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RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI - Estratti da interventi in audizione sull’AC 4275 (riforma del titolo IV parte II Cost.) nelle Commissioni riunite I e II
Di Loredana Morandi (del 28/06/2011 @ 08:36:41, in Magistratura, linkato 1871 volte)
RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI

Estratti da interventi in audizione sull’AC 4275
(riforma del titolo IV parte II Cost.)
nelle Commissioni riunite I e II



Nell’audizione del 27 maggio 2011, IGNAZIO FRANCESCO CARAMAZZA, Avvocato generale dello Stato,  ha affermato, in materia di responsabilità dei magistrati, che “l'articolo 14 del testo del disegno di legge governativo prevede: «I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato». Il legislatore italiano si trova di fronte a due paletti: il primo è rappresentato dal diritto europeo, dalla sentenza Traghetti del Mediterraneo, che rende assolutamente necessaria una rivisitazione e una modifica della legge sulla responsabilità dei magistrati del 1988. Ora, quella sentenza ha affermato che non è conforme al diritto europeo il fatto che sia esente da responsabilità una decisione commessa in violazione manifesta del diritto vigente. Questo, ovviamente, riguarda il diritto europeo, ma per principio di ragionevolezza e di parità di trattamento di situazioni analoghe la previsione dovrebbe essere estesa anche al diritto nazionale.
 Vi è però un secondo paletto, d'altra parte ricordato, sia pure molto brevemente, nella relazione al disegno di legge, che è quello relativo alle precedenti decisioni della nostra Corte costituzionale. Questa, a più riprese, a partire addirittura dal 1968 fino ad arrivare al 1987, ha sancito che il magistrato, attese le sue garanzie di autonomia e di indipendenza, che sono tuttora vigenti anche nel nuovo testo di legge, non può essere equiparato, ai fini della responsabilità, al pubblico dipendente, perché l'applicazione delle stesse regole comporterebbe un vulnus all'autonomia e all'indipendenza e, comunque, comporterebbe un rischio di attenuare il coraggio decisionale del magistrato.
Il fatto di una piena equiparazione della responsabilità del magistrato a quella del pubblico funzionario creerebbe, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, una situazione di conflitto fra due norme all'interno dello stesso corpo normativo, vale a dire della Costituzione novellata: da un lato, la norma che prevede l'autonomia e l'indipendenza, dall'altro quella che prevede una responsabilità del magistrato perfettamente analoga a quella del pubblico dipendente che, secondo la Corte costituzionale, confligge con il primo principio”.

 “Mi pare inoltre che si debba fugare un equivoco. La Corte di giustizia dell'Unione europea non giudica individui, giudica Stati. Pertanto, quando afferma che non rispetta le regole comunitarie uno Stato che secondo le sue regole di giurisdizione non è stato dichiarato responsabile per l'errore di un magistrato - in quanto la legge interna dello Stato italiano limita quell'errore ai casi di dolo o colpa grave, non prevede che si possano sindacare valutazioni di prove, non prevede che si possano sindacare valutazioni di norme giuridiche - fa sì che lo Stato nel giudizio davanti alle autorità italiane sia stato assolto dal giudizio di responsabilità promosso dalla vittima di un errore giudiziario e questo osta alle regole comunitarie che, ovviamente, si applicano nei confronti dello Stato, non del singolo.
Sulla responsabilità vorrei aggiungere alcune considerazioni. Mi pare che siano stati dimenticati gli interessi legittimi, che non erano previsti al tempo dell'articolo 28 della Costituzione, ma perché all'epoca esisteva una convinzione pietrificata che la lesione di interesse legittimo non fosse mai causa di danno risarcibile. Oggi, come vi è noto, il principio è stato capovolto, quindi nel momento in cui si parla di lesioni di diritti bisognerebbe parlare anche di lesione di interessi legittimi. Se vengono lesi degli interessi legittimi a opera di una sentenza e quella sentenza è affetta da vizi gravissimi (errore di diritto inescusabile, dolo o colpa grave) non sarà responsabile quel giudice e lo Stato per il danno recato dalla lesione degli interessi legittimi del ricorrente?”.

Sempre nel corso dell’audizione del 27 maggio, PASQUALE DE LISE, Presidente del Consiglio di Stato, ha riferito: “Passo all'ultimo aspetto, ossia la responsabilità, che è trattata nel disegno di legge del Governo, in un breve articolo che propone in cauda venenum.
Si tratta di un argomento estremamente delicato, su cui la mia presa di posizione potrebbe apparire corporativa o addirittura personale. Non è personale, perché l'anno prossimo lascio. Non è nemmeno corporativa, perché penso di avere una discreta autonomia intellettuale.
L'equiparazione che prevede il primo comma del nuovo articolo 113-bis della Costituzione proposto dal testo del disegno di legge del Governo, ai fini della responsabilità dei magistrati ai funzionari e ai dipendenti dello Stato, secondo me, non va bene e nel testo scritto consegnato alla presidenza l'ho evidenziato in maniera più compiuta.
La ragione è che la Corte costituzionale - se ci vogliamo fidare di qualcuno, dobbiamo pur avere alcuni punti di riferimento - a partire dalla sentenza n. 18 dell'1989, ha dato atto che la disciplina di cui alla legge Vassalli, caratterizzata da dolo o colpa grave, per semplificare, è dettata dall'intento di salvaguardare l'indipendenza dei magistrati, nonché l'autonomia e la pienezza dell'esercizio della funzione giudiziaria.
 È pendente dinanzi alla Corte di giustizia una controversia in questa materia, ma forse si dovrebbero leggere bene le carte, perché tale controversia attiene alle violazioni del diritto comunitario, mentre per altri tipi di violazione la Corte ha affermato espressamente che «spetta a ciascuno Stato membro definire il regime delle responsabilità dei giudici, sempre che ciò - leggo testualmente - non attenti alla salvaguardia delle situazioni giuridiche soggettive a base comunitaria». Questo giudizio è ora in corso e vedremo come evolverà. In questo giudizio - mi sento di dover far rilevare anche questo - la posizione della Commissione europea che ha provocato il giudizio e che praticamente, parlando atecnicamente, ha impugnato la legge n. 117 dinanzi alla Corte di giustizia, è stata fortemente contestata dallo Stato italiano.
Erano state chieste notizie anche alle altre magistrature. Noi come Consiglio di Stato abbiamo preparato una memoria nel senso di difendere la legge n. 117 e lo stesso ha fatto la Corte di cassazione. La memoria ufficiale del nostro agente alla Corte di giustizia va, dunque, nel senso della difesa della legge n. 117 e vi è poi una controreplica ugualmente di difesa della legge n. 117.
Una raccomandazione del Comitato dei ministri dell'Unione europea del 17 novembre 2010 ha puntualizzato, al paragrafo 86, che «l'interpretazione della legge, l'apprezzamento dei fatti e la valutazione delle prove effettuate dai giudici per deliberare su affari giudiziari non deve fondare responsabilità disciplinare o civile tranne che nei casi di dolo o di colpa grave».

 Io sono stato magistrato ordinario, magistrato contabile e da quarant'anni sono magistrato amministrativo. Le mie considerazioni non sono dettate da corporativismo, ma basate sull'esperienza e forse valgono ancora di più per la giustizia amministrativa, in cui le questioni sono spesso di grande difficoltà tecnica e vengono trattate costantemente problematiche nuove, senza punti di riferimento e con parti processuali spesso asimmetriche. È una situazione che va a scapito dell'amministrazione.
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Se la legge n. 117 del 1988 dovesse essere nella sovranità del legislatore, nel convincimento sovrano del legislatore, e dovesse essere ritenuta inadeguata, si potrebbe pensare di modificare la legge n. 117 senza l'ingessatura della norma costituzionale in via ordinaria, avendo presenti due aspetti.
Di uno di essi ho già parlato ed è quello del diritto dei princìpi affermati dalla Corte di giustizia, che, lo ripeto, si riferiscono al diritto dell'Unione europea e lasciano in un dato senso più libero lo Stato per quanto riguarda le questioni disciplinate dal diritto interno.
L'altro aspetto, che forse dovrebbe essere a sua volta considerato, perché noi oggi viviamo in un mondo globalizzato e quindi dobbiamo aver presente anche ciò che avviene fuori, è che da una rapidissima indagine - non sono un cultore di diritto comparato, né ho avuto materialmente la possibilità di svolgere questa indagine - si assiste, almeno presso i Paesi più vicini a noi, i Paesi dell'Unione, a una disciplina fortemente differenziata. Essa va dal sistema spagnolo, il quale presenta alcuni profili di similitudine con la disciplina che si andrebbe a varare, a quello del Regno Unito, in cui è prevista una totale immunità dei giudici, proprio per garantirne la piena indipendenza”.

Nel corso dell’audizione del 6 giugno 2011, VLADIMIRO ZAGREBELSKY, Professore, già giudice della Corte europea dei diritti dell'uomo, ha affermato: “mi permetto di interpretare in questo senso la norma sulla responsabilità civile. Ebbene, un rivoluzionario francese, alla fine del Settecento, avrebbe ritenuto il magistrato responsabile civilmente come gli altri funzionari. Da allora, però, sono cambiate diverse cose.
In effetti, è da rimarcare che una riforma costituzionale importante, se non altro per il numero di articoli che coinvolge, presentata con aggettivi enfatici, non tocca per nulla la domanda di chi è in grado di fare questo mestiere, proprio nel momento in cui l'autorità e l'autorevolezza delle decisioni giudiziarie ha perso l'aggancio di essere espressione della legge. È autorità perché parla la legge; lo dico io, giudice, ma è la legge che parla: questo principio è ormai finito. Allora, l'autorevolezza dove la possiamo trovare se non nelle persone, nella formazione professionale, nel tipo di scelta e così via?
Sotto quest'aspetto, le affermazioni della House of Lords, nel Regno Unito, sono state - a parte il livello culturale - rivoluzionarie per l'andamento di una società perché le persone erano credibili; le persone erano indiscutibili, qualunque fosse il criterio di selezione.
Vorrei dire qualche parola in merito alla questione della responsabilità civile, e in particolare sul punto in cui si dice che i giudici sono responsabili «come gli altri funzionari». Ecco, a mio modo di vedere, i magistrati non sono come gli altri funzionari dipendenti dello Stato per il piccolo dettaglio che sono indipendenti, a differenza di tutti gli altri, che non lo sono. Certo, gli altri devono essere imparziali, ma non sono indipendenti rispetto all'indirizzo politico del ministero, alla struttura gerarchica delle amministrazioni e quindi ai loro vari superiori.
Inoltre, siccome nella relazione si richiama una raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa del 2000, ma non si richiama l'ultima del 2010, che è totalmente ignorata e che riguarda proprio i giudici, vorrei ricordare che, sul punto della responsabilità civile dei magistrati, il Consiglio d'Europa indica soltanto la responsabilità indiretta e la responsabilità per dolo o colpa grave. Il resto ricade nella sfera dell'indipendenza e, quindi, spetta allo Stato risarcire, se il caso lo richiede. A questo proposito, le due sentenze della Corte di giustizia che la relazione ministeriale espone non hanno riguardo al tema che le Commissioni sono chiamate ad affrontare. Se le due sentenze fossero state lette - non solo la rubrica, ma almeno anche la massima - sarebbe stato chiarissimo che riguardano la responsabilità dello Stato in relazione al risarcimento del danno per violazione di normativa comunitaria, anche quando la violazione derivi da una sentenza del giudiziario. Esse non dicono - né potevano dire - nulla, data la competenza della Corte di giustizia dell'Unione, sul punto che è oggetto della riforma proposta”.

Nell’audizione del 9 giugno 2011, RAFFAELE SABATO, Componente dell'ufficio direttivo del Consiglio consultivo dei giudici europei (CCJE) del Consiglio d'Europa, ha sostenuto: “il nuovo articolo 113-bis della Costituzione vuole stabilire una responsabilità civile diretta dei magistrati. Sottopongo all'attenzione delle Commissioni sia gli standard minimali che sono quelli di emanazione del Comitato dei ministri, di matrice governativa, del Consiglio d'Europa, sia gli standard ulteriori dettati come standard giudiziari. Secondo gli standard minimali, nella raccomandazione del 2010 è detto - articolo 67 - che la responsabilità civile del giudice può essere accertata solo da un tribunale e (cito) «solo su rivalsa dello Stato preventivamente convenuto dal cittadino cui sia stata concessa una riparazione».
A mente dalla Magna Carta dei giudici - standard ulteriore - cito «il rimedio agli errori giudiziari deve essere individuato in un adeguato sistema di impugnazioni. Qualsiasi rimedio per le altre disfunzioni della giustizia dà luogo esclusivamente a responsabilità dello Stato. Non compete al giudice, eccetto che in caso di dolo, l'essere esposto a qualsiasi responsabilità personale e ciò neppure a seguito di rivalsa dello Stato». Quindi si può vedere che nella Magna Carta sostanzialmente è immaginata una sorta di immunità simile a quella di cui usufruiscono i giudici di alcuni Stati europei di common law o nuove democrazie in cui i giudici fruiscono di ampie prerogative di immunità.
Quanto alla prassi, io direi che questa norma, a differenza delle altre, rappresenterebbe un unicum nel panorama della giustizia europea, in quanto una responsabilità civile diretta sostanzialmente non è attestata. È forse il caso di chiarire, ma sicuramente sarà stato già chiarito - ricordo che anche il CSM su questa materia ha fornito un parere su uno dei disegni di legge in materia di responsabilità civile dei giudici - che le sentenze della Corte di giustizia del Lussemburgo Köbler e Traghetti del Mediterraneo, che spesso vengono richiamate per dire che è la Corte del Lussemburgo a volere che si risponda per gli errori giudiziari, se correttamente lette significano che lo Stato risponde dell'errore giudiziario, senza che le sentenze trattino in alcun modo di come l'eventuale condanna dello Stato possa o debba poi essere ribaltata sul singolo giudice in errore”.

Nel corso dell’audizione del 13 giugno 2011, ANTONIO MURA, Vice presidente del Consiglio consultivo dei procuratori europei (CCPE) del Consiglio d'Europa, ha sostenuto. “vorrei svolgere un rapidissimo cenno alla responsabilità civile diretta dei magistrati, così come delineata nella riforma costituzionale. A parte il fatto che la menzione, che però è doverosa, della giurisprudenza della Corte costituzionale italiana, la quale sin dal 1987 sottolineava la peculiarità delle funzioni giudiziarie e, quindi, intravedeva la necessità di condizioni e limiti alla responsabilità proprio in rapporto alla necessità di indipendenza e di autonomia nell'esercizio delle funzioni, tornando al panorama europeo non può sfuggire che esso presenta una varietà di soluzioni legislative in materia, tutte, però, più restrittive del testo progettato di riforma della Costituzionale.
La responsabilità dei giudici è addirittura esclusa in radice nei Paesi di common law, ma non solo, anche in Olanda e in Svizzera, ed è fortemente limitata ovunque, in Francia, Belgio, Spagna e Portogallo.
Le soluzioni adottate in questi Paesi sono accomunate dallo scopo di evitare che il regime della responsabilità possa negativamente incidere sulla serenità e regolarità dei giudizi. A me pare che proprio la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea, con le due sentenze Köbler e Traghetti del Mediterraneo, che di solito si invocano in rapporto a questo tema, mostri l'intento di assicurare ai cittadini un rimedio risarcitorio completo per i danni subìti anche dall'esercizio della giurisdizione. È la stessa giurisprudenza, però, a definire come essenziale che sia lo Stato e non il singolo giudice a rispondere in modo diretto per eventuali violazioni del diritto dell'Unione commesse nell'esercizio della giurisdizione.
Per quanto specificamente attiene al pubblico ministero, la Raccomandazione n. 19 del 2000, che più volte ho avuto già modo di richiamare, impegna gli Stati a fare sì che i membri dell'ufficio del pubblico ministero possano adempiere al loro mandato senza ingiustificate interferenze e - così è scritto - «senza rischiare di incorrere, al di là di quanto ragionevole, in responsabilità civili, penali o di altra natura». È interessante notare che tali condizioni nella raccomandazione vanno di pari passo in modo esplicito con un'esigenza di trasparenza”.

Sempre nell’audizione del 13 giugno 2011, MICHELE GIUSEPPE VIETTI, Vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, ha affermato: “È inutile che ricordi alle Commissioni la rilevanza che il tema della responsabilità ha per i magistrati. È un tema di straordinaria delicatezza ed è un nervo straordinariamente sensibile perché le modalità attraverso cui si sanzionano i magistrati per i presunti danni cagionati in esercizio delle funzioni incidono direttamente sulla modalità di esercizio della giurisdizione, dunque sulla tutela dei diritti dei cittadini.
Il primo comma del 113-bis modificato riproduce, sostanzialmente, l'articolo 28 della Costituzione,, norma già considerata pleonastica e che, quindi, non si comprende perché debba essere a sua volta ripetuta in un altro articolo di identico tenore. Francamente, non si capisce, anche qui, perché il legislatore non possa, ove lo ritenga, intervenire con norma ordinaria. Quello che ci preme e che mi permetto di rappresentare alle Commissioni con grande preoccupazione è che la condotta sanzionabile del magistrato non possa mai riguardare il ragionamento interpretativo seguìto dal giudice in sede di applicazione della norma né la valutazione del materiale probatorio. Questi sono due limiti, a nostro parere, assolutamente insuperabili.
Non commento la responsabilità diretta per i casi di ingiusta detenzione e di indebita limitazione della libertà personale. Il diritto positivo già prevede l'istituto della riparazione per ingiusta detenzione e il riferimento generico a ogni altra indebita limitazione della libertà rischia di esporre il magistrato a possibili azioni risarcitorie in relazione a qualunque provvedimento giurisdizionale restrittivo, o comunque incidente sulle libertà della prima parte della Costituzione, ivi compresa la libertà di corrispondenza per il caso di intercettazioni ambientali o telefoniche e di libera circolazione.
Qualcuno invoca la giurisprudenza e la legislazione europea per dire che, invece, questo intervento in materia di responsabilità civile dei magistrati è indispensabile. È noto il richiamo alle sentenze Köbler e Traghetti del Mediterraneo. Io vorrei sommessamente ricordare, ma certamente è cosa ben nota alle Commissioni, che la Corte di Lussemburgo ha chiarito in modo inequivoco che il principio del risarcimento del danno per violazione, in quel caso del diritto comunitario, ma per analogia anche del diritto interno, non investe la responsabilità personale del magistrato, ma soltanto quella dello Stato. Non si può, cioè, addurre la normativa comunitaria e la giurisprudenza della Corte europea a sostegno della necessità di modificare il regime della responsabilità del giudice nazionale in quanto la Corte di Lussemburgo ha precisato che questa è una questione integralmente interna, irrilevante per il diritto dell'Unione purché sia fatto salvo che un responsabile c'è e quel responsabile è lo Stato.
Mi permetto di ricordare che una rapida analisi delle legislazioni dei Paesi europei su questa materia indica che l'Italia è assolutamente in linea: in Germania la responsabilità civile e personale c'è solo per ipotesi di reato che produca danno, in tutti gli altri casi risponde lo Stato; in Belgio la responsabilità è ipotizzata solo per il caso di dolo intenzionale o frode; nel Regno Unito vi è l'immunità dei giudici secondo common law e equity, quindi ovviamente il giudice non risponde mai per danni; in Francia l'azione civile è possibile solo contro lo Stato, che eventualmente ha azione di rivalsa grossomodo nelle stesse condizioni della legge italiana; nei Paesi Bassi la responsabilità fa carico solo allo Stato; in Svizzera solo allo Stato; in Portogallo c'è solo responsabilità personale in caso di condanna penale, in Spagna e in Lussemburgo, accanto allo Stato, c'è anche la responsabilità civile compartecipante del giudice quando si verifichino requisiti che non si sono per la verità mai verificati”.

Ancora nell’audizione del 13 giugno 2011, ERNESTO LUPO, Primo presidente della Corte di Cassazione, ha affermato: “in tema di responsabilità civile dei magistrati, di cui all'articolo 113.bis che il disegno di legge aggiunge al testo vigente della Costituzione, non posso che richiamare la Corte costituzionale, perché quello è il dato a cui oggi mi riferisco per alcune esigenze di fondo. Qui proponiamo proprio la modifica della Costituzione, quindi la Corte costituzionale ci serve a poco, se nonché la Corte costituzionale richiama dei princìpi e delle garanzie che sembrano imporsi anche alle modifiche della Costituzione, almeno nel passaggio che prima ho richiamato sull'obbligatorietà dell'azione penale e anche adesso sulla responsabilità civile, su cui richiamo alcune pronunce della Corte.
La Corte costituzionale già con la sentenza n. 2 del 1968 rilevò che, ferma restando la necessità di previsione di responsabilità, la singolarità della funzione, la natura dei provvedimenti e la stessa posizione super partes possono ben indurre a istituire condizioni e limiti alla responsabilità dei magistrati. Tale affermazione fu ribadita da altre due sentenze che sono citate ampiamente nella relazione che lascio agli atti, ma che qui mi limito a indicare: la n. 26 del 1987 e la n. 468 del 1990.
La piena parificazione senza alcuna distinzione, che il legislatore non potrebbe neppure introdurre perché il testo dell'articolo 113 bis è molto drastico, senza alcuna distinzione tra magistrati e funzionari dello Stato mi sembra che si ponga contro l'indipendenza e l'autonomia della funzione giudiziaria per la semplice ragione che i funzionari non godono di tali prerogative.
Il collegamento tra queste prerogative e la responsabilità dei giudici è posto esplicitamente dalla Raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa sui giudici: indipendenza, efficacia e responsabilità, adottata il 17 novembre 2010 (per la sua recente emanazione la relazione non la cita, ma si trova pubblicata sull'ultimo fascicolo del Foro italiano) al cui punto 67 si legge che «soltanto lo Stato, ove abbia dovuto concedere una riparazione, può richiedere l'accertamento di una responsabilità civile del giudice attraverso un'azione innanzi a un Tribunale».
L'intendimento di questo passo della Raccomandazione è chiaro: la previsione della responsabilità civile del magistrato, pur legittima, non può essere piegata a strumento di indebita pressione, di ritorsione per decisioni non gradite, fermo restando che anche condotte che non raggiungono la gravità oggettiva e soggettiva meritevole di una responsabilità civile diretta, ma che causano danni ingiusti devono trovare nella responsabilità dello Stato, salva l'azione di rivalsa, la risposta di tutela alle legittime pretese risarcitorie.
In questo contesto la previsione espressa dalla responsabilità civile diretta dei magistrati presenta il concreto rischio di deprimere il ricorso nella legge di attuazione a forme di valutazione di ammissibilità dell'azione e alla principale esposizione dello Stato, fatta salva per alcune ipotesi l'azione di rivalsa, in potenziale contrasto con i valori di autonomia e indipendenza dei magistrati posti in risalto dalla giurisprudenza costituzionale”.

Infine, nell’audizione del 13 giugno 2011, ROBERTO ROMBOLI, Ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Pisa, ha affermato sul tema: “Più interessante, ed anche preoccupante, quanto la riforma costituzionale in oggetto stabilisce in ordine alla responsabilità civile dei magistrati.
E’ a tutti noto in proposito come la l. n. 117 del 1988 abbia avuto, per varie ragioni, una scarsissima applicazione e come la stessa preveda una responsabilità indiretta del magistrato per l’esercizio delle sue funzioni solo in caso di dolo o colpa grave oppure per diniego di giustizia, stabilendo altresì che in nessun caso l’attività di interpretazione di norme di diritto o di valutazione del fatto e delle prove possa dar luogo a responsabilità (c.d. clausola di salvaguardia).
Tale disciplina è stata oggetto di giudizio da parte della Corte di giustizia di Lussemburgo, la quale in una decisione molto conosciuta e citata anche nella relazione al disegno di legge costituzionale di riforma, ha ritenuto che la suddetta clausola di salvaguardia contrasta con il diritto comunitario allorché sia tale da escludere la responsabilità dello Stato in caso di violazione manifesta del diritto comunitario, possibile anche nell’attività di interpretazione del diritto. Non solo opportuna, ma necessaria quindi una modifica della disciplina tale da adeguare la stessa alla pronuncia della Corte europea, cosa per il momento non ancora accaduta.
Ben diversa e per niente connessa o conseguente alla decisione di cui sopra appare invece la previsione contenuta nell’art. 113-bis del disegno di legge di riforma costituzionale, in base alla quale è stabilita la responsabilità civile diretta dei magistrati per gli “atti compiuti in violazione di diritti” (id est per l’attività giurisdizionale tout court), sottolineando il parallelo con quanto previsto in generale per i pubblici impiegati (“al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato”).
Il termine “altro/i” soppresso con riguardo al “potere dello stato” viene adesso significativamente inserito accanto a “funzionari e dipendenti”.
Il risultato che ne deriva è, da una lato, quello di una sorta di discriminazione a rovescio, dal momento che non per tutti i pubblici dipendenti è vero che sussiste la responsabilità diretta del funzionario, esclusa infatti quando ciò venga suggerito dalla delicatezza della funzione svolta che potrebbe essere negativamente influenzata dalla previsione di una responsabilità civile diretta, ma soprattutto l’aspetto che mi sembra decisamente più grave è quello della parificazione dell’attività giurisdizionale a quella amministrativa e dei magistrati ai “funzionari e dipendenti dello Stato”.
Un volume curato da Giuseppe Maranini agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso aveva un titolo in proposito molto espressivo (“Magistrati o funzionari?”) e tendeva ad evidenziare nel contenuto le specificità e le particolarità connesse alla delicata funzione giurisdizionale, legata alla interpretazione, necessariamente “creativa”, delle disposizioni normative.
L’antecedente alla già ricordata sentenza della Corte di Lussemburgo (Traghetti del Mediterraneo) è costituita dall’altrettanto nota pronuncia della stessa Corte con cui questa affermò che lo Stato è responsabile per violazione del diritto comunitario anche quando la violazione sia imputabile all’attività di un’autorità giudiziaria, anche di ultimo grado (1).
In quella occasione però la Corte di giustizia non mancò di precisare come una simile responsabilità non avrebbe dovuto operare secondo gli stessi criteri validi per la violazione del diritto comunitario ad opera degli altri soggetti dello Stato, ma che, in considerazione della specificità della funzione giudiziaria, la responsabilità doveva ritenersi sussistere solo nel caso in cui la violazione fosse avvenuta “in maniera manifesta”. La Corte specificò altresì che, allo scopo di valutare il carattere manifesto della violazione, doveva farsi riferimento ai criteri della chiarezza e precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione ed alla non scusabilità dell’errore di diritto.
Anche la nostra Corte costituzionale nelle decisioni in cui ha affermato l’applicabilità anche ai magistrati del principio contenuto nell’art. 28 della Costituzione, ha ritenuto di precisare come la disposizione costituzionale non sia tale da escludere, per la singolarità della funzione e della posizione dei magistrati, una normativa particolare che fissi condizioni e limiti alla responsabilità (2).

1)  Corte giust. Cee 30 settembre 2003, n. 224/01, Kobler, Foro it., 2004, IV, 4.
2)  Corte cost. 3 febbraio 1987, n. 26, Foro it., 1987, I, 638 e 22 ottobre 1990, n. 468, ivi, 1991, I, 1041.   

a cura Uff. Stampa del PD
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