una nota il presidente dell’Anm, Luca Palamara, il vicepresidente Gioacchino Natoli e il segretario generale Giuseppe Cascini dicendosi “preoccupati” per l’iniziativa disciplinare del Procuratore generale nei confronti del presidente della Corte d’appello di Milano, Alfonso Marra, coinvolto nella inchiesta sulla cosiddetta P3 che, rilevano, “non accompagnata da alcuna richiesta cautelare, finisce di fatto per sottrarre al Consiglio superiore della magistratura l’iniziativa su una vicenda che ha gettato grave discredito sull’istituzione giudiziaria e per rendere impossibile una risposta rapida e pronta a tutela della credibilità della magistratura”.

“Il funzionamento del sistema disciplinare, soprattutto dopo la riforma del 2007 che ha, tra l’altro, tipizzato illeciti di scarsa gravità – affermano Palamara, Natoli e Cascini – si sta dimostrando inidoneo a garantire allo stesso tempo la credibilità dell’ordine giudiziario e l’indipendenza dei magistrati. Negli ultimi anni l’iniziativa disciplinare, che fa capo al ministro della Giustizia e al Procuratore generale, sembra orientarsi prevalentemente verso la sanzione di violazioni di carattere formale, soprattutto in tema di termini per il deposito delle sentenze, valutate in maniera isolata e del tutto avulsa dal contesto organizzativo e lavorativo dell’ufficio. Scarsa o nulla è stata, invece, l’attenzione ai temi dell’organizzazione degli uffici e della responsabilità dei dirigenti”.

“La forte impressione – rileva l’Anm – è che l’azione disciplinare si muova prevalentemente alla ricerca di capri espiatori piuttosto che all’individuazione di rimedi alle disfunzioni del sistema, consegnandoci un modello di magistrato burocrate, pavido, attento ai numeri e agli aspetti formali del proprio lavoro piuttosto che all’esigenza di rendere giustizia. Del pari sono mancate, in questi anni, iniziative forti sul tema della questione morale nonostante i numerosi segnali di allarme provenienti da varie zone del Paese”.

“Già in occasione della nota vicenda che coinvolse gli uffici di Salerno e Catanzaro – ricordano Palamara, Natoli e Cascini -l’Anm, nel condividere la richiesta di rigore nei confronti di ogni caduta di professionalità, chiese più volte e a gran voce almeno analogo rigore nei confronti di quelle situazioni di opacità, di collusione e di connivenza che erano all’origine di quelle vicende e che pure emergevano in tutta la loro evidenza. Una richiesta, purtroppo, caduta nel vuoto”.

“Oggi – proseguono – registriamo con grande preoccupazione come l’iniziativa disciplinare del Procuratore generale nei confronti del Presidente della corte d’Appello di Milano, non accompagnata da alcuna richiesta cautelare, finisca di fatto per sottrarre al Consiglio superiore della magistratura l’iniziativa su una vicenda che ha gettato grave discredito sull’istituzione giudiziaria e per rendere impossibile una risposta rapida e pronta a tutela della credibilità della magistratura. Il tema della questione morale non può ammettere più compromessi, tentennamenti o incertezze. E le istituzioni giudiziarie hanno il dovere, a tutti i livelli, di dimostrare la propria capacità di risposta e di reazione”.

P3, Anm:azione Pg sottrae a Csm iniziativa disciplinare su Marra

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Inchiesta eolico: da pg Cassazione azione disciplinare contro Gargani

Adnkronos/IGN - ‎22/lug/2010‎
Roma, 22 lug. - (Adnkronos) - Nuova azione disciplinare nell'ambito dell'inchiesta sull'eolico del pg della Cassazione Vitaliano Esposito. ...

INCHIESTA P3

TGCOM - ‎22/lug/2010‎
Il pg della Cassazione, Vitaliano Esposito, ha avviato un'azione disciplinare a carico di Angelo Gargani, capo dell'Ufficio servizio controllo interno ...

P3: PG CASSAZIONE, AZIONE DISCIPLINARE PER ANGELO GARGANI

AGI - Agenzia Giornalistica Italia - ‎22/lug/2010‎
(AGI) - Roma, 22 lug. - Il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito ha avviato l'azione disciplinare nei confronti di Angelo Gargani, ...

P3/ Pg Cassazione: Su inchiesta Marra no malizia, chiedo rispetto

Virgilio - ‎22/lug/2010‎
Il procuratore presso la Cassazione, Vitaliano Esposito, in plenum al Csm difende il proprio operato da chi ipotizza che l'azione disciplinare nei confronti ...
 
Oggi, nell'era post Grillo, sono schiere coloro che agitano le agende rosse, ma tra quelli che appaiono in tv ce ne fosse uno solo presente ai fatti e con la moralità per sostenere la magistratura. L.M.

Borsellino, un'altra autobomba

era pronta a uccidere il giudice

Dopo anni di depistaggi, si scopre che la mafia quel giorno aveva un piano bis: un secondo commando addestrato per fare strage sotto la casa di via Cilea

GUIDO RUOTOLO
INVIATO A PALERMO

Ecco le verità che stanno affiorando dopo diciotto anni di «depistaggi colossali», per dirla con le parole del procuratore di Caltanissetta Sergio Lari nel giorno delle audizioni palermitane all’Antimafia guidata da Beppe Pisanu. E sono verità che fanno male a tutti, ai magistrati che hanno fatto le indagini, che hanno giudicato gli imputati, che hanno condannato all’ergastolo degli innocenti.

Agli apparati di sicurezza, alle forze di polizia che non sono state in grado di coltivare le piste giuste. Ai livelli politico-istituzionali che hanno fatto finta di non sapere quello che stava accadendo.

Quando Sergio Lari, gli aggiunti Bertone e Gozzo, il pm Nicolò Marino hanno raccontato l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio (l’audizione è stata segretata), i commissari dell’Antimafia sono rimasti sconvolti, increduli. Come è possibile che per tanti anni nessuno si sia mai accorto della fine che aveva fatto il motore della 126 imbottita di esplosivo? Come se facesse parte di una strategia raffinata, quella di alimentare misteri che tali poi non erano. Chissà dove è finito il motore? Chi l’ha fatto sparire? C’è lo zampino dei servizi, non è farina del sacco di Totò Riina...

Dubbi, domande, sospetti che si sono inseguiti per 18 anni. Bene, quel motore non è mai sparito da via D’Amelio per il semplice fatto che è rimasto accanto ai resti della macchina e dei corpi maciullati delle vittime.

Secondo mistero: da dove e chi ha premuto il pulsante del telecomando dell’autobomba? Sono 18 anni che se ne parla. Si è favoleggiato sullo splendido castello che sovrasta Palermo e che si trova sul Monte Pellegrino: il Castello Utveggio, dove aveva una sede distaccata l’allora Sisde, oggi Aisi, il servizio segreto civile. E’ stato il cavallo di battaglia del consulente Gioacchino Genchi. Anche questo da oggi non è più un mistero. La postazione da dove è stato premuto il pulsante è all’ultimo piano di un edificio con tre scale che si trova in linea d’aria a centocinquanta metri da via D’Amelio, il palazzo dei Graviano, i costruttori prestanome dei Madonia, la famiglia mafiosa a cui appartiene come mandamento via D’Amelio.

Ma soprattutto i commissari di Palazzo San Macuto hanno avuto un sussulto quando i magistrati di Caltanissetta hanno raccontato uno scenario incredibile, e che sarà materia di approfondimenti investigativi: Cosa Nostra aveva attivato una seconda squadra operativa in grado di intervenire in via Cilea, dove abitava Paolo Borsellino (lo ha raccontato il pentito Antonino Galliano). Insomma, quel maledetto giorno due autobombe erano pronte a esplodere: una sotto casa del magistrato, l’altra sotto l’abitazione della madre di Paolo Borsellino. Solo a riassumere questi tre misteri si comprende subito quanto sia stata «anomala» la strage Borsellino, quanto lontana dal cliché dei Corleonesi.

Al di là di Gaspare Spatuzza - e poi delle ritrattazioni dei tre vecchi pentiti Candura, Scarantino e Andriotta - e delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e della sua copiosa documentazione, le novità di Caltanissetta arrivano tutte dal lavoro tecnico sulle prove, sulla documentazione raccolta all’epoca, e lasciata inspiegabilmente nel dimenticatoio.

La polizia scientifica centrale ha ricostruito la scena del crimine. L’ha suddivisa in cinque parti, l’ha resa vera con un collage, un puzzle composto da migliaia di fotografie, di frammenti di video, anche quelli amatoriali. E quante sorprese hanno lasciato stupefatti persino gli uomini della Scientifica. La prima scoperta è stata il motore. Era lì, non hanno dubbi, l’hanno scritto nella loro perizia gli uomini della Scientifica. Chi c’era in quella postazione del palazzo dei Graviano? E come si è arrivati all’individuazione del palazzo? Probabilmente il Giovanni Brusca di via D’Amelio potrebbe essere Fifetto Cannella o lo stesso Giuseppe Graviano. E’ una ipotesi, ancora tutta da riscontrare, ma che siano loro gli inquirenti di Caltanissetta non hanno molti dubbi.

Le foto, i filmati mostrano addirittura le cicche di sigaretta a terra, sul pavimento dell’attico del palazzo Graviano. Si vede anche un vetro, probabilmente un riparo per chi doveva premere il pulsante. Ricordate Capaci? Ben presto fu individuato il casolare a metà strada tra Isola delle Femmine e Capaci da dove Giovanni Brusca premette il pulsante dell’esplosivo che fece saltare Giovanni Falcone, la moglie, la sua scorta. Quelle cicche di sigarette, il Dna, le indagini che andarono in porto.

Perché per via D’Amelio non è stato fatto lo stesso. Si scopre solo adesso che a poche ore dalla strage arrivò una segnalazione anonima. Una signora molto arzilla disse al telefono: «Ho visto del movimento all’ultimo piano del palazzo Graviano. Guardate che i Graviano sono dei prestanome dei Madonia...».

E poi il sospetto che quel giorno fossero pronte due squadre operative di Cosa nostra, una che si appostò in via Cilea, dove abitava Paolo Borsellino. L’altra in via D’Amelio. Da chi era composta la squadra di via Cilea? Che fine ha fatto la seconda auto imbottita di tritolo? Chi doveva premere il pulsante dell’innesco?

Domande alle quali i magistrati di Caltanissetta stanno cercando di dare risposte. Colpisce la considerazione di Gaspare Spatuzza che quando riconosce in Lorenzo Narracci (funzionario dei servizi segreti) l’uomo presente nel garage dove si stava imbottendo di esplosivo la 126 che doveva servire per la strage di via D’Amelio, commenta: «E’ l’unico attentato con l’esplosivo che abbiamo gestito noi che va in porto».

E già, i Graviano, la famiglia di Brancaccio. E gli attentati non riusciti, come quello di via Fauro (doveva saltare in aria Maurizio Costanzo), o l’autobomba dell’Olimpico, che alla fine del gennaio del 1994 doveva fare una ecatombe di carabinieri.

Le indagini sulle stragi palermitane hanno ancora bisogno di tempo per arrivare a una conclusione. In autunno dovrebbe avviarsi il meccanismo per la revisione dei processi che hanno condannato all’ergastolo degli innocenti. Stiamo parlando degli esecutori materiali della strage.

E poi c’è il capitolo «doloroso» dei depistaggi, delle calunnie. Sono coinvolti alcuni poliziotti che condussero le indagini: Vincenzo Ricciardi, Mario Bo, Salvatore La Barbera. Se fosse ancora vivo sicuramente sarebbe indagato anche Arnaldo La Barbera che guidò quel gruppo di investigatori.

E l’ultimo capitolo da approfondire è quello della trattativa, del coinvolgimento di pezzi delle istituzioni. All’Antimafia, gli inquirenti di Caltanissetta hanno ribadito quello che era già noto, con le dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Borsellino viene ucciso anche per la trattativa che era stata avviata dal Ros dei carabinieri di Mario Mori e Beppe De Donno. Perché due giorni dopo la strage, con i funerali di Paolo Borsellino ancora da celebrare, l’allora colonnello Mario Mori va subito a Palazzo Chigi per rivelare a Fernanda Contri, capo di gabinetto del presidente del Consiglio Giuliano Amato, che aveva intavolato un certo discorso con Vito Ciancimino?

La Stampa
 

Fotografie del 23/07/2010

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10/09/2010 @ 4.05.06
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