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Chi non ha libertà non conosce giustizia.

Aung San Suu Kyi
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Articoli del 02/02/2010

Di Loredana Morandi (pubblicato @ 17:50:33 in Magistratura, linkato 49 volte)
Il presidente Palamara e il segretario generale Cascini a colloquio con i giornalisti stranieri



L’Anm incontra la stampa estera

 
Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara e il segretario generale Giuseppe Cascini hanno incontrato oggi i giornalisti dell’Associazione della stampa estera in Italia.

I rappresentanti dell’Anm hanno risposto a numerose domande sulle cause del malfunzionamento della giustizia in Italia, sulle riforme necessarie per migliorare il sistema giudiziario, sulle ragioni del conflitto tra magistratura e politica. E ancora, sulle riforme in discussione su processo breve, immunità e legittimo impedimento.

Erano presenti i giornalisti dei principali media stranieri (Agence France-Presse, El Mundo, I.R.I.B., La Nacion, Le Figaro, Le Monde, Financial Times, Radio Svizzera, Süddeutsche Zeitung, The Irish Times, ecc.).

Il presidente e il segretario hanno spiegato ai giornalisti le ragioni della protesta deliberata dall’Anm e che si è svolta in occasione della cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario, evidenziando la situazione di disagio della magistratura italiana per la mancanza di riforme vere che consentano alla giustizia di funzionare, per gli insulti rivolti ai magistrati e per le falsità che vengono diffuse sulla categoria.  Palamara e Cascini hanno poi illustrato i contenuti del dossier elaborato dall’Anm “Le verità dell’Europa sui magistrati italiani”, che è stato distribuito ai presenti.

Roma, 1° febbraio 2010


Nota: All'inaugurazione dell'Anno Giudiziario presso la Corte d'Appello di Roma era presente una troupe della Tv Svizzera. Io ho avuto occasione di fare una lunga chiacchierata con il giornalista e fornire a lui alcuni spunti  a carattere generale per il servizio, e nello specifico sugli eventi della magistratura e sullo sciopero del 5 febbraio. Dovete sapere che questo sito è nato in Svizzera nel cantone di lingua tedesca, ed oggi si trova in Germania, una chicca sulle vere libertà del mondo dell'informazione italiano, che il giornalista ha sembrato gradire. Abbiamo concluso la conversazione con il decidere che ci eravamo certamente già incontrati e probabilmente in sala stampa Vaticana, oppure ad uno degli eventi con gli Artisti.

 
ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Milano

Relazione dr. Giuseppe Maria Berruti
Consiglio Superiore della Magistratura

Milano 30 gennaio 2010


Signor Presidente, Signor Procuratore Generale, Eminenza, signor Presidente della Regione e signor Sindaco, autorità, signore e signori,

partecipare alla inaugurazione dell’anno giudiziario da parte di un componente del Consiglio Superiore della Magistratura  a pochi mesi dalla scadenza costituzionale dell’organo, ed a Milano, implica riflessioni riepilogative e prospettiche.

Il Consiglio che ho l’onore di comporre è stato chiamato ad esercitare la sua funzione in una fase storica nella quale, come sappiamo e come è bene tenere a mente, Milano, cioè la giurisdizione  Milanese, è  al centro della attenzione e delle preoccupazioni. Perché ha dato luogo ad una serie di interventi del Consiglio, anche attraverso le cosiddette pratiche a tutela, e perchè la vicenda della grande politica nazionale ed  il suo rapporto  con  la funzione della giustizia, sono passati e passano per questa terra che da sempre nella nostra storia genera protagonisti, idee, e cambiamento.

Dunque da parte di chi, come me, vive con grande  partecipazione la avventura intellettuale   della autoriforma della Magistratura, parlare a Milano significa anche  parlare di Milano.

Il Consiglio, per ovviare ad un uso che nel tempo era divenuto disordinato e giuridicamente poco compatto, ha modificato il suo regolamento sulle pratiche a tutela, procedimenti attraverso i quali esso verifica se le critiche o gli attacchi rivolti ad una decisione superano il confine, sempre più avanzato in una società libera che accetta che di tutto si discuta, che li tramuta in lesione della credibilità della funzione giudiziaria. In questo caso soltanto il Consiglio manifesta al giudice  in  questione,  semplicemente il suo rispetto. Fermo il diritto di critica, il Consiglio si occupa della funzione giudiziaria. In particolare quando la critica o l’attacco alla decisione vengono da centri e da personalità politiche di grande rango. In tal caso il conflitto tra la fragile autorevolezza formale della sentenza, e la forza  del consenso che legittima la politica, può determinare nell’ opinione pubblica, che non discerne l’ innaturalezza di una simile comparazione, la caduta  della credibilità della funzione giudiziaria.  Dunque il Consiglio, senza toccare il merito della questione dice, beninteso quando è il caso, che essa  è atto della giurisdizione. In questo modo il Consiglio, che è interlocutore istituzionale necessario in tutto ciò che riguarda la magistratura, afferma la credibilità del giudice.

Il Consiglio ha dato i pareri sulle leggi di interesse ordinamentale.  Il Consiglio governa la magistratura, dunque deve dire se una norma sulla quale ancora si sta lavorando, per le ricadute organizzative oppure per la difficile realizzabilità della sua ratio, mette in pericolo i fini di giustizia ai quali pure è ispirata. In questa funzione il Consiglio muove dalla Costituzione.

Il Consiglio per la sua composizione e per le istanze dalle quali nasce, conosce la forza delle domande che si muovono verso i giudici, perciò è in  grado di dire se una legge potrà tenere fede ai suoi  obbiettivi.

In questo tipo di operazioni il Consiglio svolge una funzione di ausilio verso l’ordinato assetto delle istituzioni, senza sostituirsi ad altri poteri e  meno che mai al giudice delle leggi. La sua attività é preventiva. Il suo interlocutore è il Ministro della Giustizia, il quale può, se crede, versare quel contributo nel suo lavoro, oppure proporlo al Parlamento.

Il Consiglio non si contrappone ad alcun potere. Offre la sua partecipazione rispettosa all’armonia del sistema, sapendo bene di non essere organo di rappresentanza della Magistratura, ma di integrare un sistema che si basa sul potere del singolo giudice di interpretare la legge in modo indipendente da qualunque  potere, e che pertanto richiede una interlocuzione istituzionale consapevole dell’ indipendenza.

Tutto ciò sforzandosi sempre di muovere dagli  indirizzi del suo Presidente, il Capo dello Stato.

Questo é avvenuto anche con il parere dato sul decreto legge relativo al cosiddetto processo breve. Mediante il quale il Consiglio, lungi dal sostituirsi al giudice delle leggi, ma nello spirito della leale elaborazione tra istituzioni costituzionali, che non può escludere una rispettosa dialettica, ha rappresentato le criticità dell’intervento e le difficoltà del suo funzionamento nella stessa direzione voluta dal Governo. 

Il Consiglio ha affrontato la rivoluzione degli incarichi direttivi. La legge ha tolto l’anzianità come criterio autonomo. Ha lasciato, a risolvere le comparazioni, i soli criteri del merito e delle attitudini. Ne è derivato non tanto, come si ripete in modo oggettivamente diffidente, un aumento della discrezionalità a disposizione del Consiglio (nulla di strano a mio avviso atteso il suo rango costituzionale), ma sopratutto la necessità di giudicare  i magistrati in comparazioni vere, voglio dire compromettenti per chi le compie, dal momento che non vi è più  la  possibilità della scelta deresponsabilizzante del più anziano, in quanto tale.

E’ difficile dire quale sia l’attitudine migliore a dirigere, soprattutto tenendo presente  che deve trattarsi di attitudine concreta, cioè riferita ad un ufficio,e non  di attitudine astratta, quasi fosse  qualità immanente in un soggetto. Ed è difficile dire che tizio è meno bravo di altri, in una magistratura non abituata ad essere giudicata per i suoi risultati. O peggio, abituata al giudizio scontato di chi è condannato o di chi perde la causa.

Sei giudice, dunque sei giudicato,  principio antico, ma difficile. Anche perchè ragioni ricorrenti possono spingere i magistrati a vedere nella Costituzione sopratutto uno strumento di difesa. Abbiamo una  tradizione di uso difensivo della Costituzione, perché a volte solo i suoi principi e la sua struttura rigida hanno impedito diminuzioni dell’ indipendenza del giudice. Ma detto questo siamo tutti convinti che molto deve essere cambiato nell’ organizzazione della giustizia, nella struttura dei processi, ed anche   nella deontologia e nel modo di porsi dei magistrati di fronte ai diritti, per rispondere alle domande della  modernità.

L’efficienza dei processi è questione centrale. Oggi il sistema non funziona. E la indicazione delle responsabilità è esercizio inutile.

Osservo con preoccupazione che, su questa strada, se un giorno, sciaguratamente si spingesse il paese a scegliere, in una contrapposizione abnorme, tra i principi di indipendenza che connotano la  giurisdizione ordinaria ed  una giustizia resa comunque in tempi accettabili, io non ho dubbi sull’esito della scelta. L’abnormità, ripeto, ed anche la malizia  di chi ponesse l’alternativa, non varrebbero.

Allora i magistrati debbono capire che l’efficienza è oggi uno dei fondamenti della loro credibilità. E poiché chi fa il mio mestiere sa benissimo quanto lavorano i  magistrati  e con loro gli avvocati ( mi piace parlarne dal momento che essi sarebbero  vittime dello stesso abnorme dilemma) allora a me pare che l’efficienza è questione di cui  essi debbono occuparsi. Nel modo che possono, e cioè lavorando su quanto essi possono fare  nei limiti dei nostri insufficienti processi.

Dunque la nuova disciplina sulla dirigenza degli uffici, che è completata dalla temporaneità degli incarichi, i quali  appunto perché non più “a vita”  attribuiscono una funzione,  è servita al Consiglio per chiedersi, nelle  specifiche realtà, che tipo di dirigente oggi è in grado di organizzare le sue risorse mantenendo la consapevolezza della specificità del processo. Che è meccanismo di accertamento anzitutto, e non mero procedimento da esaurirsi entro un termine,  a prescindere dalla sua effettività di giustizia. Dunque il Consiglio ha spinto, applicando la riforma, verso un tipo di dirigente capace di vedere  nelle leggi   ogni possibilità propositiva. Il ringiovanimento dei ranghi dei direttivi, voluto dalla legge, è,oramai, realtà positiva.

In questo senso ho parlato di autoriforma. Perché la legge non è stata rifiutata come poteva accedere, per il suo costo, perché non dirlo, anche elettorale da parte di un organo che vive di ricambio, appunto, elettorale. E’ stata applicata, con  fatica, nell’ottica della modernizzazione. 

La trappola che la storia aveva teso al Consiglio imponendogli l’attuazione di una riforma   non accettata da molti magistrati, e ponendolo  nella strettoia dell’ incertezza dei criteri da applicare , è stata evitata  rammentando anzitutto la Costituzione.  I magistrati sono tutti eguali nel loro rapporto con la legge. Essi si distinguono tuttavia, per le funzioni che esercitano. Dunque il riconoscimento di una attitudine ad uno anziché ad un altro, è coerente con l’ eguaglianza. Vi é un magistrato che a tempo determinato dirige altri magistrati  e che verrà giudicato anche per il risultato del suo lavoro.

Accenno solo alla attività della sezione disciplinare. L’introdotta tipizzazione ha reso necessaria una messa a punto dei criteri di incolpazione. Dall’antica lesione del prestigio e del decoro della magistratura si è passati ad ipotesi di illecito definite.  Non è questa la sede per una valutazione del cambiamento. Ciò che a me preme notare è che l’articolazione giudiziaria del CSM sta facendo la sua parte, rispondendo in modo celere, e riscrivendo la deontologia del magistrato.

Un cambiamento il Consiglio lo ha chiesto con una specifica risoluzione. Esso riguarda l’assetto delle circoscrizioni giudiziarie che, si dice, risale all’Unita di Italia, alla legge Rattazzi del 1875. Io osservo che la legge Rattazzi rinunciò esplicitamente a cambiare la geografia che trovava, perché il nuovo Stato alla razionalità della sua organizzazione dovette preferire l’unità politica e  la pace sociale. Dunque l’unità del paese non toccò l’assetto giudiziario preunitario. Che è giunto sostanzialmente immutato fino a noi. Il Consiglio comprende la difficoltà di cambiare una organizzazione superata ma   che coagula tanti interessi a sua difesa.

Ma un Paese che non ha meno magistrati dello standard europeo non può impiegarli come se oltre un secolo non fosse passato ,e come se nulla in questo tempo fosse accaduto, nella economia, nella tecnologia, nell’ordine sociale e cultuale del Paese. Usciamo dalla legge Rattazzi, è ciò che ha chiesto il consiglio, questa volta all’unanimità.

Il Consiglio non è un attore politico. Non svolge alcun ruolo nella competizione politica. Fino a che si riterrà che l’indipendenza della magistratura debba essere conservata, la credibilità di questo principio dovrà, a mio parere, riposare su un organo di governo di rango costituzionale, autonomo a sua volta, e riconosciuto interlocutore istituzionale. Ed è in questa linea che il Consiglio ha offerto la sua collaborazione.

Signor Presidente, nella consapevolezza delle difficoltà del momento ma anche della assoluta necessità di affrontarne la grandezza con la necessaria umiltà, a nome del Consiglio Superiore della Magistratura, formulo a Lei, alla Curia ed al Foro milanese, gli auguri di buon lavoro.
 
ANNO GIUDIZIARIO 2010
Distretto di Roma


Relazione della d.ssa Elisabetta Maria Cesqui
Consiglio Superiore della Magistratura


Roma 30 gennaio 2010


Signor presidente della Corte d'Appello, signor Procuratore generale,
Autorità, Avvocati, Colleghe e Colleghi, Cittadini.

Abbiamo ascoltato con attenzione il presidente della Corte d'Appello che  ci ha fornito un quadro nitido della situazione generale e dello stato della giustizia nel distretto che  attesta lo sforzo della sua magistratura  per fronteggiare una situazione che riproduce qui le difficoltà che la giustizia incontra in tutto il paese e vi aggiunge quelle specifiche  del più grande ufficio giudiziario d'Europa, e della complessa realtà socio economica del Lazio.

Esiste un problema della giustizia in Italia, è un problema di efficienza, di effettività della tutela dei diritti,  ma che è diventato un problema di credibilità e prestigio della magistratura. La credibilità  è l'accettazione delle sue decisioni da parte della collettività. Accettazione  che  non vuol dire  la condivisione o il sostegno popolare, che come ben sappiamo non devono  essere ne' cercati  ne' messi in conto dal giudice, ma riconoscimento dell'autorevolezza di una funzione esercitata in nome della legge nell'interesse comune. Il fondamento costituzionale  della legittimazione della magistratura è la soggezione del giudice soltanto alla legge, essa è garantita dall'indipendenza interna ed esterna nell'esercizio delle funzioni  e presidiata all'origine dall'anonimato del concorso. Ma senza l'affidamento, fondato sulla credibilità, la doverosa opera di interpretazione della legge rimessa al giudice viene facilmente e spesso interessatamente scambiata per arbitrio. Questa situazione mortifica gli sforzi che ogni singolo giudice compie ogni giorno e diffonde tra i colleghi un crescente senso di frustrazione. Banalizzare il disagio della magistratura riducendolo alle contrapposizioni tra diverse appartenenze correntizie  è ingeneroso nei confronti dei magistrati e non coglie le radici vere di una sofferenza così diffusa.

Certi tentativi di discredito della magistratura che fanno leva sulla ritenuta fragilità  di una legittimazione per concorso a fronte della forza di quella derivante  alla politica dall'investitura popolare attraverso il voto non soltanto evidenziano un errore di grammatica costituzionale, ma tradiscono una visione plebiscitaria del potere  incanalando il dibattito pubblico  sul   terreno della contrapposizione tra il voto e la legge. Come rilevava pochi giorni fa Gustavo Zagrebelsky la situazione oggettiva è però questa: il voto e la legge sono venuti a collisione.  La rappresentazione mediatica della giustizia è quella di uno scontro tra politica e legalità, anzi di più:  tra politici in carne ed ossa e giudici di volta in volta incarnati dalle persone fisiche che assumono decisioni sgradite, oggetto addirittura, proprio dai mezzi di informazione,  di mirate imboscate e di intrusioni strumentali nella loro vita privata. Se una evoluzione è possibile registrare nell'ultimo anno in questa rappresentazione mediatica, essa va nel senso dell'innalzamento dei toni e di un ampliamento della strategia di delegittimazione, non più diretta soltanto a quei giudici e a quei processi che più direttamente investono la politica, ma in modo più generale  alla magistratura in quanto tale, della quale si denunciano, troppo spesso approssimativamente, privilegi, prevaricazioni e stravaganze.

Si tratta di un salto di qualità non marginale in un modo in cui distinguere tra realtà e sua rappresentazione mediatica diventa sempre più difficile e che aggredisce il nucleo più profondo del rapporto tra il cittadino e la giustizia, minando la fiducia dell'uomo  comune non nei giudici  o nella giustizia in generale, ma nel singolo giudice rispetto alla singola questione che lo coinvolge direttamente e che deve essere decisa. E' proprio facendo leva su quel rapporto che occorre invece ricostruire la credibilità della giurisdizione.  La formazione di due fazioni contrapposte tra i sostenitori del primato dell'una (la politica ) sull'altra (la legalità) è già di per se' un danno, un disastro sarebbe cercare la soluzione di questo conflitto attraverso la sottomissione di una delle due all'altra. Questa contrapposizione può essere superata solo rafforzando ciascun potere rispetto ai fondamenti della propria particolare fonte di legittimazione, i meccanismi del consenso e il rispetto delle regole per la politica, l' affidabilità, la chiarezza e la semplificazione del sistema delle leggi nonché la salvaguardia dell'indipendenza in un quadro leggibile e definito di doveri e competenze per quanto riguarda la magistratura. La semplificazione e la drammatizzazione al tempo stesso del problema della giustizia  riconducendolo per intero al conflitto tra magistratura e politica finisce così per essere forviante,  come sarebbe un errore pensare che la soluzione possa essere trovata nella  riduzione della autonomia e della indipendenza della magistratura. Sminare  il  terreno su cui rafforzare la credibilità della giurisdizione richiede però autocritica, senso del limite e capacità di autorinnovamento anche da parte nostra. Il più autorevole dei  richiami in tal senso ci è pervenuto  dal Presidente della Repubblica,  da ultimo nel giugno scorso, proprio in consiglio, quando con toni accorati ha evocato la "crisi di fiducia insorta nel paese per effetto di un funzionamento gravemente insoddisfacente, nel suo complesso, dell'amministrazione della giustizia e per effetto anche dell'incrinarsi dell'immagine e del prestigio della magistratura" cogliendo il nesso tra tale situazione e la inadeguatezza del quadro normativo, alla quale il legislatore colpevolmente non pone rimedio, ma sollecitando la magistratura ed il Consiglio ad "interrogarsi su sue corresponsabilità dinanzi al prodursi e all'aggravarsi  delle insufficienze del sistema giustizia e anche su sue più specifiche responsabilità nel radicarsi di tensioni e opacità su piano dei complessivi equilibri istituzionali".

Nonostante ciò abbiamo  il dovere di riflettere pubblicamente sull'idoneità delle iniziative  adottate o prospettate a risolvere realmente i problemi della giustizia ed abbiamo  il dovere di riflettere su quello che possiamo e dobbiamo fare noi, come singoli e come ordine, per rinsaldare il prestigio e restituire credibilità  alla giurisdizione, attraverso il rafforzamento  dei fondamenti propri della sua legittimazione.

Una palingenetica riforma della giustizia promessa da tanto non sembra mai arrivare, ma in compenso si succedono nel tempo interventi settoriali ed annunci contraddittori, i primi insoddisfacenti ed i secondi forieri di insicurezza e di disagio. Per quanto riguarda il penale, urgenze immediate ed improvvise accelerazioni sono poi seguite da lunghe pause.  La grande fretta con la quale si era proceduto a varare l'iniziativa sulle intercettazioni (nel febbraio dell'anno scorso) è stata seguita dal silenzio, così come il ddl 1440 del luglio dello scorso anno, che tra l' altro sterilizza i poteri dei PM in favore di quelli della Polizia giudiziaria  è stato superato dall'urgenza del processo breve  che contende a seconda dei giorni  la palma della priorità  alla nuova normativa del legittimo impedimento per le cariche istituzionali , o alla reintroduzione dell'immunità parlamentare. Come Consiglio abbiamo formulato osservazioni puntuali sulle ragioni di preoccupazione sollevate da molte delle previsione contenute in quelle proposte e confidiamo ancora, per dovere istituzionale, che le nostre osservazioni possano essere prese in considerazione, allo stato dobbiamo registrare una perdurante situazione di incertezza e la mancanza di disegno sistematico in grado di restituire efficacia ed effettività alla giustizia penale.  Il 20 gennaio, nella sua relazione al Parlamento, il ministro ha indicato tra le priorità del 2010 della sua azione ministeriale  14 punti, richiamando per il penale la legge sulle intercettazioni, la riforma del processo  (cioè, sembrerebbe,  il ddl 1440) , il  processo breve, il nuovo piano antimafia. Questo sembrerebbe confermare la mancanza di  disegno sistematico. Non può rientrare per ragioni di tempo nell'economia di questo intervento la valutazione nel merito delle questioni attinenti le proposte in materia processuale o  sostanziale, ne' in civile ne' in penale,  mi preme solo ricordare come non corrisponda al vero la vulgata, ancora una volta
rilanciata con forza nell'opinione pubblica,  di una  costante bocciatura da parte del CSM delle proposte legislative. Tutte le volte (tutela dei soggetti deboli, stolking, gran parte delle proposte relative alla giustizia civile ) che abbiamo ritenuto che le norme si muovessero nel senso di un miglior servizio, abbiamo espresso ed argomentato il nostro consenso, non potevamo non esprimere le nostre riserve, sempre sotto la forma del parere, come previsto dalla legge, e nel costante rispetto delle prerogative del legislatore e dell'autonomia dell'esecutivo, quando le proposte ci sono sembrate contrarie al buon funzionamento della giustizia, buon funzionamento che implica corretta tutela dei diritti fondamentali.

Questo Consiglio si è trovato, all'indomani dell'approvazione della legge 111 del 2007, a confrontarsi con la più radicale trasformazione della disciplina dell'ordine giudiziario  della storia repubblicana, riforma dalla tormentata gestazione e dagli esiti solo parzialmente soddisfacenti, ma che il Consiglio si è impegnato ad attuare senza atteggiamenti elusivi e senza risparmio di energie. I dati relativi all'ultimo anno sono nella relazione scritta, la rivoluzione che ha investito la magistratura con l'attuazione del principio di temporaneità degli incarichi direttivi e semidirettivi e l'abbandono per le nomine  del criterio dell'anzianità; la radicale trasformazione del sistema delle  valutazioni di professionalità e il cambiamento delle procedure per i trasferimenti, ha investito direttamente o indirettamente tutti i giudici italiani. Non credo che vi sia magistrato che nello scorso biennio, a partire dalla fine del 2007, non abbia visto mutare in modo significativo il suo orizzonte giudiziario, perché direttamente investito dal cambiamento o perché ha visto cambiare il suo presidente di sezione, il suo presidente di tribunale, l'aggiunto o il procuratore. Vi è stato un ricambio di più del 60 % dei direttivi e del 50% dei semidirettivi con un significativo ringiovanimento della dirigenza, che specie nelle procure ha visto l'abbassamento della età media più o meno di un decennio. I numeri assoluti sono significativi e noti, quelli relativi al Lazio seguono il trend generale con 19 nuovi direttivi (sui 32 in organico) e 55 semidirettivi (sugli 87 in organico) dal 2007. E poiché gli uffici giudiziari sono ambienti ristretti nei  ciascuno conosce bene  il reale valore del collega accanto,  non ho timore di essere smentita nell' affermare  che, nel complesso, le scelte sono cadute anche in questo distretto su magistrati di  grande qualità.

Per quanto riguarda in particolare Roma, l'immissione di così tanti presidenti di sezione di ottimo livello, insieme agli altri 6 che presto sopraggiungeranno, consentirà alla  dirigenza di sfruttare  il prezioso patrimonio di esperienze e di energie nuove  per affrontare al meglio i giganteschi problemi di gestione di un ufficio come quello romano.  Sarà suo compito avvalersi con spirito collaborativo dell'opportunità offerta dal ricambio generazionale.

I trasferimenti ordinari hanno  visto nel corso di questa consiliatura una accelerazione evidente  , dovuta alla modifica della regolamentazione secondaria  che ha semplificato le procedure e ha finalmente riunito tutta la materia in una unica circolare. Per non parlare di altre cifre le procedure per la copertura dei  posti di primo e secondo grado (requirenti e giudicanti) delle principali pubblicazioni del  2009 sono già state definite in plenum con l'approvazione di 605 trasferimenti riducendo a poco più di tre mesi iter che in passato avevano richiesto anche più di un anno. Questo rende raggiungibile l'obbiettivo di pubblicare i posti vacanti di merito due volte l'anno (sarebbe auspicabile con cadenze regolari e prevedibili) sdrammatizzando notevolmente, attraverso la possibilità ravvicinata di una nuova domanda, il problema dei trasferimenti. La mobilità rimane tuttavia, a prescindere dall'efficienza consiliare, un problema drammatico in se'. Ad aggravarlo  sta il vuoto di organico e la particolarissima situazione delle Procure.

All'indomani dell'approvazione della legge di riforma dell'ordinamento giudiziario il Consiglio aveva segnalato con allarme il rischio di scopertura dei posti di procura, già in sofferenza specie nelle sedi del sud, in conseguenza delle limitazioni geografiche imposte ai trasferimenti (opportune, ma applicate con criteri quasi punitivi), e ai divieti  previsti per la destinazione dei magistrati in tirocinio. Più volte il consiglio è tornato formalmente a segnalare una situazione che  diventava sempre più ingestibile.

Oggi sentiamo dire dal ministro (che lo ha ribadito anche in forma ufficiale in parlamento)  che la scopertura delle procure dipende dalla scarsa generosità dei magistrati che non accettano posti "scomodi" e che il problema della scopertura delle procure è risalente e non attribuibile alle ultime modifiche. I dati smentiscono tale assunto: al 31 luglio 2006 erano vacanti su tutto il territorio nazionale 86 posti requirenti, al 31 luglio 2007 erano 68, al 31 luglio 2009 erano 249, alla fine del 2009 erano 275, più del triplo in tre anni e mezzo. Dimezzati del 50% sono i trasferimenti con mutamento di funzioni.
Negare l'effetto dirompente determinato  dalle modifiche normative sembra impossibile, come sembra impossibile negare la correlazione tra gli oltre mille posti vuoti in organico (che ieri erano esattamente 1128) e la stasi di otre due anni nell'espletamento di nuovi concorsi che fu voluta esplicitamente dal ministro della giustizia tra il 2002 ed il 2004.

Facendo ricorso al potere di proposta che l'ordinamento riconosce al consiglio, abbiamo recentemente sottoposto al ministro il problema della revisione delle circoscrizioni giudiziare sulla base di un'analisi ragionata delle dimensioni ottimali degli uffici e dei criteri ragionevoli di localizzazione dei Tribunali . Ci rendiamo perfettamente conto delle resistenze,  d'altro canto è diventato impossibile gestire uffici di piccole dimensioni compatibilmente con la griglia di vincoli (di destinazione a particolari uffici, di permanenza in essi, di incompatibilità alla trattazione di procedimenti) imposta dalla normativa processuale, da quella ordinamentale e da quella regolamentare di fonte consiliare. In questa sede si tocca con mano la difficoltà di gestione di uffici di proporzioni smisurate.
Proprio due giorni fa nel corso di una audizione alla camera sono state segnalate da componenti del consiglio le situazioni surreali che si stanno determinando specialmente nei piccoli tribunali, dove ad esempio più giudici sono assegnati obbligatoriamente al civile, magari controvoglia, mentre il presidente si dispera per la impossibilità di coprire con magistrati togati l'udienza monocratica  o di trovare un Gip non incompatibile per la celebrazione di un abbreviato.

Nei 14 punti che il ministro ha fissato quali priorità per il 2010 non abbiamo visto elencato il problema delle revisione delle circoscrizioni giudiziarie, ma non perdiamo la speranza.

Il consiglio ha dato tempestiva attuazione anche alla riforma delle valutazioni di professionalità (aumentate nella quantità e nello scrupolo delle verifiche).  L'aumento delle valutazioni negative dalle 9 del 2006 alle 38 del 2009, a fronte di  1017  positive solo in questo ultimo anno denotano una maggiore attenzione ma non un atteggiamento punitivo e sono indice di un cresciuto approfondimento nell'esame degli atti che dovrebbe rassicurare e non intimorire i colleghi. Il consiglio, per far si che i magistrati possano essere più soddisfatti nell'apprezzamento dei loro sforzi, sta lavorando all'individuazione di standard di una laboriosità intelligente che non esiga dai singoli solo numeri, me ne valorizzi il lavoro.

Quindi un consiglio al quale non si può imputare inerzia e neanche inefficienza, a cui non si può rimproverare slealtà istituzionale per aver cercato di eludere l'applicazione delle leggi  ne' mancanza di leale collaborazione con i poteri dello stato, l'esecutivo per primo,  leale collaborazione costantemente offerta nella formulazione dei pareri e delle proposte, e in tutte le attività, di settima e di quarta commissione, strettamente connesse con i profili organizzativi e di funzionamento degli uffici.

D'altronde alla leale collaborazione e al senso istituzionale è ispirato tutto il circuito dell'autogoverno tanto che i componenti  del consiglio giudiziario di questo distretto mi hanno chiesto di rappresentare che, nonostante il disagio della maggioranza di loro,  rimarranno  in aula per tutta la durata della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario proprio per tale ragione.

Eppure intorno alla riforma del CSM,    nel suo ridimensionamento,  sembra ruotare la soluzione dei problemi della giustizia.

Un atteggiamento critico nei confronti del consiglio è diffuso anche tra i magistrati . Nessuna critica deve essere sottovalutata, occorrerebbe però considerare se malumori interni non si vadano  a saldare con una strategia esterna che attraverso la compressione dei poteri del consiglio mira a diminuire l'indipendenza dei giudici e a rendere più facile il loro condizionamento.

Proprio l'altro ieri abbiamo espresso in plenum le nostre considerazioni critiche sulla proposta di reintroduzione, tornando così sostanzialmente all'originario disegno di legge Castelli,  di una valutazione obbligatoria da parte della scuola incidente sulla nomina agli uffici direttivi e semidirettivi  e sulla  attribuzione al ministro, al momento del concerto, di una valutazione sulla capacità organizzativa del magistrato proposto per un incarico direttivo.  Questa è comunque la direzione in cui l'esecutivo si sta muovendo.

Alla nozione classica, derivata dall'impostazione dei costituenti e dal testo della carta, di indipendenza esterna (garantita proprio dal CSM, dalla sottoposizione del giudice solo alla legge, dal principio del giudice naturale ) e di indipendenza interna (garantita dall'inamovibilità, dalla differenziazione dei giudici solo per funzioni, dalla giurisdizionalizzazione della procedura disciplinare e così via) si è aggiunta una nuova accezione di indipendenza interna  he sarebbe l' indipendenza del magistrato dal condizionamento delle correnti che ipotecano sia la sua autonomia di giudizio che la sua progressione di carriera. Ed il condizionamento delle correnti troverebbe nel consiglio il suo fortino ed il suo presidio. Non  credo che sia  questo il problema della giustizia e che sia  neanche il problema principale della magistratura e credo che assecondare questa ricostruzione forzata e schematica sia una trappola nella quale sia sbagliato  cadere.

Voglio parlare allora in modo diretto del problema  del condizionamento delle correnti. Si parla di "degenerazione correntizia" come una volta si parlava di "servizi deviati" e di "apparati paralleli", ma credo che a volte se ne parli a sproposito e qualche volta a giustificazione postuma di scontenti e delusioni personali.
Non voglio qui ricorrere alla contrapposizione tra la nobiltà   della dialettica  degli orientamenti culturali, che le diverse articolazioni dell'associazionismo giudiziario dovrebbero esprimere  nella loro forma più alta, a fronte della miseria delle cordate per le raccomandazioni, che ne costituirebbero il cascame nella ricaduta della gestione quotidiana del potere consiliare, e che si manifesterebbe soprattutto (ma non solo ) nel conferimento degli incarichi direttivi.
Stiamo ai fatti :  in questa consiliatura si sono costituite per le nomine per lo più  maggioranze variabili e possiamo dire che questo consiglio non ha sofferto delle situazioni contingenti che ingessarono il precedente in una  contrapposizione pressoché fissa, nella quale finiva per essere determinante la scelta dei consiglieri laici della maggioranza di quegli anni; il numero delle nomine è stato elevatissimo e nella trattazione delle pratiche è stato seguito l'ordine progressivo secondo un criterio predeterminato tenendo conto via via del completamento della procedura istruttoria da parte dei consigli giudiziari.  Non credo che esista mente di scacchista così geniale in grado, in questo quadro, di predisporre ogni singola mossa in modo che accordi strategici ed incrociati garantiscano il soddisfacimento degli appetiti di ogni singola componente del consiglio su ciascuna delle nomine.
Certo le correnti esistono, non sono solo  una linfa vitale  della vita associativa e del  dibattito culturale, qualche volta pesano anche sulla singola decisione e  accade che pesino in eccesso, ma sarebbe un errore qualificare sempre come "degenerazione correntizia" il prezzo della collegialità, perché ogni decisione collegiale è strutturalmente una decisione, in senso positivo, di compromesso. Ancora una volta mi viene in mente G. Zagrebelky ed il suo prezioso volumetto "principi e voti",che è una importante riflessione sulla collegialità.  L'autogoverno consiliare è retto da una regola democratica di nomina e da una regola collegiale di decisione e la democrazia e la collegialità dovrebbero essere antidoti  dell'arbitrio.

La designazione dei consiglieri obbedisce ad un principio di delega della rappresentanza attraverso il voto le cui regole possono essere cambiate, ma la rappresentanza per aggregazioni e non per leaderismi personalistici a me sembra più una garanzia che un pericolo.  Le modalità di selezione della dirigenza degli uffici da parte del consiglio  imbriglia la discrezionalità in un reticolo stretto di regole, che parte dall'autogoverno periferico dei consigli giudiziari, ma implica comunque un margine di opinabilità rischioso, ma io invito tutti a comparare il nostro sistema di selezione della dirigenza, con quello che caratterizza altri settori dell'amministrazione, penso alla dirigenza delle strutture sanitarie, ai professori universitari, al personale diplomatico, alla rete delle prefetture, penso anche alle altre magistrature e mi domande se esista in natura, o possa essere immaginato, un sistema più attento ai valori reali delle persone, fondato su principi diversi dalla  democrazia e dalla collegialità.

Questo non vuol dire che niente debba essere cambiato come non vuol dire che prima o poi qualcuno non decida per noi un sistema di selezione della dirigenza che ne faccia a meno, ma non credo che quello sarà un buon giorno.

Piuttosto, poiché tutte le  cose hanno un loro ciclo vitale e la medesima esigenza può nel tempo essere soddisfatta da risposte diverse, sta alla magistratura ripensare, se vuole, le proprie forme di aggregazione e le modalità di espressione delle diversità che la fanno ricca di apporti culturali, e alle correnti sta la responsabilità  di  non condizionare le scelte dei componenti eletti con l'apporto determinante del loro sostegno. Ma sta soprattutto ai singoli consiglieri assumere la responsabilità di osservare nei fatti le norme e i criteri di valutazione, che naturalmente ignorano i legami associativi, quando applicano le regole che con tanto scrupolo e dettaglio si sono dati.
Che poi l'antidoto alle "degenerazioni correntizie" stia nell'aumento  della componenti laica, mi sembra una negazione del principio del governo autonomo,  ma anche una sorta  di contraddizione in termini, volendo curare la malattia (la politicizzazione della magistratura) con una dose massiccia del suo principio attivo. Io credo che l'esperienza concreta della vita consiliare renda ancora più evidente la paradossale pretesa di diminuire le "torsioni" delle decisioni ad interessi di parte attraverso l'aumento dei componenti laici. Certo anche in questo caso conta il comportamento individuale, quello del politico che "spinge" per la nomina di questo o quel magistrato, ma ancora di più quella del magistrato che tale attenzione sollecita a volte con eccessiva leggerezza.
La filiera del clientelismo e le raccomandazioni politiche esistevano prima ed indipendentemente dalle correnti, fonti documentali lo dimostrano ampiamente, quello che dobbiamo riconoscere è che le correnti, nate anche per arginarle, hanno in questo sostanzialmente fallito e non sono state in grado di porvi definitivo rimedio. Questo e non altro deve essere il tema di riflessione nella magistratura, nell'associazione e nel consiglio.

Se la colpa del consiglio non è allora la sua inefficienza, qualcuno sostiene che sia la sua alterigia, la sua pretesa di farsi "terza camera" attraverso i pareri e  divenire protagonista dello scontro  con la  politica attraverso le pratiche a tutela.  Ma sia le prime che le seconde non sono arbitrariamente esercitate: i pareri sono previsti espressamente dalla legge del 1958 e le pratiche a tutela, sul cui fondamento costituzionale non si dubita, sono ora  disciplinate dalla modifica regolamentare  approvata lo scorso  anno che  le prevede " a fronte di comportamenti lesivi dell'indipendente esercizio della giurisdizione tali da determinare turbamento al regolare svolgimento e alla credibilità della funzione giudiziaria". (21bis)
Diversamente da quanto si tende a far credere, di questo strumento il consiglio ha fatto un uso estremamente parsimonioso. Nello scorso anno solo in 9 occasioni, in due delle sue quasi duecento sedute, il  plenum è stato investito  della discussione  e solo in sette casi si è pervenuti ad una delibera di tutela.  Credo che si possa parlare, confrontando queste iniziative con la pluralità e aggressività degli attacchi, di un uso estremamente misurato di uno strumento della cui importanza siamo tutti consapevoli.

A luglio il consiglio toccherà il traguardo del quadriennio. Le buone ragioni che ci hanno  mosso in questi anni sono  le stesse che inducono ciascun collega tutti i giorni, nonostante le difficoltà, le delusioni ed il disincanto, a continuare nel proprio lavoro con impegno e rigore e che attirano ancora in magistratura giovani capaci e preparati. Per questi giovani e per  continuare a poter dire che la nostra indipendenza è la garanzia di chi non ha altra protezione che la legge  non possiamo che continuare, ciascuno nel proprio ruolo,che ad obbedire al nostro dovere.
 

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